Battiato spirituale

Stamattina in edicola, come ogni mese, ho acquistato il mensile Rolling Stone. Dentro c’era un’intervista interessante di Luca Caminati a Franco Battiato, di cui ora vi posto la parte per me più intrigante

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Possiamo dire che nel suo lavoro c’è un elemento di proselitismo?

E’ necessario. Noi siamo strumenti, un ponte fra cielo e terra. Se tu fai questo lavoro perché in realtà ami il successo, hai tradito il tuo compito. I regni inferiori ti aspettano nel futuro. Sono condanne, e non è che si scherza con queste cose.

Più vado avanti e più scopro che molti capolavori musicali sono certezze di esistenze superiori. Ma come può un umano nato dal caso, da una stupida e inerte materia, scrivere cose del genere? I movimenti dei flessori di una mano che prende un bicchiere sono incredibilmente complessi, un meccanismo impressionante. Come può un individuo essere inferiore a una sua parte meccanica?

Però… anche lei è un eretico: da una parte ama parlare del suo spiritualismo, a volte anche vicino alla tradizione cattolica, dall’altra ama presentare un canone di pensatori, artisti e musicisti assolutamente estraneo alla tradizione occidentale.

La mia vicinanza al cristianesimo è univoca: non posso in alcun modo pensare al Vaticano e all’aspetto burocratico e diplomatico della Chiesa. Io sto con i mistici cattolici che seguono vie esperienziali. Uno che non ha esperienze mistiche non sa capire né accettare. San Giovanni della Croce era considerato un eretico, ma i veri eretici sono quelli che parlano di Dio senza avere neanche un “osso sacro”.

Battiato esploratore dell’anima e della mente: ci sono molti come me che rimangono spiazzati di fronte a questo estremismo spiritualista. Canzoni come Haiku, ad esempio, che lei non esita a definire devozionali…

Ma senza il passaggio alla meditazione non si può arrivare a niente. Tecnicamente, per entrare nel sacro devi abbandonare il pensiero materialistico. Bisogna arrivare alla chiarezza della visione. Haiku esprime abbastanza bene la dimensione meditativa, attraverso l’esperienza del silenzio, interessantissima. Quando la provi, non puoi più tornare indietro.

Qual è il suo metodo?

Pratico la meditazione da circa 39 anni. A poco a poco, dai mistici indiani al buddismo tibetano, dal sufismo al sistema analitico di Gurdjieff, sono arrivato a un metodo più personale. Noi viviamo spesso nella mente e non sentiamo il corpo. Immagina di camminare per strada, e invece di essere completamente preso dai tuoi pensieri come spesso succede, immagina di sentire ogni singola parte del tuo corpo: un controllo totale.

Musica e Dio / 5

Ho scoperto oggi pomeriggio la canzone “Il pane, il vino e la visione” e me ne sono innamorato, anzi direi proprio di aver scoperto Sergio Cammariere di cui conoscevo molto poco… Qui sotto vi posto il link al video e il testo con alcune riflessioni mie e appena riesco provvederò a commentare anche un altro capolavoro (“Padre della notte”).

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IL PANE, IL VINO E LA VISIONE

Nel novembre 2006 Sergio Cammariere pubblica l’album “Il pane, il vino e la visione” di cui fa parte l’omonimo brano (testo di Roberto Kunstler) che potete trovare qui:

http://www.youtube.com/watch?v=_R-rYP8UEZA

Là dove l’uomo è libero e non c’è più differenza

tra razza fede e sesso esiste solo fratellanza

Ma forse l’utopia non è una scienza

o forse sono io che ne ho abbastanza

di questo avanti e indietro di scemenza

e di ogni assurda intolleranza

verso chi come me chiede soltanto rispetto per il mondo

Due tematiche importanti: la libertà e il rispetto. Là dove c’è libertà c’è anche fratellanza e uguaglianza che vengono poi riprese nella condizione dell’uomo davanti a Dio, dove non c’è secondo, non c’è classifica né graduatoria. Il rispetto serve ad andare oltre ogni intolleranza: è bello che all’intolleranza non venga contrapposto il tollerare, simile al sopportare, ma il rispettare.

 

Perché davanti a Dio non c’è secondo

e ognuno è solo ed unico di fondo

Per quanto la memoria a volte dice

che questa vita é solo un appendice

E siamo noi gli stessi di quel giorno

in cui vivevano gli eroi

quando un re poteva battersi al tuo fianco

e morire per noi

Ma non pensare che poi sia così lontano

C’è un tempo nel tempo in cui noi ancora non siamo

ma fatti non fummo così per essere coinvolti

da metafisiche e illogiche infinità 

Viene introdotto il tema della trascendenza caratterizzata però da una forte immanenza di rispetto e correttezza di rapporti

Ma nessuno ti dice che poi

nel deserto non conta chi sei

conta solo se sai

riconoscere il vero dal sogno

Ma soli nel buio risplende una chiara coscienza

ed ogni dubbio poi dal cuore scomparirà

Attenti quindi all’abito che fa la differenza

per voi che dispensate conoscenza

Il caso è matematica e la fede

è geometria celeste per chi crede

che questa vita sia un passaggio

verso un altro tipo di esistenza

come un ponte che unisce cielo e terra

inferno e paradiso

Ma se potrai dividere davvero

il pane il vino e la visione

e affrontare ogni giorno col sorriso

la nostra missione

un sorriso, sarà la comunione

un sorriso, l’amore che verrà

Al di là di quello che le teologie possono elaborare fino a rischiare di diventare geometrie celesti, la reale comunione è fatta d’amore e sorriso, senza così scappare nel sogno e restare legati al reale, quel reale ricordato fin dall’inizio della canzone e caratterizzato dal rispetto.

 

Ma nessuno ti dice che poi

nel deserto non conta chi sei

conta solo se sai

riconoscere il vero dal sogno 

Mad about you

Un adulterio, un tradimento, un tentativo di inganno, un omicidio. Sono gli ingredienti di un famoso episodio biblico che viene toccato dalla canzone “Mad about you” di Sting, cantata anche in versione italiana col titolo “Io muoio per te”. Davide è il II re di Israele. Mentre i suoi soldati sono a combattere contro gli Ammoniti e ad assediare la città di Rabbà, il re decide di restare a Gerusalemme. In un caldo tardo pomeriggio, dalla sua terrazza, vede una bellissima donna fare il bagno; si informa su chi sia e scopre essere la moglie di Uria, l’Hittita. Nonostante questo, Davide la convoca a palazzo e i due hanno un rapporto sessuale dopo il quale Betsabea rimane incinta. Questo comporterebbe per la donna la pena di morte, essendo in stato di flagrante adulterio. Il re convoca in licenza Uria e lo manda a casa, nella speranza che egli possa avere dei rapporti sessuali con la moglie e così giustificare lo stato di gravidanza. Ma Uria rifiuta e Davide, al termine della licenza, gli consegna l’ordine da recapitare al generale Ioab: in esso si raccomanda di esporre Uria in prima fila così da farlo morire in guerra. Uria muore e,passati i giorni del lutto, Davide sposa Betsabea. Poi la storia va avanti, e chi è interessato la trova in 2Sam 12…

Cliccando su CONTINUA trovate la canzone col testo nella versione italiana con Zucchero e questa è la strofa della canzone che più mi piace

“C’è una città nel deserto e riposa la vanità di un antico re

ma la città riposa in pezzi,

dove il vento urla all’avvoltoio quello che ha fatto l’uomo con l’ambizione,

è tutto questo, farò prigione la mia vita,

se sei la sposa per un altro, che i miei nemici siano liberi,

io cado e sono qui, che muoio per te, muoio per te!”

 

 

A un passo da Gerusalemme

e a un solo miglio dalla luna

sotto un cielo di milioni di stelle

ho il cuore perso in un pianeta lontano

che gira intorno e cade giù

con archi di tristezza,

io muoio per te, muoio per te!

E se il mio regno diventa sabbia

e cade infondo al mare:

io muoio per te, (io)muoio per te!

 

E dalle fonde oscure valli

canzoni antiche di tristezza

ma ogni passo io pensavo a te

ogni passo solo te

per ogni stella un granello di sabbia

gli avanzi di un asciutto mare

dimmi, quanto tempo, quanto ancora!

 

C’è una città nel deserto e riposa

la vanità di un antico re

ma la città riposa in pezzi,

dove il vento urla all’avvoltoio

quello che ha fatto l’uomo

con l’ambizione, è tutto questo

farò prigione la mia vita

se sei la sposa per un altro

che i miei nemici siano liberi,

io cado e sono qui,

che muoio per te, muoio per te!

 

E solo come mai,

così solo come ora mai!

Con tutti i miei domini

cosa sono qui

sono niente così

non ci sono vittorie

nelle nostre storie, senza amor!

 

A un passo da Gerusalemme

e a un solo miglio dalla luna

sotto un cielo di milioni di stelle

ho il cuore perso in un pianeta lontano

che gira intorno e cade giù

con archi di tristezza,

io muoio per te, muoio per te!

 

E anche se hai le chiavi

e distruggi quel che ho

ogni prigione in polvere

nemici più non ho

(e) i regni miei di sabbia che

che vanno in fondo al mare,

io muoio per te, muoio per te!

A caccia!

In prima stiamo parlando di relazioni, amicizia e amore in particolare. Mi piacerebbe coinvolgervi in una caccia: cercare canzoni italiane e straniere che trattino di quest’argomento. Ovviamente la caccia non riguarda solo chi è in prima e può essere estesa anche a tutti gli altri e pure ad altri temi: libertà, morte, vita, felicità, fede, dolore… Basta mettere titolo, autore, argomento nel commento a questo post. Intanto qui sotto inizio io.

Sapete che non amo particolarmente Eros, eppure questa è una sua canzone: “Affetti personali”. E’ tratta dall’album ALI E RADICI e parla di amicizia. La frase che mi ha colpito di più? “Sei l’altra ala che a volte mi manca”

Il mondo è meglio,
con un amico come te.
Quando ti cerco,
ti fai trovare sempre senza domandarmi perché..
Tu mi conosci,
lo sai già,
quando ho bisogno di complicità,
di evadere dalla solita realtà.
Sei l’altra ala che a volte mi manca..
Con un amico come te sono sicuro che,
il mondo è meglio di com’è..
Soli mai,
veramente non si è soli mai,
quando ci uniscono affetti personali,
si può scoprire che..
un’amicizia è bella anche perché..
ci lega si ma senza usare catene,
ci tiene insieme semmai, di più.
Anima dolce,
questa sei tu mia cara amica,
anche se a volte sai essere davvero pungente proprio come un’ortica,
però mi piaci- sai perché- posso parlare apertamente con te,
scambiare i pensieri più sinceri, fra noi,
per non ritrovarci ad esplorare la vita..
Soli mai, soli mai,
veramente non si è soli mai,
quando ci uniscono,
affetti personali,
si può scoprire che un’amicizia è bella,
anche perché ci lega si ma senza usare catene,
ci tiene insieme di più.
Cosa sarebbe mai la vita senza amici…
e lo sai un’amicizia è bella anche perché ci lega si ma senza usare catene e lo sa fare bene,
ci tiene insieme semmai.. anche di più.
Cosa sarebbe mai la vita senza amici… cosa sarebbe mai?

U2 sull’Osservatore Romano

Sul numero del 4-5 gennaio 2010 de L’Osservatore Romano c’è questo articolo di Gaetano Vallini

Re Davide? Una pop star 

“A dodici anni adoravo Davide:  per me era come una pop star, le parole dei salmi erano poesia e lui era un divo. C’è da dire che, prima di diventare profeta e re di Israele, Davide aveva dovuto subirne parecchie:  era andato in esilio e poi finì in una caverna dove fece i conti con se stesso e con Dio. Ed è proprio lì che la soap opera si fa interessante:  Davide compone il suo primo blues”. Detta così, ha tutta l’aria di un’affermazione irriverente. E invece questa dichiarazione fatta da Bono, il leader degli U2, una delle rock band più importanti degli ultimi trent’anni, può essere letta come una originalissima dichiarazione di fede.
Una fede che peraltro emerge, a volte più marcatamente altre in modo più sfumato, in buona parte della produzione musicale del gruppo di Dublino. “Nella musica degli U2 – ha spiegato una volta Bono, al secolo Paul Hewson – ci sono cattedrali e strade. Le strade conducono alle cattedrali e mentre ci cammini ti senti nervoso, come se qualcuno ti seguisse. Se ti volti non c’è nessuno. Poi finalmente entri nelle cattedrali e solo allora capisci che c’era davvero qualcuno che ti seguiva:  Dio”. Da autentico irlandese, Bono non ha mai nascosto il suo essere cattolico, ma forse non tutti, se non i fan più incalliti, sono riusciti a scovare nelle sue canzoni molti richiami alla Bibbia, dalle semplici allusioni a vere e proprie citazioni.
A guidarci in questa singolare ricerca filologica è il critico musicale Andrea Morandi in U2. The Name Of Love (Roma, Arcana, 2009, pagine 664, euro 22), un libro in cui vengono analizzati tutti i testi di Bono, dal primo album, Boy del 1980, all’ultimo, No Line On The Horizon dello scorso anno. Un lavoro interessante e sorprendente, visti i risultati:  “La presenza della Bibbia nei primi dischi – afferma, infatti, Morandi –  era una cosa nota. Ma che continuasse  in  modo  persistente  fino all’ultimo cd è stata una vera scoperta”.
Certo, a molti giovani farà un certo effetto scoprire una così forte religiosità in una rock star del calibro di Bono e in un gruppo tanto noto e impegnato, eppure le canzoni sono lì a dimostrarlo. A cominciare dal brano “40, contenuto nel disco War, il cui testo si richiama al Salmo 40, del quale riporta alcuni versetti, con l’aggiunta della frase – How long to sing this song? “Per quanto a lungo dovremo cantare questo canto?” – ancora oggi ripetuto dalle migliaia di persone, giovani e non, che affollano i concerti della band in tutto il mondo.
Ma se “40 è un caso particolare con le sue citazioni, le tracce del sacro nei versi degli U2 sono molteplici e a vari livelli. Un disco in particolare, October, il secondo della loro carriera, è significativo in questo percorso:  “Una serie di riflessioni religiose elaborate da un ragazzo di vent’anni educato da un padre cattolico e da una madre protestante”, annota Morandi. Tutte le canzoni dell’album sono, infatti, impregnate di richiami biblici. Soprattutto “Gloria”, il cui testo si rifà al Salmo 30, ma riprende anche l’attacco del Salmo 51, con Bono che prima grida “Miserere” e poi canta “Oh, Signore, se avessi qualcosa / Qualsiasi cosa / Io la darei a Te”. E poi Rejoice titolo di una canzone ma anche parola chiave (gioia) dell’intero disco, in cui Bono si identifica con Abacuc fino a “stendere il suo personale salmo”, azzarda l’autore, in cui si passa dallo scoramento dei riferimenti biografici – la prematura morte della madre in particolare, un lutto a lungo non elaborato – all’improvvisa comparsa di qualcosa a illuminare la strada che sembrava smarrita.
Dalla Genesi ai Salmi, da Abacuc all’Apocalisse – come nel brano Fire, dove le suggestioni del sesto capitolo del testo giovanneo si ritrovano nella descrizione del sole nero, delle stelle cadenti – e arrivando ai Vangeli e scoprendo che in When Love Comes to Town si narra della tunica di Gesù giocata ai dadi, o che in Until the End of the World si parla di Giuda e del suo tradimento. In Tomorrow, dopo citazioni varie si giungerebbe addirittura all’annuncio del ritorno di Gesù:  “Apriti, apriti / all’Agnello di Dio / all’amore di Colui / che ridonò la vista ai ciechi / Egli sta tornando”.
Per Morandi, l’opera degli U2 si propone come un percorso circolare:  dall’intimismo e dalla religiosità dei primi dischi, si passa attraverso lo smarrimento di Zooropa in cui Bono “si arrende e confessa di aver perso bussola e mappe, ragioni e religione, limiti e confini” e che contiene The First Time, brano in cui, partendo dalla parabola del figliol prodigo, riflette sulla perdita della fede. E si passa anche per Pop, un disco “pieno di discussioni con Dio”, alla ricerca della strada perduta, difficile da ritrovare se, come recita If God Will Send His Angels, “Dio ha staccato la cornetta” e non resta che chiedersi cosa accadrebbe se “mandasse i suoi angeli, mandasse un segno:  sarebbe tutto a posto?”. Fino ad arrivare a No Line On The Horizon, dodicesimo e ultimo album del gruppo, dove si ritrovano la luce e la speranza degli inizi, in particolare in Magnificent – che già dal titolo richiama il Magnificat – una lode a Dio, un “inno definitivo all’amore”, come lo definisce il critico – e in Unknown Caller, dove lo sconosciuto che chiama è il Dio che salva.
“Quella di Bono è una scrittura molto sofisticata e spesso misconosciuta”, secondo Morandi, per il quale l’artista “arriva a lavorare sulla singola parola come Bob Dylan e Leonard Cohen. Ma il personaggio è tanto strabordante da aver schiacciato la dimensione autoriale. Eppure solo lui e Dylan riescono a condensare la Bibbia nei tre minuti di una canzone”. I temi – supportati da una musica di notevole livello – sono impegnativi, le riflessioni profonde, parlano di attualità, di problemi quotidiani, di responsabilità di fronte agli uomini e al mondo.
Non mancano richiami a scrittori cristiani celebri come Clive Staples Lewis, autore protestante molto amato da Bono, al pari della cattolica Flannery O’Connor, della quale apprezza il suo “modo di rappresentare il rapporto tra le persone comuni e Dio”. Ma – aggiunge Morandi – “la cosa che rende convincente la scrittura di Bono è la sincerità con cui mette in campo una fede fatta di domande  rivolte a un Dio vicino, un amico con cui si può anche litigare”.
Insomma, spogliato dell’alone del successo, degli abiti di profeta del rock e di paladino di quel terzo mondo afflitto da povertà e fame, del personaggio influente e autorevole chiamato a parlare anche a consessi internazionali – si ricorda l’impegno in occasione dei concerti Live Aid in favore dell’Africa e della campagna che li accompagnò, che lo portò anche in Vaticano il 5 settembre 1999 quando ebbe un’udienza con Giovanni Paolo II – Bono resta un uomo in continua ricerca.
Una ricerca partita da Dublino nel 1980 che si conclude, per ora, e non per caso forse, nel Vicino Oriente, a Beirut, teatro dell’ultima canzone:  Cedars of Lebanon. Un brano che parla di guerra, l’ennesima di quella martoriata terra. Il protagonista, un reporter, che lontano da casa, tra le miserie del conflitto, finisce per parlare con Dio:  “Tu sei così alto su di me, più alto di chiunque altro/ Dove sei tra i cedri del Libano?”.

E’ Natale

Il video postato non mostra niente, quindi piena concentrazione sul testo degli Articolo 31.

…caro babbo natale non ci sentiamo da parecchio, comunque è lo stesso, adesso prestami orecchio
ho una richiesta e se ti resta tempo senti, anche perchè mi devi ancora un Big Jim e una pianola Bontempi, 
non ho risentimenti ma tuo creditore resto, dunque ho un pretesto per richiederti un gesto
il palinsesto di radio e tv a natale dirigilo tu e fai qualcosa di speciale e non il solito mix dei puffi e di asterix,
con la cantilena di Cristina D’Avena, ridammi Furia e amico Fidenco uccidi i puffi!
..voglio vedere un incontro di box tra Tyson e Bossi!..voglio che i personaggi di Beverly Hills abbiano tutti bisogno del Clerasil…
voglio vedere la Cuccarini con un mini bikini bere un Martini sentendo “Tocca qui” cantata da Masini….
…perchè è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
…sono già due mesi che sento odore di mandarino e di aghi di pino e ne ho la nausea, 
pubblicità del panettone senza pausa, assediato da nevicate di mandorlato!
…in cucina mia madre è chiusa già da un mese, poverina si sbatte di brutto lavora come un somaro albanese,
ha fatto tra l’altro anche otto chili d’arrosto, nel migliore dei casi mi trovo a mangiare gli avanzi fino ad Agosto,
mi sento indisposto, sarà perchè ho mangiato caramelle sottocosto,
piuttosto faccio posto nello stomaco a un bicchiere di Pinot, mentre lo bevo mi atteggio come il tipo dello spot. C’è Love Boat in televisione, dannazione, adesso posso dire addio alla mia digestione, cambio canale fatale appare il telegiornale che, fra una guerra e l’altra, mi fa gli auguri di natale!
è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
…babbo natale da me non è mai venuto, forse perchè il camino in casa non ce l’ho mai avuto,
forse non riesce ad atterrare sui tetti perchè ci sono troppe antenne, forse gli han chiesto
il superbollo sulle renne, forse ha paura di qualche scippo, magari è afflitto perchè lo
scambiano per il Gabibbo, ma per me è da qualche parte in equatore che se la vive da nababbo coi
diritti d’autore! …suona il campanello è arrivato il prete a benedire, passa ogni stanza bagna
le pareti d’acqua santa, guarda me, che sono sveglio da poco, e dice che per gli esorcismi passa
dopo! Lo congedo con flemma, mi viene in mente il dilemma se il natale che viviamo è cristiano o
pagano o come quello americano con le letterine dei bambini, ma non a babbo natale, ma ai grandi magazzini!
è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…

O è Natale tutti i giorni

Da “Diario Carboni 1993”. Il video è creato da qualcuno che non so, la musica è un live di Carboni con Jovanotti sulle note di More than words. Oh siamo chiari: la versione degli Extreme Ã¨ tutt’altra cosa!!! Ma il testo è significativo…

E’ quasi Natale
e a Bologna
che freddo che fa
Io parto da Milano
per passarlo
con mamma e papà
Il mondo
forse no, non è cambiato mai
e pace in terra
no non c’è
e non ci sarà
perché noi non siamo uomini
di buona volontà
Non so perché
questo lusso di cartone
se razzismo guerra e fame
ancora uccidon le persone.
Lo sai cos’è,
dovremmo stringerci le mani
… O é Natale tutti i giorni
o non é Natale mai…
E intanto i negozi
brillano e brilla la TV
e le offerte speciali
e i nostri dischi si vendono di più
Il mondo
forse no, non é cambiato mai
e pace in terra
forse un giorno ci sarà
perché il mondo ha molto tempo,
ha tempo
molto più di noi
E intanto noi
ci facciamo i regali
il giorno che è nato Cristo
arricchiamo gl’industriali
e intanto noi
ci mangiamo i panettoni
il giorno che è nato Cristo
diventiamo più ciccioni
Lo sai cos’è,
dovremmo stringerci le mani
… O é Natale tutti i giorni
o non é Natale maaaai…
… O é Natale tutti i giorni
o non é Natale maaaai…

Natale

Questa è la versione live di “Natale” di Francesco De Gregori, particolarmente adatta per queste notti friulane gelide… in cui il bisogno di calore umano è forte

C’è la luna sui tetti e c’è la notte per strada
le ragazze ritornano in tram
ci scommetto che nevica, tra due giorni è Natale
ci scommetto dal freddo che fa.
E da dietro la porta sento uno che sale
ma si ferma due piani più giù
un peccato davvero ma io già lo sapevo
che comunque non potevi esser tu
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e t’addormenti la sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.
E tu scrivimi, scrivimi per il bene che conti
per i conti che non tornano mai
se ti scappa un sorriso e ti si ferma sul viso
quell’allegra tristezza che c’hai
Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria,
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia.
E tu scrivimi, scrivimi
se ti torna la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e t’addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.

Notte di Natale

Il video, anche se incompleto, Ã¨ una chicca perché è un tuffo nal passato con un Claudio Baglioni irriconoscibile. La canzone poi è tristissima!!! E’ del 1971: non ero nato neppure io 🙂

Quanto è tardi e qui a casa mia
Lei non chiama più
È un Natale da buttare via
Lei non viene più
Guardo il telefono e penso a lei
Vetri appannati son gli occhi miei
Quanta neve sta venendo giù
Chi la fermerà
La candela è ancora accesa
Presto si consumerà

Dio, tu stai nascendo e muoio io
Tu che faresti al posto mio
Ora che perdo pure lei
Ho dato un calcio ai sogni miei
Dio, ma che Natale è questo mio
Campane a festa anche per me
Anche per me, anche per me, anche per me
Se tu mi senti ma perché
Non fai tornare chi non c’è più

Quanta neve sta venendo giù
Piangerà con me…

Canto di Natale

“Canto di Natale” è una canzone dei Modena City Ramblers contenuta in “Riportando tutto a casa” del 1994. La solitudine ne è l’argomento centrale

Signora dei vicoli scuri dal vecchio cappotto sciupato
Asciugati gli occhi e sorridi c’è un altro Natale alle porte
Non senti le grida e le voci e qualcosa di strano nell’aria
Anche i muri ingrigiti dei vicoli splendono sotto la luna
Ti ricordi c’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E la sera ci facemmo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
Con tanti saluti ad un altro Natale
Signora dei vicoli scuri abbracciami forte stasera
Anche i gatti festeggiano a volte e cantano sotto le stelle
Dimentica il freddo le lacrime e le scarpe coperte di fango
E il destino di un vecchio ubriacone cullato dal canto del vento
Ti ricordi c’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ci faremo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
Con tanti saluti ad un altro Natale.
Signora dei vicoli scuri non mollare la lotta
Verranno momenti migliori il tempo è una ruota che gira
Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d’estate
Scoleremo cinquanta bottiglie al riparo di un cielo lontano
Ti ricordi c’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare un saluto
E un cordiale fanculo ad un altro Natale

Canzone per Natale

Partiamo da Morgan. Questa canzone è contenuta nell’album “Canzoni dell’appartamento” del 2003. La frase che mi piace di più è “Tornò dalle battaglie perse e si dimenticò la strada. Poi errando si svagò vagando un po’ al museo di scienza naturale. Faceva proprio finta di sapere dove andare!”

Canzone per Natale canzone per Natale
Le finestre accese e le ombre tutte quante insieme a conversare
Nelle strade tetre del quartiere un nuovo centro commerciale
Alberi che puntualmente, giorno dopo giorno, vengono a mancare
Canzone per Natale soltanto per Natale
Tornò dalle battaglie perse e si dimenticò la strada
Poi errando si svagò vagando un po’ al museo di scienza naturale
Faceva proprio finta di sapere dove andare!
Sognò di festeggiare le nozze di Natale
C’è il temporale
E nelle case la luce si fa artificiale
S’è fatto buio
E si racconta la vera storia di Napoleone
C’è il temporale
E anche se non fosse stato Natale
T’avrei amata uguale

Un po’ di musica per Natale

Ciao ragassi! In questi giorni cercherò di postare un po’ di testi e video musicali sul Natale visto in maniera un po’ particolare

Ac/Dc a Udine

Di certo non fanno parte della Christian Music, ma un appassionato di musica non può restare indifferente. Da ieri sera il mio stato di Facebook è “MERCOLEDI’ 19 maggio 2010 allo Stadio Friuli di Udine AC/DC unica data in Italia!!!!!”. Non so se ci andrò (prezzi dai 50 ai 75 euro…), ma resta un evento. E allora posto qui sotto un articolo preso da www.jamonline.it

E ora bisogna trovar loro un posto nell’olimpo del rock. Non che già non ce l’avessero, questo è chiaro. Gli AC/DC hanno dalla loro una forza storica immane, fatta di 150 milioni di dischi venduti e tour che da almeno venticinque anni si svolgono regolarmente negli stadi stracolmi di tutto il mondo e nelle arene più grandi. Però negli ultimi tempi qualcosa è cambiato e gli AC/DC non sono più “solo” una delle band di maggior successo nella storia dell’hard rock (giusto Metallica e Iron Maiden possono vantare lo stesso profilo e impatto commerciale in ambito hard & heavy), ma dei maître à penser del rock che per troppo tempo sono stati ingiustamente e in maniera miope sottovalutati dalla critica non specializzata, da chi pensava che il loro impatto sull’intera musica rock mondiale non fosse dello stesso livello (quantitativo e qualitativo) di Beatles, Led Zeppelin, Rolling Stones, Pink Floyd, Genesis e Bob Dylan, giusto per fare qualche esempio. E invece la loro influenza è stata (ed è) enorme, incalcolabile, quasi totalizzante in certi ambiti underground. Gli AC/DC hanno fatto loro un registro sonoro, incarnandolo a tal punto da dare l’impressione di averlo inventato. Per certi versi, hanno rappresentato e continuano a rappresentare la quintessenza del rock senza compromessi, quello spirito elementare della musica ribelle che sopravvive anche agli anni dei suoi sacerdoti e alle ali mortifere del business. In questo nuovo millennio, quando nuovi eroi della musica (rock, pop, country, world, nu soul, ecc) sono venuti alla ribalta e hanno cominciato a rilasciare interviste per un pubblico sempre più numeroso, si è sovente scoperto che gli AC/DC sono stati tra i numi ispiratori, tra i primi fornitori di brani per gli incerti inizi musicali. Così, si scopre che gli AC/DC, tra tutte le grandi band della storia, sono il gruppo che può vantare più musicisti dilettanti tra i propri sostenitori, intere legioni di fan duri e puri che ne hanno diffuso il verbo e i dischi anche quando le radio si rifiutavano di mandarli in onda (soprattutto in America) e i video erano regolarmente banditi dalla programmazione di Mtv. Un esercito di divulgatori dell’AC/DC-pensiero che ha funzionato più di mille uffici marketing.

35 anni di classici

In pochissimi anni hanno scritto più canzoni di successo di qualunque altra band. Nel periodo tra il 1977 e il 1980 hanno impresso un nuovo vocabolario al mondo del rock con due mosse che hanno spiazzato la critica ed esaltato i fan. Due promesse sbandierate in lungo e in largo e ampiamente mantenute: non utilizzare mai una tastiera e non comporre mai una ballad. Nonostante un sound canonico e tradizionale, quindi, gli AC/DC, nella fase cruciale della loro parabola, si sono elevati a difensori dell’oltranzismo rock, a custodi delle sacre leggi della chitarra distorta e a sfregiatori della canzone d’amore, del sentimentalismo pop e dell’ammorbidimento commerciale. Grezzi provinciali australiani, arrivano in Inghilterra a riportare sulla retta via i binari di un rock che si sta perdendo tra citazioni letterarie incomprensibili, grandeur progressive prive di fisicità e continue elargizioni al glamour estetico e pacchiano. Forse anche più dei Sex Pistols, gli AC/DC riportano la barra a dritta e raccolgono l’entusiasmo del pubblico in maniera fanatica, come sacerdoti di un ritrovato culto dionisiaco del rock. Basti pensare che la band ha una set list talmente piena di classici che dal vivo l’unico brano che suonano post 1982 è Thunderstruck (oltre, ovviamente, a due o tre pezzi tratti dall’ultimo album). Se si esclude Back In Black, addirittura solo due pezzi dell’epoca Brian Johnson risultano avere lo stesso posto delle hit degli anni 70: For Those About To Rock e la già citata Thunderstruck. Ma un posto a parte nella loro discografia lo merita sicuramente Back In Black, l’apoteosi del nero degli AC/DC che è uno dei cinque o sei album più venduti della storia del rock (le statistiche parlano di una cifra intorno ai 50 milioni di copie vendute nel mondo) e che ancora oggi è la vera architrave del successo planetario della band. Un album rock assolutamente perfetto, selvaggio, rumoroso e a tratti demoniaco, intriso di un’atmosfera epilettica che Brian Johnson si trova tra le mani quasi senza volerlo, ma riuscendo a reggere benissimo, con le sue spalle forti, la pesantissima eredità di Bon Scott. È l’album che contiene, tra molti classici da concerto, You Shook Me All Night Long, pezzo che più di ogni altro ha fatto uscire gli AC/DC dal ghetto dell’hard rock/heavy metal per farli entrare nel mondo della canzone popolare. Negli Stati Uniti il brano è entrato nel repertorio di centinaia di artisti di ogni estrazione musicale e viene regolarmente suonato alle feste, ai matrimoni, nei casinò e nei varietà televisivi. Molti musicisti lo trovano un ottimo espediente per finire i concerti in allegria e/o rendere memorabili le proprie esibizioni. Un classico dei classici che è (ri)finito in classifica anche quando non è stato pubblicato, come quando nel 2000 fu suonato da Celine Dion e Anastacia nel programma Divas del canale VH1. L’hanno inserito nel proprio repertorio live anche Phish, Kid Rock, Melissa Etheridge, Tori Amos, Shania Twain, la stella del country Kenny Chesney (in duetto con Gretchen Wilson), Kelly Clarkson e molti altri, per non parlare delle parodie e delle versioni jazz, lounge, rap e così via. Ironia della sorte: il titolo You Shook Me All Night Long gli AC/DC lo “rubarono” ai Led Zeppelin, che ripetevano ossessivamente questo ritornello nella celeberrima You Shook Me (cover di Willie Dixon).

Il rock perfetto?

Gli AC/DC non fanno hard rock: sono l’hard rock. Sono una filosofia di vita, un’espressione dell’istinto primordiale (ma nient’affatto banale) che alberga in tutti noi, irresistibilmente attratto dai 4/4, ora marziali, ora epilettici, ora gigioni della formazione australiana. Tre sono i momenti fondamentali del culto AC/DC: gli arrangiamenti, le intro e i riff. Gli AC/DC sono sempre stati dei veri e propri maghi degli arrangiamenti. Il più stupido e falso luogo comune che ha circolato per anni su di loro riguardava la presunta rozzezza sonora, il minimalismo compositivo. Si tratta di un giudizio che risente di una concezione superficiale della musica hard rock e che è durato per anni, prima di venir spazzato via dall’evidenza. Le armonizzazioni ritmiche degli AC/DC, frutto della grande coesione e sapienza del duo Malcolm Young-Cliff Williams, sanno come “far sentire” tutti gli strumenti e far risultare ogni brano del gruppo apparentemente diverso da qualsiasi altro, pur utilizzando i medesimi registri sonori che costituiscono l’inconfondibile marchio di fabbrica. Un esempio mostruoso di questo è It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock’n’Roll), vero estremismo sonoro: una canzone costruita con un solo accordo (uno solo!) e che ha anche un senso, che suona sempre come un vero pezzo rock, non una sperimentazione. L’introduzione è il secondo pilastro del poderoso impatto sonoro della band. Loro sono dei veri maestri dell’intro, che spesso costituisce la spina dorsale del brano. Tantissimi loro pezzi iniziano con lunghi crescendo che esplodono solo dopo molto tempo, quando la tensione dell’ascolto è allo spasimo. Brani come Squealer, T.N.T., For Those About To Rock, Hell’s Bells o Thunderstruck (solo per citarne alcuni) vivono sorretti da quell’incredibile iniziazione energetica in crescendo che è la loro parte iniziale, riconosciuta subito dal pubblico e accompagnata fino al momento del climax (quando finalmente tutti gli strumenti entrano in azione all’unisono) con una partecipazione emotiva totale. Un segreto che solo i Def Leppard hanno saputo svelare e fare proprio con altrettanta maestria. E infine c’è il riff, il terzo segreto degli AC/DC. La band lo ha trasformato in una scienza, capace di generare sorprese manipolando sempre gli stessi accordi. Whole Lotta Rosie, Let There Be Rock, Dirty Deeds Done Dirt Cheap e la celebrazione della vita selvaggia di Highway To Hell ne sono gli esempi più clamorosi e fulgidi. Let There Be Rock esemplifica ancor di più questo schema, con un riff che è una frustata, un ritmo che sa di crisi epilettica e che scatena danze sfrenate nel pubblico, rapito dall’estasi di un rock allo stato brado, primordiale come la voce belluina di Bon Scott (e poi di Brian Johnson) che ne dirige il sabba orgiastico.

Catarsi live

Gli AC/DC hanno costruito dal vivo il proprio mito attraverso esibizioni che non sono mai stati semplici concerti rock, per quanto intensi e coinvolgenti. Gli show degli AC/DC erano (e in parte lo sono rimasti ancora) dei baccanali pagani in cui c’è identificazione totale tra pubblico e band. Band che trova la sua naturale collocazione nei grandi festival con decine di migliaia di persone; più grandi sono le arene e gli stadi, più il rock possente della band acquista forza, con gli anthem storici che vengono ripetuti in coro dal pubblico con forza sempre crescente. Scenografie impressionanti che virano verso il gigantismo di anno in anno contribuiscono a dare il senso della possenza, dell’uragano sonoro che si sta per abbattere sulla platea, anche se ciò contribuisce a dare alla band (secondo alcuni fan della prima ora) forme sempre più circensi e meno “pericolose”. Ma è un dettaglio che svanisce nell’orizzonte da kolossal rock che la band australiana costruisce in ogni tour. Negli anni 80, il nome degli AC/DC viene spesso accostato a quello di grandi festival itineranti come il Monsters Of Rock; due colossi che si sostengono a vicenda e danno vita ad alcuni tra gli eventi più memorabili nella storia del rock. Chi pensa inevitabilmente a Woodstock come il grande raduno per eccellenza, dovrebbe vedersi le immagini degli AC/DC al Monsters del 1991 a Mosca (700 mila spettatori), tra l’altro funestato anche da sanguinosi incidenti tra polizia e dimostranti. Oppure del Rock In Rio del 1985, quando mezzo milione di persone si radunarono nella Cidade Do Rock per assistere al tentativo della band di battere il record del “rumore” attaccando una Hell’s Bells a 138 decibel (con tanto di campana fatta costruire a modello della celebre Zarina di Mosca, anche se ovviamente molto meno pesante). Band che si esalta di fronte alle grandi platee e le grandi platee si esaltano all’ingresso sul palco degli AC/DC. Un connubio che funziona sempre e la cui efficacia è direttamente proporzionale al numero di spettatori presenti. Il segreto? Molti segreti, ma il più evidente e noto non può che essere la straordinaria, unica e inimitabile personalità di Angus Young, un musicista (ma chiamarlo così è semplicemente riduttivo) che – per qualche motivo misterioso – non è mai stato incluso nelle liste e nelle classifiche dei chitarristi più tecnici e virtuosi di tutti i tempi. E neanche di quelli più importanti, nonostante abbia fatto da nume tutelare a migliaia (per non dire milioni) di suoi seguaci sonori. La famigerata classifica dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi pubblicata da Rolling Stone nel 2003 lo vedeva solo al 96° posto, dietro a gente come Jack Frusciante (18°), John Cipollina (32°) e Eddie Hazel (43°) e finanche dietro Kevin Shields dei My Bloody Valentine, piazzatosi (secondo i redattori della rivista americana) al 95° posto. Una classifica palesemente ridicola che però non ha scomposto nessuno più di tanto. D’altronde, i fan di Angus Young non ce lo hanno mai voluto in nessun genere di competizione con altri chitarristi, dicendo semplicemente, ma in maniera perentoria, che «Angus Young non è un chitarrista. È la chitarra». L’identificazione tra Young e la sua Gibson SG Diavoletto è sempre stato corporale, fisica, fatta di un sistema circolatorio comune. Quando la imbraccia ed entra sul palco, il pubblico avverte che quell’entità uomo-strumento è un unico essere, uno spirito capace di assoli di altissimo virtuosismo, un demone che non può essere catalogato perché sembra provenire dall’essenza stessa del rock. E allora Angus Young rimane sempre splendidamente fuori concorso, perennemente avvolto in quella uniforme da scolaretto suggeritagli dalla sorella prima di andare alle prove in un’estate dei primi anni 70: l’emblema estetico di un rock primordiale che unisce esteticamente e ideologicamente operai, contadini, intellettuali e studenti. Neanche Mao ci è mai riuscito. Un concerto degli AC/DC si regge su una miriade di classici e alcuni momenti di vera e propria catarsi collettiva… Nel finale arriva Highway To Hell (forse il riff più potente e conosciuto nella storia del rock insieme a quelli di Smoke On The Water dei Deep Purple e Satisfaction dei Rolling Stones) a dare le chiosa al baccanale, ma è una finta. Perché subito dopo appaiono i cannoni a sancire la vera fine dello show: sagome enormi e impressionanti che si stagliano sullo sfondo, a voler testimoniare che gli AC/DC sono l’artiglieria pesante del rock, quella che si mette in campo quando si vuole vincere veramente la guerra. For Those About To Rock, per i neofiti del rock, o qualcosa del genere… gli AC/DC danno il benvenuto ai nuovi discepoli del rock duro con un brano che inizia lentamente, pizzicato su un accordo nervoso che fa da lunghissima intro a una serie di esplosioni rallentate, minacciose come una tempesta che arriva da lontano e diventa sempre più forte. Il loro mito passa anche da qui, da quelle cannonate che vengono accompagnate dai boati sempre più forti del pubblico, al comando imperioso di Brian Johnson: «Fire!».

Dalla parte del demonio

Però, nonostante le decine di milioni di copie vendute e l’impressionante seguito live di cui la band ha goduto sin dalla fine degli anni 70, gli AC/DC non si sono mai visti riconoscere, se non in tempi recenti, il ruolo di band leader del rock mondiale, quasi come se la loro presenza ai vertici delle classifiche di tutto il mondo fosse uno spiacevole equivoco, un segno della crisi dei tempi o del declino dell’industria discografica. Non c’è da meravigliarsi: tale sorte è toccata all’intero movimento hard rock/heavy metal per tutti gli anni 80 e 90, e solo da pochi anni si assiste alla santificazione tardiva e massiccia dei suoi eroi che, a dispetto di tutte le mode effimere degli ultimi venti anni, continuano a mantenere un pubblico fedele e invidiabile e a rappresentare meglio di chiunque altro le contraddizioni, il declino e le apocalissi collettive e individuali della società moderna. Ma sugli AC/DC ha gravato un’altra forma di ostracismo e di boicottaggio, specialmente negli Stati Uniti, dove negli anni 80 sono stati il bersaglio preferito (insieme a Judas Priest, Ozzy Osbourne, Wasp e Mötley Crüe) delle foghe censorie di moralisti e predicatori fanatici. Per chi oggi li vede come un’istituzione bonaria del rock di tutti i tempi, non bisogna mai dimenticare che sono stati considerati una delle band più pericolose di sempre. Sì, pericolosi, perversi, ispiratori di gesta criminali e dichiarati alleati di Satana: questa era la convinzione di una pletora di censori moralisti (Parents Music Resource Center in testa) che odiava sinceramente la band e tutto ciò che rappresentava. Come e più dei Led Zeppelin, su di loro fiorivano le leggende “nere”, corroborate dalla tragica morte di Bon Scott, episodio su cui si scrisse tutto e il contrario di tutto. Non solo nessuno degli AC/DC smentisce le leggende, ma la band rincara la dose appena può. Il riff sfregiante di Highway To Hell accompagna Bon Scott che urla di aver pagato il suo debito a Satana («Hey Satan, payed my dues / Playing in a rockin’ band») svolgendo servizio attivo nell’esercito del rock duro, di cui è generalissimo. Dopo la sua caduta sul campo (morto di congestione il 19 febbraio 1980, forse dopo un rito orgiastico, un party animalesco andato male… nessuno lo saprà mai), la band gli rende omaggio con quello che probabilmente è il più grande e conosciuto inno satanico di tutti i tempi, che apre anche Back In Black, l’album del trionfo nero degli AC/DC. Le campane che suonano a morto: così inizia Hell’s Bells che a sua volta fa da porta d’ingresso verso l’abisso dell’album. In quell’invocazione satanica ci sono gli AC/DC che hanno deciso di rompere gli indugi e non lasciare messaggi subliminali sulle tracce dei vinili incise al contrario (come sostenevano i censori americani nei riguardi di Led Zeppelin, Beatles e Eagles), ma di scriverle nel verso giusto, leggibili e chiare per tutti: «Ti darò nere sensazioni lungo la spina dorsale / Se sei un adepto del Male, sei mio amico / Guarda il lampo della mia luce bianca mentre squarcia la notte / Perché se il Bene è a sinistra / Io giro a destra / Non faccio prigionieri / Non risparmio nessuna vita / Nessuno mi ostacola / Suono la mia campana / Ti porterò all’Inferno / Ti sto venendo a prendere / Satana ti prende». Per qualcuno è troppo. Così, nel 1981 i seguaci del reverendo Bob Jones indicono una grande manifestazione a Salt Lake City al culmine della quale vengono bruciate su un rogo copie del gioco Dungeons & Dragons e di Back In Black degli AC/DC, ritenuti i più potenti veicoli di diffusione di occultismo e satanismo tra la morigerata gioventù americana del periodo. La band australiana ha un particolare flirt col Diavolo e l’Inferno, sebbene ogni tanto si diverta a smentire senza troppa convinzione, in maniera gigionesca. Dichiarano che, per loro, Satana non è altri che un gran compagno di bevute e di serate divertenti, una donnina facile che ti induce in tentazione e poi ti chiede una piccola mancia dopo una notte di sesso. Hell Ain’t A Bad Place To Be… Tra il 1981 e il 1987, molte radio e canali televisivi americani si rifiutano di trasmettere la musica degli AC/DC, anche perché a suggellare la loro immagine satanica ci ha pensato nel frattempo un feroce assassino: Richard Ramirez, il «mostro della California» o anche conosciuto come Night Stalker, titolo ripreso da Night Prowler (1979), il brano con cui Ramirez sosteneva di preparasi per le sue imprese assassine (tra il 1984 e il 1985 uccise 13 donne in California) e che considerava un vero messaggio di Satana inviatogli tramite gli AC/DC. Ma la band si lascia letteralmente scivolare tutto addosso e Angus Young non rinuncia mai alle sue corna da piccolo demone durante lo show. Quello che, poco alla volta, fa in modo che questa veste nera venga accantonata è il proliferare all’inizio degli anni 90 di band ben più sataniste e infernali tra gli Stati Uniti e il Nord Europa. Il black metal imperversa e i suoi protagonisti non sono più solo cattivi maestri ma entrano in prima persona nella cronaca nera, come Burzum e Mayhem. Così, piano piano, gli AC/DC smettono di essere una band pericolosa e diventano solo una band eccezionale.

Storia di tre cantanti

Non si costruisce nessun mito senza nessun grande cantante, così come nessuna squadra di calcio diventa veramente grande se davanti non ha nessun campione che la mette dentro ad ogni partita. Bon Scott resta il prototipo fisico del vocalist hard rock, la versione in carne e ossa di uno spirito che trasuda forza a ogni movimento, a ogni urlo, capace di ipnotizzare le platee con un carisma animale probabilmente senza paragoni nella lunga storia del rock. Ma se Scott è l’architrave del mito AC/DC, dopo di lui quello che ha guidato la nave per quasi trent’anni di avventure e tempeste è un rozzo urlatore scozzese che ha saputo vincere tutte le diffidenze. E non furono poche in quel 1980, quando Brian Johnson venne annunciato come nuovo cantante degli AC/DC. La delusione dei fan della prima ora fu enorme. In molti pensarono a uno scioglimento dopo la morte di Bon Scott, ritenuto unico e insostituibile. E invece Brian Johnson è riuscito a traghettare la band verso il periodo più glorioso della propria carriera, pur essendo inferiore a Scott in tutto. In tutto tranne che nella simpatia e nell’autoironia. Dopo pochi giorni che era nel gruppo, parlando della sua ex band, i Geordie, disse con immenso candore e ingenuità: «Non avevamo niente di speciale, tranne il fatto di amare tutti la stessa birra. Quando è fallito il produttore di quella birra, ci siamo sciolti». Vero prototipo di camionista amante della buona tavola e del vino, con la sua voce stridula e giullaresca Johnson ha evitato con cura ogni confronto con il suo illustre e immenso predecessore, portando lentamente il gruppo a una dimensione che in fondo gli somiglia: grossolanamente sexy e ingenuamente caciarona, lontano chilometri dall’archetipo di rockstar irraggiungibile e presuntuosa che affollava le cronache degli anni 70 e 80 (ma mai quelle riguardanti gli AC/DC, sia con Bon Scott sia con Brian Johnson). Se gli AC/DC sono stati una band di popolo dagli anni 80 in poi, lo devono soprattutto a questo irresistibile istrione da megapalco rock. Ma ben prima di Bon Scott e Brian Johnson, vale la pena citare un altro personaggio, quello più triste e sfortunato della saga AC/DC. Dave Evans è stato il primo cantante della band, quello che se ne è andato sbattendo la porta nel 1974 dicendo il classico «tanto siete un branco di falliti e non andrete da nessuna parte» e facendosi rimpiazzare da Scott, che all’epoca noleggiava il suo furgoncino alla band per gli spostamenti nei club. Le cronache dicono che uscì dalla band dopo aver aggredito Danny Laughlin, manager del gruppo che, tra l’altro, era già ben avviato nelle classifiche australiane con il singolo Can I Sit Next To You Girl?. Dopo aver tentato in tutti i modi di ricostruirsi una carriera, da anni va in giro cantando i vecchi pezzi degli AC/DC a cui (secondo lui) avrebbe contribuito in chiave compositiva. Condannato alla maledizione eterna dell’ex: Pete Best e Chris Dreja ne sanno qualcosa.

All the invisible children

In V stiamo parlando di globalizzazione, e in BL abbiamo iniziato a vedere alcune parti del film “All the invisible children”, opera formata da 7 cortometraggi di grandi artisti. All’inizio del dvd qualcuno ha detto “Che bella questa canzone”. Il brano Teach me again è scritto da Elisa ed è interpretato da lei e Tina Turner. Vi posto qui sotto il video col testo tradotto.

Musica a scuola

Un altro articolo preso da Dimensioni Nuove, anzi, un estratto. Sapete quanto io ami la musica e quanto cerchi di portarla anche in classe e di farvela portare e condividere. Ci tengo ad aggiungere che viviamo anche in una scuola fortunata, dove la musica c’è non solo in 2 indirizzi su 3, ma è pure aperta a tutti col coro e col laboratorio. L’articolo è proprio su questo 🙂

La ribellione dei Muse

E’ da quando è uscita, il 4 agosto, che non riesco a smettere di ascoltare Uprising… forse anche per le sonorità piuttosto datate. Oggi vi posto il video e una delle traduzioni del testo che ci sono in rete. E’ una canzone che parla di libertà, di smetterla di farsi “fregare” da chi vuole condizionare la vita. Stamattina in IICL abbiamo parlato delle illusioni ottiche, ma in maniera generica potremmo ampliare il discorso a tutte quelle volte in cui i nostri sensi, e pure la nostra ragione, possono essere ingannati qualora lo spirito critico venga meno. Ecco allora che i Muse ci invitano ad accendere il cervello e aprire il terzo occhio, quello appunto della mente, e liberarci dal controllo. Mi piace pensare che questa ribellione non sia solo una questione sociale, ma sia riferimento a tutte le possibili trappole che ogni giorno, anche da soli, ci costruiamo: rapporti affettivi, relazioni, progetti, sogni, desideri a volte vengono tenuti incatenati e non vissuti nella libertà della scelta. Quante persone pur di stare con la persona che amano si “inzerbiniscono”? Quanti rinunciano a quello che possono diventare per la comodità di un attimo? Quanti lasciano morire una relazione per la paura del raccontarsi?

Sul mercato della musica

Sul rinnovato sito www.diogenemagazine.eu ho trovato questo articolo molto interessante per gli appassionati di musica dal titolo “I sofisti della musica” a firma di Alessandro Peroni.

Tratto da Diogene N° 15
  Da sempre i filosofi segnalano il rischio che la cultura e l’arte si trasformino in beni messi in vendita anziché coltivati solo da coloro che ne sono degni. Anche certa musica è bollata come “commerciale”: bisogna reagire?
  Secondo quello che ci narra Platone, una categoria che il suo maestro Socrate proprio non sopportava era quella dei sofisti. Costoro erano sedicenti “sapienti” che arrivavano ad Atene per insegnare la retorica ai giovani che avevano intenzione di dedicarsi alla politica: a tale scopo essi si dichiaravano disposti a vendere a chiunque l’insegnamento del sapere e della virtù. Socrate li criticava sia per la natura della loro dottrina, sia per il fatto stesso che mercificavano la conoscenza, e a caro prezzo. Non lo scandalizzava tanto l’idea di un compenso in cambio di una prestazione, quanto il fatto che mettendo in vendita l’insegnamento del sapere, questo diventava disponibile per “gente di tutti i tipi”. Che ci risulti, questo è il primo caso in cui la filosofia abbia espresso una critica nei confronti della “commercializzazione” di un prodotto: in questo caso, la cultura nel suo complesso.

La musica “commerciale”
Vari studi antropologici ci consentono di affermare con una certa sicurezza che la musica accompagna l’uomo fin dai primordi: i primi cacciatori, pastori e agricoltori accompagnavano i loro momenti di riposo o i riti sociali e religiosi con esecuzioni musicali.
Rousseau immaginava che i primi uomini esprimessero i loro sentimenti attraverso il canto, una forma di comunicazione prelinguistica e immediata, dotata di una potenza che il progressivo sviluppo del linguaggio ha inevitabilmente smarrita. Questi nostri antenati, di certo, non erano professionisti della musica, ma le testimonianze storiche ci inducono a pensare che già nell’antichità fosse sorta una vera e propria categoria professionale di musici, cantori e danzatori, il cui compito era arricchire le celebrazioni civili e sacre, partecipare a spettacoli o allietare i simposi. Possiamo ipotizzare che la loro musica fosse già latrice di significati ben riconoscibili dalla comunità di appartenenza, un vero e proprio linguaggio ricco di contenuti formalizzati e complessi. Chi eseguiva queste musiche, canti e danze doveva quindi possedere una vera e propria tecnica, ossia essere, come si direbbe oggi, un professionista.
Storicamente, la categoria dei musicisti fu sempre poco remunerata: proverbiale era, infatti, la “fame da musicista”, quella che (come ricordava anche Pietro Verri) spingeva gli artisti delle sette note ad avventarsi sugli avanzi dei banchetti. Per quel che riguarda i compositori, alcuni si ponevano al servizio di qualche corte o istituzione religiosa, mentre gli altri venivano pagati a commissione, attraversando periodi di alterne fortune che dipendevano dal variare delle mode e dei gusti del pubblico. Fu solo nell’Ottocento, con il riconoscimento istituzionalizzato di diritti d’autore, che agli artisti vennero elargiti i proventi derivanti dalla vendita degli spartiti, dalla pubblica esecuzione (e poi dalla registrazione fonografica e diffusione radiofonica) delle loro opere. In quella stessa epoca, caratterizzata dall’ascesa culturale della borghesia, ovunque si eseguiva musica, dalle case private ai prestigiosi teatri. Accanto a numerosi mestieranti, autori di romanze da salotto o musiche di facile esecuzione da parte dei dilettanti, troviamo comunque “grandi” autori che seppero conciliare i gusti del pubblico con la vera arte.
Nel Novecento, con la nascita delle avanguardie, avvenne una rottura tra la musica di massa e quella d’arte. Fu allora che alcuni intellettuali lanciarono verso certa musica l’accusa di commercialità, con una carica polemica affine a quella del Socrate antisofista.
Il fenomeno della commercializzazione della cultura era stato già evidenziato nel 1936 da Walter Benjamin nel fondamentale saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Secondo il pensatore tedesco, i moderni mezzi tecnici consentono di riprodurre indefinitamente l’opera d’arte, che viene così privata della sua “aura” sacrale e diventa un bene di consumo come un altro. Ogni nuova produzione artistica (anche musicale) verrà per questo pensata come potenzialmente riproducibile.

Arte e bene di consumo
Pochi anni dopo, Adorno e Horkheimer delinearono la ricaduta sociale di quanto evidenziato da Benjamin. Dal privilegiato osservatorio degli Stati Uniti, dove si erano rifugiati dopo l’ascesa del nazismo, i due francofortesi avevano avuto modo di osservare da vicino, e quindi di esporre in Dialettica dell’Illuminismo (1944), i fenomeni della serializzazione e commercializzazione del prodotto artistico, ormai trattato al pari di un qualsiasi oggetto messo in vendita. Essi denunciarono “la truffa universale e sistematica” che aveva trasformato in merce l’arte, la quale “si impegna solennemente a rinunciare alla propria autonomia, schierandosi con orgoglio fra gli altri beni di consumo”.
Era la nascita di quell’opprimente strumento di controllo sociale ed economico denominato “industria culturale”, che rendeva ogni espressione artistica soggetta a un unico disegno preordinato. Essa si era rapidamente trasformata in un elemento costitutivo del quotidiano, capace di insinuarsi così profondamente nell’esistenza dell’individuo da imporsi come una componente ineliminabile ed oppressiva della vita moderna: “Più le posizioni dell’industria culturale diventano solide e inattaccabili, e più essa può permettersi di procedere in modo brutale e sommario coi bisogni del consumatore, di produrli, dirigerli, disciplinarli”. Nasceva così anche l’industria dell’amusement, del divertimento, che aveva avviato “la tendenza, imposta dalle istituzioni e dalla società, di rendere accessibile l’arte a chi non se ne intende senza però modificare la coscienza di costoro”, creando in tal modo le condizioni perché qualsiasi individuo ne potesse fruire acriticamente. Si ripeteva il meccanismo denunciato da Socrate: il sapere diventava un bene messo a disposizione di “gente di tutti i tipi”, purché fosse in grado di pagare.
Come conseguenza, diversi filosofi del Novecento si gettarono in giaculatorie a proposito della “morte dell’arte” o del “tramonto dell’Occidente”. Adorno, ancora in Dissonanze, segnalava con lucidità la caduta della barriera che separava la musica “colta” da quella leggera, entrambe ormai dominate dalla logica del mercato. A questo punto, anche il compositore poteva liberarsi dal senso di colpa quando commercializzava la propria arte: meglio “rimanere sul solido” e nutrirsi “di un onesto pane, facendo musica secondo i modelli riconosciuti”.

Rock in vendita
La questione della “commercialità” si ripropone anche nel dibattito critico sulla musica rock, con l’aggiunta di una problematica non indifferente: cosa differenzia il prodotto “artistico” da quello commerciale quando entrambi vendono milioni di dischi? I Beatles, ad esempio, non furono mai accusati di essersi commercializzati, e anzi, in alcuni loro brani, si concessero esperimenti degni delle avanguardie più ardite (non per nulla i ragazzi di Liverpool erano ammiratori del compositore Karlheinz Stockhausen!). Al contrario, il rocker americano Bon Jovi, leader del gruppo omonimo, dopo aver venduto 30 milioni di copie dell’album Slippery When Wet (1986), reagì alle accuse di commercialità dichiarando che il suo scopo era vendere dischi e non scrivere pezzi di difficile comprensione. Un’ammissione lucida e sincera! Il bisogno di “onesto pane” può anche portare a straordinarie operazioni di trasformismo. Ricordiamo il caso dei Whitesnake che, emigrati dalla natia Inghilterra verso i dorati States, cambiarono stile: dall’hard rock originale a un genere più leggero e “radiofonico”, adottando contemporaneamente un look variopinto e pettinature cotonate. Erano gli anni Ottanta, e il mercato era trainato dai passaggi televisivi di video sexy e ammiccanti!
Anche qui da noi, nella provincialissima Italia, potevamo seguire attraverso la televisione il cambiare delle mode. Ricordiamo infatti che, fino agli anni Ottanta, la Rai proponeva programmi alternativi che lasciavano spazio a qualsiasi genere di musica: rassegne d’avanguardia, festival punk, gruppi di culto… Molte cose sono cambiate da allora: ora radio e televisioni si rivolgono a un “fruitore medio” e pertanto propongono un prodotto “medio”. Il mercato della musica è oggi ancora più aggressivo di quanto Adorno avrebbe potuto immaginare decenni fa: la strategia dominante è quella di dare spazio a un cantante o un gruppo mordi e fuggi che ricalchi la moda del momento. Si tratta però di un modo di operare fallimentare: il giovane appassionato di musica (colui che fruisce e fruirà sempre di musica) ha gusti più complessi, o comunque è costantemente in cerca di novità interessante, ma nei canali ufficiali non trova niente di diverso dal prodotto di massa. Egli si rivolge pertanto ad Internet, dove, attraverso siti specializzati, può venire a conoscenza della produzione “alternativa”.
A questo punto, si propone, in particolare agli addetti ai lavori, un dubbio fondamentale: occorre arroccarsi su posizioni elitarie oppure portare il “verbo” e una vera cultura musicale alle masse? Ad alcuni piace rimanere soli, compiacendosi del culto esclusivo di certa musica. Ma c’è chi sostiene che si debba diffondere musica più complessa anche presso l’ampio pubblico. L’ideologia delle avanguardie è spesso cercare il successo commerciale, nell’illusione di poter poi “colpire il sistema dall’interno”. Finora, quando si è riusciti a realizzare il primo obbiettivo, ci si è dimenticati del secondo.

Impressioni di Pilato

Sapete che mi piace ascoltare le canzoni e fantasticarci un po’ sopra, cercando magari dei legami con dei personaggi biblici o comunque delle tracce di spiritualità. Oggi pomeriggio riascoltando “Impressioni di settembre” della PFM nella cover di Franco Battiato, oltre che a godere di quel fantastico (e primo per l’Italia) assolo di moog, ho immaginato che quelle parole potessero essere dette da Pilato qualche tempo dopo aver mandato a morte Gesù. So che non appartiene alla tradizione della Chiesa l’immagine di un procuratore romano così tormentato e dubbioso, ma frasi come “cerco un sole ma non c’è… e la vita nel mio petto batte piano. Respiro la nebbia… penso a te. … e leggero il mio pensiero vola e va, ho quasi paura che si perda.”mi fanno pensare a un uomo che si interroga quasi con amarezza e paura (“no… dove sono… adesso non lo so”), a un uomo che ha salvato il suo potere (per lui il problema-Gesù non era tanto un pericolo religioso, quanto una questione di fedeltà a Cesare e a Roma) ma ha perso se stesso (“sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso”) e si ritrova a camminare solo (“no…cosa sono…adesso non lo so, sono solo il suono del mio passo”). Voglio però cogliere nelle ultime parole il segno della speranza anche per colui che, come dice una battuta, è l’unico uomo della storia a essere diventato più sporco dopo essersi lavato le mani (“ma intanto tra la nebbia filtra già. Un giorno come sempre sarà”). Se invece volessimo dare una chiave negativa anche alla parte finale, pensando a un Pilato che trova spazio solo per la rassegnazione, è sufficiente citare queste parole di Cesare Pavese: “Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà, non c’è cosa più amara della inutilità… La lentezza dell’ora è spietata per chi non aspetta più nulla”.

A seguire vi posto il video nella versione dei Marlene Kuntz e il testo del brano.

Quante gocce di rugiada intorno a me,

cerco un sole ma non c’è

dorme ancora la campagna.. forse no,

è sveglia mi guarda… non so.

Già l’odore della terra, odor di grano,

sale adagio verso me,

e la vita nel mio petto batte piano.

Respiro la nebbia… penso a te.

Quanto verde tutto intorno e ancor più in là

sembra quasi un mare l’erba

e leggero il mio pensiero vola e va

ho quasi paura che si perda.

Un cavallo tende il collo verso il prato

resta fermo come me

faccio un passo, lui mi vede…è già fuggito

respiro la nebbia… penso a te

no… dove sono…adesso non lo so

sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso

no…cosa sono…adesso non lo so

sono solo il suono del mio passo

ma intanto tra la nebbia filtra già.

Un giorno come sempre sarà.

I “nuovi” Depeche

Dimensioni Nuove (www.dimensioni.org) è una rivista a cui sono abbonato da quando ero in IV liceo e che quindi mi ha accompagnato nel mio percorso di animatore prima e di insegnante poi. Non tratta di musica, ma molto spesso pubblica degli articoli interessanti, come quello che vi posto di Claudio Facchetti sull’ultima fatica dei Depeche Mode.

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DEPECHE MODE, IL SUONO ELETTRONICO DELL’UNIVERSO di Claudio Facchetti

A quattro anni di distanza dall’ultimo album ritorna in azione la band inglese. Con un ottimo disco che mischia electro pop, soul e suoni vintage. E un ambizioso tour negli stadi.

Forse, quando hanno iniziato nel 1980, i Depeche Mode non pensavano neanche loro che sarebbero diventati così famosi, al punto che la tournée mondiale in programma quest’anno da maggio si svolgerà negli stadi. Ancor più considerando il genere che da sempre frequentano, un electro pop venato talvolta di dark, costruito principalmente sulle architetture dei synth, che però ha fatto breccia nel pubblico e mantenuto, anzi aumentato, il loro successo in quasi trent’anni di onorata carriera.

Carriera che, seppur baciata da una costante popolarità, ha avuto i suoi momenti di bufera, con qualche cambio di formazione lungo il cammino e il momento difficile passato dal carismatico cantante Dave Gahan, culminato nel 1995 con il suo tentato suicidio dopo gli eccessi per droga.

Una pagina della storia dei Depeche Mode che poteva diventare buia e che per fortuna si è risolta invece con il pieno recupero di Gahan dopo una lunga cura riabilitativa. Tornato insieme agli amici di sempre, Martin Gore e Andy Fletcher, la macchina della band si è rimessa in moto per non fermarsi più.

Oggi, con alle spalle oltre 75 milioni di album venduti, i Depeche Mode aggiungono un altro brillante tassello alla loro ricca discografia con il nuovo Sound of the Universe, tredici brani spruzzati qui e là di sonorità industrial e vintage. Canzoni scritte per la maggior parte, come al solito, da Gore, con l’aggiunta della firma di Gahan, accreditato solo di recente come compositore, che formano un disco ampiamente sopra una spanna rispetto a ciò che passa abitualmente il mercato. La conferma che il trio inglese è in salute e pronto a continuare il suo viaggio nella musica, ieri come oggi. Alla faccia anche del nome che portano, Depeche Mode, che in francese vuol dire “moda veloce”.

Sono passati quattro anni dal vostro ultimo disco, Playing the angel. Perché questa lunga attesa?

Andy: Non siamo stati completamente inattivi. Abbiamo fatto un tour nel mondo sull’onda del successo di Playing the angel, per poi prenderci un po’ di riposo. Nel frattempo Dave ha realizzato il suo primo album da solista, che ha avuto ottimi riscontri di vendita, mentre Martin ha approfittato della pausa per comporre nuove canzoni. Alla fine dell’anno scorso, ci siamo ritrovati per mettere a punto questo progetto.

È stato complicato realizzare il nuovo album?

Dave: È filato via tutto con molta naturalezza, senza grandi problemi. Quasi tutti i brani hanno preso subito il volto che volevamo dare loro. Siamo molto orgogliosi del risultato ottenuto con Sound of the Universe.

Quanto c’è del vostro passato e quali sono gli elementi di novità presenti nelle canzoni?

Martin: Dopo molti anni di lavoro, sappiamo di avere un nostro codice espressivo ben preciso, un suono riconoscibile, a cui si aggiunge la caratteristica voce di Dave. Sono senza dubbio una specie di nostra “firma”, tuttavia in ogni disco cerchiamo di trovare soluzioni diverse rispetto a ciò che abbiamo finora fatto, di dare un volto contemporaneo ai pezzi.

Nel dare questo volto, a cosa vi siete ispirati?

Martin: Musicalmente è un album molto variegato, dove ci puoi trovare anche del soul e dello spiritual, ovviamente filtrati con la nostra sensibilità, mentre nei testi si parla di fede e redenzione. Sono comunque processi naturali, che nascono al momento dell’incisione, come certe sonorità scaturite dall’utilizzo di una serie di tastiere e chitarre vintage che ho scovato e comprato su eBay per dare un suono più caldo ai brani.

Nel disco precedente, Gahan aveva esordito come autore. E anche in questo ci sono sue composizioni. Sei stato dunque “promosso”?

Dave: Non è questo il problema. Semplicemente, oggi mi viene naturale scrivere anche per la band. Nel realizzare questo album non ci sono stati problemi o differenze nel lavorare sui miei pezzi o quelli di Martin, tutto è maturato in uno spirito di forte collaborazione. Lui ha fatto un lavoro straordinario per il disco e mi ha aiutato molto nell’arrangiare le mie canzoni. È stato sorprendente riascoltarle dopo i suoi interventi, apprezzarne i cambiamenti rispetto alla stesura iniziale.

Allora si può dire che il gruppo ha un altro autore “abile e arruolato”.

Dave: Non posso assolutamente paragonarmi a Martin come autore, anche solo per la quantità e qualità di composizioni che sforna e ha sfornato. Per il momento, mi sento come una buona riserva in panchina, pronto a entrare in campo quando serve. Non sono più, insomma, nello spogliatoio o in tribuna.

Il mercato della musica è in continua evoluzione, oltre che in crisi. Con quali prospettive i Depeche Mode affrontano questi cambiamenti?

Andy: In effetti, ogni volta che pubblichiamo un album troviamo una situazione diversa dalla precedente, ed è difficile da interpretare. Mi sembra ci sia una certa ripresa da parte delle case discografiche, che stanno risolvendo i problemi per il download selvaggio. Per quanto ci riguarda, abbiamo preso in considerazione varie possibilità per l’uscita del disco, compresa quella di gestirci in modo indipendente. Poi, per questo disco, ci siamo intesi ancora con la nostra etichetta, la EMI, che ha fatto un lavoro eccellente con i Coldplay.

Da anni affidate la vostra immagine al celebre fotografo e regista Anton Corbjin. Anche per questo progetto ha lavorato con voi?

Martin: Sì, ha realizzato le foto per la copertina e curato l’allestimento del tour: è lui che ha lavorato alle luci, alla scenografia e agli effetti visivi del palco. Con Anton, c’è ormai un rapporto fraterno e riesce sempre a capire le nostre esigenze.

Per questo tour suonate per la prima volta negli stadi. Non pensate che il vostro tipo di musica sia poco adatta a spazi così grandi?

Dave: È un’idea sorpassata pensare che solo le rock band possano suonare negli stadi. Per esempio, Madonna fa pop eppure offre un ottimo show. Quindi siamo convinti che anche una band come la nostra possa realizzare un concerto coinvolgente. D’altra parte, alcuni anni fa abbiamo già felicemente sperimentato l’esperienza esibendoci allo stadio di Pasadena, negli USA: tutti ci sconsigliavano di farlo, poi è stato un trionfo. Tuttavia, sappiamo che non è facile mettere in piedi uno spettacolo di queste dimensioni, è una sfida anche per noi, ma pensiamo di vincerla.

La spiritualità di Vecchioni

di-rabbia-e-di-stelle-1.jpgSto studiando i testi dell’ultimo album di Roberto Vecchioni uscito da qualche mese: Di rabbia e di stelle. Intanto posto un’intervista rilasciata ad Antonio Lodetti de Il Giornale

C’è modo e modo di uscire da un annus horribilis di sofferenze personali e familiari. Roberto Vecchioni ne è uscito con lo slancio e la carica di un ragazzino, rivendicando «la ricerca di un nuovo umanesimo» nell’album “Di rabbia e di stelle”, e trovando una nuova via attraverso la riscoperta di Dio e della spiritualità. «Non esiste la casualità. La vita mi ha convinto che nulla avviene per caso, Dio è il grande regista dell’universo e delle nostre vite», dice il cantautore, che si mette in gioco in una nuova veste lirico sinfonica con lo spettacolo In-cantus. Suoni dell’anima tra poesia e musica, cantando brani di Ciaikovskij, Händel, Rachmaninov, lo Stabat mater di Jacopone da Todi, suoi brani a sfondo religioso e molte poesie accompagnato dagli archi del Nu-Ork String Quartet.

«A 60 anni ho riscoperto la spiritualità. Ho superato la rabbia e lo sconforto sapendo che ci si può salvare con la forza dell’amore. Mi sento come un bambino perché fra l’altro ho scoperto quella che io chiamo la saggezza del canto».

La sua in pratica è una riscoperta della fede.

«Sì, sono un credente e un cristiano che però usa anche l’intelletto. Quindi la mia fede è lacerata e al tempo stesso rafforzata dai dubbi. Mi piace questa non certezza, ma la scoperta di mille possibili speranze e verità».

Di solito l’incertezza fa paura.

«No, anzi. La certezza è la fine della speranza, è la domenica sera. Io ho il gusto della ricerca, del viaggio che non finisce mai alla ricerca di Dio e delle sue manifestazioni che ognuno è libero di interpretare a modo suo. Amo indagare nei meandri dello spirito per illudermi di scoprire l’ignoto».

Eppure nell’album di Rabbia e di stelle c’è molta rabbia?

«È la rabbia della vitalità. Non è la rabbia degli operai degli anni Sessanta, è la rabbia dello sconforto che si supera con la convinzione che bisogna guardare in altre direzioni per salvarsi».

Negli anni ’70 per voi cantautori era quasi blasfemo parlare di Dio.

«Sì, era un periodo di presunto illuminismo; si veniva da una grande repressione dei sentimenti, si scopriva la libertà di fare tante cose fino ad allora proibite. Del resto qualche degenerazione è normale nei movimenti epocali, e il ’68 lo è stato, anche se l’Italia è arrivata dopo l’America e la Francia. Il Futurismo è stato l’unico movimento autenticamente italiano».

Quindi s’è dedicato a uno spettacolo «alto» e impegnativo.

«Parlo di Dio e del Natale riflettendo e anche un po’ giocando. L’ho anche un po’ alleggerito, aggiungendo brani popolari come Vissi d’arte di Puccini, e alcuni brani che trattano del mio rapporto con Dio come Le rose blu, Blumun, Sogna ragazzo sogna. È una grande sfida per me: ho scritto un testo sul Concerto n. 2 in do minore di Rachmaninov, eseguo arie di Händel, lo Stabat mater di Jacopone, Vissi d’arte di Puccini, Jingle Bells e Tannenbaum in versione jazz. Il tutto inframmezzato da testi di Papa Giovanni e Madre Teresa, Gandhi e poesie come Ode alla pace di Neruda, Borges, Gassman. Insomma un incontro tra parole e musica che testimoni l’amore e la pace. Io farò da tramite portando le mie canzoni, le arie sacre, le poesie al pubblico».

Un lavoro complesso.

«Faticoso fisicamente perché saranno cinque serate consecutive. Poi con la musica sinfonica non posso sbagliare o prendere le licenze che uso nel pop».

La sua voce sarà messa a dura prova.

«Cercherò di fumare meno sigarette; del resto penso che nessuno si aspetti che io canti come Pavarotti; l’importante è commuovere che non significa piangere ma godere delle stesse emozioni».

Sarà che lei è professore, ma il suo percorso è sempre più colto.

«A questo ho sempre tenuto moltissimo. Non ho mai scritto canzonette tanto per farle, il mio è un modo di studiare l’animo umano e non me ne frega niente di quanto un mio disco possa vendere o no. Però ho sempre cercato di separare il mondo della canzone da quello dell’insegnamento. Non vorrei mai che un mio brano suonasse troppo accademico. Prendo spunto dai sentimenti e dalla vita di tutti i giorni».

La differenza tra i cantautori della sua generazione e quelli di oggi?

«Le nostre canzoni dovevano avere tante parole, ogni brano era un romanzo, si cercava il messaggio a tutti i costi. Oggi i cantautori sintetizzano i sentimenti cantando tutto, dal cinismo all’indifferenza».

Meglio quelli di ieri?

«Ciò che manca oggi è la letterarietà. I testi di De André, Guccini, De Gregori sono veri e propri pezzi di letteratura».

Oggi molti cantautori si fanno sedurre dai duetti.

«C’è duetto e duetto. Anch’io lo farei un duetto con Guccini. Oppure ci sono quelli di Ornella Vanoni, bellissimi e intensi cui è permesso tutto, primo perché è una grandissima cantante e interprete in grado di dominare qualsiasi brano, poi perché non è una cantautrice».

Quando rivedremo il Vecchioni cantautore?

«A gennaio, vorrei portare In-cantus a Milano, sarebbe bello organizzare il concerto nel Duomo: voglio provarci. Poi sto scrivendo il mio romanzo, molto complesso e lento da costruire perché richiede approfondite ricerche storiche. Per un po’ dunque niente musica».