Nell’ultimo album di Vasco Rossi c’è una canzone dal titolo molto letterario anche se si tratta di un titolo nato per gioco… «È nato per scherzo e poi è diventato Ilmanifesto futurista della nuova umanità, ho citato Marinetti ma non so neanche cosa ha fatto» ammette Vasco a XL. L’artista di Zocca canta in prima persona e si rivolge direttamente a Dio, un Dio nel quale l’uomo nuovo non ha più fede: «io veramente penso che non si può più avere fede in un creatore e credo che ormai possiamo avere fede solo nell’uomo. Adesso siamo noi il miracolo della natura, siamo noi la cosa straordinaria da adorare. L’uomo è anche capace di creare perché sono le donne quelle che creano la vita sul serio, non Dio. Io credo solo alle leggi della natura e la sua forza più grande è l’amore, quello che fa fare delle cose senza volere niente in cambio. Non esiste più un creatore con delle idee o dei concetti fissi da seguire. Dobbiamo credere in noi stessi e cercare di migliorare noi il nostro mondo. Costruire il rispetto per se stessi è la cosa più importante, anche se io non ci sono mai riuscito».
La prima parte della canzone mi ricorda tanto il personaggio biblico di Giobbe che viene travolto nella sua tranquillità e si ritrova catapultato in un mare di dubbi e domande, in un oceano agitato senza alcun appiglio. Canta Vasco: “La cosa più semplice, ancora più facile, sarebbe quella di non essere mai nato. Invece la vita arriva impetuosa ed è un miracolo che ogni giorno si rinnova. Ti prego perdonami, ti prego perdonami, ti prego perdonami se non ho più la fede in te. Ti faccio presente che è stato difficile abituarsi ad una vita sola e senza di te. Mi sveglio spesso sai, pieno di pensieri, non sono più sereno, più sereno com’ero ieri. La vita semplice che mi garantivi adesso è mia però, è lastricata di problemi”. Mi torna alla mente anche un passo de “La nascita della tragedia” di Friedrich Nietzsche: “L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.’” Diverso è l’approdo di Vasco: “Sarà difficile non fare degli errori senza l’aiuto di potenze Superiori, ho fatto un patto, sai, con le mie emozioni le lascio vivere e loro non mi fanno fuori”. Dio viene quindi accantonato da Vasco: attenzione, non dice che Dio non c’è (tanto più se gli si rivolge…) ma afferma di non avere più fede in lui. Certo, sarebbe da chiedersi quale Dio abbia conosciuto l’artista, perché io un Dio che mi garantisce una “vita semplice” non l’ho mai incontrato…
Dopo aver postato tanti articoli sulla crisi dei paesi che si affacciano sul mediterraneo africano, aggiungo questo pezzo di Laura Sponti preso da XL. Parla di rapper tunisini che da tempo cantano il desiderio di libertà, più un pezzettino finale su Karkadan che dal 2003 vive in Italia.
«C’è qualcosa che dovete vedere subito». Siamo appena atterrate a Tunisi, il tempo di lasciare i bagagli in albergo e il telefono già squilla: è uno dei nostri contatti. L’appuntamento è nella piazza, della Kasbah, la zona dei palazzi del potere, ai tempi del raìs vietata ai cittadini. Sono i canti a raggiungerci prima delle immagini. Canzoni arabe spezzate da versi rap. La piazza è stata nuovamente occupata con un tam tam sulla Rete, per chiedere che se ne vadano tutti «i complici di Ben Ali», insediati nei posti di comando, e un migliaio di persone è qui con le loro tende per far vivere la zona giorno e notte. Musica, interventi da un palco improvvisato sulla scalinata del ministero delle Finanze, capannelli, slogan. Mi dicono «Questa è la Tunisia che vogliamo». E riprendono a urlare: Degagé, degagé, degagé, sgombrate il campo. Sono tutti giovani, ragazzi e ragazze con o senza velo, perché questa è una rivoluzione di giovani e il rap è più di una colonna sonora. «Il rap ha seminato da molto prima della rivoluzione il germe della rivolta», come dice Akram Hamdi in arte Campos, degli Armada Bizerta, crew clandestina di ventenni. Il regime non ha perdonato: il rapper El General, 21 anni, è stato arrestato per una canzone contro Ben Ali. Manette per far tacere chi ha chiesto non solo pane, ma libertà di sognare e costruire il proprio futuro. El General è ormai libero. Per incontrarlo partiamo per Sfax, seconda città del paese a tre ore da Tunisi. Sfax affaccia su quel mare che per anni ha rappresentato l’unica speranza di cambiare vita in un paese dove la disoccupazione giovanile supera il 60 per cento a fronte di 80.000 laureati all’anno. Ci aspetta di fronte all’ambasciata libica presidiata dai militari dove si protesta contro Gheddafi. El General racconta di come è stato catturato da una trentina di poliziotti all’inizio della rivolta di gennaio. Gli agenti sono arrivati a casa sua nel cuore della notte e l’hanno portato nelle celle del Ministero degli Interni a Tunisi insieme ad alcuni blogger. Lì dove si tortura. Ci spiega che a far scattare l’arresto sono stati i testi di Tounes Bladna: «La Tunisia è il nostro paese, e i suoi uomini non si arrendono mai, la Tunisia è il nostro paese, mano nella mano, tutta la gente, la Tunisia è il nostro paese, oggi non abbiamo ancora trovato pace». Ma anche e soprattutto Raìs Le Bled. Una video lettera a Ben Ali postata in Rete: l’invito a scendere in strada e vedere la sofferenza del paese. Parla poco e solo in arabo Hamada Ben Amor: è timido nonostante il suo nome di battaglia, El General, che ha scelto perché si sente in battaglia. Lui e gli altri rapper. «Sono stato minacciato e interrogato. Ho passato tre giorni in isolamento. E temevo il peggio… La mia salvezza è stata che la notizia si era diffusa in Rete e così non mi hanno toccato». Le prime minacce gli erano arrivate già nel 2008. «Tramite uno zio che lavorava al Ministero degli Interni, mi era stato dato l’amichevole consiglio di smettere di parlare di alcune cose e di dedicarmi al lato più ludico della musica. Ma io ho continuato: tanto dopo un ventennio eravamo tutti con il piede nella fossa». A farci da interprete c’è Hessen Kossentini, aka Don Koss, suo grande amico nonché arrangiatore e produttore. Ha 32 anni e una piccola casa di produzione indipendente, la Hard Bits, che ha messo su clandestinamente, in un sottoscala di Tunisi quando era studente. Ci racconta del suo risveglio il 18 dicembre 2010, una mattina come tante altre, quando trova sul suo Facebook la notizia che a Sidi Bouzid, cittadina nel centro della Tunisia, un venditore ambulante Mohamed Bouaziz di 26 anni si è ucciso dopo l’ennesimo sopruso da parte della polizia che gli ha sequestrato il suo carretto di verdura e legumi. Un ragazzo come se ne incontrano tanti in Tunisia, aveva studiato, era curioso della vita e con un sogno: avere una possibilità nella vita. E andato sulla piazza principale e si è dato fuoco. E altri cinque giovani hanno fatto lo stesso nei giorni successivi. «Bouaziz ha finito quello che il rap ha iniziato, è stata la miccia della rivoluzione…», dice Don Koss.
All’improvviso smette di parlare. «La polizia…». Si gira per controllare che nessuno lo stia ascoltando. Perché se il dittatore è fuggito, a capo del governo c’è ancora uno dei suoi: Mohamed Ghannouchi, «uno dei cani che ci ha lasciato Ben Ali», come dice El General. E’ venerdì 25 febbraio quando partecipiamo alla grande manifestazione, c’è il sole e la gente è allegra, canta, e cantando chiede le dimissioni di Ghannouchi. Kazy, aka Mr Ta.k.a, ci accompagna in piazza e sarà con noi per tutto il giorno. Ci racconta di come il rap «sia stato più forte di ogni censura. Cantavo per la strada anche mentre ci sparavano addosso. Per esorcizzare la paura e per tenerci uniti». Kazy ha 27 anni, vissuti tra rap, pugilato e motociclismo. È di El Morouj la banlieue sud di Tunisi dove altissime barricate hanno tenuto lontana la polizia. Al tramonto tutti insieme ci spostiamo verso il centro, Avenue Bourghiba per la precisione. Una grande via che ricorda un boulevard francese con i suoi caffè, ma qui ci sono carri armati e filo spinato. Partono i primi spari contro la folla. I tetti sono pieni di cecchini. Possono colpire tutti. A terra rimangono uccisi quattro giovani. I ragazzi rispondono alle pallottole con le pietre. E durante l’ennesima corsa per sfuggire alle raffiche che Kazy intona un rap: «Guardate cosa fa vostro padre, (il raìs e i suoi, ndr) come uccide la nostra gente, come la nostra aria è diventata irrespirabile e non solo per i lacrimogeni». Una cosa che non scorderò mai più.
Sabato è un nuovo giorno della rabbia con ancora scontri e altre vittime (almeno dieci). Sfilano i funerali dei ragazzi uccisi. In silenzio. Lungo il percorso brucia un commissariato e la bandiera della Tunisia strappata dall’ufficio di polizia viene deposta su una bara. La Tunisia è tutta un tumulto. Il ministero degli Interni vieta Music Of Revolution, il concerto organizzato a Biserta dalla Mezzaluna Rossa e dalla crew Armada Bizerta per raccogliere fondi destinati alle «famiglie dei martiri», i caduti della rivoluzione. Gli Armada Bizerta sono tre ragazzi giovanissimi malati di musica e rivoluzione. Li conosciamo nel loro minuscolo studio di registrazione, ricavato da una cucina della casa di uno di loro a Biserta: al muro un volto di Bob Marley, immagine vietata dal regime ma che i tre hanno sempre tenuto appesa. Insieme a una foto di Elvis Presley, il peluche di un orso bianco e la copertina con pugno chiuso del vinile di Power In The Darkness di Tom Robinson. E con un grande pugno chiuso sullo sfondo si presentano ai loro concerti. Comunisti? No, dicono gli Armada. Loro si sentono liberi, indipendenti e laici. Hanno sempre agito in clandestinità, lasciando uscire le tracce di notte, liberandole nel Web e affidandole alla potenza di social network in un paese dove il 34 per cento dei dieci milioni di tunisini è connessa alla Rete. Malek Khemiri, 21 anni, studente di scienze politiche, giuridiche e sociali e una delle voci di Armada Bizerta immagina oggi il suo futuro: «Pieno di ossigeno. L’ancien regime ci soffocava e ci divideva. I giovani non erano uniti, il paese nemmeno. Il Presidente ampliava le differenze tra nord e sud, est e ovest. Ora abbiamo capito che siamo tutti tunisini e arabi. Abbiamo le stesse origini, parliamo la stessa lingua e vogliamo le stesse cose. La religione e la laicità possono convivere, così come le persone». Veniamo raggiunti nello studio-cucina da Lak3y, 25 anni, rapper del SounD Of FreeDoM, un collettivo e una etichetta discografica indipendente che raggruppa musicisti, graffitari, skater. Lak3y è diplomato in computer grafica e disoccupato da tre anni. I suoi testi sarcastici hanno raccontato di una Tunisia come il migliore dei mondi possibili: «Uso l’umorismo e a volte anche un po’ di cinismo perché è più facile raggiungere la gente in questo modo. In anni di dittatura abbiamo imparato a ridere delle nostre tragedie, come tutto il mondo ha poi potuto vedere non siamo un popolo che si piange addosso». La giornata passa tra freestyle improvvisati e una visita al campo da calcio dove un writer ha dedicato un murale agli Armada. E arriva la notizia delle dimissioni del primo ministro Mohamed Ghannouchi, sostituito da un vecchio sindacalista. Accolta con gioia ma anche preoccupazione. Perché la partita non è ancora chiusa. Lasciata Biserta raggiungiamo La Goulette, banlieue nord di Tunisi. Qui, dove abita, ci aspetta Mousse, 24 anni, che ha iniziato a fare rap da ragazzino. «Mi dicevano: parla di tutto, tocca gli argomenti che vuoi, ma non azzardarti a metterci in mezzo la politica. Ma io ho continuato a raccontare la realtà. Il primo testo che ho scritto andava contro la censura e il muro di silenzio tra le persone… Che cosa potevo fare? Cantare del nostro mare e della cucina tunisina? Oggi il nostro pubblico non è formato più solo da under trenta. Gli adulti hanno capito che questa rivoluzione è stata guidata dai giovani». I “grandi”, come li chiama Mousse, hanno capito che dopo i ventitré anni di silenzio della dittatura se proprio non vogliono ricominciare a parlare, devono quantomeno reimparare ad ascoltare. Ascoltare quei versi rap che sfidano anche le pallottole.
KARKADAN, RAPPER EMIGRATO: «SONO FIERO MA LASCIATE PERDERE I GELSOMINI» Karkadan è un noto rapper tunisino e vive a Milano da otto anni. Un nome che significa rinoceronte, ha scelto questo aka per la forza e il fascino di un animale corazzato, ma anche per il luogo dove vive: «Nel fango ed è da lì che io vengo», mi dice. Karkadan ha sempre mantenuto un legame con la Tunisia, ha scritto e cantato pezzi che raccontavano la situazione al di là del mare. E per queste canzoni, spiega, ha avuto minacce e problemi da parte del consolato tunisino e da chi gli sta intorno. Non gli piace la definizione rivoluzione dei gelsomini. «Sono morti tanti giovani per questa rivoluzione, e sono morti per la dignità e la libertà. L’idea dei gelsomini rimanda all’idea che hanno avuto gli europei di un posto bello e profumato dove trascorrere le vacanze. Per noi è tutt’altro, è di color rosso sangue e odora di bruciato, altro che gelsomino! Sono molto fiero della mia gente e la mia speranza è che le nuove generazioni di rapper conoscano la libertà di esprimersi senza il rischio di essere perseguitati o censurati. Mi resta una gran preoccupazione per il futuro… Dobbiamo essere vigili, temo che gli islamisti integralisti e le fazioni comuniste più estreme possano prendere il potere e questa sarebbe la nostra rovina!»
Chi legge XL sa che nella prima parte del giornale c’è una rubrica intitolata Mondo che pubblica 4 brevi pezzi provenienti da altrettanti corrispondenti da città straniere. Barbara Pantanella ha scritto un articolo da Berlino, eccolo qui:
Nella “capitale atea d’Europa”, dove la maggioranza dei cittadini si professa senza Dio, i punk sembrano aver ritrovato la fede. Un grosso segnale è stata la conversione di Nina Hagen (cfr qui, ndr), icona del punk berlinese che è diventata una devota cristiana evangelica e si è messa a scrivere un libro su Gesù. Poi sono arrivati i Jesus Freaks, un movimento di ex punk e anarchici che amano Cristo più di qualsiasi Sid Vicious o Joey Ramone e che si sentono rifiutati dalle chiese tradizionali. Si riuniscono la domenica pomeriggio – perché la domenica mattina i punk dormono fino a tardi – in una ex birreria e il loro logo è una combinazione delle lettere greche alfa e omega, che però a ben guardare ricorda molto la A cerchiata degli anarchici. La messa è in realtà un concerto di musica rock, metal o indie secondo i casi, dove si suona, si balla, si mangiano patatine fritte al posto dell’ostia e si beve birra. Si legge anche la Bibbia, naturalmente, ma anche questa è poco tradizionale: scritta in un linguaggio giovanilistico infarcito di termini slang, è un progetto open source distribuito con licenza Creative Commons, in modo che tutti possano contribuire su Internet con suggerimenti e modifiche. L’edizione più recente è la Volxbibel 3.0 Reloaded. Fedeli alla filosofia punk, i Jesus Freaks organizzano anche un festival rock annuale, il Freakstock, e hanno creato anche la linea di abbigliamento Freakstyle. E per chi di spiritualità non ne ha ancora abbastanza, Berlino offre tanti altri modi per entrare in contatto con Dio senza passare dalla chiesa: basta entrare nel Gebetomat, il distributore automatico di preghiere in tutte le lingue e per tutte le religioni, che l’artista Oliver Sturm ha piazzato in centro città. Oppure fare un salto al chiosco Ixtys, che offre ottima cucina casalinga coreana. Le pareti sono tappezzate di estratti dalla Bibbia e il menu spiega che il kimchi, piatto tradizionale coreano, contiene tante vitamine e fa benissimo alla salute, ma che ancora meglio del kimchi è l’amore per Gesù Cristo.
Ora, sapete quanto sia di vedute ampie la mia religiosità… Solo che a volte tale ampiezza non ce la fa proprio a comprendere certe iniziative, o meglio, anche le comprende ma le colloca ben presto nell’ambito del ridicolo, del comodo, del kitsch; le tiene in considerazione come provocazioni, ma nulla più… Un problema di ristrettezza mentale mio?
Nel numero di dicembre-gennaio di XL c’era un’intervista a Elisa sul suo nuovo album Ivy. La cantante monfalconese, che oggi vive a Gradisca, parla di uno degli inediti del cd, “Sometime ago”. Leggendo le sue parole mi sono venuti alla mente i miei nonni che non ci sono più e un mio studente che ha perso il suo da poco.
“È una canzone su mio nonno. L’ho completata dopo che è morto aggiungendo una frase che mi aveva detto. Potrebbe sembrare un po’ banale perché mi ha detto semplicemente “Vai tranquilla!”». Inizia a cantare come fosse ubriaca. «You can go, you can go, you can go. I’ll be fine!», ma poi torna seria e mi commuove. «Me lo aveva detto quando non stava bene perché ha lavorato tantissimi anni in un cantiere dove c’era l’amianto. Come tantissimi uomini di Monfalcone della sua generazione ha avuto gravi problemi polmonari e respirava solo con mezzo polmone, ma aveva uno spirito straordinario. Lui mi ha trasmesso uno dei valori più grandi che ho avuto la fortuna di ricevere. Poco prima di morire in ospedale mi ha detto questa frase salutandomi con uno dei più bei sorrisi che abbia mai visto. Una serenità impossibile. Mio nonno è un dio per me, insieme a John Lennon e Bob Marley. Me li immagino insieme nell’aldilà, che giocano a carte”
Caro Lorenzo, ti seguo da sempre, da quando mi chiedevo come facevi a piacere ai miei coetanei quindicenni mentre cantavi “sei come la mia moto”… Ora sono un insegnante di religione e utilizzo spesso i tuoi testi per lavorare con gli studenti. Ho sempre trovato “La linea d’ombra” perfetta per parlare di etica, responsabilità, scelte, coraggio… Due settimane fa ho acquistato il tuo ultimo doppio cd: beh, fantastico! Lo ascolto quasi ogni mattina in auto e aiuta a darmi energia e carica. Sono poi rimasto affascinato da “La notte dei desideri”. Vedi, io penso che ci siano essenzialmente due modi di approcciarsi alle canzoni: mantenendosi coerenti con l’autore e quindi cercare di capire cosa lui voleva dire con quel brano, oppure mantenendosi coerenti con le proprie emozioni e quindi andare oltre le intenzioni dell’autore per ascoltare se stessi. E allora mi sono divertito con il secondo approccio. Quando ho letto il titolo “La notte dei desideri” nella tracklist sono rimasto incuriosito perché stavo preparando una riflessione sul tema della notte nella musica contemporanea: ho sperato che il testo potesse essere utile. Poi l’ho ascoltata e letta e la mia fantasia è subito andata non ad “una” notte ma a “quella” notte, quella della Resurrezione.
La notte della tua canzone è abitata da una musica dal ritmo semplice ma in grado di attirare, catturare, incantare un gran numero di persone disposte ad attraversare anche terre desolate pur di raggiungere mete migliori lontane dal freddo calcolo della ragione (mi viene da leggervi la fede). La luce domina in questa notte in cui ogni cosa è investita dalla luce di stelle cadenti. Il protagonista con le due chiavi, quella del coraggio e quella della paura mi ricorda tanto i personaggi di Pietro, di Tommaso, degli apostoli colti dalla paura nell’incontro col risorto, un timore che poi diventa il coraggio della testimonianza. E’ infatti venuto il momento di partire, senza per forza chiedersi quale sia la destinazione del viaggio: per gli apostoli è una regola che vale dal momento della chiamata e che ora si è fatta ancora più forte. Volendo strafare, ho pure collegato i barbari della canzone con le lingue parlate dagli apostoli col dono dello Spirito. Infine: “Le montagne che dividono i destini si frantumano diventano di sabbia, al passaggio del momento di splendore si spalanca la porta della gabbia”. Nelle montagne che dividono i destini vi ho visto le difficoltà che separano gli uomini (gli ostacoli del cuore canterebbero Elisa e Ligabue) destinate a crollare, a diventare sabbia, grazie al momento di splendore, alla luce della Risurrezione che “spalanca la porta della gabbia” (“la pietra era stata rimossa dal sepolcro” Lc 24,2).
Una vecchia canzone per riprendere quello di cui stiamo parlando in I… A seguire uno dei brani che abbiamo letto
L’Albero degli amici”
Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.
I primi che nascono sono il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. Ma il destino presenta altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima, del cuore. Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici. E alle volte uno di questi amici dell’anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli dà luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi. Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra. Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l’estate dopo, e altre permangono per molte stagioni. Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria. Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino. Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente.
Il post precedente parlava di nuove immigrazioni e allora per fare un po’ di contrappeso pensando al passato e per ascoltare un po’ di musica ho pensato a un pezzo del mitico Bruce. La canzone è American Land ed è stata proposta dal vivo la prima volta nel 2006. Viene raccontato il mito della terra promessa americana, la terra dove ogni sogno è possible: là fantastica di recarsi un uomo che dialoga con la moglie. Lei lo raggiungerà per costruire la loro casa in questo paese delle favole descritto nel ritornello. Ma la realtà a cui va incontro l’uomo è ben diversa: sbarca nella baia di New York dove arriva anche la moglie e insieme alla quale costruisce la città e la casa, col proprio sudore e le proprie mani. Sono gli immigrati ad aver costruito gli Stati Uniti: i McNicholas, i Posalski, gli Smith, gli Zirilli (il nome della famiglia della madre di Bruce), i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei, i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi. E il loro sforzo è arrivato spesso al sacrificio della vita. Dura è l’accusa finale di Bruce Springsteen al suo paese, un’accusa che giunge fino ai giorni d’oggi: “Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono, le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.” Il testo rimanda soprattutto per le prime due strofe alla poesia “He lies in the American land” di Andrew Kovaly. Kovaly era un minatore slovacco che aveva così raccontato la storia di un conterraneo che, poco dopo aver spedito a moglie e figli il denaro necessario a raggiungerlo, muore in una miniera.
Eccola qua:
What is this land of America, so many travel there
I’m going now while I’m still young, my darling meet me there
Wish me luck my lovely, I’ll send for you when I can
And we’ll make our home in the American land
Over there all the woman wear silk and satin to their knees
And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees
Gold comes rushing out the river straight into your hands
If you make your home in the American land
There’s diamonds in the sidewalks, there’s gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American land
I docked at Ellis Island in a city of light and spire
I wandered to the valley of red-hot steel and fire
We made the steel that built the cities with the sweat of our two hands
And I made my home in the American land
Chorus
The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis too
The Blacks, the Irish, the Italians, the Germans and the Jews
The Puerto Ricans, illegals, the Asians, Arabs miles from home
Come across the water with a fire down below
They died building the railroads, worked to bones and skin
They died in the fields and factories, names scattered in the wind
They died to get here a hundred years ago, they’re dyin’ now
The hands that built the country we’re all trying to keep down
Chorus
Ed eccone la traduzione (Bruce Springsteen Come un killer sotto il sole, Colombati, pag.135)
Cos’è questa terra chiamata America dove in tanti stanno andando?
Ci andrò ora che sono giovane; là mi raggiungerai, mia cara:
augurami buona fortuna, amore mio, ti manderò a prendere quando potrò
e costruiremo la nostra casa in terra americana.
Le donne, laggiù, vestono di seta e raso da capo a piedi,
i bambini, cara, e i dolci, ho sentito, crescono sugli alberi
e l’oro sgorga dai fiumi dritto nelle tue mani
se costruisci la tua casa in terra americana.
Ci sono diamanti sui marciapiedi, ci sono rigagnoli dritti come fusi
e, cara, ho sentito che la birra sgorga dai rubinetti tutta la notte
e che ci sono tesori a portata di mano per chiunque lavori sodo
e costruisca la propria casa in terra americana.
Sono sbarcato a Ellis Island in una città di guglie e luce
e ho riabbracciato il mio amore li nella valle di acciaio incandescente;
col nostro sudore e le nostre mani abbiamo fatto l’acciaio per erigere le città
e abbiamo costruito la nostra casa in terra americana.
Rit.
I McNicholas, i Posalski, gli Smith e anche gli Zirilli,
i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei
i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi lontani miglia da casa
hanno attraversato l’oceano col fuoco nel cuore
(hanno attraversato l’oceano, mille miglia da casa,
con le pance vuote ma col fuoco nel cuore: così nel booklet).
Sono morti costruendo le ferrovie, hanno lavorato fino a ridursi pelle e ossa,
sono morti nei campi e nelle fabbriche – i loro nomi dispersi nel vento.
Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono,
le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.
Ho fatto l’obiettore di coscienza, quindi non ho fatto il servizio militare: quando c’era l’anno di leva obbligatorio ero dell’idea che non fosse assolutamente corretto che uno stato obbligasse un giovane diciottenne a imparare come si usa un’arma. Non penso che il sistema corretto per alzare il livello di democrazia di uno stato sia quello della forza, ma penso anche che sia necessario confrontarsi su questo. Penso anche che a volte il dialogo con un regime totalitario sia difficoltoso se non impossibile. Insomma sono convinto che idee e pareri siano molto diversi. Quando però sento di un attentato in cui perde la vita un giovane soldato mi si stringe il cuore al pensiero di chi quel militare ha amato e che ora piange quella vita che non c’è più. Penso alle vittime delle guerre, di quelle combattute ufficialmente (con tanto di nome ridondante) e di quelle ufficiose ma molto più numerose, a tutte le vittime. E allora torna alla mente una delle primissime canzoni scritte da Fabrizio De André: “La ballata dell’eroe”.
E’ la storia di un soldato che parte per la guerra con l’intento di dare il suo aiuto (o il suo sangue, in un’altra versione) alla sua terra: è la stessa motivazione che sento ripetere spesso dai tanti amici che hanno scelta la professione militare, anzi la missione militare, come preferiscono dire loro. Dai superiori il soldato riceve, oltre a mostrine e stellette, il consiglio di vendere cara la pelle (attenzione: non di riportarla a casa…). Riceve l’ordine di andare avanti e commette l’errore di spingersi troppo lontano nella ricerca della verità: davanti agli occhi mi sono passate le vignette del fumetto “Logicomix”, laddove si parla della I guerra mondiale col tentativo da parte del filosofo Wittgenstein di vivere il suo essere umano stando il più possibile accanto alla morte (e concludendo “Spingete un uomo sull’orlo dell’abisso e … se riesce a non caderci dentro… diventerà un mistico o un pazzo… che forse sono la stessa cosa” pag. 256-7).
Dalla morte del soldato derivano due conseguenze.
La prima non riesce proprio a entrare nelle mie corde: la Patria ha un eroe in più da aggiungere alla propria gloria. Troppe sono le domande che si rincorrono nella mia mente: ne pongo solo tre. Che dire di tutti i morti sul lavoro e che lavorano nella società civile, tra mille rischi e accettando anche mille compromessi? Che dire dei soldati tornati dalle missioni con gravi malattie e neppure risarciti? E’ necessario cadere sul campo per dire che la vita è stata vissuta da eroi?
La seconda conseguenza è quella degli affetti, quella che stringe il cuore: quella della donna che amava il militare e che avrebbe preferito il soldato vivo all’eroe morto, di colei che avrebbe voluto avere accanto a sé, nel letto, colui che avrebbe potuto regalarle un caldo abbraccio piuttosto che la gloria di una medaglia alla memoria. E il cuore si stringe.
Spulciando tra le riviste accumulate in questi mesi di trasloco, staccando i pezzi interessanti prima di gettare nell’apposito cassonetto differenziato la carta, mi è venuto in mano un pezzo-intervista su Ozzy Osbourne preso sempre da XL di giugno:
«Diggin’ Me Down potrebbe essere tranquillamente definita blasfema. “Non credo”, si oppone Ozzy, con gli occhi roteanti dietro gli occhialini tondi. “Mi chiedo solo: ma quanto male deve esserci nel mondo perché arrivi Dio a salvarci? Cosa deve succedere ancora?”. Il principe delle tenebre non crede in Dio. Ci mancherebbe. Ma prega sempre prima di un concerto: “Lo faccio perché penso: ‘Adesso vado là fuori e qualcosa va storto e la gente mi fischia’. La preghiera mi tranquillizza”. Satana con il rosario in mano.»
E allora associando questo pezzo a quello su Mika da poco postatomi chiedo: ma non è che devono fare un po’ di chiarezza dentro di sé? Cosa significa pregare? Messo in questa maniera mi ricorda tanto la grattata data alla cartolina anti-sfiga di Lupo Alberto prima dei compiti in classe al liceo…
Dal mese di settembre Mika tiene una rubrica su XL. Nel numero di ottobre è comparso un articolo dal titolo “Ho fede, ma il mio dio è tollerante. E accoglie”. Nel pezzo scrive di un rituale che compie prima di ogni concerto e all’interno del quale è compresa anche la recitazione di quattro Padre Nostro, scrive delle proprie origini melchite, dell’attrazione che prova per le chiese e del suo essere a favore della fede ma contro la religione. Posto qui sotto l’articolo originale in inglese (a chi me lo chiede lo mando pure in italiano, ma insegnando in un linguistico…)
Before going on stage I have a ritual. Its normal – most singers do. I put on my show trousers and shoes, take off my T-shirt, brush my teeth, chew on a piece of fresh ginger dipped in honey and say a prayer. Every part of my pre-show ritual is as important as the other. The prayer, however, consists of four ‘Our Father’s and a couple lines on each element of my show. After a year and a half of touring around the world, I asked myself at my final show in Warsaw, why I could not do a performance without this routine and in particular, without the prayer – especially as I am not normally religious. Perhaps the ceremony focuses me and also gives me confidence. But more than anything, this is just a habit which has its roots in childhood. I was born a Melkite. It is a version of Christianity from Lebanon that has traces of Greek Orthodoxy but follows the Pope and the Vatican. From the age of eight I was educated in Catholic schools. This was not a conscious decision by my parents but a happy accident. I was expelled from the French state school I went to, and ended up at a small private school for boys, which we lived next door to. Religious history and ethics were drummed into us every day and religious music was the first serious singing I did. Today I find myself with a contradictory opinion on the Roman Catholic Church and religion. I hate so much about it yet cannot get away from it. Religion has given me a code of ethics and an ability to embrace spirituality. Whenever I see a church I am attracted to it. I step inside and love the escape and detachment I feel within those walls. As an institution, it has never felt more detached from the world we live in. I seek refuge in their buildings, I say prayers, I believe in God, but my God is tolerant and inclusive. At my school we had a close association with the Roman Catholic Brompton Oratory. We knew many of the priests, had confession and lessons with them. It was a general assumption among the boys that quite a few of our priests were probably gay. We had no issues with this. But for me, as an eight year old boy, I started to feel like the Church was used as a hiding place, that homosexuality was wrong, and that repression was encouraged. I quickly realised this was rubbish. I had the luck to have life and family teach me so. All organized religions need infrastructure, money and have political influence. But in the world we live in today, when power and influence can be found at the click of a computer keyboard, the religious organizations feel more out of touch than ever. Gold crosses and wealth do not impress and are irrelevant when compared to the most important things that faith can offer. Bin the gold cross and get a wooden one. Let the Church impress with an open heart and not a heavy wallet. It is an organization, it has good and bad and we must be brave enough to take what we like and not have them impose what we do not believe in. The Church is in crisis. Its scandals are being made public and its faults are more evident than ever. In order to survive it must welcome back with open arms the people that it has driven away. I am 27, I am pro choice, pro contraception, pro gay union, pro tolerance, and most of all pro faith if not religion.
Il 26 ottobre esce il nuovo album dei Tiromancino, di cui gira già da un po’ il nuovo singolo L’essenziale (video ufficiale qui). In un’intervista presente nel numero di ottobre di XL Federico Zampaglione racconta di essere stato da adolescente un fan di Iron Maiden, Judas Priest, Cream. Riguardo al singolo guida del nuovo album afferma: “Nell’epoca in cui viviamo si cerca sempre di ottenere e di raggiungere di più, inseguendo mete che poi alla fine si rivelano inutili. Non serve a un cazzo correre, è solo un affanno: quello che serve veramente, quello che ti fa alzare la mattina e che ti fa sentire una persona che sta nelposto giusto è l’essenziale. Una donna, un volto, una casa di campagna, qualsiasi cosa sia, è importante che tu la viva sapendo che è tutto ciò che ti serve per vivere ed essere contento di te stesso… …calmati e guardati intorno, accorgiti di quello che ami, quelle poche cose che vanno protette e difese, con cura e amore, da tutto il rumore e il casino che ti gira intorno”. In terza stiamo parlando di valori e in quarta a breve di felicità: penso che l’essenzialità si leghi bene a entrambi 🙂
Il 13 agosto 2010 su L’Espresso è uscito questo pezzo di Giancarlo Riccio. Sotto posto pure un video
Nina Hagen? Eccola di nuovo ‘unterwegs’. O, se si preferisce, on the road, visto che il nuovo album, ‘Personal Jesus’, che uscirà a settembre in Italia, è cantato in inglese. Per lei – la più popolare rockeuse tedesca, 55 anni compiuti qualche mese fa, protagonista della scena punk berlinese dopo un’infanzia trascorsa a Berlino Est sotto le ali del patrigno Wolf Biermann, cantautore dissidente – il 2010 è l’anno del grande ritorno. In tour fino a ottobre (in quasi tutta Europa, inseguita dalla delusione dei fans italiani, costretti a rincorrerla tra la Germania e la Spagna e poi a Budapest, alla Cité de la Musique di Parigi e a Praga), Nina Hagen resta quella icona del rock che ha ammaliato Wim Wenders e Pedro Almodóvar, disorientato l’apparato musicale di una città disincantata e sempre più aperta come Berlino, fino a costruire la leggenda della bad girl che negli anni Ottanta si masturbava in tv, faceva le linguacce ai politici, ma scriveva anche canzoni neoromantiche come ‘Lacrime della natura’ dove ‘nuvole passero svolazzano nel cielo’. Provocatoria, iconoclasta, la Hagen è stata prima la regina della rockszene di una metropoli divisa in due dal Muro, poi è fuggita negli Usa. In California ha cantato, scoperto il gusto di fare l’attrice come pure la madre (a Los Angeles, nell’81, ha avuto la prima figlia, Cosma Shiva, con il chitarrista olandese Ferdinand Karmelk). Poi, tornata in Europa, ma non in Germania, ha attraversato a Ibiza le notti maudit di allora e lì è nato vent’anni fa il secondogenito Otis, somigliantissimo al padre, l’attore Franck Chevallier. Infine, interprete delle storiche ‘Auf Bahnhof Zoo’, ‘Der Spinner’ e ‘Superboy’, è tornata in Germania. Ha informato il pubblico di essere diventata cristiana, di non provare ‘più gusto nel fare l’amore’, e ha confermato, come aveva confidato alla stampa popolare anni fa, che ‘la prima volta è stata a 13 anni’. Nella casa di amici berlinesi, la Hagen – capelli nerissimi, trucco pesante e occhiali scuri – ha incontrato ‘L’espresso’, ma prima di parlare di musica, dice di non sopportare Angela Merkel. E da lì vuole cominciare la conversazione, a riprova che è ancora una donna impegnata come lo era da ragazzina nella Ddr.
Perché tanta insofferenza nei confronti di una cancelliera, donna come lei, venuta dall’Est come lei?
‘Perché la Merkel è come George Bush: una politica che sostiene di essere cristiana, ma mente. Perché una vera cristiana non manderebbe soldati in guerra (le truppe tedesche sono di stanza in Afghanistan, ndr.), non avvallerebbe la costruzione di nuove centrali nucleari. Ma poi lei è solo un ingranaggio del sistema che governa il mondo e che rischia di portarlo alla distruzione. Le lobbies di industrie pericolose minacciano il nostro creato e la natura che ci è stata invece regalata da Dio. Dobbiamo costringere i potenti a cambiare politica, soprattutto verso l’ambiente e per questo abbiamo ancora moltissimo da fare. Ed è chiaro che dobbiamo salvaguardare tutto ciò che è stato creato e diventare una umanità nuova, capace di convivere in pace. Ma in fondo, io sono solo una cantante’.
E allora parliamo di lei, della sua musica, delle parole che scrive. È di nuovo in tour, come ai tempi dei concerti berlinesi e poi di quelli negli States. Con il suo pubblico è cambiato qualcosa in 30 anni?
‘No. Mi riconoscono i vecchi fans, come mi scoprono i coetanei dei miei figli. I miei concerti sono anche narrazioni, ricordi, citazioni dal mio passato. Dal vivo non mi sono mai risparmiata, anche se i miei collaboratori provano a tenermi a freno, ogni tanto. Ma io non ci riesco: perché cantare dal vivo mi dà quella emozione anche fisica alla quale non riesco a rinunciare. Neanche pensando a come mi sentirò dopo nel backstage. Stordita: ma, mi creda, felice’.
Si ritrova addosso energia sufficiente, anche se non è più giovanissima?
‘Io non sono per niente stanca. Anzi. Mi sento più giovane di almeno vent’anni. Vede, per molti anni mi sono occupata principalmente di miei figli. Facevo la mamma, e ne sono contenta. Ora, ambedue sono adulti e fuori di casa. E io posso di nuovo dedicarmi alla mia professione con lo slancio necessario’.
Infatti, finalmente c’è un suo nuovo disco, ‘Personal Jesus’, con il brano guida che non è propriamente una cover dei Depeche Mode. Che cosa significa per lei?
‘Erano un desiderio del cuore e una preghiera del cuore che si sono realizzati. Ho risparmiato molto per questa produzione,visto che non avevo una casa discografica. L’ho trovata solo quando avevo finito di registrare l’album’.
Lei qui canta in inglese. Perché? E che cosa rappresenta invece la lingua tedesca per la sua musica?
‘Questo disco è un omaggio al mio Creatore, all’autore della mia vita Gesù Cristo e a tutti gli uomini che hanno espresso nella musica gospel la buona novella dell’amore per il prossimo e della vita eterna. Per quanto riguarda la lingua, durante i miei concerti propongo musica rock in tedesco e suono brani sia vecchi che canzoni nuove, sempre in tedesco’.
Rock e ballate: qual è il suo nuovo stile?
‘Non ho nessun nuovo stile. Io sono musicista e cantante e ho abbracciato le radici del gospel americano delle origini e la musica rock per tutta la vita. Riascolti i miei dischi di quando avevo 18 anni: vi troverà già molte canzoni gospel, come ad esempio i ‘Mahalia Jackson-Hits’: ‘Right on time’ , ‘Gonna live the life’ , ‘Hold me … Ave Maria’, ‘Spirit in the sky’. E poi, se prende i miei storici brani come ‘Naturträne’, ‘African Reggae’ e ‘Superboy’, è possibile già individuare alcune mie esperienze successive’.
Alcuni critici dicono che lei canta ‘My Way’ meglio di Frank Sinatra. Che cosa ne pensa?
‘Che hanno ragione, no? Seriamente: non credo che abbia senso mettere a confronto artisti diversi. La voce di Frank è esattamente unica come la mia’.
Lei è anche attrice e performer. In quale parte del mondo ha raggiunto il successo maggiore?
‘Nella patria dell’anima. Non è un luogo geografico’.
Scrive più volentieri la musica o i testi delle sue canzoni?
‘Io amo le canzoni che la gente possa cantare’.
Si è fatta battezzare un anno fa. Che significato ha avuto per lei?
‘Si è trattato di un battesimo meraviglioso. Io ero stata per tutta la vita una cristiana e una seguace di Gesù. Ma ero stata anche per anni una ospite e poi una adepta di una setta induista con un guru che aveva cercato di farmi dimenticare Gesù. Non c’è riuscito, ma le ha provate tutte: persino sacrifici di animali in nome di Dio. Davvero terribile. Ma quando sono riuscita a conoscere le pagine negative e oscure di questo guru, ho avuto la fortuna di incontrare cristiani che mi hanno fatto ritornare alla mia vera fede’.
Insiste nel dire che ama Dio. Perché lo ama?
‘Perché lo conosco. O meglio, mi sono presto resa conto che per trovarlo avrei per prima cosa dovuto fare la sua conoscenza. Dio si è continuamente manifestato nella mia vita. Io sono sua figlia e lo sarò per sempre. È stato lui che mi ha amato per primo’.
È vero che lei vuole cantare per papa Ratzinger?
‘Sì. Io canto per papi e poliziotti, per politici e professori, idraulici e mezzani, principesse e ciarlatani, principi e pionieri, spacconi e chi non lo è. Per tutti’.
Torniamo al suo passato. È nata nella Germania dell’Est. A 17 anni è diventata famosa con la canzone ‘Hai dimenticato di prendere il rullino a colori’ in cui parlava del grigiore della Ddr…
‘Ho lasciato l’Est grazie a Wolf Bierman (dissidente, scrittore, cantante, ndr.), mio padre adottivo, nel 1976. Nella vecchia Ddr, quando ero ragazzina, la gente si incontrava segretamente nelle chiese e lì cercava di fare cose proibite dal regime. Si pregava per la libertà, si proponevano piani per costruire un futuro libero, si cantavano canzoni vietate. Insomma, tanta solidarietà. Poi arrivò la svolta, le manifestazioni di massa e le preghiere che il Muro cadesse, spontaneamente, senza premeditazione’.
E quando il Muro cadde nel novembre 1989?
‘Quel giorno io stavo cantando a Francoforte. Non appena abbiamo saputo del Muro, abbiamo cambiato i nostri piani e siamo partiti di notte per Berlino per esserci: per partecipare alla grande festa della riunificazione’.
Che opinione ha della scena rock berlinese?
‘Molto vivace. Io la amo’.
Lei è una artista poliedrica: teatro, arte, video, musica, cinema. Che cosa preferisce?
‘Tutto. Davvero tutto’.
Ognuno di noi ha bisogno di un ‘Personal Jesus’?
‘Sì. È costruire giorno per giorno un rapporto personale con il nostro Creatore’.
A giugno ho assistito a una puntata di Matrix in cui le protagoniste del concerto Amiche per l’Abruzzo tutto al femminile tenutosi nel 2009 a Milano presentavano l’uscita del doppio dvd di tale avvenimento. Qualche giorno dopo ho acquistato il dvd e uno dei pezzi che mi ha colpito di più è stato “Ma che freddo fa” cantato da Nada e arrangiato magnificamente da Carmen Consoli (basso e cori), Paola Turci (chitarra e cori) e Marina Rei (batteria e cori). E’ letteralmente venuto giù San Siro (trovate il video su youtube). Mi sono messo allora alla ricerca di qualche notizia in più su Nada, un nome ancorato più alla mia memoria dei Festivalbar da piccolino che non al mio percorso da musicovoro. E in mezzo ai suoi testi ho trovato il pezzo “Gesù”, tratto dall’album “L’amore è fortissimo il corpo no” del 2001. Qui posto il video e faccio una premessa: il video è tostino, con immagini piuttosto violente che fanno riferimento in gran parte agli avvenimenti del G8 di Genova del luglio 2001. In nessuna delle interviste che ho potuto recuperare ho trovato una dichiarazione di Nada in cui dicesse di paragonare Carlo Giuliani (il ragazzo morto in quei giorni) a Gesù. In un’intervista del Corriere della Sera la cantante rivelava “Mentre incidevo l’album sono scoppiati i disordini a Genova, io guardavo quelle immagini raccapriccianti e le legavo a questa canzone”.
Non passa inosservata la prima traccia, nella quale parli di Gesù e lo immagini reincarnato nella nostra epoca. Insolito per un’artista che ha ammesso di non essere credente, non trovi?Sì, é vero. Quella di Gesù é però una storia affascinante, bellissima, piena di mistero, che può dare spunto a molte interpretazioni. Io non sono una che ha fede nel senso religioso del termine, comunque ho una mia religiosità, una mia spiritualità, perché altrimenti non si potrebbe vivere, credo. Quando ho scritto “Gesù”, però, anch’io mi sono sorpresa effettivamente, perché quando scrivi non sai mai dove arriverai. Non volevo scrivere una canzone su Gesù o comunque con qualcosa che avesse a che fare con la sua figura, mi é semplicemente uscito fuori.
Evidentemente sono cose che avevi dentro?Sicuramente sì. Il bello di scrivere é che spesso é come se un po’ scoprissi anche te stessa, in un certo senso, perché vengono fuori cose che ti sorprendono, che però fanno parte di te, del tuo carattere, della tua vita. Insomma se vai a vedere bene, un senso c’é.
Secondo te, quindi, se vivesse oggi Gesù sarebbe ugualmente emarginato?Quello di cui parlo io é un Gesù molto umano, che si muove in questo mondo dove non ha più punti di riferimento, dove si perde, dove ha delle idee diverse e per questo viene emarginato e combattuto e addirittura fatto fuori, nell’indifferenza generale anche di chi non dovrebbe essere indifferente, perché é anche lui un Gesù.
Specchio di un’epoca difficile?Sì, stiamo vivendo effettivamente un momento difficile, e quando si scrive le ispirazioni si prendono anche dai momenti che si vivono, dalle cose che si hanno intorno. Mi rendo conto che questa cosa é molto dura, diretta, cruda, però é anche molto vera.
E in effetti il testo parla di un Gesù perso in mezzo alla strada, diretto alla stazione (poi lo troveremo in metropolitana: il messia itinerante è rimasto…), sta male e vuole andare in ospedale ma non trova indicazioni. Gesù trascina il suo stesso corpo ferito nell’indifferenza generale, sembra che ancora una volta non ci sia posto per lui nel mondo (“non c’era posto per loro nell’albergo” Lc 2,7). La nuova venuta di Gesù lascia delle tracce: sono tracce impresse nel suo stesso sangue, sangue che però schizza intorno calpestato dallo scalpiccio della gente che se ne va. La reazione di Nada non è quella della fuga, ma di chi resta lì, si copre gli occhi per non vedere la morte e la sofferenza, ma resta lì. Il desiderio è quello di pregare, ma le sicurezze, le certezze, i punti di riferimento sono saltati: chi pregare? (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mt 27,46). E poi, alla quarta fermata della metropolitana qualcuno spara a Gesù, uno squarcio nella testa che non gli permette di ricordare. Eppure, canta Nada, “nel cuore lui sapeva” (“Ma tu desideri che la verità risieda nell’intimo: insegnami dunque la sapienza nel segreto del cuore.” Sal 51,6″). E’ un Gesù che non ricorda, che non capisce, che questa volta non ce la fa a portare il suo stesso corpo ma viene trascinato da altre persone tra l’indifferenza. Nada, ancora coprendosi gli occhi per non vedere (“beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” Gv 20,29), si chiede ancora chi pregare eppure Gesù nel suo cuore sa (“Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” Mt 26,42).
FATHER & SON (Dall’album “Tea for the tillerman”, Cat Stevens)
Questa vecchia canzone sta ormai attraversando le generazioni, grazie anche a una versione remix che l’ha fatta conoscere anche a persone più giovani; parla del difficile dialogo tra un padre e il proprio figlio.
Nella I, II e IV strofa è il genitore a parlare, a invitare il figlio a prendere le cose con calma, a non avere premura, a non affrettare i propri passi. Riconosce che non è facile “rimanere calmi quando hai trovato qualcosa che funziona”, tuttavia mette in guardia il figlio e lo fa con una frase molto interessante: “per te sarà ancora qui il domani, ma forse non i tuoi sogni”.
E’ una frase bella e che potrebbe piacere pure al figlio: invita a conservare i sogni, a mantenerli in vita. Fa paura l’ipotesi di un domani senza sogni, senza quei pensieri belli e carichi di aspettative di cui soprattutto i figli sono capaci. Sono parole che vanno in controtendenza rispetto a un mondo che ci fa fare ogni giorno i conti con la realtà e ci dice continuamente di stare con i piedi per terra.
Al padre risponde il figlio, un figlio arrabbiato che usa parole cariche di astio e rancore. Non entro nella dinamica del rapporto tra i due, ma osservo semplicemente ciò che il ragazzo lamenta. Non si è sentito ascoltato; ha provato a spiegare, ma ha poi concluso che era meglio tenere tutto dentro (ma è la soluzione giusta…?). Ha infine scoperto l’esistenza di una sua strada e ha deciso che è venuto il tempo di andarsene: “Dal momento in cui potevo parlare, mi fu ordinato di ascoltare. Ora c’è una strada e so che devo andarmene”.
E allora, sulla spinta di questa canzone potremmo interrogarci sul rapporto genitori-figli, sulla necessità ma anche sulla difficoltà di dialogo. E pure sul rapporto giovani-adulti, sulla ricerca del loro riconoscimento reciproco: a tal proposito un esempio biblico. Gesù, da ragazzino, si ferma a parlare nel tempio con i dottori della legge e questi si stupiscono per la sua arguzia e la sua intelligenza. Se lui non si fosse posto in tal maniera, non sarebbe stato ascoltato. E’ allora necessario, a mio avviso, chiedersi se si debba arrivare a questo: devo obbligare l’altro a venire sul mio piano per rendere possibile il dialogo? Devo costringere i giovani alla seriosità per parlare agli adulti? Devo costringere mamma e papà ad ascoltare i 50 cent o i Coldplay per riuscire a interagire con i figli? Devo costringere i giovani all’alfabeto ecclesiastico per parlare di Dio? Devo costringere la Chiesa agli slang per parlare ai giovani? Dove si possono incontrare?
Father
It’s not time to make a change,
Just relax, take it easy.
You’re still young, that’s your fault,
There’s so much you have to know.
Find a girl, settle down,
If you want you can marry.
Look at me, I am old, but I’m happy.
I was once like you are now, and I know that it’s not easy,
To be calm when you’ve found something going on.
But take your time, think a lot,
Why, think of everything you’ve got.
For you will still be here tomorrow, but your dreams may not.
Son
How can I try to explain, when I do he turns away again.
It’s always been the same, same old story.
From the moment I could talk I was ordered to listen.
Now there’s a way and I know that I have to go away.
I know I have to go.
Father
It’s not time to make a change,
Just sit down, take it slowly.
You’re still young, that’s your fault,
There’s so much you have to go through.
Find a girl, settle down,
if you want you can marry.
Look at me, I am old, but I’m happy.
Son
All the times that I cried, keeping all the things I knew inside,
It’s hard, but it’s harder to ignore it.
If they were right, I’d agree, but it’s them you know not me.
Now there’s a way and I know that I have to go away.
SEI NELL’ANIMA (dall’album “Grazie”, Gianna Nannini)
Propongo una canzone che personalmente considero un capolavoro: parla di un rapporto finito, con la decisione da parte della cantante (o di chi parla in prima persona) di chiudere definitivamente la porta su questa relazione:
“Vado punto e a capo così
Spegnerò le luci e da qui
Sparirai
Pochi attimi
Oltre questa nebbia
Oltre il temporale
C’è una notte lunga e limpida,
Finirà”.
La decisione è presa, pur nella consapevolezza che sarà difficile andare avanti, sarà come attraversare una notte, una nebbia, un temporale: è l’unico modo di cancellare l’altro, di farlo sparire, di spegnere le luci. La sensazione è quella di una lotta della ragione contro il cuore e pare che sia proprio la prima ad avere la meglio. D’altronde noi di questo rapporto non sappiamo nulla, non possiamo tifare per nessuno, non sappiamo se sia il caso di dare spazio ai sentimenti o alla volontà. Ma…, sì, c’è un ma: prima del ritornello la Nannini canta:
“Ma è la tenerezza
Che ci fa paura”.
E qui, a mio avviso, c’è una provocazione utile: “siamo ancora capaci di tenerezza?” “Sì, certo”, è solitamente la risposta. Ma forse questa certezza risponde a un’altra domanda, leggermente diversa nella forma ma completamente diversa nel contenuto: “abbiamo bisogno di tenerezza?” Non sto parlando della tenerezza intesa come romanticismo mieloso e appiccicaticcio, ma nel senso così ben reso dalle parole di Henri Nouwen
“A volte immagino che il mio intimo
sia come un posto irto di aghi e di spilli.
Come accogliere qualcuno
se non vi può riposare pienamente?
Un cuore agitato di preoccupazioni,
di rabbia e di gelosie
causa delle ferite a chi vi entra.
Devo creare in me una zona libera
per poter invitare gli altri
ad entrare e guarire…
Ciò significa una interiorità dolce,
un cuore di carne e non di pietra,
uno spazio dove si può camminare
a piedi nudi.”
Penso che la sete di questa tenerezza sia enorme; è tuttavia necessario comprendere che tale sete può essere estinta solo dissetando altre persone con lo stesso tipo di sostanza. La tenerezza può essere costruita, ma può essere edificata solo insieme, altrimenti può essere fraintesa o vissuta soltanto da uno dei due. E quando si è innamorati, e magari alle prime esperienze, non è così facile rendersi conto di chi sta abusando della nostra tenerezza; si rischia di prendere delle scottature che poi raffreddano quel calore che viene naturale quando ci si ama e che magari porta a una certa freddezza di sentimenti:
“Sei nell’anima
E lì ti lascio per sempre
Sospeso
Immobile
Fermo immagine
Un segno che non passa mai”.
Ma… sì, per fortuna, c’è un seconda ma: l’amore è una fonte inesauribile per dare sollievo a quella sete di cui dicevo prima.
“Lascio andare i giorni
Tra certezze e sbagli
E’ una strada stretta stretta
Fino a te
Quanta tenerezza
Non fa più paura”
E anche il ritornello cambia:
“Sei nell’anima
E lì ti lascio per sempre
Sei in ogni parte di me
Ti sento scendere (non più immobile fermo immagine, quindi)
Fra respiro e battito
Sei nell’anima
Sei nell’anima
In questo spazio indifeso (quel luogo in cui camminare a piedi nudi)
Inizia
Tutto con te
Non ci serve un perché”.
E Gianna Nannini conclude con una frase che, se voluta, è una vera chicca: “Siamo carne e fiato”. Non dice il solito carne e spirito o carne e anima, che potrebbe farci pensare a classici dualismi, ma carne e fiato: ora in ebraico spirito è “ruah”, che è appunto l’alito, il respiro, il fiato, la vita stessa (in punto di morte si esala l’ultimo respiro e si rende l’anima o lo spirito). Al rapporto, senza la presenza dell’amato, manca la carne, manca il fiato, manca la vita. Insieme diamo vita a un qualcosa, che è il nostro amore, e che senza di noi muore.
BIANCHI E NERI (dall’album “Ci penserà poi il computer”, Nomadi)
La canzone ha 25 anni e non è di certo una di quelle più conosciute del complesso di Novellara: non molto frequenti sono le sue esecuzioni ai concerti. Qui metto un video con Augusto. Il testo è molto semplice e racconta la vicenda di un uomo che in mezzo a un mondo di violenze e odio che contrappone fratello a fratello coltiva un giardino di speranza. L’uomo è interessato al bene delle persone al di là delle loro idee e posizioni, al di là dei loro colori, qui rappresentati, penso metaforicamente, dai bianchi e dai neri.
Così un giorno aiuta un nero moribondo e si attira le antipatie dei bianchi, mentre in un’altra occasione soccorre un bianco e suscita l’odio dei neri. Accade così che una notte, mentre sta camminando in cima ad una collina che divide le due valli dei bianchi e dei neri, l’uomo viene colpito contemporaneamente dalle due fazioni. I due gruppi festeggiano la morte del traditore, senza però rendersi conto che in realtà non è un uomo ad essere scomparso, ma la pietà. Ora, proprio prendendo spunto da questa canzone, penso possa essere utile riflettere sul legame che può esserci tra pietà e missionarietà. Innanzitutto un chiarimento sul termine pietà, che troppe spesso diventa sinonimo di commiserazione superficiale: per spiegarmi uso la lingua friulana. Uno dei vocaboli per tradurre pietà è “dûl”, una situazione “mi fâs dûl”; ma noi friulani diciamo anche “mi dûl al cûr”, mi fa male il cuore, un dolore fisico che coinvolge tutta la persona e che non può che portare all’azione. Pertanto la pietà non va intesa come una estatica contemplazione dei mali del mondo, lontana dall’agire, dallo sporcarsi le mani, dalla compromissione, tutt’altro. La vera pietà porta alla decisione di agire, di darsi da fare per cercare di dare sollievo, magari nel piccolo, a chi sta soffrendo. Inoltre penso che pietà sia anche muoversi con delicatezza, non intesa come scarsa determinazione, ma come attenzione a tutte le posizioni, sensibilità e diplomazia, nella convinzione che tutta la verità non è mai da una parte sola. Concludo tornando all’origine della missionarietà: la decisione di agire. Mi viene alla mente lo splendido brano di Barricco, quando Novecento, il pianista che non era mai sceso dalla nave su cui suonava, è fermo in cima alla scaletta, indeciso se scendere o stare. “Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade, ce n’erano a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una A scegliere una donna Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire Tutto quel mondo Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce E quanto ce n’è Non avete mai paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla quell’enormità, solo a pensarla? A viverla… Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E un viaggio troppo lungo. E una donna troppo bella. E un profumo troppo forte. E una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.” Penso sia ora di scendere dalla scaletta…
Cosa c’entra una canzone che può essere intesa come una presa di posizione contro la caccia con l’argomento della religiosità? Il brano “Il dono del cervo” di Angelo Branduardi racconta la storia di un cervo che incontra un cacciatore e gli dice «Aspetta, non tirare, perché io sto per morire e ti regalo sette pezzi del mio corpo, così per sette volte rivivrò». Probabilmente, adesso, la nostra è la stessa impressione che ebbe Angelo Branduardi quando, alla fine di un suo concerto a L’Aquila, venne avvicinato da una suora: «Complimenti per la canzone sulla risurrezione». Branduardi tentò di spiegare che forse la suora stava sbagliando cantante, ma ella intendeva proprio la canzone del cervo.
Tutta questa premessa mi serve per dire che molte esperienze, in particolare nell’ambito religioso e spirituale, sono significative per le persone che le vivono e la percezione di esse cambia molto da soggetto a soggetto. Un’esperienza positiva per un gruppo (che ne so, immaginiamo un ritiro spirituale), può essere molto meno positiva per un altro. Non solo; penso che oggi questa differenza percettiva scenda dal livello del gruppo al livello delle singole persone che compongono quel gruppo. Un gruppo funziona se le singole persone che lo formano si sentono soddisfatte da un punto di vista personale: insomma, il gruppo non copre, non risolve più le magagne personali, anzi tende a farle emergere e a lasciarne la soluzione alla persona o al massimo al coordinatore. Lo stesso accade anche nel gruppo-chiesa o comunità locale. L’esigenza primaria che deve essere soddisfatta, almeno a livello giovanile, penso sia quella del soddisfacimento personale: attenzione, non voglio ricoprire di un’accezione negativa il termine soddisfacimento. Voglio solo intendere che se qualche tempo fa la realizzazione del giovane era prima a livello di gruppo e poi a livello personale, ora ho la sensazione che avvenga l’esatto contrario: se manca il soddisfacimento personale, è molto difficile che ci sia una buona esperienza di socializzazione. Ciò, a mio avviso, comporta vantaggi e svantaggi. Un indubbio vantaggio è che i giovani che stanno facendo una buona esperienza di fede siano convinti di quel che stanno vivendo, siano felici e che quindi riescano a trascinare amici e coetanei. Essi hanno spesso un ottimo rapporto con i loro animatori e anche con il prete (soprattutto se giovane, o meglio, se sa stare con i giovani) e vivono effettivamente bene la dimensione della parrocchia, sovente impegnandosi nei vari ambiti pratici e formativi. Chiaramente ciò comporta un rischio: nel momento della crisi del rapporto personale con l’educatore può andare in difficoltà tutto l’ambito della fede, segno di un modo di credere che ha ancora bisogno di radicarsi, che è ancora a un livello emotivo. Molti oggi cercano proprio l’esperienza emotivamente forte e coinvolgente (si pensi all’emozione suscitata dalla scomparsa di Giovanni Paolo II). Il rischio più grosso, però, secondo me lo corrono tutti quei giovani che non possono fare questi tipi di esperienze, perché magari vivono in piccole realtà o semplicemente perché, e capita, inutile nasconderlo, hanno incontrato le persone sbagliate che non hanno fatto scoprire la vera persona importante nella fede, che è quella di Cristo. La scommessa per una pastorale giovanile parrocchiale e diocesana, è quella di riuscire a offrirsi in mille modi diversi, a incontrare ognuno dei ragazzi che desidera lasciarsi incontrare, a costruire e progettare mille strade diverse lungo le quali i giovani possano fare conoscenza con l’unico oggetto-soggetto di tale incontro: Cristo. Si tratta di fare un po’ come il cervo, che poi non è nient’altro che il seme che muore per dare frutto “ed in dono allora a te io offrirò queste ampie corna mio buon signore, dalle mie orecchie tu potrai bere, un chiaro specchio sarà per te il mio occhio, con il mio pelo pennelli ti farai. E se la mia carne cibo ti sarà, la mia pelle ti riscalderà, e sarà il mio fegato che coraggio ti darà. E così sarà buon signore che il corpo del tuo vecchio servo sette volte darà frutto, sette volte fiorirà…”
Una canzone che è una preghiera, non solo per il verso finale che se lo auspica (“Fa’ che questa mia canzone diventi una preghiera”), ma per tutto il contenuto e il tono delicato del brano. Il Dio invocato da Sergio Cammariere è quello della creazione e quello del Nuovo Testamento. E’ quello della creazione per i continui rimandi agli elementi naturali: “Padre della notte che voli insieme al vento”, “Padre della notte che le stelle fai brillare, tu che porti vento e sabbia dalle onde del mare”, “Padre della terra, Padre di ogni uomo, Padre della notte della musica e dei fiori, Padre dell’arcobaleno dei fulmini e dei tuoni”. Ed è anche quello del Nuovo Testamento, quello di Gesù, quello che viene percepito dall’uomo come un “Padre” affettuoso che si prende cura dei figli: “Tu che ascolti i nostri cuori, quando soli poi restiamo nel silenzio della notte, solo in Te noi confidiamo” (Salmo 71)
La richiesta del cantautore è quella della speranza, quella di un abbraccio e di uno sguardo affettuoso e caloroso nel momento in cui tutto si fa buio: “togli dal mio cuore la rabbia ed il tormento e fammi ritornare agli occhi di chi ho amato quando è poca la speranza che resta nel mio cuore”. Sembra paradossale, ma l’uomo sente il bisogno di continuare a sperare e sognare anche là dove sembrano non esserci possibilità, anche là dove tutto sembra vano: “Tu che accendi i nostri sogni e li mandi più lontano come barche nella notte che da terra salutiamo e fammi ritornare tra le braccia di chi ho amato quando è vana la speranza che resta nel mio cuore”. Insuccessi, delusioni e disillusioni a volte ci fanno vedere i nostri sogni non come delle prospettive o delle possibilità da realizzare proiettate nel futuro, ma come se fossero presenti negli specchi retrovisori della vita, o nel treno che ci parte davanti agli occhi mentre stiamo arrivando in stazione, o come barche viste dalla riva mentre si allontanano. “Dammi una pace limpida come un limpido amore” è la richiesta dell’uomo in preghiera. Ultimo suo appiglio resta quel Padre il cui mistero è ovunque, un ovunque che si colloca non solo nello spazio ma anche nel tempo: “dentro ogni secondo come in ogni giorno intero”. La possibile risposta dell’uomo si colloca all’interno di un dono fatto da Dio stesso, un dono che ha tutti i caratteri della naturalità: “Tu che hai dato a noi la fede come agli uccellini il volo”. E la fede trova risposta concreta nell’amore: “Fammi ritrovare un giorno l’amore che ho aspettato”.
In prima, a inizio anno abbiamo parlato di solitudine. Ecco allora questa breve intervista rilasciata da The Niro a http://www.rockol.it e poi il suo video di presentazione del nuovo cd, il tutto in attesa dei testi…
Ha scelto come nome d’arte The Niro, e dopo l’Ep d’esordio “An ordinary man”, seguito dal primo album intitolato appunto “The Niro”, Davide Combusti (nato a Roma nel 1978,) ha dato alle stampe il suo nuovo disco di inediti, “Best wishes”, un album di undici brani introspettivi legati tra di loro da un unico filo conduttore: “A dire il vero mentre sceglievo i brani da inserire nel disco”, ha spiegato The Niro a Rockol, “non ho pensato di creare un concept album. E’ stato alla fine che, riascoltandolo, mi sono accorto che la solitudine era il sentimento che legava fra loro tutte le storie a cui ho dato voce in ‘Best wishes’. Ci sono alcune differenze sostanziali tra questo album e il precedente. Ci sono diversità nel messaggio, nelle tematiche… il primo parla di abbandono, è molto più struggente, c’era una malinconia di fondo. In questo invece viene dato spazio alla fase successiva dell’abbandono, la solitudine. Parlo di personaggi e di storie ma che in realtà sono maschere dei miei stati d’animo, descrivo una tematica priva di amore, dove i personaggi si trovano a combattere con la vita cercando un riscatto che non riescono ad ottenere”. Il disco è stato suonato quesi per interno dallo stesso The Niro, che per alcuni brani si è avvalso della collaborazione dei musicisti che lo accompagnano anche dal vivo: “Nel primo album avevo suonato quasi tutto io”, ha spiegato il cantautore, “mentre questa volta diciamo che ho suonato tutto io per tre quarti del disco, il minimo che posso accettare per considerarlo un prodotto mio. In fin dei conti nasco batterista, quindi mi viene spontaneo suonare tutto da me. Certo poi mi concentro molto sui testi, le tematiche per me sono fondamentali, non le lascerei mai in secondo piano. ‘Post atomic dawn’ è il brano che chiude il disco e che ho voluto anche rappresentare con la copertina del disco, che mi vede di spalle nel deserto, con una luce rossa. Mi sono immaginato un ragazzo che si sveglia dopo un’esplosione atomica e non sa dove andare, ma comincia a muoversi lo stesso seguendo qualcosa, che potrebbe essere, nel mio immaginario, il sole, anche se poi nel testo non l’ho scritto. Un altro brano particolare è ‘Circle’, dove parlo di possessività, di qualcuno che vuole controllare a tutti i costi le persone, senza accorgessi che è lui stesso poi all’interno di un cerchio ancora più grande, del quale non si rende conto. Un’altra cosa a cui presto molta attenzione è l’uso che faccio della mia voce. La utilizzo come fosse un vero e proprio strumento: a livello di costruzione delle canzoni ad un certo punto m’annoio e allora cerco di far qualcosa con la voce, per dare qualcosa in più al brano”
Posto il video in inglese e sottotitolato in spagnolo della scena del Getsemani presa da Jesus Christ Superstar. Più sotto la traduzione del duro testo
Voglio soltanto dire Se c’è un modo Allontana da me questo calice poiché non voglio assaggiarne il veleno Sentirne il bruciore, Io sono cambiato, non sono piu’ cosi’ sicuro Come quando abbiamo iniziato Allora ero ispirato Adesso sono triste e stanco Ascolta… Non c’è dubbio che ho superato ogni aspettativa Ho tentato per tre anni, che sembrano trenta Potresti chiedere altrettanto a qualsiasi altro uomo? Ma se io muoio Se vado fino in fondo e faccio quello che tu mi chiedi
Se lascio che mi odino, che mi colpiscano, che mi feriscano, che mi inchiodino al loro legno Vorrei sapere, vorrei sapere mio Dio Vorrei sapere, vorrei sapere mio Dio Vorrei capire, vorrei capire mio Dio Vorrei capire, vorrei capire mio Dio Perché devo morire Sarei notato più di quanto lo sono mai stato prima? Le cose che ho detto e fatto avrebbero maggior peso? Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore Dovrei capire, dovrei capire mio Signore Dovrei capire, dovrei capire mio Signore Se muoio quale sarà la mia ricompensa? Se muoio quale sarà la mia ricompensa? Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore Dovrei sapere, dovrei sapere mio Signore Perché, perché dovrei morire? Oh perché dovrei morire? Puoi mostrarmi ora che non verrei ucciso invano? Mostrami almeno un po’ della tua mente onnipresente Mostrami che c’è un motivo per cui tu vuoi che io muoia Sei anche troppo preciso sul dove e sul come, Ma non altrettanto sul perché Va bene, morirò! Oh, oh guardami morire! Vedi come, vedi come morirò! Oh, guardami morire!
Allora ero ispirato Adesso sono triste e stanco Dopo tutto ho provato per tre anni che sembrano novanta Perché allora ho paura di finire ciò che ho cominciato? Ciò che hai cominciato tu, non io Dio, la tua volontà è dura Ma sei tu che comandi il gioco Berrò il tuo amaro calice, inchiodami alla tua croce e spezzami Fammi sanguinare, battimi, uccidimi, prendimi adesso – prima che io cambi idea.