In classe (in quinta in particolare, ma anche in seconda) stiamo parlando di fede, agnosticismo, ateismo, Dio, non-Dio, silenzio di Dio, onnipotenza-impotenza-assenza… Ciascuno di voi si è messo in gioco dicendo come la pensa, idee, dubbi, opinioni. Oggi pubblico
il pensiero di una donna che non può essere incasellata all’interno di un certo credo religioso. In quinta ho già citato Etty Hillesum, e anche qui sul blog ho già riportato qualcosa di questa giovane di origini ebraiche e dal pensiero singolare, originale, tormentato e molto profondo. Ecco qui poche righe da cui si potrebbe trarre un trattato di teologia interreligiosa.
“Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.” (E. Hillesum, Diario 1941-1943. Edizione integrale)
On the turning away
C’è un testo che viene spesso citato per commentare episodi di indifferenza, disimpegno o menefreghismo, un testo la cui origine è piuttosto oscura: qualcuno lo attribuisce al pastore luterano Martin Niemöller e qualcuno a Bertolt Brecht. “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.”. Sembra che Niemöller abbia pronunciato queste parole contro la passività degli intellettuali tedeschi nei confronti dell’ascesa nazista. Le sue parole mi sono tornate alla mente domenica sera, mentre ascoltavo per l’ennesima volta uno dei brani dei Pink Floyd che, da sempre, preferisco: “On the turning away”. Si viene invitati a non volgere lo sguardo altrove rispetto ai “pallidi e oppressi”, rispetto a parole pronunciate e difficili da capire per noi. Si viene invitati a non rassegnarsi ai dolori degli altri: “Non accettare che i fatti siano solo sofferenze altrui i ti scoprirai unito a chi si volge altrove”. Ci si rammarica del fatto che la luce della speranza si affievolisca e diventi ombra: l’egoismo porta a indurire il cuore, l’orgoglio porta alla solitudine (“È un peccato che a suo modo la luce trapassi in ombra e proietti il suo velo su tutto quanto sappiamo. Inconsapevoli del crescere dei ranghi, guidati da un cuore di pietra, potremmo scoprirci ben soli in un sogno d’orgoglio”). E’ con l’avvicinarsi di una nuova luce, di una nuova alba, di un nuovo giorno, di una nuova possibilità, che può rinascere la speranza di un cambiamento (“Sulle ali della notte, mentre si risveglia il giorno, mentre il popolo taciturno unito in accordo silenzioso con parole che scoprirete strane e ipnotiche come la luce della fiamma, percepisce il soffio del mutamento sulle ali della notte”). Basta distogliere lo sguardo da chi non ha forze ed è sfinito, dal freddo interiore: guardare in faccia la realtà e darsi da fare (“Non più volgersi altrove da chi è debole e esausto, non più volgersi altrove dal gelo interiore. Un solo mondo da condividere, non basta stare a guardare. È solo un sogno che si possa non più volgersi altrove?”). E’ uno dei testi dei Pink Floyd più chiari ed espliciti.
On the turning away
From the pale and downtrodden
And the words they say
Which we won’t understand
“Don’t accept that what’s happening
Is just a case of others suffering
Or you’ll find that you’re joining in
The turning away”
It’s sin that somehow
Light is changing to shadow
And casting its shroud
Over all we have known
Unaware how the ranks have grown
Driven on by a heart of stone
We could find that we’re all alone
In the dream of the proud
On the wings of the night
As the daytime is stirring
Where the speechless unite
In a silent accord
Using words you will find are strange
Arid mesmerised as they light the flame
Feel the new wind of change
On the wings of the night
No more turning away
From the weak and the weary
No more turning away
From the coldness inside
Just a world that we all must share
It’s not enough just to stand and stare
Is it only a dream that there’ll be
No more turning away?
(Ho utilizzato la traduzione disponibile qui)
Fuori e dentro la tempesta
Oggi facciamo un salto indietro grazie al post di facebook di una collega (grazie Silvia) che ha citato un passaggio che riporto più sotto. Quello che chiedo di fare è un salto nel tempo e nello spazio.
Andiamo al 616 d.C. oltre il Canale della Manica. E’ appena diventato re il pagano Edwin, che chiede in moglie la cristiana Etelburga, figlia del re del Kent. Edwin garantisce di non interferire nella vita religiosa della futura sposa che quindi si mette in viaggio insieme al proprio cappellano Paolino per raggiungerlo. Secondo la “Historia ecclesiastica gentis Anglorum” del Venerabile Beda, Edwin è molto indeciso sul fatto di diventare cristiano o meno e decide di ascoltare il pare di alcune persone. Uno dei suoi consiglieri gli dice: “O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena con i tuoi dignitari d’inverno, con il fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.”. Edwin si battezza a York nel 627. Stop, fine del viaggio.
Mi piace molto l’immagine utilizzata nella metafora e la chiave di lettura cristiana è data dallo stesso Beda nell’ultima riga. Ma voglio giocare e vederla diversamente, facendo finta che quell’ultima riga non ci sia, e immaginare che il volo del passero rappresenti tutta la vita, fatta di tempeste e calme piatte, di momenti turbolenti e momenti sereni, con la consapevolezza che spesso proprio le tempeste ci permettono (o ci costringono) a rimettere a punto la nostra barca e a ricalcolare la rotta. Senza passare attraverso la burrasca il Jim Carrey di The Truman Show non potrebbe capire di essere immerso in una vita fittizia, né troverebbe il coraggio di disobbedire al regista Christo. Ci aggiungo un verso del brano La tempesta di Angelo Branduardi:
“Non c’è più vento per noi, tempo non ci sarà
per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.
Si alzerà il vento per noi, tempo per noi sarà
il nostro viaggio, la guida,la mano del destino
ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà”.
Serenità o sgomento?
In una quinta stamattina avrei voluto leggere questo passo di Henry Newman (in rapporto a questa frase di Riccardo Pampuri “In questi bei giorni sereni in cui tutta la natura sembra si risvegli a nuova vita sotto il soffio della primavera come più dovremmo sentire la infinita bontà del nostro Padre celeste che tante cose belle e buone e perennemente crea per noi.”), ma non l’avevo a disposizione. Ho promesso di portarlo sabato prossimo, ma per evitare di scordarmelo, lo pubblico qui, così lo recupero sicuramente… Faccio notare che è un testo del 1864 e che a scrivere è un teologo cardinale (beato dal 2010).
“Ad osservare il mondo in lungo e in largo, le vicende della sua storia, la molteplicità delle razze umane, i loro inizi, le loro sorti, il loro contrapporsi l’una all’altra, le loro lotte; e i loro usi, costumi, governi, forme di culto; le loro imprese, il loro procedere senza meta, la casualità delle conquiste, la misera fine di realtà millenarie, i segni così deboli e dispersi di un disegno superiore (the tokens so faint and broken of a superintending design), l’evoluzione cieca (the blind evolution) di quelle che poi si rivelano grandi forze o grandi verità, il procedere delle cose, come da elementi privi di ragione, non verso cause finali, la grandezza e la miseria dell’uomo, la grandiosità delle sue aspirazioni, la brevità della sua vita, il velo che nasconde il suo destino futuro, le delusioni della vita, la sconfitta del bene, il successo del male, il dolore fisico, l’angoscia morale, il dominio e la forza del peccato, la diffusione dell’idolatria, la corruzione, la tristezza di una religione senza speranza, quella condizione dell’intero genere umano che l’apostolo descrive con così tremenda precisione: «senza speranza e senza Dio in questo mondo»; si ha una visione che dà sgomento e vertigine, e impone all’anima un senso di profondo mistero, assolutamente al di là di una possibile soluzione umana. Che dire di fronte a questa realtà che strazia il cuore e disorienta la ragione?” (John Henry Newman, Apologia pro vita sua)
Siamo tutti scheggiati e feriti
Ennesimo bel pezzo di Roberto Cotroneo
Sentii un urlo attraversare la natura
Sentivo la necessità di completare il trittico artistico di oggi…
“Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.” (Edvard Munch)
Supposizioni
Un simpatico racconto di Anthony De Mello. Mi capita di raccontarlo in classe quando sento la necessità di chiarire le cose, quando temo che si stiano dando alcuni aspetti per scontati: si rischiano i fraintendimenti del racconto…
“Molti anni fa, nel Medioevo, i consiglieri del Papa insistevano affinché bandisse gli ebrei da Roma. Dicevano che non era bello che quella gente vivesse indisturbata nella culla stessa del cattolicesimo. Fu redatto e promulgato un bando di espulsione, con grande sgomento degli ebrei, i quali sapevano che dovunque fossero andati avrebbero sicuramente ricevuto un trattamento peggiore di quello riservato loro a Roma. Essi allora scongiurarono il Papa di sospendere l’editto. Il Papa, che era un uomo giusto, fece loro una proposta onesta: gli ebrei potevano scegliere un concorrente che si battesse con lui in una pantomima. Se costui avesse vinto, essi avrebbero potuto restare.
Gli ebrei si riunirono per esaminare la proposta. Rifiutarla significava essere scacciati da Roma. Accettarla era sinonimo di sconfitta, poiché non era possibile vincere una sfida in cui il Papa fungeva sia da concorrente che da giudice. Tuttavia non restava che accettare, anche se non c’era verso di trovare qualcuno che si offrisse di assumere quel compito. La responsabilità di diventare artefice del destino di tutti gli ebrei era troppo pesante per chiunque. Quando il custode della sinagoga venne a sapere della proposta, si presentò dal rabbino capo e si offrì come volontario per la disputa con il Papa. “Il custode?”, esclamarono gli altri rabbini quando furono informati del fatto. “Impossibile!” “Ebbene”, disse il rabbino capo, “nessuno di noi è disposto a partecipare, quindi o lui o niente”. Così, in mancanza di meglio, egli fu incaricato di competere con il Papa.
Quando il grande giorno arrivò, il Papa stava seduto su di un trono posto in piazza S. Pietro, circondato dai cardinali, davanti a una grande folla di vescovi, sacerdoti e fedeli. Ben presto spuntò la piccola delegazione degli ebrei con le loro tonache nere e le lunghe barbe fluenti, e il custode in mezzo. Il Papa si girò in modo da fronteggiare il custode e il dibattito ebbe inizio.
Il Papa sollevò solennemente un dito e tracciò un arco nel cielo. Subito l’altro puntò l’indice con decisione verso terra.
Il Papa apparve piuttosto sconcertato. Alzò con ancora più solennità il dito e lo tenne fisso davanti al viso del custode. Allora questi sollevò tre dita e le tenne rivolte con altrettanta fermezza in direzione del Papa, il quale apparve esterrefatto per quel gesto.
Infine il Papa portò la mano sotto la tunica e ne estrasse una mela, al che il custode affondò la mano nel sacchetto di carta che aveva con sé e tirò fuori un pezzo di pane azzimo.
A questo punto il Papa dichiarò a voce alta: “Il rappresentante degli ebrei ha vinto la contesa. L’editto è quindi revocato”. I capi ebrei si fecero intorno al custode e lo condussero via. I cardinali, sbalorditi, si affollarono attorno al Papa. “Che cosa è accaduto, Vostra Santità?”, chiesero. “Non siamo riusciti a seguire il veloce scambio di botta e risposta”. Il Pontefice si terse il sudore dalla fronte e rispose: “Quell’uomo è un grande teologo, un vero maestro di disputa. Io ho incominciato tracciando un largo gesto della mano nel cielo a indicare che l’intero universo appartiene a Dio, ed egli mi ha puntato il dito verso il basso per ricordarmi che c’è un luogo chiamato Inferno, dove il diavolo regna supremo. Allora ho alzato un dito per far capire che Dio è uno solo. Immaginatevi il mio stupore quand’egli ha sollevato tre dita per indicare che quest’unico Dio si manifesta in tre persone, dimostrando così di aderire alla nostra dottrina della Trinità! Sapendo che sarebbe stato impossibile avere la meglio su un simile genio della teologia, decisi alla fine di portare la disputa su un altro settore. Ho tirato fuori una mela a significare che, secondo certe recenti teorie, la terra è rotonda, e subito lui ha mostrato un pezzo di pane non lievitato per ricordarmi che, secondo la Bibbia, la terra è piatta. Non c’era altro da fare che concedergli la vittoria”.
Nel frattempo gli ebrei erano arrivati alla sinagoga. “Che cos’è accaduto?”, chiesero al custode pieni di stupore. Quest’ultimo era indignato. “Che razza di stupidaggine! Pensate: prima di tutto il Papa fa un gesto con la mano come se volesse dire a tutti gli ebrei di andarsene da Roma. Allora io indico verso il basso per fargli capire che non abbiamo nessuna intenzione di muoverci di qui, e lui mi punta contro il dito con fare minaccioso come per dire: “Non fare il furbo con me!”. Io punto tre dita per spiegargli che lui lo era stato tre volte tanto con noi nell’ordinarci arbitrariamente di andarcene da Roma. E infine, vedo che lui tira fuori la merenda e allora anch’io prendo la mia”.”
La speranza di Bruce
Nell’ultimo album di Bruce Springsteen “High Hopes”, uscito a metà gennaio, c’è un brano difficile da comprendere senza un minimo di coordinate bibliche: “Heaven’s wall”. C’è un costante riferimento ad alzare le mani, ma ben diverso dal “discotecaro” o “concertaro” “Su le mani!”. Lo si evince dal senso complessivo del brano: è un alzare le mani al cielo, al trascendente, al Dio della Bibbia. Emergono diversi protagonisti: si inizia dalla donna samaritana che al pozzo di Sicàr accoglie da Gesù la richiesta di essere dissetato e ricorda la promessa di salvezza ricevuta da lui (“C’era una donna che attendeva al pozzo tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu. Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti, curerà le malattie”). Vengono poi nominati in breve successione altri personaggi dell’Antico Testamento: “Venite uomini di Gedeone, venite uomini di Saul, venite figli di Abramo”. Gedeone è un uomo che da contadino diventa uno dei condottieri di Israele e giudice. Saul è il primo grande re di Israele. Abramo è il grande patriarca della famiglia israelitica. L’invito di Bruce Springsteen è rivolto per tanto a tutto Israele, che va inteso, secondo l’esegesi biblica, rivolto a tutta l’umanità: “Attendiamo fuori dal muro del paradiso”. L’ultimo personaggio a comparire è uno dei più famosi e citati della Bibbia: Giona. Egli, chiamato e inviato da Dio a Ninive, si rifiuta e si imbarca su una nave. In mezzo alla tempesta si rende conto di essere il responsabile dell’ira divina e racconta tutto ai compagni di viaggio invitandoli a gettarlo in mare. Qui viene inghiottito da un pesce (Bruce cede al racconto tradizionale in quanto nella Bibbia non si parla di una balena) e si salva. Giunge poi a Ninive ottenendo la conversione degli abitanti ma rammaricandosi per il mancato castigo divino. E’ un racconto sulla fede e sul perdono, sulla misericordia. Ecco i versi di Bruce: “Vide un sorvegliante alle porte della città. Giona nel ventre della balena ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio, la sua misericordia non fallì”.
E nel ritornello, oltre alle mani alzate, c’è un forte versetto di speranza: “E insieme cammineremo nella terra di Canaan”. E’ la promessa di Dio al suo popolo, il luogo dei sogni, delle aspettative, delle speranze (non dimentichiamoci il titolo del cd “High hopes”). E non è la prima volta che Bruce canta di una terra promessa: ne avevo già scritto qui.
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani
…
Uno, due, tre, quattro
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani
…
C’era una donna che attendeva al pozzo
Tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu
Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti
Curerà le malattie
Venite uomini di Gedeone
Venite uomini di Saul
Venite figli di Abramo
Attendiamo fuori dal muro del paradiso
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani
…
E insieme cammineremo nella terra di Canaan
…
Vide un sorvegliante alle porte della città
Giona nel ventre della balena
Ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio
La sua misericordia non fallì
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani
…
E insieme cammineremo nella terra di Canaan
…
Quanti diari segreti
Oggi pubblico un file audio. E’ tratto dalla puntata del 25 giugno 2012 di Wikiradio, un programma di Radiotre a cui sono particolarmente affezionato. Il giornalista Marco Ansaldo racconta la guerra di Corea (iniziata proprio il 25 giugno 1950); verso la fine della trasmissione cerca di leggere uno spiraglio di speranza nella presenza inattesa di opere di libertà nella Biblioteca di Pyonyang. Sono meno di cinque minuti che mi hanno emozionato molto mentre li ascoltavo in podcast poco fa in giro per la campagna finalmente baciata dal sole. Godeteveli.
E ora, cercando un’immagine da pubblicare, mi sono imbattuto nell’articolo dello stesso Ansaldo che ha dato origine al file audio. Eccolo qua nella sua interezza preso da La Repubblica.
“PYONGYANG – “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. Pure nella grafia coreana, la traduzione delle parole non lascia spazio a dubbi. E il frontespizio del libro nemmeno: “George Orwell” è scritto in piccoli ideogrammi, sulla copertina anonima. “1984”, si legge al centro, con tanto di numeri, senza alcuna possibilità d’equivoco.
Biblioteca nazionale di Pyongyang, pomeriggio di un giorno qualsiasi di fine ottobre 2009. All’ombra di una grande statua di Kim Il Sung, “Presidente eterno”, le cui mani posate in grembo sorreggono un quotidiano mentre lo sguardo domina paterno l’immensa sala centrale, chini su minuscoli banchi di legno stuoli di lettori compulsano, assieme a testi cari alla tradizione asiatica, una serie di volumi insoliti per questa longitudine: i capolavori della letteratura occidentale.
Il titolo “1984”, romanzo di fantasia estremo e terribile, scritto nel 1948 ma di cui molti hanno intravisto la successiva materializzazione proprio nella società ipercontrollata della Corea del Nord, è – per quanto sembri incredibile – tra questi. Al piano terra, una folla di persone vestite tutte uguali nella loro divisa scura si aggira come un gruppo di formiche attorno agli schermi piatti dei computer contenenti i cataloghi. Selezioniamo con curiosità, sotto l’occhio vigile delle guide incaricate di seguire il visitatore straniero 24 ore su 24 fino alla sua stanza d’albergo, il soggetto “Orwell”. In due secondi appaiono alcune opere disponibili del grande scrittore visionario. C’è “Omaggio alla Catalogna”, la collezione di “Romanzi e saggi”, e persino “La fattoria degli animali”, l’altro testo zeppo di allegorie geniali sul totalitarismo, concepito alla fine degli Anni trenta.
Come mai questi libri hanno passato le maglie strettissime di una censura in perenne allerta e solitamente spietata? Come è possibile che il regime non sia a conoscenza dell’accostamento immediato che, ovunque nel mondo, viene fatto tra il Regno eremita e il fosco romanzo di Orwell? La signora Hwang, addetta alle relazioni della Biblioteca, non appare molto disponibile a fornire spiegazioni, e va di fretta. Un’altra visita incombe e troppe domande sembrano indisporla. In Corea del Nord, del resto, non è salutare toccare certi argomenti. Almeno tredici gulag sparsi nelle provincie non lontano dal confine con la Cina ospitano tuttora non si sa quante migliaia di dissidenti e oppositori. E i giornalisti stranieri, come dimostra la vicenda delle due reporter americane di recente liberate su intervento di Bill Clinton venuto qui a trattare con il figlio del Presidente eterno, il bizzoso Kim Jong Il, sono a malapena ammessi e sopportati.
«È un libro molto letto – spiega la donna in modo sbrigativo – spesso bisogna aspettare qualche tempo quando viene richiesto. Anzi, lo chiedono di continuo, ed è sempre prenotato». La risposta dunque c’è. I lettori coreani, benché immersi in una bolla d’aria del tutto priva di informazioni e contatti con la realtà esterna, conoscono il valore inestimabile contenuto nella profezia di Orwell, che li riguarda direttamente. A dispetto dell’ignoranza del regime, come si legge in quelle pagine avveniristiche, che vuole tramutarsi in forza.
Nella sala numero 3, dove gli squadrati ritratti dei due Kim, padre e figlio, si stagliano sulla parete, le 250 persone ammesse possono richiedere volumi di scienze sociali, economia, letteratura. «Il Grande leader – recita orgogliosa la signora Hwang, fasciata in un grazioso costume locale bianco – una volta seduto a questi tavoli capì subito che la posizione di lettura migliore doveva essere non sul ripiano, ma leggermente obliqua. E, sull’istante, fece cambiare tutti i banchi».
Che cosa leggono allora su questi scranni ora inclinati studenti, operaie e lavoratori? Il giro fra i banchi miete diffidenza, più che altro per la possibile reazione dei dirigenti incaricati di tenere la situazione sotto controllo. Dietro i piccoli occhiali tondi e fra le mani incallite spuntano allora a sorpresa Shakespeare, Victor Hugo, Puskin, Dostojevskij, Heine, Tolstoj, Goethe, Andersen, Bronte. E, inaspettatamente, nonostante l’odio storico del regime verso gli Stati Uniti, persino alcuni americani, Mark Twain ed Hemingway. Tradotti in coreano. Ma ci sono anche Maupassant, Arthur Conan Doyle, Tagore.
Al piano superiore, dietro il tavolo delle richieste un carrellino che sembra un giocattolo scorre sui binari scaricando altri volumi. Che cosa c’è dentro? Assieme a tante opere locali, ai testi sacri scritti da e su Kim Il Sung, in ogni caso i più letti e venerati, compaiono Guenter Grass e Franz Kafka. Chiediamo anche noi i testi in italiano disponibili. Arrivano, in originale, oltre a “Esercizi di algebra superiore” (in due volumi) e agli “Atti dell’Accademia dei georgofili” (dispense, Firenze 1982), “La Divina Commedia” e “I promessi sposi”. La gentile impiegata addetta allo smistamento non conosce Leopardi e Montale, ma dice che comunque è possibile far arrivare qui testi dall’estero per i lettori coreani. Invita anzi a farlo, e in qualsiasi lingua. I libri verranno poi tradotti o lasciati a disposizione di coloro che sapranno leggerli anche nelle versioni originali. In una stanza attigua un gruppo di giovani, cuffie al collo, azionano registratori che ripetono lezioni in inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo, cinese, arabo, turco, italiano.
Nuova sosta al catalogo. Digitiamo in fretta, prima che sia tardi, le opere di autori considerati campioni della libertà di espressione. A caso: Solgenitsijn, Thomas Bernhard, Garcia Marquez, Neruda. Il computer li segnala disponibili. Estremo tentativo: “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e “Lo scherzo” di Milan Kundera. Presenti!
Fuori, l’aria di Piazza Kim Il Sung è una cappa pesante. La Corea del Nord resta un incubo fatto realtà, con un controllo totale sulle persone. Il fiato del Partito si sente a ogni istante, e l’adulazione verso la famiglia al potere è un’ossessione che diventa un obbligo: nelle canzoni, nelle poesie, nelle esibizioni artistiche e sportive. Un “1984” vero. Con telecamere e microfoni sistemati dappertutto. Le pagine del romanzo ricordano a ogni passo l’esistenza paranoica del protagonista Winston: “Prese il libro di storia per bambini e guardò il ritratto del Grande Fratello che campeggiava sul frontespizio. I suoi occhi lo fissarono, ipnotici. Era come se una qualche forza immensa vi schiacciasse, qualcosa che vi penetrava nel cranio e vi martellava il cervello, inculcandovi la paura di avere opinioni personali e quasi persuadendovi a negare l’evidenza di quanto vi trasmettevano i sensi. Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci. Era inevitabile che prima o poi succedesse, era nella logica stessa delle premesse su cui si basava il Partito. (%u2026) Ma la cosa terribile non era tanto il fatto che vi avrebbero uccisi se l’aveste pensata diversamente, ma che potevano aver ragione loro. In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro?”.
All’albergo Yanggakdo, nell’isola sul fiume Taedong dove vengono ospitati gli stranieri, i clienti venuti dalla Cina vanno al casinò gettando fortune. Ma al ristorante girevole del 47esimo piano non c’è quasi nessuno. Una giovane donna locale beve un’aranciata e discute amabilmente di architettura. La politica, qui, è terreno minato. Il discorso cade sulla letteratura e sugli autori francesi. «Ha letto I fiori del male di Baudelaire?». La domanda, inaspettata e innocente, finisce per essere micidiale. Le guance avvampano. Abbassa il capo e risponde di sì, mentre gli occhi le si riempiono di lacrime. In “1984” Winston si innamora di Julia sebbene l’amore, e il sesso, siano proibiti. Finisce in segreto per odiare il partito e comincia a scrivere un diario, nonostante farlo sia un crimine gravissimo. Quante pagine, quanti diari segreti ci sono oggi, al riparo da occhi indiscreti, nelle case dei coraggiosi abitanti della Corea del Nord in fila per leggere i libri della libertà?”
Il peggior tipo di pazzia
C’è una poetessa dalle origini tedesche, nata negli Stati Uniti, deceduta in Inghilterra, che ha condotto una breve vita molto travagliata. Si chiama Sylvia Plath e oggi ricorre il 71° anniversario della sua morte. Desidero ricordarla con queste parole che ho trovato sul bel blog Il cenacolo intellettuale: sono tratte dai suoi Diari.
“Quello che mi spaventa di più, credo, è la morte dell’immaginazione. Quando il cielo lassù è solo rosa e i tetti solo neri: quella mente fotografica che paradossalmente dice la verità, ma una verità senza valore, sul mondo. Io desidero quello spirito di sintesi, quella forza ” plasmante” che germoglia, prolifica e crea mondi suoi con più inventiva di Dio. Se sto seduta ferma e non faccio niente, il mondo continua a battere come un tamburo lento, senza senso. Dobbiamo muoverci, lavorare, fare sogni da realizzare; la povertà della vita senza sogni è troppo orribile da immaginare: è il peggior tipo di pazzia.”
Sylvia Plath, 25 Febbraio 1956
Il responso del mare
Una poesia magnifica sul senso della vita, sulle domande dell’uomo, sui tentativi di risposta. Per godersela appieno suggerisco un po’ di musica di sottofondo. Leggendola mi è venuto in mente questo scatto di qualche anno fa: ero a Lignano tra fine maggio e inizio giugno, nel momento fra due temporali. Il bimbo non so chi sia. Mi sembra ci possa stare.
Sulla riva del mare
deserto notturno,
sta un uomo. L’eterno fanciullo
dal petto ricolmo d’ambascia,
dal cuore gravato di dubbi,
con lugubre voce,
interroga i flutti così:
«O flutti, scioglietemi voi
l’enigma crudele antichissimo,
che nomasi Vita;
l’enigma pe’l quale, da secoli,
invano il cervello si cruciano
dei tristi mortali
le tempie recinte di mitrie
istoriate, di nere
berrette, turbanti e parrucche:
l’enigma sul quale,
grondando sudore, si curvano
a mille, da secoli, ansiose
le fronti mortali!
O flutti, svelatemi voi
l’essenza dell’uomo!
Onde viene? A quale meta s’affanna?
O flutti, chi popola i mondi
che brillano d’oro nel cielo?»
Il mare bisbiglia
la sua sempiterna canzone;
fischia il vento; le nuvole corrono;
inesorabili e fredde,
le stelle sull’arco del cielo
risplendono; e un folle
attende il responso del mare.
(Heinrich Heine, Poesie)
Volevo amarlo
Metto insieme quello che hanno portato in classe due alunne di prima. Stamattina è stata proposta la canzone “She will be loved” dei Maroon 5. A circa metà brano si ascolta: “Non sono sempre arcobaleni e farfalle, è l’aver raggiunto un compromesso che ci fa muovere”. Il pensiero è andato subito alla citazione che un’altra studentessa aveva portato sabato, una delle pagine finali di “Bianca come il latte rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia:
«Mamma, perché hai sposato papà?»
«Secondo te?»
«Perché ti ha regalato una stella?»
Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni mia tempesta.
«Perché volevo amarlo.»
E poco prima c’è un altro passo interessante:
«Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto».
Commento il tutto con una canzone “complessa”, dal testo molto ricco, di un cantautore italiano che ha annunciato qualche mese fa il suo ritiro dalle scene, Ivano Fossati. Certamente non è un genere di canzone che va per la maggiore tra gli adolescenti, ma, ancora una volta, non è questo il mio intendimento 🙂
Giorno libero
Per sorridere un po’, ma non tanto…
“Ho spesso pensato che la gente tratti Dio abbastanza maleducatamente, e voi? Rivolgendogli triliardi e triliardi di preghiere ogni giorno, chiedendo e supplicando e implorando favori: fai questo, dammi quello, ho bisogno di una nuova auto, voglio un lavoro migliore. E la maggior parte di queste preghiere ha luogo di domenica: il suo giorno libero.” (George Carlin)
Continuo mutamento
Ogni inizio è solo un seguito
In prima stiamo parlando di amicizia e amore, e sono emersi pareri differenti sul colpo di fulmine. Ecco una bella poesia di Wislawa Szymborska dal titolo “Amore a prima vista” dalla raccolta del 1993 “La fine e l’inizio”.
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.
Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
A casa
La scalatrice e il teologo

Pubblico un articolo interessante di Federico Pace, in cui presenta un libro che a breve leggerò, frutto della collaborazione della conterranea scalatrice Nives Meroi e il teologo “scomodo” Vito Mancuso. La fonte è La Repubblica.
«Ci sono luoghi al mondo che non si esauriscono nelle loro sembianze geografiche. Luoghi che contengono gli antichi semi che hanno dato vita alla nostra cultura, ai nostri pensieri e ai nostri più profondi aneliti. Il Sinai è di certo tra questi. Circondato dalla silenziosa maestosità del deserto e indelebilmente caratterizzato dall’aspetto trascendente e religioso del Dio che consegnò a Mosè le tavole con il Decalogo, il monte ora viene raccontato in un libro, in uscita in questi giorni, da Nives Meroi e Vito Mancuso. La prima, grande scalatrice che ha raggiunto undici delle quattordici vette sopra gli Ottomila metri senza utilizzare ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. Il secondo, teologo, docente di storia delle dottrine teologiche presso l’università di Padova e protagonista quotidiano del discorso tra religione e società civile.
Il libro dal titolo Sinai, che inaugura la collana Wild della Fabbri, è un cahier de voyage originale come forse solo i diari di viaggio scritti da più persone riescono a essere. Nives Meroi descrive la partenza, con il suo compagno di cordata e marito Romano Benet, dalle nevi del Friuli Venezia Giulia per quel deserto spesso territorio di scontri e conflitti, racconta l’atterraggio in Egitto a Sharm El-Sheikh, senza nascondere il fastidio per i metri cubi di cemento delle costruzioni alberghiere e lasciando trasparire la gioia per l’incontro con l’accompagnatore Mustafa. Dal canto suo, Mancuso percorre un’altra strada, più rarefatta e astratta e porta per mano il lettore tra le parole dei testi sacri. I monti, scrive nelle sue prime pagine, sono “un luogo privilegiato per l’incontro con il divino” dove si riscopre “un’origine dimenticata, ma tuttavia radicata dentro di sé”.
L’alpinista, che per scrivere usa carta e penna, entra in contatto con la natura, sale sui dromedari e partecipa alla cena beduina. Assaggia il pane, il tè che profuma di salvia, il riso, il kebap e le verdure. Arriva al monastero di Santa Caterina e alle 2 e 45 di notte si avvia verso la salita al monte mentre si leva “un rumore sordo di tribù che si mette in cammino”. In vetta, al sorgere del sole, scopre di essere in compagnia di cinquecento giovani, molti dei quali probabilmente sono tra quelli che qualche anno fa erano scesi in piazza Taqrir pieni di speranze poi andate deluse. Dall’altro canto, Mancuso si inerpica tra le parole dei sacri testi, mette a confronto le narrazioni dell’Esodo con quelle del Deuteronomio, scompone ogni singola parola per capire, in che modo e a chi, sia davvero apparso Dio, quel Dio che sul Sinai, tra lampi e fulmini, “interviene direttamente nella storia degli uomini come mai aveva fatto prima e come mai farà dopo”.
L’aspetto trascendente e quello naturale. Il deserto, il vento, il silenzio. Il rapporto fisico con la montagna. Nel libro Nives Meroi, che intercala il suo racconto con memorie delle scalate degli Ottomila, pone al centro il suo rapporto con la natura. “Generatrice di sublime – scrive – e allo stesso tempo capace di indifferenza assoluta”. Percepita alle volte come forza potentissima, di fronte al quale l’essere umano non può nulla, e altre come entità fragilissima aggredita spietatamente dalla nostra moderna sete di crescita spesso priva di equilibrio. La natura, ci racconta al telefono Meroi, “è quello di cui noi siamo parte. Penso che la cosa più importante e semplice che ho imparato anche da questo viaggio, è proprio questo. Nelle spedizioni che ho fatto, in questo viaggio in Sinai, il delirio di onnipotenza viene subito ridimensionato. Noi siamo elementi della natura, e dobbiamo imparare a rimanere in contatto con lei”. Traspare forte anche il legame tra lo scalare una montagna e la necessità di narrare una storia. “So di non essere né una studiosa, né una scrittrice – ci confessa candidamente – ma per me è importante narrare delle storie perché, quello che conta dal mio punto di vista, non è tanto raggiungere la cima, quanto tornare giù e raccontare quello che ho visto, quello che ho vissuto e condividere in qualche modo quello che ho compreso”.
Mancuso sottolinea come gli studi e le indagini archeologiche testimoniano la difficoltà a stabilire che il Sinai di cui noi oggi parliamo, sia effettivamente il Sinai di cui parla la Bibbia. Eppure il fascino per questo monte non si esaurisce. Perché? Mancuso risponde alla domanda che gli poniamo spiegando come esista “un Sinai interiore che significa una dimensione di altezza e di trascendenza verso cui ogni civiltà si sente attratta”. Ma non solo, c’è un altro aspetto per il teologo che alimenta l’attrazione verso questo luogo, un aspetto “che riguarda la dimensione della sollecitazione e della provocazione che la libertà umana riceve di fronte alle dieci parole, al decalogo, a un imperativo etico. La tua libertà esiste, ma è fatta per aderire alla giustizia, al bene, a tutte quelle cose che i comandamenti del Sinai ci presentano”.
Il Sinai ancora oggi così provoca incanto e spaesamento. Il monte è stato cercato e inseguito nel tempo da un numero infinito di artisti. Dipinto da El Greco, raccontato da Alexandre Dumas e terra di rifugio per Antonio Tabucchi. Forse è nelle parole che Mancuso ci rivolge prima di chiudere la chiacchierata che ci ha concesso, la chiave di tutto il libro: “Scrivere del Sinai mi ha insegnato di nuovo che l’ultima parola riguardo al problema di Dio, a questa attrazione, a questa ricerca, non è la razionalità, non è un pensiero, ma la nube della non conoscenza, è un misto di timore per i lampi e le teofanie (ndr. apparizioni della divinità), questa dimensione quasi vulcanica, la scrittura di questo libro mi ha richiamato profondamente a questa dimensione che chiamerei “apofatica”: c’è qualcosa di più importante delle parole, c’è la vita nuda che si pone di fronte alla misteriosità dell’esistenza”.»
Se vuotare il sacco non basta
Una storia molto carina; questa volta arriva dal taoismo e l’ho trovata qui.
«Un giorno il saggio diede al discepolo un sacco vuoto e un cesto di patate.
“Pensa a tutte le persone che hanno fatto o detto qualcosa contro di te recentemente, specialmente quelle che non riesci a perdonare. Per ciascuna, scrivi il nome su una patata e mettila nel sacco”.
Il discepolo pensò ad alcune persone e rapidamente il suo sacco si riempì di patate.
“Porta con te il sacco, dovunque vai, per una settimana” disse il saggio. “Poi ne parleremo”.
Inizialmente il discepolo non pensò alla cosa. Portare il sacco non era particolarmente gravoso. Ma dopo un po’, divenne sempre più un gravoso fardello. Sembrava che fosse sempre più faticoso portarlo, anche se il suo peso rimaneva invariato. Dopo qualche giorno, il sacco cominciò a puzzare. Le patate marce emettevano un odore acre. Non era solo faticoso portarlo, era diventato anche sgradevole.
Finalmente, la settimana terminò. Il saggio domandò al discepolo. “Nessuna riflessione sulla cosa?”
“Sì, maestro” rispose il discepolo. “Quando siamo incapaci di perdonare gli altri, portiamo sempre con noi emozioni negative, proprio come queste patate. Questa negatività diventa un fardello per noi e, dopo un po’, peggiora.”
“Sì, questo è esattamente quello che accade quando si coltiva il rancore. Allora, come possiamo alleviare questo fardello?”
“Dobbiamo sforzarci di perdonare”.
“Perdonare qualcuno equivale a togliere una patata dal sacco. Quante persone per cui provavi rancore sei capace di perdonare?”
“Ci ho pensato molto, Maestro” disse il discepolo. “Mi è costato molta fatica, ma ho deciso di perdonarli tutti”.
“Molto bene, possiamo togliere tutte le patate. Ci sono altre persone che ti hanno offeso o irritato nell’ultima settimana?”
Il discepolo rifletté per un momento e ammise che ce n’erano. Improvvisamente rimase sgomento, quando si rese conto che il sacco vuoto si sarebbe riempito di nuovo.
“Maestro” chiese, “se continuiamo così, non ci saranno sempre patate nel sacco, settimana dopo settimana?”
“Sì, finché ci saranno persone che diranno o faranno cose contro di te in qualche modo, tu avrai sempre patate”.
“Ma Maestro, noi non potremo mai controllare quello che gli altri fanno. Cosa c’è di buono nel Tao allora?”
“Questo non è ancora il Tao. Quello di cui abbiamo parlato finora è l’approccio convenzionale al perdono. E’ quello che tante filosofie e religioni predicano – dobbiamo costantemente sforzarci di perdonare, perché questa è una virtù importante. Questo non è il Tao, perché non c’è sforzo nel Tao”.
“Allora cosa è il Tao, Maestro?”
“Prova ad immaginarlo. Se le patate sono le emozioni negative, allora cosa è il sacco?”
“Il sacco è… quello che mi permette di trattenere la negatività. E’ qualcosa dentro di noi che ci fa persistere sui sentimenti offesi… Ah, è il mio tronfio senso di auto-stima”.
“E cosa succede se te ne liberi?”
“Allora… le cose che la gente fa o dice contro di me non sembrano più un gran problema”.
“In tal caso, non avrai nessun nome da scrivere sulle patate. Questo significa niente più peso da portare e niente più puzza. Il Tao del perdono è la decisione cosciente non solo di togliere le patate… ma di abbandonare l’intero sacco”.»
Colpo di fulmine
In prima stiamo parlando delle relazioni e tra i vari aspetti talvolta si va a finire a parlare di cotta, innamoramento e colpo di fulmine, e succede di doversi chiarire sul significato che si dà a questi termini. Ieri mi sono imbattuto in questa folgorante ed efficace frase di Michail Bulgakov, presa da “Il Maestro e Margherita”:
“L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi. Così colpisce un fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!”.
Trasformare un probabile in possibile
Pubblico un articolo che riguarda il mondo della scuola, in particolare quello dell’Università. Lo consiglio ai miei studenti più grandini, o, ancora meglio, agli ex-studenti; penso possa essere frutto di riflessioni interessanti. Si tratta di un’intervista di Franco Marcoaldi al professor Carlo Ossola, critico letterario e docente al Collège de France, sul rapporto maestro-allievo. Ovvero: su quali basi il primo sceglie, elegge, promuove il secondo? L’ho trovato qui.
Professore, partirei da un’annotazione di carattere linguistico. Giudicare, in questo nostro caso, non significa emettere una sentenza. Il vocabolario del giudizio qui si apre piuttosto alla critica: il giudice si fa critico, esercita la facoltà di separare, scegliere, decidere.
“Aggiungerei un ulteriore elemento, che non si dà in altri settori in cui pure si esercitano il giudizio e la critica. In un’aula scolastica, l’insegnante non ha di fronte un libro chiuso, o un fatto compiuto e irrevocabile, ma un essere vivente in continua evoluzione. Quindi, prima ancora che emettere una valutazione, qui si tratta, socraticamente, di riuscire a far emergere le motivazioni dello studente, le ragioni per le quali sta seguendo un percorso. Il maestro è lì per individuare assieme allo studente i tanti crocevia, per aiutarlo a spianare la strada senza che si perda in inutili viottoli laterali. È un lavoro comune, insomma. Ed è giusto per questo che in quarant’anni di insegnamento ho sempre preferito la prova orale all’esame scritto. Perché non si tratta di perseguire un sistema oggettivo di incasellamento, ma di far emergere una personalità attraverso il dialogo”.
Il maestro dovrebbe accendere una passione, risvegliare una mente.
“Per dirla con George Steiner: “Nessuna passione è spenta”. Se il corso universitario è stato ben condotto, se le proposte di lettura sono state interessanti, lo studente avrà avuto accesso a un ampio ventaglio di opzioni. E avrà potuto trasformare il probabile in possibile. Per me l’esame finale rappresenta esattamente questo: trasformare un probabile in possibile. Perché nella foresta dei testi, lo studente trovi il proprio itinerario”.
Nei miei ricordi scolastici, il principale obiettivo era, al contrario, quello di ripetere ciò che aveva detto l’insegnante.
“Più l’insegnante è bravo, meno si presenta questo rischio. Il mio professore di greco del liceo diceva: primo, esaminare; secondo, sceverare; terzo, soltanto terzo, decidere. E badi bene, era uno che veniva dalla guerra partigiana. Ancora oggi quei tre verbi in successione rappresentano la mia bussola di orientamento nel rapporto docente-discente. Mettendo al primo posto l’obbligo dell’analisi, “provando e riprovando”, dimostro sì di essere esigente nei confronti dell’allievo, ma metto in questione anche me stesso. Perché sono disponibile ad accogliere tutte le sue domande e tutte le sue contestazioni. Nel senso più bello del termine: “Chiamati a testimoniare con”, come dice Michel de Certeau. Se io riesco a chiamare lo studente a testimoniare attraverso la propria voce, vuol dire che il soggetto di cui gli sto parlando sta diventando effettivamente suo. Non conosco modo migliore per recuperare la perduta autorità dell’insegnante”.
Un insegnamento fondato sull’interrogazione e sul dubbio dovrebbe essere il miglior antidoto al dogmatismo.
“Quando ero studente universitario, seguivo i corsi di Raoul Manselli, storico del Medio Evo, che amava ripetere: ricordatevi che l’eresia rappresenta sovente la parte sconfitta della verità. Un’affermazione, per me, decisiva: si tratta non solo di sceverare il vero dal falso, ma di capire perché – nella storia – una certa posizione abbia vinto e un’altra perso. Non si deve offrire allo studente un blocco organico di verità, ma piuttosto lo si guida a procedere nel modo indicato da Einstein: siamo noi stessi parte del problema che stiamo affrontando. E nel trattarlo, ne usciamo modificati. Grazie anche alle risposte dello studente a cui ci rivolgiamo”.
Il guaio è che secondo alcuni si è rotta la cinghia di trasmissione del sapere. E quanto interessava ai padri non interessa più ai figli. Su questo giornale ne ha scritto in modo dolente e puntuale lo scrittore e insegnante Marco Lodoli.
“Mi ricordo bene quell’articolo: un’analisi, dal punto di vista fattuale, difficilmente contestabile. Mi permetta tuttavia di parafrasare quel sonetto di Michelangelo che suggerisce: “Val meglio un lumino nella notte che una fiaccola di giorno”. Ecco, è da lì che bisogna ripartire. Siamo cresciuti in un contesto innestato sulla cultura umanistica: basti pensare al ruolo pubblico rivestito da figure come De Sanctis, Gobetti, Gramsci. E dagli stessi padri costituenti. Tutto questo oggi non c’è più. Ma perduta la sua centralità catalizzatrice, la cultura umanistica deve comunque rivendicare la sua funzione critica. A maggior ragione in una realtà sempre più segnata da scienze applicative e tecnologiche; una realtà in cui il problema principale sembra essere quello di allargare con nuove corsie le autostrade informatiche, mentre non si verifica se i Tir che vi sfrecciano sono pieni di contenuti, di versioni di mondi possibili, o vuoti o ingombri solo del loro “rumore””.
Ma come riuscire a farlo, se è vero, per dirla ancora con Steiner, che viviamo nella civiltà del “dopo-parola”?
“Bisogna partire dalle nostre specifiche responsabilità. Nel percorso scolastico siamo passati da una cultura del debito, fondata sull’idea che siamo sempre inadempienti rispetto al compito che ci eravamo dati, a una cultura del credito: i ragazzi acquistano crediti e noi li eroghiamo. Peccato che si tratti di crediti ipotetici, fittizi, che non vengono mai riscossi, finendo per alimentare nello studente un senso di frustrazione, di inganno, di irrealtà. La scuola in generale, e l’università in particolare, non è stata abbastanza severa con se stessa. Non esigente con sé e con gli studenti, ha indotto un lassismo di cui ora paga le conseguenze. L’orizzonte dell’insegnamento universitario è rimasto schiacciato sul presente, limitandosi a offrire descrizioni, comunicazioni, piuttosto che a porre domande di fondo. Quando invece sarebbe più che mai necessario pronunciare parole che si protendano “a nord del futuro”, come diceva Paul Celan. Perché non basta descrivere il mondo, bisogna anche saperlo varcare. Secondo elemento. Nella civiltà dei flussi, si corrono gravi rischi di rottura del pack su cui riversiamo la piena del dire. Ma il primo compito dell’insegnante non è proprio quello di circoscrivere la frase, di studiare i passi, di ristabilire sintassi e gerarchie di senso? Oggi più che mai c’è bisogno di limpidezza e sobrietà nella prosa, mentre troppo spesso, anche all’interno dell’accademia, prevalgono inutili espressionismi e compiacimenti di un dire senza oggetto”.
L’altra grande e terribile novità dei nostri tempi è la progressiva scomparsa dell’uso della memoria. Imparare a memoria non è più un esercizio richiesto.
“Ho iniziato la mia carriera a Ginevra, quando era ancora vivissima l’eredità di Jean Piaget, che aveva molto scommesso sui primi anni di vita, quelli dell’infanzia. Bisognerebbe strapagare i maestri, diceva, perché è lì, all’asilo e durante la scuola elementare, che si gioca l’essenziale della partita. Aveva ragione. Non esercitando la memoria, buttiamo via un dono prezioso. Non è soltanto lacuna dell’oggi, legata all’avvento del digitale: già nel ’68, sciaguratamente, si combatteva il presupposto uso “autoritario” della memoria. Credo che oggi questa sia, in assoluto, la sfida più importante dell’insegnamento: bisogna riattivare quell’esercizio, arrestare l’irresistibile processo di delega mentale rappresentato dal mondo delle risorse Web. Come farlo? Scovando dei testi talmente belli, talmente pieni di domande decisive, da costringere lo studente a mandarli a memoria. In tal senso la poesia ha un grande compito, perché un verso non lo si può storpiare. C’è una bella differenza tra il sentenziare: “Stiamo come le foglie d’autunno sugli alberi” e l’indugiare sospeso “Si sta come / d’autunno / sugli alberi le foglie””.
Professore, non è che stiamo un po’ fantasticando? Sta franando tutto, e noi pensiamo che si possa ripartire da un verso di Ungaretti?
“Si ricorda Fahrenheit 451 di Bradbury- Truffaut? Noi oggi siamo come quei rifugiati ai quali è stato dato il compito di ripetere il verso appreso a memoria, uno per uno, in modo che la piccola comunità sopravvissuta possa alla fine ricostruire per intero il poemetto andato distrutto. Credo che sia proprio questa coscienza della fine, a darci la forza per combattere la nostra battaglia. Certo, potremmo anche uscirne sconfitti. Ma non bisogna mai negoziare troppo con il presente”.



