Pubblicato in: Testimoni

L’Abbé Pierre


Riprendo la pubblicazione della sezione TESTIMONI. Oggi presento la figura dell’Abbé Pierre: l’articolo è vecchiotto, dell’anno 2000, e l’Abbé era ancora vivo. Se ne è andato nel 2007. Una delle cose che mi piace di più è la profonda umanità di quest’uomo che non lo fa sentire lontano, invincibile, perfetto, superman…

HENRY GROUÉS, L’ABBÉ PIERRE

di Teresio Bosco

Basco nero tirato a destra, occhiali con montatura pesante, barba che con gli anni diventa sempre più rada e bianca sulla faccia minuta, scarpacce impolverate che vengono sempre da “luoghi dove bisogna infangarsi”. E’ così che l’Abbé Pierre è presente nella mente di milioni di persone, specialmente francesi, come una delle ultime “icone viventi”. 

GLI ANNI CON SAN FRANCESCO

A15 anni, legge e rilegge una biografia di san Francesco, insieme al vangelo. Decide di imitare Francesco, che ha trovato Dio e si è fatto fratello dei poveri.

L’Abbé Pierre ha compiuto 88 anni il 5 maggio scorso (anno 2000, ndr), e ha celebrato il 50° della sua opera più conosciuta, Emmaus, cheabbe_pierre2.jpg nacque per giovani studenti e gli si trasformò tra le mani per le persone «rifiutate dalla vita». Neppure lui (che pure di libri ne ha scritti tanti) ha tentato di far ordine e di condensare in una narrazione la sua lunghissima attività, sbalzata senza schemi preordinati in tante direzioni diverse dal doppio motore che l’ha sempre testardamente guidato: l’amore di Dio e del prossimo. Fin dai primi anni si è trovato incapsulato in quel temperamento «impeto e furore» che sarà sempre la sua luminosità e il suo limite. E ha pagato sempre la tassa ai tre difetti che ammette tranquillamente di avere: poco ordine, poca pazienza, poca salute. Terzo figlio della famiglia lionese dei Groués, Henry (è il suo nome di battesimo) ha la fortuna di trovare tra gli scout, dove si trova come a casa sua, degli amici formidabili. Uno, adolescente, gli scrive dalla scuola che frequenta: «Vecchio mio, ciascuno fa della vita quello che vuole. Alcuni la trascinano nel fango. Approfittiamo della lezione e rendiamola splendida». A 15 anni incontra san Francesco. Non in un viaggio ad Assisi (come più volte si è scritto), ma leggendo e rileggendo la biografia di J. Jorgensen. Suo padre (impegnato nelle opere parrocchiali di carità) gli aveva regalato il vangelo, ma non l’aveva ancora letto. Lo legge insieme alla vita di san Francesco, durante una lunga convalescenza da difterite. Capisce il vangelo alla luce di Francesco, che ha trovato Dio e perciò si è staccato dalle cose e si è fatto fratello dei poveri e dei sofferenti. Sarà questa, per sempre, la lettura evangelica di Henry Groués, detto l’Abbé Pierre.

NOVE ANNI PER AVVICINARE DIO

A 19 anni (nel lontano 1931) dice a suo padre e a sua madre che vuole diventare francescano. Entra nel noviziato dei cappuccini di Saint-Etienne e prosegue nel convento di Crest. La disciplina è subito durissima: testa rasata, piedi scalzi nei sandali, saio ruvido, cella fredda, assegnazione di un nome nuovo, frate Filippo, per nascere una seconda volta a una vita di mortificazione totale. Henry ha fame, ha freddo, ha sonno perché la campana suona a ogni mezzanotte, e bisogna andare in cappella per due ore di preghiera notturna. La salute va in pezzi una decina di volte, ma Henry non si sogna nemmeno di tornare indietro. Per nove anni piega con violenza se stesso. Impara ad adorare Dio, che è l’Amore, che è tutto, senza il quale non c’è niente. «Mio Dio e mio tutto» è la preghiera di Francesco e sua. Il cardinale Gerlier l’ordina prete il 24 agosto 1938. Subito dopo paga carissimo quello sforzo sovrumano: arriva la depressione che lo riduce a uno straccio umano. Non mangia più, non dorme più, dimagrisce a vista d’occhio, il corpo s’incurva, il volto è cereo e scavato. Il cardinale Gerlier, che lo stima, lo incontra e cerca di capire cosa sta capitando in quel giovane religioso. Poi gli dice: «II tuo fisico non è in rapporto con il tuo entusiasmo e i tuoi desideri. Andare avanti così è uccidersi, e il suicidio non è una grande soluzione». Gli consiglia di lasciare il convento e di entrare tra i preti della diocesi di Grenoble: l’aria di montagna e la vita attiva possono far miracoli. Dal 1939 il prete Henry Groués non è più cappuccino, ma scrive al suo ex-superiore: «II buon Dio ha voluto donarmi un tesoro inestimabile con gli anni passati nell’Ordine». In quei nove anni, Henry aveva avvicinato Dio, si era lasciato possedere da lui. Negli anni che sarebbero seguiti Dio gli avrebbe fatto avvicinare i poveri, gli avrebbe insegnato a lasciarsi possedere da loro.

SULLE MONTAGNE A SALVARE EBREI

20 luglio 1942. Henry è vicario della cattedrale di Grenoble, e a notte si è ritirato nella sua stanza a fianco della grande chiesa. In questi tre anni ha visto la Francia entrare nella seconda guerra mondiale. Lui pure mobilitato, in alcune giornate gelide è quasi stato stroncato da una violenta pleurite. Ha visto la sua patria travolta dalle divisioni corazzate di Hitler, ha sentito la voce stanca del vecchio generale Pétain annunciare l’armistizio. Sembrava la salvezza per quella Francia apparsa senza forza e senz’anima. Invece all’ombra di Pétain si era scatenata la ferocia dei filonazisti che cominciarono a dare la caccia e a consegnare a Hitler migliaia di ebrei, destinati alle camere a gas (saranno in tutto 75.721). L’anima della Francia aveva cominciato a ridestarsi. In quella notte di luglio, alla porta del vicario bussano con insistenza. Apre. Sulla soglia due uomini impauriti. «Abbia pietà, padre. Siamo ricercati. Le nostre famiglie sono giù che aspettano». Fa entrare tutti. Per le strade, la polizia filo-tedesca dà la caccia agli ebrei con i moschetti. Da quel 20 luglio, la camera di Henry è sempre occupata da clandestini. Li smista in conventi, chiese, famiglie amiche. Senza  accorgersene,  è entrato nella «Resistenza». Nel mese di agosto, con in tasca l’ordine medico che gli prescrive aria di alta montagna, guida una cordata di dodici ebrei fino alla Svizzera. La ripete una ventina   di volte. Tra le montagne la Resistenza si organizza. I tedeschi salgono a bruciare i villaggi, a torturare per conoscere i nomi delle guide clandestine. Il prete Henry è scoperto, una taglia viene messa sulla sua testa. Tra peripezie varie riesce a spostarsi a sud. Lo chiamato Abbé Pierre, un nome di copertura che lo coprirà tutta la vita. Fa da guida sui passi montani dei Pirenei. Arrestato da zelanti «franchisti», viene consegnato alla Croce Rossa da un vescovo basco. In uno «scambio», può raggiungere Algeri per due tonnellate di grano. Ad Algeri ci sono de Gaulle e il governo della Francia libera. Viene nominato cappellano di marina sul Jean Bart. Ma è appena salito sulla nave che la salute ha un nuovo crollo. Difterite recidiva. Per sei mesi in mano ai medici. 

DEPUTATO A 33 ANNI

Nella Francia libera e fragile torna all’aria delle sue montagne. Ha il petto coperto di decorazioni: croce di guerra, legion d’onore, medaglia della Resistenza…

Nell’ottobre 1945 si annunciano le prime elezioni del dopoguerra. Si tratta di dare alla Francia una nuova costituzione e di cominciare a ricostruire. La nazione è coperta di macerie, di case e di uomini. È assediata dalla povertà. I giornali parlano di centinaia di neonati che muoiono perché le madri non hanno latte per nutrirli, mentre nuovi ricchi ostentano lusso e arroganza. Da Parigi i compagni di lotta chiamato l’Abbé Pierre. Vogliono che diventi deputato. Lui si consulta con il cardinale di Parigi, Suhard, e accetta. Si presenta nell’MPR (Movimento Popolare Repubblicano) che ha per programma la giustizia sociale, ma come «indipendente». Un legame politico troppo stretto incatenerebbe la sua libertà, la sua schiettezza, la sua passione poco politica per la verità. Viene eletto, deputato a 33 anni. Non ha ancora messo piede in Parlamento, che è sommerso di lettere, petizioni, suppliche, inviti. Sono persone senza casa, senza lavoro, senza più nulla. Paesi distrutti che l’invitano ad «andare a vedere». Fortunatamente a Parigi incontra una vecchia amicizia del tempo della Resistenza, Lucie Coutaz. Ha 13 anni più di lui, è solida e ordinatissima, e gode di buona salute da quando è stata miracolata dalla tubercolosi ossea a Lourdes. «Signorina, mi vuole aiutare?». «In che cosa?», risponde lei, aggiustandosi gli occhiali e ricordando quante volte ha dovuto mettere in ordine le carte di quella coraggiosa e disordinata guida alpina. «Legga e capirà», e le tende la pila di telegrammi, lettere, fascicoli che dovrà ammucchiare, insieme agli altri che sommergono già la sua scrivania, e che lo stanno seppellendolo nel disordine. Lucie Coutaz farà attendere il suo sì otto giorni. Ma sarà un sì che durerà 40 anni, e salverà l’Abbé Pierre dal caos.

L’AVVOCATO DEGLI INDIFESIAbbePierre3.jpg

Gli anni 1949-55 sono i più conosciuti della vicenda dell’Abbé Pierre, quelli che lo resero famoso in tutta la Francia. Sono stati anche portati sullo schermo da un film di Denis Amar. In Parlamento diventa l’avvocato degli indifesi. Riceve migliaia di sollecitazioni, e interviene, intenta cause, si piazza nei ministeri: Sanità, Ex-combattenti, Giustizia, Famiglia… Intenta cause sempre su un dossier preparato rigorosamente da Lucie, che a differenza di lui (fortunatamente) possiede buone nozioni di diritto. Trentadue cause in due mesi, molte vinte, molte perse. L’Abbé è furioso contro i partiti, anche il suo. Gli «indifesi» sono ammassati in stanze strapiene, non riescono a nutrirsi, non hanno un lavoro. E i deputati sono impegnati in dispute lontanissime dall’unica urgenza: quella del bene comune. Più volte è sul punto di lasciare la politica. In pochi mesi si trova sfrattato due volte. La concorrenza imbattibile degli americani, che stanno invadendo Parigi e pagano in dollari e sull’unghia, si allea alle macerie della guerra per produrre senzatetto e vagabondi. A Neuilly Plaisance, dodici chilometri a est di Parigi, c’è una grande rovina da affittare. «Andai a vederla. Era una casa abbandonata da parecchi anni prima della guerra e poi saccheggiata. Il pavimento del primo piano stava cadendo. Non c’era luce elettrica né riscaldamento. I tubi dell’acqua erano stati rubati e il pozzo nero si versava in cantina. Mi parve sciocco lasciarla andare in rovina, anche se Lucie era stupita di non vedere spuntare delle belve feroci dai cespugli che avevano invaso il giardino». Così un mattino di ottobre i passano vedono sbalorditi un prete-deputato che sul tetto fa il muratore. Sostituisce i pali marci, porta a spalla pile di tegole. L’idea dell’Abbé, approvata da Lucie, è di farne un luogo dove i giovani di Parigi vengano per incontrarsi, interessarsi degli indifesi, rompere la solitudine dell’egoismo. I giovani vengono per i fine-settimana e per le vacanze. L’Abbé sta con loro, stringe le mani, partecipa alle risate, e racconta le storie dei suoi indifesi.

EMMAUS

«Bisogna risuscitare il sentimento di comunità – dice -, il desiderio di stare insieme, di aiutarsi a vicenda». I giovani cominciano a chiamare quella casa «Emmaus», come il villaggio vicino a Gerusalemme dove alcuni discepoli hanno incontrato Gesù risorto. Al mercato delle pulci l’Abbé compra coperte, materassini, lettucci, tende per il giardino. «Ne faremo un accampamento della pace». Il suo stipendio da deputato se ne va sempre il giorno stesso in cui lo riceve per pagare i debiti. Il giorno dopo cominciano altri debiti. Ma un freddo giorno d’inverno tutto si trasforma nelle sue mani. Un giovane arriva gridandogli di correre: in un garage un uomo ha tentato di uccidersi. È un ex-galeotto di 40 anni, George, che dalla vita non ha ricevuto che schifezze. All’ospedale, dove l’Abbé l’ha portato, rinviene. Il prete gli domanda brusco: «Perché l’hai fatto?». George a pezzi e bocconi racconta una storia di orrori. Ma poi anche l’Abbé gli conta parecchie storie d’orrore: famiglie senza casa che l’aspettano da lui, donne e bambini che muoiono di fame e aspettano qualcosa da lui, lavoratori senza lavoro che l’aspettano con rabbia da lui, giovani studenti che lui cerca ogni settimana di far uscire dalle tane dell’egoismo. «Ci manca ancora che debba mettermi a correre dietro a chi vuole suicidarsi». Conclude brusco: «Ho bisogno che venga a darmi una mano». George rimane di sasso: è la prima volta che qualcuno non gli dice «Ti aiuterò», ma: «Ho bisogno che venga ad aiutarmi». Il prete e l’ex-galeotto lavorano fianco a fianco sul tetto, poi fanno incredibili pellegrinaggi ai luoghi della miseria, a portare annullamenti di sfratti, carte necessarie per entrare in un ospedale, cibo… George sente ripetere tante volte le parole che vorrebbe anche lui dire all’Abbé: «Grazie, lei mi ridà una ragione di vivere». Capita però una cosa che nessuno si aspettava. L’Abbé e l’ex-galeotto sono una strana coppia. Se ne parla nel paese e nei paesi vicini. E per molti (autorità e preti) diventa l’occasione di sbarazzarsi di barboni e mendicanti che stanno alle costole. Mettono loro in mano una moneta e dicono: «Prendi l’autobus e va’ a Neuilly-Plaisance, dall’Abbé Pierre. C’è un cartello con scritto “Emmaus”». I poveracci arrivano, bussano, entrano. «Cerco l’Abbé Pierre». Nessuno li manda via. Gli danno da mangiare, da dormire. Il giorno dopo se ne vanno o rimangono. Molti rimangono. A tutti il prete dice: «Datemi una mano».

COSTRUTTORI E STRACCIAIOLI

E ogni giorno l’Abbé trova alla porta sei, dieci, dodici uomini che in silenzio chiedono tutto. Il posto per i giovani di Parigi, nella grande casa, si riduce sempre più. E quei relitti umani gli danno realmente una mano. L’inverno del 1950 si annuncia glaciale, le famiglie sfrattate si contano a migliaia. Ci sono vecchie baracche militari in vendita. L’Abbé le compra, e i «compagnons d’Emmaus» (così ormai li chiamano) le smantellano, le rimontano nel giardino della grande casa. Arrivano famiglie con bambini violacei di freddo mentre ancora si piantano gli ultimi chiodi. È la solita storia: la voce si diffonde, e le famiglie che vengono a Neuilly si moltiplicano. Non c’è posto per tutti, anche se con un gesto simbolico l’Abbé sfratta Gesù-Eucaristia dalla cappella per trasformarla in luogo riparato per due famiglie disperate. Nel «consiglio» che l’Abbé raduna attorno alla tavola dopo cena, e in cui tutti i compagnos hanno diritto di parola, l’Abbé espone la situazione, e domanda «Che fare?». Dalle parole smozzicate nascono due idee buone: comprare terreni liberi e costruirvi baracche e case di fortuna; per pagare mettersi a fare il mestiere che già alcuni facevano, gli stracciaioli. Frugare cioè nelle pattumiere con uncini di ferro, tirar fuori ciò che è ricuperabile per rivenderlo poi ai grossisti del ricupero. Si parte così. Mentre il Parlamento disegna piani grandiosi «per il futuro», e destina alla guerra d’Indocina i dollari del Piano Marshall che dovrebbero servire alla ricostruzione, i poveri lavorano in silenzio per i poveri. Si va avanti per anni, tirando fuori le famiglie dalle cantine, dalle auto senza ruote parcheggiate su sentieri di campagna. E cominciano le battaglie legali. Chiedere permessi di costruzione è come non chiederli, perché occorrono sempre anni per piani regolatori, fognature, impianti per acque e luce. E allora si costruisce lo stesso. 

GENNAIO 1954: MENO VENTI GRADI

I francesi cominciano a conoscere questo prete scomodo e i suoi compagnons di Emmaus. I fari si accendono a sorpresa su di loro nel 1954. E non sono loro a volerlo…

abbe_pierre7.jpgDavanti agli ispettori venuti per l’ennesima volta a verificare i permessi e a minacciare la demolizione (e ai giornalisti che li accompagnano) l’Abbé perde la pazienza e grida: «Se tornate ancora una volta a chiedere il permesso di costruzione, e non portate i mezzi perché queste famiglie di lavoratori onesti possano comprarsi un alloggio con acqua e luce, metterò un grande cartello, e vi appenderò tutti i certificati di nascita dei bambini che sono qui, convocherò la televisione, e su quei certificati scriverò con la vernice rossa: Permessi di vivere!, perché io preferisco vederli vivere illegalmente che morire legalmente!». Il termometro scende a meno venti. Le previsioni annunciano tempeste di neve. Una circolare del ministero dell’Interno (col massimo tempismo) raccomanda rigore negli sfratti. Il 29 gennaio 1954, tornando dal cantiere, l’Abbé e i suoi compagnons vedono centinaia, forse migliaia di esseri umani stringersi presso gli spiragli di aria calda, cercare un angolo riparato sui marciapiedi avvolgendosi in fogli di giornale, ammassarsi in fondo alle uscite del metrò. La sera stessa l’Abbé telefona a un amico ebreo. Riesce a persuaderlo a mettere a disposizione per il giorno dopo un’enorme tenda da soldati. Nella mattinata del 30 i compagnons la riforniscono di paglia, stufette, una batteria per la luce, un grosso cartello all’entrata: Centro fraterno di soccorso. Girano con camion e auto, raccattano le persone che tremano di freddo, dicendo: «Venite, c’è un posto caldo per voi». In poche ore la tenda è piena zeppa. L’Abbé, dopo un testa-testa molto deciso con il direttore della Radio Nazionale, ottiene tre minuti per lanciare un appello prima del giornale radio. Tutta la Francia ascolta la sua voce piena di angoscia: «Amici, aiuto! Questa notte più di diecimila poveri rischiano di morire sui nostri marciapiedi, di freddo e di fame. Abbiamo creato il primo centro di soccorso sotto una grande tenda militare, in rue St. Geneviève. È già strapieno. Bisogna che questa sera, in ogni quartiere di Parigi, in ogni città della Francia, si aprano centri di soccorso, con paglia, coperte… Chi può porti ciò che può all’hotel Rochester… Risuscitiamo la meravigliosa anima della Francia!». La proprietaria dell’hotel Rochester, madame Larnier, non era stata avvisata, ma l’Abbé la conosceva come una brava cristiana. L’hótel, come gli uffici della radio, furono in poche ore sommersi di aiuti. Bisognò trasformare in deposito una parte della stazione ferroviaria di Orsay. Quella notte, in grandi tende militari montate dall’esercito, i poveri di Parigi poterono passare la loro prima notte al caldo. Quell’avvenimento, che ne trascinò molti altri, fu chiamato «l’insurrezione della bontà». Scosse Parigi e l’intera Francia, e la mobilitò in una gara di solidarietà per i senzatetto. In 48 ore, nella sola Parigi, furono aperti quaranta «Centri fraterni di soccorso».

L’ALT IMPOSTO DALLA SALUTE

Dopo l’inverno 1954, l’Abbé Pierre è conosciuto in tutta la Francia. Viene chiamato a parlare davanti a migliaia di persone in molte città. Dice: «Sogno una Francia in cui tutti partecipino alle sofferenze dei più sfortunati. Una Francia in cui politica sia sinonimo di speranza». All’inizio di questa specie di trionfo ci prende gusto, lo confessa: «È lusinghiero sentire la simpatia, l’ammirazione…». La sua impetuosità e il suo candore lo spingono anche ad errori gravi. Lascia che il governo si serva del suo nome per lanciare un «prestito senza interessi» per la costruzione di villaggi di emergenza. Si rivelerà una mezza truffa. Permette perfino che la sua figura faccia da sponsor al detersivo Persil, la cui proprietà versa contributi per i poveri. Ma nell’attività frenetica la sua salute varca i confini di guardia. Una grave infezione lo porta in ospedale una prima volta nell’estate 1954. Seguono guarigioni e ricadute continue, fino all’esaurimento fisico e psichico, alla cura del sonno. Tra il giugno 1954 e la fine del 1958 trascorse 22 mesi in clinica. Nel silenzio forzato dell’ospedale riacquista «le giuste dimensioni di me stesso». Passa lunghe ore in adorazione, a tu per tu con Dio. Appunta sul taccuino che gli serve per comunicare con Lucie e gli altri collaboratori: «La grande rivolta si è conclusa. Ritorna il tempo dei lavori lenti e pazienti… Voglio essere solo un uomo che parla con altri uomini di buona volontà della liberazione dei poveri e dei miseri». Gli fanno sapere che il movimento Emmaus sta attecchendo in altre nazioni. Occorre dargli una fisionomia. Egli pensa a una federazione che ha alla base un grande amore concreto per i poveri. Per il resto, piena libertà. Nel dicembre 1957 sembra vicina la sua fine. Scrive in due righe il suo testamento: «Non possiedo nulla. Se resta qualcosa, è dei poveri». Ma il suo fisico reagisce oltre le previsioni. È ospite dell’abbazia di Hauterive nell’estate del 1958, e scrive a Lucie Coutaz: «Continuo a offrire…».

IL PARLAMI DEI POVERI DEL MONDO

Nell’autunno torna la salute. Il corpo rimane fragilissimo, ma l’energia è intatta. Sorride quando gli annunciano che è diventato papa Giuseppe Roncalli, già Nunzio e Parigi e suo amico, che gli diceva: «Lei è il mio carbone ardente». C’è una ventata di aria nuova sulla Chiesa. Con la cautela e le pause raccomandate dai medici, l’Abbé riprende a girare per città e nazioni. Non più organizzatore né fondatore, ma umile fratello che dice a tutti: «Aprite gli occhi sulla povertà!». Incontra Emmaus che è arrivato prima di lui in molte nazioni. Sorride ed esorta ad amare i deboli, ad aiutare gli emarginati. Nella Pentecoste del 1969, in Svizzera, si tiene la prima assemblea generale del Movimento Emmaus. 60 organizzazioni che si presentano come «II Parlamento dei poveri del mondo». Nel 1988, a Verona, la sesta assemblea generale vede 317 organizzazioni. Lo spirito, sostanza del Movimento, è: lottare contro la miseria, l’emarginazione, la disperazione degli ultimi. Tutto il resto è condensato nelle parole: «Fai come puoi e come sai». Papa Giovanni Paolo II ha voluto incontrare l’Abbé nel 1991. La fotografia che ricorda l’avvenimento ritrae papa Woytjla fiorente di energica salute che appoggia la mano sulla spalla fragile dell’ormai ottantenne Abbé Pierre. Eppure fu in quella occasione che il vecchietto fragile disse al papa: «A 75 anni tutti i vescovi del mondo devono dare le dimissioni. Mi pare che dovrebbe farlo anche il vescovo di Roma». Giovanni Paolo II sorrise e gli rispose: «È una cosa a cui dovrò pensare». Al compimento dell’80° anniversario (1992) l’Abbé lascia la direzione del Movimento e si ritira a «La Halte» (La Sosta), una fattoria di campagna dove si ritirano i compagnons quando devono cessare la vita attiva: pregano, allevano polli e conigli, badano all’orto. Lo vanno a trovare ogni tanto gruppi di giovani, sacerdoti e religiosi, gli attuali dirigenti del Movimento. A questi ultimi ha detto: «Senza i nove anni di adorazione nel convento dei Cappuccini, non avrei restito al turbinio della mia vita».

(Da “Dimensioni Nuove” Agosto/Settembre 2000, pagg.29-35) 

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