La notte della tua canzone è abitata da una musica dal ritmo semplice ma in grado di attirare, catturare, incantare un gran numero di persone disposte ad attraversare anche terre desolate pur di raggiungere mete migliori lontane dal freddo calcolo della ragione (mi viene da leggervi la fede). La luce domina in questa notte in cui ogni cosa è investita dalla luce di stelle cadenti. Il protagonista con le due chiavi, quella del coraggio e quella della paura mi ricorda tanto i personaggi di Pietro, di Tommaso, degli apostoli colti dalla paura nell’incontro col risorto, un timore che poi diventa il coraggio della testimonianza. E’ infatti venuto il momento di partire, senza per forza chiedersi quale sia la destinazione del viaggio: per gli apostoli è una regola che vale dal momento della chiamata e che ora si è fatta ancora più forte. Volendo strafare, ho pure collegato i barbari della canzone con le lingue parlate dagli apostoli col dono dello Spirito. Infine: “Le montagne che dividono i destini si frantumano diventano di sabbia, al passaggio del momento di splendore si spalanca la porta della gabbia”. Nelle montagne che dividono i destini vi ho visto le difficoltà che separano gli uomini (gli ostacoli del cuore canterebbero Elisa e Ligabue) destinate a crollare, a diventare sabbia, grazie al momento di splendore, alla luce della Risurrezione che “spalanca la porta della gabbia” (“la pietra era stata rimossa dal sepolcro” Lc 24,2).
Una vecchia canzone per riprendere quello di cui stiamo parlando in I… A seguire uno dei brani che abbiamo letto
L’Albero degli amici”
Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.
Il post precedente parlava di nuove immigrazioni e allora per fare un po’ di contrappeso pensando al passato e per ascoltare un po’ di musica ho pensato a un pezzo del mitico Bruce. La canzone è American Land ed è stata proposta dal vivo la prima volta nel 2006. Viene raccontato il mito della terra promessa americana, la terra dove ogni sogno è possible: là fantastica di recarsi un uomo che dialoga con la moglie. Lei lo raggiungerà per costruire la loro casa in questo paese delle favole descritto nel ritornello. Ma la realtà a cui va incontro l’uomo è ben diversa: sbarca nella baia di New York dove arriva anche la moglie e insieme alla quale costruisce la città e la casa, col proprio sudore e le proprie mani. Sono gli immigrati ad aver costruito gli Stati Uniti: i McNicholas, i Posalski, gli Smith, gli Zirilli (il nome della famiglia della madre di Bruce), i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei, i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi. E il loro sforzo è arrivato spesso al sacrificio della vita. Dura è l’accusa finale di Bruce Springsteen al suo paese, un’accusa che giunge fino ai giorni d’oggi: “Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono, le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.” Il testo rimanda soprattutto per le prime due strofe alla poesia “He lies in the American land” di Andrew Kovaly. Kovaly era un minatore slovacco che aveva così raccontato la storia di un conterraneo che, poco dopo aver spedito a moglie e figli il denaro necessario a raggiungerlo, muore in una miniera.
Eccola qua:
What is this land of America, so many travel there
I’m going now while I’m still young, my darling meet me there
Wish me luck my lovely, I’ll send for you when I can
And we’ll make our home in the American land
Over there all the woman wear silk and satin to their knees
And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees
Gold comes rushing out the river straight into your hands
If you make your home in the American land
There’s diamonds in the sidewalks, there’s gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American land
I docked at Ellis Island in a city of light and spire
I wandered to the valley of red-hot steel and fire
We made the steel that built the cities with the sweat of our two hands
And I made my home in the American land
Chorus
The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis too
The Blacks, the Irish, the Italians, the Germans and the Jews
The Puerto Ricans, illegals, the Asians, Arabs miles from home
Come across the water with a fire down below
They died building the railroads, worked to bones and skin
They died in the fields and factories, names scattered in the wind
They died to get here a hundred years ago, they’re dyin’ now
The hands that built the country we’re all trying to keep down
Chorus
Ed eccone la traduzione (Bruce Springsteen Come un killer sotto il sole, Colombati, pag.135)
Cos’è questa terra chiamata America dove in tanti stanno andando?
Ci andrò ora che sono giovane; là mi raggiungerai, mia cara:
augurami buona fortuna, amore mio, ti manderò a prendere quando potrò
e costruiremo la nostra casa in terra americana.
Le donne, laggiù, vestono di seta e raso da capo a piedi,
i bambini, cara, e i dolci, ho sentito, crescono sugli alberi
e l’oro sgorga dai fiumi dritto nelle tue mani
se costruisci la tua casa in terra americana.
Ci sono diamanti sui marciapiedi, ci sono rigagnoli dritti come fusi
e, cara, ho sentito che la birra sgorga dai rubinetti tutta la notte
e che ci sono tesori a portata di mano per chiunque lavori sodo
e costruisca la propria casa in terra americana.
Sono sbarcato a Ellis Island in una città di guglie e luce
e ho riabbracciato il mio amore li nella valle di acciaio incandescente;
col nostro sudore e le nostre mani abbiamo fatto l’acciaio per erigere le cittÃ
e abbiamo costruito la nostra casa in terra americana.
Rit.
I McNicholas, i Posalski, gli Smith e anche gli Zirilli,
i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei
i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi lontani miglia da casa
hanno attraversato l’oceano col fuoco nel cuore
(hanno attraversato l’oceano, mille miglia da casa,
con le pance vuote ma col fuoco nel cuore: così nel booklet).
Sono morti costruendo le ferrovie, hanno lavorato fino a ridursi pelle e ossa,
sono morti nei campi e nelle fabbriche – i loro nomi dispersi nel vento.
Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono,
le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.
E’ la storia di un soldato che parte per la guerra con l’intento di dare il suo aiuto (o il suo sangue, in un’altra versione) alla sua terra: è la stessa motivazione che sento ripetere spesso dai tanti amici che hanno scelta la professione militare, anzi la missione militare, come preferiscono dire loro. Dai superiori il soldato riceve, oltre a mostrine e stellette, il consiglio di vendere cara la pelle (attenzione: non di riportarla a casa…). Riceve l’ordine di andare avanti e commette l’errore di spingersi troppo lontano nella ricerca della verità : davanti agli occhi mi sono passate le vignette del fumetto “Logicomix”, laddove si parla della I guerra mondiale col tentativo da parte del filosofo Wittgenstein di vivere il suo essere umano stando il più possibile accanto alla morte (e concludendo “Spingete un uomo sull’orlo dell’abisso e … se riesce a non caderci dentro… diventerà un mistico o un pazzo… che forse sono la stessa cosa” pag. 256-7).
Dalla morte del soldato derivano due conseguenze.
La prima non riesce proprio a entrare nelle mie corde: la Patria ha un eroe in più da aggiungere alla propria gloria. Troppe sono le domande che si rincorrono nella mia mente: ne pongo solo tre. Che dire di tutti i morti sul lavoro e che lavorano nella società civile, tra mille rischi e accettando anche mille compromessi? Che dire dei soldati tornati dalle missioni con gravi malattie e neppure risarciti? E’ necessario cadere sul campo per dire che la vita è stata vissuta da eroi?
Spulciando tra le riviste accumulate in questi mesi di trasloco, staccando i pezzi interessanti prima di gettare nell’apposito cassonetto differenziato la carta, mi è venuto in mano un pezzo-intervista su Ozzy Osbourne preso sempre da XL di giugno:
Dal mese di settembre Mika tiene una rubrica su XL. Nel numero di ottobre è comparso un articolo dal titolo “Ho fede, ma il mio dio è tollerante. E accoglie”. Nel pezzo scrive di un rituale che compie prima di ogni concerto e all’interno del quale è compresa anche la recitazione di quattro Padre Nostro, scrive delle proprie origini melchite, dell’attrazione che prova per le chiese e del suo essere a favore della fede ma contro la religione. Posto qui sotto l’articolo originale in inglese (a chi me lo chiede lo mando pure in italiano, ma insegnando in un linguistico…)
Before going on stage I have a ritual. Its normal – most singers do. I put on my show trousers and shoes, take off my T-shirt, brush my teeth, chew on a piece of fresh ginger dipped in honey and say a prayer. Every part of my pre-show ritual is as important as the other. The prayer, however, consists of four ‘Our Father’s and a couple lines on each element of my show. After a year and a half of touring around the world, I asked myself at my final show in Warsaw, why I could not do a performance without this routine and in particular, without the prayer – especially as I am not normally religious. Perhaps the ceremony focuses me and also gives me confidence. But more than anything, this is just a habit which has its roots in childhood. I was born a Melkite. It is a version of Christianity from Lebanon that has traces of Greek Orthodoxy but follows the Pope and the Vatican. From the age of eight I was educated in Catholic schools. This was not a conscious decision by my parents but a happy accident. I was expelled from the French state school I went to, and ended up at a small private school for boys, which we lived next door to. Religious history and ethics were drummed into us every day and religious music was the first serious singing I did. Today I find myself with a contradictory opinion on the Roman Catholic Church and religion. I hate so much about it yet cannot get away from it. Religion has given me a code of ethics and an ability to embrace spirituality. Whenever I see a church I am attracted to it. I step inside and love the escape and detachment I feel within those walls. As an institution, it has never felt more detached from the world we live in. I seek refuge in their buildings, I say prayers, I believe in God, but my God is tolerant and inclusive. At my school we had a close association with the Roman Catholic Brompton Oratory. We knew many of the priests, had confession and lessons with them. It was a general assumption among the boys that quite a few of our priests were probably gay. We had no issues with this. But for me, as an eight year old boy, I started to feel like the Church was used as a hiding place, that homosexuality was wrong, and that repression was encouraged. I quickly realised this was rubbish. I had the luck to have life and family teach me so. All organized religions need infrastructure, money and have political influence. But in the world we live in today, when power and influence can be found at the click of a computer keyboard, the religious organizations feel more out of touch than ever. Gold crosses and wealth do not impress and are irrelevant when compared to the most important things that faith can offer. Bin the gold cross and get a wooden one. Let the Church impress with an open heart and not a heavy wallet. It is an organization, it has good and bad and we must be brave enough to take what we like and not have them impose what we do not believe in. The Church is in crisis. Its scandals are being made public and its faults are more evident than ever. In order to survive it must welcome back with open arms the people that it has driven away. I am 27, I am pro choice, pro contraception, pro gay union, pro tolerance, and most of all pro faith if not religion.
Il 26 ottobre esce il nuovo album dei Tiromancino, di cui gira già da un po’ il nuovo singolo L’essenziale (video ufficiale qui). In un’intervista presente nel numero di ottobre di XL Federico Zampaglione racconta di essere stato da adolescente un fan di Iron Maiden, Judas Priest, Cream. Riguardo al singolo guida del nuovo album afferma: “Nell’epoca in cui viviamo si cerca sempre di ottenere e di raggiungere di più, inseguendo mete che poi alla fine si rivelano inutili. Non serve a un cazzo correre, è solo un affanno: quello che serve veramente, quello che ti fa alzare la mattina e che ti fa sentire una persona che sta nelposto giusto è l’essenziale. Una donna, un volto, una casa di campagna, qualsiasi cosa sia, è importante che tu la viva sapendo che è tutto ciò che ti serve per vivere ed essere contento di te stesso… …calmati e guardati intorno, accorgiti di quello che ami, quelle poche cose che vanno protette e difese, con cura e amore, da tutto il rumore e il casino che ti gira intorno”. In terza stiamo parlando di valori e in quarta a breve di felicità : penso che l’essenzialità si leghi bene a entrambi 🙂
E allora parliamo di lei, della sua musica, delle parole che scrive. È di nuovo in tour, come ai tempi dei concerti berlinesi e poi di quelli negli States. Con il suo pubblico è cambiato qualcosa in 30 anni?
Si ritrova addosso energia sufficiente, anche se non è più giovanissima?
‘Io non sono per niente stanca. Anzi. Mi sento più giovane di almeno vent’anni. Vede, per molti anni mi sono occupata principalmente di miei figli. Facevo la mamma, e ne sono contenta. Ora, ambedue sono adulti e fuori di casa. E io posso di nuovo dedicarmi alla mia professione con lo slancio necessario’.
Infatti, finalmente c’è un suo nuovo disco, ‘Personal Jesus’, con il brano guida che non è propriamente una cover dei Depeche Mode. Che cosa significa per lei?
‘Erano un desiderio del cuore e una preghiera del cuore che si sono realizzati. Ho risparmiato molto per questa produzione,visto che non avevo una casa discografica. L’ho trovata solo quando avevo finito di registrare l’album’.
‘Questo disco è un omaggio al mio Creatore, all’autore della mia vita Gesù Cristo e a tutti gli uomini che hanno espresso nella musica gospel la buona novella dell’amore per il prossimo e della vita eterna. Per quanto riguarda la lingua, durante i miei concerti propongo musica rock in tedesco e suono brani sia vecchi che canzoni nuove, sempre in tedesco’.
Rock e ballate: qual è il suo nuovo stile?
‘Non ho nessun nuovo stile. Io sono musicista e cantante e ho abbracciato le radici del gospel americano delle origini e la musica rock per tutta la vita. Riascolti i miei dischi di quando avevo 18 anni: vi troverà già molte canzoni gospel, come ad esempio i ‘Mahalia Jackson-Hits’: ‘Right on time’ , ‘Gonna live the life’ , ‘Hold me … Ave Maria’, ‘Spirit in the sky’. E poi, se prende i miei storici brani come ‘Naturträne’, ‘African Reggae’ e ‘Superboy’, è possibile già individuare alcune mie esperienze successive’.
Alcuni critici dicono che lei canta ‘My Way’ meglio di Frank Sinatra. Che cosa ne pensa?
‘Che hanno ragione, no? Seriamente: non credo che abbia senso mettere a confronto artisti diversi. La voce di Frank è esattamente unica come la mia’.
Lei è anche attrice e performer. In quale parte del mondo ha raggiunto il successo maggiore?
‘Nella patria dell’anima. Non è un luogo geografico’.
Scrive più volentieri la musica o i testi delle sue canzoni?
‘Io amo le canzoni che la gente possa cantare’.
Si è fatta battezzare un anno fa. Che significato ha avuto per lei?
‘Si è trattato di un battesimo meraviglioso. Io ero stata per tutta la vita una cristiana e una seguace di Gesù. Ma ero stata anche per anni una ospite e poi una adepta di una setta induista con un guru che aveva cercato di farmi dimenticare Gesù. Non c’è riuscito, ma le ha provate tutte: persino sacrifici di animali in nome di Dio. Davvero terribile. Ma quando sono riuscita a conoscere le pagine negative e oscure di questo guru, ho avuto la fortuna di incontrare cristiani che mi hanno fatto ritornare alla mia vera fede’.
‘Sì. Io canto per papi e poliziotti, per politici e professori, idraulici e mezzani, principesse e ciarlatani, principi e pionieri, spacconi e chi non lo è. Per tutti’.
Torniamo al suo passato. È nata nella Germania dell’Est. A 17 anni è diventata famosa con la canzone ‘Hai dimenticato di prendere il rullino a colori’ in cui parlava del grigiore della Ddr…
‘Ho lasciato l’Est grazie a Wolf Bierman (dissidente, scrittore, cantante, ndr.), mio padre adottivo, nel 1976. Nella vecchia Ddr, quando ero ragazzina, la gente si incontrava segretamente nelle chiese e lì cercava di fare cose proibite dal regime. Si pregava per la libertà , si proponevano piani per costruire un futuro libero, si cantavano canzoni vietate. Insomma, tanta solidarietà . Poi arrivò la svolta, le manifestazioni di massa e le preghiere che il Muro cadesse, spontaneamente, senza premeditazione’.
E quando il Muro cadde nel novembre 1989?
‘Quel giorno io stavo cantando a Francoforte. Non appena abbiamo saputo del Muro, abbiamo cambiato i nostri piani e siamo partiti di notte per Berlino per esserci: per partecipare alla grande festa della riunificazione’.
Che opinione ha della scena rock berlinese?
‘Molto vivace. Io la amo’.
Lei è una artista poliedrica: teatro, arte, video, musica, cinema. Che cosa preferisce?
‘Tutto. Davvero tutto’.
Ognuno di noi ha bisogno di un ‘Personal Jesus’?
‘Sì. È costruire giorno per giorno un rapporto personale con il nostro Creatore’.
A giugno ho assistito a una puntata di Matrix in cui le protagoniste del concerto Amiche per l’Abruzzo tutto al femminile tenutosi nel 2009 a Milano presentavano l’uscita del doppio dvd di tale avvenimento. Qualche giorno dopo ho acquistato il dvd e uno dei pezzi che mi ha colpito di più è stato “Ma che freddo fa” cantato da Nada e arrangiato magnificamente da Carmen Consoli (basso e cori), Paola Turci (chitarra e cori) e Marina Rei (batteria e cori). E’ letteralmente venuto giù San Siro (trovate il video su youtube). Mi sono messo allora alla ricerca di qualche notizia in più su Nada, un nome ancorato più alla mia memoria dei Festivalbar da piccolino che non al mio percorso da musicovoro. E in mezzo ai suoi testi ho trovato il pezzo “Gesù”, tratto dall’album “L’amore è fortissimo il corpo no” del 2001. Qui posto il video e faccio una premessa: il video è tostino, con immagini piuttosto violente che fanno riferimento in gran parte agli avvenimenti del G8 di Genova del luglio 2001. In nessuna delle interviste che ho potuto recuperare ho trovato una dichiarazione di Nada in cui dicesse di paragonare Carlo Giuliani (il ragazzo morto in quei giorni) a Gesù. In un’intervista del Corriere della Sera la cantante rivelava “Mentre incidevo l’album sono scoppiati i disordini a Genova, io guardavo quelle immagini raccapriccianti e le legavo a questa canzone”.
FATHER & SON (Dall’album “Tea for the tillerman”, Cat Stevens)
Questa vecchia canzone sta ormai attraversando le generazioni, grazie anche a una versione remix che l’ha fatta conoscere anche a persone più giovani; parla del difficile dialogo tra un padre e il proprio figlio.
Nella I, II e IV strofa è il genitore a parlare, a invitare il figlio a prendere le cose con calma, a non avere premura, a non affrettare i propri passi. Riconosce che non è facile “rimanere calmi quando hai trovato qualcosa che funziona”, tuttavia mette in guardia il figlio e lo fa con una frase molto interessante: “per te sarà ancora qui il domani, ma forse non i tuoi sogni”.
E’ una frase bella e che potrebbe piacere pure al figlio: invita a conservare i sogni, a mantenerli in vita. Fa paura l’ipotesi di un domani senza sogni, senza quei pensieri belli e carichi di aspettative di cui soprattutto i figli sono capaci. Sono parole che vanno in controtendenza rispetto a un mondo che ci fa fare ogni giorno i conti con la realtà e ci dice continuamente di stare con i piedi per terra.
Al padre risponde il figlio, un figlio arrabbiato che usa parole cariche di astio e rancore. Non entro nella dinamica del rapporto tra i due, ma osservo semplicemente ciò che il ragazzo lamenta. Non si è sentito ascoltato; ha provato a spiegare, ma ha poi concluso che era meglio tenere tutto dentro (ma è la soluzione giusta…?). Ha infine scoperto l’esistenza di una sua strada e ha deciso che è venuto il tempo di andarsene: “Dal momento in cui potevo parlare, mi fu ordinato di ascoltare. Ora c’è una strada e so che devo andarmene”.
E allora, sulla spinta di questa canzone potremmo interrogarci sul rapporto genitori-figli, sulla necessità ma anche sulla difficoltà di dialogo. E pure sul rapporto giovani-adulti, sulla ricerca del loro riconoscimento reciproco: a tal proposito un esempio biblico. Gesù, da ragazzino, si ferma a parlare nel tempio con i dottori della legge e questi si stupiscono per la sua arguzia e la sua intelligenza. Se lui non si fosse posto in tal maniera, non sarebbe stato ascoltato. E’ allora necessario, a mio avviso, chiedersi se si debba arrivare a questo: devo obbligare l’altro a venire sul mio piano per rendere possibile il dialogo? Devo costringere i giovani alla seriosità per parlare agli adulti? Devo costringere mamma e papà ad ascoltare i 50 cent o i Coldplay per riuscire a interagire con i figli? Devo costringere i giovani all’alfabeto ecclesiastico per parlare di Dio? Devo costringere la Chiesa agli slang per parlare ai giovani? Dove si possono incontrare?
Father
It’s not time to make a change,
Just relax, take it easy.
You’re still young, that’s your fault,
There’s so much you have to know.
Find a girl, settle down,
If you want you can marry.
Look at me, I am old, but I’m happy.
I was once like you are now, and I know that it’s not easy,
To be calm when you’ve found something going on.
But take your time, think a lot,
Why, think of everything you’ve got.
For you will still be here tomorrow, but your dreams may not.
Son
How can I try to explain, when I do he turns away again.
It’s always been the same, same old story.
From the moment I could talk I was ordered to listen.
Now there’s a way and I know that I have to go away.
I know I have to go.
Father
It’s not time to make a change,
Just sit down, take it slowly.
You’re still young, that’s your fault,
There’s so much you have to go through.
Find a girl, settle down,
if you want you can marry.
Look at me, I am old, but I’m happy.
Son
All the times that I cried, keeping all the things I knew inside,
It’s hard, but it’s harder to ignore it.
If they were right, I’d agree, but it’s them you know not me.
Now there’s a way and I know that I have to go away.
SEI NELL’ANIMA (dall’album “Grazie”, Gianna Nannini)
Propongo una canzone che personalmente considero un capolavoro: parla di un rapporto finito, con la decisione da parte della cantante (o di chi parla in prima persona) di chiudere definitivamente la porta su questa relazione:
“Vado punto e a capo così
Spegnerò le luci e da qui
Sparirai
Pochi attimi
Oltre questa nebbia
Oltre il temporale
C’è una notte lunga e limpida,
Finirà ”.
La decisione è presa, pur nella consapevolezza che sarà difficile andare avanti, sarà come attraversare una notte, una nebbia, un temporale: è l’unico modo di cancellare l’altro, di farlo sparire, di spegnere le luci. La sensazione è quella di una lotta della ragione contro il cuore e pare che sia proprio la prima ad avere la meglio. D’altronde noi di questo rapporto non sappiamo nulla, non possiamo tifare per nessuno, non sappiamo se sia il caso di dare spazio ai sentimenti o alla volontà . Ma…, sì, c’è un ma: prima del ritornello la Nannini canta:
“Ma è la tenerezza
Che ci fa paura”.
E qui, a mio avviso, c’è una provocazione utile: “siamo ancora capaci di tenerezza?” “Sì, certo”, è solitamente la risposta. Ma forse questa certezza risponde a un’altra domanda, leggermente diversa nella forma ma completamente diversa nel contenuto: “abbiamo bisogno di tenerezza?” Non sto parlando della tenerezza intesa come romanticismo mieloso e appiccicaticcio, ma nel senso così ben reso dalle parole di Henri Nouwen
“A volte immagino che il mio intimo
sia come un posto irto di aghi e di spilli.
Come accogliere qualcuno
se non vi può riposare pienamente?
Un cuore agitato di preoccupazioni,
di rabbia e di gelosie
causa delle ferite a chi vi entra.
Devo creare in me una zona libera
per poter invitare gli altri
ad entrare e guarire…
Ciò significa una interiorità dolce,
un cuore di carne e non di pietra,
uno spazio dove si può camminare
a piedi nudi.”
Penso che la sete di questa tenerezza sia enorme; è tuttavia necessario comprendere che tale sete può essere estinta solo dissetando altre persone con lo stesso tipo di sostanza. La tenerezza può essere costruita, ma può essere edificata solo insieme, altrimenti può essere fraintesa o vissuta soltanto da uno dei due. E quando si è innamorati, e magari alle prime esperienze, non è così facile rendersi conto di chi sta abusando della nostra tenerezza; si rischia di prendere delle scottature che poi raffreddano quel calore che viene naturale quando ci si ama e che magari porta a una certa freddezza di sentimenti:
“Sei nell’anima
E lì ti lascio per sempre
Sospeso
Immobile
Fermo immagine
Un segno che non passa mai”.
Ma… sì, per fortuna, c’è un seconda ma: l’amore è una fonte inesauribile per dare sollievo a quella sete di cui dicevo prima.
“Lascio andare i giorni
Tra certezze e sbagli
E’ una strada stretta stretta
Fino a te
Quanta tenerezza
Non fa più paura”
E anche il ritornello cambia:
“Sei nell’anima
E lì ti lascio per sempre
Sei in ogni parte di me
Ti sento scendere (non più immobile fermo immagine, quindi)
Fra respiro e battito
Sei nell’anima
Sei nell’anima
In questo spazio indifeso (quel luogo in cui camminare a piedi nudi)
E Gianna Nannini conclude con una frase che, se voluta, è una vera chicca: “Siamo carne e fiato”. Non dice il solito carne e spirito o carne e anima, che potrebbe farci pensare a classici dualismi, ma carne e fiato: ora in ebraico spirito è “ruah”, che è appunto l’alito, il respiro, il fiato, la vita stessa (in punto di morte si esala l’ultimo respiro e si rende l’anima o lo spirito). Al rapporto, senza la presenza dell’amato, manca la carne, manca il fiato, manca la vita. Insieme diamo vita a un qualcosa, che è il nostro amore, e che senza di noi muore.
BIANCHI E NERI (dall’album “Ci penserà poi il computer”, Nomadi)
La canzone ha 25 anni e non è di certo una di quelle più conosciute del complesso di Novellara: non molto frequenti sono le sue esecuzioni ai concerti. Qui metto un video con Augusto. Il testo è molto semplice e racconta la vicenda di un uomo che in mezzo a un mondo di violenze e odio che contrappone fratello a fratello coltiva un giardino di speranza. L’uomo è interessato al bene delle persone al di là delle loro idee e posizioni, al di là dei loro colori, qui rappresentati, penso metaforicamente, dai bianchi e dai neri.
Così un giorno aiuta un nero moribondo e si attira le antipatie dei bianchi, mentre in un’altra occasione soccorre un bianco e suscita l’odio dei neri. Accade così che una notte, mentre sta camminando in cima ad una collina che divide le due valli dei bianchi e dei neri, l’uomo viene colpito contemporaneamente dalle due fazioni. I due gruppi festeggiano la morte del traditore, senza però rendersi conto che in realtà non è un uomo ad essere scomparso, ma la pietà . Ora, proprio prendendo spunto da questa canzone, penso possa essere utile riflettere sul legame che può esserci tra pietà e missionarietà . Innanzitutto un chiarimento sul termine pietà , che troppe spesso diventa sinonimo di commiserazione superficiale: per spiegarmi uso la lingua friulana. Uno dei vocaboli per tradurre pietà è “dûl”, una situazione “mi fâs dûl”; ma noi friulani diciamo anche “mi dûl al cûr”, mi fa male il cuore, un dolore fisico che coinvolge tutta la persona e che non può che portare all’azione. Pertanto la pietà non va intesa come una estatica contemplazione dei mali del mondo, lontana dall’agire, dallo sporcarsi le mani, dalla compromissione, tutt’altro. La vera pietà porta alla decisione di agire, di darsi da fare per cercare di dare sollievo, magari nel piccolo, a chi sta soffrendo. Inoltre penso che pietà sia anche muoversi con delicatezza, non intesa come scarsa determinazione, ma come attenzione a tutte le posizioni, sensibilità e diplomazia, nella convinzione che tutta la verità non è mai da una parte sola. Concludo tornando all’origine della missionarietà : la decisione di agire. Mi viene alla mente lo splendido brano di Barricco, quando Novecento, il pianista che non era mai sceso dalla nave su cui suonava, è fermo in cima alla scaletta, indeciso se scendere o stare. “Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade, ce n’erano a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una A scegliere una donna Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire Tutto quel mondo Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce E quanto ce n’è Non avete mai paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla quell’enormità , solo a pensarla? A viverla… Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità , su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E un viaggio troppo lungo. E una donna troppo bella. E un profumo troppo forte. E una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.” Penso sia ora di scendere dalla scaletta…
Una canzone che è una preghiera, non solo per il verso finale che se lo auspica (“Fa’ che questa mia canzone diventi una preghiera”), ma per tutto il contenuto e il tono delicato del brano. Il Dio invocato da Sergio Cammariere è quello della creazione e quello del Nuovo Testamento. E’ quello della creazione per i continui rimandi agli elementi naturali: “Padre della notte che voli insieme al vento”, “Padre della notte che le stelle fai brillare, tu che porti vento e sabbia dalle onde del mare”, “Padre della terra, Padre di ogni uomo, Padre della notte della musica e dei fiori, Padre dell’arcobaleno dei fulmini e dei tuoni”. Ed è anche quello del Nuovo Testamento, quello di Gesù, quello che viene percepito dall’uomo come un “Padre” affettuoso che si prende cura dei figli: “Tu che ascolti i nostri cuori, quando soli poi restiamo nel silenzio della notte, solo in Te noi confidiamo” (Salmo 71)
La richiesta del cantautore è quella della speranza, quella di un abbraccio e di uno sguardo affettuoso e caloroso nel momento in cui tutto si fa buio: “togli dal mio cuore la rabbia ed il tormento e fammi ritornare agli occhi di chi ho amato quando è poca la speranza che resta nel mio cuore”. Sembra paradossale, ma l’uomo sente il bisogno di continuare a sperare e sognare anche là dove sembrano non esserci possibilità , anche là dove tutto sembra vano: “Tu che accendi i nostri sogni e li mandi più lontano come barche nella notte che da terra salutiamo e fammi ritornare tra le braccia di chi ho amato quando è vana la speranza che resta nel mio cuore”. Insuccessi, delusioni e disillusioni a volte ci fanno vedere i nostri sogni non come delle prospettive o delle possibilità da realizzare proiettate nel futuro, ma come se fossero presenti negli specchi retrovisori della vita, o nel treno che ci parte davanti agli occhi mentre stiamo arrivando in stazione, o come barche viste dalla riva mentre si allontanano. “Dammi una pace limpida come un limpido amore” è la richiesta dell’uomo in preghiera. Ultimo suo appiglio resta quel Padre il cui mistero è ovunque, un ovunque che si colloca non solo nello spazio ma anche nel tempo: “dentro ogni secondo come in ogni giorno intero”. La possibile risposta dell’uomo si colloca all’interno di un dono fatto da Dio stesso, un dono che ha tutti i caratteri della naturalità : “Tu che hai dato a noi la fede come agli uccellini il volo”. E la fede trova risposta concreta nell’amore: “Fammi ritrovare un giorno l’amore che ho aspettato”.
In prima, a inizio anno abbiamo parlato di solitudine. Ecco allora questa breve intervista rilasciata da The Niro a http://www.rockol.it e poi il suo video di presentazione del nuovo cd, il tutto in attesa dei testi…
Ha scelto come nome d’arte The Niro, e dopo l’Ep d’esordio “An ordinary man”, seguito dal primo album intitolato appunto “The Niro”, Davide Combusti (nato a Roma nel 1978,) ha dato alle stampe il suo nuovo disco di inediti, “Best wishes”, un album di undici brani introspettivi legati tra di loro da un unico filo conduttore: “A dire il vero mentre sceglievo i brani da inserire nel disco”, ha spiegato The Niro a Rockol, “non ho pensato di creare un concept album. E’ stato alla fine che, riascoltandolo, mi sono accorto che la solitudine era il sentimento che legava fra loro tutte le storie a cui ho dato voce in ‘Best wishes’. Ci sono alcune differenze sostanziali tra questo album e il precedente. Ci sono diversità nel messaggio, nelle tematiche… il primo parla di abbandono, è molto più struggente, c’era una malinconia di fondo. In questo invece viene dato spazio alla fase successiva dell’abbandono, la solitudine. Parlo di personaggi e di storie ma che in realtà sono maschere dei miei stati d’animo, descrivo una tematica priva di amore, dove i personaggi si trovano a combattere con la vita cercando un riscatto che non riescono ad ottenere”. Il disco è stato suonato quesi per interno dallo stesso The Niro, che per alcuni brani si è avvalso della collaborazione dei musicisti che lo accompagnano anche dal vivo: “Nel primo album avevo suonato quasi tutto io”, ha spiegato il cantautore, “mentre questa volta diciamo che ho suonato tutto io per tre quarti del disco, il minimo che posso accettare per considerarlo un prodotto mio. In fin dei conti nasco batterista, quindi mi viene spontaneo suonare tutto da me. Certo poi mi concentro molto sui testi, le tematiche per me sono fondamentali, non le lascerei mai in secondo piano. ‘Post atomic dawn’ è il brano che chiude il disco e che ho voluto anche rappresentare con la copertina del disco, che mi vede di spalle nel deserto, con una luce rossa. Mi sono immaginato un ragazzo che si sveglia dopo un’esplosione atomica e non sa dove andare, ma comincia a muoversi lo stesso seguendo qualcosa, che potrebbe essere, nel mio immaginario, il sole, anche se poi nel testo non l’ho scritto. Un altro brano particolare è ‘Circle’, dove parlo di possessività , di qualcuno che vuole controllare a tutti i costi le persone, senza accorgessi che è lui stesso poi all’interno di un cerchio ancora più grande, del quale non si rende conto. Un’altra cosa a cui presto molta attenzione è l’uso che faccio della mia voce. La utilizzo come fosse un vero e proprio strumento: a livello di costruzione delle canzoni ad un certo punto m’annoio e allora cerco di far qualcosa con la voce, per dare qualcosa in più al brano”
Posto il video in inglese e sottotitolato in spagnolo della scena del Getsemani presa da Jesus Christ Superstar. Più sotto la traduzione del duro testo
Il 26 marzo 2010 è uscito il nuovo album dei Baustelle “I mistici dell’Occidente”. Vi rimando alla rete per tutte le notizie correlate e tutte le possibili interviste. Desidero intanto soffermarmi sulla prima traccia “L’indaco”. Premetto che il brano non mi piace particolarmente: lo trovo piuttosto noioso, salvo l’impennata finale che mi ricorda un po’ i Jethro Tull con quel flauto. Il testo però mi ha colpito e lo trovo interessante. L’invito generale della canzone è quello a non angustiarsi per i vari motivi di dolore che possono affliggere l’uomo: dal semplice andarsene delle rondini, segno però del passare delle stagioni e dell’avvicinarsi dell’inverno, all’interrogarsi davanti all’enigma della morte rappresentata dal carro funebre. Non buttarsi giù, non soffrire più è l’auspicio dei Baustelle: lascia andare le rondini, lascia passare il carro funebre, c’è un azzurro oltre le nubi, c’è forse un mare color indaco oltre lo stretto di Gibilterra… C’è un infinito oltre il finito?
Ci vuole coraggio per guardare in faccia l’esperienza. Soprattutto quando la realtà sembra contraddire il desiderio. Quelle dei Mountain Goats sono da sempre canzoni coraggiose: affrontano la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più crudi. Sulla scia di “The Life Of The World To Come”, John Darnielle ci svela la stoffa delle sue canzoni, sempre tese a interrogare ogni circostanza per cercare di catturarne il significato, senza timore di paragonarsi con una possibilità di risposta. Un’occasione per andare alla riscoperta della fitta discografia di uno dei più brillanti autori di canzoni degli ultimi anni, dallo spartano fai da te degli anni Novanta fino alle più rifinite atmosfere degli album realizzati per la 4AD. Sempre all’insegna di un songwriting dallo spirito letterario e di una vibrante e incontenibile urgenza.
I tuoi primi dischi sono fatti di nudi bozzetti a base di voce e chitarra acustica. Hai mai creduto in una sorta di “estetica lo-fi” o si è trattato semplicemente di una questione di necessità ?
Entrambe le cose, più o meno… Nel senso che non avevo a disposizione niente di più sofisticato di un registratore a cassette, ma la ragione per cui l’ho usato è che mi piaceva come suonava. Se non mi fosse piaciuto il suono, probabilmente non avrei continuato a registrare. L’estetica aveva un’attrattiva, ma non era la cosa principale, era più come una bella sorpresa.
Pensi che anche l’imperfezione possa essere usata come mezzo espressivo?
Qualche mese fa hai presentato al talk-show The Colbert Report il tuo ultimo disco, “The Life Of The World To Come”. Stephen Colbert ha battezzato la tua musica come “allegra desolazione”: che cosa ne pensi di questa definizione?
Sì, penso che fosse appropriata. Il punto delle storie che racconto è che c’è una sorta di orgoglio animale che puoi avere nelle circostanze della tua vita, non importa di che circostanze si tratti. Anche nella situazione peggiore, c’è qualcosa di divertente, o un raggio di luce, mi pare.
Nel tuo ultimo disco ogni brano trae ispirazione da un versetto biblico. Secondo te che cosa rende quelle parole capaci di parlare ancora oggi al cuore dell’uomo?
Oh wow, questa è una domanda complessa. Voglio dire, per la società occidentale, le storie contenute lì dentro sono il nostro immaginario collettivo; sono le storie che più o meno conosciamo tutti. È qualcosa di profondo; una storia condivisa è una valuta comune, un linguaggio comune. E poi c’è il modo in cui tutti noi abbiamo sentito quelle parole un sacco di volte; i protestanti dicono che la ripetizione è inutile, ma io sono cattolico e per me le parole ripetute hanno un vero potere e così una frase che hai ascoltato più e più volte assume un potere ipnotico e fondamentale. Ci sono moltissime ragioni per cui i versetti biblici conservano il loro potere, e lo aumentano persino.
In una recente intervista, hai detto che la maggior parte della gente della nostra generazione vuole dire di pensare con la propria testa, mentre a te interessa di più pensare con la testa di un altro e poter dire “Mi fido di te”. L’idea di fede che emerge da “The Life Of The World To Come” non è quella di un’illuminazione irrazionale, ma di un percorso che porta a fidarsi di qualcun altro. Da che cosa nasce per te questa concezione?
Pensi che i personaggi delle tue canzoni, con tutto il loro carico di contraddizioni e speranze, possano essere considerati in qualche modo dei testimoni della possibilità di vivere avendo fiducia in qualcuno o in qualcosa?
Sì, penso di sì. Penso che sia il motivo per cui racconto le loro storie; per vedere come ci si sente, per vedere come si sentono altre persone, per fare esperienza di questo sentimento.
Pensare alla “vita del mondo che verrà ” potrebbe suonare consolatorio. Le tue canzoni, però, sono percorse dall’esigenza che di questa vita sia possibile fare esperienza qui e ora, nonostante la morte e il dolore…
In inglese sono le ultime parole del Credo che si recita al termine della Messa: “Credo nella resurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà ”. In latino è semplicemente vitam aeternam, ma la frase inglese è piena di meraviglia e mistero per me.
Pensi che sia possibile trovare una positività anche nelle cicatrici del passato, come suggerisce “Genesis 3:23”?
Non ho una risposta chiara su questo! A volte sì, altre volte mi sento come se cercare di raccogliere qualcosa di buono da un passato malato fosse soltanto inutile. Penso sempre a questa domanda!
Nelle tue canzoni hai messo spesso a nudo i tuoi ricordi più intimi. C’è qualche brano che non riusciresti mai a suonare in pubblico o per te è comunque una sorta di esperienza catartica?
Sì, ce ne sono un paio. Semplicemente non li suono, e di solito non li pubblico nemmeno. Ci sono un sacco di canzoni che sono private e sono fatte per rimanere tali.
Che cosa occorre a una canzone per riuscire a raggiungerti in profondità ?
La cosa principale sono delle buone liriche. Tutto il resto è secondario. Allo stesso tempo, però, stamattina ho ascoltato soprattutto rock strumentale e ci ho trovato moltissimo da apprezzare, per cui è difficile da dire. Una grande melodia può penetrare tanto profondamente quanto un buon testo. Ma quanti grandi autori di melodie ci sono in giro? È difficile trovarne.
Senti mai il bisogno di esprimerti in una forma letteraria più ampia della canzone, come un romanzo?
Sì, ne ho scritto uno che è stato pubblicato nel 2008 (“Master Of Reality”, ispirato all’omonimo album dei Black Sabbath, ndr) e sto lavorando a un altro.
Ci racconteresti qualcosa della tua collaborazione con un altro brillante songwriter come John Vanderslice? Avete trovato un terreno comune?
Oh sì, abbiamo lavorato insieme per anni, ma solo di recente abbiamo realizzato un disco come collaborazione (“Moon Colony Bloodbath”, pubblicato nel 2009, ndr). Abbiamo deciso che il modo migliore per registrarlo fosse assumere un produttore esterno e lasciarlo dirigere, così abbiamo preso come produttore Chris Stamey (dei dB’s). È stato un piacere!
Nella scena musicale attuale c’è ancora spazio per un songwriter nel senso più classico del termine?
Sai, non riesco proprio a pensarci… Pensare troppo alle “scene” e cose simili, ai songwriter classici contro quelli moderni o quello che è, sono cose che non fanno per me. Posso solo fare quello che faccio. Se stessi a pensare alle scene, allora starei spendendo la mia energia creativa nei posti sbagliati.
Nei tuoi versi si trovano spesso riferimenti al cinema horror. Che cosa occorre secondo te a un film dell’orrore per essere davvero spaventoso? Se fossi uno sceneggiatore, quale sarebbe la trama del tuo film horror?
Penso che moltissimi abbiano ascoltato o canticchiato una volta nella loro vita la filastrocca “Alla fiera dell’est” di Angelo Branduardi. Ebbene, ecco cosa ho trovato su internet.
Il canto originale scaturisce dall’antichissima tradizione della cena per la Pasqua ebraica, in cui si celebra il miracolo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Al termine della lettura del libro della Narrazione della Pasqua, interrotta secondo tradizione dalla cena pasquale dopo aver mangiato l’ultimo pezzo di pane azzimo (rappresentante il pane dell’afflizione assaporato nel Deserto), si intonano le 10 strofe di questo bellissimo canto. Nella versione originale, però, non si parla di un topolino, ma di un capretto. Il canto, come tutto il testo della Narrazione, cela una quantità di significati profondi
1. Un capretto, un capretto che mio padre comprò per due soldi.
2. E venne il gatto, che mangiò il capretto, che mio padre comprò per due soldi.
Il gatto (una specie di gatto selvatico) rappresenta il secondo regno, quello di Babilonia, sotto il re Nimrod. Il re, che odiava il Creatore e il suo messaggero Abramo, venne e mangiò il capretto. Secondo la tradizione ebraica, infatti, Abramo fu gettato in una fornace ardente, da cui uscì però miracolosamente.
Il bastone sarebbe la verga che Dio consegnò a Mosè per colpire gli Egizi, lo strumento prodigioso che si tramutava in serpente, toccava le acque del Nilo per trasformarle in sangue e che spezzò, infine, la dura schiavitù. Simboleggia il quarto regno, quello d’Israele sulla propria terra, dove gli ebrei, sotto il segno dello scettro (di nuovo il bastone) del regno di Giuda costruirono il santuario di Gerusalemme. Fino a quando non venne il fuoco…
5. E venne il fuoco, che bruciò il bastone, che…
Quando il popolo ebraico si allontanò dalla Torah, un leone di fuoco scese dal cielo, assumendo la forma del regno babilonese di Nabucodonosor e bruciando il bastone (il potere temporale) d’Israele: il tempio fu divorato dalle fiamme, gli ebrei deportati in schiavitù. Ma contro il fuoco c’è un rimedio…
6. E venne l’acqua, che spense il fuoco, che…
Il sesto regno è quello di Persia e Media, le cui fortune si sollevarono come le onde del mare sommergendo la potenza di Babilonia. «Le loro voci ruggiscono come le onde marine», scrive il profeta Geremia riferendosi alla Media.
7. E venne il bue, che bevve l’acqua, che…
Il toro è il segno celeste che secondo la tradizione ebraica contraddistingue le fortune della Grecia, una presenza che i saggi del Talmud associano all’oscurità spirituale: i greci cercarono di oscurare la vista degli ebrei riproponendo loro l’immagine del bue e ricordando di aver perduto la connessione con il Creatore a causa dell’episodio legato a un quadrupede della stessa specie, il vitello d’oro. Il toro della Grecia macedone si bevve in un sorso l’acqua della Media.
8. E venne il macellaio, che uccise il bue, che…
Il destino del bue di Macedonia finì poi nelle mani del macellaio di Roma! Nessun’altra cultura più di quella romana è tinta nella tradizione ebraica con maggior decisione nel rosso del sangue. Affermatosi sotto il segno guerresco del pianeta Marte, Roma è la discendente spirituale di Esaù, il primo figlio di Isacco, che nacque, secondo la Genesi, coperto su tutto il corpo di una peluria rossastra. Roma rappresenta il dominio di una cultura materialistica, lo stesso al quale secondo la tradizione rabbinica sottostiamo ancora oggi attraverso il potere dei suoi eredi spirituali.
9. E venne l’angelo della morte, e uccise il macellaio, che…
10. E venne l’Unico, benedetto egli sia, e uccise l’angelo della morte, che uccise…
Alla decima strofa il cerchio si chiude con il necessario ritorno al punto di partenza. L’Eterno rimuoverà definitivamente tutto il veleno spirituale cosparso sulla Terra. Anche l’istinto di fare del male (l’angelo della morte) sarà sradicato. «Allora Dio», promette il Talmud, «asciugherà le lacrime da ogni viso e riprenderà possesso del suo regno». Solo quando il circolo sarà completo la gioia potrà regnare in un riconciliato rapporto tra l’uomo e il suo Creatore.