«Si spreme il vino dai grappoli, ma quanto più bello di una vasca piena di vino è il vigneto con la sua terra grezza che non si mangia né si beve, e i pali di legno morto in lunghe file baluginanti! “Insomma, il creato-egli pensò – non è sorto grazie a una teoria, bensì … ” e voleva dire per forza, ma s’intromise un’altra parola che egli non s’aspettava e il suo pensiero si concluse così: ” … per amore e per forza, e la congiunzione disgiuntiva fra queste due parole è sbagliata!”» (R. MUSIL, L’uomo senza qualità, tr. it. di Anita Rho, Einaudi, Torino 1985 (ed. or. 1930-1943), vol. I, p. 574.)
Cercavo semplicemente l’amore
Chi frequenta spesso e assiduamente queste pagine sa che amo leggere più libri in
contemporanea. Leggo quello che mi va nel momento in cui decido di leggere, ed avendo una psiche instabile devo tenere aperte più porte. A volte capita che la domanda posta in un libro trovi tentativo di risposta nelle pagine di un altro. In “Il principio passione” Vito Mancuso cita Lucio Dalla:
“Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
per capire cosa succede dentro
e che cos’è che lo muove
da dove viene ogni tanto questo strano dolore.
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
dov’è che si prende, dov’è che si dà”.
Due giorni dopo aver letto queste parole, mi sono imbattute in quelle di Erri De Luca in “Il contrario di uno” (un libro che, tra l’altro, mi ha deluso parecchio): “Più della libertà ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi”. Vi ho ritrovato il Simone tra i 16 e i 20 anni, alla costante ricerca della persona da amare. Un’immagine era costantemente presente nei miei sogni ad occhi aperti: una ragazza di spalle davanti a me con le mie braccia che la racchiudevano in un abbraccio. Non vedevo un volto preciso, non la identificavo in una persona specifica. Cercavo semplicemente l’amore, molto più di altre cose. Fino a quando, nella vita reale, quella ragazza si è voltata…
Ascolto dal silenzio
“Prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all’altro. Un silenzio che ci permette di cogliere verità che altrimenti resterebbero celate per sempre. Solo allora capiremo che ascoltare non è solo porgere l’orecchio ma aprirci al mondo che ci circonda.” (Simone Weil)
La dittatura dell’essere
Oggi ho voglia di solleticare il pensiero, cercare di ragionare sul perché in seconda stiamo parlando di senso critico, di drizzare le antenne, di porci in maniera attenta davanti alla realtà… E’ un brano che può interessare anche le quinte in riferimento alla globalizzazione e a taluni fenomeni di massa che a volte si palesano. La fonte? “1984” di George Orwell. Faccio notare che il libro è stato scritto nel 1949! Quanto risente del recente passato bellico? Quanto riesce a intravedere del lontano futuro?
“O’Brien accennò un sorriso. «Tu sei una falla nel nostro disegno, Winston. Sei una macchia che dev’essere cancellata. Non ti ho detto forse, appena un minuto fa, che noi siamo del tutto diversi dai persecutori del passato? A noi non basta l’obbedienza negativa, né la più abietta delle sottomissioni. Allorché tu ti arrenderai a noi, da ultimo, sarà di tua spontanea volontà. Noi non distruggiamo l’eretico perché ci resiste: fino a che ci resiste, ci guardiamo bene dal distruggerlo. Noi lo convertiamo, ci impossessiamo dei suoi pensieri interni, gli diamo una forma del tutto nuova. Polverizziamo in lui ogni male e ogni illusione. Lo riportiamo al nostro fianco non solo apparentemente, ma nel senso più profondo e genuino, nel cuore e nell’anima. Ne facciamo uno dei nostri, prima di ucciderlo. È intollerabile, per noi, che anche un solo pensiero partecipe dell’errore possa esistere in qualche parte del mondo, pur se nascosto e innocuo. Anche nello stesso istante della morte non possiamo consentire alcuna deviazione. Nel passato, l’eretico marciava verso il rogo restando eretico, proclamando alta la sua eresia ed esultando in essa. E persino la vittima dei repulisti russi poteva recare il germe della rivolta, e anzi la rivolta stessa, chiusa nel cranio, mentre s’incamminava al luogo dove l’avrebbero fucilato. Noi invece rendiamo perfetto il cervello, prima di farlo saltare. Il comandamento dei vecchi regimi dispotici era: Tu non devi. Il comandamento di quelli totalitaristi era: Tu devi. Il nostro comandamento è: Tu sei. Nessuno tra coloro che portiamo qui ha mai fatto prova di resisterci. Ognuno viene completamente mondato e purgato. Persino quei tre miserabili traditori nella cui innocenza tu hai creduto una volta – Jones, Aaronson e Rutherford – dovettero cedere, infine. Presi parte io stesso ai loro interrogatori. Sono stato io stesso testimone del loro graduale logorio, delle loro lamentele, delle loro invocazioni, dei loro gemiti, dei loro pianti disperati e miserevoli… In fine non ci fu più dolore, né paura, ma soltanto pentimento. Quando avemmo definitivamente terminato con loro, non rimaneva di loro che il guscio. Non c’era, in loro, che doloroso pentimento per quel che avevano fatto e amore per il Gran Fratello. Era davvero commovente vedere quanto l’amavano. Chiesero essi stessi di esser fucilati al più presto possibile, per fare in modo che le loro menti si mantenessero immacolate.»”
Più breve è la luce
Sono stati giorni impegnativi, ricchi di impegni, incontri… Ho aggiornato poco il blog e mi rendo conto solo ora che siamo in autunno. Pubblico la poesia “E così te ne vai tu pure, estate” di Diego Valeri, del 1975, e uno scatto di domenica sera, alla propaggine estrema della Venezia Giulia, oltre Muggia, a poche decine di metri dall’Istria. Il brano mi piace, anche se per me autunno e inverno sono gioia pura 🙂
E così te ne vai tu pure, estate.
Di giorno in giorno più breve è la luce,
più basso il cielo.
Un’ala lunga di vento
si stende liscia su la faccia del mondo.
È il vento umido, molle, delle sere precoci.
Cosa più resta al vecchio cuore
che già si gonfia di pianto?
Restano le tristi dolcezze di autunno
E la luce dell’ultima sera.
Chi cerca cosa trova?
Quelle volte in cui ti viene alla mente la bella frase di un libro e svuoti la libreria a furia di cercarla e mano a mano che vai avanti e sfogli pagine e pagine sei costretto a fermarti perché ne leggi altre belle di frasi… Fino a che ti blocchi: “cosa sto cercando?”. Scrive Roberto Cotroneo: “Perché cercare e trovare non sono due verbi simili, sono due verbi lontanissimi tra loro. Trovare quel che si cerca è un processo logico e fortunato. Trovare quel che non si è cercato è passare da un universo a un altro, attraversando la forza oscura dell’universo.”
Come?
Vi segnalo l’ultimo post del prof. D’Avenia, di cui riporto questo estratto: “Come si fa, ragazzo, ragazza, a raggiungerti dove te ne stai rintanato? Come si fa a metterti sotto gli occhi quella bellezza unica e in costruzione che cerchi a tutti i costi di nascondere tanto fa male non esserle all’altezza? Come si fa a spiegarti che tra gli 80 miliardi di esseri umani che hanno calpestato il suolo non ce n’è uno o una come te? Come si fa a farti credere che sei la tua biografia, ma che sei sopratutto la tua autobiografia? Come posso io insegnante mostrarti sulla mappa geografica del desiderio che le terre di tua conquista sono ancora da scoprire? Come posso aiutarti a costruire il mezzo migliore per raggiungerle? Come faccio a sapere se sei fatto o fatta per una nave, per una bicicletta o per andare a piedi?”
Una sera di settembre
Era ancora chiusa la scuola l’8 settembre di quest’anno, giorno del 70° anniversario
dell’armistizio. Alla radio il generale Badoglio annunciava: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”… Prof, ma ci fa storia anche lei? Quella che vi voglio far conoscere è una poesia di Franco Fortini che descrive proprio quella sera, un momento di illusoria felicità, di liberazione di speranze covate nel segreto dei cuori.
Una sera di settembre
quando le dure donne rauche di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.
Un nuovi inizio
Per ben cominciare…
Le mie letture estive
Una delle prime domande che pongo ai miei studenti di rientro dalle vacanze estive è: “che libri avete letto in questi tre mesi?”. Dopo avermi risposto, loro ribaltano la domanda a me. Quest’anno li anticipo qui… mettendoci titolo, autore, data di conclusione lettura e giudizio personalissimo, copiati dal mio account su anobii. Tutto nel pdf
Albe senza rumore
L’estate sta volgendo al termine, anche se stiamo godendo ancora appieno delle sue temperature… soprattutto nelle ore di luce. La prossima settimana il tempo si guasterà e allora appoggio oggi le parole di Estiva, poesia di Vincenzo Cardarelli. Sono talmente belle che fanno apprezzare questa stagione anche a chi, come me, non la ama particolarmente… Nel titolo ho condensato il momento estivo che mi sta più a cuore
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
delle albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
di oscuramenti e crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
Partire prima del via
Accostamenti
Ho letto su “La civiltà cattolica” del 3-17 agosto un interessante articolo di Javier Melloni sulla crisi. Lo spunto di partenza è la crisi economica mondiale, ma presto il discorso si fa vasto e il riferimento principale è alla crisi di mezza età che spesso prende l’uomo nel suo cammino esistenziale o di fede. Vengono citate belle pagine di letteratura e spiritualità, le riporto:
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Dante Alighieri: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.” (La divina commedia)
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Teresa d’Avila: “Una volta cresciuto […], il bruco comincia a lavorare la seta e a edificare la casa dove dovrà morire… Muoia, muoia questo verme, come muore il baco da seta per realizzare il senso della sua vita… Quando, in questo grado di orazione, [il bruco] muore completamente alle cose del mondo, […] nasce una farfallina bianca” (Il castello interiore)
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Pierre Teilhard de Chardin: “Per la prima volta forse nella mia vita […] sono sceso nel più intimo di me stesso, in quell’abisso profondo dal quale sento confusamente emanare la mia capacità di agire. Ora, a mano a mano che mi allontanavo dalle evidenze convenzionali che illuminano superficialmente la vita sociale, mi rendevo conto che la mia vita profonda mi sfuggiva. A ogni gradino che scendevo, scoprivo in me un altro personaggio, di cui non potevo più dire il nome esatto, e che non mi obbediva più. E quando fui costretto a porre fine alla mia esplorazione perché la strada veniva meno sotto i miei passi, c’era, ai miei piedi, un abisso senza fondo, dal quale scaturiva, venendo da chi sa dove, il flusso che oso chiamare la mia vita” (L’ambiente divino)
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Keiji Nishitani: “Il grande dubbio rappresenta non solo l’apice del sé che dubita, ma anche il punto del suo “estinguersi” e cessare di essere “sé” […]. E’ il momento nel quale il sé è nel contempo il nulla del sé, il momento che è il cosidetto “luogo del nulla”, dove accade una conversione al di là del grande dubbio. Il grande dubbio emerge come l’apertura del luogo del nulla, come il campo della conversione dal grande dubbio stesso. Ecco perché è “grande”.” (La religione e il nulla)
Ho voluto raccogliere e accostare questi testi per mostrare quanto certi cammini di religioni molto diverse spesso intreccino i loro passi, soprattutto nella mistica, e trovino risonanza nell’esperienza umana di tanti, credenti e non.
Perdere tempo per non perdere tempo…
Un articoletto interessante trovato sul sito Fede 2.0
“Noto uno strano fenomeno del nostro tempo.
La massa di notizie in circolazione, la mole di informazioni che ci bombardano quotidianamente creano in noi uno strano conflitto: siamo divisi tra il desiderio, talvolta compulsivo, di sapere, di conoscere, insito nella natura umana fin dai primi tempi, e quello di staccare la spina, ricercare il silenzio, isolarsi da tutto e da tutti, aspetto altrettanto essenziale se si desidera una vita equilibrata. Rinchiusi in questa morsa, il più delle volte, intraprendiamo la via mediana, quella di una ricerca disordinata di informazioni generiche, spesso solamente curiose.
Quante volte vi capita di leggere solo il titolo in grassetto degli articoli, oppure vi soffermate frettolosamente sull’inizio dei capoversi per captare qualche parola interessante? Probabilmente lo avete fatto anche con questo articolo, e adesso, colti sul fatto, vi proporrete di rileggerlo dall’inizio. La ragione del vostro/nostro vagare di grassetto in grassetto, di video in video, di foto in foto, spizzicando informazioni, è indissolubilmente legata al desiderio dell’uomo di ricercare COSE BELLE (talvolta semplicemente cose che piacciono) e NON PERDERE TEMPO nel soffermarsi su cose poco interessanti. Ma cosa capita puntualmente? Che “nel mezzo del cammin” ci si ritrovi invischiati nella “valle oscura” della disinformazione, e che catturati dal prurito della stessa, si finisca per passare interminabili minuti senza saziare la sete genuina che spinge a tale ricerca. Capite il paradosso? Perdiamo un sacco di tempo per non perdere tempo!
Il fine è nobile, ma siamo sicuri che dietro questo meccanismo non si nasconda un sottile inganno?
Non sarà che, per soffermarci su tutto, si finisca per dimenticare la ragione del nostro cercare?
O che per cercar perle nelle discariche, ci si dimentichi di queste ultime per iniziare a collezionare ferri vecchi, buste rotte e ciarpame?
Nell’epoca dell’indecisione e delle alternative low cost anche leggere un articolo per intero è un’impresa da eroi. Educarsi a farlo è un buon inizio per ri-scoprire il senso del conoscere, del valutare, dell’approfondire.”
Ci crediamo ombelichi
Preoccupati di essere accettati, preoccupati di essere apprezzati, preoccupati di quel che si può pensare di noi, preoccupati di apparire bene, preoccupati di essere giudicati, preoccupati delle chiacchiere su un social, preoccupati di quel che si può tramare alle nostre spalle… Mi affido all’antica saggezza orientale. “Il maestro era totalmente indifferente al giudizio degli altri. I discepoli gli chiesero come avesse raggiunto questo grado di libertà. Egli rispose: «Fino a 20 anni non mi importava di cosa la gente pensasse di me. Dopo i 20 anni mi preoccupavo disperatamente di cosa pensasse di me. Dopo i 50 anni capii che in realtà la gente non pensava minimamente a me».”
Due specie di terra
Scrive Erri De Luca in Tre cavalli: “Ci sono due specie di terra… Una ha l’acqua di sotto, si fa un buco e affiora. È terra facile. L’altra dipende dal cielo, ha solo quella fonte. È magra, ladra, capace di rubare acqua al vento e alla notte, e appena ne ha un poco la spende tutta subito in colori trattenuti nel midollo dei sassi e mette forza di zuccheri nei frutti e butta profumo da sfacciata. È terra di cielo asciutto” . Vi ho letto molto del mio lavoro, delle mie relazioni. A pensarci bene, vi ho letto molto del mio carattere…
Tutto diverso
Massimo è stato un mio studente al liceo Magrini di Gemona. Pochi giorni fa mi ha scritto su fb chiedendomi un consiglio per uno scritto che doveva buttar giù per un matrimonio. Io gli ho inviato poche parole di Erri De Luca e di altri, lui ha pensato a “L’eleganza del riccio”. Ne sono uscite queste parole che mi ha dato il permesso di pubblicare:
“E poi è successa una cosa, verso le 5 io e Kakuro siamo scesi giù alla guardiola, abbiamo preso l’ascensore insieme, senza dirci niente. Aveva un’aria stanchissima, ho pensato: è così che si esprime la sofferenza sui visi buoni. Non si manifesta, appare solo una grande stanchezza. Chissà se anch’io ho l’aria stanca.
A ogni modo io e Kakuro siamo scesi in guardiola, ma attraversando il cortile ci siamo fermati di colpo tutti e due nello stesso istante: qualcuno si era messo a suonare il piano e sentivamo benissimo quello che stava suonando. Era un pezzo classico, credo fosse Satie, non sono proprio sicuro, ma non importa.
Non ho esattamente un pensiero profondo al riguardo. So solo che ci siamo fermati di colpo tutti e due e abbiamo respirato lungamente, lasciando che il sole scaldasse i nostri visi e ascoltando la musica che giungeva da lassù.
Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molti momenti duri, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E’ come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai. Sì proprio così, un sempre nel mai.
E allora mi è venuto da dirti di non preoccuparti, che non mi lascerò andare e non brucerò un bel niente.
Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza qui, in questo mondo.
E poi ora saremo in due, nessuno sarà uno, uno sarà l’uguale di nessuno e l’unità consisterà nel due.
Perché quando siamo in due, cambia tutto, cambia nome pure l’universo, diventa tutto diverso”.
Passaggio memorabile
Alessandro Baricco racconta di un libro molto noioso nelle prime pagine e di come, nonostante ciò, continui ad andare avanti nella lettura. Mi è capitato spesso e il motivo per cui sono andato avanti nella lettura è lo stesso dello scrittore di Torino: “Un motivo, immediatamente percepibile, c’era: nello scorrere lentissimo di quel fiume, ogni tanto passava una barca. Una frase, una similitudine, un’osservazione minuscola, l’esattezza di un colore, la precisione millimetrica di un aggettivo. E non c’era passaggio di barca, per quanto raro, che non fosse davvero memorabile” (Una certa idea di mondo, pag. 76). Bene, mi ci ritrovo in pieno, e per me vale anche per il cinema e la musica. Il fatto è che mi è partito il pensiero che possa valere anche per le relazioni: nel mare (fiume, per restare con Baricco) di persone con cui abbiamo a che fare e che più o meno conosciamo ci sono incontri che cambiano l’umore, che restano impressi nella mente, che danno significato ai giorni. Mi chiedo, tuttavia, se il numero di barche che passano non dipenda anche dalla nostra capacità di scorgerle.
In cerca dell’essenziale
A volte segni e suggerimenti che auspichiamo prima di effettuare una scelta arrivano quando le cose sono già state decise.
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Ho già scritto di aver letto il libro “La pazienza del nulla” di Arturo Paoli. Una delle frasi che mi sono trascritto è breve e fulminante: “Ci vuole maggior coraggio a riposare su un prato in fiore che a stare in arcioni su un cavallo focoso”. Ovviamente è una di quelle frasi che possono essere facilmente confutate e ribaltate: si attagliano alle persone in base al periodo che esse stanno vivendo. Indosso a questa mia estate ci casca a pennello.
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Ho iniziato il libro “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, in cui, a pag.
27, a commento del libro di Pierre Hadot “Esercizi spirituali e filosofia antica”, si legge: “Hadot cita una fulminante espressione di Plotino che spiega molto: quel che occorre fare è scolpire la propria statua. […] Bisogna ricordarsi che la scultura era, per i greci, l’arte della sottrazione, l’abilità manuale con cui ottenere una figura a partire da un blocco di pietra, procedendo per successive sottrazioni. È esattamente quello che insegnavano quei celeberrimi guru: lavorare su se stessi, scalpellando via tutto ciò che di falso o inutile ci sta attaccato, e liberare, alla fine, quel che noi siamo, nella saldezza imperturbabile della magnificenza dell’esistere.” (il libro di Baricco è una raccolta di quanto da lui scritto settimanalmente su La Repubblica, quindi questo è il link all’intero pezzo). Spogliare se stessi, liberarsi del superfluo, scendere (o salire?) all’essenziale. E’ un altro argomento forte di questa estate -
Infine, stamattina ho concluso il corso biblico a cui partecipo ogni anno con uno dei maggiori biblisti italiani (e non solo), Rinaldo Fabris. Non mi soffermo sui contenuti del corso, ma su un breve passo che abbiamo sfiorato stamattina e che penso sia conosciuto ai più: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.” (1Cor 13,1-3).
Ho scritto all’inizio che le cose sono state già decise. E’ confortante quando segni e suggerimenti danno conferma, a posteriori, di quelle scelte. Permane il subdolo dubbio che i segni contrari non li abbiamo semplicemente voluti vedere. Scherzi della mente che così ci tutela e ci protegge. E ci fa pure sorridere.













