Non mi capita di frequente di leggere un libro di cui non solo so già la trama, ma di cui ho persino già visto la riduzione cinematografica (un film che mi è piaciuto!). Spero che l’effetto sia migliore di quello che generalmente si crea quando si vede un film tratto da un libro amato: la delusione. Il libro in questione è “Febbre a 90’” di Nick Hornby. Un attimo fa ho letto questa frase, da collocare nel 1969: “E comunque l’assenza di qualsiasi diretta televisiva di calcio significava che spesso non sapevamo chi era veramente bravo e chi no: la sintesi delle partite mostrava giocatori bravi che segnavano, piuttosto che giocatori scarsi che sbagliavano”. Mi rendo conto che, a volte, nella mia vita ho bisogno di fare la stessa cosa: guardare alcuni aspetti con un occhio meno analitico e selettivo per percepire uno sguardo d’insieme che mi faccia cogliere la bellezza, più i pregi che i difetti. E’ un po’ come quando mi arrabbio con le riprese televisive di certi avvenimenti sportivi: per godere della bellezza dello spettacolo bisogna porsi in una determinata e corretta prospettiva. Se durante una diretta l’operatore stringe l’inquadratura eccessivamente si perde lo sguardo d’insieme, l’armonia del gesto, il movimento del tutto. Certo, ci sarà poi anche il momento dell’analisi, ma preferisco che questo venga dopo aver buttato almeno un’occhiata all’insieme.
A questo punto mi verrebbe voglia di iniziare una riflessione fotografica su grandangolo e teleobiettivo, ma me la riservo per un’altra volta…
Oggi facciamo un salto indietro grazie al post di facebook di una collega (grazie Silvia) che ha citato un passaggio che riporto più sotto. Quello che chiedo di fare è un salto nel tempo e nello spazio.
Andiamo al 616 d.C. oltre il Canale della Manica. E’ appena diventato re il pagano Edwin, che chiede in moglie la cristiana Etelburga, figlia del re del Kent. Edwin garantisce di non interferire nella vita religiosa della futura sposa che quindi si mette in viaggio insieme al proprio cappellano Paolino per raggiungerlo. Secondo la “Historia ecclesiastica gentis Anglorum” del Venerabile Beda, Edwin è molto indeciso sul fatto di diventare cristiano o meno e decide di ascoltare il pare di alcune persone. Uno dei suoi consiglieri gli dice: “O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena con i tuoi dignitari d’inverno, con il fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.”. Edwin si battezza a York nel 627. Stop, fine del viaggio.
Mi piace molto l’immagine utilizzata nella metafora e la chiave di lettura cristiana è data dallo stesso Beda nell’ultima riga. Ma voglio giocare e vederla diversamente, facendo finta che quell’ultima riga non ci sia, e immaginare che il volo del passero rappresenti tutta la vita, fatta di tempeste e calme piatte, di momenti turbolenti e momenti sereni, con la consapevolezza che spesso proprio le tempeste ci permettono (o ci costringono) a rimettere a punto la nostra barca e a ricalcolare la rotta. Senza passare attraverso la burrasca il Jim Carrey di The Truman Show non potrebbe capire di essere immerso in una vita fittizia, né troverebbe il coraggio di disobbedire al regista Christo. Ci aggiungo un verso del brano La tempesta di Angelo Branduardi:
“Non c’è più vento per noi, tempo non ci sarà
per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.
Si alzerà il vento per noi, tempo per noi sarà
il nostro viaggio, la guida,la mano del destino
ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà”.
Questo post è dedicato particolarmente alle terze. Abbiamo visto in classe il film Minority Report e abbiamo riflettuto a lungo su due dei temi caldi del film: il libero arbitrio, e quindi la possibilità di scelta fondata sulla libertà, e la capacità di vedere, intesa non tanto come esperienza esclusivamente sensoriale ma anche intellettuale. Ecco che, mentre faccio un’operazione di pulizia di riviste e giornali che compro e poi accumulo quando non ho tempo di leggere, mi imbatto nelle brevissima rubrica di Alessandro Masi sull’ultimo numero del 2013 di Sette. A proposito del termine Opinione, scrive: “Il latino opinari (“credere, pensare”) deriverebbe dalla radice indoeuropea *op-, che rimanda ai concetti di “vista” (in parole come ottica) e di “scelta” (in termini come optare e opzione): per avere un’opinione occorre guardare ciò che succede e prendere posizione di conseguenza. Un procedimento faticoso che oggi si tende a semplificare saltando il primo passaggio: curiosamente, meno si sa di un argomento, più si ritiene di poterne parlare.”
Il pezzo si intitola “L’opinione di chi scruta e poi fa una scelta”. Quale miglior sintesi per quanto fa Anderton nel film?
Posto un articolo interessante di Dario Morelli che ho trovato su L’Huffington Post. Va a implementare l’argomento del secondo anno sul sacro nella pubblicità. Alla fine della lettura mi son portato dietro una gran tristezza senza viverla con la leggerezza di Morelli; forse perché ho la sensazione che molti desiderino proprio questo tipo di Jesus Superhero… E la cosa mi preoccupa non poco.
“La Warner Bros sta promozionando “L’uomo d’acciaio”, il nuovo film di Superman, tra i pastori cristiani d’America. Li sta invitando gratuitamente alle proiezioni. Ha persino commissionato a un teologo un’omelia intitolata “Jesus: The Original Superhero”, da utilizzare per le prediche domenicali. Parla di un messia venuto da lontano, cresciuto da genitori umani che non comprendono la fonte dei suoi poteri, e che all’età di 33 anni è chiamato al supremo sacrificio per salvare l’umanità. Superman di Kripton o Gesù di Nazareth, siamo là. Lo riferisce l’autorevole CNN, in questo caso ancora più autorevole in quanto appartenente alla stessa Time Warner che controlla la Warner Bros. Tutto il materiale pubblicitario di stampo cristiano riferito al film è reperibile su un apposito sito. Questo tipo di promozione non è una novità. Campagne simili sono già state allestite per “I Miserabili”, “Soul Surfer” e “The Blind Side”. Il sistema comincia ad essere consolidato. Del resto si tratta solo di una evoluzione naturale del mercato pubblicitario, sempre più attento a targettizzare e personalizzare la comunicazione. Infatti è da sottolineare che “L’uomo d’acciaio” non viene presentato a chiunque come una rievocazione fantascientifica della vita di Gesù. Questa lettura è riservata soltanto ai ministri di culto delle chiese cristiane d’America, evangelisti del Verbo da tramutare anche in evangelisti della Warner. E questo anche in ottemperanza al nuovo comandamento del social marketing, secondo cui il prodotto va piazzato prima di tutto gli opinion leaders, lasciando poi a loro il compito di diffondere il verbo pubblicitario nella propria cerchia di influenza. Viceversa, per il resto del mondo – mediamente insensibile alla cristologia – il film di Superman è presentato soltanto come un film di Superman: eroismo, effetti speciali, crash boom bang.
Qualcuno potrebbe osservare che si tratta di una strumentalizzazione del sentimento religioso per fini commerciali. Assolutamente sì, ma di un tipo completamente nuovo rispetto al passato. Questa non è una di quelle solite pubblicità Benetton-style, che usano i riferimenti religiosi per provocare scandalo e far ricordare il brand. Qui siamo davanti a un uso molto più raffinato e strategico del sentimento religioso, un uso potremmo dire “integrato”. Si tenta di capire come la pensa ogni determinata fetta di pubblico per poi parlarle nel suo stesso linguaggio, presentando il prodotto nel modo più confacente al suo punto di vista. Non è niente di dissimile da quello che si fa nella comunicazione politica, quando il candidato tenta di “vendersi” parlando di valori cristiani ai cristiani, di lavoro ai disoccupati, di impresa agli imprenditori, etc. Questo è il portato del nuovo marketing basato sulla profilazione, sui messaggi ritagliati addosso a ciascun cluster di pubblico, idealmente a ogni singolo destinatario del messaggio stesso. Non c’è da scandalizzarsi se questo tipo di pubblicità comincia a intaccare una delle leve più potenti dell’animo umano, il sentimento religioso. L’importante, come sempre, è saperlo.”
Ogni giorno faccio delle scelte. A volte sono meditate e ben ponderate, altre volte si basano sull’istinto o sul momento. A volte hanno conseguenze decisamente gravose, altre volte sorvolabili. A volte portano a strade imprevedibili, altre volte sono molto scontate. Il bello è che spesso i ragionamenti si focalizzano e si soffermano sulle motivazioni di una scelta che in realtà ho già esercitato, e il grosso del lavoro non è sulla decisione in quanto tale ma sul renderne ragione… E’ ben chiaro in questo dialogo di Matrix Reloaded.
“Oracolo: Dolcetto?
Neo: Tu sai già se lo accetterò vero?
Oracolo: Se non lo sapessi bell’oracolo sarei…
Neo: Se sai già la risposta come posso fare una scelta?
Oracolo: Perché non sei venuto qui per fare una scelta, la scelta l’hai già fatta, sei qui per conoscere le ragioni per cui l’hai fatta.”
Il lato divertente e imprevedibile è che, spesso, arrovellandomi sulle ragioni mi ritrovo a rivalutare la scelta iniziale 😉
Prendo spunto da un dialogo del film Matrix (e mi accorgo che sono già passati 14 anni dalla sua uscita, gosh!). Chi non l’avesse visto sappia che Thomas Anderson è un programmatore informatico e, come hacker, utilizza lo pseudonimo di Neo. Viene contattato dal misterioso Morpheus. Ecco uno dei primi dialoghi:
“Morpheus: Immagino che in questo momento ti sentirai un po’ come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio.
Neo: L’esempio calza.
Morpheus: Lo leggo nei tuoi occhi: hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla verità. Tu credi nel destino, Neo?
Neo: No.
Morpheus: Perché no?
Neo: Perché non mi piace l’idea di non poter gestire la mia vita.
Morpheus: Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c’è. E’ tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo. Non sai bene di che si tratta, ma l’avverti. E’ un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto. E’ questa sensazione che ti ha portato da me. Tu sai di cosa sto parlando…
Neo: Di Matrix.
Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta, che cos’è? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. E’ quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. E’ il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi, per nasconderti la verità.
Neo: Quale verità?
Morpheus: Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos’è. E’ la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.”
Ho citato il film non per parlare di misteriose realtà nascoste sotto quello che stiamo vivendo (o pensiamo di vivere, per restare nell’atmosfera del film), o per introdurre il tema del complottismo, ma semplicemente per utilizzarlo come metafora del cammino dell’uomo alla ricerca di se stesso: a volte risultiamo imperscrutabili anche a noi stessi, facciamo fatica a capire chi siamo, a comprendere quali sono le cose significative per noi. Sento spesso le persone parlare di desiderio di fuggire, di scappare da una realtà che non sentono più loro, di difficoltà di sentirsi appartenenti a un luogo che non sentono più proprio. Ecco allora che mi chiedo: quello che non si trova è un posto dove stare o un chi essere in qualsiasi luogo ci si trovi?
Stamattina abbiamo letto in terza questo brano di Robert Frost (penso anche di verci già fatto un post):
“Due vie si dipartivano in un bosco giallo, e dispiaciuto di non poter a un tempo percorrere l’una e l’altra, a lungo mi fermai e seguii tutta la prima con lo sguardo fino a dove essa girava tra gli arbusti; poi presi l’altra, che era altrettanto buona, con forse un motivo in più per farsi preferire, essendo tutta erbosa e assai poco segnata; sebbene, quanto a quello, il transito di là le avesse, in fondo, rese più o meno uguali, e fossero ambedue coperte quel mattino di foglie da nessuno calpestate e annerite. Oh, mi riservai la prima per un altro giorno! Ma sapendo che più si va, più si è costretti ad andare, dubitavo se mai sarei tornato indietro. Tutto questo racconterò con un sospiro un giorno e un luogo lontanissimi da ora: due vie si dipartivano in un bosco e io presi quella che meno era battuta, e tutta la differenza stette in questo.”
Quello che mancava era il collegamento a “L’attimo fuggente” che ho trovato sul blog Libero il verso:
In alcune seconde abbiamo finito di vederlo, in altre quasi. Ho trovato questo breve commento in rete.
“Mondi separati, non comunicanti, che se per caso si accostano sono incapaci di comprendersi, questo racconta Francesco Munzi nel suo film “Saimir”. Essere immigrati, non avere gli strumenti necessari per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi vive nel proprio paese: questo è ciò che sente Saimir, la cui adolescenza sembra essere stata compromessa per sempre dalla condotta del padre e dallo squallido universo che lo circonda. Non accetta la vita propostagli dal padre con la promessa di un mondo migliore. Questa esistenza gli pesa ogni giorno di più. Sembra aprirsi uno spiraglio quando incontra una ragazza italiana, che accetta senza riserve di uscire con lui. Saimir per un attimo ridiventa ragazzino, ritrova la spensieratezza della sua età, sorride, si sente come gli altri, ma poi il desiderio di trattenere la prima cosa bella che ha incontrato in un paese così estraneo gli fa commettere una serie di sbagli.
Un regalo troppo costoso e precoce, il racconto del suo tipo di vita spaventano la ragazza e la allontanano irrimediabilmente da lui. Non è questione di razzismo, è che la differenza di cultura e di stili di vita crea tra i due giovani una tragica incomunicabilità, rinchiudendo Saimir nel recinto di emarginazione e di solitudine che imprigiona molti come lui. La sequenza della scenata nella classe di Michela ha una grande forza espressiva: con la rabbia il protagonista cerca di abbattere il muro dell’indifferenza sociale, della discriminazione, e la macchina da presa prende le sue difese, si identifica con lui senza provare pietà o compassione. Vede solo attraverso i suoi occhi profondi, avidi di vita e di libertà.
Essere immigrati vuol dire non avere gli strumenti necessari per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi vive nel proprio paese. Nel film c’é un cameo, una specie di ringraziamento a una famiglia rom che lo ha aiutato a conoscere i rapporti generazionali tra padri e figli, il furto nella casa dei ricchi. Nell’appartamento i ragazzi rubano tutti i ritratti incorniciati, come se volessero appropriarsi, più che degli oggetti, della vita delle persone fotografate; indossano pellicce, frugano tra i ricordi personali, ma la soddisfazione più grande se la prende il giovane rom dal corpo scheletrico buttandosi nella piscina, simbolo di un agio che si può solo “rubare”. Al caos rumoroso dell’intrusione segue il tuffo al rallentatore del ragazzino rom nella piscina. La musica di Vivaldi che lo commenta aumenta il gradiente di drammaticità e offre l’appiglio per una lettura simbolica che esce dal feroce realismo, anche sonoro. La regia non sembra mai a corto della giusta luce. Albe che sembrano grigi crepuscoli, giorni che sembrano sempre alla soglia del tramonto raccontano il vuoto interiore, la disperazione dei personaggi, una vita ai margini del benessere, ma non dei sentimenti. Una storia fatta di ordinaria routine di sfruttamento e sopravvivenza, in una città che sembra aver definitivamente annesso periferie, sterrati e spiagge nella sua illimitata area di estensione.”
Queste, invece, sono alcune domande su cui ci soffermeremo…
Che cosa pensi del dialogo tra Saimir e il bimbo sul camion? Cosa rappresenta l’Italia?
Che cosa pensi del lavoro che svolge il padre di Saimir?
Descrivi il rapporto tra Saimir e il padre. Cosa rimprovera Saimir al padre?
Saimir è contento della vita che fa? Che cosa sogna Saimir?
Chi sono gli amici di Saimir?
Perché il rapporto tra Saimir e Michela non può funzionare?
Perché è difficile l’inserimento di Saimir tra i suoi coetanei?
Che cosa pensi della decisione finale di Saimir?
Che cosa pensi del mondo degli adulti incapaci di essere modelli per gli adolescenti?
Che cosa pensi del problema dell’immigrazione? E’ solo quella vista nel film?
Un articolo per chi è appassionato di Tolkien, un’intervista di Antonio Gaspari all’esperto Paolo Gulisano.
Lo Hobbit: un “prequel” de Il Signore degli Anelli, una fiaba per bambini, o un’opera minore del grande Tolkien?
Gulisano: Questa storia è molto più che un prequel del Signore degli Anelli, come molti dei lettori- o spettatori- più recenti potrebbe credere. Non è una storia- come molto spesso accade nel caso dei prequel, appunto- per spiegare a posteriori gli antecedenti, i segreti, i misteri di un’opera. Il racconto delle avventure di Bilbo Baggins e di altri personaggi ormai familiari ai lettori della saga dell’Anello, come Gandalf, Gollum, Elrond, nani ed elfi, uscì dalla fantasia di Tolkien molto tempo prima che le vicende della Guerra dell’Anello venissero immaginate. In realtà, il Signore degli Anelli fu concepito come il seguito de Lo Hobbit, e per molto tempo, nella corrispondenza che intercorreva tra Tolkien e l’editore, il libro in gestazione veniva chiamato “il nuovo Hobbit”. “In un buco della terra viveva un Hobbit”. Questa strana frase venne improvvisamente alla mente del giovane professore che in un caldo pomeriggio estivo, nella sua casa di Oxford, correggeva i compiti di ammissione all’università. Uno degli esaminandi aveva lasciato il suo elaborato di letteratura inglese in bianco, e il professor Tolkien, per una misteriosa ispirazione, scrisse su quel foglio bianco quella frase. Era nato un nome, Hobbit, e in breve tempo il nome sarebbe diventato un personaggio, la più originale creatura del vasto mondo fantastico del più geniale scrittore di Letteratura dell’Immaginario. Senza quel buffo personaggio, lo Hobbit, probabilmente tutto l’universo fantastico che Tolkien andava elaborando da anni non avrebbe mai conosciuto la pubblicazione.
Lei scrive nel suo saggio che il libro nacque non solo dall’erudita conoscenza dei miti e delle leggende antiche del suo autore, ma anche dalla sua esperienza di padre…
Gulisano: Esatto. Tolkien raccontava ai propri quattro figli storie di buffi personaggi: Mister Bliss, il cagnolino Roverandom, ed infine favole dove coraggiosi piccoli protagonisti, come gli Hobbit, si battevano contro il male. La storia era nata certamente,nelle intenzioni dello scrittore, come una fiaba per bambini, narrata con un tono colloquiale in cui il narratore si rivolge ai piccoli lettore invitandoli ad avventurarsi loro stessi nella storia. Nel corso dei diversi anni di preparazione del libro, tuttavia, il racconto si arricchì progressivamente dei contenuti del Legendarium tolkieniano. Era una storia dal sapore antico, in cui si avvertiva l’eco delle antiche leggende, e in più arricchita di un piacevolissimo tipo di quella gioia che qualche anno prima Gilbert Chesterton aveva lamentato essere la grande assente dalla narrativa moderna: “Nella sua sostanza, la letteratura contemporanea è quasi totalmente priva di elementi gioiosi. E penso che sia giusto dire, parlando genericamente, che non è abbastanza infantile per essere gioiosa”. Tolkien possedeva questo spirito infantile, inteso non come puerilità, ma come capacità di guardare alla realtà con occhi di bambino, pieni di domanda e di stupore
Anche Lo Hobbit, come Il Signore degli Anelli, è carico di simbologie cristiane?
Gulisano: Ne Lo Hobbit appare per la prima volta il grande tema della rinuncia, del sacrificio, che per Tolkien era una delle più grandi virtù, una delle forme più alte di eroismo, tema che sarà sviluppato profondamente nel Signore degli Anelli. La rinuncia al possesso di qualcosa, non per masochismo, non per un “di meno”, ma per guadagnare “un di più” di umanità e di virtù. Bilbo Baggins della Contea è la testimonianza di come si possa divenire eroi, pur non essendo grandi e grossi, pur non appartenendo ad una élite, affrontando le sfide che la vita pone di fronte, per quanto insormontabili esse possano apparire. L’avventura che aveva vissuto gli aveva inoltre insegnato che le grandi imprese non sono opera di un eroe solitario, ma di una compagnia. L’amicizia fu per Tolkien uno dei sentimenti più importanti della vita, e così anche i suoi personaggi la coltivano con passione. La compagnia reciproca è una delle cose più gratificanti. E’ condivisione di interessi, di sentimenti, e anche di avvenimenti. E’ correzione fraterna, e magari richiamo all’essenziale, come quando, alla fine della storia, ricordando le avventure trascorse insieme, Gandalf rammenta a Bilbo i suoi limiti, dopo aver valorizzato tutti i suoi meriti: “Sei una bravissima persona, signor Baggins, e io ti sono molto affezionato, ma in fondo sei solo una creatura in un mondo molto vasto!” “Grazie al cielo! disse Bilbo ridendo”.
La sua ultima fatica è “La Mappa dello Hobbit”, di cosa si tratta?
Gulisano: Da tanti anni mi occupo di Tolkien: lo leggo e lo rileggo, ne scrivo, ne parlo, ma soprattutto mi accorgo che l’opera di Tolkien è una miniera inesauribile. Tolkien è un maestro che non smette di insegnare, e il suo mondo continua ad essere per me un punto di riferimento, una Casa Accogliente presso cui rifugiarsi nelle traversie della vita. C’è ancora molto da dire, da scoprire, da sottolineare nelle sue pagine. Così ho pensato che sarebbe stato bello consegnare ai lettori, quelli che da anni frequentano i mondi creati dal nostro amato Professore come da quelli che lo scoprono solo oggi, questa sorta di “diario di viaggio” nel mondo dello Hobbit. Una guida, una mappa, appunto. Era un vecchio progetto, che nutrivo fin da quando, anni fa, feci un lavoro analogo per i mondi del Signore degli Anelli e del Silmarillion. Sognavo dunque di completare questa mia trilogia, e quando ho avuto l’occasione di incontrare Elena Vanin, un’artista straordinaria, ben nota nel mondo fantasy per essere l’autrice delle orecchie da elfo in lattice (“Neraluna”) che ogni appassionato vorrebbe indossare, e di vedere il sacro fuoco dell’Arte brillare nei suoi occhi, ho capito che la cosa era fattibile. E così eccoci qua con questa nuova fatica,”La Mappa dello Hobbit” (Editrice Ancora) ovvero libro più “piantina”, che ci auguriamo possa essere gradita a tutti i lettori del mondo tolkieniano e per chi ne voglia sapere di più.
Pubblico uno spezzone di un film che non ho mai proposto ai miei studenti. La prima volta l’ho visto al liceo col mio prof di filosofia. Il film è vecchio, ma di uno spessore notevolissimo! E’ spesso ricordato come il film in cui l’uomo gioca a scacchi con la morte.
Cavaliere: Voglio parlarti più sinceramente che posso, ma il mio cuore è vuoto
La morte non risponde
Cavaliere: Il vuoto è uno specchio rivolto verso il mio viso. In esso vedo me stesso, e mi sento pieno di timore e di disgusto.
La morte non risponde
Cavaliere: Per la mia indifferenza verso i miei simili mi sono isolato dalla loro compagnia. Ora vivo in un mondo di fantasmi. Sono prigioniero dei miei sogni e delle mie fantasie.
Morte: Eppure non vuoi morire.
Cavaliere: Sì che lo voglio.
Morte: E cosa aspetti?
Cavaliere: Voglio conoscere.
Morte: Vuoi delle garanzie?
Cavaliere: Chiamale come vuoi. E’ davvero così inconcepibile afferrare Dio coi sensi? Perché deve nascondersi in una nebbia di mezze promesse e invisibili miracoli?
La morte non risponde.
Cavaliere: Come possiamo aver fede in coloro che credono, ma non possiamo aver fede in noi stessi? Che cosa accadrà a quelli di noi che vogliono credere ma non vi riescono? E che cosa ne sarà di coloro che non vogliono né possono credere?
Il cavaliere tace in attesa di una risposta, ma nessuno risponde. Vi è un completo silenzio.
Cavaliere: Perché non posso uccidere Dio dentro di me? Perché egli continua a vivere in questo modo doloroso e umiliante anche se io lo maledico e voglio strapparmelo dal cuore? Perché, nonostante tutto, egli è un’illusoria realtà ch’io non posso scuotere da me? Mi ascolti?
Morte: Ti ascolto.
Cavaliere: Io voglio la conoscenza, non la fede, non supposizioni, la conoscenza. Voglio che Dio tenda la sua mano verso di me, si riveli e mi parli.
Morte: Ma egli rimane zitto.
Cavaliere: Lo chiamo nel buio, ma sembra come se non ci fosse nessuno.
Morte: Forse non c’è nessuno.
Cavaliere: Allora la vita è un atroce orrore. Nessuno può vivere in vista della morte, sapendo che tutto è nulla.
Morte: La maggior parte della gente non riflette mai né sulla morte né sulla futilità della vita.
Cavaliere: Ma un giorno si troveranno di fronte all’ultimo momento della vita, e guarderanno verso le tenebre.
Morte: Quando arriva “quel” giorno…
Cavaliere: Nella nostra paura formiamo un’immagine, e questa immagine la chiamiamo Dio.
Morte: Tu ti affanni.
Cavaliere: La morte mi ha visitato, questa mattina. Stiamo facendo una partita a scacchi. Questo rinvio mi permette di sistemare una questione urgente.
Morte: Di che questione si tratta?
Cavaliere: La mia vita è stata una futile impresa, un vagabondaggio, un mucchio di chiacchiere senza significato. Non ne ho rimpianto, né rimorso, poiché la vita dei più è assai simile a questo.
In questi giorni molto si è scritto e parlato di Israele-Palestina. Qui non ho messo nulla: c’era di che informarsi abbondantemente altrove. Oggi, su Sette, ho letto questo articolo molto interessante di Aldo Grasso.
“Nella viva speranza che israeliani e palestinesi trovino presto una forma di convivenza, che le parti arrivino a una «soluzione permanente» della questione Gaza con mezzi diplomatici, è doveroso constatare come la strategia di Hamas trovi terreno fertile nella disinformazione.
La forma più elementare consiste, per esempio, nel saltare sempre le premesse. È solo Israele che reprime i palestinesi nella Striscia o questa situazione è frutto della determinazione di molti Stati arabi nel tenere Israele sotto scacco? Si può parlare di volontà di pace quando Hamas non vuole solo uno Stato palestinese, come sarebbe giusto, ma vuole la cancellazione dello Stato di Israele? La compassione per le vittime deve fare velo sulla sopravvivenza dell’unico Stato democratico in quella terra? Facile per molta parte dell’informazione saltare queste premesse, dimenticare la situazione dei Fratelli Musulmani in Egitto, della minaccia atomica iraniana, della convulsa situazione in Libano, della rivolta guidata da Al Qaeda in Siria, trascurare la dinamica di quest’ultimo conflitto (i razzi sono partiti da Gaza e sono tanti, ogni giorno). Non fa scandalo e non si approfondisce il fatto che l’Iran rifornisca Hamas di missili a lunga gittata, come se non fosse colpa di nessuno. Ma c’è una nuova forma manipolatoria che è già stata battezzata in America con il termine “Pallywood”, un neologismo composto dalla fusione di due parole, Palestina e Hollywood, a significare “la manipolazione dei media, la loro distorsione e la completa truffa da parte dei palestinesi col fine di vincere la guerra mediatica e della propaganda contro Israele”.
Gli esempi si sprecano, e sono tutti ampiamente verificabili: immagini di bambini insanguinati sui lettini d’ospedale, o addirittura morti, prese dal conflitto in Siria e spacciate come testimonianze del bombardamento su Gaza; immagini di palestinesi che scavano fra le macerie in cerca di bimbi, peccato che quegli uomini portino la kippah, il copricapo usato dagli ebrei; spreco di immagini con scritte false. Giorni fa circolava questa notizia: la responsabilità delle stragi nella Striscia di Gaza è dell’emiro del Qatar, il padrone di Al Jazeera. Sarebbe andato in visita a Gaza non per solidarietà, ma per fornire i collaborazionisti di Israele di materiale tecnologico per facilitare l’esercito israeliano nella sua opera distruttiva. Naturalmente questo materiale sui social network viene diffuso in maniera acritica, alimentando ogni tipo di odio razziale.
Ha ragione Pierluigi Battista: «Non è accettabile che sia divulgata una rappresentazione degli eventi drammatici di questi giorni come il frutto della solita smania militarista di Israele». Bisogna lavorare alla pace, ma seriamente, senza infingimenti o manipolazioni.”
Minuta, graziosa e ancora frastornata per il successo inaspettato. Hadas Yaron, 22enne di Tel Aviv, ha vinto la Coppa Volpi all’ultima mostra di Venezia e ora arriva a Roma per accompagnare l’uscita del film-sorpresa che ha convinto giuria, pubblico e critica della Laguna: «La sposa promessa» di Rama Buhrstein (attualmente nelle sale, distribuito dalla Lucky Red). Una pellicola che racconta, in maniera semplice e oggettiva, i principi della comunità ebrea ultra ortodossa chassidica di cui fa parte la stessa regista. Una comunità chiusa a a qualsiasi forma di modernità, niente tv, niente cinema. E anche le donne, immerse in una cultura così patriarcale, vivono secondo rigidi precetti di separazione dei sessi e i loro matrimoni spesso vengono combinati. «Anche Shira, la protagonista del film, fa parte di questo mondo e il suo futuro sarà scelto dalla famiglia. E per me, da laica, era difficile entrare in questa prospettiva. Ho chiesto alla regista di darmi i compiti a casa, di indicarmi dei libri da studiare. Lei però mi ha detto solo di leggere attentamente la sceneggiatura e di non riempirmi la testa di queste cose. Dovevo solo leggere la sceneggiatura e cercare di provare le stesse sensazioni di Shira».
Shira ha 18 anni ed è promessa sposa ad un giovane della sua stessa età: un matrimonio combinato che però le fa battere il cuore. Il suo sogno d’amore, però, va in frantumi quando durante la festa del Purim la sorella maggiore Esther, muore di parto mettendo al mondo il suo primogenito. Poco dopo a Yochay, il marito di Esther, viene proposto di unirsi ad una vedova belga. Per evitare che l’uomo lasci Tel Aviv e porti con sé il suo unico nipote, la mamma propone un’unione tra la giovane Shira e Yochay. Shira dovrà dunque scegliere se ascoltare il suo cuore o seguire la volontà della famiglia. «Shira è una ragazzina che durante il film diventa donna. In questo senso mi sento anche io molto vicina perché sono in un’età di passaggio- racconta Hadas – Tra noi, però, c’è una grande differenza: quello che Shira vive nel film, le emozioni travolgenti, la storia d’amore e il matrimonio sono tutte cose che lei vede e sperimenta per la prima volta. Un esempio banale: lei non ha mai visto nemmeno un film d’amore e non sa cosa voglia dire innamorarsi. Io ho visto la mia prima commedia a nove anni… ».
La forza straordinaria del film è che a prima vista sembra non contestare in alcun modo i precetti religiosi, anche quando impongono a una ragazzina di sacrificare il suo futuro e i suoi sentimenti. Eppure, dietro questo sguardo di accettazione, i silenzi, le esitazioni e i comportamenti dei protagonisti compongono un ritratto meno schematico e semplicistico. Insinuano dubbi, insomma, su ciò che sia veramente giusto. E questo è merito della regista – nata a New York e diventata molto religiosa solo dopo il diploma – che usa il cinema proprio per far conoscere la comunità ultra ortodossa al mondo. «Conoscere Rama è stato conoscere l’intera comunità – dice Hadas – Tutti i venerdì sera durante la lavorazione del film andavamo a cena a casa sua, abbiamo assistito di persona a tutte le cerimonie che si vedono nel film: un matrimonio, una circoncisione e abbiamo parlato con un importante rabbino di Gerusalemme. Tutto quello che si vede nel film noi lo abbiamo vissuto per cercare di calarci nei nostri personaggi e nella storia».
Ma lei Hadas, giovane e laica, cosa ne pensa di questo mondo di femmine remissive in una società che non tiene conto dell’evolvere dei tempi?
«Chi guarda da fuori la comunità chassidica pensa che le donne siano messe in un angolo, che non abbiano diritto di parola. Ma quello che ho imparato dalla regista Rama e dalle altre ortodosse che ho conosciuto sul set è che queste donne sono molto forti, prendono decisioni e scelgono».
In effetti le donne hanno un ruolo predominante come madri (quindi anche trasmettitrici dell’ortodossia) e consigliere. Ma, va ricordato, il matrimonio è quasi un obbligo e spesso è combinato dalla famiglia. Inoltre, le donne non possono studiare la Torah nelle yeshivah (scuole religiose) e dall’infanzia fino all’età adulta, vivono completamente separate dagli uomini proprio perché è vietato ogni contatto fisico prima delle nozze. «Grazie a questo film ho scoperto che esiste una grande comunità di ultra ortodossi a Tel Aviv di cui io non sapevo quasi nulla – ammette la protagonista – Vivono in centro, in una zona molto frequentata, piena zeppa di centri commerciali, negozi e locali. Dopo le riprese, un giorno stavo passeggiando per la strada principale con indosso i vestiti di tutti i giorni e ho incontrato la figlia della regista, una ragazzina molto bella che fa parte della comunità. Lei mi aveva conosciuto solo con gli abiti di scena, simili a quelli che portava lei. Ci siamo salutate, ma l’incontro è stato davvero strano e interessante. Adesso che so dell’esistenza di questa comunità ci farò molto più caso e la guarderò con occhi diversi».
La cronaca di questi giorni impone una riflessione più ampia. Il film racconta una minoranza ma è anche un esempio di convivenza, sottolinea principi e valori che a prima vista si contraddicono e poi trovano una sintesi. E’ questa la chiave del dialogo tra Israele e Palestina? «Non so, mi piacerebbe poter avere la risposta. Quello che è accaduto sul set è che persone diverse, laiche e religiose, hanno lavorato insieme e si sono rispettate a vicenda. Nessuno ha cercato di indottrinare gli altri. Abbiamo capito che ci trovavamo di fronte esseri umani come noi e c’è stato un dialogo profondo» ricorda Hadas. «Forse è questo il segreto: riuscire a dialogare e a rispettare gli altri, a guardarli sempre come semplici esseri umani, al di là della loro religione o in altri casi la fazione politica o il paese d’origine. Se questo succedesse ovunque, se noi guardassimo il prossimo come un essere umano degno del nostro rispetto, forse riusciremo cambiare le cose per davvero. Almeno è quello che spero».
“Tutti quelli che se ne vanno ti lasciano sempre addosso un po’ di sé… È questo il segreto della memoria? Se è così allora mi sento più sicura perché so… che non sarò mai sola…” (dal film La finestra di fronte).
Ieri sera mi sono abbattuto sul divano e mi sono goduto il passaggio in tv del film di Clint Eastwood “Invictus”. Ne avevo sentito parlare, ma non lo avevo ancora potuto apprezzare. Lo consiglio e pubblico la poesia di William Ernest Henley che il protagonista del film, Nelson Mandela, usava per alleviare le pene e i dolori degli anni di incarcerazione dell’apartheid. E’ preferibile la traduzione di Invictus con imbattuto piuttosto che con invincibile. Nel video la sequenza della poesia in una traduzione diversa dalla sottostante.
Il mondo di Tim Burton mi ha sempre affascinato e ieri ho letto questo articolo che ho salvato col proposito di metterlo sul blog. Eccolo, arriva da Avvenire e ne è autrice Alessandra De Luca.
“E pensare che la Disney nel 1984 lo licenziò perché il suo cortometraggio live action Frankenweenie, che in 35 minuti anticipava personaggi e ambienti di tutto il suo cinema a venire, era considerato troppo dark. Sostanzialmente inadatto ai bambini. «Walt non avrebbe mai approvato…» era la tipica frase con cui bocciavano le sue idee nella Major di Topolino. Eppure i cartoon gotici di Tim Burton, da Nightmare Before Christmas a La sposa cadavere, che pure non sono adatti ai più piccoli, ai bambini piacciono per la struggente, malinconica poesia di cui sono intrisi fino all’ultimo fotogramma. Diciotto anni dopo il 54enne Burton, che nel frattempo ha abbandonato California, troppo assolata, per trasferirsi nella piovosa Londra, dove vive con la moglie Elena Bonham Carter, madre dei suoi figli, ha ripreso in mano quel ragazzino, Victor, capace di riportare in vita il cagnolino Sparky investito da una macchina per realizzare questa volta un lungometraggio di animazione a passo uno, vale a dire a pupazzi animati, in bianco e nero e in 3D. Prodotto, ironia della sorte, proprio dalla Disney e realizzato negli studi londinesi di 3 Mill da noi visitati, dove straordinari artigiani hanno ricostruito in tre teatri di posa settantacinque set in miniatura, zeppi di piccoli arredi e oggetti che danno forma alle visioni del regista, il nuovo Frankenweenie può contare su un centinaio di pupazzi, piccoli gioielli di ingegneria meccanica nati da minuziosi disegni dello stesso Burton e formati da uno scheletro di metallo che consentono anche i più piccoli movimenti. Vengono poi ricoperti da morbida gommapiuma, dipinta e rivestita di piccoli abiti e parrucche. Un secondo di film richiede anche tre giorni di lavorazione. La storia del film è ormai piuttosto nota: nel suo laboratorio in soffitta Victor ha appena scoperto come resuscitare il suo amico a quattro zampe e vorrebbe che questo rimanesse un segreto. Ma i suoi amici finiscono per scoprirlo e ognuno di loro ricrea il proprio mostriciattolo domestico che diventa però lo specchio della mostruosità dei rispettivi creatori. All’origine di tutto c’è naturalmente uno dei classici della letteratura e del cinema horror, ovvero Frankenstein. «Ero un bambino quando ho visto il film – dice Burton divertito – e i mie genitori erano molto preoccupati perché non ero affatto spaventato. Mi stava a cuore riflettere sull’idea che quello che crei può essere buono o cattivo, perché è l’emanazione della tua personalità. Sparky è l’unica creatura rinata dall’amore». E Sparky, il cui scheletro comprende una cinquantina di giunture, è stato senza dubbio il personaggio più difficile da animare.
Tra gli ambienti più affascinanti invece il cimitero degli animali e la tipica casa dei sobborghi americani con prato, piscina e barbecue. «Nella mia cittadina che ho battezzato New Holland -–spiega il regista – abbiamo ricostruito gli oppressivi sobborghi californiani degli anni Sessanta e Settanta, quelli che ho vissuto da bambino e adolescente e che continuano a ricorrere nei miei incubi, non solo cinematografici. Ambienti tutti uguali e senza stagioni, apparentemente tranquilli, ma tra quelle serene mura domestiche, tra l’erba di giardini perfetti trovano spazio emozioni violente. Ad inquietarmi sin da bambino, ed io ero un bambino piuttosto solitario, alieno e incompreso, è sempre stato il contrasto tra i luoghi e le persone, il fatto che spesso è proprio l’impeccabile tranquillità a generare mostri. Vi assicuro che a guardare la scuola di New Holland, che tanto assomiglia a quella che frequentavo a Burbank, mi vengono i brividi». Non sfugge poi una delle grande sfide del film: abbinare il modernissimo 3D a una tecnica vintage come quella della stop motion proporre al pubblico dei più giovani un film in bianco e nero. «Può sembrare una follia – ammette Burton – ma la tecnica e lo stile del film devono essere coerenti con la sua storia e questa storia non poteva che essere realizzata con i pupazzi animati. E il 3D aiuterà il pubblico a entrare con più facilità nel nostro mondo. Il bianco e nero inoltre potrebbe essere per i bambini una nuova, fantastica scoperta».”
Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.
Nel primo post di questa serie abbiamo affrontato la canzone “Suad” dei Modena City Ramblers e avevo detto di quanto fosse evocatrice di colori, suoni, profumi e di che bello sarebbe tornare da un viaggio con tali sensazioni vive dentro di noi. Bene, siamo giunti alla fine del nostro viaggio e questa canzone si intitola appunto “Dopo il viaggio” inizia con la parole: “Le cose che porto dentro sanno di erba e di colore, le cose che tengo dentro sono passione e ore senza contare”. Biagio Antonacci riconosce che ritornare non è facile sia perché la terra lasciata all’inizio del viaggio non è più familiare come prima sia perché “non è facile sapersi bastare”. Diventa importante avere la consapevolezza che il ritorno può anche essere l’inizio di una nuova partenza; il ritorno può essere sì la fine, la conclusione, ma può anche essere la fine di un capitolo e non dell’intero romanzo che è la vita. Leggiamo in controluce le parole della canzone: “Le cose che porto dentro sono kilometri che fanno arrivare, le cose che tengo dentro sono indirizzi presi per non ridare. Sono oasi….naturali. Sono fili di grano che arrivano al mare”. Noi uomini abbiamo la gran fortuna di non essere mai solo ciò che appariamo, ma siamo anche tutto ciò che abbiamo dentro, tutti i chilometri percorsi e le persone incontrate. Percorrendo poca strada, scarso è anche il bagaglio interiore, un po’ come uno dei personaggi dell’“Antologia di Spoon river”: “Una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. Perché, l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio; è una barca che anela al mare eppure lo teme.” Per chi ha visto “The Truman Show”, il collegamento tra questo brano e la scena finale del film è immediato…
Per qualcuno tornare può anche significare rimpianto per ciò che era prima del viaggio e che non è più: se immaginiamo di essere in una stazione ci troviamo immersi nelle prime pagine di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino: “Il disfarmi della valigia doveva essere la prima condizione per ristabilire la situazione di prima: di prima che succedesse tutto quello che è successo in seguito. Questo intendo quando dico che vorrei risalire il corso del tempo: vorrei cancellare le conseguenze di certi avvenimenti e restaurare una condizione iniziale. Ma ogni momento della mia vita porta con sé un’accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con sé le sue conseguenze, cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano: pur essendo tutti i miei atti intesi a cancellare conseguenze d’atti precedenti e riuscendo anche a ottenere risultati apprezzabili in questa cancellazione, tali da aprirmi il cuore a speranze di sollievo immediato, devo però tener conto che ogni mia mossa per cancellare avvenimenti precedenti provoca una pioggia di nuovi avvenimenti che complicano la situazione peggio di prima e che dovrò cercare di cancellare a loro volta. Devo quindi calcolare bene ogni mossa in modo da ottenere il massimo di cancellazione col minimo di ricomplicazione”.
Ma con quest’ultimo post voglio sperare che alla fine del nostro viaggio, alla fine di questo viaggio, ci sia ottimismo e gioia. Sicuramente nelle tappe di viaggio che sto vivendo io personalmente in questo periodo c’è molta felicità, ma il perché, se volete coglierlo, dovete leggerlo nelle ultime parole che vi lascio, parte conclusiva della canzone “La valigia” di Jovanotti: “Non vi dirò come finisce la storia anche perché non è finita mai. Se scorre un fiume dentro ad ogni cuore, arriveremo al mare prima o poi. Io sono una valigia e giro di stazione in stazione, in molti mi trasportano ma solo tu hai la combinazione. Ma chi l’avrebbe detto che la vita ci travolgeva come hai fatto TU.” (ok, ok, vi aiuto un pochino con una foto…)
Compagni di viaggio:
Claudio Baglioni, Arrivederci o addio
Lucio Battisti, Sì, viaggiare
Alex Britti, Tornano in mente
Francesco Guccini, Radici
Modena City Ramblers, L’uomo delle pianure
Zucchero, Torna a casa
Ivano Fossati, Il grande mare che avremmo attraversato I e II
Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.
Dalla scorsa puntata abbiamo iniziato a parlare dei compagni di viaggio e abbiamo affrontato l’argomento del viaggio con se stessi e della solitudine. Oggi tratteremo del viaggio con i figli o, ribaltando il punto di vista, del viaggio con i genitori. Certo, detto così, ci si può immaginare la famigliola di trenta-quarantenni con i pargoli piccoli al seguito in partenza verso il mare per i quali la canzone spot potrebbe tranquillamente essere la vecchia “Sei forte papà” di “morandiana” memoria in cui si racconta di un’uscita giornaliera ed ecologica. Se qualcuno vuol farsi più audace può andare a rivedersi il cartone animato “Flo, la piccola Robinson”…
Tuttavia vorrei ampliare il discorso e soprattutto la fascia d’età. Non è facile con le sole canzoni, e allora oggi mi gioverò anche di un brevissimo dialogo preso da un film. Essere figli è un’esperienza che ciascuno di noi fa, al di là del fatto che poi tale esperienza sia costituita di dialogo, di monologo, di scontro, di presenze o di assenze. E’ un rapporto spesso fatto di corsi e ricorsi, corse e rincorse; due canzoni nuovissime ne sono testimonianza. Gianna Nannini nell’ultimo CD ha inserito il brano “Babbino caro”; il rapporto col padre non è stato facile ma ora le difficoltà sembrano appianate visto che la toscana dice “la rabbia ormai è cenere”. E’ forse il tempo del rimpianto, visto che lui non c’è più: “Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui. Babbo dammi ancora addosso la vita è un gioco rotto se non ci sei più”. E’ il momento in cui si vorrebbe riportare in vita la persona amata a qualunque costo: “E la vita che hai, e che vedi andar via io vorrei ridartela come se fosse mia”. Consiglio anche l’ascolto di Dottor John, dedicata da Piero Pelù al padre settantanovenne col quale, dopo una vita di conflitti, ha recuperato un rapporto di comprensione.
Anche la persona che non ha mai conosciuto i propri genitori è possibile che si percepisca comunque figlia, anche colui che litiga e decide di non aver più a che fare con loro resta figlio. Non è detto però che tutti coloro che sono figli saranno anche genitori per svariate motivazioni. E’ però interessante notare che chi è genitore resta genitore, anche se i figli crescono. Nel film “L’ospite d’inverno” c’è un bellissimo dialogo tra la figlia Emma Thompson e la madre Phyllida Law: «“Non devi continuare a controllarmi, mamma.” “Non provarci ancora a dire una cosa del genere. Ero una ragazzina quando ti ho messa al mondo. Sei stata tu a insegnarmi a prendermi cura di te. Tu mi hai insegnato a inseguirti e a controllarti 24 ore su 24. Sono cresciuta con te, passo dopo passo. E adesso, cosa ti aspetti? Che solo perché sei una donna adulta io smetta di preoccuparmi, che smetta di chiedere se stai bene?”». Per una mamma novantenne, il figlio settantenne resterà sempre “Il me frut, la me stele”.
Ora, per tutti i viaggi, ma per quello del rapporto genitori-figli in particolare, il momento più duro, anche se magari non definitivo, è rappresentato dal distacco, che è quello di cui parla la canzone di Cat Stevens che abbiamo ascoltato oggi. Il cantante si rivolge alla figlia che ha deciso di andarsene di casa e il dolore è forte: “mi sta rompendo il cuore il fatto che te ne stai andando”. La preoccupazione per quello che il wild world, il mondo selvaggio, può riservare alla figlia è altrettanto grande: “il mio cuore si sta rompendo in due perché non voglio mai vederti soffrire”. Ma è un padre che alla fine lascia andare la figlia pur dandole, appunto da buon padre, dei consigli: “Ma se vuoi andare, fai bene attenzione, spero troverai molti buoni amici là fuori, ma ricordati che ce ne sono molti cattivi, quindi stai attenta”.
Concludo con “Salirai la collina”, una poesia dedicata da Danila Compiani alla figlia:
Simo, cos’è per te fotografare? Me lo ha chiesto poco tempo fa un amico. Ed ecco che oggi mi sono imbattuto in un articolo di Roberta De Monticelli in cui si cita Camus: “La nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni. (…). Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi”. La macchina fotografica rappresenta la mia arma per immortalare la bellezza. Non sempre fotografo “belle cose”, ma la bellezza è quella che assaporo dopo, davanti all’immagine, e che ho proiettato dentro di me nel momento dello scatto. Uno dei due protagonisti del film American Beauty ha la mania della videocamera e riprende il volteggiare confuso e disordinato di un sacchetto di carta e dice: “Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare”. Ecco, secondo me siamo in un momento in cui invece non c’è molta bellezza, e allora amo fermarla in uno scatto, farla mia, possederla per un attimo per poi condividerla.
E’ il mio compleanno. Compio 75 anni. Sono stato un pugile, a un soffio dal diventare campione del mondo dei medi; anzi, per 15 riprese lo sono stato, la durata della sfida contro Joey Giardiello nel 1964. E come me la pensavano anche gli spettatori e i giornalisti presenti all’incontro. Ma non i giudici che con verdetto unanime mi diedero sconfitto. Mi chiamo Rubin Carter, mi chiamavano Hurricane. Da lì è iniziata la discesa della china, ma non sapevo ancora quanto sarebbe stata profonda. Due anni dopo, il 14 giugno, verso le 2.30 nel bar Lafayette bar and grill di Paterson, nel New Jersey, entrano due uomini di colore e fanno fuoco sui presenti. Due persone muoiono all’istante, una donna viene ferita e dopo un mese perde la vita, un altro uomo è ferito a un occhio e viene portato all’ospedale. I due assassini scappano. Ma vengono visti. Una donna, Patricia Graham, che abita sopra il Lafayette, li scorge alla guida di un auto bianca identica alla mia. Un uomo, Alfred Bello, incallito criminale che era lì per fare un colpo da un’altra parte, vede e chiama la polizia. Ronald Ruggiero vede entrambe le cose, sia la fuga dei due assassini sull’auto bianca, sia Alfred Bello. Io a quell’ora sono da un’altra parte della città e vengo fermato insieme a John Artis. Veniamo portati al Lafayette, ma nessuno dei presenti ci riconosce. Veniamo portati in ospedale dall’uomo ferito all’occhio: “Perché avete portato qui queste due persone? Non sono loro”. Nella mia auto vengono trovati una pistola calibro 32 e dei proiettili calibro 12, gli stessi usati dagli assassini. Dopo varie vicende mi hanno condannato a tre ergastoli. Dopo quasi vent’anni, nel 1985, sono stato liberato per non aver avuto un processo equo e perché la sentenza era figlia di motivazioni razziali.
Denzel Washington mi ha interpretato in un film, Bob Dylan mi ha dedicato questa canzone.
La pistola spara nel locale notturno, entra Patty Valentine da una camera soprastante la sala e vede il barista in una pozza di sangue. Piange: “Mio Dio, li hanno uccisi tutti”. Qui inizia la storia di Uragano, l’uomo che le autorità hanno accusato per qualcosa che lui non ha mai fatto. L’hanno messo in prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.
Patty vede tre corpi stesi a terra e un altro uomo chiamato Bello, che si muove furtivamente. “Io non l’ho fatto – disse lui agitando le mani – stavo solo rubando l’incasso, spero che capisci. Li ho visti uscire” disse, e si fermò. “Meglio se uno di noi chiama la polizia” e così Patty chiamò la polizia, arrivarono sulla scena con le sirene lampeggianti in quella calda notte nel New Jersey.
Nel frattempo, lontano in un’altra parte della città, Rubin Carter e un paio di amici girano in auto. Il primo contendente della corona per i pesi medi non ha idea di che merda stava per succedere quando un poliziotto lo fece accostare sulla strada come tempo prima e tempo prima ancora. A Paterson questo è come le cose possono accadere: se sei nero non devi farti vedere per strada a meno che non vuoi accettare la sfida.
Alfred Bello aveva un complice che aveva un conto in sospeso con la polizia. Lui ed Arthur Dexter Bradley, si aggiravano nella zona. Disse: “Ho visto due uomini correre fuori, sembravano pesi medi, sono saltati in un’auto bianca con targa di fuori”. E Miss Patty Valentine semplicemente accennò con il capo. Il poliziotto disse “aspettate un minuto, ragazzi, questo qui non è morto”, così lo portarono al pronto soccorso e sebbene quest’uomo ci vedesse a fatica, loro gli dissero che lui poteva identificare il colpevole.
Alle 4 del mattino fermarono Rubin, lo portarono in ospedale e su per le scale. L’uomo ferito lo guardò attraverso il suo occhio morente, disse “Perché l’avete portato qui? non è lui!” Sì, ecco la storia di Hurricane, l’uomo che le autorità hanno accusato per qualcosa che lui non ha mai fatto, l’hanno messo in prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.
Quattro mesi dopo i ghetti erano in fiamme, Rubin è in Sud America che combatte per il suo nome mentre Arthur Dexter Bradley é ancora nel giro di furti e i poliziotti lo stanno torchiando cercando qualcuno da incolpare. “Ricordi l’assassinio che successe in un bar? ricordi tu dicesti che hai visto l’auto in fuga? pensi di voler collaborare con la legge? pensi possa essere stato quel pugile che hai visto correre fuori quella notte? Non dimenticare che tu sei bianco”.
Arthur Dexter Bradley disse “davvero non sono sicuro”, il poliziotto disse “un povero ragazzo come te deve darsi una possibilità, ti abbiamo preso per il colpo al motel e stiamo parlando con il tuo amico Bello, ora tu non vuoi tornare in cella vero? Fai il bravo, faresti un favore alla società. Quel figlio di puttana è coraggioso e diventa sempre più coraggioso, vogliamo rompergli il culo, vogliamo addossargli questo triplo omicidio, lui non è Gentleman Jim”
Rubin può stendere un uomo solo con un pugno ma non gli ha mai fatto piacere parlarne: “E’ il mio lavoro, disse, lo faccio perché mi pagano e quando è finito l’incontro voglio solo al più presto tornare per la mia strada, lassù in qualche paradiso, dove nei fiumi ci sono trote e l’aria è dolce e cavalchi nel verde”. Ma poi loro lo misero in prigione dove cercarono di trasformare un uomo in un topo.
Tutte le carte di Rubin erano state segnate in anticipo. Il processo fu una farsa, non aveva possibilità. Il giudice fece passare per alcolizzati e inaffidabili i testimoni di Rubin, per la gente bianca che stava a guardare lui era un fannullone rivoluzionario e per la gente nera lui era solo un pazzo negro. Nessuno dubitò che fu lui a premere il grilletto, sebbene loro non avessero trovato l’arma. Il Pubblico Ministero disse che fu lui a compiere l’atto e la giuria composta tutta di bianchi fu d’accordo.
Rubin Carter fu ingiustamente condannato. L’accusa fu omicidio, indovina chi ha testimoniato? Bello e Bradley ed entrambi mentirono e i tutti i giornali ci mangiarono sopra. Come può la vita di un uomo essere nelle mani di qualche pazzo? Vederlo palesemente incastrato non può aiutare ma mi fa vergognare di vivere in un paese dove la giustizia è un gioco.
Ora tutti quei criminali in giacca e cravatta sono liberi di bere Martini e guardare l’alba, mentre Rubin siede come Budda in una piccola cella, un innocente in un inferno vivente. Questa è la storia di Hurricane, ma non sarà finita finché non riabiliteranno il suo nome e gli ridaranno indietro il tempo perso. Lo misero in una prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.