Gemma n° 1912

“Fin dall’inizio sapevo che avrei portato una canzone dei Pinguini, il gruppo che mi hanno fatto scoprire le mie amiche. E’ l’unico gruppo che ascoltiamo tutte e quattro, ci unisce e ci lega.
Ridere è una canzone nostalgica che parla di momenti belli e brutti ricordati da due persone che si sono allontanate. Non mi riferisco a questa canzone per qualcosa che mi è successo, ma siccome due del gruppo andranno a fare l’anno all’estero, ogni volta che ascolto questo brano penso al momento della separazione. C’è l’idea del non sapere come cambieranno i rapporti in futuro e c’è la promessa di base di non dimenticarsi a vicenda, che qualsiasi cosa succeda nella vita ricorderemo e racconteremo a qualcuno ciò che si è stati. Voler continuare ad essere una parte fondamentale della vita di ognuna, anche quando per vari motivi saremo lontane fisicamente o psichicamente o perché il rapporto è finito. Loro per me sono state come Tiger e per me saranno sempre una parte fondamentale, qualsiasi cosa possa accadere”.

Quando B. (classe quarta) ha presentato la sua gemma commentandola con queste parole non ho potuto fare a meno di pensare alla sequenza finale del film di Paolo Sorrentino “Le conseguenze dell’amore”.

Gemma n° 1909

“Quest’anno ho trovato la mia Gemma con largo anticipo, precisamente, il primo dicembre 2021. Era una giornata normalissima, ero appena tornata da scuola e stavo pranzando da sola quando ho deciso di aprire Netflix e guardare un episodio di una delle mie serie tv preferite mentre mangiavo.
Ho guardato l’Episodio 14 della terza stagione di Chicago Fire, in cui viene organizzata una festa “luau” di tradizione Hawaiana per uno dei personaggi. Questo decide di dedicare un discorso a tutti i presenti. Questo discorso viene fatto per un motivo che non vi svelerò in caso vogliate guardare la serie, ed ha un impatto fortissimo sui presenti per ragioni che non vi svelerò sempre per lo stesso motivo. Ho deciso di portarlo come gemma perché in quel momento avevo veramente bisogno di sentirmi dire qualcosa del genere, e spero possa servire anche a voi.”

La sequenza proposta da M. (classe quinta) non si trova su Youtube e quindi non posso pubblicarla sul blog. Riporto però le parole del discorso:
“C’è un motto hawaiano per gli uomini che pagaiavano in canoa. È passato molto tempo, potrei pronunciarlo male, ma dice così:
`Olelo No`eau 
Uniti andiamo avanti
È un augurio che facevo ai miei colleghi poliziotti ogni anno al luau e ora lo faccio anche a voi. Per tutto quello che affrontate, che dovete gestire e le persone che avete perso. Non si può agire da soli. Uniti, andiamo avanti”
.
Harry Parker era un famoso allenatore di canottaggio di Harvard e disse “Ciò che rende unico il canottaggio è questa totale dipendenza l’uno dall’altro: nessuno può far andare più veloce la barca da solo; d’altra parte, un componente può rallentare di molto. Quindi i vogatori imparano davvero a fidarsi l’un l’altro, dipendono l’uno dall’altro in un modo piuttosto unico”. Trovo molta affinità tra le due frasi, utili per riflettere sul senso di gruppo, sullo spirito di squadra.

Gemma n° 1885

“Ho portato due film come gemme.

Il primo è Noi siamo infinito, parla di un ragazzo che inizia le superiori e viene preso sotto l’ala protettrice di ragazzi più grandi e di come reagirà quando poi loro andranno al College. 

Il secondo è Le parole non dette, la storia di una ragazza molestata durante l’estate che quando entra al Liceo decide di non parlare: tutti pensano sia strana e la bullizzano quando in realtà lei ha solo paura di parlare di quanto le è successo e si chiude in se stessa”.

Quelli presentati da S. (classe seconda) sono due film che affrontano temi importanti, difficilmente sintetizzabili in poche parole o in un trailer. E non me la sento di trattarli qui ora. Hanno a che fare con vissuti importanti; tutti i vissuti ci condizionano, ma forse alcuni lo fanno più pesantemente di altri. Charlie, il protagonista di Noi siamo infinito, dice però ad un certo punto: Non possiamo scegliere da dove veniamo ma possiamo decidere dove andiamo, da lì in poi… Ecco: di certo non facile, ma è l’unica via.

Gemma n° 1873

“La mia gemma è il mio cagnolino Tiarè. Ho scelto di dedicarle queste parole perché la reputo un gioiello prezioso e raro proprio come una gemma. Possiamo dire che lei è stata l’unica che ha deciso di rimanermi accanto in un momento difficile che è peggiorato con l’inizio della pandemia. Devo tanto a lei, perché penso che quello che è riuscita a darmi non potrà mai essere paragonato a quello che potrà darmi una persona.
Lei è la mia sorellina e non vedo l’ora di condividere tanti altri bei momenti con lei”.

Trovo un’unica maniera per commentare la gemma di E. (classe seconda): la scena finale di Hachiko – Il tuo migliore amico. Non aggiungo altro sia perché questa sequenza dice già tutto sia perché se qualcuno decidesse di vedersi il film non vorrei rovinarglielo.

Gemma n° 1864

“E’ una gemma doppia. La prima la collego a mia madre, è una frase di Anna Frank che dice Sii gentile, abbi coraggio. Fin da piccola, ogni volta che succedeva qualcosa che mi buttava giù il morale oppure ero triste o arrabbiata per qualcosa che non andava nel verso giusto e magari dicevo delle cose che era meglio che non dicessi, mia madre mi metteva in un angolo, mi tranquillizzava e mi ripeteva questa frase aggiungendo di farmi amare da tutti, di non provare mai odio, un sentimento che non porta da nessuna parte. La seconda è collegata a mio padre ed è Alice nel paese delle meraviglie: quand’ero piccola avevo l’abitudine di vedere un film della Disney ogni sabato con lui e questo era il suo preferito e cercava di propormelo ogni volta. In qualche modo è diventato anche il mio preferito anche perché per carattere e modo di fare mi rivedo molto in Alice. Ho voluto portare la prima canzone”.

Non penso che debba scrivere di cosa parli il libro Wonder (e il film derivatone). Vi è contenuto un concetto molto caro a Palacio, l’autrice: “Bisogna essere più gentili di quanto ci viene richiesto. Il motivo per cui amo questa frase, questo concetto, è perché mi rammenta che portiamo con noi, in quanto esseri umani, non solo la capacità di essere gentili, ma prima di tutto la gentilezza come vera scelta di vita.”

E per completezza della gemma proposta da C. (classe seconda) lascio qua una delle mie frasi preferite di Alice nel paese delle meraviglie

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
«Che strada devo prendere?» chiese.
La risposta fu una domanda: «Dove vuoi andare?»
«Non lo so», rispose Alice.
«Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza».

Gemma n° 1862

“Volevo scegliere una canzone perché la musica è importante per me e ne ho scelta una che non è propriamente la mia preferita ma che comunque mi piace. L’ha cantata la mia attrice preferita e l’ha postata solo su Instagram”.
https://www.instagram.com/tv/CReZy_3CIur/?utm_medium=copy_link

Si tratta di una cover di Shallow cantata da Arianna Montefiori con il marito Briga quella proposta da G. (classe seconda). Con questo brano Lady Gaga e Bradley Cooper hanno vinto l’Oscar per la migliore canzone originale (il film era A star is born). Lady Gaga, insieme ai suoi autori, ha detto: “Questa canzone è nata come una conversazione che riguarda un uomo e una donna. Magari è uscita nel momento giusto, un momento in cui le persone si sono sentite in qualche modo prese in causa. Forse questo è il motivo per cui in così tanti si sono rivisti. […] la triste verità è che stiamo sempre sui telefonini. In questa canzone non forniamo soltanto una conversazione, ma anche una forte presa di posizione. Non vorrei amare in modo superficiale… Vorrei vedermi sprofondare in acque molto più profonde. Credo che dovremmo tutti prenderci per mano e tuffarci insieme, addentrandoci nelle più oscure profondità dell’oceano”.
Qui sotto l’originale

Gemma n° 1848

“Questo è il braccialetto che mi ha regalato mia sorella molti anni fa. Un tempo litigavamo mentre ora andiamo molto d’accordo”.

Commento la gemma di G. (classe quinta) con un brevissimo video dei Simpson:

Gemma n° 1844

“Una persona che mi sta molto a cuore ieri mi ha dato questa schedina, qui fuori scuola. Mi ha detto «La vedi questa? Questa sei tu, il tuo soprannome è cometa». E’ una persona che ama darmi soprannomi strani e mi ha regalato questa schedina, un ricordo della sua infanzia, perché l’ha fatta pensare a me. Mi ha lasciato spiazzata perché non sono abituata a ricevere cose di questo tipo”.
Commento la gemma di A. (classe terza) con una frase tratta dal film Scoprendo Forrester: “La chiave del cuore di una donna è un regalo inaspettato in un momento inaspettato”. Beh, anche quella del cuore di un uomo in realtà…

Gemma n° 1840

“Ho scelto di portare come gemma la scena finale di un film che guardavo sempre da piccola e che era il mio film preferito: è stato anche il primo a farmi piangere. E’ la storia di una coppia che adotta un cucciolo di labrador. Appena visto mi sono subito immedesimata nella storia perché mia nonna, lo stesso anno in cui sono nata io, ha comprato un cane identico a questo: ho passato tutta la mia infanzia fino ai quindici anni, quando poi è morto, insieme a questo cane. Abbiamo instaurato un rapporto bellissimo, probabilmente migliore di quello che avevo con chiunque altro perché, essendo io una persona molto riservata, faccio fatica a parlare delle mie cose e con lui giocavo e parlavo, parlavo e parlavo. Ovviamente non avevo un riscontro ma era esattamente quelli di cui avevo bisogno: dire le cose senza avere un’opinione, un consiglio. La scena finale sintetizza questi concetti”.

La riporto quella frase finale di Io e Marley proposto da E. (classe quinta): “Un cane non se ne fa niente di macchine costose, case grandi o vestiti firmati. Un bastone marcio per lui è sufficiente. A un cane non importa se sei ricco o povero, brillante o imbranato, intelligente o stupido: se gli dai il tuo cuore lui ti darà il suo. Di quante persone si può dire lo stesso? Quante persone ti fanno sentire unico, puro, speciale? Quante persone possono farti sentire straordinario?”. Si tratta di un film che ho visto due volte ma che non ho più guardato dopo l’arrivo di Mou, non ce la faccio. Mi soffermo allora sul rapporto nato tra E. ed il labrador di sua nonna, perché mi ha fatto venire alla mente l’importanza dell’ascolto. Soprattutto quando ho il cuore gonfio di emozioni sento la necessità di qualcuno che ascolti, che ascolti anche senza dire niente, senza cercare di darmi la soluzione, senza cercare di dirmi che ci è passato anche lui, senza cercare di tirarmi su a tutti i costi. Sono persone rare…

Gemma n° 1829

“Volevo portare una collana ma la catenina si è rotta e ho solo la medaglietta. Questa era di mia nonna, l’ha sempre avuta, sin da quando era giovane, era un suo portafortuna. Quand’è mancata l’ha voluta dare a me: io o la indosso o ce l’ho sempre con me nello zaino o nella borsa perché è diventato un portafortuna anche per me. La nonna poi è mancata durante la pandemia, per cui non l’ho potuta vedere nell’ultimo mese e mi è mancata molto. Il suo gesto mi è piaciuto molto: mi ha dato una cosa veramente importante per lei”.

In classe non abbiamo potuto far girare di mano in mano la madonnina portata da G. (classe quinta), allora l’ho fotografata e ho proiettato la foto e ci siamo accorti che Maria ha il volto sorridente. Mi è venuta in mente una sequenza di un film di Checco Zalone, al contempo tenera e divertente.

Gemma n° 1820

“Ho portato due foto: le abbiamo fatte molto a caso ma volevo portarle perché è il primo anno in cui mi sento veramente parte di un gruppo a livello di amicizie. Non che gli anni scorsi sia stata male, ma quest’anno mi sento molto più libera, in particolare per le persone presenti nelle foto”.

V. (classe quinta) ha messo insieme due valori che sono spesso al centro delle nostre attenzioni: la libertà e l’amicizia. Una sequenza tratta dalla serie tv Felicity: due amiche hanno appena terminato di discutere, si avvicina un uomo e dice loro:

“Se ho capito bene, ragazze, e ho la certezza d’aver capito bene, voi due vi siete incontrate quando eravate terribilmente sole, e forse anche un po’ disperate, e avevate entrambe bisogno di amicizia. Ciascuna di voi due ha subito deciso che l’altra era la sua migliore amica, ma era un po’ troppo presto, non credete? Perché quello che c’era tra di voi non era una grande amicizia! Io ho avuto un migliore amico per sessantatre anni. Siamo stati ragazzi insieme, abbiamo fatto la guerra insieme. Sessantatre anni. La verità è che non si trova un migliore amico: migliore amico si diventa! Non accade in un incontro, in un anno o due. L’amicizia è paragonabile a una scatola, e se quello che ci mettete dentro è prezioso, durerà! Giudicare la vostra amicizia dopo solo un anno, anche se sono accaduti tanti fatti, è come giudicare un film prima di aver visto il secondo tempo. In conclusione, non credo che voi due foste grandi amiche.”
E aggiunge: “Sono due le cose che possono accadere: o col tempo riuscirete a diventare quello che vi illudevate soltanto di essere, oppure diventerete un ricordo che pian piano, purtroppo, svanirà nel nulla.”

Gemma n° 1815

“Sin da piccola sono stata appassionata di cinema perché per me è un modo per scappare dalla realtà e trovare un rifugio. Prendo tre film che hanno influenzato la mia vita e il mio modo di pensare e per i quali è scattato qualcosa di diverso: quando guardo un film lo analizzo, non mi faccio mai trasportare emotivamente, ma non per questi tre film che segnano anche tre parti della mia vita. Da piccola avevo un’ossessione per Il re leone: lo guardavo ogni singolo giorno e mia nonna era disperata, non ne poteva più. Questa storia di redenzione, di tornare sui propri passi, di destino ineluttabile a me piaceva molto e colori e musiche mi davano quella gioia che spesso non riuscivo a trovare durante la mia giornata. Era un po’ come se mi sentissi a casa in questi ambienti africani. Alle medie le cose non sono cambiate molto per me, finché un giorno, presa dalla noia, ho guardato Prova a prendermi di Steven Spielberg: almeno una volta al mese lo riguardavo, pur provando pena e compassione. Mi ritrovavo nel personaggio di Frank, un ragazzo che ha paura, molto intelligente e che sostanzialmente vuole solo scappare dalla realtà, vuole vivere sotto mentite spoglie un’altra vita per poter essere felice quando in realtà si ritrova solo. Alla fine viene preso perché la vita è così. Negli ultimi anni, quando ero in Danimarca ho deciso di andare a vedere con i miei amici Jojo Rabbit: è stato amore a prima vista, nonostante mi abbiano costretta ad andare a vederlo e mi abbiano pure pagato il biglietto! Questo perché odio tutta la rappresentazione visiva che abbia a che fare con l’Olocausto perché mi hanno traumatizzata da piccola e mi costringevano con la forza a guardare, per la giornata della Shoah, immagini e film. Questo film invece è fresco, innovativo, giovane, divertente: nella scena finale ricordo che stavo sia ridendo che piangendo. Mi ha fatto riaprire, mi ha fatto vivere una storia da un punto di vista diverso che mi ha fatto anche ricredere su alcune mie vecchie convinzioni e riaprire porte che pensavo di aver chiuso definitivamente. lo riguardo ogni volta che ho bisogno di riprovare quelle emozioni di gioia e tristezza allo stesso tempo, quando ho voglia di provare dei sentimenti”.

Ho provato le stesse emozioni di G. (classe quarta) espresse per il terzo film quando ho guardato per la prima volta Train de vie di Radu Mihăileanu. Gli abitanti di uno shtetl, per sfuggire alle grinfie naziste, decidono di investire tutti i loro averi nell’acquisto di un treno, suddividersi tra ebrei (quali essi sono realmente) e soldati tedeschi, e intraprendere un continuo viaggio per l’Europa fingendo la deportazione (e puntando alla Palestina attraverso la Russia). In questa sequenza ecco il misto di incredibile ilarità (sottolineo la chicca di un partigiano “Stiamo scrivendo la storia ma non so come interpretarla”) e profonda riflessione, tra l’altro condotta da Shlomo, il matto del villaggio!

Gemma n° 1809

“La mia gemma di quest’anno è particolare.
Ho pensato più volte a cosa avrei potuto portare quest’anno come gemma e ho avuto tante idee diverse, ma mi sono resa conto che alla fine il mio presente insieme a una nuova consapevolezza acquisita recentemente è la mia gemma. Il tutto accompagnato da un video che mostrerò alla fine.
Ho sempre avuto, fin da piccola, un’incredibile ambizione. Ho sempre voluto raggiungere una perfezione impossibile. Ho sempre pensato per qualche motivo di dover essere perfetta o, siccome la perfezione non esiste, di dovermi avvicinare il più possibile a qualcosa di simile ad essa. Ho cercato di essere la studentessa perfetta, la figlia perfetta, l’amica perfetta. Ho sempre cercato questa perfezione perché ho sempre voluto il massimo e per me la vita era tutta o bianco o nero. O tutto e il massimo, o niente. Non sono mai riuscita a trovare una via di mezzo, il giusto, l’equilibrio, quell’abbastanza che soddisfa senza sfinirti. Ho sempre fatto tutto quello che mi prefissavo cercando di farlo nel migliore dei modi, anche quando questo implicava dare molto più del mio massimo. E pensavo andasse bene così anche se tutto questo mi pesava, anche se la soddisfazione era spesso accompagnata da una grande stanchezza. Spesso per raggiungere questa perfezione, sacrificavo il mio benessere:  dormivo o mangiavo poco perché non avevo tempo, ero molto stressata e avevo spesso un’incredibile ansia di non riuscire a raggiungere questi obbiettivi.
Nonostante tutto però sono sempre riuscita a fare tutto quel che mi prefissavo, con qualche piccola caduta ho sempre raggiunto quel massimo. 
Quest’anno invece qualcosa è cambiato. Ho iniziato quest’anno con una grande paura del futuro, dell’esame di stato che ci attende, di cosa farò una volta finito quest’anno scolastico, di come riuscirò a fare tutto. E quel tutto ancor prima di iniziare nella mia mente era già diventato un “impossibile”. 
Ho iniziato l’anno con paure, dubbi ed incertezze a me estranei poiché ho sempre avuto un piano, degli obbiettivi da raggiungere e un percorso chiaro e preciso di come raggiungerli. 
Quest’anno i miei obbiettivi erano confusi e sembravano molto più grandi di me, tanto che il percorso di solito chiaro e preciso, questa volta era un incrociarsi di percorsi sparsi e confusi che non portavano a niente.
Per la prima volta mi sono sentita veramente persa. A scuola non riuscivo a raggiungere i soliti risultati, non riuscivo a studiare veramente, non avevo più tempo e voglia di andare in palestra, e all’improvviso mi ritrovavo lontana da quella perfezione come non mai. Ci provavo a dare quel massimo ma riuscivo solo a pensare “non ce la faccio più”.
E allora all’inizio ho mollato tutto. Tra il tutto e il niente, il tutto non riuscivo proprio a raggiungerlo, così mi ero abbandonata al niente.
Ed era anche una bella sensazione, ma pian piano le cose da fare e gli impegni arretrati si accumulavano e alla fine mi sono ritrovata ancora più persa di prima poiché oltre a non sapere come raggiungere la fine, ero anche rimasta indietro all’inizio, con tutto.
Avevo questo continuo contrasto interiore tra il “devo fare tutto subito e benissimo” e il “va bene così, ce la farò” che però sembrava venir continuamente rinnegato da una caduta dopo l’altra.
Alla fine, all’improvviso, quello che avrei tanto voluto sentirmi dire, me lo sono detta da sola.
Su YouTube è sempre pieno di video motivazionali, “be perfect/keep fighting/keep going/never settle” ma io avevo bisogno di altro, sì di un video motivazionale, ma non che mi spingesse a dare il meglio e oltrepassare i miei limiti, anzi. Così un pomeriggio ho aperto youtube e ho cercato “you don’t have to be perfect”.
Ed è uscito questo video intitolato “don’t be perfect”. Un video motivazionale che incita a non essere perfetti ma pazienti. Con se stessi e con tutto ciò che ci circonda.
È un concetto così semplice e banale, che però non avevo mai veramente considerato. Chi ha mai detto che dovevo essere perfetta? Chi ha mai detto che se non faccio il massimo non valgo tutto quel che valgo? Nessuno perché spesso siamo i nostri più grandi critici e i nostri peggiori nemici. E adesso l’ho capito, non serve essere perfetti soprattutto quando questo implica sacrificare la propria salute fisica e mentale. Ora la mattina rischio sempre di fare tardi ma almeno finisco sempre la colazione. La notte anche se non ho finito di ripassare bene, dormo. In palestra ci tornerò quando avrò veramente tempo, e intanto riprenderò ad allenarmi pian piano a casa. Non posso ripartire da zero a cento perché quello è sempre quel “o bianco o nero” che ho deciso di lasciare andare. Vanno bene anche i grigi. Va bene anche non essere sempre i migliori. Va bene anche se le cose non vanno sempre bene, perché è normale. Perché siamo umani, e non siamo perfetti. Inoltre il nostro tempo sulla Terra è prezioso e limitato. È inutile sprecare quel tempo a rincorrere obbiettivi irraggiungibili tra stress e paure, bisognerebbe godersi veramente quel tempo e tutti gli attimi semplici ma così importanti che lo compongono. La mia vita non si ferma alla scuola, a un voto, o anche a un esame. La mia vita non si ferma ad un singolo successo o ad un singolo fallimento. La vita è piena di opportunità, bisogna essere pazienti e dare il proprio massimo, anche se alcuni giorni quel massimo è davvero piccolo.
So che molte mie compagne e altri miei amici stanno vivendo un periodo simile al mio, un periodo di difficoltà, incertezze e dubbi ed è per questo che ho deciso di condividere oggi il video che avevo trovato, perché magari possa aiutare qualcun altro come ha aiutato me.

Può sembrare una cosa semplice e banalissima, ma per me significa davvero tanto. Diciamo che non mi sono mai data pace perché non pensavo di poter “fallire”. Quindi per me è stato davvero importante capire veramente che posso essere soddisfatta e felice anche se a volte faccio poco se quel poco in quel momento mi richiede tanto. Va bene cambiare priorità, va bene avere dubbi e perdersi ogni tanto per poi ritrovarsi meglio di prima.
Don’t be perfect, be patient.”

Questa la gemma di V. (ovviamente classe quinta, l’ha detto lei stessa). Non è facile commentare parole come queste: paure di dire troppo, paura di dire poco. Mi affido ad un film che ha segnato la mia adolescenza, uno dei primi visti al cinema. Ero in II liceo quando, con i miei compagni di classe, ho visto L’attimo fuggente. Nella sequenza che pubblico il prof. Keating afferma “Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice che molti uomini hanno vita di quieta disperazione. Non vi rassegnate a questo! Ribellatevi! Non affogatevi nella pigrizia mentale. Guardatevi intorno! Osate cambiare. Cercate nuove strade”. Che bello è stato ascoltare la tua voce stamattina V.!

Gemma n° 1804

“Ho portato una clip di Maniac, una mini-serie Netflix: l’ho guardata durante la quarantena. Cercavo qualcosa che mi confondesse un po’ le idee e l’ho trovata perché c’ho messo qualche tempo a capire questa serie. Una casa farmaceutica sviluppa un farmaco sperimentale grazie anche all’aiuto di un software avanzato; il farmaco fa rivivere i traumi a dei pazienti volontari. Tra di essi vi sono i due protagonisti Annie e Owen. La scena che ho portato si svolge nella mente di Annie che è sotto l’effetto della terza pasticca, la pasticca C, che sta per “Confronto” col trauma più grande della propria vita. Sta parlando con la sorella Ellie, deceduta in un incidente stradale mentre erano in auto insieme e stavano litigando a causa di una foto che Ellie desiderava scattare per avere un ricordo della sorella prima di trasferirsi mentre Annie rifiutava perché non voleva restare sola. La mia gemma è l’ultima frase che viene detta: Sometimes people leave and we don’t know why, A volte le persone vanno via e noi non sappiamo perché. Molte volte non si accetta l’idea di perdere qualcuno e io fino a pochi anni fa non avrei accettato l’idea di allontanarmi da qualcuno o di avere un amico in meno da un giorno all’altro. Ora sto cominciando a capire che le persone importanti della vita faranno di tutto per farne parte e non saranno coloro che ti lasciano o ti ignorano alla prima litigata. Le persone che vanno per la propria strada, che non coincide con la tua o che non prevede la tua presenza, forse è meglio lasciarle andare perché è meglio salutarsi una volta per tutte che continuare a prendersi in giro.”

Questa la gemma di V. (classe quarta). Non ho potuto fare a meno di pensare a Gio Evan e alla sua Finita la festa dall’album Natura molta
“Papà mi diceva, “Per capire chi è un buon amico, organizza una festa, fai una festa bellissima, prendi buone birre e dei vini sopra i 13, prendi del buon cibo, e che la musica di sottofondo sia bella e che possa accogliere tutti. Mettila alta da poter far dire ‘Bellissimo sto pezzo! Che gruppo è?’ ma non troppo alta, lascia che i vostri dialoghi non vengano coperti dagli assoli”. “Invita amici”, mi diceva, “Invitane tanti, invita tutti gli amici che conosci e poi, finita la festa, lascia che ognuno prenda la via che preferisce. Non forzare mai nessuno a rimanere, non convincere, non prolungare mai la festa, che le feste hanno origini più antiche di noi, sanno loro quando finire. Tu saluta e augura la buonanotte a tutti e osserva, osserva bene chi di sua volontà resta ad aiutarti, chi ti aiuterà a lavare i piatti, chi ti aiuterà a rimettere a posto, a sistemare le cose. Questi saranno i tuoi buoni amici, quelli che non ti staranno accanto quando la musica e il vino gioiranno con le tue buone lune; questi sono i buoni amici, quelli che rimarranno anche quando la tua vita avrà da offrire solo briciole e disordine”. “E alla fine di tutto”, mi diceva papà “ricorda, alla fine di ogni bellissima festa, alla fine di ogni momento epico, di ogni grande successo e di ogni impresa riuscita, vedrai che accanto a te resteranno sempre pochissime persone. Ma quelle pochissime, ricordalo sempre, valgono tutto”

Gemma n° 1802

“Ogni volta che ascolto Ci sarò mi vengono in mente tutte le persone che mi vogliono bene e ci saranno sempre”.

La canzone di Alfa è la gemma di E. (classe prima). Mi sento di commentarla attraverso una delle scene più toccanti di WALL•E, film d’animazione del 2008 ma sempre attualissimo.

Gemma n° 1798

C. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Quest’anno per la gemma ho voluto portare il sonetto 18 di Shakespeare (nell’immagine) e la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare questo passo: L’amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso… l’amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L’amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta.
Sono particolarmente significativi per me e considero il loro messaggio fondamentale nella vita di tutti i giorni. Bisognerebbe capire il potere di queste parole, che potrebbero veramente cambiare il mondo. Se ognuno di noi, in amore ma anche in amicizia e in tutte le relazioni tenesse a mente questi principi, il mondo sarebbe un posto migliore. Inoltre, quando mi sento triste o ansiosa, ripeto il sonetto di Shakespeare: questo riesce a calmarmi e a darmi energia positiva”.

Premesso che la versione del capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinti è quella del film I passi dell’amore, ora faccio una pazzia per commentare questa gemma e se non volete uno spoiler grande come una casa su di un film, fermatevi qui. C’è un film che in più di vent’anni di scuola ho fatto vedere una sola volta ad una classe del Liceo Classico di Cividale (inizio anni 2000): Film blu di Krzysztof Kieślowski (mi piacerebbe tantissimo, qualche volta, fermarmi a vedere un film come questo con qualche classe e discuterne; una volta lo si faceva, poi si è smesso). Racconta la storia di Julie, sopravvissuta all’incidente stradale che le ha portato via il marito e la figlia di 7 anni. Julie inizia un percorso di autodistruzione, ostacolata nel suo intento dalla forza della vita che le si para davanti in continuazione. Il video che pubblico qui sotto è la sequenza finale: l’ho rivista ora dopo tanti anni dalla visione del film e mi sono commosso ancora. Perché lo uso per commentare la gemma? Le parole sono quelle del capitolo 13 della Prima lettera ai Corinti di San Paolo.

Gemma n° 1790

“Ho portato il trailer di Mio fratello rincorre i dinosauri, basato su una storia vera: è la vicenda di Jack, un ragazzo che ha un fratello minore con la sindrome di Down, Gio. All’inizio lo vede come un supereroe, poi lo vive come un peso e un problema e non ne parla con nessuno dei suoi amici. Crescendo però scopre la bellezza di suo fratello e la sua unicità.

Ho poi portato un passo dal libro con la descrizione di Gio fatta da Jack:
La vita con Gio era un continuo viaggio tra gli opposti, tra divertimento e logoramento, azione e riflessione, imprevedibilità e prevedibilità, ingenuità e genialità, ordine e disordine. Gio che si butta a terra fingendo di cadere per sbaglio. Gio che scrive ogni azione prima di farla. Gio che salva una lumaca dalla nonna che la vuole cucinare. Gio che, se gli chiedi se quello che ha in mano è un pupazzo o un lupo vero, risponde: «Pupazzo vero». Gio che fa lo sgambetto alle bambine solo per aiutarle a rialzarsi, far loro una carezza e chiedere: «Come stai?» Gio che: in Africa ci sono le zebre, in America i bufali, in India gli elefanti, in Europa le volpi, in Asia i panda, in Cina i cinesi. Che se passano dei cinesi ride e si tira gli occhi, anche se li ha già come loro. Che la più grande disputa è stata se il T-rex era carnivoro o erbivoro. Che le vecchie sono molle; e glielo dice proprio, a tutte quelle che incontra. Gio che se vede un cartello con scritto «Vietato calpestare l’erba» lo gira e poi la calpesta. Che se lo mandi di sopra a prenderti il telefono e chiedere a papà se vuole la minestra lui va da papà a chiedergli se vuole il telefono. Che dice faccio da solo e ti mando via, con nella voce un’incertezza che capisci che lo sta dicendo a se stesso, per farsi forza. Gio che non capisce perché la sua ombra lo segue, e di tanto in tanto si volta di scatto a vedere se è ancora lì.
Gio era tutto, ma più di ogni altra cosa era libertà. Lui era libero in tutti i modi in cui avrei voluto essere libero io. Gio era tornato a essere il mio supereroe. E non avrebbe più smesso di stupirmi.
A. (classe seconda) ha portato questa gemma molto toccante. Immediato pensare al libro e al film Wonder (vi si fa riferimento anche nel trailer). Vorrei offrire un punto di vista diverso; leggo spesso il blog di una mamma, The princess and the autism. Scrive così nella presentazione: “Ciao! Benvenuti nel mio blog dove si parla di Ariel (la mia meravigliosa bimba di 10 anni che, tra le altre cose, è autistica), di Davide (il mio meraviglioso bimbo di 11 anni che, tra le altre cose, non è autistico) e di Baloo (il nostro cucciolo di barboncino nano che potrebbe essere essere autistico) e della sottoscritta, mamma in affanno ma sempre con determinazione. Cosa abbiamo di speciale? Niente! Siamo una famiglia “autistica” come molte altre, ma cerchiamo di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Non illudetevi… di solito non sono di così poche parole!”. Sono veramente tanti gli spunti che offre, tante le riflessioni che partono da quanto scrive. E mostra un mondo in tutte le sue sfaccettature. Un esempio? Ecco quanto ha scritto il 17 ottobre
“Tu che non hai una figlia disabile, cosa ne sai della mia vita?
Ti puoi permettere di tracciare confini ben definiti tra bianco e nero, le sfumature di grigio le lasci a Christian Gray e Anastasia Steel; di dividere il mondo in pensieri giusti e sbagliati e, ovviamente, quelli corretti sono solo quelli che corrispondono al tuo vissuto, gli altri non vengono nemmeno presi in considerazione.
Tu cosa ne sai delle notti in bianco passate a pensare ad un futuro che potrebbe essere lontano, ma invece è già domani, mentre lei urla e si batte la testa?
Sai quanto pesano le lacrime ingoiate sotto la doccia?
Hai mai provato il dolore dei sussurri degli inizi, pronunciati alle spalle come fossero un gossip da rivista patinata: “Ha la figlia ritardata”? E l’indifferenza del quotidiano?
Quante ore della tua vita perfetta hai passato in automobile? No, non per portare i figli a danza, calcio, judo o quel che è, ma per affidarli a professionisti che li aiutino a stare meglio o a essere più autonomi.
Hai mai dovuto rinunciare al tuo lavoro o ad uscire con gli amici per stare con lei, perché sta avendo una brutta crisi?
Ti sei mai sentito così stanco da voler scomparire? No, non andare via, ma dissolverti come il pulviscolo che filtra dalla finestra, farti assorbire dal materasso sul quale stazioni sveglia da ore, non muovendo un muscolo per paura che lei si possa svegliare?
Tuo figlio piange nel sonno avvolto da incubi in cui lei scappa e non sa chiedere aiuto per tornare a casa?
Porti sulla pelle le cicatrici della sua rabbia? E sul cuore quelle del suo dolore?
Ti prego, non dividere il mondo in pensieri giusti o sbagliati, soprattutto quando non sai quando è stata l’ultima volta in cui una persona ha pianto. O riso.”

Gemma n° 1757

“La mia gemma è un peluche che mi ha regalato mia nonna quand’ero piccolina e che ho chiamato con il suo nome. Questo peluche è stato cucito da una sua amica e la nonna mi ha raccontato che rappresenta la speranza e il fatto di non aver mai paura e di andare sempre avanti. Adesso mia nonna non c’è più e io ho voluto lasciare questo peluche in casa sua come simbolo di speranza”.

Il gesto di A. (classe seconda) di voler lasciare il peluche in casa della nonna mi ha portato alla mente una scena del film Sette anni in Tibet: due amici si stanno salutando perché uno è in partenza per il viaggio di rientro. Vengono versate due tazze di tea: la prima viene consumata, la seconda resta intatta, in attesa del suo ritorno. Certo la nonna di A. non può ritornare ma quel legame con il peluche, quel gesto di lasciarlo nella casa è un mantenerne la memoria, un continuare l’amore.

Divinità e fumetti

Avevo messo da parte questo breve articolo apparso su Wired il 28 ottobre 2017 a firma di Andrea Curiat. Per gli appassionati del settore fumettistico.

“Tutti pazzi per il manga Saint Young Men, di Hikaru Nakamura (per J-Pop prima e Rw-Goen poi). Cosa succederebbe se Gesù e Buddha, stanchi della loro vita ultraterrena, decidessero di passare un po’ di tempo sulla terra, condividendo un appartamento a Tokyo come moderni coinquilini nel Giappone contemporaneo? La risposta in un fumetto leggero, divertente e ironico, con i nostri divini protagonisti alle prese con i problemi e gli svaghi della vita quotidiana, pronti a compiere miracoli e svelare verità universali come se nulla fosse.
Da due anni, ormai, si vociferava della trasposizione del manga non più in un anime (ne sono già usciti due, nel 2012 e nel 2013), ma in una vera e propria serie tv live action. L’attesa dei numerosi fan è stata infine premiata con una webserie disponibile su YouTube, per ora soltanto in giapponese (in attesa degli inevitabili sottotitoli), ma già sufficiente a regalarci delle immagini indimenticabili di due attori nipponici nei panni del messia cristiano e dell’illuminato monaco fondatore del buddismo.
Insomma, la religione trova spazio anche nei fumetti, seppure in versione ironica e leggera. Non è certo la prima volta che sceneggiatori e disegnatori di tutto il mondo provano a dare una rappresentazione del divino, più o meno irriverente, più o meno fedele. Ecco allora 5 esempi di (un) Dio, come visto dal mondo dei fumetti.

La Presenza (DC Comics)
No, non è Superman l’essere più forte dell’Universo Dc. E no, non è neanche il suo avversario cosmico Darkseid. La divinità creatrice e onnipotente dei fumetti Dc è nota solo con il nome di Presenza, ed è una rappresentazione neanche troppo celata del Dio giudeo-cristiano. Dalla Presenza scaturiscono i poteri dello Spettro, gli Eterni descritti da Neil Gaiman in Sandman, i Nuovi Dei di Jack Kirby e tutti gli eventi chiave che hanno segnato la storia del multiverso Dc.

Jack Kirby (Marvel Comics)
Chi è, allora, il Dio dei Marvel Comics? Ovviamente, Jack Kirby. La rivelazione (è il caso di dirlo) giunge ai Fantastici Quattro durante un celebre ciclo di storie firmate da Mark Waid e dal compianto Mike Wieringo, durante il quale lo scientifico Reed Richards decide di viaggiare sino al Paradiso per riportare a casa l’anima del defunto Ben Grimm, alias la Cosa. Al vertice della creazione, il quartetto trova il Re dei fumetti, che con la sua matita divina può riscrivere qualsiasi aspetto della realtà in cui operano i supereroi Marvel. Un’interpretazione decisamente “meta” della divinità. E sicuramente il sorridente Stan Lee avrebbe qualcosa da ridire sulla scelta di Jack Kirby come Dio dei fumetti…

Le divinità di Testament
Tra il 2006 e il 2008, la Vertigo (etichetta Dc Comics rivolta a lettori maturi) ha pubblicato il coraggioso Testament, di Douglas Rushkoff e Liam Sharp, un fumetto che narra la storia dell’umanità nel passato, presente e futuro, esposta alla volontà e al conflitto per la supremazia spirituale tra le divinità pagane e due versioni del Dio giudeo-cristiano: Elijah, il Dio raffigurato nella Bibbia, e un nuovo “Vero e solo Dio“.  Qui la storia di Abramo e Isacco si intreccia con quella di Jake Stern, giovane studente di un futuro prossimo. Inedito in Italia.

Il Dio di Preacher
Nessuna opera raffigura al meglio lo spirito dirompente e irriverente dei fumetti degli anni ’90 come Preacher di Garth Ennis e Steve Dillon (a proposito, state guardando la serie tv?). Qui, l’ex-predicatore Jesse Custer, la sua fidanzata Tulip O’Hare e il vampiro Cassidy sono a caccia di una divinità che ha abbandonato il proprio posto in Paradiso per nascondersi da Genesis, essere nato dall’unione tra un angelo e un diavolo, e tanto potente da rivaleggiare con il Paradiso intero. Una visione della religione studiata a tavolino per scandalizzare o divertire, a seconda dell’inclinazione del lettore su questi temi. Edito in Italia da Rw Lion (formati vari).

Le divinità di Supergod
Altro giro, altra provocazione intellettuale. Se gli dei non vanno all’umanità, sarà l’umanità a creare gli dei. Tramite ingegneria genetica, intelligenza artificiale, viaggi nello spazio, le nazioni del mondo creano in laboratorio degli esseri dai poteri divini, sperando di risolvere i propri problemi – o di poterli utilizzare come armi finali in una guerra fredda. Ne deriva una escalation senza ritorno in cui il supergod Krishna stermina gli abitanti dell’India per salvare il Paese dall’inquinamento, e tutti gli sforzi per fermarlo non sembrano far altro che peggiorare la situazione, sino a una vera e propria Apocalisse biblica. Raccolto in volume da Edizioni Bd (156 pp, 13 euro).”