Amore gratis

Prendo dal sito di un collega il racconto di una sua lezione.

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“Ho iniziato l’anno con un giochino. Sui valori. Una storia semplice e carina, in cui cinque personaggi, in relazioni di vario tipo tra loro, per salvare ognuno un valore a cui tengono ne infrangono un altro. L’ho letta in modo ironico e un po’ demenziale, perché fosse chiaro che si trattava di un gioco. Ovviamente una storia a sfondo sentimentale. La classe è al femminile, con alcune belle teste. Una quarta, depurata l’anno scorso, purtroppo, da alcune altre belle persone, ma che non hanno avuto voglia di farsi promuovere. Alla fine della lettura ho chiesto loro di mettere in classifica, sul piano morale, i cinque personaggi dal più corretto al meno corretto. Ognuno per conto proprio, e di scrivere a fianco di ogni personaggio la motivazione di quel giudizio dato. Poi ne abbiamo discusso. A mo’ di forum. La questione si è animata su un personaggio soprattutto, che per vivere il valore della fedeltà infrange quello dell’amore. E su questo Irina – chiaramente italiana doc – ha fatto una considerazione. “Ma prof., ogni persona ha una sua classifica, ovvio, ma soprattutto non si può pensare di vivere una cosa senza anche rinunciare ad un altra”. “Vuoi dire – faccio io – che se decidi di vivere come cosa più importante della tua vita un valore, altre cose, pure importanti dovranno essere messe da parte per forza”. “Si prof. Se essere fedeli al proprio uomo è la cosa più importante, può davvero essere giusto che la storia finisca perché si ha tradito.”

“Beh io credo che alla fine, se vuoi essere felice sul serio, devi trovare un modo per non rinunciare a nulla”. Dal suo torpore finto, Nicolò, uno dei due maschietti presenti in classe, si sveglia. E prosegue. “Io non credo che sia automatico dover rinunciare a qualcosa se vuoi dedicarti a ciò che ami più di tutto. Forse si può trovare un modo per organizzarti e non dover per forza scegliere. Io ora non rinuncerei alla mia ragazza, e se lei mi tradisse credo che la potrei anche perdonare”. Irina ribatte: “Beh Nicolò, si vede che tu ci tieni di più all’amore che non alla fedeltà”. “No, io ci credo alla fedeltà, non è che non ci credo, ma perdere la mia ragazza sarebbe la cosa peggiore, perciò potrei anche perdonarla”. “Eh! appunto Nicolò – gli dico – questo vuol dire che per te l’amore di lei vale più della fedeltà a te, e che per quello sei disposto a sacrificare questa”. “Allora ragazzi vedete, qui si pone la questione di quale sia il Signore della vostra vita, quale cosa, principio, persona, o che altro volete voi, sia l’unica cosa a cui dedicarsi se foste costretti ad avere un solo amore. Che cosa davvero salvereste?”. “Ma no prof. non si può mettere giù così!”. Maddalena diventa rossa mentre lo dice, la sua timidezza si fa vedere, ma quando si toccano corde vive reagisce d’impeto. “Non credo davvero che ci sia bisogno di scegliere, almeno io non voglio scegliere, e voglio cercare di vivermi tutto quello che mi capita, senza rinunciare a nulla”. “Si Maddy, capisco cosa dici – ribatte Irina – ma la vita non è così. Ad un certo punto devi scegliere. Io ho lasciato mio padre in Ucraina e non lo vedo da 7 anni, ma che dovevo fare? Lì non si poteva davvero vivere tutti e tre in casa, non c’erano soldi. Mi dispiace davvero molto, ci ho pianto e ci sto male sapendo che poi lui si è fatto un altra vita là, con una altra donna. Ma per me la vita qui è possibile, là no”. “Irina quindi cosa ha salvato secondo voi?”, dico alla classe. “ha salvato sé stessa”. Monica, che fino ad allora ha seguito tutto senza perdere un colpo va giù sicura. “Mah si e no”, ribatte Irina. “Ho salvato la mia vita, certo, ma vorrei che nella mia vita ci fosse qualcuno o qualcosa per cui vale davvero la pena di spenderla”. “Ma come? – faccio l’avvocato del diavolo – dopo la fatica che hai fatto per darti una possibilità di vivere, vorresti che questa vita fosse spesa per qualcun’altro?”. “Si prof. se no davvero sarebbe assurdo. Mia madre mi dice che la sua vita è bella perché ci sono io, e perché lei ha speso sé stessa per fare vivere me. Prof., questo è bellissimo. Io lo so che le è costato moltissimo, l’ho vista piangere e non dormire e faticare come una pazza, ma è felice di averlo fatto. E adesso la capisco”.

La classe s’è quasi ammutolita. Un’aria strana ci ha preso, come se le parole di Irina fossero arrivate dritte dentro i suoi compagni. E tra loro alcuni hanno sentito chiaro che anche per loro è così, mentre sul viso di altri, tra cui Monica e Nicolò, è apparsa una invidia non raccontabile, perché invece, a loro, questa esperienza di sentirsi così amati è mancata. E allora capisco quando si dice che essere egoisti vuol dire amarsi di meno, perché ci è mancato un amore gratuito. “Credo davvero di dover ringraziare Irina per quello che ci ha detto. Quando cerco di dirvi che Gesù ci ha amati fino alla morte, dico la stessa cosa, ma detto così fate fatica a sentirlo. Mentre Irina ce lo fa sentire dentro”.

Ti piace vincere facile?

Dal Gruppo Abele prendo questo interessante articolo di Toni Castellano.

Si adattano alle più recenti tecnologie, rispondono ai gusti di un pubblico sempre più vasto, sono accessibili nei modi più semplici. E fatturano un sacco di soldi. Sono i giochi d’azzardo, al centro di un’industria che nel 2010 ha incassato globalmente, solo nel nostro Paese, 61 miliardi di euro: per bilancio la quinta in Italia dopo Fiat, Telecom, Enel, Ifim. E per il 2011 ha previsto un aumento delle entrate di un terzo rispetto all’anno precedente. In prima fila, con pronostici sportivi e fiches alla mano, troviamo pensionati e minorenni. Sono questi ultimi in particolare ad effettuare il 32% di tutte le giocate complessive, dopo che nell’ultimo anno il loro coinvolgimento nel gioco è aumentato del 7,7% (fonte Associazione Contribuenti Italiani). A crescere però non sono solo le entrate e il divertimento: anche fenomeni come la dipendenza e l’indebitamento aumentano di pari passo. “Fate il nostro gioco” è il nome di un’associazione che si occupa di prevenzione rispetto al gioco d’azzardo nelle scuole piemontesi. È nata dall’idea di due giovani matematici, Diego Rizzuto e Paolo Canova, che propongono agli studenti laboratori matematici per comprendere i meccanismi del gioco, fino alla sorpresa finale: secondo la legge dei numeri non si vince mai… Abbiamo fatto qualche domanda a Diego Rizzuto.

Come si spiega questa crescita del settore dell’azzardo? All’improvviso giocare è diventato redditizio e sicuro?

Certo che no. Le spiegazioni credo siano altre, due in particolare. Da una parte c’è la situazione di crisi economica, che alimenta nella gente sogni di riscatto. Dall’altra l’investimento dello Stato nel settore: l’offerta di gioco legalizzato cresce costantemente. Un esempio: il terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009 fu il pretesto per ampliare quantità e qualità del gioco. Con l’obiettivo di procurare fondi straordinari per la ricostruzione dell’Aquila, si ottenne l’immissione sul mercato di nuove strumentazioni (le vlt-video lotterie), modifiche a giochi già esistenti (come il “10 e lotto”), e nuovi giochi a totalizzatore (“Win for life”). Nell’ultima manovra finanziaria, con l’unica giustificazione del “fare cassa”, si è deciso un’altra volta di introdurre nuovi giochi o varianti a quelli già conosciuti.

Le statistiche dicono che circa un terzo delle giocate viene effettuato da minorenni. Di fronte a questi dati, quanto è urgente educare giovani e giovanissimi sui rischi del gioco, e quando vi siete accorti di questa necessità?

È urgentissimo. Alcuni giochi sembrano pensati per rispondere esattamente alle passioni giovanili. Poker “tournament”, poker “cash” e scommesse sportive hanno avuto presa immediata e ampissima tra i giovani. Il nostro progetto è nato in realtà con l’intento della divulgazione matematica: l’intenzione era quella di parlare della statistica legata al gioco, statistica che è materia un po’ trascurata nei programmi delle scuole superiori. Sviluppando il progetto ci siamo resi conto che più che la divulgazione scientifica era necessaria una sensibilizzazione sociale. Al termine di un laboratorio in una scuola, un ragazzino ci ha confessato che in famiglia avevano un problema: il padre giocava troppo e lui e la madre non sapevano cosa fare perché non trovavano un canale comunicativo con le strutture che si occupano del problema. Altro episodio è quello della mamma che scopre che il figlio minorenne dispone di una carta di credito – che non potrebbe neppure avere – per giocare al poker on line. La mamma chiama la professoressa di matematica, che a sua volta si rivolge a noi: alla fine ci sono voluti due matematici per mettere in comunicazione una madre preoccupata con i servizi sanitari… Il problema è che molta gente confonde ancora il gioco con un vizio. Raramente l’abuso viene inteso come malattia, e d’altronde si tratta di un’attività approvata e sponsorizzata istituzionalmente.

Come spiegate matematicamente a un pubblico studentesco che la vincita nei giochi “non esiste”?

Usiamo la legge dei grandi numeri. Spieghiamo che si vince e si perde in ogni gioco: le due fasi si alternano. Ma sulla lunga distanza il bilancio è matematicamente negativo. Con i ragazzi calcoliamo tramite delle simulazioni quanto il bilancio per ciascun gioco generi di passivo. Il secondo aspetto su cui facciamo riflettere i ragazzi è quello della pubblicità ingannevole. L’esempio è quello di “Win for life”: lo spot dice che si vince con la maggior parte delle combinazioni, 8 su 11, ed è vero. Ciò che omette è che le altre tre hanno una probabilità altissima di verificarsi. Alla lunga si perde in qualsiasi gioco, e in particolare di fronte a questo tipo di comunicazione ambigua, è importante capire bene il meccanismo matematico prima di scegliere di giocare. Perché attenzione: noi non diciamo che non si debba giocare in assoluto. Sosteniamo però si debba fare, nel caso, solo per divertirsi e non sperando davvero di vincere.

Per quella che è la tua esperienza, i giovani sono più ricettivi verso questo tipo di spiegazione “scientifica” rispetto a discorsi di natura psicologica, sociale ecc.?

I giovani e soprattutto gli adolescenti, come dicono alcuni psicologi, sono nell’età “dell’immortalità” e non hanno interesse verso le ricadute sociali delle attività che praticano. L’unico modo per fare presa su di loro è quello di trovare un’esca. Noi ci riusciamo perché, presentandoci come matematici ed esperti di giochi, ci scambiano per qualcuno che possa spiegare come vincere. Tra i ragazzi è diventata leggenda la storia dei matematici che, giocando a black jack in alcuni casinò di Las Vegas, erano riusciti, contando le carte e calcolando le probabilità, a vincere molti soldi. Altro fattore di successo del nostro metodo è la scelta di parlare soprattutto di matematica e solo velatamente del problema “sociale”. Infine il tipo stesso di comunicazione che scegliamo, le sue forme, hanno un impatto specifico su un pubblico giovane. Grafica, titolo e stile della comunicazione sono fondamentali. Insomma: matematica, ricadute sociali affrontate “a margine”, comunicazione accattivante: ecco gli ingredienti della ricetta.

Quali sono i giochi che “fregano” di più? E quali possono essere, oltre alla prevenzione nelle scuole, misure utili a regolamentare l’azzardo e i suoi effetti collaterali (dipendenza, usura, riciclaggio)?

In Italia sono le slot machine i giochi che succhiano più denaro, e mietono più vittime. Tra i giovani la classifica vede in testa il poker on line (“tournament” o “cash”) ma anche quello “artigianale”, praticato a casa. Subito dopo vengono le scommesse sportive e infine i gratta e vinci che non costano troppo, ma che – bisogna ricordarlo – ai minorenni non si potrebbero nemmeno vendere.

Cosa si potrebbe fare? In questa fase la risposta è la più semplice, ma insieme la più disarmante. Si può fare qualsiasi cosa, qualsiasi iniziativa sarebbe più utile del “nulla” cui assistiamo oggi: l’informazione sui rischi praticamente non esiste, le sanzioni verso i gestori degli esercizi che non controllano l’età dei giocatori sono ancora bassissime. Cominciano a sentirsi le prime proposte, come quella di Settimo Torinese di non mettere siti di gioco o slot vicino a luoghi come scuole, ospedali, case di cura, in cui ci sono giovani o persone che vivono momenti difficili della propria esistenza. Purtroppo a oggi sono ancora iniziative isolate.

Chissà…

Prendo da Linkiesta questo articolo di Marta Casadei

Dodici ore di fila in piedi, pagamenti in ritardo, perfino enormi danni alla salute. … nei giorni scorsi in Cina è scoppiato un nuovo caso che coinvolge un grande nome della moda internazionale: Gucci. Secondo quanto riportato dai giornali cinesi come il National Business Daily – e dal China Daily Usa, l’unico che io riesca a leggere direttamente essendo in inglese – cinque dipendenti di un negozio Gucci (PPR Group) a Shenzen hanno accusato l’azienda di averli pagati in ritardo ma soprattutto di aver imposto loro condizioni di lavoro disumane. L’impossibilità di mangiare o bere durante tutte le ore di lavoro  – fino alle 22, orario di chiusura dei negozi, e oltre, per avvantaggiarsi per il giorno dopo – avrebbe addirittura causato un aborto spontaneo a una delle dipendenti. Per quanto riguarda i pagamenti in ritardo, Gucci era già stato coinvolto in una disputa con un ex operation manager dell’azienda in Cina che, non essendo stato pagato, ha fatto ricorso al Chaoyang Arbitration Committee for Labor Disputes di Pechino. Gucci, dal canto suo, nega ogni possibile comportamento scorretto nei confronti dei dipendenti affermando che il loro benessere è in cima alla lista delle priorità del marchio, che in Cina ha trovato un mercato fiorente come molte griffes del lusso italiano (sempre il China Daily Usa riporta una redditività del +36.5% nella prima metà di quest’anno). Stabilire chi ha ragione è praticamente impossibile ad oggi, considerando anche le scarse informazioni giunte fin qui. Se fosse falso questa non sarebbe che una pessima pubblicità per il marchio dalla doppia G impegnato anche sul fronte Africa ad aiutare donne e bambini disagiati. Se fosse vero sarebbe una deriva inqualificabile, soprattutto per chi predica la qualità dei prodotti e delle logiche occidentali.

Giornata mondiale contro la pdm

Nella giornata mondiale contro la pena di morte ecco Gallows Pole nella versione dei Led Zeepelin

 

Boia, boia, aspetta un attimo, credo di veder arrivare i miei amici,
che hanno percorso molte miglia. Amici, avete preso dell'argento?
Avete preso un po' d'oro? Cosa mi avete portato, miei cari amici, per evitarmi la forca? Cosa mi avete portato per evitarmi la forca? 
Non ho potuto prendere argento, non ho potuto prendere oro,
sai che siamo troppo dannatamente poveri per evitarti la forca. 
Boia, boia, aspetta un attimo, credo di veder arrivare mio fratello,
che ha percorso molte miglia. Fratello, mi hai portato dell'argento?
Hai portato un po' d'oro? Cosa mi hai portato, fratello mio, per evitarmi la forca? 
 
Fratello, ti ho portato dell'argento, ho portato un po' d'oro,
Ho portato un po' di tutto per evitarti la forca.
Sì, ti ho portato tutto questo per evitarti la forca.
Boia, boia, girati un attimo, credo di veder arrivare mia sorella,
che ha percorso molte miglia. Sorella, ti imploro, prendilo per mano,
Portalo all'ombra degli alberi, salvami dall'ira di quest'uomo,
ti prego, portalo via, salvami dall'ira di quest'uomo. 
Boia, boia, sulla tua faccia un sorriso, di grazia dimmi che sono libero di andare,
andare per molte miglia. 
Oh, sì, hai una bella sorella, lei ha riscaldato il mio sangue freddo,
mi ha fatto bollire il sangue per evitarti la forca.
Tuo fratello mi ha portato l'argento, tua sorella ha riscaldato la mia anima,
ma ora rido e tiro energicamente e ti vedo dondolare sulla forca. 
 
Continua a dondolare! Dondolare sulla forca!

Egitto copto

Prendo da Peacereporter

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Scontri al Cairo, almeno 25 le vittime. Intervista di Christian Elia a Giorgio Del Zanna, autore di I Cristiani e il Medio Oriente

L’ultimo bilancio degli scontri scoppiati ieri in Egitto, tra forze dell’ordine e dimostranti della minoranza copta, sarebbe di almeno trentasei morti, secondo fonti copte, mentre le autorità confermano ventiquattro vittime. Almeno duecento i feriti, più di quaranta gli arresti. Il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, ha convocato oggi una riunione di emergenza del governo. La protesta è degenerata, dopo che i cristiani copti, che in Egitto rappresentano più o meno il dieci per cento della popolazione, sono scesi in piazza per chiedere giustizia per l’incendio di una chiesa cristiana ad Assuan. La protesta dei copti al Cairo era stata annunciata nei giorni scorsi e doveva radunare decine di migliaia di fedeli in piazza Tahrir per manifestare anche contro il capo del Consiglio Supremo della Difesa, maresciallo Hussein Tantawi, accusato di non essersi impegnato per far rispettare i diritti dei cristiani egiziani da parte della maggioranza musulmana. La comunità cristiana è furiosa anche perché, a loro dire, in vista delle elezioni legislavive fissate per il 28 novembre prossimo, la giunta militare al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Mubarak, l’11 febbraio scorso, non avrebbe garantito ad altre forze il tempo necessario per organizzarsi. L’unica forza pronta sarebbe quella dei Fratelli Musulmani. L’imam della moschea di al-Azhar al Cairo, luogo chiave della fede islamica nel mondo, ha invitato oggi i leader cristiani per fermare questa spirale di violenza, ma la situazione è rovente.

”Come sempre, va detto, la situazione non è di facilissima comprensione. A noi giungono alcune notizie, ma il quadro complessivo non è semplice. L’Egitto, in questo momento, attraversa una fase di transizione molto complicata, in prossimità delle elezioni. In questo scenario molto fluido agiscono gruppi che tentano di accreditarsi, per influenzare la società egiziana e spingerla in una direzione piuttosto che verso un’altra”, commenta a Peacereporter Giorgio Del Zanna, ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, autore del libro I Cristiani e il Medio Oriente, pubblicato dal Mulino. ”Il dato molto interessante emerso in questi mesi, a mio parere, è quello che ha visto i copti – soprattutto nei più giovani – particolarmente attivi e partecipi nel movimento di protesta che ha portato alla caduta del regime di Mubarak”, spiega Del Zanna. ”E’ importante che i copti, soprattutto le giovani generazioni, sentano di voler essere protagonisti in un passaggio di tipo democratico del’Egitto, società della quale i copti sono elemento imprescindibile nella definizione del futuro del Paese. Così come lo sono stati sempre nei passaggi chiave della storia dell’Egitto. Allo stesso tempo queste violenze, negli ultimi anni, si sono ripetute e vanno fermate, anche con una pressione internazionale, essendo un elemento chiave dell’equilibrio regionale”.

Quella egiziana non è l’unica comunità cristiana in fermento. I cristiani in Siria, ad esempio, vivono con paura un eventuale cambio di scenario politico a Damasco, al punto da schierarsi con i regimi come ha fatto lo stesso Shenuda III, papa della Chiesa ortodossa copta nelle prime ore della rivolta anti Mubarak. ”La comunità cristiana nel Nord Africa e in Medio Oriente ha un sentire particolare. Si percepisce che un equilibrio durato decenni possa finire, aprendo la strada a scenari in qualche modo peggiori della situazione precedente”, risponde Del Zanna. ”Lo scenario iracheno, in questo senso, ha fatto effetto. La caduta del regime di Saddam ha determinato un deterioramento della vita dei cristiani in Iraq e un massiccio esodo e oggi quella comunità è più che dimezzata. Ovvio che in Iraq l’intervento militare occidentale non ha aiutato, innescando una spirale di violenze. Ma lo scenario post-regimi, come nell’eventualità di un cambio al vertice della Siria, ad esempio, crea ansie e incertezze. E’ necessario, credo, lavorare molto a rafforzare i rapporti e le relazioni tra cristiani e musulmani, nei territori di origine, proteggendo e sostenendo il tessuto del dialogo tra queste comunità che esiste da sempre. Per costruire un clima di fiducia, perché in Siria come in Egitto il problema, adesso, è la sfiducia reciproca. Bisogna lavorare a sostenere equilibri che non siano più garantiti da un regime, per rimuovere quella situazione negativa per la quale una minoranza finisce per sentirsi maggiormente tutelata in una situazione illiberale”.

Bambini a raccogliere cotone

Prendo da Asianews

Tashkent (AsiaNews/Agenzie) – L’Unione europea ha rifiutato un accordo commerciale per facilitare le esportazioni tessili dall’Uzbekistan all’Europa, perché il Paese continua a utilizzare lavoro minorile coatto per i raccolti di cotone. Da anni la comunità internazionale chiede senza esito a Tashkent di non costringere i bambini a interrompere la scuola per i raccolti. L’Uzbekistan è il 5° maggior produttore di cotone e il 3° esportatore. Il cotone costituisce circa il 25% delle sue esportazioni e l’accordo avrebbe abbassato le tariffe doganali europee. Ma il 4 ottobre il Comitato per gli Affari Esteri del Parlamento Ue ha bocciato l’accordo all’unanimità, chiedendo a Tashkent di consentire un pieno e capillare controllo internazionale che non prosegua lo sfruttamento del lavoro minorile “a nessun livello”. Ora la questione sarà sottoposta al voto del Comitato Ue per il Commercio Internazionale. L’Uzbekistan da tempo nega lo sfruttamento di minori per i raccolti di cotone e si difende che per la gran parte si tratta di aziende familiari. Ma le organizzazioni internazionali denunciano, con dati e fotografie, che ogni anno da settembre a dicembre, tra 200mila e 2 milioni di bambini tra i 9 e i 15 anni sono portati via da scuola e costretti a raccogliere il cotone con salari minimi. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) denuncia che i bambini, anche di 10 anni, sono portati con pullman ai campi, con minacce di multe alle famiglie se rifiutano. Joanna Ewart-Jones, addetta al Programma Contro la Schiavitù Internazionale, osserva che “il 90% del cotone uzbeko è raccolto a mano, e circa la metà è raccolto da lavoro minorile coatto voluto dallo Stato”. Il governo uzbeko tuttavia si avvantaggia per la sua posizione strategica nell’Asia Centrale. Mentre l’Ue restringe il commercio, gli Stati Uniti discutono se togliere le sanzioni imposte nel 2004 per le violazioni contro i diritti umani, sebbene la situazione non sia migliorata. Il governo Obama vuole riprendere la collaborazione militare con il Paese, per la sua posizione strategica nel cuore dell’Asia Centrale e vicino ad Afghanistan e Pakistan. Inoltre il Paese è ricco di gas, molto ambito dall’Europa oltre che da Russia, Cina e altri Stati.

Non è un cambio di stagione

Prendo da PeaceReporter un pezzo su un libro che potrebbe interessare ai “quintini”. L’articolo è di Christian Elia.caparros.jpg

Un eretico si aggira per le strade, e per le librerie, d’Italia. Martin Caparròs, per presentare il suo libro “Non è un cambio di stagione – Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, edito da VerdeNero, attraverserà lo stivale portando in giro il suo unico dogma: non avere dogmi. Giornalista e scrittore argentino, 54 anni, Caparròs ha conosciuto l’esilio – a Parigi – durante la dittatura militare nel suo Paese. Una penna graffiante, allergica al comune senso della retorica. Questo libro è un invito a coltivare il dubbio. Perché i suoi viaggi, in luoghi del pianeta ”dove la notte è notte e non c’è luce che la distragga” sono una sfida. A mettere in discussione una serie di concetti che siamo stati educati a sentire come nostri. Ma non è chiaro dopo quanta, reale, riflessione.

Lo scrittore argentino, mettendo in discussione in primo luogo sé stesso, parte da quello che lui ha sentito come un furto. ”Quando la destra si è appropriata del cambiamento?”. In prima battuta, rispetto al tema del libro, sembra che si parli solo del cambiamento climatico, il cosiddetto riscaldamento globale. Manila e le isole Marshall, il Marocco e la Nigeria, Sidney e le Hawaii. Storie, persone. Quelle che, davvero, soffrono le conseguenze di un mutamento che non sanno spiegare. Se non con le parole d’ordine di questi anni: riscaldamento globale. L’approccio più ingenuo a un libro come questo sarebbe quello negativo. Caparròs, come tanti scienziati prezzolati in giro per il mondo, non nega che abbiamo un problema nel rapporto tra lo stato di salute del pianeta e sviluppo economico dello stesso. Lo scrittore non nega nulla, ma si chiede perché. Perché, in primo luogo, non venga messo in discussione questo modello sociale, economico, culturale che, dopo la caduta del muro di Berlino, appare dominante. Rispetto all’aspirazione legittima di paesi emergenti a uno sviluppo economico, qual è la risposta? Per Caparròs è troppo semplice, adesso, per i paesi ricchi dire che non si può, non a quelle velocità, non con quel modello di sfruttamento delle risorse. Buoni a dirlo solo ora, come i politici citati ad esempio da Caparròs: Al Gore e Kofi Annan. Quando erano, rispettivamente, vice presidente degli Usa e segretario generale dell’Onu non hanno mosso un dito. Adesso, a capo di fondazioni milionari, diventano i paladini dell’energia pulita. Business pure quello. Caparròs ce l’ha con quelli che chiama ecololò, i militanti sempre radical, spesso chic, che dal comodo scranno dell’opulenza lanciano strali contro l’inquinamento del mondo. Per l’autore argentino, però, contribuiscono a un arrocco conservatore che non ha più nulla dell’anelito internazionalista della sinistra storica. Salvare le tradizioni, senza capire chi è che le sceglie, le tradizioni da salvare. Un invito, il dubbio come sale del pensiero. Una rivoluzione che deve partire dalla società, dalle società globali. Mettendo in discussione quello che ha creato questa situazione, non stabilendo che per salvare quello che resta si deve perpetuare l’esclusione di una parte di mondo dallo sviluppo. Un libro politico, senza alcuna pretesa tecnica. Caparròs si presenta per quello che è, un ”voyeur che l’ha trasformato in un mestiere”. Non è un climatologo che deve rispondere alle sue provocazioni, ma un politico. E tutti quelli che si sentono parte di una società globale che deve continuare a porsi domande.

Nobel per la pace a tre donne nel giorno della morte della Politkovskaja

Nel giorno in cui il Nobel per la pace viene conferito a tre donne, mi piace ricordare che oggi cade l’anniversario della morte di Anna Politkovskaja. Per raccontare la storia della giornalista russa è uscito un volume a fumetti di Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto. Ecco come Ottavia Piccolo presenta l’opera.

“Non è giusto aver bisogno di eroi, ma è questo che Anna Politkovskaja è diventata: una figura eroica. Eppure faceva soltanto il suo lavoro, la giornalista. Ho un’immagine fissa davanti agli occhi: un sette di ottobre, il giorno dell’anniversario della morte di Anna, davanti a casa sua, a Mosca, alcune donne appendono un cartello in ricordo della giornalista. Arriva un militare, prende quel cartello, lo stacca, e una delle donne, un’anziana signora, minuta ma piena di coraggio, afferra anch’essa il cartello, non smette di discutere col militare e si fa trascinare via attaccata al cartello… Anna Politkovskaja non voleva essere un’eroina, ma era cosciente di essere viva per miracolo, perché qualcuno – forse lo stesso che ne chiese l’assassinio – aveva provvisoriamente deciso di lasciarla vivere. Forse non sapremo mai chi era questo qualcuno, ma certo le persone che in Russia, in Cecenia e in molte parti del mondo aspettano e lottano per sapere la verità sono una folla. In Italia sono nate molte associazioni nel nome di Anna, molti libri sono stati scritti… Ora arriva anche una storia disegnata: che stupenda idea! Mi fa venire alla mente quando comparve il primo Persepolis di Marjane Satrapi​, autobiografia disegnata, così intelligente e concreta, così “ferma” sulla carta che mi ritrovai a pensare che nulla più di Persepolis ci avrebbe fatto capire la condizione di chi viveva in Iran. Ecco, raccontare Anna Politkovskaja con un fumetto forse ci voleva proprio. Completa il ventaglio di accessi a una figura nobile e necessaria come la sua. E lo completa con l’urgenza di chi – sceneggiatore e disegnatrice – sono consapevoli che un’eroina coraggiosa e coerente, una donna dignitosa e altruista come la Politkovskaja ha tutto il diritto di muoversi e fermarsi nelle tavole del cantastorie.”

 

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Un 8 marzo fuori stagione

Una piccola riflessione appena suggerita, un piccolo accostamento.

Tina Ceci, 37 anni. Matilde Doronzo, 32. Giovanna Sardaro, 30 anni. Antonella Zaza, 36. E Maria Cinquepalmi, 14 anni, figlia dei proprietari di quel maglificio nel sottoscala della palazzina di Barletta dove le donne sono morte. Un maglificio del quale non c’era traccia, tutte lavoratrici in nero, per meno di quattro euro l’ora. «Ma queste erano donne normali! Lavoravano per bisogno, mica per divertimento. Avevano bisogno di pagare il mutuo, la benzina. Non avevano il contratto ma avevano la tredicesima pagata. Magari non erano proprio assunte, ma il lavoro da queste parti serve, mica ci si sputa sopra».

1908, New York, 129 operaie dell’industria tessile Cotton scioperano per protestare contro le terribili condizioni in cui sono costrette a lavorare. L’8 marzo (o il 25 secondo alcuni), il proprietario Mr. Johnson blocca tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire dallo stabilimento. Scoppia un incendio doloso e le 129 operaie prigioniere all’interno dello stabilimento muoiono arse dalle fiamme. Da allora, l’8 marzo è stata proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne.

 

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Tablet a 35$

Mentre il mondo piange Steve Jobs e io piango la mia adsl che pago come 7 mega e va a meno di mezzo, il governo indiano ha presentato un dispositivo ultraeconomico per abbattere il digital divide: un tablet ultraeconomico da 35 dollari destinato agli studenti delle università del subcontinente. “I ricchi hanno accesso al mondo digitale, mentre i poveri ne sono esclusi: Aakash porrà fine al digital divide”, ha dichiarato il ministro indiano dell’Istruzione, Kapil Sibal. L’Aakash (‘Cielo’ in hindi), sistema operativo Andoid 2.2 Froyo e schermo da 7 pollici (risoluzione 800×480), è stato progettato dall’Indian Institute of Technology in collaborazione con l’azienda britannica DataWind, e viene fabbricato in uno stabilimento di Hyderabad. Il governo indiano acquisterà milioni di pezzi che verranno distribuiti alle università. Il dispositivo sarà presto messo anche in vendita, pure all’estero, con il nome ‘UbiSlate’ a circa 60 dollari. E in Italia? Il prezzo dei libri di testo è aumentato di media dell’8% rispetto al 2010…

Into the wild

Ringrazio Sara di 5CL per avermi prestato il dvd di Into the wild. E’ stata una bella esperienza vedere questo film dalla colonna sonora strepitosa. Riporto una delle frasi che mi son piaciute di più col relativo video:

Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? (C. J. McCandless che legge Lev Tolstoj)

Fermento

In questi giorni a scuola c’è un po’ di fermento, ed è un fermento che mi piace. Pare, infatti, che quest’anno ci siano diversi studenti interessati a candidarsi come rappresentanti di Istituto, o comunque interessati a vivere da protagonisti attivi la scuola. Mi è venuta in mente la canzone “Lo scrutatore non votante” di Samuele Bersani. Il primo verso recita:

“Lo scrutatore non votante è indifferente alla politica
ci tiene assai a dire oissa ma poi non scende dalla macchina
è come un ateo praticante seduto in chiesa la domenica
si mette apposta un po’ in disparte per dissentire dalla predica.”

Riassume l’atteggiamento di molte persone davanti alla politica, ma non solo: davanti alla società, o meglio, al sociale, al volontariato, agli impegni, persino allo sport. E’ la posizione di chi ha ben presente i problemi e a volte anche le soluzioni, ma piuttosto che mettere le mani in pasta preferisce mantenere quel tanto di distacco sufficiente a non lasciarsi coinvolgere del tutto. Per restare in ambito politico è un po’ come una forza che preferisce stare sempre all’opposizione a criticare o magari proporre soluzioni belle ma anche irrealizzabili. Ideali e parole sembrano non avere un legame diretto con la vita concreta: “prepara un viaggio ma non parte, pulisce casa ma non ospita”. Ecco allora che vedo di buon occhio questo lavorio, questo brulicare di idee e desiderio di mettere le mani in pasta, con la speranza che, anche se non eletti, lo spirito resti quello della collaborazione fattiva e non della critica fine a se stessa. La canzone prosegue dicendo

“Lo scrutatore non votante
è sempre stato un uomo fragile
poteva essere farfalla ed è rimasto una crisalide”.

L’augurio è quello di vedere un bel po’ di farfalle…

Coraggio

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze.
Ci piace la tana.
Ci attira l'intimità del nido.
Ci terrorizza l'idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci al mare aperto.
Di qui la predilezione per la ripetitività, l'atrofia per l'avventura, il calo della fantasia.
(don Tonino Bello)

Rugby, sport e globalizzazione

Prendo da Linkiesta questo articolo molto interessante che fa vedere quanti interessi economici ci siano dietro i grandi eventi sportivi.

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Adidas versus Nike: il confronto si espande dai campi di calcio e atletica a quelli del rugby. I due più grandi colossi di abbigliamento sportivo del mondo – i loro fatturati messi assieme ammontano a 22 miliardi di euro – dopo essersi dati battaglia nei Giochi Olimpici e nei Mondiali di calcio, si stanno concentrando sul terzo evento sportivo del mondo per fatturato. La Coppa del mondo di rugby, che si sta disputando in Nuova Zelanda, genererà un volume d’affari stimato di 500 milioni di euro.

Il simbolo di questo nuovo fronte della guerra commerciale tra la multinazionale tedesca e quella americana sta tutto in una maglietta e, soprattutto, il suo colore. Lo scorso agosto la nazionale di rugby inglese (una delle più forti al mondo, vincitrice del Mondiale nel 2003), il cui sponsor tecnico è la Nike, ha svelato le due maglie con le quali presentarsi a sfidare il resto del mondo in Nuova Zelanda. La Federazione mondiale di rugby, per regolamento, obbliga tutte le rappresentative a presentarsi alla competizione con due modelli di maglia, una ufficiale e una di riserva. La prima divisa inglese non ha rivelato particolari novità rispetto al passato: bianca, con un motivo rosso ai fianchi che ricorda la Croce di S.Giorgio, simbolo dell’Inghilterra. Il colore della seconda maglia ha invece confermato alcune voci diffuse da alcuni mesi, che la volevano nera. Un sacrilegio, per la Nuova Zelanda. La nazionale dell’arcipelago oceanico gioca da sempre con una divisa completamente nera, tanto che il suo soprannome è All Blacks. «Pienamente coscienti del significato della maglia nera in Nuova Zelanda, ci siamo consultati con la federazione neozelandese, e ci ha risposto che non c’è alcun problema», ha spiegato la Federugby inglese in un comunicato. Per criticare la scelta cromatica, è sceso in campo niente meno che il primo ministro neozelandese, John Key: «Gli inglesi sono una banda d’invidiosi. C’è una sola squadra che porta con fierezza la divisa nera e si tratta degli All Blacks».

Dietro le strategie delle due multinazionali cercano di spartirsi il mercato globale sportivo. Se l’Adidas punta ad attaccare la statunitense Nike in casa sua, cercando di espandersi nel calcio e nel basket (di cui la marca tedesca è main sponsor dal 2007), il marchio del baffo contende a quello delle tre strisce il dominio nell’Europa dell’est (in vista dei prossimi Europei di calcio del 2012 in Polonia e Ucraina) e in Sudamerica. La Nuova Zelanda non è esclusa dalla competizione. Questo piccolo arcipelago composto da due isole è diventato un campo di battaglia senza esclusione di colpi. Cominciò tutto nel 1996. Da una anno il rugby era diventato un sport professionistico, alimentando il giro d’affari complessivo della palla ovale. Per il Mondiale del 1995 nel Sudafrica post-Apartheid gli spettatori furono 2,5 miliardi, per un totale di 150 paesi collegati per vedere la nazionale di casa vincere la Coppa, sollevata anche da Nelson Mandela. Gli introiti per i diritti televisivi furono di 50 miliardi di lire. Non vinsero quindi gli All Blacks, che però si rivelarono al grande pubblico. E alla Nike, che fu tentata di metterli sotto contratto.

Come svela il periodico americano Time, al quarto piano della sede principale della Nike a Beaverton, in Oregon, c’era nel 1996 una lavagna con i tre obiettivi futuri da centrare: la nazionale di calcio brasiliana (ovvero quella più famosa al mondo), gli All Blacks e un giovane golfista-fenomeno afroamericano di nome Tiger Woods. Con una mossa, giudicata da molti analisti a sorpresa, la Nike dopo aver incassato il sì della Federcalcio carioca, puntò tutto su Woods per un compenso record di 150 milioni di dollari, un investimento che dirottò gli All Blacks nell’orbita Adidas. Attualmente, tra Nuova Zelanda e tedeschi vige un contratto di 9 anni da 150 milioni di euro. Con una clausola, fino ad ora rispettata: la nazionale neozelandese deve vincere il 75% delle partite disputate ogni anno.

La scelta cromatica inglese, imposta dalla Nike, si inquadra quindi nel tentativo del brand a stelle e strisce di recuperare terreno nel mondo del rugby, sport nel quale si è registrato nell’ultimo decennio un trend del più 91% di sponsorizzazioni. Delle squadre che partecipano al Mondiale in corso, il baffo compare sulla squadra europea più forte assieme all’Inghilterra, la Francia. Paesi dove il rugby rappresenta un bacino d’utenza appetitoso. Il Sei Nazioni, ovvero il torneo di rugby più importante d’Europa giocato, oltre che da Francia e Inghilterra, da Galles, Scozia, Irlanda e Italia ha generato nel 2010 ricavi per 400 milioni di euro ed è stato visto da 1 miliardo di persone. L’Adidas non ha intenzione di restare ferma al palo. Tutt’altro. Vuole rilanciare, ma dopo la Coppa. L’emergente nazionale italiana, che fa parte del Sei Nazioni, avrà il contratto in scadenza con la Kappa nel 2012. E i tedeschi avrebbero tutta l’intenzione di accaparrarsi la sponsorizzazione di un movimento il cui giro d’affari sfiora i 90 milioni di euro l’anno. Un confronto di volumi d’affari che diventa impietoso, se paragonato con un’altra casa di abbigliamento sportivo: la Puma. Fondata da Rudolph Dassler, fratello di Adolf (fondatore dell’Adidas), la marca di Herzogenaurach fattura 2,5 miliardi di euro e sponsorizza al Mondiale solo l’Irlanda e la Namibia. Le mire della ‘sorellastra’ di Adidas si stanno concentrando, negli ultimi anni, nella Formula Uno. Puma sponsorizza infatti i colossi della Ferrari e dei campioni del mondo in carica della austriaca Red Bull, nel tentativo di raggiungere i 4 miliardi nel 2015. Nell’ambito della sua espansione, la Nike prevede di aumentare il proprio fatturato dai 13 miliardi di euro attuali a 19 miliardi nel 2015. Un lasso di tempo che abbraccerà gli Europei di calcio e i Giochi olimpici del 2012 e i Mondiali di calcio in Brasile del 2014. Per quanto riguarda le due competizioni calcistiche, il confronto con l’Adidas sarà serratissimo. La marca tedesca è partner ufficiale di Fifa e Uefa, per la quale disegna i palloni ufficiali e le divise degli arbitri. E il Mondiale di calcio in Sudafrica è stato vinto dalla Spagna, di cui è sponsor tecnico. Il tutto è valso alla Adidas un utile netto del +131%. Adidas ha annunciato di voler diventare brand leader della Polonia, sede dei prossimi Europei del pallone, proprio entro il 2015. E nell’aprile 2008, alla vigilia dei primi Giochi olimpici cinesi, il marchio aprì il più grande negozio monomarca sportivo del mondo nel centro di Pechino. Un’offensiva massiccia, che costa alla marca tedesca il 12% dei ricavi l’anno. La Nike, che sponsorizza grandi nazionali di calcio (Brasile, Olanda, Francia) e atletica (Usa su tutte), ha provato quest’anno a contrastarla offrendo alla nazionale di calcio tedesca, targata Adidas, un contratto da 500 milioni di euro, invano.

Il piacere e l’amore

In terza stiamo parlando dei valori. Ecco un breve pensiero di Herman Hesse:

“Tutti sanno per esperienza che è facile innamorarsi, mentre amare veramente è bello ma difficile. Come tutti i veri valori, l’amore non si può acquistare. Il piacere si può acquistare, l’amore no.”

Una pace dello spirito che va sul concreto

“La pace nel mondo può passare soltanto attraverso la pace dello spirito, e la pace dello spirito solo attraverso la presa di coscienza che tutti gli esseri umani nonostante le fedi, le ideologie, i sistemi politici ed economici diversi, sono come membri di una stessa famiglia.”

Dalai Lama

Non daremo ragione ai terroristi

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Il 22 luglio verrà ricordato per sempre dal popolo norvegese. E’ il giorno della strage all’isola di Utoya avvenuta quest’anno. L’uccisore voleva difendere la “cultura cristiana” e arrivare allo scontro di civiltà diverse. Il 28 luglio, il sindaco di Oslo Fabian Stang ha rilasciato a Le Monde questa dichiarazione:

“Preferiamo concentrare i nostri sforzi a costruire scuole di qualità, a fare in modo che gli immigrati sappiano parlare il norvegese e trovino un lavoro. Tocca alla polizia prendere misure di sicurezza, ma io voglio una capitale aperta, trasparente. Non daremo ragione ai terroristi. Guardando ieri questa folla tranquilla, persone senza numero che si raccoglievano, questi fiori dappertutto, ho capito che l’uccisore aveva perduto: lo puniremo reagendo con più tolleranza e democrazia. Ci ha preso esseri cari, ma non ciò che siamo. Lui sperava di entrare nella Storia lanciando un messaggio al mondo intero: ci ha saldati e rafforzati. Alla fine dei conti ci si ricorderà delle vittime, non di lui.”

Dubbio non ammesso

Su giornali, tg, siti di oggi c’è un gran parlare dell’esecuzione capitale del 42enne Troy Davis. Ecco una sintesi dell’articolo del Corriere della Sera.usa-troy-davis-300.jpg

“Dopo una lunga serie di rinvii, sospensioni e ritardi, è stata infine eseguita la condanna alla pena capitale inflitta a Troy Davis, 42 anni, divenuto suo malgrado l’ennesimo simbolo, dentro e fuori l’America, della battaglia contro la pena di morte: in un carcere di Jackson, in Georgia, gli è stata praticata la prevista iniezione letale. A nulla sono servite le manifestazioni a suo sostegno in varie città del mondo e gli appelli di alte personalità per salvargli la vita. Una campagna che ha visto nelle scorse settimane l’adesione di papa Benedetto XVI, dell’ex presidente Jimmy Carter, dell’arcivescovo Desmond Tutu e di molti esponenti politici e personaggi pubblici americani e internazionali…

Davis era stato condannato a morte per l’uccisione nel 1989 a Savannah di un agente di polizia, Mark MacPhail, che seppur fuori servizio era intervenuto di notte in difesa di un senzatetto che era finito al centro degli scherzi violenti di un gruppo di teppisti. All’epoca, Davis aveva 19 anni…

Dalla condanna di Davis, sette dei nove testimoni hanno modificato o ritrattato le proprie dichiarazioni, alcuni dicendo di essere stati costretti dalla polizia a testimoniare contro di lui. Nessuna prova fisica collegava Davis all’omicidio. La maggior parte di coloro che avevano avviato la campagna per salvarlo sostenevano che, per la scarsa consistenza delle prove a suo carico, avrebbe dovuto avere almeno un altro processo. In particolare, un esperto come l’ex direttore della Cia ed ex giudice William Sessions aveva sottolineato che sulla sua colpevolezza c’erano «seri dubbi, alimentati da ritrattazioni di testimoni, accuse di coercizione da parte della polizia, e mancanza di serie e concrete prove». Tutti argomenti che hanno portato per quattro volte, dal 2007, a rinviare l’esecuzione. L’ultima volta, per appena tre ore e mezza, ancora mercoledì sera, per dare alla Corte suprema il tempo di esaminare e respingere l’ultimo disperato ricorso della difesa. Uno stillicidio. «Il trattamento riservato a Troy Davis – sostiene Brian Evans di Amnesty – si può paragonare alla tortura, soprattutto quando più volte si è trovato a poche ore dalla morte, dopo aver già dato i suoi ultimi addii». Questa volta, alle 11.10 locali (le 5.10 di giovedì mattina in Italia), l’incontro con il boia per Troy Davis è però infine arrivato. Inesorabile.

Riga o fune?

Se tracci col gesso una riga sul pavimento, è altrettanto difficile camminarci sopra che avanzare sulla più sottile delle funi. Eppure chiunque ci riesce tranquillamente perché non è pericoloso. Se fai finta che la fune non è altro che un disegno fatto col gesso e l’aria intorno è il pavimento, riesci a procedere sicuro su tutte le funi del mondo. Ciò che conta è tutto dentro di noi; da fuori nessuno ci può aiutare. Non essere in guerra con se stessi, vivere d’amore e d’accordo con se stessi: allora tutto diventa possibile. Non solo camminare su una fune, ma anche volare. (Hermann Hesse)

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E’ vietato calpestare i sogni!

Copio dal blog Ho ascoltato il silenzio questo piccolo intervento. Aggiungo che sulla miaÈVIETA~1.JPG stufa c’è un piccolo sasso verniciato con una scritta “E’ vietato calpestare i sogni!”. Un prof che lascia calpestare i sogni può smettere di fare il prof, così come uno studente, ma un prof che li calpesta è veramente un cattivo prof…

Le dirò che io quest’anno a scuola non ci volevo proprio tornare. Pensare che voi (lei e i suoi colleghi) mi farete perdere il primo mese di scuola per ambientarmi (è l’undicesimo anno che varco quella soglia!), che comincerete già dalla seconda ora a parlarmi degli esami di maturità quando mancano ancora tre anni, che parlerete male di Berlusca e dei suoi inservienti, che mi riempirete la testa della nuova Manovra e dell’incapacità del Governo di rappresentarci e che condirete il tutto intervallandolo con i vostri problemi familiari ed esistenziali un po’ mi fa incavolare. Perchè lei, prof, dovrebbe sapere che sotto la mia faccia da asino ci sta un alfabeto di desideri: di correre, di gridare, di piangere, di amare, di sognare, di diventare grande, di sognare da capitano. Per fare questo le sue frustrazioni mi sono più d’intralcio che d’aiuto. Scusi se glielo dico, ma se ci torno a scuola è perchè anche quest’anno – mi creda: non giochi con la bontà degli studenti – spero che la musica cambi per davvero. Io vorrei tanto vederla piangere mentre spiega la sua materia, scoprire dentro il suo sguardo la passione per quello che dice, inabissarmi nel suo entusiasmo per poi scoprire che lei è davvero quello che dice. Sentirmi raccontare di quando Pasteur tratteneva il fiato sopra il suo miscroscopio, di quando Cèzanne immobile e muto scrutava il mare dentro i suoi quadri, di quando Platone s’accorse di consumare più olio nella lampada che vino nella coppa. Quest’estate ho sognato tante notti di entrare in classe e scoprire che la mia prof crede davvero che la vita abbia un senso splendido da far sbocciare, che noi non siamo qui per caso, che dentro noi c’è un microcosmo meraviglioso da illuminare. Quando penso che alla mia età Mozart già componeva musica, Domenico Savio era già santo, Alessandro Magno stava per vincere la battaglia di Cheronea e Pascal già scrivera opere, sento nascere la passione nel mio cuore. Le chiedo solamente, prof, che qualora lei non l’avvertisse questa passione mi faccia il piacere di starsene a casa quest’anno: s’inventi una scusa qualsiasi, ma ci faccia il favore di non scegliere ancora noi come destinatari della sua frustrazione esistenziale. C’abbiamo grandi aspettative noi ragazzi. E tanta speranza che qualche prof entri in classe e ci faccia finalmente innamorare delle cose più alte e nobili. Di Berlusca ne parli pure. In sala docenti, però.