Europa e Legge 40

La notizia, presa da Rainews24, è questa:

“La Corte europea dei diritti umani ha bocciato la legge 40 per quanto riguarda l’impossibilità per una ok.jpegcoppia fertile, ma portatrice sana di fibrosi cistica, di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni. Secondo i giudici della Corte di Strasburgo, la cui decisione diverrà definitiva entro tre mesi se nessuna delle parti farà ricorso per ottenere una revisione davanti alla Grande Camera, “il sistema legislativo italiano in materia di diagnosi preimpianto degli embrioni è incoerente” in quanto allo stesso tempo un’altra legge dello Stato permette alla coppia di accedere a un aborto terapeutico in caso che il feto venga trovato affetto da fibrosi cistica. La Corte ha quindi stabilito che cosi com’è formulata la legge 40 ha violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare di Rosetta Costa e Walter Pavan a cui lo Stato dovrà versare 15 mila euro per danni morali e 2.500 per le spese legali sostenute.”

Ecco i link agli articoli di Corriere e Avvenire.

Corse troppo brevi

L’altroieri guidavo tra Dobbiaco e Misurina e parlavo con mia moglie dopo aver incrociato una colonna di motociclisti: “Mi piacerebbe guidare una moto, ma penso che ci passeggerei, godendomi le emozioni, l’aria, il paesaggio”. Oggi ho letto questo articolo di Ferdinando Camon…

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“Oggi ho, finalmente, la risposta, ed è quella che mai avrei voluto avere. Sono anni che, passando in auto per le strade della Val di Zoldo, dove sta il centro delle Dolomiti proclamate Patrimonio dell’Umanità, incrocio motociclisti con targa austriaca, tedesca o italiana. Su moto di grossa cilindrata, sovraccariche di trofei, con un ospite sul sellino posteriore che non si capisce come stia in equilibrio su quello spigolo, mi sorpassano da dietro in curva cieca, invadendo la corsia opposta, senza ch’io li veda arrivare, o mi piombano addosso da davanti, piegandosi in curva fino a sfiorare l’asfalto col ginocchio, come fanno Lorenzo e Stoner. Anni fa avrei detto Valentino Rossi, ma sic transit gloria mundi. Ogni volta mi chiedevo: Ma non rischiano troppo? Cos’hanno inventato i giovani, un nuovo modo di morire? Oggi vedo le statistiche, e vorrei non vederle: da aprile, su queste strade, sulle strade di questa sola regione, sono morti 60 motociclisti. Se per ogni incidente si calcolano altri tre o quattro feriti gravi, si ha la misura del fenomeno. È una strage continua. Il “Corriere del Veneto”, supplemento regionale del “Corriere della Sera”, ci dedica due paginoni e ci mette a corredo una interminabile sfilza di foto-tessera, le facce dei morti. È una sparata di volti ridenti o sorridenti: volti giovanili, di ragazzi, vedo soltanto uno di 52 anni, uno di 50, uno di 56. Sono all’acme della vitalità. Della loro vitalità fa parte la velocità. Muoiono per eccesso di velocità, quindi per eccesso di vita. Non importa se nello scontro la colpa è dell’altro (l’autista tende a “non vedere” la moto, o a vederla tardi), resta il fatto che se questi andassero più piano, resterebbero qui, con me, a guardare costernati questa parata di motociclisti uccisi dalla moto. Il mondo giovanile crea questo nuovo fenomeno: la passione per la moto, la scelta di moto potenti e veloci, e l’uso al limite della sicurezza e molte volte oltre il limite. La gioia del guidare una moto sta nell’essere sempre in fase di sorpasso. È un vantaggio, arrivi prima. Una volta, quando scoppiava il boom delle auto, correva una battuta: “Vieni subito o prendi l’auto?”. Adesso la battuta si può aggiornare: “Ti devo aspettare, o hai il motorino?”. Il motorino sta alla città come la moto alle strade: corre sempre sulla mezzeria, quella è la sua corsia preferenziale. Se parli con i giovani (io ci provo, s’impara sempre qualcosa), ti spiegano che il vero viaggiare è in moto, non in auto. Perché in moto senti l’aria, vi penetri come un missile. E perché in moto senti la strada, i dossi, le curve. In auto non senti niente. La giovinezza è sempre in cerca di emozioni, e la velocità su due ruote dà i brividi. Il brivido è il sale della giornata. Se hai viaggiato sentendo i brividi, all’arrivo sei contento. Il secondo passeggero, quello seduto sul sedile posteriore che spesso è una fettina di sedile, sopraelevata, con una corda per aggrapparsi con le mani alla quale non ha senso aggrapparsi con le mani, che dunque spesso si avvinghiano alla cintura del guidatore, il secondo passeggero deve accompagnare tutte le manovre di guida spostando il proprio peso, e dunque non è un passeggero, come in auto o in aereo, ma un secondo pilota, un co-pilota. Abituati a stare sempre in fase di sorpasso, i motociclisti non scelgono più se sorpassare o no, loro sorpassano comunque, e non scelgono se a destra o a sinistra, per loro una parte vale l’altra. Il motto di Kerouac, “Andare sempre e non importa dove”, un motto infausto che ha rovinato un paio di generazioni, loro lo cambiano e se lo adattano, “Correre sempre e non importa perché”. È come se alla domanda: meglio vivere o correre?, rispondessero: correre. Questo mezzo centinaio di facce bambine o appena adulte che mi guardano dal giornale dicono di no, meglio vivere. Ma il loro modo di dire “correre” era un urlo, il modo di dire “vivere” è il silenzio.”

Medicina e sperimentazioni

Per soldi? Per disperazione? Per fame? Perché non c’è altra via? Per speranza? Sono le domande che mi sono venute alla mente alla lettura di questo articolo di Stefano Vecchia.

cavia-umana(1).jpg“L’India ammette ufficialmente le morti dovute alla sperimentazione di nuovi farmaci e promette regole più rigide a salvaguardia delle “cavie” per le multinazionali farmaceutiche. È stato lo stesso ministro per la Sanità del governo di New Delhi, Ghulam Nabi Azad, a comunicare che un gran numero di decessi registrati negli ultimi anni è dovuto a una serie di patologie, anche tumorali, collegate alla somministrazione di medicinali a scopo sperimentale e ai loro effetti collaterali. In particolare, il riferimento è a 668 casi di morti per Sae (Serious adverse events, Eventi negativi seri) durante test clinici effettuati nel 2010 e i 438 casi del 2011, a cui vanno aggiunti i 211 casi del primo semestre di quest’anno. Un totale di 1.317 episodi per i quali è stata accertata con sicurezza in almeno una quarantina di casi la responsabilità dei medicinali somministrati. Da anni l’India è campo di manovra per le compagnie farmaceutiche multinazionali e le loro consociate o controllate locali. Oggi, tutti i test sono obbligatoriamente registrati dal Consiglio indiano della ricerca medica. Solo di recente, però, il consenso alla sperimentazione da parte di volontari include la clausola che chi vi si sottopone possa godere di cure mediche e di compenso in denaro in caso di danni connessi ai medicinali presi o di decesso. Compensi, tuttavia, lasciati “alla buona volontà” delle aziende farmaceutiche e finora strappati con difficoltà, ancor più nel caso di pazienti anziani, soli o con patologie dubbie. Di recente, tuttavia, l’Organizzazione centrale per il controllo degli standard del farmaco ha proposto, per la prima volta, una formula di risarcimento. Per i decessi avvenuti finora, i risarcimenti individuali elargiti da parte di una decina di colossi farmaceutici si aggirano intorno all’equivalente di una cifra compresa tra i 1.500 e i 15mila euro. Quelli concessi alle famiglie vanno da 2.300 a 3.500 euro. Tutti, comunque, sono stati ottenuti con grande difficoltà. Uno studio – i cui risultati sono stati diffusi solo scorso anno – ha mostrato come dal 2005 la crescita esponenziale dell’industria del farmaco in India ha coinvolto nella sperimentazione oltre 150mila persone in almeno 1.600 test clinici. Tra il 2007 e il 2010 – afferma il rapporto – sono almeno 1.730 le morti registrate durante i test o ad essi successive.”

Quale obbedienza?

Quello che pubblico è un articolo lungo, poco adatto a un blog, lo so. Dovrei magari farne una sintesi e allegare l’intero pezzo. Ma è agosto, sono gli ultimi giorni di ferie, conservo le energie… E’ un articolo molto discusso, che fa discutere su obbedienza, coscienza, libertà, dissenso…

“Fuori dal gregge ” di Antonio Thellung in “mosaico di pace” del luglio 2012

0a.jpgL’obbedienza non è più una virtù, diceva don Milani, esortando a coltivare la presa di coscienza. Non per contrapporsi all’autorità, ma per educare ciascuno ad assumere le proprie responsabilità, senza pretendere di scaricarle su altri. L’obbedienza, infatti, può anche dirsi una virtù, ma soltanto se si mantiene entro limiti equilibrati, da valutare appunto con coscienza. Perché l’obbedienza cieca è il tipico strumento utilizzato dalle strutture autoritarie gerarchico-imperialistiche per esercitare il potere, offrendo in cambio ai sudditi lo scarico della responsabilità personale. Tipico esempio si è avuto nel dopoguerra quando pareva che nessuno dei feroci gerarchi nazisti fosse colpevole, perché sostenevano tutti di aver semplicemente obbedito a ordini superiori.

Il Vangelo è chiarissimo: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?”, ma la cristianità che si è affermata nella storia ha preferito mutuare dall’Impero Romano un’impostazione imperialistica che si mantiene presente tuttora, sia pure adattata ai tempi odierni. Un’impostazione che riduce i fedeli a “docile gregge”, come li definiva a suo tempo Pio X. Il Vangelo, inoltre, esorta anche a non chiamare nessuno padre sulla terra, un lampante invito a non cadere nelle tentazioni del paternalismo, che svaluta la dignità delle persone. Ma l’uso di chiamare “padre” i ministri del culto la dice lunga. Nello stesso brano, poi, Gesù in persona ammonisce i suoi apostoli a non farsi chiamare maestri perché solo Cristo è il maestro, ma sorprendentemente su taluni documenti ecclesiastici anche dei tempi presenti, come ad esempio il Documento di Base del 1970, si legge nientemeno che: “Per disposizione di Cristo, gli Apostoli affidarono ai loro successori, i Vescovi, il proprio ufficio di Maestri”. Incredibile! Si potrebbe dire che il magistero ha sempre richiesto ai fedeli un’obbedienza cieca, e non pochi tra coloro che hanno cercato di opporsi hanno pagato talvolta perfino con la vita. San Francesco, nella sua prima regola, aveva provato a scrivere che un frate non è tenuto a obbedire al superiore se questi gli ordina qualcosa di contrario alla sua coscienza, ma naturalmente papa Innocenzo III si è guardato bene dall’approvarla. In tempi più recenti, nel 1832, Gregorio XVI definiva un delirio la libertà di coscienza e nel 1954 Pio XII scriveva: “È giusto che la Chiesa respinga la tendenza di molti cattolici a essere considerati ormai adulti”. Non è stupefacente?

Chi esercita il potere, di qualsiasi tipo, vorrebbe dai sudditi una delega in bianco, perché teme le coscienze adulte, che sono difficilmente governabili per il loro coraggio di esprimere dissenso, quand’è il caso. E tanto più il potere è prepotente e prevaricante, tanto più esige un’obbedienza cieca. Il magistero ecclesiastico ha sempre mostrata una grande avversione al dissenso, trattandolo come un nemico da combattere perfino con metodi violenti, nel caso, senza capire che proprio il dissenso è il miglior amico degli insegnamenti di Cristo, perché agisce come sentinella delle coscienze. Il dissenso, nella Chiesa, c’è sempre stato, con buona pace di coloro che nelle varie epoche storiche hanno preteso di soffocarlo usando talvolta armi che sono incompatibili con l’insegnamento di Gesù. Sarebbe ora che l’autorità prendesse atto che il dissenso non è un nemico ma, anzi, un grande amico, anche se può rendere più complesso e faticoso il cammino. Il Concilio Vaticano II mostrava di averlo capito quando scriveva, nella Gaudium et Spes: “La Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano”. Ma ben presto, poi, sono prevalsi nuovamente gli atteggiamenti di repressione e condanna verso chi tenta coraggiosamente di alzare la testa.

Personalmente non dubito che un magistero ecclesiastico sia necessario e prezioso, ma di quale tipo? Qualsiasi coscienza adulta sa che di fronte a disaccordi e perplessità non avrebbe alcun senso rifiutare l’autorità o ribellarsi tout court: non sarebbe costruttivo. Ma sente però il dovere, prima ancora che il diritto, di chiedergli maggiore credibilità, di esigere che sappia proporre senza imporre, con rispettoso ascolto delle opinioni altrui. Gli ascoltatori di Gesù “rimanevano colpiti dal suo insegnamento”, perché “parlava con autorità”, e non perché aveva cariche istituzionali. Così il magistero può sperare di essere creduto, dalle coscienze adulte, quando offre messaggi autorevoli e convincenti, e non per il solo fatto di essere l’autorità costituita. Oggi la credibilità dei vertici ecclesiastici, con tutti gli scandali di questi tempi, è fortemente minata, e si potrebbe dire che solo facendo leva surrettiziamente sulla grande fede in Gesù Cristo che continua a sostenere tante persone (malgrado tutto) evita di porsi in caduta libera. Ma fino a quando, se permane la pretesa di continuare a proporsi come magistero di un “docile gregge?”.

La parabola della zizzania insegna che la Chiesa è comunione di consensi e dissensi, perciò, per recuperare credibilità, le autorità dovrebbero finalmente prenderne atto e imparare a dialogare con tutti alla pari, e in particolare proprio con il dissenso. Dovrebbero educarsi ed educare ad accoglierlo con l’attenzione che merita. Perché un dissenso respinto e represso a priori diventa facilmente aspro, arrabbiato, distruttivo mentre, se accolto con benevolenza, può diventare costruttivo, benevolo, e perfino affettuoso. Una buona educazione al dissenso potrebbe diventare la miglior scuola alla formazione di coscienze adulte, capaci di confrontarsi senza acquiescenze o confusioni e censure. Capaci, cioè, di non farsi travolgere da vergognosi intrallazzi di qualsiasi tipo.

Personalmente, cerco, nel mio piccolo, di fare quel che posso. Qualche anno fa l’editrice la meridiana ha pubblicato un mio libro dal titolo “Elogio del dissenso”, e per ottobre prossimo ha in programma di pubblicare un mio nuovo saggio dal titolo “I due cristianesimi”, scritto per sottolineare le differenze tra il messaggio originale di Cristo e l’imperialismo cristiano, non solo come si è affermato nella storia, ma anche come si manifesta al presente. L’interrogativo è focalizzato sulla speranza nel futuro, mentre le critiche a quanto è stato ed è contrabbandato in nome di Cristo servono solo per capire meglio come si potrebbe uscir fuori dalle tante macrocontraddizioni.

La speranza è irrinunciabilmente legata a una Chiesa delle coscienze adulte, perciò sogno un magistero impegnato a farle crescere senza sottoporle a pressioni psicologiche; un magistero capace d’insegnare a distinguere il bene dal male senza imporre valutazioni precostituite; lieto di aiutare ognuno a diventare adulto e autonomo senza costringerlo a sottomettersi; volto a stimolare una sempre maggiore consapevolezza rinunciando a imposizioni precostituite. Un magistero che affermi i suoi principi senza pretendere di stigmatizzare le opinioni diverse; che proponga la propria verità senza disprezzare le verità altrui. In altre parole, sogno una Chiesa dove sia possibile ricercare, discutere, confrontarsi, camminare assieme.

Sogno un magistero che affermi il patrimonio positivo della fede, libero dalla preoccupazione di puntualizzare il negativo; che sappia offrire gratuitamente l’acqua della vita, senza voler giudicare chi beve; che proponga la verità di Cristo, esortando a non accettarla supinamente; che tracci la strada, ammonendo a non seguirla passivamente; che offra strumenti per imparare a scegliere, a non essere acquiescenti, a non accontentarsi di un cristianesimo mediocre e tiepido. Un Magistero che preferisca circondarsi da persone esigenti, irrequiete, contestatrici, piuttosto che passive, pavide, addormentate. Esso per primo ne trarrebbe grandi benefici: sarebbe il magistero di un popolo adulto, maturo, responsabile. Etimologicamente la parola obbedienza significa ascolto, e sarebbe ora di educarci tutti a questo tipo di obbedienza reciproca: i fedeli verso l’autorità, ma anche l’autorità verso chiunque appartenga al Popolo di Dio, non importa con quale ruolo. Solo questa obbedienza è autentica virtù. Chissà se San Paolo, quando esortava a sperare contro ogni speranza, si riferiva anche alle utopie!

Amarezza

L’amaro comunicato stampa di ieri del presidente del centro di accoglienza Padre Nostro voluto da don Pino Puglisi:

“I soliti “ignoti”, perché nessuno si è mai impegnato a renderli noti, questa notte hanno rubato le persiane esterne e gli infissi interni in alluminio del Centro Polivalente Sportivo intitolato a Padre Pino Puglisi e Massimiliano Kolbe, sito in via San Ciro 23 int. 2. Già a maggio di quest’anno altri “ignoti” avevano rubato una stampante-fotocopiatore, un decespugliatore, un tagliaerba, una cassetta degli attrezzi, materiale di cancelleria, una webcam, e anche lo scudetto del Palermo donato ai bambini dal Palermo Calcio.

Questi “piccoli” furti, siano essi messi in atto dalla mafia o dal piccolo delinquente, in questi 19 anni centro-Padre-nostro-470x312.jpghanno avuto l’obiettivo di “avvelenare” l’umore dei volontari e degli operatori del Centro di Accoglienza Padre Nostro. La tecnica è quella, non della somministrazione di dosi di veleno massicce e letali, ma piccole dosi nel tempo sino a far morire la vittima, lentamente. Il loro obiettivo, come quello di tanti altri, è stato, nel tempo, quello di farci stancare, spingerci e gettare la spugna, farci arrendere, sfrattarci da Brancaccio. Non vi nascondo che tante volte ci abbiamo pensato e oggi più che mai.

Nell’anno della “buona notizia”, nell’anno in cui il Papa ha autorizzato la proclamazione di beatificazione di Padre Pino Puglisi, noi volontari e operatori del Centro da lui fondato, attendiamo, da 19 anni, la buona notizia della cattura dei responsabili di questi furti e atti intimidatori a noi rivolti. Siamo stanchi di sentirci dire che sono “ragazzate”, perché se così è, questi “ragazzetti” hanno messo in scacco, per ben 19 anni, persino le forze della polizia e gli inquirenti, visto che ad oggi mai nessuno di loro è stato identificato. Con le debite proporzioni Riina Salvatore e il suo socio, Provenzano Bernardo, erano dei pivelli a confronto.

Questo quartiere e la sua comunità, questa città e i suoi abitanti, hanno avuto un dono da Dio: Padre Pino Puglisi, con la sua creatura, il Centro di Accoglienza Padre Nostro… forse sono state donate “perle ai porci” e se così è non ci resta che sbattere la polvere delle nostre scarpe e andare altrove.

Maurizio Artale

Presidente”

E poi diventi adulto di colpo

Il 21 novembre 1992, a quasi un anno dalla morte di Freddie Mercury, su Il Sabato esce questo articolo che ho recuperato da qui.

may.JPGUn anno fa moriva la regina. Freddie Mercury, cerimoniere dei Queen, si spegneva il 24 novembre 1991 a Londra, ventiquattrore dopo aver pubblicamente annunciato di aver contratto l’Aids. Nel ’71 aveva scelto per la sua band il nome Queen, titolo nobiliare dell’inquilina di Buckingham Palace e, nel linguaggio portuale, della checca. Freddie era stato l’istrione del rock, una maschera greca che alternava ironia ed esagerazione, amore e morte, intimismo e spavalderia. Che il cantante dei Queen stia già diventando leggenda lo suggeriscono anche le cifre: il doppio “Live at Wembley” viaggia verso vendite milionarie, mentre la raccolta dei “Greatest Hits” sta raccogliendo ovunque un successo di dimensioni colossali. E se per gli altri miti del rock la leggenda è circondata da un alone di significati – libertari, rivoluzionari, generazionali – che importa? Si scoprirà con il tempo che Freddie non era poi quel “macho” esagerato che egli stesso rappresentava in scena, ma un personaggio ermetico che raccontava (con parole simili a quelle di Jim Morrison): “sono stanco di essere usato, vorrei essere amato, perché puoi avere tutto ed essere solo in questo mondo di merda”. Un omosessuale non pentito che ha lasciato la parte più cospicua della sua eredita – milioni e milioni di sterline – non ai suoi amanti gay, ma all’unica donna della sua vita, la quarantenne londinese Mary Austin. Per quelli che gli sono stati vicino, la morte di Freddie è ancora un trauma. Lo è soprattutto per Brian May, il riccioluto chitarrista-astronomo che all’età di 23 anni abbandonò i telescopi per entrare di fianco a Mercury nel mondo del rock. Oggi Brian, uno dei più apprezzati musicisti del globo, è un uomo che tenta di risollevarsi. Uno dei quarantenni del rock che stanno tentando di ritrovare una qualche direzione di marcia…

Brian, è già trascorso un anno dalla scomparsa di Freddie…

E ogni volta qualcuno chiede come io e gli altri della band, John Deacon e Roger Taylor, abbiamo reagito alla sua morte, se abbiamo sopportato “bene” il colpo. Che razza di domanda: come si reagisce alla scomparsa di una persona con cui hai vissuto per vent’anni ogni giornata della tua vita? Male, malissimo, ti senti a pezzi fisicamente e non ci sei più con la testa…

Al termine del Mercury Tribute allo stadio di Wembley, David Bowie inginocchiandosi ha recitato il Padre Nostro in coro con tutto lo stadio…

Già, è stato un momento strano. Ho chiesto a David il perché, il motivo di quel gesto, ma neanche lui mi ha dato una risposta. Gli sembrava giusto ricordare Freddie con una preghiera e il Padre nostro è la preghiera. Ognuno poi reagisce diversamente di fronte al dolore, in modo oscuro. Nel dolore emergono i tuoi spettri, il tuo sangue, le tue ferite. Io ho preferito andare dall’analista, che è riuscito a farmi intravvedere la luce. Ho poi inciso un album, “Back to the Light”, che avrei potuto intitolare Inferno e resurrezione, ma poi ho pensato che anche Dante Alighieri aveva già scritto qualcosa di simile.

E ora si sente tranquillizzato, in pace con se stesso?

Non so ancora bene dove mi trovo. Sono solo più stabile.

Ha qualcosa da dire sulla morte?

Oh mioddio. Cosa si può dire… Ci attende tutti. Ne siamo coscienti solo quando ti tocca vicino, vicinissimo. E dopo diventi adulto di colpo. Di colpo ti accorgi che non giochi più.

Lei, Peter Gabriel… come mai tante rockstar si rifugiano dallo psichiatra?

L’analista è spesso una persona che aiuta a non aver paura dei mostri della vita, della parte più incomprensibile di te e degli altri, di quei segreti inconfessabili che son la tua zavorra, la tua tomba. Nel caso del rock l’analista aiuta ad affrontare le energie che vengono liberate e poi sfuggono al controllo. Il problema di chi fa rock è sempre nella testa…

Quanto si finge quando uno è sul palco?

Tanto. Con tutti.

Cioè?

Uno dei problemi del rock è la gente che hai intorno. Per mille motivi conviene a tutti che si rimanga bambini, marionette. Gli affari determinano il potere e per gli affari devi rimanere un oggetto, facilmente utilizzabile. Freddie lo diceva sempre. “Nessuno si immagina come io sia lontano dal palco, lontano dai soldi, lontano dal business. Nessuno immagina come siamo ognuno di noi quattro, lontano da quella macchina che chiamiamo Queen”. Quando il treno si è fermato e la favola Queen s’è interrotta, ho sentito la sensazione di aver sbagliato tutto, di essermi perso.

Nell’ultima produzione dei Queen ci sono titoli che riflettono proprio la tragedia che stavate vivendo. Un pezzo come The show most go on non conteneva già una sensibilità nuova e drammatica?

Certo, quella era una canzone con una forza particolare, scritta mentre sentivamo che si stava compiendo qualcosa di tragico. Quando Freddie è venuto per la prima volta a sentire i provini e a registrare le sue voci era in condizioni tremende eppure riuscì a cantare anche meglio che nel passato: quella sua registrazione è probabilmente uno dei suoi vertici assoluti. Dal mio punto e vista è come se fossimo riusciti a scrivere un’aria d’opera, molti anni dopo Bohemian Rapsody. Ma abbiamo scritto e interpretato tante canzoni dal testo forte e ricco anche prima di quell’ultimo periodo. L’urgenza di essere amato di Somebody to love esprime fortissimamente la sensibilità di Freddie, ma anche la necessità di tutti di non essere soli. E poi il sentimento ecologico di Is this the world we create…

I vostri pezzi più famosi – We we’ll rock you e We are the champions – vi rappresentano ancora?

Non rappresentano più né me, né gli altri. Sono grandi canzoni e le suonerò ancora, ma la vita le deve superare: non è mai il passato che può rappresentarti. Ciò che abbiamo fatto appartiene alla vita pubblica, alla cultura della gente, dei giovani in tutto il mondo. Così come la memoria di Freddie ormai appartiene a tutti coloro che l’hanno amato. Penso che la manterranno viva.

Sia fatta la TUA volontà

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1. Slegare la fune

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Ho scelto una canzone fortemente evocatrice per iniziare il nostro viaggio estivo: ascoltandola con attenzione e chiudendo gli occhi si ha veramente la sensazione di essere in una strada di Algeri. Questa bellissima dolce ballata dei Modena ci parla continuamente del paese straniero, ma lo fa traendo spunto non da un viaggio effettuato ma dagli organi di senso di Suad, una donna del deserto. E’ così che dai suoi occhi emergono foto e immagini di “polvere e tramonti, tappeti stesi, tende e silenzi, casbah e mercati, aeroplani su terre straniere e piedi scalzi nei vicoli di Algeri”; dalla pelle e dai capelli promana il “profumo dolce dell’erba e dell’incenso, di bracieri accesi, di ebano e di spezie, di sabbia portata dal vento e di palme”; infine, la bocca di Suad ci “parla di caldo e di colori, di mattoni gialli asciugati sotto il sole, di strade e carovane, di villaggi ai confini del mondo e di esuli stanchi che aspettano il ritorno”.

Penso che possa essere molto bello tornare da un viaggio portandosi dietro tutte queste sensazioni; ma affinché ciò avvenga penso sia importante partire col piede giusto. E allora mi permetto di suggerire, nel corso di queste puntate, non tanto dei consigli, ma più che altro degli spunti di riflessione, utili sia per un viaggio materiale che per uno metaforico o metafisico.

Prima di tutto mi piace pensare che il viaggio non consista solo in un giungere a destinazione, ovvero in un semplice spostamento che ci faccia divorare chilometri nel minor tempo possibile. Partire è schiudere noi stessi agli altri, agli incontri di persone e luoghi differenti; è abbandonare l’egoismo che ci fa guardare alla nostra quotidianità come l’unica importante e, spesso, possibile. Partire è destabilizzare l’egocentrismo, rendersi disponibili a mettere al centro dell’attenzione qualcos’altro o qualcun altro. Mi viene alla mente l’immagine di un viaggio in treno: se ci sediamo con le spalle rivolte alla direzione di marcia e guardiamo fuori dal finestrino, gli oggetti ci arrivano all’improvviso e subito diventano piccoli, allontanandosi da noi. Nel momento stesso in cui appaiono, già si dileguano. Se invece siamo seduti nella direzione in cui va il treno, le cose ci appaiono fin da lontano, molto piccole, ma diventano sempre più grandi, fino ad inondare gli occhi. Andiamo incontro alle cose, non le fuggiamo. Diventa pertanto fondamentale la disposizione d’animo che abbiamo prima del viaggio: siamo disponibili a mollare gli ormeggi? Rischiamo altrimenti di fare come i due turisti del racconto di Bruno Ferrero: una sera, due turisti che si trovavano in un camping sulle rive di un lago decisero di attraversarlo in barca per andare a «farsi un bicchierino» nel bar situato sull’altra riva. Ci rimasero fino a notte fonda, scolandosi una discreta serie di bottiglie. Quando uscirono dal bar ondeggiavano alquanto, ma riuscirono a prendere posto nella barca per intraprendere il viaggio di ritorno. Cominciarono a remare gagliardamente. Sudati e sbuffanti, si sforzarono con decisione per due ore. Finalmente uno disse all’altro: «Non pensi che a quest’ora dovremmo già aver toccato l’altra riva, da un bel po’ di tempo?». «Certo!», rispose l’altro. «Ma forse non abbiamo remato con abbastanza energia». I due raddoppiarono gli sforzi e remarono risolutamente ancora per un’ora. Solo quando spuntò l’alba constatarono stupefatti che erano sempre allo stesso punto. Si erano dimenticati di slegare la robusta fune che legava la loro barca al pontile.

Lasciarsi destabilizzare, farsi incontro al nuovo, non aver paura del diverso, penso possano essere validi metodi per giungere alle ultime righe della canzone di oggi: “La tua casa è fra le nuvole e il deserto”.

Compagni di viaggio:

  • Tiromancino, Imparare dal vento

  • Nomadi, Cammina cammina

  • Franco Battiato, Nomadi

  • Ligabue, Seduti in riva ad un fosso

  • Claudio Baglioni, Poster

  • Claudio Baglioni, Strada facendo

  • Daniele Silvestri, Salirò

  • Lunapop, 50 Special

  • Lucio Battisti, Sì viaggiare

  • Litfiba, Lacio drom (buon viaggio)

  • Francesco De Gregori, Viaggi & miraggi

  • Jovanotti, La linea d’ombra

  • Pink Floyd, On the run

  • Red Hot Chili Peppers, Aeroplane

  • Jamiroquai, Travelling without moving

Confidando nella tua ribellione

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In questi giorni ho augurato diverse cose ai ragazzi di quinta, ne aggiungo una dal libro che sto leggendo e la allargo a tutti, perché penso che a tutti possa servire, in particolare a coloro che in questo momento si sentono persi, frastornati, confusi:

“Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione.” (Massimo Gramellini, Fai bei sogni)

Fotografare

cc.jpgSimo, cos’è per te fotografare? Me lo ha chiesto poco tempo fa un amico. Ed ecco che oggi mi sono imbattuto in un articolo di Roberta De Monticelli in cui si cita Camus: “La nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni. (…). Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi”. La macchina fotografica rappresenta la mia arma per immortalare la bellezza. Non sempre fotografo “belle cose”, ma la bellezza è quella che assaporo dopo, davanti all’immagine, e che ho proiettato dentro di me nel momento dello scatto. Uno dei due protagonisti del film American Beauty ha la mania della videocamera e riprende il volteggiare confuso e disordinato di un sacchetto di carta e dice: “Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare”. Ecco, secondo me siamo in un momento in cui invece non c’è molta bellezza, e allora amo fermarla in uno scatto, farla mia, possederla per un attimo per poi condividerla.

Guardare con gli occhi dell’anima

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Poco meno di due settimane fa c’è stata la serata di fine anno della nostra scuola. Ci sono stati ballerini, il coro, ginnasti, video, la citazione di tutti i premi vinti e le certificazioni linguistiche… C’è stata anche Francesca, una studentessa di 5AS che ci ha regalato una bella emozione leggendo le sue riflessioni e una sua poesia. Le ho chiesto di spedirmele e di poterle pubblicare. Per fortuna ha accettato, così posso condividere qui le emozioni di quella sera. Grazie

“Riflettendo in un pomeriggio di sole ho pensato di riportare sulla carta le suggestioni che percorrevano la mia mente. Il sole e il bel tempo mi mettono una grande allegria. La luce, infatti, aiuta a vedere meglio le cose, ad apprezzarle per come sono. Ed è questo in realtà che mi fa sorridere.

Amo osservare cose e persone e soprattutto cerco di scoprire come sono fatte veramente. Perché …dietro alla maschera di ognuno c’è molto di più, tutto quello che con i soli occhi del viso non si riesce a cogliere. Guardando con gli occhi dell’anima si può percepire la grandezza della diversità:

NON tutti abbiamo due braccia, due gambe, due occhi;

NON tutti abbiamo il dono della vista, della parola, della scrittura, del pensiero logico;

NON tutti amiamo, pensiamo, desideriamo le stesse cose,

ma se c’è una cosa che ci accomuna è che abbiamo l’immensa fortuna di essere tutti qui su questa terra.

E allora dobbiamo amarci e rispettarci, imparare ad apprezzare anche i difetti dell’altro e scoprire la ricchezza, la bellezza e le risorse che si nascondono in colui che consideriamo diverso.

Abbiamo tutti dei sogni, magari anche gli stessi, l’unica cosa che cambia è la modalità per raggiungerli.

Ognuno sceglie la sua strada: lineare, tortuosa, in salita, in discesa; ciò che importa è che tutte portano alla stessa meta.

La vita umana è unica ed irripetibile, per questo dobbiamo impegnarci al massimo per viverla nel miglior modo possibile, sia per noi stessi che per gli altri.

L’esistenza di ognuno deve essere degna di essere vissuta fino in fondo.

Abbiamo tutti dei diritti, primo fra tutti il diritto di essere rispettati per quello che siamo, di essere amati ed apprezzati per le nostre qualità, ma anche per i nostri difetti o le nostre mancanze.

Non esiste una definizione universale di normalità e perfezione.

Anzi, queste ultime non esistono nemmeno.

Ognuno di noi è un essere unico e speciale e già per questo perfetto.

 

La Diversità

La diversità è…

Un punto di vista nuovo

Con il quale osservare il mondo…

Un metodo originale

Per raggiungere i propri obiettivi…

Un’opportunità

Per confrontarsi…

Un’occasione

Per crescere…

Uno stile

Contro corrente…

Uno strumento

Per sentirsi i soli e gli unici…

Un quadrifoglio

Nel prato del conformismo…

La ricerca del senso

Della propria esistenza…

Una risorsa

Tutta da scoprire…

Questa è la diversità.

Quella bellezza

Apprezzabile solo se

Si guarda con gli occhi dell’anima…

Quella luce

Che illumina gli occhi…

Quel lume di speranza

Che mai deve spegnersi…

Quell’amore per la vita

Incondizionato ed eterno

Che solo la diversità può donare.

La diversità esiste.

La diversità ci circonda.

La diversità siamo noi.”

Francesca Del Zotto

Giorni di gloria

Twitter mi avvisa che il 4 giugno di 28 anni fa usciva “Born in the U.S.A.”di Bruce Springsteen; avevo 10 anni, ma quel disco me lo ricordo bene, riprodotto ad alto volume da uno zio appassionato di tutto ciò che era Stati Uniti. Di quel LP faceva parte anche un brano che ha a che fare con i nostri giorni, in cui spesso rimpiangiamo un tempo in cui la situazione economica era decisamente migliore, in cui con uno stipendio solo si riusciva anche ad andare in ferie… Questa sensazione di rimpianto è un po’ da “vecchi”, solo che troppo spesso la sento in bocca a ragazzi giovani in cui la speranza e l’entusiasmo dovrebbero pulsare forti. Mi irrita sentire ragazzi delle superiori dire “che noia” o “uffa, non c’è niente da fare”. E allora ecco Glory Days, per non arrivare all’ultima strofa e identificarsi col protagonista, col suo amico giocatore di baseball, con la ragazza della scuola…

“Avevo un amico che era un grande giocatore di baseball

ai tempi delle scuole superiori.

Riusciva a lanciarti la palla in una maniera

che ti faceva fare la figura dello stupido.

L’ho visto l’altra notte in questo bar sulla strada:

stavo entrando, mentre lui usciva.

Siamo rientrati, ci siamo seduti, abbiamo bevuto qualcosa

ma tutto ciò di cui parlava erano

Giorni di gloria che ti passano accanto

giorni di gloria, rapidi come il battito di ciglia di una ragazzina

gironi di gloria, giorni di gloria.

C’è una ragazza che vive nell’isolato;

ai tempi della scuola faceva girare la testa a tutti i ragazzi.

Qualche volta il venerdì mi fermo da lei a bere qualcosa,

dopo che ha messo a letto i bambini.

Lei e suo marito Bobby sono separati,

penso siano ormai due anni.

Ci siamo seduti a parlare dei vecchi tempi;

lei dice che quando le viene da piangere scoppia a ridere pensando ai

Giorni di gloria che ti passano accanto

giorni di gloria, rapidi come il battito di ciglia di una ragazzina

gironi di gloria, giorni di gloria.

Penso che andrò giù al bar stanotte

e berrò fino a fare il pieno

e spero che quando sarò vecchio non mi metterò seduto a ripensarci,

anche se probabilmente lo farò:

già, seduto a cercare di catturare un poco della gloria passata.

Ma il tempo fugge via

e ti lascia senza nulla, amico,

se non noiose storie di giorni di gloria

Giorni di gloria che ti passano accanto

giorni di gloria, rapidi come il battito di ciglia di una ragazzina

gironi di gloria, giorni di gloria”

A cuore fermo

Segnalo questo interessante articolo sui trapianti

Che non siano soli

Ieri il ricordo di Giovanni Falcone. Tanto si è parlato della solitudine in cui sono stati lasciati lui e Borsellino. E allora metto in luce questa notizia piccola presa da Rainews24. Sinceramente, la trovo inquietante.

viola-marcello.jpg“Un episodio al vaglio degli inquirenti ha coinvolto il procuratore capo di Trapani Marcello Viola, vittima lo scorso 19 aprile di un lungo inseguimento in auto durato circa 40 minuti lungo l’autostrada A29 tra Palermo e Trapani. L’auto del procuratore, che viaggiava scortato, è stata raggiunta da un’altra vettura dai vetri oscurati con a bordo forse tre persone. L'”aggancio” dell’auto di Viola è avvenuto all’altezza dello svincolo di Calatafimi Segesta, e secondo quanto previsto dal protocollo di sicurezza interno l’autista del procuratore non poteva fermarsi, proseguendo il più velocemente possibile verso Trapani. Giunti in città, l’auto inseguitrice ha fatto perdere le sue tracce. Durante l’inseguimento gli uomini di scorta hanno preso il numero di targa dell’automobile e su di esso stanno effettuando le indagini per risalire a chi sia intestata la vettura. Già in passato Marcello Viola, a lungo sostituto procuratore della Dda di Palermo e che ha collaborato alla cattura di importantissimi latitanti mafiosi, è stato oggetto di minacce sulle quali indaga la procura di Caltanissetta. Minacce alle quali si è aggiunto adesso questo nuovo episodio. prima di un’udienza prevista alla sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani, Tra le recenti ‘colpe’ di Viola, una recente indagine che ha portato il procuratore e i suoi sostituti a chiedere il sequestro e la confisca del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti, patron della Valtur, valutato circa cinque miliardi di euro.”

Pena di morte e USA


In queste settimane in diverse classi abbiamo parlato di pena di morte, l’ultima proprio stamattina. Pubblico un’intervista a sister Helen Prejean, dal cui racconto di vita è stato tratto Dead Man Walking. E’ tratta da Avvenire. Qui sopra, invece, il video della canzone di Johnny Cash proposta da Martina: lei ha fatto conoscere la canzone e il film d’animazione non è affatto male. Grazie

A novembre, insieme alle presidenziali, in uno Stato-faro come la California si voterà per la pena di morte. Come vi state avvicinando a questo appuntamento?

«In California stiamo lavorando molto con diverse forze sociali, prima di tutte la Chiesa cattolica che detiene realmente una leadership nel movimento abolizionista. Del resto negli Stati Uniti abbiamo visto, negli ultimi dieci anni, una forte diminuzione dell’appoggio alla pena capitale. Questo sta avvenendo anche in quegli Stati che vengono chiamati la Death Belt, cioè la “cintura della morte”, ovvero Texas, Oklahoma, Alabama, Mississippi, South Carolina, Missouri e Georgia. Il sostegno alla pena capitale sta scemando anche in questi Stati. E negli ultimi cinque anni sono stati 5 i governi locali che l’hanno definitivamente abolita: nel 2007 lo stato di New York, nel 2008 il New Jersey, nel 2009 il New Mexico, 2010 l’Illinois e di recente il Connecticut: in totale, 17 Stati a oggi hanno detto no al boia. E altri quattro o cinque, tra i quali il Kansas e il New Hampshire, sono vicini alla cancellazione di questa pratica».

Dunque, anche la politica si associa al cambiamento voluto dalla gente?

«Il sostegno popolare alla pena di morte sta decisamente diminuendo. Attualmente in California ci sono 720 persone (di cui 19 donne) che aspettano la condanna nel braccio della morte. Finora la pena di morte negli Stati Uniti è costata la cifra pazzesca di 4 miliardi di dollari, 185 milioni all’anno: è la denuncia di Don Heller, un magistrato repubblicano pentitosi del suo appoggio alla morte di Stato. La gente si sta chiedendo perché così tanti soldi vengono investiti nel sopprimere la vita di molte persone invece che devoluti a programmi di educazione e di prevenzione del crimine. Il popolo americano ha capito che la pena di morte non è una soluzione».

Dal 2000 sono stati 31 gli Stati che hanno cambiato direzione rispetto alle esecuzioni capitali; l’ultima, la Mongolia. Globalmente siamo sulla strada giusta?

«A livello mondiale assistiamo a un trend abolizionistico. Cinquant’anni fa solo pochi Paesi al mondo non prevedevano nel loro codice la pena di morte, oggi la situazione si è rovesciata: la maggioranza degli Stati non ha più questa odiosa pratica. Ricordiamo anche quel che papa Benedetto XVI ha detto di recente, quando ha invitato i cattolici a impegnarsi a livello legislativo per abolire la pena di morte. Tale partecipazione dei credenti è molto forte negli Stati Uniti e altrove: basti pensare al lavoro della Comunità di Sant’Egidio! La gente nota che sono proprio i cattolici i più attivi su questo fronte: i 65 milioni di cattolici americani, soprattutto i giovani, stanno in prima linea nel movimento anti-pena di morte. Ricordiamo che fu Giovanni Paolo II, durante una visita a St. Louis, nel Missouri (era il 1999), a inserire tra gli argomenti pro life la questione della pena capitale».

La prossima partita per la Casa Bianca tra il presidente Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney riguarderà anche le uccisioni di Stato?

«No, assolutamente. I due candidati non toccheranno la questione, che sta molto in fondo alla loro agenda politica. Obama non l’ha mai citata e non lo farà. Tutto ciò nonostante sia incontrovertibile il cambiamento popolare su questo argomento. È proprio la gente che sta spingendo, con i referendum, la politica e l’ambiente legislativo a rivedere le leggi. Questo è un motivo di speranza: significa che è la gente e non la politica, a far cambiare in meglio le cose».

Sorellanza

– Un corrispondente dall’estero una volta mi ha chiesto: «Lei è stata stuprata durante la guerra liberiana?». Quando ho risposto di no, ha perso ogni interesse per me. Durante la guerra in Liberia, quasi nessuno ha descritto altri aspetti della vita delle donne: il fatto di nascondere figli e mariti ai soldati che li cercavano per reclutarli o per ucciderli, di percorrere chilometri a piedi in mezzo al caos alla ricerca di cibo e acqua per la famiglia, di andare avanti con la propria vita per avere qualcosa da cui ripartire quando la pace fosse tornata. Quasi nessuno ha raccontato della forza che abbiamo trovato nella sorellanza, e di come abbiamo preteso la pace a nome di tutti i liberiani. –

Leymah Gbowee, Grande sia il nostro potere

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La nostra parte

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Lo so, è un post lungo, di quelli che scoraggiano la lettura. Però merita. Oggi non riesco a partecipare al corteo in ricordo di Giovanni Falcone che parte proprio dalla mia scuola. Ho trovato però questo bel ricordo personale di una persona che si firma su www.19luglio1992.com semplicemente come Una cittadina che crede nella giustizia. Quel che mi piace di questo pezzo è che apre alla speranza, ci fa capire che non tutto è finito in quell’inizio estate del 1992.

“Non fu un sabato come un altro per me che allora frequentavo Giurisprudenza in una grande città del centro Italia. Quel pomeriggio stavo studiando Diritto Privato, ricordo ancora il capitolo del libro (l’Eredità), mi ero appena trasferita in quella nuova casa con altre colleghe e non avevo ancora la TV: ad un certo punto sentii provenire dalla stanza accanto il volume alto del televisore e mi alzai per “dirgliene quattro a quella mia amica che continuava a disturbare”. Arrivata davanti alla porta aperta vidi lei con gli occhi sbarrati che fissava lo schermo, poi, girandosi verso di me, con gli occhi diventati tristi all’improvviso, mi disse: -Hanno ammazzato il tuo “Giudice”-.

Non capii più nulla, mi sembrava di aver compreso male le parole, non poteva essere, no Falcone doveva essere immortale, per noi che lo seguivamo, era un eroe; un eroe che tutti ammirano e difendono perché, un po’ come gli eroi dei fumetti, è immortale. Invece era vero, quella scellerata mano ci era riuscita, aveva compiuto l’ultimo atto di una battaglia iniziata anni prima tra il Giudice di Palermo e Cosa Nostra. Risposi alle parole della mia amica piangendo e imprecando, dissi che non poteva essere, che lui era scortato, era sorvegliato a vista dappertutto per cui poteva essere ferito ma ucciso no. Incominciai pian piano a guardare lo schermo, arrivavano le prime immagini dell’Autostrada sventrata, l’auto di Falcone era ricoperta di terra fin su il parabrezza, l’auto davanti invece era divenuta una carcassa proiettata a metri di distanza. All’interno vi erano i suoi angeli, coloro che lo avevano protetto questa volta non vi erano riusciti, erano saltati in aria prima di lui. Ricordo lo sconforto che mi assalì, mi passavano in mente tutte le vicende che, negli anni precedenti, avevo seguito seppur da lontano, non conoscendolo personalmente. Ritornavo indietro con la memoria a quando avevo 13/14 anni e vedevo per la prima volta il Giudice Falcone in TV che parlava di Criminalità Organizzata e Cosa Nostra, all’epoca il reato di Mafia (oggi perseguito con il 416/bis) non era nemmeno contemplato dal codice, sarebbero dovuti morire Pio La Torre e Dalla Chiesa per arrivare all’approvazione di quell’articolo. Un turbinio di ricordi e di emozioni mi pervasero l’animo; ricordi spiccioli come le interviste, i filmati, gli articoli sui giornali e ricordi diversi come le manifestazioni che si facevano alle scuole superiori quando il Pool veniva attaccato da Politici e, a volte, persino da loro colleghi stessi. Noi che allora eravamo studenti, ma coscienti della situazione, manifestavamo ed eravamo mosche bianche in un’Italia che ancora non aveva preso coscienza del problema mafia.

La maggior parte di coloro che studiavano Giurisprudenza lo facevano perché volevano seguire le orme del Giudice Antimafia, l’unico sino ad allora, che insieme a pochi altri aveva capito come si poteva combattere il fenomeno mafioso. Aveva capito che per stanare i criminali bisognava seguire il flusso di danaro enorme che proveniva dalla Sicilia per poi diramarsi verso il nord Italia e soprattutto all’Estero. Aveva intuito che alcuni uomini di cosa nostra, se avessero avuto la possibilità, avrebbero collaborato; si badi non perché pentiti ma per svariati altri motivi come ad esempio vendicarsi di ciò che la mafia aveva fatto loro oppure ottenere benefici sulla pena. Così si iniziò a parlare del “Metodo Falcone” che anche gli studenti di Legge conoscevano e … studiavano. Ricordai, in quell’istante, tutti gli amici e colleghi di Falcone che erano stati trucidati con i loro più stretti collaboratori. Quella sera del 23 Maggio non si riusciva ad andare a riposare, sembrava che la maggior parte (per lo meno la parte onesta e civile) del popolo Italiano avesse perso un amico di famiglia. Nell’aria era palpabile la tristezza come quando verso le 20 andammo alla mensa universitaria con la scusa di distrarci e mandar giù un boccone. Ci sedemmo, ci accorgemmo di essere in pochi, eppure era periodo di esami quindi nessuno tornava a casa per il fine settimana, invece quella sera l’Italia si era fermata costernata e ferita tutta nella sua interezza. Certamente non tutti si addolorarono per l’attentato, di sicuro non lo fecero coloro che l’avevano ideato, provato e portato a termine così come non si dispiacquero quei Politici che tanto avevano avversato Falcone e che erano collusi o corrotti. Furono giorni tristissimi e lo sarebbero stati per tutta quell’estate alla luce degli eventi che si consumarono il 19 Luglio, solo 57 giorni dopo. Forse l’unico risultato positivo di quel 23 Maggio fu il risveglio delle coscienze dei Palermitani onesti, la presa di posizione nei confronti della criminalità da parte di alcuni (per la verità pochi) Organi dello Stato. Vi fu la ferma condanna (si disse allora) di un atto così abominevole. I cittadini capirono che la Mafia poteva, così come aveva già fatto, colpire chiunque e in qualunque momento, indipendentemente che si fosse Servitori dello Stato o cittadini, compresi donne e bambini; veniva sfatato il mito per cui la mafia colpiva solo loro stessi e chi combatteva contro di loro. A Palermo si videro manifestazioni, lenzuoli bianchi ai balconi, mamme con bambini che manifestavano contemporaneamente conto la Mafia e lo Stato, contro le Istituzioni, ed era la prima volta che accadeva ciò. La rabbia salì ancor più dopo il 19 Luglio, quell’estate sembrava non finisse mai. Io pian piano ripresi la marcia, feci quello che era il mio dovere di studente all’Università.

Dopo 20 anni tante cose, in questo paese, sono cambiate. Sono cambiati Governi, Leggi, le regole del sistema penitenziario (con l’applicazione del carcere duro per i mafiosi con D.L. dell’8 giugno 1992), tanto di quello che è avvenuto fu dovuto a quella strage. A volte ci è sembrato che lo stato andasse in senso opposto con la modifica di Leggi tanto desiderate proprio da Giovanni Falcone come quando fu integrata la Legge sui collaboratori nel 2001, a volte ci siamo sentiti persi per la scarcerazione di mafiosi per la decorrenza dei termini o perché le motivazioni della sentenza tardavano ad arrivare ed allora il nostro pensiero andava a Lui, a tutti coloro che in questo Stato avevano creduto. Io in questi 20 anni non ho mai smesso di crederci, non ho voluto far parte del mondo Giudiziario per scelte familiari ma non ne sono affatto pentita. Faccio comunque ciò che tutti i cittadini onesti dovrebbero fare: combatto contro il sistema della mentalità mafiosa con ogni mezzo lecito che lo Stato ci mette a disposizione. Combatto quando vado in un ufficio a chiedere un certificato che mi spetta di diritto ma gli impiegati tergiversano aspettandosi di essere implorati o di ricevere regalie, combatto se vedo delle omissioni da parte delle Amministrazioni nei nostri confronti, lotto quando ci sono associazioni che reclamano determinati diritti, firmo (sempre con cognizione di causa) proposte di Leggi Popolari e richieste referendarie, denuncio determinati atti che colpiscono la comunità qualora siano interessi collettivi o anche dei singoli, faccio, praticamente, tutto quello che normalmente in un paese civile dovrebbero fare tutti, nient’altro che questo. Capisco che a volte l’ignoranza e la paura, riguardo determinate cose, regnano sovrane ma proprio in quei momenti cerco di convincere e spiegare alla gente con cui mi capita di parlare quanto sia forte la volontà e la forza di un popolo. Penso che questo sia dovuto proprio agli insegnamenti a noi lasciati dal “Mio Giudice” oltre ad una buona dose di valori che mi sono stati trasmessi dai miei genitori e da splendidi insegnanti. Adesso vivo dove sono nata cioè in un paesino del sud dove la mafia vorrebbe essere padrone del territorio, ho 40 anni, un bambino ed un marito stupendi, quest’ultimo lavora nell’ambito della Giustizia; è un Sottufficiale responsabile di un reparto specialistico dove ci si occupa di indagini sulla criminalità organizzata, ha scelto lui di fare questo lavoro e non per danaro (come tanti pensano si possa fare), non vi sarebbero soldi adeguati a ciò che fa e rischia.

No, lui ha scelto perché è cresciuto con gli stessi valori ed insegnamenti che ho avuto io, seguendo le vicende di Palermo degli anni 80, ha deciso di arruolarsi, l’ha fatto pochi giorni dopo il 23 Maggio, quasi a dare un senso alla morte di quegli uomini e tanti suoi colleghi, per continuare in nome loro. Non è stata facile la scelta di intraprendere questa strada, non tanto per le difficoltà di studio ma soprattutto per la coscienza che una volta intrapresa difficilmente si potesse tornare indietro. Nel suo lavoro affronta tutti i giorni problemi di ordine legislativo e pratico, come le carenze di organico, di strumentazioni adatte al lavoro, di collaborazione con l’Estero, di carenze strutturali degli uffici; tutte cose che a volte lo sconfortano ma mai un tentennamento su quella scelta, mai. Cerco di stargli vicino per quanto è possibile fare, resto in silenzio quando torna a casa scuro in volto e sconfortato, lo vedo scrivere fino a tardi quando il lavoro non lo finisce in ufficio, passa notti e giorni, a volte, fuori casa. La mattina esce e non sa mai a che ora si possa rientrare e se si rientrerà a casa. Scrivo tutto ciò a memoria delle future generazioni, per coloro che quei fatti non li hanno vissuti perché troppo piccoli o perché non c’erano. Vorrei che i ragazzi che oggi hanno 20 anni capissero chi fosse per noi, ragazzi di allora, Giovanni Falcone; vorrei che comprendessero perché era il nostro “Giudice”, perché in un mondo così colluso e corrotto noi, all’epoca, trovammo la forza di reagire. Noi abbiamo fatto e continuiamo a fare ciò che ci sembrava più giusto per onorarlo e ricordarlo ma tocca anche ai ragazzi di adesso e del futuro fare in modo che quei sani, saldi e imprescindibili principi camminino con le loro gambe, in nome della verità e della Giustizia perché uno Stato senza verità e Giustizia non può essere uno Stato libero e democratico. Onore ai ventenni e a tutti coloro che lotteranno sempre conto i soprusi camminando a testa alta e non abbassandola mai!

Una cittadina che crede nella giustizia”

Rimboccarsi le maniche in estate…

Segnalo una iniziativa, non nuova ma sempre bella, in particolare agli studenti che in quest’anno mi hanno segnalato il desiderio di impegnarsi nel volontariato. Qui c’è l’occasione, offerta dalla Caritas di Udine, di dedicare una settimana delle proprie vacanze a tinteggiare case o infissi, accatastare legna, fare compagnia agli anziani… Qui sotto il pdf con tutte le info. Penso sia un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

Volantino 2012 per web e mail.pdf

Si vive una volta sola

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«Lo capii subito che rischiava la vita. Da quando cominciò a lavorare con Rocco Chinnici che gli affidò alcune delle più delicate inchieste di mafia. Una volta glielo dissi pure: “Giovanni chi te lo fa fare?” E lui mi rispose “Si vive una volta sola”» (Maria Falcone, sorella di Giovanni).

Qui l’intervista di Alfio Sciacca

Da che parte sta Dio?

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Chi segue frequentemente il blog sa che mi piace leggere più libri in simultanea. Uno di quelli che sto portando avanti lentamente per la corposità degli argomenti trattati è “In nome di Dio” del premio Nonino 2012 Michael Burleigh. Sto affrontando il capitolo “Apocalisse 1939-1945” in cui si tende a chiarire il ruolo delle Chiese europee in quegli anni. Oltre a tutta una serie di chiarimenti sul ruolo di Pio XI e soprattutto Pio XII, spesso taciuti da storici superficiali e ideologici (tra l’altro, esiste una visione storica non ideologica?), mi hanno colpito due interventi riportati in successione. E’ vero: come si evince dal libro sono stati isolati, ma pur sempre eclatanti.

Da un lato, l’ottuagenario cardinale francese Alfred Baudrillart invitava i francesi a unirsi contro il bolscevismo: “L’arcangelo Michele brandisce la sua spada vendicatrice, brillante e invincibile contro i poteri diabolici. Con lui marciano i popoli cristiani e civili per difendere il loro passato e il loro futuro a fianco delle armate tedesche”.

Dall’altro lato, il metropolita russo Sergej inviò un messaggio a ogni parrocchia ortodossa. Vi si leggeva: “La Chiesa di Cristo benedice tutti gli ortodossi che difendono le sacre frontiere della nostra madrepatria. Dio ci assicurerà la vittoria”.

Ecco, a questo punto mi immagino l’indecisione di Dio… e soprattutto il suo disperato avvilimento.