La mia “Notte dei desideri”

Caro Lorenzo, ti seguo da sempre, da quando mi chiedevo come facevi a piacere ai miei coetanei quindicenni mentre cantavi “sei come la mia moto”… Ora sono un insegnante di religione e utilizzo spesso i tuoi testi per lavorare con gli studenti. Ho sempre trovato “La linea d’ombra” perfetta per parlare di etica, responsabilità, scelte, coraggio… Due settimane fa ho acquistato il tuo ultimo doppio cd: beh, fantastico! Lo ascolto quasi ogni mattina in auto e aiuta a darmi energia e carica. Sono poi rimasto affascinato da “La notte dei desideri”. Vedi, io penso che ci siano essenzialmente due modi di approcciarsi alle canzoni: mantenendosi coerenti con l’autore e quindi cercare di capire cosa lui voleva dire con quel brano, oppure mantenendosi coerenti con le proprie emozioni e quindi andare oltre le intenzioni dell’autore per ascoltare se stessi. E allora mi sono divertito con il secondo approccio. Quando ho letto il titolo “La notte dei desideri” nella tracklist sono rimasto incuriosito perché stavo preparando una riflessione sul tema della notte nella musica contemporanea: ho sperato che il testo potesse essere utile. Poi l’ho ascoltata e letta e la mia fantasia è subito andata non ad “una” notte ma a “quella” notte, quella della Resurrezione.

La notte della tua canzone è abitata da una musica dal ritmo semplice ma in grado di attirare, catturare, incantare un gran numero di persone disposte ad attraversare anche terre desolate pur di raggiungere mete migliori lontane dal freddo calcolo della ragione (mi viene da leggervi la fede). La luce domina in questa notte in cui ogni cosa è investita dalla luce di stelle cadenti. Il protagonista con le due chiavi, quella del coraggio e quella della paura mi ricorda tanto i personaggi di Pietro, di Tommaso, degli apostoli colti dalla paura nell’incontro col risorto, un timore che poi diventa il coraggio della testimonianza. E’ infatti venuto il momento di partire, senza per forza chiedersi quale sia la destinazione del viaggio: per gli apostoli è una regola che vale dal momento della chiamata e che ora si è fatta ancora più forte. Volendo strafare, ho pure collegato i barbari della canzone con le lingue parlate dagli apostoli col dono dello Spirito. Infine: “Le montagne che dividono i destini si frantumano diventano di sabbia, al passaggio del momento di splendore si spalanca la porta della gabbia”. Nelle montagne che dividono i destini vi ho visto le difficoltà che separano gli uomini (gli ostacoli del cuore canterebbero Elisa e Ligabue) destinate a crollare, a diventare sabbia, grazie al momento di splendore, alla luce della Risurrezione che “spalanca la porta della gabbia” (“la pietra era stata rimossa dal sepolcro” Lc 24,2).

Grazie per tutte le emozioni che sempre regali!

Sull’amicizia

Una vecchia canzone per riprendere quello di cui stiamo parlando in I… A seguire uno dei brani che abbiamo letto

L’Albero degli amici”

Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi.

Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.

I primi che nascono sono il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. Ma il destino presenta altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima, del cuore. Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici. E alle volte uno di questi amici dell’anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli dà luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi. Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra. Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l’estate dopo, e altre permangono per molte stagioni. Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria. Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino. Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente.

 

Terre promesse

Ellis_island_1902.jpgIl post precedente parlava di nuove immigrazioni e allora per fare un po’ di contrappeso pensando al passato e per ascoltare un po’ di musica ho pensato a un pezzo del mitico Bruce. La canzone è American Land ed è stata proposta dal vivo la prima volta nel 2006. Viene raccontato il mito della terra promessa americana, la terra dove ogni sogno è possible: là fantastica di recarsi un uomo che dialoga con la moglie. Lei lo raggiungerà per costruire la loro casa in questo paese delle favole descritto nel ritornello. Ma la realtà a cui va incontro l’uomo è ben diversa: sbarca nella baia di New York dove arriva anche la moglie e insieme alla quale costruisce la città e la casa, col proprio sudore e le proprie mani. Sono gli immigrati ad aver costruito gli Stati Uniti: i McNicholas, i Posalski, gli Smith, gli Zirilli (il nome della famiglia della madre di Bruce), i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei, i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi. E il loro sforzo è arrivato spesso al sacrificio della vita. Dura è l’accusa finale di Bruce Springsteen al suo paese, un’accusa che giunge fino ai giorni d’oggi: “Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono, le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.” Il testo rimanda soprattutto per le prime due strofe alla poesia “He lies in the American land” di Andrew Kovaly. Kovaly era un minatore slovacco che aveva così raccontato la storia di un conterraneo che, poco dopo aver spedito a moglie e figli il denaro necessario a raggiungerlo, muore in una miniera.

Eccola qua:

What is this land of America, so many travel there

I’m going now while I’m still young, my darling meet me there

Wish me luck my lovely, I’ll send for you when I can

And we’ll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees

And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees

Gold comes rushing out the river straight into your hands

If you make your home in the American land

There’s diamonds in the sidewalks, there’s gutters lined in song

Dear I hear that beer flows through the faucets all night long

There’s treasure for the taking, for any hard working man

Who will make his home in the American land

I docked at Ellis Island in a city of light and spire

I wandered to the valley of red-hot steel and fire

We made the steel that built the cities with the sweat of our two hands

And I made my home in the American land

Chorus

The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis too

The Blacks, the Irish, the Italians, the Germans and the Jews

The Puerto Ricans, illegals, the Asians, Arabs miles from home

Come across the water with a fire down below

They died building the railroads, worked to bones and skin

They died in the fields and factories, names scattered in the wind

They died to get here a hundred years ago, they’re dyin’ now

The hands that built the country we’re all trying to keep down

Chorus

 

Ed eccone la traduzione (Bruce Springsteen Come un killer sotto il sole, Colombati, pag.135)

 

Cos’è questa terra chiamata America dove in tanti stanno andando?

Ci andrò ora che sono giovane; là mi raggiungerai, mia cara:

augurami buona fortuna, amore mio, ti manderò a prendere quando potrò

e costruiremo la nostra casa in terra americana.

Le donne, laggiù, vestono di seta e raso da capo a piedi,

i bambini, cara, e i dolci, ho sentito, crescono sugli alberi

e l’oro sgorga dai fiumi dritto nelle tue mani

se costruisci la tua casa in terra americana.

Ci sono diamanti sui marciapiedi, ci sono rigagnoli dritti come fusi

e, cara, ho sentito che la birra sgorga dai rubinetti tutta la notte

e che ci sono tesori a portata di mano per chiunque lavori sodo

e costruisca la propria casa in terra americana.

Sono sbarcato a Ellis Island in una città di guglie e luce

e ho riabbracciato il mio amore li nella valle di acciaio incandescente;

col nostro sudore e le nostre mani abbiamo fatto l’acciaio per erigere le città

e abbiamo costruito la nostra casa in terra americana.

Rit.

I McNicholas, i Posalski, gli Smith e anche gli Zirilli,

i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei

i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi lontani miglia da casa

hanno attraversato l’oceano col fuoco nel cuore

(hanno attraversato l’oceano, mille miglia da casa,

con le pance vuote ma col fuoco nel cuore: così nel booklet).

Sono morti costruendo le ferrovie, hanno lavorato fino a ridursi pelle e ossa,

sono morti nei campi e nelle fabbriche – i loro nomi dispersi nel vento.

Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono,

le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.

Rit.

Ciò che resta di un eroe

Ho fatto l’obiettore di coscienza, quindi non ho fatto il servizio militare: quando c’era l’anno di leva obbligatorio ero dell’idea che non fosse assolutamente corretto che uno stato obbligasse un giovane diciottenne a imparare come si usa un’arma. Non penso che il sistema corretto per alzare il livello di democrazia di uno stato sia quello della forza, ma penso anche che sia necessario confrontarsi su questo. Penso anche che a volte il dialogo con un regime totalitario sia difficoltoso se non impossibile. Insomma sono convinto che idee e pareri siano molto diversi. Quando però sento di un attentato in cui perde la vita un giovane soldato mi si stringe il cuore al pensiero di chi quel militare ha amato e che ora piange quella vita che non c’è più. Penso alle vittime delle guerre, di quelle combattute ufficialmente (con tanto di nome ridondante) e di quelle ufficiose ma molto più numerose, a tutte le vittime. E allora torna alla mente una delle primissime canzoni scritte da Fabrizio De André: “La ballata dell’eroe”.Senza titolo-2.jpg

E’ la storia di un soldato che parte per la guerra con l’intento di dare il suo aiuto (o il suo sangue, in un’altra versione) alla sua terra: è la stessa motivazione che sento ripetere spesso dai tanti amici che hanno scelta la professione militare, anzi la missione militare, come preferiscono dire loro. Dai superiori il soldato riceve, oltre a mostrine e stellette, il consiglio di vendere cara la pelle (attenzione: non di riportarla a casa…). Riceve l’ordine di andare avanti e commette l’errore di spingersi troppo lontano nella ricerca della verità: davanti agli occhi mi sono passate le vignette del fumetto “Logicomix”, laddove si parla della I guerra mondiale col tentativo da parte del filosofo Wittgenstein di vivere il suo essere umano stando il più possibile accanto alla morte (e concludendo “Spingete un uomo sull’orlo dell’abisso e … se riesce a non caderci dentro… diventerà un mistico o un pazzo… che forse sono la stessa cosa” pag. 256-7).

Dalla morte del soldato derivano due conseguenze.

La prima non riesce proprio a entrare nelle mie corde: la Patria ha un eroe in più da aggiungere alla propria gloria. Troppe sono le domande che si rincorrono nella mia mente: ne pongo solo tre. Che dire di tutti i morti sul lavoro e che lavorano nella società civile, tra mille rischi e accettando anche mille compromessi? Che dire dei soldati tornati dalle missioni con gravi malattie e neppure risarciti? E’ necessario cadere sul campo per dire che la vita è stata vissuta da eroi?

La seconda conseguenza è quella degli affetti, quella che stringe il cuore: quella della donna che amava il militare e che avrebbe preferito il soldato vivo all’eroe morto, di colei che avrebbe voluto avere accanto a sé, nel letto, colui che avrebbe potuto regalarle un caldo abbraccio piuttosto che la gloria di una medaglia alla memoria. E il cuore si stringe. 

Un po’ di chiarezza

Ozzy_Osbourne_-_Black_Sabbath.jpgSpulciando tra le riviste accumulate in questi mesi di trasloco, staccando i pezzi interessanti prima di gettare nell’apposito cassonetto differenziato la carta, mi è venuto in mano un pezzo-intervista su Ozzy Osbourne preso sempre da XL di giugno:

«Diggin’ Me Down potrebbe essere tranquillamente definita blasfema. “Non credo”, si oppone Ozzy, con gli occhi roteanti dietro gli occhialini tondi. “Mi chiedo solo: ma quanto male deve esserci nel mondo perché arrivi Dio a salvarci? Cosa deve succedere ancora?”. Il principe delle tenebre non crede in Dio. Ci mancherebbe. Ma prega sempre prima di un concerto: “Lo faccio perché penso: ‘Adesso vado là fuori e qualcosa va storto e la gente mi fischia’. La preghiera mi tranquillizza”. Satana con il rosario in mano.»

E allora associando questo pezzo a quello su Mika da poco postatomi chiedo: ma non è che devono fare un po’ di chiarezza dentro di sé? Cosa significa pregare? Messo in questa maniera mi ricorda tanto la grattata data alla cartolina anti-sfiga di Lupo Alberto prima dei compiti in classe al liceo…

La fede di Mika

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Dal mese di settembre Mika tiene una rubrica su XL. Nel numero di ottobre è comparso un articolo dal titolo “Ho fede, ma il mio dio è tollerante. E accoglie”. Nel pezzo scrive di un rituale che compie prima di ogni concerto e all’interno del quale è compresa anche la recitazione di quattro Padre Nostro, scrive delle proprie origini melchite, dell’attrazione che prova per le chiese e del suo essere a favore della fede ma contro la religione. Posto qui sotto l’articolo originale in inglese (a chi me lo chiede lo mando pure in italiano, ma insegnando in un linguistico…)

Before going on stage I have a ritual. Its normal – most singers do. I put on my show trousers and shoes, take off my T-shirt, brush my teeth, chew on a piece of fresh ginger dipped in honey and say a prayer. Every part of my pre-show ritual is as important as the other. The prayer, however, consists of four ‘Our Father’s and a couple lines on each element of my show.
After a year and a half of touring around the world, I asked myself at my final show in Warsaw, why I could not do a performance without this routine and in particular, without the prayer – especially as I am not normally religious. Perhaps the ceremony focuses me and also gives me confidence. But more than anything, this is just a habit which has its roots in childhood.
I was born a Melkite. It is a version of Christianity from Lebanon that has traces of Greek Orthodoxy but follows the Pope and the Vatican. From the age of eight I was educated in Catholic schools. This was not a conscious decision by my parents but a happy accident. I was expelled from the French state school I went to, and ended up at a small private school for boys, which we lived next door to. Religious history and ethics were drummed into us every day and religious music was the first serious singing I did.
Today I find myself with a contradictory opinion on the Roman Catholic Church and religion. I hate so much about it yet cannot get away from it. Religion has given me a code of ethics and an ability to embrace spirituality. Whenever I see a church I am attracted to it. I step inside and love the escape and detachment I feel within those walls. As an institution, it has never felt more detached from the world we live in. I seek refuge in their buildings, I say prayers, I believe in God, but my God is tolerant and inclusive.
At my school we had a close association with the Roman Catholic Brompton Oratory. We knew many of the priests, had confession and lessons with them. It was a general assumption among the boys that quite a few of our priests were probably gay. We had no issues with this. But for me, as an eight year old boy, I started to feel like the Church was used as a hiding place, that homosexuality was wrong, and that repression was encouraged.
I quickly realised this was rubbish. I had the luck to have life and family teach me so. All organized religions need infrastructure, money and have political influence. But in the world we live in today, when power and influence can be found at the click of a computer keyboard, the religious organizations feel more out of touch than ever. Gold crosses and wealth do not impress and are irrelevant when compared to the most important things that faith can offer. Bin the gold cross and get a wooden one. Let the Church impress with an open heart and not a heavy wallet.
It is an organization, it has good and bad and we must be brave enough to take what we like and not have them impose what we do not believe in. The Church is in crisis. Its scandals are being made public and its faults are more evident than ever. In order to survive it must welcome back with open arms the people that it has driven away. I am 27, I am pro choice, pro contraception, pro gay union, pro tolerance, and most of all pro faith if not religion.

Una felicità essenziale

federicozampaglione.jpgIl 26 ottobre esce il nuovo album dei Tiromancino, di cui gira già da un po’ il nuovo singolo L’essenziale (video ufficiale qui). In un’intervista presente nel numero di ottobre di XL Federico Zampaglione racconta di essere stato da adolescente un fan di Iron Maiden, Judas Priest, Cream. Riguardo al singolo guida del nuovo album afferma: “Nell’epoca in cui viviamo si cerca sempre di ottenere e di raggiungere di più, inseguendo mete che poi alla fine si rivelano inutili. Non serve a un cazzo correre, è solo un affanno: quello che serve veramente, quello che ti fa alzare la mattina e che ti fa sentire una persona che sta nelposto giusto è l’essenziale. Una donna, un volto, una casa di campagna, qualsiasi cosa sia, è importante che tu la viva sapendo che è tutto ciò che ti serve per vivere ed essere contento di te stesso… …calmati e guardati intorno, accorgiti di quello che ami, quelle poche cose che vanno protette e difese, con cura e amore, da tutto il rumore e il casino che ti gira intorno”. In terza stiamo parlando di valori e in quarta a breve di felicità: penso che l’essenzialità si leghi bene a entrambi 🙂

Alla riscoperta di Nina Hagen

Il 13 agosto 2010 su L’Espresso è uscito questo pezzo di Giancarlo Riccio. Sotto posto pure un video

Nina Hagen? Eccola di nuovo ‘unterwegs’. O, se si preferisce, on the road, visto che il nuovo album, ‘Personal Jesus’, che uscirà a settembre in Italia, è cantato in inglese. Per lei – la più popolare rockeuse tedesca, 55 anni compiuti qualche mese fa, protagonista della scena punk berlinese dopo un’infanzia trascorsa a Berlino Est sotto le ali del patrigno Wolf Biermann, cantautore dissidente – il 2010 è l’anno del grande ritorno. In tour fino a ottobre (in quasi tutta Europa, inseguita dalla delusione dei fans italiani, costretti a rincorrerla tra la Germania e la Spagna e poi a Budapest, alla Cité de la Musique di Parigi e a Praga), Nina Hagen resta quella icona del rock che ha ammaliato Wim Wenders e Pedro Almodóvar, disorientato l’apparato musicale di una città disincantata e sempre più aperta come Berlino, fino a costruire la leggenda della bad girl che negli anni Ottanta si masturbava in tv, faceva le linguacce ai politici, ma scriveva anche canzoni neoromantiche come ‘Lacrime della natura’ dove ‘nuvole passero svolazzano nel cielo’. Provocatoria, iconoclasta, la Hagen è stata prima la regina della rockszene di una metropoli divisa in due dal Muro, poi è fuggita negli Usa. In California ha cantato, scoperto il gusto di fare l’attrice come pure la madre (a Los Angeles, nell’81, ha avuto la prima figlia, Cosma Shiva, con il chitarrista olandese Ferdinand Karmelk). Poi, tornata in Europa, ma non in Germania, ha attraversato a Ibiza le notti maudit di allora e lì è nato vent’anni fa il secondogenito Otis, somigliantissimo al padre, l’attore Franck Chevallier. Infine, interprete delle storiche ‘Auf Bahnhof Zoo’, ‘Der Spinner’ e ‘Superboy’, è tornata in Germania. Ha informato il pubblico di essere diventata cristiana, di non provare ‘più gusto nel fare l’amore’, e ha confermato, come aveva confidato alla stampa popolare anni fa, che ‘la prima volta è stata a 13 anni’. Nella casa di amici berlinesi, la Hagen – capelli nerissimi, trucco pesante e occhiali scuri – ha incontrato ‘L’espresso’, ma prima di parlare di musica, dice di non sopportare Angela Merkel. E da lì vuole cominciare la conversazione, a riprova che è ancora una donna impegnata come lo era da ragazzina nella Ddr.

Perché tanta insofferenza nei confronti di una cancelliera, donna come lei, venuta dall’Est come lei?

‘Perché la Merkel è come George Bush: una politica che sostiene di essere cristiana, ma mente. Perché una vera cristiana non manderebbe soldati in guerra (le truppe tedesche sono di stanza in Afghanistan, ndr.), non avvallerebbe la costruzione di nuove centrali nucleari. Ma poi lei è solo un ingranaggio del sistema che governa il mondo e che rischia di portarlo alla distruzione. Le lobbies di industrie pericolose minacciano il nostro creato e la natura che ci è stata invece regalata da Dio. Dobbiamo costringere i potenti a cambiare politica, soprattutto verso l’ambiente e per questo abbiamo ancora moltissimo da fare. Ed è chiaro che dobbiamo salvaguardare tutto ciò che è stato creato e diventare una umanità nuova, capace di convivere in pace. Ma in fondo, io sono solo una cantante’.

E allora parliamo di lei, della sua musica, delle parole che scrive. È di nuovo in tour, come ai tempi dei concerti berlinesi e poi di quelli negli States. Con il suo pubblico è cambiato qualcosa in 30 anni?

‘No. Mi riconoscono i vecchi fans, come mi scoprono i coetanei dei miei figli. I miei concerti sono anche narrazioni, ricordi, citazioni dal mio passato. Dal vivo non mi sono mai risparmiata, anche se i miei collaboratori provano a tenermi a freno, ogni tanto. Ma io non ci riesco: perché cantare dal vivo mi dà quella emozione anche fisica alla quale non riesco a rinunciare. Neanche pensando a come mi sentirò dopo nel backstage. Stordita: ma, mi creda, felice’.

Si ritrova addosso energia sufficiente, anche se non è più giovanissima?

‘Io non sono per niente stanca. Anzi. Mi sento più giovane di almeno vent’anni. Vede, per molti anni mi sono occupata principalmente di miei figli. Facevo la mamma, e ne sono contenta. Ora, ambedue sono adulti e fuori di casa. E io posso di nuovo dedicarmi alla mia professione con lo slancio necessario’.

Infatti, finalmente c’è un suo nuovo disco, ‘Personal Jesus’, con il brano guida che non è propriamente una cover dei Depeche Mode. Che cosa significa per lei?

‘Erano un desiderio del cuore e una preghiera del cuore che si sono realizzati. Ho risparmiato molto per questa produzione,visto che non avevo una casa discografica. L’ho trovata solo quando avevo finito di registrare l’album’.

Lei qui canta in inglese. Perché? E che cosa rappresenta invece la lingua tedesca per la sua musica?

‘Questo disco è un omaggio al mio Creatore, all’autore della mia vita Gesù Cristo e a tutti gli uomini che hanno espresso nella musica gospel la buona novella dell’amore per il prossimo e della vita eterna. Per quanto riguarda la lingua, durante i miei concerti propongo musica rock in tedesco e suono brani sia vecchi che canzoni nuove, sempre in tedesco’.

Rock e ballate: qual è il suo nuovo stile?

‘Non ho nessun nuovo stile. Io sono musicista e cantante e ho abbracciato le radici del gospel americano delle origini e la musica rock per tutta la vita. Riascolti i miei dischi di quando avevo 18 anni: vi troverà già molte canzoni gospel, come ad esempio i ‘Mahalia Jackson-Hits’: ‘Right on time’ , ‘Gonna live the life’ , ‘Hold me … Ave Maria’, ‘Spirit in the sky’. E poi, se prende i miei storici brani come ‘Naturträne’, ‘African Reggae’ e ‘Superboy’, è possibile già individuare alcune mie esperienze successive’.

Alcuni critici dicono che lei canta ‘My Way’ meglio di Frank Sinatra. Che cosa ne pensa?

‘Che hanno ragione, no? Seriamente: non credo che abbia senso mettere a confronto artisti diversi. La voce di Frank è esattamente unica come la mia’.

Lei è anche attrice e performer. In quale parte del mondo ha raggiunto il successo maggiore?

‘Nella patria dell’anima. Non è un luogo geografico’. 

Scrive più volentieri la musica o i testi delle sue canzoni?

‘Io amo le canzoni che la gente possa cantare’.

Si è fatta battezzare un anno fa. Che significato ha avuto per lei?

‘Si è trattato di un battesimo meraviglioso. Io ero stata per tutta la vita una cristiana e una seguace di Gesù. Ma ero stata anche per anni una ospite e poi una adepta di una setta induista con un guru che aveva cercato di farmi dimenticare Gesù. Non c’è riuscito, ma le ha provate tutte: persino sacrifici di animali in nome di Dio. Davvero terribile. Ma quando sono riuscita a conoscere le pagine negative e oscure di questo guru, ho avuto la fortuna di incontrare cristiani che mi hanno fatto ritornare alla mia vera fede’.

Insiste nel dire che ama Dio. Perché lo ama?

‘Perché lo conosco. O meglio, mi sono presto resa conto che per trovarlo avrei per prima cosa dovuto fare la sua conoscenza. Dio si è continuamente manifestato nella mia vita. Io sono sua figlia e lo sarò per sempre. È stato lui che mi ha amato per primo’.

È vero che lei vuole cantare per papa Ratzinger?

‘Sì. Io canto per papi e poliziotti, per politici e professori, idraulici e mezzani, principesse e ciarlatani, principi e pionieri, spacconi e chi non lo è. Per tutti’.

Torniamo al suo passato. È nata nella Germania dell’Est. A 17 anni è diventata famosa con la canzone ‘Hai dimenticato di prendere il rullino a colori’ in cui parlava del grigiore della Ddr…

‘Ho lasciato l’Est grazie a Wolf Bierman (dissidente, scrittore, cantante, ndr.), mio padre adottivo, nel 1976. Nella vecchia Ddr, quando ero ragazzina, la gente si incontrava segretamente nelle chiese e lì cercava di fare cose proibite dal regime. Si pregava per la libertà, si proponevano piani per costruire un futuro libero, si cantavano canzoni vietate. Insomma, tanta solidarietà. Poi arrivò la svolta, le manifestazioni di massa e le preghiere che il Muro cadesse, spontaneamente, senza premeditazione’.

E quando il Muro cadde nel novembre 1989?

‘Quel giorno io stavo cantando a Francoforte. Non appena abbiamo saputo del Muro, abbiamo cambiato i nostri piani e siamo partiti di notte per Berlino per esserci: per partecipare alla grande festa della riunificazione’.

Che opinione ha della scena rock berlinese?

‘Molto vivace. Io la amo’.

Lei è una artista poliedrica: teatro, arte, video, musica, cinema. Che cosa preferisce?

‘Tutto. Davvero tutto’.

Ognuno di noi ha bisogno di un ‘Personal Jesus’?

‘Sì. È costruire giorno per giorno un rapporto personale con il nostro Creatore’.

 

Il Gesù di Nada

A giugno ho assistito a una puntata di Matrix in cui le protagoniste del concerto Amiche per l’Abruzzo tutto al femminile tenutosi nel 2009 a Milano presentavano l’uscita del doppio dvd di tale avvenimento. Qualche giorno dopo ho acquistato il dvd e uno dei pezzi che mi ha colpito di più è stato “Ma che freddo fa” cantato da Nada e arrangiato magnificamente da Carmen Consoli (basso e cori), Paola Turci (chitarra e cori) e Marina Rei (batteria e cori). E’ letteralmente venuto giù San Siro (trovate il video su youtube). Mi sono messo allora alla ricerca di qualche notizia in più su Nada, un nome ancorato più alla mia memoria dei Festivalbar da piccolino che non al mio percorso da musicovoro. E in mezzo ai suoi testi ho trovato il pezzo “Gesù”, tratto dall’album “L’amore è fortissimo il corpo no” del 2001. Qui posto il video e faccio una premessa: il video è tostino, con immagini piuttosto violente che fanno riferimento in gran parte agli avvenimenti del G8 di Genova del luglio 2001. In nessuna delle interviste che ho potuto recuperare ho trovato una dichiarazione di Nada in cui dicesse di paragonare Carlo Giuliani (il ragazzo morto in quei giorni) a Gesù. In un’intervista del Corriere della Sera la cantante rivelava “Mentre incidevo l’album sono scoppiati i disordini a Genova, io guardavo quelle immagini raccapriccianti e le legavo a questa canzone”.

In un’intervista di Paola De Simone tratta da http://www.rockol.it/musicaitaliana.com/interviste/nada.html si legge:

Non passa inosservata la prima traccia, nella quale parli di Gesù e lo immagini reincarnato nella nostra epoca. Insolito per un’artista che ha ammesso di non essere credente, non trovi? Sì, é vero. Quella di Gesù é però una storia affascinante, bellissima, piena di mistero, che può dare spunto a molte interpretazioni. Io non sono una che ha fede nel senso religioso del termine, comunque ho una mia religiosità, una mia spiritualità, perché altrimenti non si potrebbe vivere, credo. Quando ho scritto “Gesù”, però, anch’io mi sono sorpresa effettivamente, perché quando scrivi non sai mai dove arriverai. Non volevo scrivere una canzone su Gesù o comunque con qualcosa che avesse a che fare con la sua figura, mi é semplicemente uscito fuori.

Evidentemente sono cose che avevi dentro? Sicuramente sì. Il bello di scrivere é che spesso é come se un po’ scoprissi anche te stessa, in un certo senso, perché vengono fuori cose che ti sorprendono, che però fanno parte di te, del tuo carattere, della tua vita. Insomma se vai a vedere bene, un senso c’é.

Secondo te, quindi, se vivesse oggi Gesù sarebbe ugualmente emarginato? Quello di cui parlo io é un Gesù molto umano, che si muove in questo mondo dove non ha più punti di riferimento, dove si perde, dove ha delle idee diverse e per questo viene emarginato e combattuto e addirittura fatto fuori, nell’indifferenza generale anche di chi non dovrebbe essere indifferente, perché é anche lui un Gesù.

Specchio di un’epoca difficile? Sì, stiamo vivendo effettivamente un momento difficile, e quando si scrive le ispirazioni si prendono anche dai momenti che si vivono, dalle cose che si hanno intorno. Mi rendo conto che questa cosa é molto dura, diretta, cruda, però é anche molto vera.

E in effetti il testo parla di un Gesù perso in mezzo alla strada, diretto alla stazione (poi lo troveremo in metropolitana: il messia itinerante è rimasto…), sta male e vuole andare in ospedale ma non trova indicazioni. Gesù trascina il suo stesso corpo ferito nell’indifferenza generale, sembra che ancora una volta non ci sia posto per lui nel mondo (“non c’era posto per loro nell’albergo” Lc 2,7). La nuova venuta di Gesù lascia delle tracce: sono tracce impresse nel suo stesso sangue, sangue che però schizza intorno calpestato dallo scalpiccio della gente che se ne va. La reazione di Nada non è quella della fuga, ma di chi resta lì, si copre gli occhi per non vedere la morte e la sofferenza, ma resta lì. Il desiderio è quello di pregare, ma le sicurezze, le certezze, i punti di riferimento sono saltati: chi pregare? (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mt 27,46). E poi, alla quarta fermata della metropolitana qualcuno spara a Gesù, uno squarcio nella testa che non gli permette di ricordare. Eppure, canta Nada, “nel cuore lui sapeva” (“Ma tu desideri che la verità risieda nell’intimo: insegnami dunque la sapienza nel segreto del cuore.” Sal 51,6″). E’ un Gesù che non ricorda, che non capisce, che questa volta non ce la fa a portare il suo stesso corpo ma viene trascinato da altre persone tra l’indifferenza. Nada, ancora coprendosi gli occhi per non vedere (“beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” Gv 20,29), si chiede ancora chi pregare eppure Gesù nel suo cuore sa (“Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” Mt 26,42).

Questioni di dialogo

FATHER & SON (Dall’album “Tea for the tillerman”, Cat Stevens)

Questa vecchia canzone sta ormai attraversando le generazioni, grazie anche a una versione remix che l’ha fatta conoscere anche a persone più giovani; parla del difficile dialogo tra un padre e il proprio figlio.

cat-stevens.jpgNella I, II e IV strofa è il genitore a parlare, a invitare il figlio a prendere le cose con calma, a non avere premura, a non affrettare i propri passi. Riconosce che non è facile “rimanere calmi quando hai trovato qualcosa che funziona”, tuttavia mette in guardia il figlio e lo fa con una frase molto interessante: “per te sarà ancora qui il domani, ma forse non i tuoi sogni”.

E’ una frase bella e che potrebbe  piacere pure al figlio: invita a conservare i sogni, a mantenerli in vita. Fa paura l’ipotesi di un domani senza sogni, senza quei pensieri belli e carichi di aspettative di cui soprattutto i figli sono capaci. Sono parole che vanno in controtendenza rispetto a un mondo che ci fa fare ogni giorno i conti con la realtà e ci dice continuamente di stare con i piedi per terra.

Al padre risponde il figlio, un figlio arrabbiato che usa parole cariche di astio e rancore. Non entro nella dinamica del rapporto tra i due, ma osservo semplicemente ciò che il ragazzo lamenta. Non si è sentito ascoltato; ha provato a spiegare, ma ha poi concluso che era meglio tenere tutto dentro (ma è la soluzione giusta…?). Ha infine scoperto l’esistenza di una sua strada e ha deciso che è venuto il tempo di andarsene: “Dal momento in cui potevo parlare, mi fu ordinato di ascoltare. Ora c’è una strada e so che devo andarmene”.

E allora, sulla spinta di questa canzone potremmo interrogarci sul rapporto genitori-figli, sulla necessità ma anche sulla difficoltà di dialogo. E pure sul rapporto giovani-adulti, sulla ricerca del loro riconoscimento reciproco: a tal proposito un esempio biblico. Gesù, da ragazzino, si ferma a parlare nel tempio con i dottori della legge e questi si stupiscono per la sua arguzia e la sua intelligenza. Se lui non si fosse posto in tal maniera, non sarebbe stato ascoltato. E’ allora necessario, a mio avviso, chiedersi se si debba arrivare a questo: devo obbligare l’altro a venire sul mio piano per rendere possibile il dialogo? Devo costringere i giovani alla seriosità per parlare agli adulti? Devo costringere mamma e papà ad ascoltare i 50 cent o i Coldplay per riuscire a interagire con i figli? Devo costringere i giovani all’alfabeto ecclesiastico per parlare di Dio? Devo costringere la Chiesa agli slang per parlare ai giovani? Dove si possono incontrare?

 

Father

It’s not time to make a change,

Just relax, take it easy.

You’re still young, that’s your fault,

There’s so much you have to know.

Find a girl, settle down,

If you want you can marry.

Look at me, I am old, but I’m happy.

I was once like you are now, and I know that it’s not easy,

To be calm when you’ve found something going on.

But take your time, think a lot,

Why, think of everything you’ve got.

For you will still be here tomorrow, but your dreams may not.

 

Son

How can I try to explain, when I do he turns away again.

It’s always been the same, same old story.

From the moment I could talk I was ordered to listen.

Now there’s a way and I know that I have to go away.

I know I have to go.

 

Father

It’s not time to make a change,

Just sit down, take it slowly.

You’re still young, that’s your fault,

There’s so much you have to go through.

Find a girl, settle down,

if you want you can marry.

Look at me, I am old, but I’m happy.

 

Son

All the times that I cried, keeping all the things I knew inside,

It’s hard, but it’s harder to ignore it.

If they were right, I’d agree, but it’s them you know not me.

Now there’s a way and I know that I have to go away.

I know I have to go.

 

Carne e fiato

SEI NELL’ANIMA (dall’album “Grazie”, Gianna Nannini)

Propongo una canzone che personalmente considero un capolavoro: parla di un rapporto finito, con la decisione da parte della cantante (o di chi parla in prima persona) di chiudere definitivamente la porta su questa relazione:

“Vado punto e a capo cosìgiannan.jpg

Spegnerò le luci e da qui

Sparirai

Pochi attimi

Oltre questa nebbia

Oltre il temporale

C’è una notte lunga e limpida,

Finirà”.

La decisione è presa, pur nella consapevolezza che sarà difficile andare avanti, sarà come attraversare una notte, una nebbia, un temporale: è l’unico modo di cancellare l’altro, di farlo sparire, di spegnere le luci. La sensazione è quella di una lotta della ragione contro il cuore e pare che sia proprio la prima ad avere la meglio. D’altronde noi di questo rapporto non sappiamo nulla, non possiamo tifare per nessuno, non sappiamo se sia il caso di dare spazio ai sentimenti o alla volontà. Ma…, sì, c’è un ma: prima del ritornello la Nannini canta:

“Ma è la tenerezza

Che ci fa paura”.

E qui, a mio avviso, c’è una provocazione utile: “siamo ancora capaci di tenerezza?” “Sì, certo”, è solitamente la risposta. Ma forse questa certezza risponde a un’altra domanda, leggermente diversa nella forma ma completamente diversa nel contenuto: “abbiamo bisogno di tenerezza?” Non sto parlando della tenerezza intesa come romanticismo mieloso e appiccicaticcio, ma nel senso così ben reso dalle parole di Henri Nouwen

“A volte immagino che il mio intimo

sia come un posto irto di aghi e di spilli.

Come accogliere qualcuno

se non vi può riposare pienamente?

Un cuore agitato di preoccupazioni,

di rabbia e di gelosie

causa delle ferite a chi vi entra.

Devo creare in me una zona libera

per poter invitare gli altri

ad entrare e guarire…

Ciò significa una interiorità dolce,

un cuore di carne e non di pietra,

uno spazio dove si può camminare

a piedi nudi.”

Penso che la sete di questa tenerezza sia enorme; è tuttavia necessario comprendere che tale sete può essere estinta solo dissetando altre persone con lo stesso tipo di sostanza. La tenerezza può essere costruita, ma può essere edificata solo insieme, altrimenti può essere fraintesa o vissuta soltanto da uno dei due. E quando si è innamorati, e magari alle prime esperienze, non è così facile rendersi conto di chi sta abusando della nostra tenerezza; si rischia di prendere delle scottature che poi raffreddano quel calore che viene naturale quando ci si ama e che magari porta a una certa freddezza di sentimenti:

“Sei nell’anima

E lì ti lascio per sempre

Sospeso

Immobile

Fermo immagine

Un segno che non passa mai”.

Ma… sì, per fortuna, c’è un seconda ma: l’amore è una fonte inesauribile per dare sollievo a quella sete di cui dicevo prima.

“Lascio andare i giorni

Tra certezze e sbagli

E’ una strada stretta stretta

Fino a te

Quanta tenerezza

Non fa più paura”

E anche il ritornello cambia:

“Sei nell’anima

E lì ti lascio per sempre

Sei in ogni parte di me

Ti sento scendere (non più immobile fermo immagine, quindi)

Fra respiro e battito

Sei nell’anima

Sei nell’anima

In questo spazio indifeso (quel luogo in cui camminare a piedi nudi)

Inizia

Tutto con te

Non ci serve un perché”.

E Gianna Nannini conclude con una frase che, se voluta, è una vera chicca: “Siamo carne e fiato”. Non dice il solito carne e spirito o carne e anima, che potrebbe farci pensare a classici dualismi, ma carne e fiato: ora in ebraico spirito è “ruah”, che è appunto l’alito, il respiro, il fiato, la vita stessa (in punto di morte si esala l’ultimo respiro e si rende l’anima o lo spirito). Al rapporto, senza la presenza dell’amato, manca la carne, manca il fiato, manca la vita. Insieme diamo vita a un qualcosa, che è il nostro amore, e che senza di noi muore.

Un giardino di speranza

BIANCHI E NERI (dall’album “Ci penserà poi il computer”, Nomadi)

La canzone ha 25 anni e non è di certo una di quelle più conosciute del complesso di Novellara: non molto frequenti sono le sue esecuzioni ai concerti. Qui metto un video con Augusto. Il testo è molto semplice e racconta la vicenda di un uomo che in mezzo a un mondo di violenze e odio che contrappone fratello a fratello coltiva un giardino di speranza. L’uomo è interessato al bene delle persone al di là delle loro idee e posizioni, al di là dei loro colori, qui rappresentati, penso metaforicamente, dai bianchi e dai neri.

Così un giorno aiuta un nero moribondo e si attira le antipatie dei bianchi, mentre in un’altra occasione soccorre un bianco e suscita l’odio dei neri. Accade così che una notte, mentre sta camminando in cima ad una collina che divide le due valli dei bianchi e dei neri, l’uomo viene colpito contemporaneamente dalle due fazioni. I due gruppi festeggiano la morte del traditore, senza però rendersi conto che in realtà non è un uomo ad essere scomparso, ma la pietà.
Ora, proprio prendendo spunto da questa canzone, penso possa essere utile riflettere sul legame che può esserci tra pietà e missionarietà. Innanzitutto un chiarimento sul termine pietà, che troppe spesso diventa sinonimo di commiserazione superficiale: per spiegarmi uso la lingua friulana. Uno dei vocaboli per tradurre pietà è “dûl”, una situazione “mi fâs dûl”; ma noi friulani diciamo anche “mi dûl al cûr”, mi fa male il cuore, un dolore fisico che coinvolge tutta la persona e che non può che portare all’azione. Pertanto la pietà non va intesa come una estatica contemplazione dei mali del mondo, lontana dall’agire, dallo sporcarsi le mani, dalla compromissione, tutt’altro. La vera pietà porta alla decisione di agire, di darsi da fare per cercare di dare sollievo, magari nel piccolo, a chi sta soffrendo.
Inoltre penso che pietà sia anche muoversi con delicatezza, non intesa come scarsa determinazione, ma come attenzione a tutte le posizioni, sensibilità e diplomazia, nella convinzione che tutta la verità non è mai da una parte sola.
Concludo tornando all’origine della missionarietà: la decisione di agire. Mi viene alla mente lo splendido brano di Barricco, quando Novecento, il pianista che non era mai sceso dalla nave su cui suonava, è fermo in cima alla scaletta, indeciso se scendere o stare.
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n’erano a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n’è
Non avete mai paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E un viaggio troppo lungo. E una donna troppo bella. E un profumo troppo forte. E una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.”
Penso sia ora di scendere dalla scaletta…


 

Il dono del cervo

Cosa c’entra una canzone che può essere intesa come una presa di posizione contro la caccia con l’argomento della religiosità? Il brano “Il dono del cervo” di Angelo Branduardi racconta la storia di un cervo che incontra un cacciatore e gli dice «Aspetta, non tirare, perché io sto per morire e ti regalo sette pezzi del mio corpo, così per sette volte rivivrò». Probabilmente, adesso, la nostra è la stessa impressione che ebbe Angelo Branduardi quando, alla fine di un suo concerto a L’Aquila, venne avvicinato da una suora: «Complimenti per la canzone sulla risurrezione». Branduardi tentò di spiegare che forse la suora stava sbagliando cantante, ma ella intendeva proprio la canzone del cervo.

Tutta questa premessa mi serve per dire che molte esperienze, in particolare nell’ambito religioso e spirituale, sono significative per le persone che le vivono e la percezione di esse cambia molto da soggetto a soggetto. Un’esperienza positiva per un gruppo (che ne so, immaginiamo un ritiro spirituale), può essere molto meno positiva per un altro. Non solo; penso che oggi questa differenza percettiva scenda dal livello del gruppo al livello delle singole persone che compongono quel gruppo. Un gruppo funziona se le singole persone che lo formano si sentono soddisfatte da un punto di vista personale: insomma, il gruppo non copre, non risolve più le magagne personali, anzi tende a farle emergere e a lasciarne la soluzione alla persona o al massimo al coordinatore. Lo stesso accade anche nel gruppo-chiesa o comunità locale. L’esigenza primaria che deve essere soddisfatta, almeno a livello giovanile, penso sia quella del soddisfacimento personale: attenzione, non voglio ricoprire di un’accezione negativa il termine soddisfacimento. Voglio solo intendere che se qualche tempo fa la realizzazione del giovane era prima a livello di gruppo e poi a livello personale, ora ho la sensazione che avvenga l’esatto contrario: se manca il soddisfacimento personale, è molto difficile che ci sia una buona esperienza di socializzazione.
Ciò, a mio avviso, comporta vantaggi e svantaggi. Un indubbio vantaggio è che i giovani che stanno facendo una buona esperienza di fede siano convinti di quel che stanno vivendo, siano felici e che quindi riescano a trascinare amici e coetanei. Essi hanno spesso un ottimo rapporto con i loro animatori e anche con il prete (soprattutto se giovane, o meglio, se sa stare con i giovani) e vivono effettivamente bene la dimensione della parrocchia, sovente impegnandosi nei vari ambiti pratici e formativi. Chiaramente ciò comporta un rischio: nel momento della crisi del rapporto personale con l’educatore può andare in difficoltà tutto l’ambito della fede, segno di un modo di credere che ha ancora bisogno di radicarsi, che è ancora a un livello emotivo. Molti oggi cercano proprio l’esperienza emotivamente forte e coinvolgente (si pensi all’emozione suscitata dalla scomparsa di Giovanni Paolo II). Il rischio più grosso, però, secondo me lo corrono tutti quei giovani che non possono fare questi tipi di esperienze, perché magari vivono in piccole realtà o semplicemente perché, e capita, inutile nasconderlo, hanno incontrato le persone sbagliate che non hanno fatto scoprire la vera persona importante nella fede, che è quella di Cristo.
La scommessa per una pastorale giovanile parrocchiale e diocesana, è quella di riuscire a offrirsi in mille modi diversi, a incontrare ognuno dei ragazzi che desidera lasciarsi incontrare, a costruire e progettare mille strade diverse lungo le quali i giovani possano fare conoscenza con l’unico oggetto-soggetto di tale incontro: Cristo. Si tratta di fare un po’ come il cervo, che poi non è nient’altro che il seme che muore per dare frutto
“ed in dono allora
a te io offrirò
queste ampie corna
mio buon signore,
dalle mie orecchie
tu potrai bere,
un chiaro specchio
sarà per te il mio occhio,
con il mio pelo
pennelli ti farai.
E se la mia carne cibo ti sarà,
la mia pelle ti riscalderà,
e sarà il mio fegato
che coraggio ti darà.
E così sarà buon signore
che il corpo del tuo vecchio servo
sette volte darà frutto, sette volte fiorirà…”

Padre della notte

Una canzone che è una preghiera, non solo per il verso finale che se lo auspica (“Fa’ che questa mia canzone diventi una preghiera”), ma per tutto il contenuto e il tono delicato del brano. Il Dio invocato da Sergio Cammariere è quello della creazione e quello del Nuovo Testamento. E’ quello della creazione per i continui rimandi agli elementi naturali: “Padre della notte che voli insieme al vento”, “Padre della notte che le stelle fai brillare, tu che porti vento e sabbia dalle onde del mare”, “Padre della terra, Padre di ogni uomo, Padre della notte della musica e dei fiori, Padre dell’arcobaleno dei fulmini e dei tuoni”. Ed è anche quello del Nuovo Testamento, quello di Gesù, quello che viene percepito dall’uomo come un “Padre” affettuoso che si prende cura dei figli: “Tu che ascolti i nostri cuori, quando soli poi restiamo nel silenzio della notte, solo in Te noi confidiamo” (Salmo 71)

La richiesta del cantautore è quella della speranza, quella di un abbraccio e di uno sguardo affettuoso e caloroso nel momento in cui tutto si fa buio: “togli dal mio cuore la rabbia ed il tormento e fammi ritornare agli occhi di chi ho amato quando è poca la speranza che resta nel mio cuore”. Sembra paradossale, ma l’uomo sente il bisogno di continuare a sperare e sognare anche là dove sembrano non esserci possibilità, anche là dove tutto sembra vano: “Tu che accendi i nostri sogni e li mandi più lontano come barche nella notte che da terra salutiamo e fammi ritornare tra le braccia di chi ho amato quando è vana la speranza che resta nel mio cuore”. Insuccessi, delusioni e disillusioni a volte ci fanno vedere i nostri sogni non come delle prospettive o delle possibilità da realizzare proiettate nel futuro, ma come se fossero presenti negli specchi retrovisori della vita, o nel treno che ci parte davanti agli occhi mentre stiamo arrivando in stazione, o come barche viste dalla riva mentre si allontanano. “Dammi una pace limpida come un limpido amore” è la richiesta dell’uomo in preghiera. Ultimo suo appiglio resta quel Padre il cui mistero è ovunque, un ovunque che si colloca non solo nello spazio ma anche nel tempo: “dentro ogni secondo come in ogni giorno intero”. La possibile risposta dell’uomo si colloca all’interno di un dono fatto da Dio stesso, un dono che ha tutti i caratteri della naturalità: “Tu che hai dato a noi la fede come agli uccellini il volo”. E la fede trova risposta concreta nell’amore: “Fammi ritrovare un giorno l’amore che ho aspettato”.

 

Il nuovo The Niro

In prima, a inizio anno abbiamo parlato di solitudine. Ecco allora questa breve intervista rilasciata da The Niro a http://www.rockol.it e poi il suo video di presentazione del nuovo cd, il tutto in attesa dei testi…

Ha scelto come nome d’arte The Niro, e dopo l’Ep d’esordio “An ordinary man”, seguito dal primo album intitolato appunto “The Niro”, Davide Combusti (nato a Roma nel 1978,) ha dato alle stampe il suo nuovo disco di inediti, “Best wishes”, un album di undici brani introspettivi legati tra di loro da un unico filo conduttore: “A dire il vero mentre sceglievo i brani da inserire nel disco”, ha spiegato The Niro a Rockol, “non ho pensato di creare un concept album. E’ stato alla fine che, riascoltandolo, mi sono accorto che la solitudine era il sentimento che legava fra loro tutte le storie a cui ho dato voce in ‘Best wishes’. Ci sono alcune differenze sostanziali tra questo album e il precedente. Ci sono diversità nel messaggio, nelle tematiche… il primo parla di abbandono, è molto più struggente, c’era una malinconia di fondo. In questo invece viene dato spazio alla fase successiva dell’abbandono, la solitudine. Parlo di personaggi e di storie ma che in realtà sono maschere dei miei stati d’animo, descrivo una tematica priva di amore, dove i personaggi si trovano a combattere con la vita cercando un riscatto che non riescono ad ottenere”. Il disco è stato suonato quesi per interno dallo stesso The Niro, che per alcuni brani si è avvalso della collaborazione dei musicisti che lo accompagnano anche dal vivo: “Nel primo album avevo suonato quasi tutto io”, ha spiegato il cantautore, “mentre questa volta diciamo che ho suonato tutto io per tre quarti del disco, il minimo che posso accettare per considerarlo un prodotto mio. In fin dei conti nasco batterista, quindi mi viene spontaneo suonare tutto da me. Certo poi mi concentro molto sui testi, le tematiche per me sono fondamentali, non le lascerei mai in secondo piano. ‘Post atomic dawn’ è il brano che chiude il disco e che ho voluto anche rappresentare con la copertina del disco, che mi vede di spalle nel deserto, con una luce rossa. Mi sono immaginato un ragazzo che si sveglia dopo un’esplosione atomica e non sa dove andare, ma comincia a muoversi lo stesso seguendo qualcosa, che potrebbe essere, nel mio immaginario, il sole, anche se poi nel testo non l’ho scritto. Un altro brano particolare è ‘Circle’, dove parlo di possessività, di qualcuno che vuole controllare a tutti i costi le persone, senza accorgessi che è lui stesso poi all’interno di un cerchio ancora più grande, del quale non si rende conto. Un’altra cosa a cui presto molta attenzione è l’uso che faccio della mia voce. La utilizzo come fosse un vero e proprio strumento: a livello di costruzione delle canzoni ad un certo punto m’annoio e allora cerco di far qualcosa con la voce, per dare qualcosa in più al brano”

 

Getsemani

Posto il video in inglese e sottotitolato in spagnolo della scena del Getsemani presa da Jesus Christ Superstar. Più sotto la traduzione del duro testo

Voglio soltanto dire 
Se c’è un modo
Allontana da me questo calice poiché non voglio assaggiarne il veleno
Sentirne il bruciore, Io sono cambiato, non sono piu’ cosi’ sicuro 
Come quando abbiamo iniziato
Allora ero ispirato 
Adesso sono triste e stanco
Ascolta… Non c’è dubbio che ho superato ogni aspettativa
Ho tentato per tre anni, che sembrano trenta
Potresti chiedere altrettanto a qualsiasi altro uomo?
Ma se io muoio
Se vado fino in fondo e faccio quello che tu mi chiedi

Se lascio che mi odino, che mi colpiscano, che mi feriscano, che mi inchiodino al loro legno
Vorrei sapere, vorrei sapere mio Dio
Vorrei sapere, vorrei sapere mio Dio
Vorrei capire, vorrei capire mio Dio
Vorrei capire, vorrei capire mio Dio
Perché devo morire
Sarei notato più di quanto lo sono mai stato prima?
Le cose che ho detto e fatto avrebbero maggior peso?
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei capire, dovrei capire mio Signore
Dovrei capire, dovrei capire mio Signore
Se muoio quale sarà la mia ricompensa?
Se muoio quale sarà la mia ricompensa?
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore
Perché, perché dovrei morire?
Oh perché dovrei morire?
Puoi mostrarmi ora che non verrei ucciso invano?
Mostrami almeno un po’ della tua mente onnipresente
Mostrami che c’è un motivo per cui tu vuoi che io muoia
Sei anche troppo preciso sul dove e sul come,
Ma non altrettanto sul perché
Va bene, morirò!
Oh, oh guardami morire!
Vedi come, vedi come morirò!
Oh, guardami morire!

Allora ero ispirato
Adesso sono triste e stanco
Dopo tutto ho provato per tre anni che sembrano novanta
Perché allora ho paura di finire ciò che ho cominciato?
Ciò che hai cominciato tu, non io
Dio, la tua volontà Ã¨ dura
Ma sei tu che comandi il gioco
Berrò il tuo amaro calice, inchiodami alla tua croce e spezzami
Fammi sanguinare, battimi, uccidimi, prendimi adesso – prima che io cambi idea.

Il color indaco dei Baustelle

Il 26 marzo 2010 è uscito il nuovo album dei Baustelle “I mistici dell’Occidente”. Vi rimando alla rete per tutte le notizie correlate e tutte le possibili interviste. Desidero intanto soffermarmi sulla prima traccia “L’indaco”. Premetto che il brano non mi piace particolarmente: lo trovo piuttosto noioso, salvo l’impennata finale che mi ricorda un po’ i Jethro Tull con quel flauto. Il testo però mi ha colpito e lo trovo interessante. L’invito generale della canzone è quello a non angustiarsi per i vari motivi di dolore che possono affliggere l’uomo: dal semplice andarsene delle rondini, segno però del passare delle stagioni e dell’avvicinarsi dell’inverno, all’interrogarsi davanti all’enigma della morte rappresentata dal carro funebre. Non buttarsi giù, non soffrire più è l’auspicio dei Baustelle: lascia andare le rondini, lascia passare il carro funebre, c’è un azzurro oltre le nubi,  c’è forse un mare color indaco oltre lo stretto di Gibilterra… C’è un infinito oltre il finito?

indaco.jpg

Qui sotto il testo. Il brano è http://www.youtube.com/watch?v=puujNlHcInk

Non angosciarti più

che bisogno c’è

quando partono le rondini

lasciale andare

 

non domandare più

che ragione c’è

quando passa il carro funebre

fallo passare

 

e non buttarti giù

che in fin dei conti c’è

un azzurro che fa piangere

oltre le nubi

 

e non soffrire più

che in fondo forse c’è

al di là di Gibilterra

un indaco mare

Vissi d’arte… perché?

Quando le cose non vanno come noi vorremmo o non vanno bene proprio, vien spesso da chiedersi perché. A volte ci si ferma lì, alla domanda e non si cerca neppure la risposta. Altre volte si tira in ballo il caso, il destino, la sfiga. Altre volte ancora la nostra domanda scavalca l’umano e desidera interrogare il divino. Ci aveva provato anche Ligabue con una domanda banale (chi prende l’Inter?) e due esistenziali (dove mi porti? soprattutto perché?). Ma il perché l’uomo se lo pone fin dall’inizio dei tempi e allora vado all’indietro anche con la musica…

Siamo nel 1800 e la famosa cantante Floria Tosca viene ricattata dal barone Scarpia, capo delle guardie del papa: se ella non gli si concederà, il fidanzato di lei, il pittore Mario Cavarodossi, morirà. Tosca si rivolge allora a Dio, quasi a rimproverarlo, a ribellarsi: mi sono sempre comportata bene, non ho mai fatto male ad alcuno, ho aiutato chi era nella miseria, ho sempre pregato e messo fiori agli altari e ho abbellito il cielo col mio canto… perché ora, nel momento del dolore, Dio mi ringrazia così? Il brano “Vissi d’arte” è stato recentemente ripreso da Roberto Vecchioni quale prima traccia del cd “In Cantus”.

Vissi d’arte, vissi d’amore,

non feci mai male ad anima viva!

Con man furtiva

quante miserie conobbi, aiutai.

Sempre con fe’ sincera,

la mia preghiera

ai santi tabernacoli salì.

Sempre con fe’ sincera

diedi fiori agli altar.

Nell’ora del dolore

perché, perché Signore,

perché me ne rimuneri così?

Diedi gioielli

della Madonna al manto,

e diedi il canto

agli astri, al ciel, che ne ridean più belli.

Nell’ora del dolore,

perché, perché Signore,

perché me ne rimuneri così?

 

Mountain Goats e Dio

Prendo da http://www.ondarock.it/interviste/mountaingoats.htm l’intervista postata qui sotto

Mountain Goats. Il morso della realtà

intervista di Gabriele Benzing, Martino Buora

Ci vuole coraggio per guardare in faccia l’esperienza. Soprattutto quando la realtà sembra contraddire il desiderio. Quelle dei Mountain Goats sono da sempre canzoni coraggiose: affrontano la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più crudi. Sulla scia di “The Life Of The World To Come”, John Darnielle ci svela la stoffa delle sue canzoni, sempre tese a interrogare ogni circostanza per cercare di catturarne il significato, senza timore di paragonarsi con una possibilità di risposta. Un’occasione per andare alla riscoperta della fitta discografia di uno dei più brillanti autori di canzoni degli ultimi anni, dallo spartano fai da te degli anni Novanta fino alle più rifinite atmosfere degli album realizzati per la 4AD. Sempre all’insegna di un songwriting dallo spirito letterario e di una vibrante e incontenibile urgenza.

I tuoi primi dischi sono fatti di nudi bozzetti a base di voce e chitarra acustica. Hai mai creduto in una sorta di “estetica lo-fi” o si è trattato semplicemente di una questione di necessità?

Entrambe le cose, più o meno… Nel senso che non avevo a disposizione niente di più sofisticato di un registratore a cassette, ma la ragione per cui l’ho usato è che mi piaceva come suonava. Se non mi fosse piaciuto il suono, probabilmente non avrei continuato a registrare. L’estetica aveva un’attrattiva, ma non era la cosa principale, era più come una bella sorpresa.

Pensi che anche l’imperfezione possa essere usata come mezzo espressivo?

…Non proprio. Le imperfezioni vanno bene, ma quando si è in un certo senso consapevoli della propria imperfezione, vantandosi di mettere in mostra le imperfezioni, si tradisce lo scopo di tutto l’esercizio, capisci? Diciamo che le imperfezioni vanno bene in qualcosa perché portano un tocco umano, ma questo accade solo quando sono oneste. Se qualcuno semplicemente non si sta impegnando fino in fondo, non è affascinante, è stucchevole.

Qualche mese fa hai presentato al talk-show The Colbert Report il tuo ultimo disco, “The Life Of The World To Come”. Stephen Colbert ha battezzato la tua musica come “allegra desolazione”: che cosa ne pensi di questa definizione?

Sì, penso che fosse appropriata. Il punto delle storie che racconto è che c’è una sorta di orgoglio animale che puoi avere nelle circostanze della tua vita, non importa di che circostanze si tratti. Anche nella situazione peggiore, c’è qualcosa di divertente, o un raggio di luce, mi pare.

Nel tuo ultimo disco ogni brano trae ispirazione da un versetto biblico. Secondo te che cosa rende quelle parole capaci di parlare ancora oggi al cuore dell’uomo?

Oh wow, questa è una domanda complessa. Voglio dire, per la società occidentale, le storie contenute lì dentro sono il nostro immaginario collettivo; sono le storie che più o meno conosciamo tutti. È qualcosa di profondo; una storia condivisa è una valuta comune, un linguaggio comune. E poi c’è il modo in cui tutti noi abbiamo sentito quelle parole un sacco di volte; i protestanti dicono che la ripetizione è inutile, ma io sono cattolico e per me le parole ripetute hanno un vero potere e così una frase che hai ascoltato più e più volte assume un potere ipnotico e fondamentale. Ci sono moltissime ragioni per cui i versetti biblici conservano il loro potere, e lo aumentano persino.

In una recente intervista, hai detto che la maggior parte della gente della nostra generazione vuole dire di pensare con la propria testa, mentre a te interessa di più pensare con la testa di un altro e poter dire “Mi fido di te”. L’idea di fede che emerge da “The Life Of The World To Come” non è quella di un’illuminazione irrazionale, ma di un percorso che porta a fidarsi di qualcun altro. Da che cosa nasce per te questa concezione?

Penso che la fede sia questo: guardare fuori da sé stessi. E penso di avere appreso questa definizione dalla lettura che i primi padri della Chiesa hanno dato della vita di Cristo: una prospettiva di dono di sé, del sacrificio di sé per trovare l’unione con Dio. È necessariamente un percorso, penso, perché il primo istinto è quello di pensare di essere tu al primo posto tra le cose importanti della tua vita, giusto? Ma, come dico sempre, in realtà non ho fede. Cerco, ma alla fine sono un uomo moderno come il resto di noi. Voglio solo cercare di fare esperienza della fede, e cantare e riflettere su questo.

Pensi che i personaggi delle tue canzoni, con tutto il loro carico di contraddizioni e speranze, possano essere considerati in qualche modo dei testimoni della possibilità di vivere avendo fiducia in qualcuno o in qualcosa?

Sì, penso di sì. Penso che sia il motivo per cui racconto le loro storie; per vedere come ci si sente, per vedere come si sentono altre persone, per fare esperienza di questo sentimento.

Pensare alla “vita del mondo che verrà” potrebbe suonare consolatorio. Le tue canzoni, però, sono percorse dall’esigenza che di questa vita sia possibile fare esperienza qui e ora, nonostante la morte e il dolore…

In inglese sono le ultime parole del Credo che si recita al termine della Messa: “Credo nella resurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà”. In latino è semplicemente vitam aeternam, ma la frase inglese è piena di meraviglia e mistero per me.

Pensi che sia possibile trovare una positività anche nelle cicatrici del passato, come suggerisce “Genesis 3:23”?

Non ho una risposta chiara su questo! A volte sì, altre volte mi sento come se cercare di raccogliere qualcosa di buono da un passato malato fosse soltanto inutile. Penso sempre a questa domanda!

Nelle tue canzoni hai messo spesso a nudo i tuoi ricordi più intimi. C’è qualche brano che non riusciresti mai a suonare in pubblico o per te è comunque una sorta di esperienza catartica?

Sì, ce ne sono un paio. Semplicemente non li suono, e di solito non li pubblico nemmeno. Ci sono un sacco di canzoni che sono private e sono fatte per rimanere tali.

Che cosa occorre a una canzone per riuscire a raggiungerti in profondità?

La cosa principale sono delle buone liriche. Tutto il resto è secondario. Allo stesso tempo, però, stamattina ho ascoltato soprattutto rock strumentale e ci ho trovato moltissimo da apprezzare, per cui è difficile da dire. Una grande melodia può penetrare tanto profondamente quanto un buon testo. Ma quanti grandi autori di melodie ci sono in giro? È difficile trovarne.

Senti mai il bisogno di esprimerti in una forma letteraria più ampia della canzone, come un romanzo?

Sì, ne ho scritto uno che è stato pubblicato nel 2008 (“Master Of Reality”, ispirato all’omonimo album dei Black Sabbath, ndr) e sto lavorando a un altro.

Ci racconteresti qualcosa della tua collaborazione con un altro brillante songwriter come John Vanderslice? Avete trovato un terreno comune?

Oh sì, abbiamo lavorato insieme per anni, ma solo di recente abbiamo realizzato un disco come collaborazione (“Moon Colony Bloodbath”, pubblicato nel 2009, ndr). Abbiamo deciso che il modo migliore per registrarlo fosse assumere un produttore esterno e lasciarlo dirigere, così abbiamo preso come produttore Chris Stamey (dei dB’s). È stato un piacere!

Nella scena musicale attuale c’è ancora spazio per un songwriter nel senso più classico del termine?

Sai, non riesco proprio a pensarci… Pensare troppo alle “scene” e cose simili, ai songwriter classici contro quelli moderni o quello che è, sono cose che non fanno per me. Posso solo fare quello che faccio. Se stessi a pensare alle scene, allora starei spendendo la mia energia creativa nei posti sbagliati.

Nei tuoi versi si trovano spesso riferimenti al cinema horror. Che cosa occorre secondo te a un film dell’orrore per essere davvero spaventoso? Se fossi uno sceneggiatore, quale sarebbe la trama del tuo film horror?

Ci deve essere qualcosa di insensato perché un film horror funzioni, qualche punto in cui la logica semplicemente smetta di operare. Oltre a questo, l’elemento più importante è l’atmosfera. Ogni cosa in un film horror è secondaria rispetto all’atmosfera, che deve essere costantemente inquietante per gli spettatori. Penso che, se ne scrivessi uno, vorrei realizzare un film come “La casa dalle finestre che ridono” (cult horror italiano diretto da Pupi Avati nel 1976, ndr). Un film che si sviluppa molto lentamente e che è fatto al 100% di atmosfera, con un sanguinoso momento di rivelazione nel finale.

Alla fiera di Pasqua

Penso che moltissimi abbiano ascoltato o canticchiato una volta nella loro vita la filastrocca “Alla fiera dell’est” di Angelo Branduardi. Ebbene, ecco cosa ho trovato su internet.

 

Da http://www.branduardi.info/innisfree/alla_fiera_dell_est.htm

Il canto originale scaturisce dall’antichissima tradizione della cena per la Pasqua ebraica, in cui si celebra il miracolo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Al termine della lettura del libro della Narrazione della Pasqua, interrotta secondo tradizione dalla cena pasquale dopo aver mangiato l’ultimo pezzo di pane azzimo (rappresentante il pane dell’afflizione assaporato nel Deserto), si intonano le 10 strofe di questo bellissimo canto. Nella versione originale, però, non si parla di un topolino, ma di un capretto. Il canto, come tutto il testo della Narrazione, cela una quantità di significati profondi

1.        Un capretto, un capretto che mio padre comprò per due soldi. 

Nella tradizione ebraica il padre di cui si parla nel canto rappresenta il dio di Abramo, che prima della creazione era solo con sé stesso. Il capretto è lo stesso Abramo, comprato per due soldi: acquistare qualcosa implica l’attribuire al denaro lo stesso valore di ciò che vogliamo acquisire. I due soldi (monete d’oro) rappresentano l’intera creazione (cielo e terra), che vale esattamente quanto Abramo, il primo uomo a riconoscere l’opera del Creatore.

2.        E venne il gatto, che mangiò il capretto, che mio padre comprò per due soldi.

Il gatto (una specie di gatto selvatico) rappresenta il secondo regno, quello di Babilonia, sotto il re Nimrod. Il re, che odiava il Creatore e il suo messaggero Abramo, venne e mangiò il capretto. Secondo la tradizione ebraica, infatti, Abramo fu gettato in una fornace ardente, da cui uscì però miracolosamente.

3.        E venne il cane, che morse il gatto, che…

Il cane simboleggia il terzo regno, quello del faraone, che morse il ‘gatto’ di Babilonia. «Un cane», insegna la tradizione ebraica, «ritorna sui propri escrementi, così come un pazzo alla propria follia». Proprio come il faraone che, a dispetto delle piaghe citate nel libro dell’Esodo continuava a rifiutare la libertà al popolo ebraico. L’Egitto superò Babilonia nella potenza senza mai però affrontare uno scontro diretto: ecco perché «morse» ma non «mangiò» l’avversario!

4.        E venne il bastone, che picchiò il cane, che…

Il bastone sarebbe la verga che Dio consegnò a Mosè per colpire gli Egizi, lo strumento prodigioso che si tramutava in serpente, toccava le acque del Nilo per trasformarle in sangue e che spezzò, infine, la dura schiavitù. Simboleggia il quarto regno, quello d’Israele sulla propria terra, dove gli ebrei, sotto il segno dello scettro (di nuovo il bastone) del regno di Giuda costruirono il santuario di Gerusalemme. Fino a quando non venne il fuoco…

5.        E venne il fuoco, che bruciò il bastone, che…

Quando il popolo ebraico si allontanò dalla Torah, un leone di fuoco scese dal cielo, assumendo la forma del regno babilonese di Nabucodonosor e bruciando il bastone (il potere temporale) d’Israele: il tempio fu divorato dalle fiamme, gli ebrei deportati in schiavitù. Ma contro il fuoco c’è un rimedio…

6.        E venne l’acqua, che spense il fuoco, che…

Il sesto regno è quello di Persia e Media, le cui fortune si sollevarono come le onde del mare sommergendo la potenza di Babilonia. «Le loro voci ruggiscono come le onde marine», scrive il profeta Geremia riferendosi alla Media.

7.        E venne il bue, che bevve l’acqua, che…

Il toro è il segno celeste che secondo la tradizione ebraica contraddistingue le fortune della Grecia, una presenza che i saggi del Talmud associano all’oscurità spirituale: i greci cercarono di oscurare la vista degli ebrei riproponendo loro l’immagine del bue e ricordando di aver perduto la connessione con il Creatore a causa dell’episodio legato a un quadrupede della stessa specie, il vitello d’oro. Il toro della Grecia macedone si bevve in un sorso l’acqua della Media.

8.        E venne il macellaio, che uccise il bue, che…

Il destino del bue di Macedonia finì poi nelle mani del macellaio di Roma! Nessun’altra cultura più di quella romana è tinta nella tradizione ebraica con maggior decisione nel rosso del sangue. Affermatosi sotto il segno guerresco del pianeta Marte, Roma è la discendente spirituale di Esaù, il  primo figlio di Isacco, che nacque, secondo la Genesi, coperto su tutto il corpo di una peluria rossastra. Roma rappresenta il dominio di una cultura materialistica, lo stesso al quale secondo la tradizione rabbinica sottostiamo ancora oggi attraverso il potere dei suoi eredi spirituali.

9.        E venne l’angelo della morte, e uccise il macellaio, che…

Secondo la cultura ebraica, l’arrivo del Messia sarà preceduto da un periodo di grande confusione, durante il quale l’ordine naturale è destinato a essere sovvertito. La barbarie sarà spacciata per cultura e la cultura apparirà vuota di significati. La brama di consumare e di possedere crescerà a dismisura, ma troverà sempre meno occasioni di placare la propria voracità. Il materialismo rappresentato da Roma sarà percorso da una rapacità che lo condurrà all’autodistruzione, fino a diventare l’angelo della morte nei confronti di sé stesso. Ma da questa caduta risorgerà la dinastia messianica del re Davide. Secondo i profeti vi saranno tre guerre e quindi l’avvento del penultimo regno, quello del Messia.

10.       E venne l’Unico, benedetto egli sia, e uccise l’angelo della morte, che uccise…

Alla decima strofa il cerchio si chiude con il necessario ritorno al punto di partenza. L’Eterno rimuoverà definitivamente tutto il veleno spirituale cosparso sulla Terra. Anche l’istinto di fare del male (l’angelo della morte) sarà sradicato. «Allora Dio»,  promette il Talmud,  «asciugherà le lacrime da ogni viso e riprenderà possesso del suo regno». Solo quando il circolo sarà completo la gioia potrà regnare in un riconciliato rapporto tra l’uomo e il suo Creatore.