Kung fu e filosofia

Vediamo chi ha voglia di arrivare fino in fondo a questo articolo pubblicato su Diogene Magazine. Riguarda il vero significato del kung fu…

shaolinpractice.jpgUn’agenzia di stampa del 2005 diede la notizia che presso il tempio Shaolin, monastero buddhista cinese molto noto per le arti marziali, un monaco si espresse su uno stereotipo diffuso: “Molte persone hanno una concezione errata delle arti marziali come qualcosa il cui fine è il combattimento e l’uccisione quando, invece, servono ad approfondire la saggezza e l’intelligenza”. D’altronde, il kung fu per molti occidentali è conosciuto unicamente tramite film di arti marziali quali Enter the Dragon o La tigre e il dragone. Nel cinema, lottatori bravi e acrobatici come Bruce Lee, Jackie Chan e Jet Li vengono visti come “maestri di kung fu”. Ma, come notò il monaco shaolin, il kung fu riguarda molte più cose rispetto al mero combattere. C’è un kung fu della pittura, della danza, della cucina, dello scrivere e del recitare, del retto giudizio, dell’etichetta, persino del governo. Durante le dinastie Song e Ming il termine kung fu veniva ampiamente utilizzato da neo-confuciani, taoisti e buddhisti per designare in generale l’arte di vivere. L’estensione del significato del kung fu è una chiave per comprendere la tradizione filosofica cinese, e il modo in cui in parte converge e in parte diverge da quella occidentale. La maggiore preoccupazione della filosofia cinese non riguarda la verità, come nel pensiero occidentale, bensì il come vivere una buona vita.

La famosa domanda di Zhuangzi, pensatore del quarto secolo, che si chiedeva se avesse sognato di essere una farfalla o se fosse una farfalla che sognava di essere Zhuangzi, è una massima kung fu e al contempo un quesito epistemologico. Invece di intraprendere la ricerca della certezza, come nel sogno di Cartesio, Zhuangzi giunse a realizzare di aver percepito “la trasformazione delle cose”, scoprendo che bisognerebbe assecondare tale trasformazione invece di cercare vanamente di scoprire cosa sia reale. Il richiamo confuciano alla “rettificazione dei nomi”, secondo cui bisognerebbe utilizzare appropriatamente le parole, è più un metodo kung fu per assicurare l’ordine sociale e politico che un tentativo di cogliere l’essenza delle cose, nel momento in cui i nomi, o le parole, sono indicatori delle aspettative su come il portatore dei nomi dovrebbe comportarsi ed essere trattato. La dottrina buddhista della negazione del sé potrebbe apparire metafisica, ma il suo vero scopo è liberare dalla sofferenza, dato che secondo il buddhismo la sofferenza deriva dall’attaccamento al sé. Le meditazioni buddhiste sono pratiche kung fu per scuotere l’attaccamento alle cose materiali, e non indagini intellettuali per giungere alla verità. Fraintendere il linguaggio della filosofia cinese intendendolo, per usare l’espressione di Richard Rorty, come uno “specchio della natura”, sarebbe come scambiare il menù per il cibo. L’essenza del kung fu (un insieme di arti e istruzioni su come coltivare la persona e condurre la vita) è spesso difficile da digerire per chi è abituato ai sapori della filosofia occidentale mainstream. È comprensibile che, anche con una sincera volontà di provarci, si rimanga spiazzati, nei testi classici cinesi, dalla mancanza di definizioni chiare dei termini chiave o dall’assenza di argomentazioni lineari. Ciò, tuttavia, non è una debolezza, quanto un requisito del kung fu. Proprio come nell’imparare a nuotare si richiede di concentrarsi sulla pratica e non sulla teoria: solo andando oltre le definizioni concettuali della realtà è possibile aprirsi a quel tipo di intelligenza rappresentata dalle arti della danza e della recitazione.

Tale sensibilità allo stile, alle tendenze più sottili e a una visione olistica richiede un’introspezione simile a quella necessaria a superare ciò che il filosofo Jacques Derrida ha identificato come il problema del logocentrismo occidentale. Si può così arrivare persino a espandere l’epistemologia verso il reame non concettuale in cui l’accessibilità della conoscenza dipende dalla coltivazione delle facoltà cognitive, e non semplicemente da ciò che è pubblicamente osservabile da tutti. Una persona esemplare potrebbe avere un carisma grande al punto da influenzare gli altri, ma non necessariamente conosce come influenzarli. Nell’arte del kung fu c’è quello che lo storico Herbert Fingarette, nel suo saggio Confucio, chiama “un elemento magico”, ma “specificamente umano” nella sua praticità, qualcosa che “riguarda sempre grandi risultati ottenuti senza sforzo, meravigliosamente, grazie a un potere irresistibile e invisibile”.

I filosofi Pierre Hadot e Martha Nussbaum, anche grazie al dialogo filosofico globale fra diverse tradizioni, hanno entrambi cercato di “rettificare il nome” della filosofia mostrando come i filosofi antichi dell’Occidente quali Socrate, gli stoici e gli epicurei, fossero interessati in primis alla virtù, agli esercizi spirituali e alle pratiche rivolte al vivere una buona vita, piuttosto che al puro esercizio teoretico. Da questo punto di vista, la filosofia occidentale delle origini è simile alla filosofia classica cinese. Ciò attira la nostra attenzione verso una dimensione che è stata eclissata dall’ossessione della ricerca di verità eterne e universali tramite l’argomentazione razionale. Eppure, anche quando i filosofi hanno considerato le loro idee come puri discorsi teoretici rivolti alla scoperta della verità, le loro teorie non hanno mai smesso di funzionare come guide per l’agire umano. Il potere dell’Illuminismo moderno è stato pienamente dimostrato sia nelle grandi conquiste che ben conosciamo sia nei profondi problemi che oggi ci troviamo ad affrontare. I nostri modelli comportamentali sono profondamente informati da idee filosofiche che sembrarono così innocenti da essere prese per verità evidenti. È sia ironico sia allarmante che quando il filosofo Richard Rorty lanciò il suo attacco contro la filosofia razionalistica, egli diede per scontato che la filosofia possa assumere unicamente la forma di una ricerca della verità oggettiva. Il suo rifiuto della filosofia ricade nella medesima trappola dalla quale vorrebbe mettere in guardia: considerare i concetti filosofici come “specchi” della realtà e non come leve o strumenti. Si potrebbe considerare la prospettiva cinese del kung fu come una forma di pragmatismo simile a quella ideata dal filosofo John Dewey, le cui idee furono non a caso ben accolte in Cina. Ciò che il kung fu aggiunge rispetto al pragmatismo è l’enfasi sulla coltivazione e trasformazione della persona. Un maestro di kung fu non si limita a compiere scelte sagge e a utilizzare mezzi appropriati rispetto ai fini preposti, questo perché il soggetto agente non è accettato come dato scontato e immutabile. Un agire efficace potrebbe essere il risultato di una decisione razionale, ma una buona azione improntata al kung fu trova le sue radici nell’intera persona, comprendendo i sentimenti e gli atteggiamenti corporei, e la sua bontà si mostra non solo nelle conseguenze cui giunge ma anche nello stile artistico tramite cui è stata eseguita. Questo approccio kung fu condivide molti aspetti con l’idea aristotelica di virtù, che si focalizza sulla coltivazione dell’agente piuttosto che sulla formulazione di regole di condotta. Tuttavia, a differenza dell’etica aristotelica, il kung fu non cerca un fondamento o giustificazione in nessuna teoria metafisica sottostante. Non c’è bisogno di credere in una finalità predeterminata dell’essere umano per apprezzare l’eccellenza che il kung fu è in grado di perseguire. Per tutti questi motivi, è opportuno considerare il kung fu una forma di arte, perché come per l’arte la sua funzione non è di offrire un’immagine accurata della realtà, e la sua espressione non è vincolata da principi universali o dalle regole della logica, richiedendo piuttosto l’incarnazione della virtù, la coltivazione dell’artista, immaginazione e creatività. Se, come sostiene il filosofo Pierre Hadot, la filosofia è uno stile di vita, l’approccio kung fu suggerisce di considerare questa disciplina come la ricerca dell’arte di vivere bene.

Pubblicato originariamente in “The New York Times”, 8 ottobre 2010.

Vincere nel dolore

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Il 9 aprile 2009 Alda Merini partecipa al Chiambretti Night. Siamo nei giorni del terremoto de L’Aquila. Mi sono venute in mente dopo i fatti di Bangkok, della Liguria e della Toscana, ma anche di Haiti, del Giappone…

“La natura sarà arrabbiata con noi. Dio è con noi anche nel dolore, ma noi non possiamo capirlo. Noi non abbiamo gli strumenti per capire la volontà di Dio […] Anch’io sono stata ‘terremotata’ da un manicomio all’altro. Ognuno di noi ha avuto le sue scosse, però è nel momento del dolore che bisogna stringere i denti. Noi adesso partecipiamo a questa tragedia italiana, però non fermiamoci al dolore. Stringiamo i denti e andiamo avanti. Dio guarda tutti, ci vede, guarda i terremotati, vede gli infelici e non abbandona il mondo. Io sono sicura. E uno dei mezzi perché Dio ci ascolti è proprio la poesia, la preghiera, il canto. Anche nel dolore bisogna saper vincere. In questi momenti di tragedia la forza del poeta può aiutare: lui che ha subito, che ha saputo magnificare il dolore credo che serva da esempio per chi è colpito. La mia ignoranza di poeta e di donna non capisce il male. Mi rifiuto. Il silenzio non deve essere un silenzio mortale, ma di rinascita; un silenzio di compassione, ma non di sconvolgimento totale. Guai se si perde la speranza nella nostra forza”.

Quel galeone mai finito…

Alt! Fermi! Leggete qui e non scendete con lo scroll, altrimenti vi viene un colpo! L’articolo che segue è piuttosto lungo, ma è anche molto godibile. L’ho trovato su Jesus di novembre ed è scritto da Brunetto Salvarani che ho avuto modo di ascoltare a due corsi di aggiornamento. Di Dylan Dog avevo già scritto in un altro post, questo ne è una degna continuazione…

 

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«Posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi»: Umberto Eco dixit. E se sui primi due nomi, cult eterni e codici inesauribili di senso, l’accordo – almeno in quel blob proteiforme che chiamiamo Occidente – può essere unanime, qualche dubbio potrebbe sorgere sul terzo. Soprattutto in chi, digiuno di fumetti, li ritiene spazio riservato a infanti e/o nostalgici della fuggita gioventù. Ma parecchi altri, al contrario, si asciugheranno una lacrima di fronte alla sentenza dell’autore de Il nome della rosa, cogliendovi il definitivo ingresso dei comics nella cultura di peso (d’altra parte, i confini fra quella alta e quella bassa, nella stagione postmoderna, si sono ormai sbriciolati).

Auguri di cuore, perciò, al primo quarto di secolo raggiunto, questo mese di ottobre, dalla creatura del pavese di provincia Tiziano Sclavi, vero e proprio Salinger del fumetto: il cui numero uno, dal titolo L’alba dei morti viventi, comparve per la Sergio Bonelli Editore in edicola appunto nel 1986, con testi dello stesso Sclavi e disegni di Angelo Stano. Sconvolgendo da subito il sonnacchioso panorama delle strisce nazionali, e conservando – al di là dei logici alti e bassi di un prodotto ultraseriale – un buon livello e la fama di secondo più venduto dopo Topolino. Quale il segreto di una così sorprendente longevità? Paola Barbato, unica donna a sceneggiarne le avventure, risponde di getto: «È che Sclavi l’ha creato umanissimo, e questo crea una grande empatia. Dylan non è un Superman e non è coraggiosissimo… Vede solo film horror, non sa usare la tecnologia, suona il clarinetto e fa sempre la stessa solfa. Dylan è un nerd intellettualoide che non ha mai i soldi per fare benzina. La sola cosa sopra la media è la sua bellezza. Del resto è ispirato a Rupert Everett». Aggiungiamo: la sua insofferenza verso gli strumenti della modernità, continuamente esibita (niente smartphone né pc, e neppure voli aerei, per cui prova letteralmente panico, ma un diario d’antan su cui registra le proprie imprese affidandosi a penna d’oca e calamaio, e un galeone da finire ma mai finito, a mo’ di tela di dylan-dog3.jpgPenelope); un carattere fra il distratto, il romantico e l’incantato; un gran numero di felici comprimari, imbarcati di volta in volta nella sua fantasmagorica nave dei folli… Ma forse, a ben vedere, la chiave del suo successo è proprio la scelta di mettere in scena – fra mostri, zombie e fate morgane – l’autentico tabù della nostra società, l’ultimo rimastoci, la morte: la sua auto, per dire, è un vecchio maggiolone decappottabile targato DYD 666, cifra della Bestia anticristiana nel linguaggio simbolico dell’Apocalisse. Da questo punto di vista, il fumetto di Sclavi, nell’aiutare i ragazzi a morire simbolicamente, contribuisce a un’impresa che la società degli adulti riesce sempre meno a realizzare: ne favorisce la crescita, il diventare a loro volta adulti. E insieme accompagna gli adulti stessi a riscoprirsi padri, madri e fratelli maggiori: con tutta l’ironia di Groucho, il servo di scena, quella di chi prende sul serio la vita proprio quando non la drammatizza di fronte a ogni minimo inciampo, ma ne coglie il lato stralunato e positivamente spiazzante; e tutta la tenerezza dell’ispettore Bloch, padre putativo del Nostro, così accogliente da anestetizzare, pur senza distruggerlo, il lato problematico della paternità, rappresentato nella saga dal padre vero, il demoniaco Xabaras.

Sta di fatto che questo albo seriale, mese dopo mese, ha saputo interpretare come pochi altri il bisogno di socializzazione, in genere negato, dell’odierna Y-generation, la cui estrema variante la descrive solidamente multitasking e votata alla pratica ininterrotta dei social network: considerandola, per una volta, disponibile ai sentimenti, preda di paure irrisolte (del proprio corpo, del crescere al mondo), aperta ai racconti di storie che prendano di petto il non detto che alberga in troppe esistenze, e non solo target principe di un mercato sempre più asfittico. Dimostrando che è possibile abitare la zona del crepuscolo e uscirne indenni (sia pure a stento). E fungendo, last but not least, da conferma vivente che l’improbabile, il soprannaturale e il mostruoso fanno parte a pieno titolo dello scenario della quotidianità, ed è più interessante – pur se faticoso – esercitarsi a gestirli che temerli ossessivamente. Segnale del fatto che la presente tendenza dell’umanità europea alle passioni tristi e all’inquietudine è in grado talvolta di produrre degli splendidi ideatori di fiction (persino a fumetti…). Narratologicamente, negli albi di Dylan Dog è frequente la sovrapposizione tra la fabula e l’intreccio, l’uso del taglio cinematografico, del flashback e dell’anticipazione di eventi futuri e/o possibili, in una sorta di straniamento continuo dovuto a un sapiente mélange di cultura classica e pop, di contaminazioni fra elementi horror, realistici e ironici (si pensi alla funzione centrale rivestita dal citato aiutante-factotum sui generis Groucho, copia carbone del maggiore dei Marx Brothers). Il tutto giocato sulle corde di una leggerezza che rinvia a una delle virtù che Italo Calvino suggeriva di portare con sé all’incrocio del nuovo millennio come antidoto al senso diffuso di precarietà cosmica e mezzo per sottrarre peso a una catena di giorni percepita opaca e pesante. L’ha scritto un esperto appassionato quale Antonio Faeti: «Le sue storie seguono solenni itinerari, oppure percorrono strade meschine, vanno a passeggio con Dante Alighieri e ammiccano nel contempo a Paperino». Il risultato è un tessuto narrativo che sembra riandare alle origini del racconto: per cui, nell’odierno immaginario metropolitano e multimediale, Dylan Dog può essere un efficace avatar degli antichi narratori dei caravanserragli, pronto a spaziare con disinvoltura da un quadro iperrealista a una citazione qoheletica, dal set di un horror rohmeriano all’incontro con un personaggio da feuilleton ottocentesco. Miscelando in una citazione infinita generi e saperi, mostrando l’interdipendenza di discorsi e linguaggi, decostruendo e ricostruendo percorsi e strategie. Il noir di questo Marlowe londinese si esprime anzitutto nel reinventare radicalmente tale genere, assumendone alcuni aspetti tradizionali – la suspense sparsa a piene mani, il sangue abbondante che cola senza ritegno, il mistero che si avvinghia su sé stesso pagina dopo pagina – ma anche distanziandosene da vari punti di vista: a cominciare dalla logica non sempre ferrea e comunque zigzagante, per proseguire con il costante capovolgimento del ruolo del cattivo (come sono labili, talvolta, i limiti che poniamo tra la malvagità e la santità, e tra il carnefice e la vittima!) e con l’apparente irrilevanza dell’esito finale dell’inchiesta. Senza confini precisi, e non di rado senza neppure un happy end. Interessato, nonostante le apparenze che lo vogliono sciupafemmine a oltranza, più alle dinamiche dell’anima che a quelle del corpo: «Sono uno strano tipo », eccone l’autopresentazione rivelativa, «l’unico investigatore al mondo, per quanto ne so, che s’interessi a fenomeni come fantasmi, licantropi e vampiri. Il fatto che io creda o meno all’autenticità di tali fenomeni è del tutto irrilevante. Ciò che conta è che non rifiuto a priori di crederci, come fa la maggior parte della gente seria». Andando alla rinfusa, per rendersene conto si veda, ad esempio, l’albo Memorie dall’invisibile (n. 19 della serie), uno dei più riusciti – firmato dallo stesso Sclavi per la sceneggiatura e da Casertano per i disegni – in cui il fuoco è la rinuncia al narratore onnisciente per far raccontare in prima persona il protagonista, un classico uomo invisibile, insieme al reiterato intersecarsi delle ipotesi sulla sua identità. Vi si sovrappone un motivo caro a Tiziano, che ci offre qui come altrove la molla profonda della sua poetica in chiave etica: la constatazione dal sapore evangelico che, se la solitudine è la costante antropologica del nostro tempo, la morale borghese soffre regolarmente di ipocrisie e perbenismi, mentre i derelitti della vita, come le prostitute che sono le co-protagoniste del racconto e conoscono il valore della solidarietà reciproca, racchiudono in sé tesori preziosi che abbisognano solo del contesto giusto per poter sbocciare. Alla maniera del migliore De André, perché se «dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior» (da Via del campo). O l’albo Dopo mezzanotte (n. 26), Sclavi e Casertano al timone, che tratteggiaDylan-Dog.jpg una sorprendente discesa agli inferi dell’acchiappamostri, scopertamente ispirata a film quali Tutto in una notte, Appuntamento al buio e Fuori orario, dominata dall’ironia e dal fraintendimento dei ruoli. Qui il noir rappresenta appena l’involucro esteriore della vicenda, mentre il cuore è l’angoscia e la paura di vivere che nello sfondo notturno rinvengono lo scenario ideale per esprimersi appieno, accomunando animali e umani, gente di infimo livello sociale e lo stesso Dylan, che si spinge nella penultima pagina a uccidere l’assassino con un coltellaccio (omaggio all’atmosfera grandguignolesca sparsa a profusione nell’episodio). O, ancora, La bellezza del demonio (n. 6, disegni di Trigo), Le iene (n. 42, alle matite Tacconi) e Il marchio rosso (n. 52, disegni di Coppola), tutti ideati da Sclavi, nuovamente sul fatto che proprio laddove l’occhio umano non giunge, l’umanità è in grado di «consegnare alla morte una goccia di splendore» (come si esprime ancora Faber nel suo ultimo brano, Smisurata preghiera). Perché il problema più drammatico che ci riguarda è che ben di rado riusciamo a convertire i nostri sguardi sul mondo, irrimediabilmente annegati come siamo in un grigiore piccino incapace di aprirsi al sogno, all’inedito, ai miracoli sottesi nel quotidiano… Anime salve solo in potenza, che non sanno (non sappiamo) più attraversare quella soglia che resta l’abituale territorio di caccia dell’indagatore dell’incubo. Così, la consuetudine al confronto con l’altro cui ci ha abituati la fantasia di Sclavi finisce per essere un prezioso antidoto contro qualsiasi tentazione razzista o chiusura xenofoba. L’altro – il mostro, il freak, l’emarginato, il capro espiatorio di turno – è il migliore dei maestri possibili, perché ci mette in discussione in modo radicale, facendoci toccare con mano i nostri limiti e la nostra finitezza. È colui che ci permette di specchiarci in un volto differente e, così, di guardarci dentro nel profondo: anche se si tratta, paradossalmente ma non troppo, della comare secca, la morte (l’ultimo nemico nel linguaggio neotestamentario di Paolo di Tarso), come avviene nell’albo Il sorriso dell’oscura signora (n. 161), firmato da Sclavi insieme a Mari.

Con il trascorrere del tempo (giunti come siamo all’attesissimo numero 300 della serie), Dylan ha via via abbandonato l’impronta splatter che ne aveva caratterizzato gli esordi, per concentrarsi di più sull’aspetto surreale e grottesco della realtà, con frequenti incursioni nel sociale e nella fantascienza. Così, un giovane eroe di carta alle prese coi risvolti bui delle esistenze, intriso di umanità e di debolezze, da ben due decenni e mezzo svolge anche una funzione terapeutica: gettandoci una fune, nel nostro non facile mestiere di educatori, docenti e genitori; e aiutandoci ad accettare dubbi, perplessità, stranezze, timori dei nostri alunni e figli, pur senza rinunciare alle nostre responsabilità e al nostro ruolo. Quello di chi s’interroga con loro nel tentativo di decifrarne l’incerto incedere, fino a condividere la sentenza di Groucho che leggiamo nel numero 107, Il paese delle ombre colorate, quando, al capezzale di Dylan seriamente ferito, lo sta vegliando amorevolmente. Bloch allora, facendo ricorso al suo consueto buon senso, gli consiglia: «La situazione non migliora se noi lo guardiamo… Perciò è inutile che tu stia qui, Groucho. Vai a casa e riposati!». E Groucho, allora, in una frase che racchiude il perché del nostro celebrare questo improbabile detective dell’onirico e rimanda inevitabilmente a Gianni Rodari: «Gli amici esistono anche per questo… per fare cose inutili!».

Fuoco sotto la cenere

 

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Sul numero di novembre di Jesus, Enzo Bianchi ha pubblicato un’interessante riflessione sul modo di essere Chiesa oggi.

In una recente intervista, il card. Carlo Maria Martini, interrogato sulla situazione della chiesa oggi e sulle sue tentazioni più manifeste, ha espresso poche ma significative parole: “Una chiesa che vuole vincere”. Per un cristiano della mia generazione, questa tentazione non è nuova: si può anche dire che siamo cresciuti con quell’anelito nel cuore che ci faceva desiderare una chiesa vincitrice e per questo forte, grande, imponente… Poi venne un’ora, inaugurata da papa Giovanni ma da tempo in maturazione in molti spazi della vita ecclesiale: il fuoco del vangelo resta infatti sempre vivo nella comunità dei credenti, anche se coperto di cenere. Alcuni profeti e molti cristiani anonimi e santi seppero scoprire la brace, gettare qualche pezzo di legno e… il fuoco riprese ad ardere. La chiesa si rendeva conto della sua povertà e delle sue mancanze, voleva rinnovarsi con un “aggiornamento” che fosse obbediente alla grande tradizione e ai segni dei tempi, scrutati ascoltando l’umanità, la storia con le sue opacità e i suoi faticosi cammini di umanizzazione. La chiesa reimparò ancora una volta che nella debolezza manifesta la grazia di Dio, che nella povertà è arricchita dalla povertà di Cristo, cioè dalla sua presenza, che quando non gode privilegi mondani la chiesa è più libera e più capace di profezia. Per tutti noi fu una chiamata a una migrazione, a una conversione di sguardi e giudizi. Certo, in questo scoprire la brace e riattizzare il fuoco del vangelo ci fu chi patì scandalo e inciampò, chi non riuscì a sopportare il cambiamento e anche chi, abbagliato, si perse su strade anche generose ma non più munite di fede e di comportamento cristiano. Ma oggi questa stagione è passata e appaiono le vecchie e, oserei dire, abituali e normali tentazioni delle religioni e dunque delle chiese. Così si dà tanta importanza a iniziative che non vanno certo condannate ma che non andrebbero sopravvalutate: ormai la vita ecclesiale sembra ritmata da “grandi manifestazioni”, “estese adunanze” in cui si cerca di unire numero, identità e potere vincente. In verità, per un cristiano che lascia che il suo sguardo sia formato dal vangelo, non è decisivo che a un raduno ci sia un milione di giovani né il loro numero (sovente accresciuto ad arte, sintomo di un confidare nella grandezza delle cifre) autorizza a dire che hanno ragione o che sono portatori di autentiche ragioni cristiane: proprio la mia generazione ha conosciuto tirannie che radunavano giovani e meno giovani in adunate oceaniche, senza contare che ancora oggi numeri così elevati di giovani li si possono trovare anche ai concerti degli “idoli” della musica. Perché a noi cristiani di oggi dovrebbe accadere il contrario di quello che è accaduto a Gesù, la cui venuta al mondo è stata riconosciuta da pochi poveri e anziani, e la cui predicazione ha avuto sì folle di ascoltatori alle quali tuttavia egli si rivolgeva chiamandoli pusillus grex, piccolo gregge di pochi discepoli disposti a seguirlo? Il gusto del numero va di pari passo con la negazione della relazione, del dialogo, del confronto: non si dimentichi che nella celebrazione dei sacramenti – che devono sempre conservare anche la dimensione umanissima della “materia” – un numero eccessivo di partecipanti ne deforma forzatamente la comprensione e la stessa celebrazione. In ogni caso l’identità cristiana non risiede né in grandi raduni né in “eventi” creati a ripetizione, quasi si vivesse con fatica l’ordinarietà e il quotidiano della fede. Dovremmo chiederci senza scetticismo dove sono tanti giovani nella veglia pasquale, dove sono alla notte di Natale, dove sono alla domenica… L’identità cristiana è un’identità di incarnazione, di umanizzazione, legata quindi all’incontro, alla relazione, all’ascolto reciproco, alla volontà di camminare insieme, riconoscendo non solo l’alterità dell’altro, ma l’alterità che abita ciascuno di noi nello svolgersi del tempo e nel mutamento dei luoghi. Sì, ciò che deve stupirci è la ripresa del fuoco sotto la cenere, il fuoco del vangelo che è sempre vivo nella comunità cristiana anche se in certe stagioni pare spento. Non temiamo, riprenderà ancora…

Dietro il presente non c’è il nulla

In quarta stiamo parlando di morte e aldilà. Stamattina, in una classe, ci sono state molte domande su resurrezione, giudizio, reincarnazione, aldilà… Ho appena trovato una parte dell’udienza di Benedetto XV del 2 novembre.

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“C’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento. In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo”. Oggi, “almeno apparentemente” il mondo “è diventato molto più razionale”, ha osservato il Papa, per cui “si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, sarebbe una copia di quella presente. … nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi (…) E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità. Solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata (…) L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. Nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo. Dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza”.

Ho bisogno della luna

 

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Elicone: Sembri affaticato.

Caligola: Ho camminato molto.

Elicone: Sì, la tua assenza è durata a lungo.

Caligola: Era difficile da trovare.

Elicone: Che cosa?

Caligola: Ciò che volevo.

Elicone: E che volevi?

Caligola: La luna.

Elicone: Che?

Caligola: La luna. Sì, volevo la luna.

Elicone: Ah, e per fare cosa?

Caligola: E’ una delle cose che non ho.

Elicone: Sicuramente. E adesso? È tutto a posto?

Caligola: No, non ho potuto averla. Sì, ed è per questo che sono stanco. Tu pensi che io sia pazzo.

Elicone: Sai bene che io non penso mai. Sono troppo intelligente per pensare.

Caligola: Sì, d’accordo. Ma non sono pazzo e posso dire perfino di non essere mai stato così ragionevole come ora. Semplicemente mi sono sentito all’improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti.

Elicone: E’ un’opinione abbastanza diffusa.

Caligola: E’ vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.

(dal Caligola di Camus)

Cimiteri

Sto per uscire, andando a far visita ad amici e parenti che non sono più parte di questa vita. Ho avuto giusto il tempo di leggere questo articolo da Avvenire.

Tutti ci domandiamo, appena la coscienza si accende in noi: dove va chi muore? Dove vanno i morti? Ogni civiltà cerca la risposta, fin dai tempi più antichi. Si fanno guerre, si compiono eccidi, genocidi, olocausti, si sono eretti roghi, patiboli, contro chi non la pensava e non la pensa come noi a questo proposito. Il terribile muro tra vivi e morti, ilcim_praga.jpg muro invalicabile, diventa anche il muro tra vivi e vivi. I morti, i vincoli che ci legano a essi ci accompagnano per tutta la vita. Appaiono nei nostri sogni, nei nostri pensieri, nelle nostre angosce e nella nostra memoria. In molti luoghi della terra abitata si conservano i loro resti, le ossa, i denti, i capelli. In molti luoghi tutto questo si brucia, si lascia divorare dalle bestie, liquefare sotto il cielo. Gran parte delle civiltà del mondo occidentale conserva i corpi dei morti. I morti convivono con noi. A loro è riservato uno spazio speciale nelle nostre città: i cimiteri. Le città dei morti. Alcune sono mete di pellegrinaggi, altre sono note per la bellezza dei monumenti eretti all’interno, altre per i verdi prati, per i viali lungo i quali svettano cipressi, ippocastani, alberi d’altro tipo o corrono siepi. I vivi convivono con i morti. Anche dentro il proprio corpo, nel proprio assetto genetico. Si inviano ultimamente anche nello spazio. Ai morti ci rivolgiamo per aiuto nei momenti di necessità o di disperazione, o con la preghiera di far esaudire desideri particolari. E, nelle leggende e nei miti, dalle loro file facciamo sorgere esseri artificiali, come il Golem, la statua di argilla, che un rabbino di Praga, il rabbino Loewe, nel Cinquecento, avrebbe destato a vita inserendo nella fronte la parola emet, “verità”.

Una delle “città dei morti”, uno dei cimiteri più famosi del mondo è proprio il Cimitero ebraico vecchio di Praga, lo Stary Zidovski Hrbitov. Rispetto ad altri cimiteri non è vecchissimo, in realtà. È lì dove sta, vicino alla Sinagoga vecchia nuova, a Praga, da appena cinquecento anni. I morti che ci “abitano”, sono più di centomila. In certi punti le tombe sovrapposte verso la profondità sono a nove piani. Gli ebrei non celebrano i morti lo stesso giorno in cui lo fanno i cristiani, il 2 novembre. Eppure per chi conosce quel posto, durante il giorno dei Morti, il pensiero corre lì. In pochi luoghi come in quel cimitero si sente, nella propria anima, la voce, il coro di chi ci ha preceduti sulla terra ed è poi scomparso. Le vecchie pietre infitte nella terra disordinatamente, l’oscurità del luogo le tristi fronde degli alberi suggeriscono l’idea dell’abbandono, ma anche della caparbia, irresistibile presenza di chi sta lì, e fa tutt’uno con la società dei viventi. … Ancora oggi i visitatori infilano nelle fessure della tomba del rabbino Loewe bigliettini contenenti speciali richieste di miracoli o benefici.

Ma è questo il mondo dei morti di cui noi custodiamo la memoria? Che la nostra civiltà occidentale venera e rispetta? Un mondo di terrore e di paure? Sinistramente misterioso? Il culto dei morti, fin dalla più remota antichità, in alcune parti del mondo oltre a esprimere affetto e riconoscenza, è volto ad esorcizzare il terrore di fronte al cessare dell’io, alla sparizione, in noi, da noi, della coscienza di esistere, di fronte alla morte. Molte religioni della terra sono basate su questi culti, sulla ferma, sincera devota credenza in una continuazione della vita dopo la morte, e anche nella possibilità, anzi, la costrizione di tornare a soffrire sulla terra, per correggerci, fino alla perfezione che ci concede di estinguerci finalmente e riunirci all’Infinito Spirito Universale. Anche l’ebraismo ammette la metempsicosi.

Oltre al Cimitero ebraico vecchio di Praga, ne esiste anche uno nuovo, la cui fondazione risale a tempi molto più recenti: si trova appena fuori città, oltre un’ampia fermata della metropolitana. In quel cimitero è seppellito uno degli scrittori più geniali mai esistiti, Franz Kafka, dagli ebrei di Praga considerato un grande saggio. Anche questo immenso personaggio è come se appartenesse alle ombre del vecchio cimitero, ne ripete le leggende, i miti. La sua tomba è semplice. Anche i suoi familiari sono seppelliti lì. Le tre sorelle di lui, Elli, Walli e Ottla hanno invece un loro cippo commemorativo poco lontano dalle tombe. Le tre donne sono state uccise tutte e tre dai nazisti tedeschi. Purtroppo quel vecchio cimitero, che ora dà anche il titolo all’ultimo romanzo di Umberto Eco, non è simbolo soltanto di un’antica e complessa tradizione religiosa, ma anche di un’antica, terribile, plurimillenaria sofferenza, quella del popolo ebraico. Il libro di Eco proietta quel cimitero al centro di intrighi e odii internazionali, giocandoci con abilità, sul filo del rasoio, ma quella sofferenza, quella discriminazione maledetta e malvagia, rivolta anche verso altri gruppi umani, come i rom, non è ancora terminata. Si ridesta di tanto in tanto nel cuore del nostro continente che oltre a questi sentimenti e moti dell’animo ha dato pure inizio a due terribili massacri, i peggiori di tutti i tempi: le due guerre mondiali. Quella mesta, misteriosa città dei morti che si trova a Praga stringe il cuore. Poco lontano, sul Ponte Carlo c’è un crocefisso al cui basamento c’è l’antica scritta messa lì per avvertirci che quel crocefisso è stato eretto con il Judengeld, con il “denaro giudeo”, cioè di gente che paga la tassa per essere nata. Per essere nata in un determinato popolo. Ma così almeno siamo avvertiti del veleno mortale che può rappresentare il denaro, al posto di funzionare come semplice e pacifico mezzo di scambio tra gli esseri umani.

La santità secondo Turoldo

Amo moltissimo Turoldo. Alla vigilia di Ognissanti posto un suo testo molto ricco sulla santità.

4974244288_21eafc906f_b.jpgPenso che uno dei grandi errori, meglio, uno sbaglio con conseguenze gravi, coinvolgenti le ragioni ultime dell’esistere e dell’operare umano, sia quello di avere, da parte di tutto il mondo della cultura, ignorato e, se non peggio, rinnegato il tema della santità. Sbaglio che si affianca a un altro, commesso – e che si continua a commettere – a livello religioso. Compito dello Spirito – come è detto nella rivelazione cristiana -, è di condurci a tutta intera la verità. Di condurci sempre: un cammino quindi che è tuttora in atto. Come dire: la verità è più grande di noi. Non che quanto sappiamo e – soprattutto – crediamo non sia verità. È verità, ma non è tutta la verità. L’errore nasce quando precisamente spunta la presunzione che ci fa dire: ecco, questa è tutta la verità, e questa è la sua autentica ed esaustiva interpretazione. Come se Dio fosse proprietà di qualcuno e non il «Padre di tutti, che opera in tutti e che è sopra tutto e sopra tutti»: tanto, per andare subito a fondo della questione. Come se Dio si esaurisse nelle nostre formule e nei nostri sillogismi. E che invece Dio non sia sempre nuovo, da conoscere continuamente, in quanto fantasia del mondo sempre in atto: questo continuo rivelarsi dell’Essere a tutti gli esseri del creato. Nuovo, come nuova è la luce, come nuovo è il giorno che viviamo; infatti questo, di oggi, è un giorno mai vissuto da nessuno sulla terra. Dio, quale bene che si diffonde sull’intera creazione e si comunica ad ogni uomo. Per cui è detto che è «luce che illumina ogni uomo» che viene al mondo. Che illumina, ripeto, e cioè che illumina anche oggi, pure il bimbo che sta nascendo in questo momento nel più remoto angolo dell’universo.

Ora, nulla vi è a livello di più diretto e sostanziale rapporto di Dio con le sue creature che il renderci partecipi della sua santità. È per questo che la santità è ritenuta un mistero; se non sia da dirsi la somma di tutti i misteri: verità, su cui si dovrà sempre ritornare. È la ragione per cui la santità è patrimonio di tutti, come la vita, come l’amore; come la necessità di essere, appunto; e di essere in una precisa misura che è quella della pienezza di essere. Pena, diversamente, la delusione, o lo sconforto, se non anche la disperazione come ho già detto. È la ragione per cui tutti gli uomini cercano le stesse cose e hanno le stesse passioni; e tutti sono incontentabili e inquieti «fin quando il cuore (di tutti) non riposi in Lui». Che uno creda o non creda, ciò non fa differenza antropologica. Anche perché non è vero che uno non creda: crederà di non credere, questo sì, ma ciò è un’altra cosa! È vero invece che uno crede in un modo e uno in un altro. Il problema non è se Dio c’è o non c’è. Certe scritte sui muri (e sulla stampa) da parte di una facile propaganda religiosa fanno un po’ sorridere. Il problema non è Dio: il problema è in quale Dio credi. Questo sì che è un problema! Problema è dove si nasconde Dio, e perciò dove scoprirlo. Ma questo è un problema anche per chi crede, anche per i cristiani e per i cattolici. Anzi, posso dire che questo è il mio problema quotidiano.

Per tornare al valore della santità, se abbiamo inteso bene queste premesse, è chiaro che non solo non dobbiamo scandalizzarci nel constatare che la santità può essere patrimonio di qualsiasi religione, ma anzi, non c’è che da godere del fatto che giusti e santi sono esistiti e continueranno ad esistere presso tutti i popoli e in ogni tempo. E che perfino può esserci una santità dell’ateo: una santità «laica» per così dire (che poi è tutt’altro che laica: si veda in proposito il dramma di Camus nel libro La peste, e di altri; o, per altri aspetti, la passione di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov – in Alioscia, ad esempio, o anche in Ivan nel Grande Inquisitore; e prima nello Staretz Zosima; sia nell’Idiota, e altro).

Santi e giusti avrebbero potuto esistere perfino in Sodoma e Gomorra: tanto è vero che Abramo era invitato da Dio a cercarli anche in Sodoma e Gomorra: città che, non avevano niente a che fare con la fede di Abramo. Che, se fossero esistiti, anche solo dieci giusti, Dio non avrebbe distrutto quelle città. E se invece non ce n’erano nemmeno dieci la colpa non è da attribuire alla impossibilità che ci fossero, ma solo al fatto che non c’è stato forse chi avesse risposto convenientemente a questa fondamentale esigenza dell’Essere: cosa che può succedere. Perciò sono stati distrutti. Diversamente Dio, questo Dio della giustizia e della santità, sarebbe il più ingiusto e perverso Iddio che si possa immaginare.

Il sasso

Il matto: “Se vuoi crederlo, non c’è niente al mondo che non serve. Lo vedi questo sassolino? Tutto serve. Serve anche questo sassolino.”

Gelsomina (guardando attentamente il sassolino che il matto aveva in mano: “A che cosa?”

Il matto: “E che ne so io? Se lo sapessi sai chi sarei?”

Gelsomina: “Chi?”

Il matto: “Gesù Cristo. Se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore! Chi è che lo sa? Non lo so a che serve questo sasso, ma serve. Se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle.”

(Dalla sceneggiatura originale de LA STRADA, di Fellini e Pinelli)

 

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Il cielo e l’inferno

Una storiella estratta da “Il diavolo e la signorina Prym” di Paulo Coelho.

«Come ti stavo dicendo, Ahab raccontava sempre una storia sul cielo e l’inferno; uomo-cavallo-e-il-suo-cane.jpganticamente i genitori la tramandavano ai figli, ma oggi è dimenticata. Un uomo, il suo cavallo e il suo cane camminavano lungo una strada. Mentre passavano vicino a un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all’istante. Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali. A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione. […] Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati ed assetati. A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale si innalzava una fontana da cui sgorgava dell’acqua cristallina. Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.

“Buongiorno”.

“Buongiorno” rispose il guardiano.

“Che luogo è mai questo, tanto bello?”

“E’ il cielo”

“Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete”

“Puoi entrare e bere a volontà”, il guardiano indicò la fontana.

“Anche il mio cavallo e il mio cane hanno sete”

“Mi dispiace molto” disse il guardiano “ma qui non è permessa l’entrata agli animali”

L’uomo fu molto deluso: la sua sete era grande ma non avrebbe mai bevuto da solo. Ringrazio’ il guardiano e proseguì.

Dopo aver camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costruito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da tanti alberi. All’ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello, probabilmente era addormentato.

“Buongiorno” disse il viandante.

L’uomo fece un cenno con il capo.

“Io, il mio cavallo e il mio cane abbiamo molta sete”

“C’è una fonte fra quei massi” disse l’uomo e, indicando il luogo, disse: “Potete bere a volontà”

L’uomo il cavallo e il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.

Il viandante andò a ringraziare, “Tornate quando volete” rispose l’uomo.

“A proposito, come si chiama questo posto?”

“Cielo”

“Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là”

“Quello non è il cielo, è l’inferno”

Il viandante rimase perplesso. “Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome. Di certo questa falsa informazione causa grandi confusioni”

“Assolutamente no. In realtà ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici…”»

In cammino verso la verità. Quale verità?

Pubblico un post piuttosto lungo e non proprio di leggera lettura preso da Asianews. E’ parte dell’intervento di stamane del papa ad Assisi. Ci sono molti spunti interessanti; resta la mia perplessità sul concetto di ateismo espresso dal papa, perplessità che ho già esplicitato in altre occasioni.

L’incontro di Assisi è una spinta al “cammino verso la verità”, facendosi “carico insiemeassisi.jpg della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”. Lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso a conclusione della mattinata di interventi delle varie personalità religiose e non nella basilica di S. Maria degli Angeli, radunati per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo. Il pontefice ha sottolineato che nel mondo attuale la pace è messa a rischio da due tipi di violenza: quella che fa “uso della religione” e quella che deriva “dall’assenza di Dio”. Ma è importante sottolineare che accanto alle “realtà di religione e anti-religione” che portano violenza, vi sono anche coloro che “cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Essi sono importanti collaboratori del dialogo e della pace perché correggono le pretese dell’ateismo, teorico e pratico, e spingono “i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”. Nel suo magistrale discorso, Benedetto XVI valorizza in modo forte la novità di questo incontro di Assisi rispetto a quello di 25 anni fa. Allora, Giovanni Paolo II aveva invitato solo rappresentanti religiosi. Questa volta, il papa ha invitato anche rappresentanti non religiosi, ma profondi ricercatori della verità e attribuisce ad essi una funzione fondamentale.

Il pontefice ha fatto anzitutto un bilancio dell’incontro di Assisi del 1986. “Allora – ricorda il papa – la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. La causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace”. Ma “a che punto è oggi la causa della pace?”, si domanda Benedetto XVI. Il mondo – egli risponde – è ancora “pieno di discordia”, non solo per la presenza di guerre qua e là nel pianeta, ma anche perché “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.

Il pontefice si diffonde poi nell’indicare due tipi di violenza. Il primo è “il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”. Il papa sottolinea che “sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. L’incontro di Assisi del 1986 voleva proprio esprimere il messaggio che la vera religione è un contributo alla pace e che ogni altro uso è un “travisamento e contribuisce alla sua distruzione”. Per questo, continua il papa, è importante un dialogo interreligioso per ricercare “una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte”. Tale “compito fondamentale” serve a “contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi”.

Il secondo tipo di violenza “è la conseguenza dell’assenza di Dio”, che porta con sé la “perdita di umanità” . “Il ‘no’ a Dio – ha spiegato – ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso”.

Proprio davanti a questo quadro di violenze derivate dallo stravolgimento della religione e dall’assenza di Dio, Benedetto XVI mette in luce un fattore importante: “nel mondo in espansione dell’agnosticismo” vi sono “persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio… Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace’”. Esse – dice il papa – “pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”. Questi cercatori della verità spingono le religioni a purificarsi: “Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo – ha concluso – ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

Dalla vita io attendevo l’infinito

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“Penso spesso al giorno in cui vidi il mare per la prima volta. Il mare è grande, il mare è vasto, il mio sguardo spaziava lungi dalla riva e sperava di trovare la libertà: ma in fondo c’era l’orizzonte. Perché ho un orizzonte? Dalla vita io attendevo l’infinito.” (Thomas Mann)

Come uno specchio?

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Dio è come uno specchio; lo specchio è sempre lo stesso, ma chiunque lo guarda vede una cosa diversa. (Anonimo)

Ambizione dagli occhi di bronzo

Gianfranco Ravasi ha postato questo testo su Parola & parole.

“L’ambizione ha occhi di bronzo che mai il sentimento riesce a inumidire. I corpi dei bronzi di Riace sono perfetti, ma quel loro sguardo metallico sembra vuoto e cieco. Non per nulla definiamo «faccia di bronzo»  la persona impudente e arrogante che ci oppone un volto ipocrita, senza nessuna contrazione facciale di pudore o vergogna. Ha, perciò, ragione Schiller quando, nella sua tragedia “genovese” Fiesco, dipinge l’ambizione come una faccia dagli occhi di bronzo, mai rigati da lacrime. Per la carriera e il successo a tutti i costi non ci si può attardare nel lusso dei sentimenti. Si procede inesorabili calpestando gli altri più deboli, ignorando le remore morali, gelando le emozioni e la compassione. «L’ambizione – scriveva Tolstoj – non può permettersi di accordarsi con la bontà; essa si accorda solo con l’orgoglio, l’astuzia, la crudeltà».”

Concordo su tutto se per ambizione si intende la brama di potere e di successo, l’essere disposti a passare sopra tutto e tutti pur di riuscire nei propri intenti. Se invece ambizione è l’aspirazione a migliorarsi, il desiderio caparbio di riuscire in qualcosa penso possa anche accordarsi con il “lusso dei sentimenti”.

Nuove lapidazioni

Non avevo intenzione di scrivere su Roma. Poi mi sono imbattuto sul sito di Dimensioni Nuove in un articolo di Domenico Sigalini che commenta un pezzettino di Vangelo (qui sotto un estratto). E il mio pensiero, seppur trasversalmente, è andato a Roma, a tutti quegli imbecilli sempre pronti a usare la violenza, a voler far valere la ragione del più forte, a voler lapidare le idee degli altri. Non è questa la via, non può mai essere questa la via…

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I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?”. Gli risposero i Giudei: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”… Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. Molti andarono da lui e dicevano: “Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero”. E in quel luogo molti credettero in lui.

Non avevano potuto lapidare l’adultera, gli si erano a forza aperte le mani per lasciare cadere il sasso, ciascuno aveva rivisto al rallentatore la sua vita ed erano stati costretti a reprimere una catarsi fin troppo comoda, irresponsabile, assassina. È sempre facile la tentazione di farsi una coscienza pulita scaricando la colpa sugli altri, su quella povera donna, su quella famiglia fallita. Stavolta però sono tornati i sassi in quelle mani, e la presa è più forte e sicura. Saremo moralmente non irreprensibili; siamo fatti tutti di carne, è pur vero ma bestemmiatori no! Noi sappiamo stare al nostro posto. Dio è l’altissimo, sia sempre benedetto il suo nome, noi sappiamo di essere creature. La nostra religione è la forza che tiene assieme il nostro popolo Lui è la roccia, noi siamo il popolo e gregge del suo pascolo. In quelle mani contratte, in quelle dita che trattengono nervosamente le pietre c’è tutta la storia, la cultura, ma anche l’ingessatura di un cuore indurito, di una religione tentata di fondamentalismo. E Gesù cerca di smontare questa schiavitù interiore. Ne va della sua missione! Dio Padre, l’abbà dei miei colloqui quotidiani, non è il Dio delle lapidazioni, ma dell’amore. Cercavano allora di prenderlo di nuovo. Gesù era veramente braccato, doveva giocare d’astuzia. Il suo primo nemico non era solo l’establishement, ma la gente di “parrocchia”, i cristiani della messa prima, i cattolici del conformismo, noi che ci siamo abituati a Dio come al colore delle pareti. E noi ci trova dovunque fuorché nel Getsemani, là dove ci si deve convertire, purificare, affrontare anche nella solitudine il fallimento e il necessario cambiamento di vita.

L’attesa dell’agnostico

Il biblista Gianfranco Ravasi ha aperto un blog all’interno 4314146861_f73d845f80_o.jpgde Il Sole 24 ore. Nell’ultimo post ha annunciato che oggi avrebbe pubblicato un articolo sul quotidiano che poi sarebbe apparso anche sul blog. Nell’attesa ha anticipato un pezzetto: “L’incontro tra credenti e non credenti avviene quando si lasciano alle spalle apologetiche feroci e dissacrazioni devastanti e si toglie via la coltre grigia della superficialità e dell’indifferenza, che seppellisce l’anelito profondo alla ricerca, e si rivelano, invece, le ragioni profonde della speranza del credente e dell’attesa dell’agnostico”. Resto in attesa pure io di leggere l’intero articolo, tuttavia ci sono delle parole che mi fanno sorgere una domanda: a cosa si riferisce quell’ “attesa dell’agnostico”?

Amore gratis

Prendo dal sito di un collega il racconto di una sua lezione.

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“Ho iniziato l’anno con un giochino. Sui valori. Una storia semplice e carina, in cui cinque personaggi, in relazioni di vario tipo tra loro, per salvare ognuno un valore a cui tengono ne infrangono un altro. L’ho letta in modo ironico e un po’ demenziale, perché fosse chiaro che si trattava di un gioco. Ovviamente una storia a sfondo sentimentale. La classe è al femminile, con alcune belle teste. Una quarta, depurata l’anno scorso, purtroppo, da alcune altre belle persone, ma che non hanno avuto voglia di farsi promuovere. Alla fine della lettura ho chiesto loro di mettere in classifica, sul piano morale, i cinque personaggi dal più corretto al meno corretto. Ognuno per conto proprio, e di scrivere a fianco di ogni personaggio la motivazione di quel giudizio dato. Poi ne abbiamo discusso. A mo’ di forum. La questione si è animata su un personaggio soprattutto, che per vivere il valore della fedeltà infrange quello dell’amore. E su questo Irina – chiaramente italiana doc – ha fatto una considerazione. “Ma prof., ogni persona ha una sua classifica, ovvio, ma soprattutto non si può pensare di vivere una cosa senza anche rinunciare ad un altra”. “Vuoi dire – faccio io – che se decidi di vivere come cosa più importante della tua vita un valore, altre cose, pure importanti dovranno essere messe da parte per forza”. “Si prof. Se essere fedeli al proprio uomo è la cosa più importante, può davvero essere giusto che la storia finisca perché si ha tradito.”

“Beh io credo che alla fine, se vuoi essere felice sul serio, devi trovare un modo per non rinunciare a nulla”. Dal suo torpore finto, Nicolò, uno dei due maschietti presenti in classe, si sveglia. E prosegue. “Io non credo che sia automatico dover rinunciare a qualcosa se vuoi dedicarti a ciò che ami più di tutto. Forse si può trovare un modo per organizzarti e non dover per forza scegliere. Io ora non rinuncerei alla mia ragazza, e se lei mi tradisse credo che la potrei anche perdonare”. Irina ribatte: “Beh Nicolò, si vede che tu ci tieni di più all’amore che non alla fedeltà”. “No, io ci credo alla fedeltà, non è che non ci credo, ma perdere la mia ragazza sarebbe la cosa peggiore, perciò potrei anche perdonarla”. “Eh! appunto Nicolò – gli dico – questo vuol dire che per te l’amore di lei vale più della fedeltà a te, e che per quello sei disposto a sacrificare questa”. “Allora ragazzi vedete, qui si pone la questione di quale sia il Signore della vostra vita, quale cosa, principio, persona, o che altro volete voi, sia l’unica cosa a cui dedicarsi se foste costretti ad avere un solo amore. Che cosa davvero salvereste?”. “Ma no prof. non si può mettere giù così!”. Maddalena diventa rossa mentre lo dice, la sua timidezza si fa vedere, ma quando si toccano corde vive reagisce d’impeto. “Non credo davvero che ci sia bisogno di scegliere, almeno io non voglio scegliere, e voglio cercare di vivermi tutto quello che mi capita, senza rinunciare a nulla”. “Si Maddy, capisco cosa dici – ribatte Irina – ma la vita non è così. Ad un certo punto devi scegliere. Io ho lasciato mio padre in Ucraina e non lo vedo da 7 anni, ma che dovevo fare? Lì non si poteva davvero vivere tutti e tre in casa, non c’erano soldi. Mi dispiace davvero molto, ci ho pianto e ci sto male sapendo che poi lui si è fatto un altra vita là, con una altra donna. Ma per me la vita qui è possibile, là no”. “Irina quindi cosa ha salvato secondo voi?”, dico alla classe. “ha salvato sé stessa”. Monica, che fino ad allora ha seguito tutto senza perdere un colpo va giù sicura. “Mah si e no”, ribatte Irina. “Ho salvato la mia vita, certo, ma vorrei che nella mia vita ci fosse qualcuno o qualcosa per cui vale davvero la pena di spenderla”. “Ma come? – faccio l’avvocato del diavolo – dopo la fatica che hai fatto per darti una possibilità di vivere, vorresti che questa vita fosse spesa per qualcun’altro?”. “Si prof. se no davvero sarebbe assurdo. Mia madre mi dice che la sua vita è bella perché ci sono io, e perché lei ha speso sé stessa per fare vivere me. Prof., questo è bellissimo. Io lo so che le è costato moltissimo, l’ho vista piangere e non dormire e faticare come una pazza, ma è felice di averlo fatto. E adesso la capisco”.

La classe s’è quasi ammutolita. Un’aria strana ci ha preso, come se le parole di Irina fossero arrivate dritte dentro i suoi compagni. E tra loro alcuni hanno sentito chiaro che anche per loro è così, mentre sul viso di altri, tra cui Monica e Nicolò, è apparsa una invidia non raccontabile, perché invece, a loro, questa esperienza di sentirsi così amati è mancata. E allora capisco quando si dice che essere egoisti vuol dire amarsi di meno, perché ci è mancato un amore gratuito. “Credo davvero di dover ringraziare Irina per quello che ci ha detto. Quando cerco di dirvi che Gesù ci ha amati fino alla morte, dico la stessa cosa, ma detto così fate fatica a sentirlo. Mentre Irina ce lo fa sentire dentro”.

Un tempio d’amore

Qualche anno fa ho frequentato un master in pastorale giovanile. In quell’occasione ho conosciuto il biblista Silvano Fausti. Questa è una sua riflessione su un brano del Vangelo. E’ lunghetta e non è fatta per una lettura superficiale: bisogna mettersi lì con calma e pensarci perché è ricchissima di spunti sia per credenti che per non credenti.

Marco 11, 12-19     E il giorno dopo uscendo essi da Betania, ebbe fame. E vedendo da lontano un fico che aveva foglie, venne a vedere se dunque vi trovò qualcosa. E, venuto, vi trovò nient’altro che foglie. Non era infatti il tempo di fichi. E, rispondendo, gli disse: Nessuno più in eterno mangi frutti da te. E udirono i suoi discepoli. E vengono a Gerusalemme, e entrato nel tempio, cominciò a scacciare quelli che vendono e comprano nel tempio. Rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe. E non lasciava che alcuno trasportasse qualcosa attraverso il tempio. E insegnava e diceva loro: Non sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri. E udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano di rovinarlo, avevano infatti, paura di lui, perché tutta la folla era colpita dal suo insegnamento. E quando fu sera, uscirono fuori dalla città.

Il Vangelo parla sempre di cose buone che Gesù fa: fa vedere i ciechi, fa udire i sordi, fa tante cose buone. Invece questa sera fa un contromiracolo: c’era un fico con tante belle foglie e lo lascia lì secco. Poi va nel tempio e prende la frusta: è l’unica volta che sembra contro la mitezza, la misericordia. Vediamo dunque una cosa non gradita ai preti moderni e antichi. Si parla di una pianta di fico e del tempio. Il popolo è rappresentato dal fico, e il tempio dal tempio stesso con quello che c’è dentro.  Sembrano due immagini abbastanza diverse; in realtà ci sono similitudini: sulla pianta di fico ci sono tante foglie, nessun frutto; nel tempio c’è tanto mercato, nessuna preghiera. Quindi c’è un po’ di accostamento: spoglia il fico delle foglie, caccia via il mercato dal tempio. Quindi c’è molta similitudine. La similitudine è ancora più profonda, perché il tempio rappresenta Dio in mezzo agli uomini. E quel che Gesù farà sarà scacciare via tutte le cattive immagini di Dio che abbiamo; distruggerà il tempio che è l’immagine di Dio che noi abbiamo e il tempio distrutto sarà lui crocifisso; e risorgerà dopo tre giorni il nuovo tempio. Così il fico maledetto, l’albero maledetto richiamerà un altro albero maledetto: l’albero della maledizione, la Croce. Lui sulla Croce porterà tutta la nostra maledizione e finalmente ci sarà il frutto sulla Croce, il frutto dell’Amore di Dio per noi.

E il giorno dopo uscendo essi da Betania, ebbe fame.

L’unica cosa di cui il Signore ha bisogno in tutta la Bibbia, ed è il bisogno dell’asinello; l’asinello è l’animale del servizio e servire è il modo concreto di amare. Ciò di cui Dio ha bisogno è l’Amore, perché Lui è l’Amore. E l’Amore ha bisogno di essere amato. Ora ha fame. Questa fame risponde al bisogno che aveva dell’asinello. Che fame ha il Signore che viene a visitare la sua vigna? Ha fame che il popolo ami davvero: questo è il frutto del fico. La fame di Dio, il desiderio di Dio è che noi sappiamo amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato. È interessante: Dio ha una fame e un bisogno; l’unica fame e l’unico bisogno. Che poi questa fame e questo bisogno sono la nostra salvezza. Amare come Lui ci ha amato.

E vedendo da lontano un fico che aveva foglie, venne a vedere se dunque vi trovò qualcosa. E venuto, vi trovò nient’altro che foglie. Non era infatti il tempo dei fichi.

Il fico è il punto centrale della vigna, ed è la parte che dà il frutto dolce. Il  fico è una pianta interessante per molti motivi. Il primo: è la prima pianta a fare frutti. Fa frutti senza fiori e senza foglie. I fiori sono i primi frutti stessi. Poi fa frutti tutta estate e tutto l’autunno ed è ancora l’ultima pianta a produrre frutto. E poi d’inverno, anche quando tutto è secco, trovi almeno un fico secco sulla pianta, se no… non trovi nemmeno un fico secco, come si dice. Quindi, non c’è stagione che tenga per la pianta di fichi, fa sempre frutti. Se la vigna è Israele che deve dare i frutti (l’osservanza della Parola), il fico rappresenta la sintesi dell’osservanza della Parola: l’amore di Dio e del prossimo. Così noi in qualunque stagione siamo chiamati ad amare, perché siamo a immagine di Dio. Verrà notato dopo che non era stagione di fichi. È importante questa notazione perché noi diciamo: non è il tempo, ci saranno tempi migliori! No, non c’è stagione che tenga. Che sia primavera, che sia estate, che sia autunno o anche inverno, almeno un fico secco ci sarà sempre. Ci si aspetta sempre di trovare qualcosa perché ogni tempo è tempo per amare e per perdonare. Se no non esisti. E Gesù cosa trova? Trova sì il fico, ma tante foglie. Le foglie hanno una storia lunga nella Bibbia: proprio le foglie di fico. Servono solo per nascondere. Noi facciamo tante cose per nascondere l’unica cosa che manca. Ci manca l’unica cosa essenziale che è l’amore di Dio e del prossimo. Senza questo tutto è nulla, tutto è frascame, tutto è pura apparenza.

Rispondendo gli disse: nessuno più in eterno mangi frutto da te. E udirono i suoi discepoli.

Questa è una grande maledizione, è la maledizione di chi non ama. Chi non ama è maledetto, non dà frutto, è morto. E sarà quella maledizione che porterà Cristo sulla Croce; porta la maledizione del nostro peccato e della nostra morte. E noi avremo in cambio la sua vita. Quindi è interessante. Questo unico contromiracolo dove Gesù si mostra duro è l’origine di tutti i miracoli. È duro, ma può attirare su di sé tutta la durezza del nostro cuore. È duro contro il male, perché ci fa male. Però sarà lui a portare su di sé il male per darci il frutto. E i discepoli udirono, perché la scena verrà ripresa il giorno successivo:

E vengono a Gerusalemme. Entrato nel tempio cominciò a cacciare quelli che vendono e comprano nel tempio e rovesciò i tavoli dei cambiavalute, le sedie dei venditori di colombe.

L’ingresso di Gesù nel tempio è la grande attesa di tutto l’Antico Testamento che termina col capitolo 3 del profeta Malachia che dice: verrà il Signore nel suo tempio. E cosa farà? Viene a purificare il tempio. Il tempio è Dio. Gesù sulla Croce purificherà la nostra immagine di Dio. Noi pensiamo a un Dio tremendo, a un Dio giudice che condanna, punisce il male. Invece, sì, il male è male, tant’è vero che ci fa male. Allora lui che ci vuol bene cosa fa? Porterà su di sé il nostro male sulla Croce. E il tempio distrutto sarà Cristo stesso che muore in Croce. E il nuovo tempio sarà Lui risorto che ha vinto la morte e proprio nel suo amore ci dà la vita nuova, e il nuovo tempio sarà ciascuno di noi con il dono del suo Spirito. Questa scena del tempio è fondamentale, perché è il tempio è il centro della religione di Israele e di ogni religione: è Dio. Uno può dire: ma come, va dentro lì e fa tutto questo disastro? Non è garbato. In fondo, quello che qui viene messo in evidenza in questi due episodi – il contromiracolo e la cacciata dal tempio – è il male e il danno che questo procura. È inutile far finta di niente. Non si può stare indifferenti di fronte a un albero che invece di dare frutti non dà niente, c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, anche, se il tempio è ridotto così, non vi si può passare sopra e dire: poveracci, hanno bisogno di vivere anche loro, lasciamoli commerciare. I profeti sentivano di tradire la missione ricevuta se non andavano a rimproverare coloro che sbagliavano.

Allora Gesù, entrato nel tempio, cominciò a cacciare quelli che vendono e comprano nel tempio. E rovesciò le tavole dei cambiavalute.

Nel tempio si vendevano e comperavano oggetti che servivano per la purificazione. Per la purificazione infatti bisognava presentare o due colombe, o due tortore o gli animali dei sacrifici stessi. Allora hanno pensato bene: mettiamo su un mercatino. Era un po’ un supermercato. Tra l’altro occupava un’area di 475 metri per 300, tale era la misura del cortile. Quindi un’area infinita. Oltre al mercato degli animali che poteva servire per i sacrifici, i riscatti e gli ex voto, c’era poi l’immancabile cassetta delle offerte e in più c’erano i cambiavalute, perché venivano israeliti da tutti le parti del mondo con monete romane e greche che non valevano perché immonde. Bisognava pagare in moneta ebraica, così si cambiavano e, come sapete, sui cambi ci si guadagna bene. Il mercato era floridissimo e lo stesso tempio diventava poi la banca centrale, perché il tesoro del tempio era la banca centrale dove c’era tutto il valore di Israele. Allora, cosa fa Gesù? Con la sua morte toglie coloro che vendono e comprano per i sacrifici. Cioè il nostro rapporto con Dio in genere qual è? Io ti faccio questo sacrificio e tu mi dai questo; stabiliamo un rapporto di compravendita; io ti prego e tu in cambio mi dai la salvezza. Cioè trattiamo Dio, che è Amore, pagandolo. Questo pagare l’amore si chiama prostituzione. È il peccato più grave contro Dio che è l’Amore: trattarlo da prostituta. Non è che noi compriamo Dio con le buone azioni. Lui ci vuole bene: siamo figli amati gratuitamente. E Gesù purificherà il tempio – l’immagine di Dio – dicendo: guardate che non siete voi con le vostre buone azioni a salvarvi, vi salvo io, perché vi amo, per grazia; allora potrete anche amare e fare frutto. Se no, resterete sempre nell’egoismo, anche nell’egoismo spirituale che diventa una compravendita; non farete mai l’amore. E così nel tempio, invece di esserci l’amore e la fiducia in Dio, il rapporto filiale, cosa c’è? La compravendita. Ti faccio questo e mi dai questo. Tutte le religioni fanno così, tutte le religioni pagane.

Non lasciava che alcuno trasportasse qualcosa attraverso il Tempio.

Il Duomo di Milano ha una porta laterale. C’era una porta corrispettiva anche dall’altra parte. L’hanno chiusa perché quando facevano mercato, dovendo trasportare delle cose, invece di fare il giro della piazza era più comodo attraversare il Duomo. Lo stesso capitava a Gerusalemme: chi doveva passare da una parte all’altra della città, si trovava di mezzo il tempio, tanto valeva entrare con i suoi buoi da una parte e uscire dall’altra. Il tempio era la scorciatoia per raggiungere l’altra parte della città. In realtà anche il nostro rapporto con Dio tante volte è una scorciatoia. Cioè Dio ci serve per raggiungere i nostri obiettivi. Non è il fine dei nostri obiettivi. Passo da lì perché è più comodo. È interessante questo. Non è che si manifesti sempre platealmente come nel caso del fare commercio, con un opportunismo, una strumentalizzazione della religione per interessi personali, ma è qualcosa di più profondo e noi ce ne possiamo accorgere quando anche nel rapporto con Dio mettiamo al centro noi stessi. Magari non c’è questo interesse materiale – come farsi degli amici per avere appalti o altro  – si tratta di un rapporto più diretto e più pulito, dove però ci mettiamo ancora noi, ed è ancora Lui che deve essere a nostro servizio. In fondo noi ci serviamo di Dio. Che va benissimo: Dio serve perché è amore. Ma se noi amiamo anche noi serviamo, nel senso che amiamo, allora è reciproco e non ci serviamo di Lui: amiamo come siamo amati. È un po’ come il figlio che sfrutta il genitore dicendo: tanto mi vuole bene! Ma senza voler bene. Quindi nel primo caso dice: è un po’ tremendo, faccio delle cose buone, così me lo tengo buono; nel secondo caso, è buono e allora va bene, mi serve. In realtà uno che fa così non ha ancora capito che c’è qualcosa di molto più profondo: tu diventi libero, diventi uomo, diventi te stesso, se proprio diventi come Lui, se sai amare gratuitamente. Allora fai il frutto. Allora il tempio è tempio, è presenza di Dio, se no, non è presenza di Dio. E Gesù che muore in Croce sarà proprio la fine del tempio. Di fatti Lui in Croce non ci guadagna niente, ci perde tutto, non è una facile scorciatoia, sa amare in pura libertà il Padre e i fratelli dando la vita. E così mi fa vedere chi è Dio: è uno che ama in libertà, in gratuità, dando la vita. E Gesù in fondo è venuto per stabilire nel mondo questo nuovo rapporto con Dio che è di amore reciproco.

E insegnava e diceva loro: non sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri.

La mia casa – il luogo di Dio, Dio stesso – è un luogo di preghiera, cioè di comunione. Comunione con Lui è la preghiera. Comunione per tutte le genti – le “genti” vuol dire i “pagani” –quindi per tutti gli uomini. La comunione con Dio stabilisce la comunione fra tutti gli uomini, perché Dio è Padre e allora siamo tutti fratelli. Per questo c’è il tempio, cioè Dio in mezzo a noi è proprio colui con il quale siamo in comunione col Padre, quindi con tutti gli uomini, con tutte le genti come fratelli e sorelle. Per questo c’è il tempio, per questo c’è Dio al mondo e c’è il mondo. Noi, invece, ne abbiamo fatto una spelonca di ladri. Il primo ladro è stato Adamo che ha voluto rapire l’eguaglianza con Dio, ciò che gli era donato. Noi, in fondo, di tutta la nostra vita, invece che un dono che riceviamo, che viviamo nell’amore e sappiamo donare, ne facciamo qualcosa del nostro possesso, una spelonca di ladri. L’opposizione tra banda di ladri e tutte le genti vuol proprio dire qualcosa di cui ci si appropria e che impedisce agli altri di entrare. Vedete allora chiaramente: c’è un parallelo tra il fico e il tempio. Sul fico nessun frutto, tante foglie; nel tempio niente preghiera, niente comunione tra le persone, un grande mercato. Praticamente uno vive egoisticamente sia il proprio rapporto con Dio, sia il rapporto coi fratelli. Quindi non c’è alcun frutto. E lo stesso Dio serve per vivere questo.

E udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano di rovinarlo. Avevano infatti paura di Lui perché tutta la folla era colpita dal suo insegnamento.

I sommi sacerdoti e gli scribi cercano di rovinarlo. Fin dal principio dicono: costui bestemmia, perché perdona, perché porta l’amore di Dio tra gli uomini e qui si dice chiaramente che ormai cercano di farlo fuori. Perché? Anche se uno non lo sa, dove non c’è amore, c’è uccisione c’è morte. E c’è la morte in chi non ama. E chi l’ha dentro la porta anche fuori. Per ora però non eseguono il disegno – passeranno solo tre o quattro giorni, poi lo eseguono – perché la folla lo ascolta volentieri. E hanno paura della folla. Quindi si presenta una differenza tra i capi e la folla, una differenza che poi andrà sempre diminuendo. L’ultima volta diceva “osanna”, ora lo vede volentieri, è colpita dal suo insegnamento. Quando poi lo vedrà lì, un pover’uomo coronato di spine, allora dirà crocifiggilo.

E quando fu sera uscirono fuori della città.  

Si scandisce “quando fu sera” e poi si dirà: “e il mattino dopo”,  come nei giorni della creazione “e fu sera, e fu mattina”.  Cala la sera definitiva sul tempio. La sera è immagine della morte: finisce il tempio, finisce il popolo. E il popolo maledetto e il tempio maledetto sarà Cristo stesso che finisce in Croce e così salva da ogni maledizione. Questi due fatti della vita di Gesù sono il contrario di quello che ci aspettiamo: una maledizione e il fico resterà secco; un atto di violenza che rovescia i banchi dei cambiavalute. In realtà, questi fatti simboleggiano ciò che noi facciamo con Dio.

Into the wild

Ringrazio Sara di 5CL per avermi prestato il dvd di Into the wild. E’ stata una bella esperienza vedere questo film dalla colonna sonora strepitosa. Riporto una delle frasi che mi son piaciute di più col relativo video:

Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? (C. J. McCandless che legge Lev Tolstoj)

L’accidia e il volo

Posto un pezzo di Laura Cioni sull’accidia preso da Il sussidiario e una canzone che vedo ben collegata all’articolo. La canzone è dei miei amati Helloween: “Eagle fly free” e il ritornello canta “Aquila, vola libera, lascia che le persone vedano, fallo a modo tuo, lascia indietro il tempo, segui il segno. Un giorno voleremo insieme”

“Tra i vizi capitali il meno noto, anche se molto diffuso, è l’accidia. Se ne è scritto in tutti i tempi, riflettendo sulla vita morale in base ai concetti di vizi e virtù, in una modalità concreta e facilmente osservabile anche nella vita quotidiana. Orazio, così saggiamente epicureo, in una sua epistola definisce l’accidia strenua inertia, smaniosa inerzia, in altre parole inquietudine. Tacito racconta il languire degli studi in tempi di oppressione politica e realisticamente afferma che la ritrovata libertà ne favorirà la ripresa, ma con fatica, perché vi è una segreta dolcezza anche nell’inoperosità che, dapprima invisa, alla fine viene amata.

Per san Tommaso l’accidia non è solo l’indugio a decidersi per il bene e l’incostanza nel perseguirlo, ma più precisamente la tristezza del bene, una inattività dell’anima che non vuole e insieme non può volgersi alla vera gioia.

Dante la rappresenta nell’Inferno ponendo gli accidiosi insieme agli iracondi nel pantano dello Stige: Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo/ nell’aere dolce che dal sol s’allegra,/ portando dentro accidioso fummo:/ or ci attristiam nella belletta negra”: come furono tristi nella vita, avvolti nel fumo della negligenza, così nell’eternità vivono lo stesso umor nero, che li stringe alla gola come la melma di cui hanno piena la bocca. Il poeta ritorna sull’accidia nei canti centrali del Purgatorio, dove spiega la dinamica della libertà umana; per bocca di Virgilio definisce l’accidia amor del bene scemo/del suo dover, ovvero desiderio solo intenzionale, privo degli atti necessari a raggiungerlo e a gustarlo. Dante spiega come ogni uomo desideri il vero bene e lotti per ottenerlo: Ciascun confusamente un bene apprende/ nel qual si queti l’animo, e disira;/per che di giugner lui ciascun contende. E proprio sul limite della balza vede gli accidiosi pentiti espiare il fatto di non aver assecondato alcun desiderio e di non averlo perseguito con amore lesto e operoso: Se lento amore in lui veder vi tira,/ o a lui acquistar, questa cornice,/ dopo giusto penter, ve ne martira.

L’insufficiente energia morale dell’accidia è riconosciuta come propria da Petrarca nel Secretum, il dialogo letterario con sant’Agostino; in quest’opera egli la fa risalire al disinganno. Anche in questo i moderni, e non solo i poeti, sono un po’ tutti suoi eredi.

Si può ipotizzare che l’accidia sia un vizio predominante dei nostri giorni; molti segnali lo indicherebbero alla semplice osservazione: la disistima di direttive decise, la noia, lo spreco, la mania dell’effimero, la scontentezza, il risentimento sono comportamenti diffusi e poco percepiti e proprio per questo generatori di mali peggiori che riempiono la società di violenza e di ingiustizia.

Come si corregge questa cattiva abitudine dell’anima connessa con l’inattività, con l’inquietudine, con l’ira, con la malinconia?  E’ difficile vincere la tristezza del bene con le sole proprie forze, ma  anche tante parole che ingombrano di pareri, di consigli, di prediche appaiono poco efficaci. Un avvenimento  può scuotere la vita e cambiarle direzione, come si nota nelle biografie dei grandi e in vicende famigliari più nascoste. Certo, la grande risorsa è quella di essere presenti a se stessi, di ammettere i propri errori, di prevedere la fatica di rialzarsi e di ricominciare a camminare. Magari la scoperta di un nuovo amore. Ma una esperienza data a taluni, decisiva, è stata descritta da Agostino negli ultimi dialoghi con sua madre: egli immagina che per l’uomo tutto taccia, la terra, il cielo, l’anima stessa e in questo silenzio egli possa udire la voce di Dio parlare non attraverso le cose, ma con la sua stessa bocca; allora non sarebbe questo l’“entra nel gaudio del tuo Signore”? Se la scoperta della gioia di Dio, imprevedibile e duratura, irrompesse in un punto cruciale della vita, vincerebbe l’accidia di schianto: “Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori; il laccio si è spezzato e noi siamo scampati”. Resterebbe la libertà di volare.”