“Io faccio la gemma su mio nonno, che è la persona che sinceramente mi è stata più vicina prima che morisse. Quando avevo 2 anni mia madre mi ha portato da mia nonna e io con qualche capriccio riuscivo a farmi portare invece da mio nonno. Era sempre occupato con il lavoro e perciò quando riusciva mi portava con lui; ricordo anche quando mi ha portato in aeroporto per ritornare in Italia, la scena più dolorosa che mi viene in mente se penso a lui. Queste sono le poche cose che ricordo di lui, ma sono molto importanti per me” (B. classe prima).
“Ho scelto come gemma la mia felicità, precisamente qualcosa di irreale. L’ho scelta perché vedo la gemma come un qualcosa di prezioso, difficile e doloroso da ottenere. Non penso che in molti abbiano mai provato e vissuto una vera e propria felicità, tra questi ci sono anche io. Ho passato molto tempo a pensare alla felicità degli altri trascurando la mia persona, cambiando la mia personalità per la mia famiglia e gli amici (non ci sono riuscita); ed è stata la cosa più sbagliata e dolorosa che potessi fare. Anche se mi ha fatto soffrire, mi ha insegnato la preziosità delle piccole cose e che non otterrò mai felicità da cose materiali o dal fatto di quante persone hanno ammirazione verso di me, ma tutto parte da noi stessi, dobbiamo trovare il tempo per lavorare su noi stessi e trovare la nostra felicità anche se non è facile. E la mancanza di felicità ha influenzato molto il mio atteggiamento, infatti posso essere la persona più gentile e simpatica che tu possa conoscere se voglio ma il giorno in cui mi farai sentire meno di quello che sono veramente dimenticati di me perché non tornerò più. La vita è troppo corta per perdere tempo con persone che non ti meritano e vi assicuro che ho perso moltissimo tempo con persone che pensavo mi amassero e a loro ho dato fino all’ultima goccia della mia dignità, fino a ritrovarmi da sola, arrivata ad un punto in cui pensavo di essere una nullità. Se mi aveste chiesto che sogni avevo fino a un mese fa vi avrei risposto che non ne avevo, che avevo rinunciato; beh, ho cambiato idea, me ne sbatto, scusi per il termine, di quello che pensano gli altri, non sanno quello che ho passato, quello che mi sono sentita dire e le personalità che ho dovuto recitare per sentirmi dire anche solo una parola positiva sul mio conto, quindi non rinuncerò a quello che potrebbe rendermi felice per gente che a malapena sa come mi chiamo. Ricordate, la vita è una e corta, non rinunciate alla vostra felicità per qualcuno che non riconosce il vostro valore. C’è una canzone che fa “riferimento” a quello che penso: 100 messaggi di Lazza; potrebbe non essere una canzone bellissima ma ha un significato che per me ha grande rilevanza.” (M. classe prima).
“Parto col dire che non sono brava né a scrivere né ad esprimere a parole i miei sentimenti ma ammetto che per me è stato facile decidere l’argomento della mia gemma. Il mio pensiero è andato subito a mia sorella. Credo che sia una delle uniche certezze della mia vita, la persona che mi consola dopo una crisi, quella a cui mi rivolgo in un momento difficile. Lei c’è, c’è stata e ci sarà sempre. Sa quando mi dà fastidio qualcosa, quando non voglio dire a nessuno cosa c’è che non va, quando sono triste o arrabbiata. Lei sa cosa fare in tutte queste situazioni e cerca sempre di aiutarmi, a costo di fare piccoli sacrifici per rendermi contenta. E io sento di non fare nulla per lei, di non trattarla come si meriterebbe, di non dirle ti voglio bene abbastanza. La sento vicina ma allo stesso tempo capisco che si sta allontanando da me. Dall’anno prossimo quando lei se ne andrà niente sarà più lo stesso. Né la casa né la famiglia né la semplice normalità. Come se si staccasse un pezzo di me, che in tutto questo tempo ho ritenuto scontato e di cui solo adesso capisco appieno l’importanza. Lei significa tanto per me, è un punto di riferimento da cui prendere spunto sempre. So che si cresce e che l’università è un passo importante, soprattutto per lei che ha grandi sogni per il suo futuro e perciò io la devo appoggiare. Ma il mio sogno adesso sarebbe solo tornare indietro a quando eravamo bambine per rivivere tutto il nostro rapporto come fosse la prima volta”. (L. classe prima).
“All’inizio avevo parecchie idee per la gemma di quest’anno ma credo che questa immagine mi rappresenti maggiormente. L’osservazione delle costellazioni e della luna è sempre stata un attività piacevole sin da bambina. Credo che questa passione mi sia stata tramandata da mio nonno poiché anche lui adorava passare intere ore ad osservare il cielo. In questi due anni ho conosciuto 3 persone davvero importanti per me: i miei migliori amici. In estate usciamo ogni sera insieme e andiamo nel campo sportivo di C. Io e la mia migliore amica portiamo dei teli da adagiare sull’erba così possiamo distenderci e osservare le stelle. Qualche volta nascono dei battibecchi perché confondiamo le costellazioni e allora nasce una guerra su chi ha più ragione ma sono litigate divertenti che si risolvono in fretta. Un’altra mia passione è la luna. Fortunatamente ho ereditato il telescopio di mio nonno e qualche notte d’estate la passo con mio papà in giardino a guardare la luna. Questa estate mio papà mi ha raccontato che alla mia età lui osservava la Luna con mio nonno proprio come io faccio con lui. Questa frase mi ha sempre resa contenta e possedere il telescopio di mio nonno, che è mancato qualche anno prima della mia nascita, mi gratifica. Per me è l’unica fonte sicura che abbiamo entrambi la stessa passione. Mi piace guardare le stelle anche per ricordarlo e sentirlo così accanto a me. Spero che questa mia passione non si interrompa mai poiché mi lega con tantissime persone e i ricordi con esse sono indelebili nel mio cuore” (A. classe prima).
Come mia prima gemma, ho deciso di parlare di un album, il mio preferito di Tyler, the creator: IGOR. In ogni album, Tyler presenta un personaggio diverso, e in questo presenta IGOR. Ho voluto parlare di questo album perché penso che rappresenti un poco una parte di noi che tutti abbiamo dentro, quella dell’amore non corrisposto. Questo album parla di IGOR che si innamora di un ragazzo, che allo stesso tempo è innamorato di un’altra ragazza. Quest’album si può dividere in due parti, la prima dove il personaggio si innamora del ragazzo, e la seconda, dove realizza che l’amore non è corrisposto. Questo è un album che mi ha cambiato, perché quando si riesce a collegare i punti, riesci a capire molte più cose. La composizione può non piacere a molti, ma personalmente penso che sia uno degli album dell’hip hop moderno più musicalmente perfetto e con la trama migliore.
IGOR’S THEME È un’introduzione sul personaggio di IGOR
EARFQUAKE “Don’t leave me it’s my fault” Probabilmente questo significa che la colpa è solo sua che questa relazione non può funzionare
I THINK “Man, i wish you would call me by your name ‘cause I’m sorry” In questo punto Tyler cerca disperatamente attenzioni da questo ragazzo “I thnk i’ve fallen in love this time I think it’s for real” e confessa a questo ragazzo i suoi sentimenti, ma già da qui inizia a prendere una accezzione più negativa “I’m your puppet” canzone che si troverà anche dopo durante l’album
EXACTLY WHAT YOU RUN FROM YOU END UN CHAISING IGOR sta rincorrendo questo amore che presenta un ostacolo
RUNNING OUT OF TIME “Running out of time to make you love me” In questo caso diventa una sfida contro il tempo, perché questa relazione sta sfuggendo, e non vuole farla svanire “Take your mask off I need her out of the picture” Questo “her” è la ragazza di cui il ragazzo è innamorato, quindi rifiutando l’amore di IGOR
NEW MAGIC WAND “sometimes you gotta close a door to open a window” Può significare che il solo modo per andare avanti è trovare una seconda strada e invece di inseguire il suo amore vuole passare avanti “I need to get her out the picture” In questo punto IGOR è geloso e vuole far sparire questa ragazza “like magic gone” “she’s gonna be dead I just got a magic wand, we can finally be together […] now pick a side and if you don’t I’ll pick you both” In questo caso ha due scelte, o restare con IGOR o li uccide entrambi
A BOY IS A GUN In questo punto finisce la prima parte dell’album, da cui IGOR esce distrutto da questo triangolo amoroso che non può funzionare
A GUN perché l’amore suo è pericoloso per IGOR, e può significare la morte per lui “you are so mothaf**ckin dangerous you got me by my neck” E crede che possa funzionare nel momento giusto “when the time’s right baby” “I know you are the worst for me” Capisce le sue emozioni tossiche, ma continua ad amare queto ragazzo
Qui inizia la seconda parte dell’album dove IGOR capisce tutto, e capisce che la relazione non può funzionare
PUPPET “I’m your puppet, you control me” Qui non riesce a stare senza questo ragazzo e vuole restare con lui, anche se capisce che non può funzionare
WHAT’S GOOD “i see the light” Qui capisce tutto ed apre gli occhi
GONE GONE/ THANK YOU “At least i had it” E qui IGOR è felice di averlo amato nel passato piuttosto che non averlo amato proprio “Thank you for the love” Dopo averlo amato è pronto a passare avanti
I DON’T LOVE YOU ANYMORE “I would speak up and realize there’s more fish in the sea, I’m a re-up” Vuole necessariamente passare avanti, avendo capito che non può funzionare in nessun modo, ma invece di essere sconosciuti, vuole restare amico con questa persona
ARE WE STILL FRIENDS “Are we still friends? I’ve got to know” Vuole restare amico con questa persona, ed è l’unica opzione plausibile Ma questa amicizia farà innamorare di nuovo IGOR di questo ragazzo, facendo innamorare e disinnamorare IGOR quasi all’infinito.
Dopo questa spiegazione, volevo far ascoltare una canzone di quest’album che più mi piace, e che più mi fa riflettere su quanto vorrei chiedere ad alcune persone se “ARE WE STILL FRIENDS”. (D. classe prima)
Prendo ancora un articolo dal Post. Questa volta si tratta di un pezzo sul filosofo Byung-Chul Han (di cui ho molto apprezzatoInfocrazia), di cui si evidenziano punti di forza e di debolezza.
“Byung-Chul Han è un filosofo sessantacinquenne tedesco di origine sudcoreana, autore di oltre venti saggi di successo e da qualche anno oggetto di estese attenzioni sui social. Le sue idee, in parte basate sulle teorie di grandi autori del XIX e XX secolo, sono discusse su piattaforme come TikTok e YouTube da studenti e appassionati di media e di filosofia, ma anche da giovani professionisti, booktoker e gruppi di lettura. Scritti a cominciare dal 2010, i suoi libri sono tradotti in Italia (editi da Nottetempo e da Einaudi), in Spagna, in America Latina, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo. In un recente articolo in cui descrive l’importanza del passaparola tra i giovani per il successo di Han, il New Yorker lo ha definito «il nuovo filosofo preferito di Internet». E ha notato il paradosso per cui i social sono allo stesso tempo un argomento di molte riflessioni critiche di Han e una delle ragioni del suo successo, motivato almeno in parte anche dalla brevità e chiarezza dei suoi scritti e dal fatto che sia una persona piuttosto restia ad apparire in pubblico. «Con Byung-Chul Han è stata questa accoglienza dal basso a stimolare la domanda», ha detto al New Yorker John Thompson, direttore di Polity, un editore indipendente inglese che dal 2017 ha pubblicato 14 libri di Han. E non è un modo tanto convenzionale di ricevere attenzioni e recensioni, per libri di questo genere, ha aggiunto. Secondo il quotidiano El País uno dei primi e più grandi successi di Han, il libro del 2010 La società della stanchezza, ha venduto oltre 100mila copie in America Latina, Corea del Sud, Spagna e Italia, dove nello specifico ne ha vendute 15mila. Han, nato in Corea del Sud nel 1959, vive e lavora fin dagli anni Ottanta in Germania. Arrivò in Europa quando aveva 22 anni e qualche conoscenza in metallurgia, la materia che aveva studiato a Seul. Dopo aver frequentato l’Università di Basilea, in Svizzera, ed essersi laureato nel 1994 con una tesi sul concetto di “stato d’animo” (Stimmung) del filosofo tedesco Martin Heidegger, ha quindi insegnato filosofia alla Universität der Künste di Berlino. Le sue principali aree di interesse sono la fenomenologia, l’etica, l’estetica, la religione e le teorie dei media. L’attualità degli argomenti trattati da Han e la sua lettura della contemporaneità – una critica degli effetti politici, psicosociali e tecnologici del neoliberismo sulle società moderne – lo hanno reso un autore molto popolare e citato anche tra persone che non hanno particolare familiarità con i libri di filosofia. I suoi sono quasi tutti saggi monografici, lunghi un centinaio di pagine e scritti in uno stile divulgativo e lapidario, in cui il discorso ruota intorno a due o tre concetti fondamentali. A ottobre, descrivendosi come una persona pigra in un’intervista con El País, Han disse che di solito scrive tre frasi al giorno.
Il suo libro più recente, La crisi della narrazione, uscito a febbraio, riprende e amplia alcune nozioni da lui trattate in libri precedenti. Parla del declino della narrazione come attività di condivisione e fonte di senso e coesione all’interno delle comunità, e del parallelo successo dello «storyselling», descritta come una pratica fine a sé stessa, basata su una trascrizione priva di profondità di ogni cosa che le persone hanno da offrire e da vendere attraverso le storie (intese come formato sui social). Molti libri di Han, in particolare La società della trasparenza, si concentrano sulla spinta collettiva alla divulgazione volontaria indotta dalle forze del mercato neoliberista, che trasformano in norma culturale l’autopromozione e la «pornografica esibizione di sé stessi». Ogni saggio esplora aspetti diversi di questo stato di frenesia guidato dalla tecnologia del tardo capitalismo, e il disagio che tende a provocare: dal burnout da «sovrapproduzione» e «concorrenza a sé stessi», all’algofobia, un’avversione ossessiva per il dolore che nega anche ogni suo valore etico, artistico e metafisico. Nel libro Psicopolitica Han attribuisce la stabilità del sistema neoliberale a una situazione paradossale in cui, in assenza di una lotta tra classi antagoniste in senso stretto, è la libertà – o meglio: una forma di libertà «illusoria» – a generare costrizioni. Sentendosi libero da obblighi esterni, l’individuo immagina sé stesso come un «progetto» e si sottomette a obblighi interiori che derivano dalla libertà di potere (Können) e producono più vincoli del dovere disciplinare (Sollen), fino a sfociare in una sistema di costrizioni illimitato. Il neoliberalismo, come mutazione del capitalismo, fa del lavoratore un imprenditore. Non la rivoluzione comunista, bensì il neoliberalismo elimina la classe operaia che è sfruttata da altri. Oggi, ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa. Ognuno è padrone e servo in un’unica persona. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi. Anche il declino della narrazione, secondo Han, è espressione di una profonda crisi della libertà. Nel libro La crisi della narrazione categorie e nozioni di filosofi e scrittori come Walter Benjamin, Jean-Paul Sartre e Marcel Proust sono applicate all’analisi delle dinamiche sociali favorite da piattaforme come Netflix, Snapchat e Instagram. «Postare, mettere like e condividere, proprio perché sono pratiche consumistiche, non fanno altro che intensificare la crisi dell’esperienza narrativa», scrive Han, proponendo una distinzione tra informazione e racconto. L’informazione è effimera, accidentale, e procede per addizione e accumulo. Intensifica quindi l’esperienza della contingenza, che il racconto invece attenua nella misura in cui conferisce significato a ciò che è accidentale, rendendolo necessario. Il bisogno di senso e identità è peraltro, secondo Han, la ragione dell’attuale successo di modelli narrativi populisti, nazionalisti, tribali e complottistici, che si presentano come offerte di orientamento a buon mercato a fronte dello smarrimento provocato dall’informazione dilagante e ininterrotta. Diversa dall’informazione è anche la notizia, che secondo Han ha sempre una «vibrazione narrativa» perché è portatrice di una storia e presenta una struttura spazio-temporale completamente diversa rispetto a un’informazione. Ha significato perché rimanda a qualcos’altro – viene «da lontano» – e trova nella lontananza il suo tratto distintivo, contrapposto al tratto invece tipico della modernità: «la perdita di qualunque intervallo di separazione», la condivisione e l’accumulo di informazioni «a portata di mano». Intrecciandosi con il neoliberismo si afferma un regime dell’informazione, il quale non opera in modo repressivo ma seduttivo. Esso […] pretende da noi che comunichiamo senza sosta le nostre opinioni, i nostri bisogni e le nostre preferenze. Ci chiede di raccontare le nostre vite, di postare, condividere, mettere like. La libertà in questo caso non viene repressa ma interamente sfruttata. Si ribalta in controllo e manipolazione. Il dominio […] è altamente efficiente, dato che non ha bisogno di apparire come tale. Si nasconde nell’apparenza della libertà e della comunicazione. La conversione costante del vissuto in informazioni e dati immediatamente accessibili, aggiunge Han, è incompatibile con la felicità perché «la felicità non è un evento puntuale», ma si estende nel passato e filtra attraverso la memoria umana, che è selettiva. «Chi vuole raccontare sé stesso o ricordarsi qualcosa, deve poter dimenticare o tralasciare molto», perché «nessun racconto è trasparente»: solo le informazioni e i dati lo sono. Una delle principali ragioni della popolarità di Han è la facilità con cui, attraverso citazioni di importanti autori della tradizione filosofica occidentale ma anche continui riferimenti alla contemporaneità, consente di immedesimarsi nell’umanità che descrive. Han sembra parlare in particolare alle persone giovani dell’esperienza di crescere sui social media, ha scritto il New Yorker, e della mancanza di controllo che molte di loro provano nel rapporto che hanno con Internet. Nel mondo accademico le reazioni sono invece contrastanti: da un lato Han è molto apprezzato per la sua capacità analitica e di sintesi, dall’altro è criticato per alcuni suoi giudizi perentori, privi di sfumature e vagamente tecnofobici.
Nel libro Le non cose, per esempio, Han descrive la reperibilità costante come una «servitù» e lo smartphone come «un campo di lavoro mobile in cui noi c’imprigioniamo di nostra sponte», limitando la nostra esperienza del mondo e della realtà. Nell’intervista con El País disse che «il capitale usa la libertà individuale per riprodursi» e ciò rende le persone «gli organi sessuali del capitale». Ma per quanto suggestive e per molti aspetti appropriate alcune sue letture della contemporaneità tendono a rafforzare posizioni esistenti in discussioni molto polarizzate, e assecondano un certo desiderio generale di ridurre quella sulla tecnologia a una questione di tecnologia buona o cattiva. La bidimensionalità delle sue analisi e la tendenza a occuparsi di un solo lato delle questioni sono peraltro la ragione per cui Han funziona molto proprio sui social, «all’interno della valanga di non cose», ha scritto il New Yorker. Quando descrive la pubblicazione sui social media come «autopromozione pornografica», per esempio, non aggiunge che gli spazi digitali possono anche produrre esperienze significative. E non coglie il paradosso dei social media di «promuovere forme di espressione sia di sfruttamento che di emancipazione», e di consentire «la costruzione e la proiezione di un’identità personale, con una libertà che non è mai stata possibile nella gerarchia top down dei media tradizionali».”
Da qualche anno ascolto i brani di Gio Evan, mi è anche capitato di utilizzarli in classe. Per questo mi sono ritrovato molto nelle parole di Cristina Moretti che ha scritto un articolo su Rocca.
“Lo scorso 12 marzo ho assistito per la prima volta ad un concerto di Gio Evan che si è esibito al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti di Spoleto con una tappa del suo tour Fragile/Inossidabile. Un’opera poliedrica, prodotta e organizzata da Baobab Music & Ethics, fatta di monologhi, poesie, canzoni e gag cui un pubblico diversificato ha applaudito coinvolto ed emozionato. Non avevo mai partecipato ad un suo evento e ascoltato le sue parole ma poi ho capito perché piace tanto ai millennials (per la verità non solo a loro, tanti adulti – uomini e donne – erano lì a cantare ed applaudire). All’anagrafe Giovanni Giancaspro, Gio Evan è un artista poliedrico che delle parole fa poesie, romanzi e canzoni. Dopo l’esordio letterario a 20 anni, nel 2012 avvia un progetto musicale, conquista poi la notorietà sui social, nel 2021 partecipa al Festival di Sanremo e continua a scrivere libri, poesie, gag con le quali fa sorridere il suo pubblico ai suoi concerti-spettacolo. Il segreto di tanto successo credo sia la consapevolezza del potere che hanno le parole, la capacità di saperle scegliere ed utilizzare per esprimere le emozioni e i sentimenti dei tanti ragazzi e ragazze che lo seguono, che nelle sue opere trovano l’esatta espressione dei loro pensieri, uno specchio di quello che provano ma che da soli non sanno dire. E così, con estrema semplicità riesce a farle arrivare al cuore dei suoi fan, soprattutto millennials, che sanno le canzoni a memoria e cantano con lui, ridono delle sue battute e applaudono alle sue poesie, sincere, dirette, una freccia di cupido che li lascia innamorati. A colpirmi particolarmente è stata la sua grande considerazione per le persone e le relazioni che tra esse si sviluppano, davvero sembra conoscere i tormenti dell’animo umano e delle potenzialità nascoste in ogni persona. Durante lo spettacolo ti prende e ti conduce in un viaggio emotivo durante il quale esplori e affondi le mani nella tua interiorità, scopri sentimenti nascosti e li porti alla luce perché possano parlarti e dirti qualcosa. Nel suo vasto repertorio ognuno predilige e si aggrappa ad una poesia, ad una frase, ad una strofa, la lascia risuonare dentro e d’improvviso si sente compreso, “visto”, “sentito” e, in definitiva, si sente meglio. Quando ha parlato di sua nonna e di quelle che lei chiama persone medicina mi è venuto da sorridere perché anche a me è capitato di essere definita come una sorta di medicina, che placa l’animo e infonde serenità. E a quel punto è partito il mio viaggio emotivo e mi sono in parte ritrovata nel suo Persone medicina, brano in cui esprime in modo poetico l’idea che alcune persone hanno un effetto curativo su di noi, come se fossero una medicina per l’anima:
Nonna le chiamava “persone medicina” Diceva che ci sono persone che quando le guardi guarisci Che appena le senti calmano i battiti, aggiustano i polsi Ti aprono le persiane del cuore E fanno entrare la luce vera, quella del sole. Queste “persone medicina” sono coloro che ci portano conforto, calmano le nostre ansie e ci aiutano a guarire. Sono le persone da frequentare, quelle che ci fanno sentire meglio e ci accompagnano nel nostro percorso. L’intero testo è un inno all’importanza delle relazioni umane e alla capacità di alcune persone di essere vere fonti di guarigione. Gio Evan ha uno stile musicale che si distingue per la sua profondità emotiva e la sua fusione di elementi diversi. I testi sono molto introspettivi, ricchi di metafore e riflessioni sulla vita, l’amore, la fragilità e la forza interiore. Le sue canzoni spesso esplorano temi personali e universali. La musica che accompagna i suoi componimenti non si limita a un genere specifico. Evan mescola abilmente elementi del pop, dell’indie e della musica d’autore, passando per il folk e la musica elettronica. Questa varietà rende le sue canzoni fresche e capaci sempre di sorprendere. Non teme di sperimentare con arrangiamenti e suoni. Questa curiosità artistica si riflette nella sua musica, che può variare da ballate delicate a brani più ritmati. Essendo anche un poeta, contamina di poesia la sua musica, le sue canzoni sono spesso come versi musicali, con immagini vivide e significati nascosti. Spettacolo molto interessante e piacevole. Gio Evan è un artista che sfugge alle etichette e si muove liberamente tra i generi regalando al pubblico una varietà di esperienze non solo musicali ma anche interiori. “Stai attenta a quello che mi dici, abbi cura delle parole, dosale bene, scegli quelle giuste, quelle che ti esplodono da dentro, quelle che senti fin giù alla pancia. Dimmi solo quelle che crede il tuo cuore.”(da Il libro).
In Giappone esiste un santuario piuttosto controverso dato che vi sono venerati alcuni criminali di guerra, aspetto che non è per nulla gradito a Cina e Corea del Sud. Ne ha scritto Il Post.
Fonte
“Domenica il ministero degli Esteri della Corea del Sud ha diffuso un messaggio di rammarico e critica nei confronti del governo del Giappone dovuto al fatto che il primo ministro giapponese Fumio Kishida ha fatto un’offerta al santuario shintoista di Yasukuni, a Tokyo. Non è una cosa nuova: ogni volta che esponenti del governo giapponese hanno un qualche tipo di rapporto con questo controverso luogo di culto religioso, infatti, il governo sudcoreano protesta. A Yasukuni sono venerati quasi 2,5 milioni di militari e civili giapponesi morti in guerra: nello shintoismo gli spiriti dei morti possono essere venerati come entità da onorare e a cui chiedere protezione e il santuario è dedicato a loro. Dal 1978 però tra questi militari ci sono 14 criminali di guerra della Seconda guerra mondiale condannati a morte da un tribunale degli Alleati nel 1948, tra cui il primo ministro degli anni della guerra Hideki Tojo e il generale Iwane Matsui, comandante delle truppe durante il massacro di Nanchino, in Cina, durante il quale vennero uccisi circa 250mila civili cinesi e violentate circa 20mila donne. Per questo la Corea del Sud e la Cina, che nei primi decenni del Novecento furono occupate e colonizzate dal Giappone (parzialmente, nel caso cinese), considerano il santuario il simbolo del nazionalismo e imperialismo militarista giapponese. La dominazione giapponese in Asia e le conquiste per espanderne i territori furono particolarmente brutali e portarono alla morte di milioni di persone e alla riduzione in sostanziale schiavitù di centinaia di migliaia di cinesi e coreani. Per questo in passato, per spiegare agli europei come si sentissero relativamente al santuario di Yasukuni, alcuni parlamentari della Corea del Sud lo paragonarono a un “santuario nazista”. Il governo sudcoreano ha invitato i leader giapponesi a «dimostrare un sincero pentimento» rispetto alle responsabilità storiche del Giappone. Negli ultimi due anni le relazioni diplomatiche tra i due paesi sono migliorate per l’iniziativa del presidente conservatore sudcoreano Yoon Suk-yeol, ma le divergenze sulla memoria storica continuano a essere un tema discusso. Il santuario di Yasukuni si trova nel quartiere di Chiyoda di Tokyo, poco distante dal Palazzo Imperiale. Venne costruito dall’imperatore Mutsuhito (a cui ci si riferisce come Meiji in Giappone) nel 1869 e oltre che ai caduti della Seconda guerra mondiale è dedicato ai militari morti nella guerra Boshin, un conflitto civile avvenuto tra il 1868 e il 1869, nelle due guerre tra Cina e Giappone del 1894-1895 e 1937-1945, e la cosiddetta Prima guerra d’Indocina, tra il 1946 e il 1954. Fino al 1945 era un’istituzione finanziata dallo stato giapponese, che all’epoca non era separato dallo shintoismo, la religione politeista giapponese (l’imperatore era peraltro considerato di natura divina anche prima della morte). Dalla fine della Seconda guerra mondiale invece è indipendente e non è nemmeno affiliato all’Associazione dei santuari shintoisti (Jinja Honcho), la principale organizzazione dello shintoismo. L’imperatore Hirohito (1901-1989), quello sotto il quale il Giappone partecipò alla Seconda guerra mondiale, continuò a visitare il santuario fino al 1975, smettendo dopo che su iniziativa del clero del santuario cominciarono a esservi venerati i criminali di guerra. Suo figlio Akihito e l’attuale imperatore Naruhito invece non lo hanno mai visitato. Per quanto riguarda i primi ministri, molti negli anni sono andati nel santuario ma quasi mai in veste ufficiale: in quelle rare occasioni, ad esempio nel 2013 con Shinzo Abe, i governi cinese e sudcoreano espressero dure critiche. Per quanto riguarda Kishida, da quando è diventato primo ministro nel 2021 ha più volte mandato delle offerte al santuario di Yasukuni in occasione delle festività primaverili (una è in corso) e autunnali, e nella ricorrenza del 15 agosto, anniversario della resa del Giappone nella Seconda guerra mondiale. Di persona non lo ha mai visitato come primo ministro, ma domenica è andato nel luogo di culto uno dei ministri del suo governo, Yoshitaka Shindo.
Il Corriere della Sera ha realizzato un’intervista a suor Beatrice e a suor Enrica, clarisse di clausura.
“«Vorrei sfatare l’idea che noi siamo fuori dal mondo. Non siamo angeli, non siamo speciali, invisibili o meno umane, non siamo migliori o diverse, viviamo “qui dentro” felicità, tristezze, gioie, dolori fatiche, fragilità e tutto ciò che vivono gli uomini e le donne nel mondo. Siamo nell’assoluta normalità, anche perché essere altro significherebbe il contrario di ciò che ci hanno insegnato Chiara e Francesco. E, soprattutto, contrario alla logica della fede nostra cristiana». Sorridono molto mentre parlano, anzi spesso ridono proprio di gusto: per le domande formulate con lunghi e cauti giri di parole (che loro interrompono per sintetizzare in modo diretto e crudo) sia per le battute che loro stesse si concedono raccontandosi. Nella sala arredata in modo essenziale, si coglie l’eco di un silenzio padrone di casa, ma la conversazione lievita come in un qualsiasi salotto. Sono suore, Clarisse di clausura. Chiara e Francesco sono i loro riferimenti costanti, la guida della loro scelta di vivere la fede cristiana in modo totalizzante, li nominano più volte come se li incontrassero spesso nel corso delle loro giornate silenziose e indaffarate. Però non siamo in un eremo lontano da tutto, ma nel mezzo di un popoloso quartiere della periferia Nord di Milano. Zona Gorla, nella piazza dedicata ai Piccoli Martiri del bombardamento alleato del 1944. Pochi mesi prima di quel tragico 20 ottobre il primo gruppo di «Sorelle povere», come si chiamano davvero le Clarisse, si insediò qui. Hanno accettato di lasciarsi intervistare, ma volevano «esprimere l’idea di fraternità, di comunità, non di individualità» e così a parlare sono in due: suor Beatrice, 51 anni, originaria di Lecco e suor Enrica Serena, nata a Melegnano 52 anni fa. Al citofono rispondono dicendo «pace e bene», al portone salutano stringendo la mano e per parlare hanno disposto tre sedie attorno a un tavolo, non sono dietro alla grata che sta su un lato del salone: ma da una dozzina d’anni non la usano più (come era in passato, anche per incontrare i parenti), proprio per non segnare una loro distanza dal mondo. «Ma questa è la nostra scelta – sottolineano – ogni monastero, ogni comunità fa le sue». Rispondono alternativamente alle domande, si sovrappongono, una integra la risposta dell’altra, ma chiedono che le loro voci siano riportate come una sola. Quante suore vivono qui? «La nostra fraternità è composta, al momento, da 17 sorelle, di età che varia dai 29 ai 102 anni». Centodue? «Sì, suor Maria Consolata, che fece parte del primo gruppo di sorelle che arrivò qui nel 1944. Soffre gli acciacchi dell’età, ma è lucidissima. Non sa usare il computer ma detta le sue e-mail». Quali sono le vostre regole? «Siamo qui per vivere il Vangelo, come San Francesco. La nostra fraternità si ispira a Santa Chiara, la prima donna nella storia della Chiesa che abbia composto una Regola scritta per le donne, approvata dal Papa. Gli elementi costitutivi della nostra forma di vita sono la fraternità, la povertà e la centralità della relazione con Dio, nella preghiera, e la stabilità che, soprattutto nel passato, era espressa attraverso forme di separazione materiale. Come vede alle mie spalle c’è una grata, fino a circa dodici anni fa ricevevamo le nostre visite, anche quelle dei parenti, rimanendo là dietro, poi abbiamo deciso che non fosse necessaria. E queste sono regole che variano in ogni comunità, molto dipende anche dal contesto sociale, dalle domande che arrivano dall’esterno, ma noi decidiamo comunque tutto insieme». Cioè, si va ai voti e prevale una maggioranza? «Diciamo che ci confrontiamo, discutiamo anche, ciascuna esprime il suo parere, a volte sono processi molto lunghi». Litigate? «Ma guardi che siamo umane! Vivere insieme è molto bello, anche se è difficile condividere tutto 24 ore su 24. Ciascuna di noi ha risposto a una sua chiamata, non ci siamo scelte, magari fuori di qui non ci sceglieremmo. Quindi sì, ci sono anche i conflitti, ma abbiamo il Vangelo come riferimento e guida e allora pratichiamo l’ascolto, il dialogo, il perdono, la comprensione dell’altro, la ricerca di un’armonia al di là delle difficoltà. Per noi la fraternità è anche testimonianza di questo. E la presenza del nostro piccolo monastero in un quartiere di una città vuole essere anche questo: una testimonianza. Io, per esempio, sono stata inizialmente in un altro monastero in un posto bellissimo, ma un po’ separato: quando ho conosciuto questa comunità, immersa nel quartiere, circondata da case, segno evidente che la nostra presenza è accanto alla gente, in mezzo alla vita di tutti, ecco, ho intuito che qui io ero chiamata. Ed eccomi qui, da 29 anni, in un luogo nato per testimoniare la pace proprio dove ha colpito la guerra». Com’è la giornata-tipo qui dentro? «Sveglia alle 5.15 e preghiera personale e liturgica, alle 6.30 le Lodi tutte insieme e alle 7 la messa. Poi la colazione, in silenzio, tutti i pasti li consumiamo nel silenzio. Alle 8.30 l’Ufficio delle letture, cioè preghiera fino alle 9.15 circa. Poi inizia il tempo del lavoro, un caposaldo degli insegnamenti di Chiara: ciascuna ha il suo compito, gestione della casa, pulizie, cucina portineria, cura delle anziane – facciamo tutto noi, qui non ci sono collaboratori esterni – e poi lavori di confezionamento di prodotti artigianali, come la decorazione di ceri e candele, creazione di calendari, correzione di bozze di testi religiosi, creazioni in cuoio… Alle 12.15 c’è l’Ora sesta della liturgia e poi il pranzo, con una sorella che, a turno, legge per le altre articoli che lei stessa ha selezionato». Ecco, appunto, come vi informate? Cosa arriva dal mondo esterno? «Televisione, radio, Internet, giornali e riviste cattoliche. Siamo informate, non siamo tagliate fuori dal mondo, magari abbiamo imparato a selezionare, con un esercizio disciplinato dell’uso del nostro tempo: meno quantità ma più qualità, non ci lasciamo sommergere dalle notizie ma le seguiamo, facciamo in modo che non ci scivolino addosso, ne discutiamo anche fra noi. Per esempio, abbiamo approfondito il tema della transizione ecologica e delle conseguenze sull’economia, a partire dalla protesta dei trattori, oppure proprio oggi è stato davvero interessante ascoltare l’intervista a un dottore di Medici senza frontiere». E durante il pranzo una legge e le altre stanno in silenzio? «Sì, è un momento di riflessione, risponde al bisogno di fermarsi e lasciar sedimentare. Fuori di qui è più difficile gestire i tempi e le situazioni». Torniamo all’agenda quotidiana: dopo il pranzo? «Riordiniamo, e a quel punto chiacchieriamo tra noi, per poi tornare al silenzio alle 14, quando la campana annuncia il tempo personale per ciascuna di noi, dedicato al riposo, alla preghiera personale dell’Ora Nona, allo studio. Alle 16.30 riprendiamo i lavori in casa, a volte facciamo formazione o riceviamo visite dall’esterno, alle 18 recitiamo i Vespri e poi dopo un altro momento di preghiera personale, alle 19 ceniamo. E dopo per circa un’oretta viviamo la nostra “ricreazione”, parliamo, qui attorno al tavolo, ascoltiamo anche della musica, scelta a turno da una per le altre». Di cosa parlate? «Di tutto, magari ci raccontiamo la giornata, per esempio stasera probabilmente racconteremo alle altre di quest’intervista (ridono). Diciamo, non temi che richiedano discernimento. Poi, verso le 21.15 c’è l’ultima preghiera, la Compieta, e dopo ciascuna va nella sua cella». Cella, non stanza? «Ma sì, noi la chiamiamo così, comunque è una stanzetta con un letto, un tavolino, un armadio e un lavandino con acqua fredda». Ricevete molte visite dall’esterno? «Sì, arrivano qui gruppi, per esempio giornate di ritiro, e di solito lasciano un’offerta che ci aiuta per il mantenimento del monastero. Sono soprattutto occasioni di condivisione, noi offriamo ciò che abbiamo: la nostra testimonianza, questo spazio per fermarsi, l’accompagnamento a chi sente il bisogno di nutrire la propria relazione con Dio e anche – tanto – a chi chiede ascolto. Sa che riceviamo tante richieste di ascolto personale? Anche da parte di persone non credenti. In una città come questa c’è un bisogno enorme di ascolto, di fermarsi, di un’oasi di silenzio, anche perché dalle domande vere spesso si scappa. Ecco, noi questo possiamo offrirlo, non abbiamo le risposte ma possiamo affiancarci al cammino di vita delle persone». A proposito di non credenti. Ma a chi, come voi, ha scelto di dedicare l’intera vita alla fede, non viene mai il pensiero… «… che Dio non esista? Ma figuriamoci se no! (ridono). Come diceva il cardinale Carlo Maria Martini, in ogni cristiano convivono un credente e un non credente. E noi non abbiamo alcuna prova scientifica dell’esistenza di Dio. Ma ciascuna di noi ha sentito questa chiamata della fede e ha scelto di viverla pienamente. Però, a prescindere da questo, sfatiamo il luogo comune: noi non siamo fuori dal mondo, non siamo speciali o diverse, non siamo migliori perché siamo qui dentro: felicità, tristezze, gioie, dolori fatiche, fragilità e tutto ciò che succede agli esseri umani. E come tutti attraversiamo dubbi, fatiche, anche nel credere. Siamo nell’assoluta normalità, anche perché essere altro significherebbe il contrario di ciò che ci hanno insegnato Chiara e Francesco. La differenza, semmai, è la ricerca su come abitare le cose che vivono tutti, per esempio come evitare che un conflitto sfoci in violenza, su come vivere la tristezza e la fragilità». Allora affrontiamo un’altra domanda ricorrente quando si parla delle suore di clausura: una volta compiuta la grande scelta di dedicare la propria vita alla fede, perché proprio in un monastero e non in qualche missione sociale là dove c’è bisogno di aiuto e conforto? «Quando mi sono innamorata del Signore studiavo per gli ultimi esami di medicina e ho vissuto due anni di lotta interiore attorno a questa domanda: “Con tutto quello che c’è da fare, tu vuoi andare a rinchiuderti in preghiera in un monastero?”. Poi ho elaborato la convinzione che vedo con nitidezza ancora oggi: questa mia, nostra testimonianza risponde a un bisogno non meno importante degli esseri umani, quanto il pane e la salute. La mia missione è qui, con la pratica quotidiana di un gesto minimo, per dire a tutti che la vita non si esaurisce in “cose”, la vita custodisce un vuoto, uno spazio di ristoro, l’inutile, il gratuito. E questo è molto più vero in una città come Milano, dove è richiesto a tutti di essere performanti e facilmente si perdono pezzi di umanità». Le vocazioni sono in calo costante da anni. Come immaginate il futuro di questo monastero? «Eravamo quasi trenta, quando siamo arrivate e adesso siamo in 17, con una sola novizia. Sappiamo che la realtà è questa, ma siamo anche convinte che possa essere un’opportunità, perché, come dice un salmo, “l’uomo nella prosperità non comprende”, e in fondo – per noi che crediamo nella bellezza del sine proprio, cioè del vivere senza appropriarci di nulla, cioè di nessuna proprietà personale – non ci appartiene neanche questa forma di vita. Quindi seguirà l’evoluzione che sarà necessaria, i numeri non esprimono il valore, la qualità non ha un criterio unico, figuriamoci quella di una vita di fede. L’importante è che viva il Vangelo».”
“Oggi, come gemma, ho deciso di portare una persona molto speciale per me, mio fratello A. Per me significa molto; anche se non lo dimostro, gli voglio molto bene. Lui ha 5 anni in meno di me e quindi è difficile spiegargli molte cose, ma posso capirlo. Sono molto felice di averlo come fratello così non mi sentirò mai solo, e posso insegnargli a giocare a calcio” (W. classe prima).
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare questo peluche che mi è stato donato da neonata. Si tratta di un piccolo panda regalatomi dai miei nonni pochi mesi dopo la mia nascita. Fin da subito me ne sono affezionata, era uno tra i tanti peluche che stava nel box con me però in lui ho sempre trovato qualcosa di più interessante e bello rispetto agli altri. Forse perché ci giocavo spesso con mia nonna così da farlo diventare una parte molto importante nella vita di un neonato: infatti il nome ‘panda’ é stata la prima parola che ho pronunciato. Di preciso non so come io ci sia riuscita, non me lo ricordo ovviamente, ma secondo alcune fonti avevo sempre sotto il braccio quel piccolo panda e grazie all’aiuto di mia nonna, la quale costantemente mi ripeteva il nome di quell’oggettino, da un giorno all’altro quella parola è uscita dalla piccola boccuccia. Si tratta di un oggetto molto importante per me non solo per il valore affettivo ma anche per il fatto che rappresenta la cura con cui i miei nonni mi hanno accolta nei miei primi mesi di vita. Sono molto grata per il dono di aver avuto dei nonni amorevoli, ho potuto sperimentare con loro la vicinanza, la tenerezza e la saggezza. Mi hanno insegnato cosa significhi essere benvenuta al mondo, fare parte di una storia familiare, una storia da custodire” (S. classe prima).
“Il pallone da pallavolo rappresenta lo sport che ho cominciato a praticare da settembre, il quale ha avuto una certa ricorrenza nel corso della mia vita. Con la pallavolo è sempre stato un tira e molla ma dall’inizio dell’anno scolastico ho preso la decisione di ricominciare e non smettere più una volta per tutte, combattendo così le sensazioni di inferiorità e di ansia al confronto con i miei coetanei. Ho fatto molti progressi sia psicologicamente che tecnicamente nello sport e continuerò senza più arrendermi” (A. classe quarta).
“Ho scelto di portare questo libro perché da piccola avevo paura della morte di mia madre, e allora mia mamma me l’ha comprato per tranquillizzarmi” (V. classe prima).
“Questa è la prima gemma che scrivo e ne sono orgoglioso perché vi parlerò del mio super nonno. A già un anno ho conosciuto il mio super nonno, il più forte che avevo. Quando avevo 6 anni, quando mia mamma non poteva venire a prendermi, c’era sempre lui disponibile. Dopo un po’ di anni vissuti con lui, nel 2020 ci ha lasciati in un giorno che nevicava. Appena tornato a casa dall’ultimo giorno della scuola media, dopo un po’ ho detto a mia mamma “ma il nonno?” e la mamma mi rispose “è morto” e io quel giorno mi sono detto che non lo avrei più dimenticato. Ancora oggi vado a salutare il mio super nonno e gli dico nei miei pensieri un forte grazie dal profondo del mio cuore e lo sento ancora parlare dall’alto dei cieli come se fosse vivo e vicino a me e alla nonna” (E. classe prima).
“Come mia prima gemma ho deciso di portare la mia cantante preferita, Mitski. Ho scelto di portare lei perché penso che le sue canzoni abbiano un significato molto profondo e in alcune di esse mi ci rivedo tantissimo. L’ho cominciata ad ascoltare qualche anno fa e tutt’ora la ascolto. Penso che sia una cantante bravissima e piena di talento, perciò mi piace” (M. classe prima).
“Sono sempre stata un’amante di Hello Kitty e anni fa mi è stata regalata questa sveglia. Questo è ciò che utilizzo ogni mattina da quando vado in prima elementare e per me rappresenta il diavolo. Tante volte da piccola ho provato a distruggerla ma ho sempre fallito. Mi ricordo di una volta in cui l’ho lanciata dalle scale e sono caduta io, invece che romperla. La odio ma so che è l’unica cosa in grado di placare il mio sonno, nessun allarme è potente quanto il suo per me. Il giorno in cui la romperò sarà pure il giorno in cui libererò il miei sogni da questo inferno. Non ditemi di cambiare sveglia perché amo Hello Kitty e non lo farò” (M. classe prima).
Sono passati 10 anni, proprio adesso. Sto scrivendo al pc e la campana del mio paese ha appena dato il rintocco dell’01:00. Le finestre sono aperte dopo questa calda e anomala giornata di aprile. Esattamente 10 anni fa, succedeva quello che racconta questo articolo de IlPost.“Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2014, dieci anni fa, alcuni miliziani del gruppo islamista e terrorista Boko Haram fecero irruzione in una scuola secondaria di Chibok, città a maggioranza cristiana nel nord-est della Nigeria, e rapirono 276 studentesse tra i 16 e i 18 anni. Alcune di loro riuscirono a scappare lanciandosi giù dai furgoni su cui erano state caricate, altre furono liberate negli anni successivi in varie operazioni dell’esercito nigeriano, in cambio di grossi riscatti. Di un centinaio di loro si sono perse le tracce. Il rapimento delle studentesse di Chibok ebbe un’enorme risonanza anche fuori dalla Nigeria. Fu raccontato in documentari, libri e fu oggetto di molte manifestazioni. Nacque anche un movimento, chiamato “Bringbackourgirls” (“Ridateci le nostre ragazze”), che ancora oggi chiede di trovare e liberare le studentesse disperse. Il rapimento di Chibok è diventato un po’ il simbolo di un problema che in Nigeria esiste ancora oggi: i rapimenti di massa continuano a essere frequenti, attuati con modalità simili a quelle di Chibok, sia da gruppi terroristici che da gruppi criminali comuni, e i vari governi non sono mai stati in grado di gestirli. Il 14 aprile del 2014 i miliziani raggiunsero la scuola a bordo di furgoni. A Chibok, dove vivono circa 66mila persone, c’erano già stati attacchi di Boko Haram, e nelle ore precedenti al rapimento in città erano già circolate voci sull’arrivo del gruppo, per via di alcune telefonate di residenti di città vicine che avevano visto un convoglio di furgoni dirigersi verso Chibok. Una volta raggiunta la scuola, i miliziani fecero irruzione al suo interno. Nonostante gli attacchi precedenti, la città non era dotata di un’adeguata sicurezza. Una quindicina di soldati lì presenti si scontrarono coi miliziani e cercarono di fermarli: gli scontri durarono circa un’ora, ma non arrivarono rinforzi. I miliziani di Boko Haram erano di più e più armati: uccisero alcuni soldati e iniziarono a rapire le studentesse, minacciandole di morte se non li avessero seguiti, e a caricarle sui furgoni. Poi diedero fuoco alla scuola. Una volta terminato il rapimento, il convoglio di furgoni si diresse verso la foresta Sambisa, un’enorme area che si estende per oltre 500 chilometri quadrati e che è considerato da tempo un nascondiglio e luogo di addestramento dei miliziani di Boko Haram. L’operazione durò in tutto cinque ore. Le studentesse che riuscirono a lanciarsi giù dai furgoni e a scappare furono una cinquantina. Nei giorni successivi alcuni familiari delle altre si unirono e si addentrarono nella foresta, a bordo di moto e con armi artigianali, senza successo. Il rapimento suscitò reazioni molto intense da parte dell’opinione pubblica nigeriana e non solo: il fatto che un gruppo di terroristi potesse agire quasi indisturbato, rapendo quasi 300 persone all’interno di una città, bruciando una scuola e scappando, divenne l’esempio della grave inadeguatezza delle istituzioni, e di come gruppi criminali e terroristici potessero sfruttarla per rafforzarsi. Nei mesi successivi, inoltre, organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International accusarono l’esercito nigeriano di essere stato a conoscenza del pericolo di quel rapimento e di non aver fatto nulla per evitarlo. Le autorità locali promisero di impiegare tutte le risorse umane e materiali necessarie al ritrovamento e alla liberazione delle studentesse, ma ci vollero tre anni per ottenere le prime liberazioni. Con uno scambio di prigionieri organizzato dal governo nigeriano, a maggio del 2017 furono liberate 82 studentesse. Oltre allo scambio di prigionieri il governo nigeriano pagò un riscatto dell’equivalente di 3 milioni di euro: la cifra dell’importo fu rivelata con una lunga inchiesta del Wall Street Journal, di fatto il primo resoconto dettagliato di come si fosse arrivati alla liberazione di gran parte delle studentesse rapite. Con la liberazione delle studentesse arrivarono anche i primi racconti sulla prigionia: alcune ragazze raccontarono di conversioni forzate all’Islam, di matrimoni forzati con miliziani di Boko Haram e del fatto che chi si rifiutò fu costretta a violenze e lavori forzati. Alcune studentesse morirono di parto, altre durante attacchi compiuti dall’esercito nigeriano contro Boko Haram. Negli anni successivi furono liberate alcune altre studentesse, diventate ormai adulte, ma di molte altre non si ebbero più notizie. L’interesse dell’opinione pubblica andò scemando, e si diffusero anche teorie del complotto secondo cui il rapimento di Chibok non sarebbe in realtà mai avvenuto e sarebbe stato inventato per fini politici. I rapimenti sono continuati anche negli anni successivi, sia da parte di gruppi terroristici che da parte di criminali comuni. Quelli compiuti nelle scuole sono stati i più frequenti: scuole e collegi si trovano molto spesso in luoghi isolati e fuori dai centri cittadini, in punti in cui la sicurezza è ancora più precaria o assente che in città. Rapire gruppi numerosi di studenti, bambini o adolescenti rende anche più facile l’ottenimento di un riscatto, per la pressione dei media nazionali e internazionali e dell’opinione pubblica nigeriana per la loro liberazione. Secondo l’organizzazione Save the Children, dal 2014 a oggi sono stati rapiti circa 1.600 studenti e studentesse solo nel nord del paese, area in cui tendono a essere più attivi gruppi radicali islamisti come Boko Haram. Solo il mese scorso, in tre diverse operazioni, sono stati rapiti oltre 300 studenti. I governi che si sono succeduti finora in Nigeria non solo non sono stati in grado di gestire questi problemi, ma a volte ne hanno a loro volta approfittato per arricchirsi. In passato i flussi di denaro per i riscatti sono stati anche un’occasione di guadagno per funzionari pubblici di medio livello, che nei casi in cui il governo gestiva i negoziati con i rapitori hanno iniziato a trattenere parte della somma destinata a liberare gli ostaggi. Nel corso degli anni sono stati avviati vari progetti, come il Safe Schools Initiative, promosso dalle Nazioni Unite per rafforzare la sicurezza attorno alle scuole, e la cui realizzazione è stata ostacolata da vari problemi, tra cui la corruzione dei politici locali e la stessa instabilità politica del paese. I rapimenti di massa sono però diminuiti dal 2022, quando il governo ha approvato una legge che rende illegale pagare i riscatti e ha reso i rapimenti punibili con la pena di morte nel caso in cui le persone rapite muoiano.”
“Ho portato questa maschera sia per presentarla come gemma sia per utilizzarla dopo, visto che è parte del costume che indosso nello spettacolo di fine anno e questo pomeriggio ho una presentazione di questo spettacolo. Rappresenta il corso di teatro, che sebbene sia “solo un PCTO” ha avuto un grande impatto su di me come persona e ha provocato un’importante crescita in me” (F. classe quarta).
Margherita Ramajoli sulla rivista Il Mulino scrive un pezzo sul rapporto tra Intelligenza Artificiale e mondo della giustizia dal titolo Siamo pronti per una giustizia artificiale? E’ del 25 marzo.
“Disciplinare una tecnologia inafferrabile e in costante evoluzione come l’intelligenza artificiale non è un’impresa facile. Ciò spiega perché il Regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act), approvato la scorsa settimana dal Parlamento europeo – manca solo il passaggio formale da parte del Consiglio –, ha avuto una gestazione lunga oltre tre anni ed entrerà in vigore gradualmente, tra la fine del 2024 e il 2026. La normativa, inevitabilmente complessa, segue un approccio fondato sul rischio e regola l’intelligenza artificiale sulla base della sua attitudine a causare danni alla società, modulando gli obblighi introdotti in base al diverso grado di pericolo di lesione per i diritti fondamentali: più alto è il rischio paventato, maggiori sono gli oneri e le responsabilità dei fornitori, distributori e operatori dei sistemi di IA. Il Regolamento è conscio del fatto che l’applicazione dei sistemi di IA nello specifico campo della giustizia produce benefici, ma altrettanti problemi. L’AI Act parla di risultati vantaggiosi sul piano sociale che la giustizia digitale porta con sé. Più nello specifico, l’uso dell’IA nel campo della giustizia consente il raggiungimento degli obiettivi propri della giustizia standardizzata: l’efficienza, perché l’IA può essere impiegata in massa a scale e velocità di gran lunga superiori a quelle raggiungibili da qualsiasi essere umano o collegio di esseri umani nelle attività di archiviazione, indagine e analisi delle informazioni giudiziarie; l’uniformità, perché per definizione l’IA elimina spazi di creatività e fornisce risposte prevedibili. Tuttavia, l’affidarsi a sistemi di IA nel processo decisionale presenta anche punti di debolezza e pone due problemi: il problema della scatola nera e il problema del pregiudizio dell’automazione. Si parla di scatola nera perché esiste una tensione intrinseca tra il dovere del giudice di motivare le proprie decisioni e la limitata «spiegabilità» di alcuni sistemi di IA. Il procedimento trasformativo degli input in output può risultare opaco al punto tale che gli esseri umani, compresi pure quelli che hanno ideato e progettato il sistema, non sono in grado di capire quali variabili abbiano esattamente condizionato e determinato il risultato finale. Questa opacità limita, se addirittura non impedisce, la capacità del giudice che si serve del sistema di IA di giustificare le decisioni assunte sulla scorta del sistema. Il pregiudizio dell’automazione allude invece al fenomeno generale per cui gli esseri umani sono propensi ad attribuire una certa autorità intrinseca ai risultati suggeriti dai sistemi di IA e nella nostra quotidianità abbondano esempi di questo sottile condizionamento. Di conseguenza, l’applicazione dei sistemi IA nel campo della giustizia può soffocare l’aggiornamento valoriale, visto che i sistemi di IA imparano dal passato e tendono a riprodurre il passato. Se nel futuro un giudice facesse affidamento, sia pure inconsciamente, solo sui sistemi di IA, il cosiddetto effet moutonnier [una naturale tendenza a conformarsi alla maggioranza, ndr] spingerebbe i giudici verso un non desiderabile conformismo giudiziario, sordo alle trasformazioni sociali ed economiche. Se queste sono le questioni poste dalla giustizia artificiale, le soluzioni offerte dal diritto risultano significative, anche se non sempre facili da applicare. I sistemi di IA destinati all’amministrazione della giustizia, tranne quelli impiegati per attività puramente strumentali (l’anonimizzazione o la pseudonimizzazione di decisioni, documenti o dati giudiziari, le comunicazioni tra il personale e così via), sono reputati ad alto rischio e come tali sono sottoposti a rilevanti limiti e obblighi. Secondo il Regolamento «il processo decisionale finale deve rimanere un’attività a guida umana» e quindi l’IA può fornire sostegno ma mai sostituire il giudice. Questa riserva d’umanità, ora solennemente proclamata dal legislatore europeo, sottende la consapevolezza che l’attività giudiziaria ha una sua unicità, non è formalizzabile a priori e non è riproducibile artificiosamente. Per giudicare non sono sufficienti solo conoscenze giuridiche, perché il ragionamento giudiziario richiede una varietà di tecniche cognitive, l’apprezzamento dei fatti complessi e sempre diversi, l’impiego dell’induzione e dell’analogia, l’impegno nell’argomentazione, l’uso di ragionevolezza e proporzionalità. Tuttavia, nel passaggio dal piano astratto proclamatorio al concreto piano applicativo riemergono alcune questioni irrisolte. Anzitutto, non è immediato individuare né quale soggetto istituzionale sia legittimato a controllare il rispetto della riserva d’umano nelle decisioni giudiziarie, né quali strumenti efficaci possano essere impiegati a tal fine. In secondo luogo, non può dirsi superato il rischio del pregiudizio dell’automazione, perché l’effetto gregge potrebbe spingere il giudice ad aderire al risultato algoritmico e a non assumersi la responsabilità di discostarsene anche quando tale risultato non risulti cucito su misura sulle specificità della lite in esame. Ancora, per quanto l’AI Act abbia introdotto specifici obblighi per i fornitori di IA e in particolare l’obbligo di procurare ai giudici e alle autorità di vigilanza le «istruzioni per l’uso», comprensive delle specifiche «per i dati di input o qualsiasi altra informazione pertinente in termini di set di dati di addestramento, convalida e prova», queste fondamentali informazioni vanno condivise solo «ove opportuno». In altri termini, il Regolamento rende non necessaria, ma discrezionale la resa di informazioni proprio di quei dati di input che determinano in modo significativo gli output con cui i giudici dovranno fare i conti. Torna così anche il problema della scatola nera, quella tensione intrinseca tra il dovere del giudice di motivare le proprie decisioni e la limitata comprensibilità e, di conseguenza, spiegabilità di alcuni sistemi di IA. In ultima analisi, i detentori della tecnologia – sviluppatori di sistemi di IA – si ergono a veri e propri poteri privati, rispetto ai quali l’ordinamento giuridico, ma ancora prima la politica, devono ancora ingegnarsi a trovare efficaci contrappesi. Anche se non possiamo realisticamente ritornare a un mondo senza intelligenza artificiale, sia in generale, sia in campo giudiziario, le questioni da affrontare sono ancora tante e il diritto è solo uno dei tanti strumenti per cercare di risolverle.”
“Come prima gemma ho voluto portare una delle persone più importanti che ho al mio fianco: mia sorella. Lei è una delle persone che riesce a capire subito se qualcosa non va e anche se con lei non riesco a parlare tanto dei miei problemi, sa quando sto male e viceversa. Anche se non ce lo dimostriamo, ci vogliamo un bene infinito e, nonostante i litigi, sarà sempre un posto sicuro in famiglia dove so di poter andare per stare bene. C’è stato un periodo in cui proprio ci odiavamo e neanche ci calcolavamo, ma abbiamo entrambe capito di quanto io sia importante per lei e lei per me. Lei è stata sempre la prima persona a cui dico le cose, e non mi ha mai fatta stare male su quello che pensavo. Siamo sempre state molto unite, sin dal giorno in cui sono nata: lei aveva 4 anni e le prime cose che aveva detto ai miei genitori quando ero nata erano “trattate bene la V.”. Abbiamo tanti ricordi insieme e tutti mi fanno capire quanto le voglia bene” (V. classe prima).