Dalila e Giuditta (e Cleopatra)

Jovanotti poteva darglielo, un nome. Poteva dire Cleopatra, poteva fare il gesto colto e preciso. Invece no: nella canzone Buon sangue c’è una figura nella canzone che non ha nome. La lascia nell’ombra, alta un metro e dieci, e la chiama semplicemente “una mia ava”. Una donna piccola, piena di calore, che ha frequentato romani, galli, egizi e greci. Che ha sottomesso persino un imperatore.
E che da lì, da quella vita ai margini della storia ufficiale, gli ha insegnato qualcosa.

Nella quarta figura di Buon Sangue, Jovanotti fa un’operazione culturale più sottile di quanto sembri a prima lettura. Non sta parlando di seduzione nel senso deteriore del termine, ma di arte — usa proprio questa parola: “l’arte buona di dare piacere”. E l’arte si impara, si pratica, richiede attenzione all’altro. Non è furbizia, non è manipolazione. È una forma di intelligenza emotiva che la storia ha faticato a riconoscere come tale, soprattutto quando era esercitata da chi non aveva accesso ai canali ufficiali del potere.

Nel video questa figura viene affiancata ad altre due: Dalila e Giuditta. Storie lontanissime tra loro nel tono e nell’esito, eppure legate da un filo comune. Tutte e tre agiscono in un mondo che non le riconosce come protagoniste e riescono a determinare il corso degli eventi in modo decisivo attraverso strumenti che la cultura dominante ha sminuito o demonizzato.

Al solito, lascio qui alcune domande che il testo ha suscitato.

Esistono davvero diversi tipi di potere? Quello che si esercita con la forza, con il denaro, con il titolo — e quello che si esercita con la relazione, con l’empatia, con la capacità di far sentire l’altro visto e desiderato. Nella vostra vita quotidiana, quale riconoscete più spesso? Quale vi sembra più efficace? E quale, onestamente, vi sembra più giusto?

Perché le donne che hanno esercitato un grande potere vengono ancora oggi giudicate diversamente? Cleopatra è intelligenza politica o femme fatale? Dalila è una traditrice o una donna usata da un sistema più grande di lei? Giuditta è un’eroina nazionale o un’assassina a sangue freddo? Cambierebbe qualcosa nel vostro giudizio se al posto suo ci fosse un uomo che usa l’astuzia per eliminare un nemico?

Sansone sapeva che Dalila lo stava tradendo, eppure parla. Come si interpreta questo? È debolezza, è amore, è il bisogno irresistibile di essere davvero conosciuti da qualcuno — anche a costo di distruggersi?

Dare piacere è un gesto di forza o di debolezza? Non necessariamente in senso romantico: nella vita di ogni giorno, chi dedica attenzione agli altri, chi cura le relazioni, chi sa ascoltare — viene valorizzato o viene dato per scontato? La nostra cultura premia di più chi prende o chi dà?

E infine, la domanda che il video lascia sospesa nell’aria: come guardiamo i corpi, oggi? Sui social, nella pubblicità, nei film — chi decide come devono apparire? C’è differenza tra un corpo che si presenta come soggetto attivo e uno ridotto a superficie su cui gli altri proiettano i propri sguardi? Sapete riconoscere la differenza, quando la incontrate?

L’ava di Jovanotti non è sulle enciclopedie. Non ha vinto battaglie con le armi, non ha firmato trattati, non ha lasciato monumenti con il suo nome inciso sopra. Eppure è nella genealogia. È tra gli antenati illustri. Forse è proprio questo il punto più silenzioso e più sovversivo dell’intera strofa: decidere da chi discendere. Scegliere chi mettere nella propria storia.

Gemma n° 2996

“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare le mie emozioni.
Diciamo che nonostante la mia perplessità ho deciso ugualmente di portare quello che per tanto tempo ho cercato di tenere per i fatti miei. Decidere come “tradurre” quello che voglio comunicare non è facile, infatti non ne ho la minima idea.
Non per niente come modo per partire ho deciso di portare questo video. Ci sono stati molti momenti in cui mi sono sentita come questo fiore, talmente euforico da esplodere, mostrare tutti i suoi colori, ma come ben si sa non hanno vita infinita, ad un certo punto appassiscono. Ma l’appassire non determina la fine della loro vita: rinascono e penso che sia una delle metafore migliori che potessi usare per descrivere quello che penso.
La mia vita segue la stessa vita interiore o emotiva di un fiore, solo che ciò che la rende imprevedibile sono i tempi, che tendono sempre a sorprendere. Non so mai quando l’euforia finirà e dietro l’angolo mi starà aspettando un altro periodo di più profonda depressione. Non so e probabilmente la strada per arrivare a poter decidere i tempi di fioritura e appassimento sarà lunga. A volte penso a cosa sarebbe la mia vita senza questa cosa che vive in me e per quanto abbia reso l’esistere alquanto detestabile, riconosco che tutto il dolore provato, ogni singola lacrima, ogni singolo senso di vuoto ma anche ogni risata, ogni azione impulsiva, ogni singolo pezzo d’amore non sarebbe lo stesso. Come mi è stato più volte chiesto, non penso che rinuncerei mai al mio bpd, anche se a volte questo significa essere “condannata” a vivere una vita piena e sicuramente totalmente lontana dall’equilibrio. Le mie emozioni sono una delle parti più importanti di me, le parti a cui non rinuncerei mai, e vivere senza provarne anche solo un terzo non sarebbe la stessa cosa” (I. classe quinta).

Gemma n° 2995

“Come gemma ho deciso di portare Kurt Cobain. Era il cantante dei Nirvana, uno dei miei gruppi preferiti. Era un ragazzo normale, molto intelligente ma che aveva anche dei problemi. La prima volta che l’ho ascoltato cantare, ho pensato che non lo facesse solo per farsi dire che era bravo, ma che lo facesse perché ne aveva bisogno e amava farlo. Non voleva solo che la sua voce fosse intonata, voleva che fosse vera.
Ciò che mi colpisce di Kurt, è che non era come una divinità irraggiungibile, era una persona come un’altra. Diceva che amava essere diverso e distinguersi dagli altri, ma nel profondo era insicuro, proprio quanto lo siamo tutti noi.
Kurt si definiva femminista e supportava qualsiasi minoranza, e non per farsi amare, ma perché era una persona molto empatica. Nei testi delle sue canzoni, raccontava spesso di persone “ai margini della società”, perché in fondo anche lui si riteneva ai margini.
Kurt non ci insegna ad essere perfetti, ma a restare umani sia con le cose buone che quelle cattive che abbiamo dentro di noi. Quindi, ho scelto lui come gemma perché Kurt Cobain non è solo un poster sul muro, ma è anche un pensiero che mi dice “Va bene non essere ok” e penso che questa sia una cosa che tutti dovremmo sentirci dire”.
(A. classe prima).