Il color indaco dei Baustelle

Il 26 marzo 2010 è uscito il nuovo album dei Baustelle “I mistici dell’Occidente”. Vi rimando alla rete per tutte le notizie correlate e tutte le possibili interviste. Desidero intanto soffermarmi sulla prima traccia “L’indaco”. Premetto che il brano non mi piace particolarmente: lo trovo piuttosto noioso, salvo l’impennata finale che mi ricorda un po’ i Jethro Tull con quel flauto. Il testo però mi ha colpito e lo trovo interessante. L’invito generale della canzone è quello a non angustiarsi per i vari motivi di dolore che possono affliggere l’uomo: dal semplice andarsene delle rondini, segno però del passare delle stagioni e dell’avvicinarsi dell’inverno, all’interrogarsi davanti all’enigma della morte rappresentata dal carro funebre. Non buttarsi giù, non soffrire più è l’auspicio dei Baustelle: lascia andare le rondini, lascia passare il carro funebre, c’è un azzurro oltre le nubi,  c’è forse un mare color indaco oltre lo stretto di Gibilterra… C’è un infinito oltre il finito?

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Qui sotto il testo. Il brano è http://www.youtube.com/watch?v=puujNlHcInk

Non angosciarti più

che bisogno c’è

quando partono le rondini

lasciale andare

 

non domandare più

che ragione c’è

quando passa il carro funebre

fallo passare

 

e non buttarti giù

che in fin dei conti c’è

un azzurro che fa piangere

oltre le nubi

 

e non soffrire più

che in fondo forse c’è

al di là di Gibilterra

un indaco mare

Vissi d’arte… perché?

Quando le cose non vanno come noi vorremmo o non vanno bene proprio, vien spesso da chiedersi perché. A volte ci si ferma lì, alla domanda e non si cerca neppure la risposta. Altre volte si tira in ballo il caso, il destino, la sfiga. Altre volte ancora la nostra domanda scavalca l’umano e desidera interrogare il divino. Ci aveva provato anche Ligabue con una domanda banale (chi prende l’Inter?) e due esistenziali (dove mi porti? soprattutto perché?). Ma il perché l’uomo se lo pone fin dall’inizio dei tempi e allora vado all’indietro anche con la musica…

Siamo nel 1800 e la famosa cantante Floria Tosca viene ricattata dal barone Scarpia, capo delle guardie del papa: se ella non gli si concederà, il fidanzato di lei, il pittore Mario Cavarodossi, morirà. Tosca si rivolge allora a Dio, quasi a rimproverarlo, a ribellarsi: mi sono sempre comportata bene, non ho mai fatto male ad alcuno, ho aiutato chi era nella miseria, ho sempre pregato e messo fiori agli altari e ho abbellito il cielo col mio canto… perché ora, nel momento del dolore, Dio mi ringrazia così? Il brano “Vissi d’arte” è stato recentemente ripreso da Roberto Vecchioni quale prima traccia del cd “In Cantus”.

Vissi d’arte, vissi d’amore,

non feci mai male ad anima viva!

Con man furtiva

quante miserie conobbi, aiutai.

Sempre con fe’ sincera,

la mia preghiera

ai santi tabernacoli salì.

Sempre con fe’ sincera

diedi fiori agli altar.

Nell’ora del dolore

perché, perché Signore,

perché me ne rimuneri così?

Diedi gioielli

della Madonna al manto,

e diedi il canto

agli astri, al ciel, che ne ridean più belli.

Nell’ora del dolore,

perché, perché Signore,

perché me ne rimuneri così?

 

Mountain Goats e Dio

Prendo da http://www.ondarock.it/interviste/mountaingoats.htm l’intervista postata qui sotto

Mountain Goats. Il morso della realtà

intervista di Gabriele Benzing, Martino Buora

Ci vuole coraggio per guardare in faccia l’esperienza. Soprattutto quando la realtà sembra contraddire il desiderio. Quelle dei Mountain Goats sono da sempre canzoni coraggiose: affrontano la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più crudi. Sulla scia di “The Life Of The World To Come”, John Darnielle ci svela la stoffa delle sue canzoni, sempre tese a interrogare ogni circostanza per cercare di catturarne il significato, senza timore di paragonarsi con una possibilità di risposta. Un’occasione per andare alla riscoperta della fitta discografia di uno dei più brillanti autori di canzoni degli ultimi anni, dallo spartano fai da te degli anni Novanta fino alle più rifinite atmosfere degli album realizzati per la 4AD. Sempre all’insegna di un songwriting dallo spirito letterario e di una vibrante e incontenibile urgenza.

I tuoi primi dischi sono fatti di nudi bozzetti a base di voce e chitarra acustica. Hai mai creduto in una sorta di “estetica lo-fi” o si è trattato semplicemente di una questione di necessità?

Entrambe le cose, più o meno… Nel senso che non avevo a disposizione niente di più sofisticato di un registratore a cassette, ma la ragione per cui l’ho usato è che mi piaceva come suonava. Se non mi fosse piaciuto il suono, probabilmente non avrei continuato a registrare. L’estetica aveva un’attrattiva, ma non era la cosa principale, era più come una bella sorpresa.

Pensi che anche l’imperfezione possa essere usata come mezzo espressivo?

…Non proprio. Le imperfezioni vanno bene, ma quando si è in un certo senso consapevoli della propria imperfezione, vantandosi di mettere in mostra le imperfezioni, si tradisce lo scopo di tutto l’esercizio, capisci? Diciamo che le imperfezioni vanno bene in qualcosa perché portano un tocco umano, ma questo accade solo quando sono oneste. Se qualcuno semplicemente non si sta impegnando fino in fondo, non è affascinante, è stucchevole.

Qualche mese fa hai presentato al talk-show The Colbert Report il tuo ultimo disco, “The Life Of The World To Come”. Stephen Colbert ha battezzato la tua musica come “allegra desolazione”: che cosa ne pensi di questa definizione?

Sì, penso che fosse appropriata. Il punto delle storie che racconto è che c’è una sorta di orgoglio animale che puoi avere nelle circostanze della tua vita, non importa di che circostanze si tratti. Anche nella situazione peggiore, c’è qualcosa di divertente, o un raggio di luce, mi pare.

Nel tuo ultimo disco ogni brano trae ispirazione da un versetto biblico. Secondo te che cosa rende quelle parole capaci di parlare ancora oggi al cuore dell’uomo?

Oh wow, questa è una domanda complessa. Voglio dire, per la società occidentale, le storie contenute lì dentro sono il nostro immaginario collettivo; sono le storie che più o meno conosciamo tutti. È qualcosa di profondo; una storia condivisa è una valuta comune, un linguaggio comune. E poi c’è il modo in cui tutti noi abbiamo sentito quelle parole un sacco di volte; i protestanti dicono che la ripetizione è inutile, ma io sono cattolico e per me le parole ripetute hanno un vero potere e così una frase che hai ascoltato più e più volte assume un potere ipnotico e fondamentale. Ci sono moltissime ragioni per cui i versetti biblici conservano il loro potere, e lo aumentano persino.

In una recente intervista, hai detto che la maggior parte della gente della nostra generazione vuole dire di pensare con la propria testa, mentre a te interessa di più pensare con la testa di un altro e poter dire “Mi fido di te”. L’idea di fede che emerge da “The Life Of The World To Come” non è quella di un’illuminazione irrazionale, ma di un percorso che porta a fidarsi di qualcun altro. Da che cosa nasce per te questa concezione?

Penso che la fede sia questo: guardare fuori da sé stessi. E penso di avere appreso questa definizione dalla lettura che i primi padri della Chiesa hanno dato della vita di Cristo: una prospettiva di dono di sé, del sacrificio di sé per trovare l’unione con Dio. È necessariamente un percorso, penso, perché il primo istinto è quello di pensare di essere tu al primo posto tra le cose importanti della tua vita, giusto? Ma, come dico sempre, in realtà non ho fede. Cerco, ma alla fine sono un uomo moderno come il resto di noi. Voglio solo cercare di fare esperienza della fede, e cantare e riflettere su questo.

Pensi che i personaggi delle tue canzoni, con tutto il loro carico di contraddizioni e speranze, possano essere considerati in qualche modo dei testimoni della possibilità di vivere avendo fiducia in qualcuno o in qualcosa?

Sì, penso di sì. Penso che sia il motivo per cui racconto le loro storie; per vedere come ci si sente, per vedere come si sentono altre persone, per fare esperienza di questo sentimento.

Pensare alla “vita del mondo che verrà” potrebbe suonare consolatorio. Le tue canzoni, però, sono percorse dall’esigenza che di questa vita sia possibile fare esperienza qui e ora, nonostante la morte e il dolore…

In inglese sono le ultime parole del Credo che si recita al termine della Messa: “Credo nella resurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà”. In latino è semplicemente vitam aeternam, ma la frase inglese è piena di meraviglia e mistero per me.

Pensi che sia possibile trovare una positività anche nelle cicatrici del passato, come suggerisce “Genesis 3:23”?

Non ho una risposta chiara su questo! A volte sì, altre volte mi sento come se cercare di raccogliere qualcosa di buono da un passato malato fosse soltanto inutile. Penso sempre a questa domanda!

Nelle tue canzoni hai messo spesso a nudo i tuoi ricordi più intimi. C’è qualche brano che non riusciresti mai a suonare in pubblico o per te è comunque una sorta di esperienza catartica?

Sì, ce ne sono un paio. Semplicemente non li suono, e di solito non li pubblico nemmeno. Ci sono un sacco di canzoni che sono private e sono fatte per rimanere tali.

Che cosa occorre a una canzone per riuscire a raggiungerti in profondità?

La cosa principale sono delle buone liriche. Tutto il resto è secondario. Allo stesso tempo, però, stamattina ho ascoltato soprattutto rock strumentale e ci ho trovato moltissimo da apprezzare, per cui è difficile da dire. Una grande melodia può penetrare tanto profondamente quanto un buon testo. Ma quanti grandi autori di melodie ci sono in giro? È difficile trovarne.

Senti mai il bisogno di esprimerti in una forma letteraria più ampia della canzone, come un romanzo?

Sì, ne ho scritto uno che è stato pubblicato nel 2008 (“Master Of Reality”, ispirato all’omonimo album dei Black Sabbath, ndr) e sto lavorando a un altro.

Ci racconteresti qualcosa della tua collaborazione con un altro brillante songwriter come John Vanderslice? Avete trovato un terreno comune?

Oh sì, abbiamo lavorato insieme per anni, ma solo di recente abbiamo realizzato un disco come collaborazione (“Moon Colony Bloodbath”, pubblicato nel 2009, ndr). Abbiamo deciso che il modo migliore per registrarlo fosse assumere un produttore esterno e lasciarlo dirigere, così abbiamo preso come produttore Chris Stamey (dei dB’s). È stato un piacere!

Nella scena musicale attuale c’è ancora spazio per un songwriter nel senso più classico del termine?

Sai, non riesco proprio a pensarci… Pensare troppo alle “scene” e cose simili, ai songwriter classici contro quelli moderni o quello che è, sono cose che non fanno per me. Posso solo fare quello che faccio. Se stessi a pensare alle scene, allora starei spendendo la mia energia creativa nei posti sbagliati.

Nei tuoi versi si trovano spesso riferimenti al cinema horror. Che cosa occorre secondo te a un film dell’orrore per essere davvero spaventoso? Se fossi uno sceneggiatore, quale sarebbe la trama del tuo film horror?

Ci deve essere qualcosa di insensato perché un film horror funzioni, qualche punto in cui la logica semplicemente smetta di operare. Oltre a questo, l’elemento più importante è l’atmosfera. Ogni cosa in un film horror è secondaria rispetto all’atmosfera, che deve essere costantemente inquietante per gli spettatori. Penso che, se ne scrivessi uno, vorrei realizzare un film come “La casa dalle finestre che ridono” (cult horror italiano diretto da Pupi Avati nel 1976, ndr). Un film che si sviluppa molto lentamente e che è fatto al 100% di atmosfera, con un sanguinoso momento di rivelazione nel finale.

Alla fiera di Pasqua

Penso che moltissimi abbiano ascoltato o canticchiato una volta nella loro vita la filastrocca “Alla fiera dell’est” di Angelo Branduardi. Ebbene, ecco cosa ho trovato su internet.

 

Da http://www.branduardi.info/innisfree/alla_fiera_dell_est.htm

Il canto originale scaturisce dall’antichissima tradizione della cena per la Pasqua ebraica, in cui si celebra il miracolo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Al termine della lettura del libro della Narrazione della Pasqua, interrotta secondo tradizione dalla cena pasquale dopo aver mangiato l’ultimo pezzo di pane azzimo (rappresentante il pane dell’afflizione assaporato nel Deserto), si intonano le 10 strofe di questo bellissimo canto. Nella versione originale, però, non si parla di un topolino, ma di un capretto. Il canto, come tutto il testo della Narrazione, cela una quantità di significati profondi

1.        Un capretto, un capretto che mio padre comprò per due soldi. 

Nella tradizione ebraica il padre di cui si parla nel canto rappresenta il dio di Abramo, che prima della creazione era solo con sé stesso. Il capretto è lo stesso Abramo, comprato per due soldi: acquistare qualcosa implica l’attribuire al denaro lo stesso valore di ciò che vogliamo acquisire. I due soldi (monete d’oro) rappresentano l’intera creazione (cielo e terra), che vale esattamente quanto Abramo, il primo uomo a riconoscere l’opera del Creatore.

2.        E venne il gatto, che mangiò il capretto, che mio padre comprò per due soldi.

Il gatto (una specie di gatto selvatico) rappresenta il secondo regno, quello di Babilonia, sotto il re Nimrod. Il re, che odiava il Creatore e il suo messaggero Abramo, venne e mangiò il capretto. Secondo la tradizione ebraica, infatti, Abramo fu gettato in una fornace ardente, da cui uscì però miracolosamente.

3.        E venne il cane, che morse il gatto, che…

Il cane simboleggia il terzo regno, quello del faraone, che morse il ‘gatto’ di Babilonia. «Un cane», insegna la tradizione ebraica, «ritorna sui propri escrementi, così come un pazzo alla propria follia». Proprio come il faraone che, a dispetto delle piaghe citate nel libro dell’Esodo continuava a rifiutare la libertà al popolo ebraico. L’Egitto superò Babilonia nella potenza senza mai però affrontare uno scontro diretto: ecco perché «morse» ma non «mangiò» l’avversario!

4.        E venne il bastone, che picchiò il cane, che…

Il bastone sarebbe la verga che Dio consegnò a Mosè per colpire gli Egizi, lo strumento prodigioso che si tramutava in serpente, toccava le acque del Nilo per trasformarle in sangue e che spezzò, infine, la dura schiavitù. Simboleggia il quarto regno, quello d’Israele sulla propria terra, dove gli ebrei, sotto il segno dello scettro (di nuovo il bastone) del regno di Giuda costruirono il santuario di Gerusalemme. Fino a quando non venne il fuoco…

5.        E venne il fuoco, che bruciò il bastone, che…

Quando il popolo ebraico si allontanò dalla Torah, un leone di fuoco scese dal cielo, assumendo la forma del regno babilonese di Nabucodonosor e bruciando il bastone (il potere temporale) d’Israele: il tempio fu divorato dalle fiamme, gli ebrei deportati in schiavitù. Ma contro il fuoco c’è un rimedio…

6.        E venne l’acqua, che spense il fuoco, che…

Il sesto regno è quello di Persia e Media, le cui fortune si sollevarono come le onde del mare sommergendo la potenza di Babilonia. «Le loro voci ruggiscono come le onde marine», scrive il profeta Geremia riferendosi alla Media.

7.        E venne il bue, che bevve l’acqua, che…

Il toro è il segno celeste che secondo la tradizione ebraica contraddistingue le fortune della Grecia, una presenza che i saggi del Talmud associano all’oscurità spirituale: i greci cercarono di oscurare la vista degli ebrei riproponendo loro l’immagine del bue e ricordando di aver perduto la connessione con il Creatore a causa dell’episodio legato a un quadrupede della stessa specie, il vitello d’oro. Il toro della Grecia macedone si bevve in un sorso l’acqua della Media.

8.        E venne il macellaio, che uccise il bue, che…

Il destino del bue di Macedonia finì poi nelle mani del macellaio di Roma! Nessun’altra cultura più di quella romana è tinta nella tradizione ebraica con maggior decisione nel rosso del sangue. Affermatosi sotto il segno guerresco del pianeta Marte, Roma è la discendente spirituale di Esaù, il  primo figlio di Isacco, che nacque, secondo la Genesi, coperto su tutto il corpo di una peluria rossastra. Roma rappresenta il dominio di una cultura materialistica, lo stesso al quale secondo la tradizione rabbinica sottostiamo ancora oggi attraverso il potere dei suoi eredi spirituali.

9.        E venne l’angelo della morte, e uccise il macellaio, che…

Secondo la cultura ebraica, l’arrivo del Messia sarà preceduto da un periodo di grande confusione, durante il quale l’ordine naturale è destinato a essere sovvertito. La barbarie sarà spacciata per cultura e la cultura apparirà vuota di significati. La brama di consumare e di possedere crescerà a dismisura, ma troverà sempre meno occasioni di placare la propria voracità. Il materialismo rappresentato da Roma sarà percorso da una rapacità che lo condurrà all’autodistruzione, fino a diventare l’angelo della morte nei confronti di sé stesso. Ma da questa caduta risorgerà la dinastia messianica del re Davide. Secondo i profeti vi saranno tre guerre e quindi l’avvento del penultimo regno, quello del Messia.

10.       E venne l’Unico, benedetto egli sia, e uccise l’angelo della morte, che uccise…

Alla decima strofa il cerchio si chiude con il necessario ritorno al punto di partenza. L’Eterno rimuoverà definitivamente tutto il veleno spirituale cosparso sulla Terra. Anche l’istinto di fare del male (l’angelo della morte) sarà sradicato. «Allora Dio»,  promette il Talmud,  «asciugherà le lacrime da ogni viso e riprenderà possesso del suo regno». Solo quando il circolo sarà completo la gioia potrà regnare in un riconciliato rapporto tra l’uomo e il suo Creatore. 

Battiato spirituale

Stamattina in edicola, come ogni mese, ho acquistato il mensile Rolling Stone. Dentro c’era un’intervista interessante di Luca Caminati a Franco Battiato, di cui ora vi posto la parte per me più intrigante

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Possiamo dire che nel suo lavoro c’è un elemento di proselitismo?

E’ necessario. Noi siamo strumenti, un ponte fra cielo e terra. Se tu fai questo lavoro perché in realtà ami il successo, hai tradito il tuo compito. I regni inferiori ti aspettano nel futuro. Sono condanne, e non è che si scherza con queste cose.

Più vado avanti e più scopro che molti capolavori musicali sono certezze di esistenze superiori. Ma come può un umano nato dal caso, da una stupida e inerte materia, scrivere cose del genere? I movimenti dei flessori di una mano che prende un bicchiere sono incredibilmente complessi, un meccanismo impressionante. Come può un individuo essere inferiore a una sua parte meccanica?

Però… anche lei è un eretico: da una parte ama parlare del suo spiritualismo, a volte anche vicino alla tradizione cattolica, dall’altra ama presentare un canone di pensatori, artisti e musicisti assolutamente estraneo alla tradizione occidentale.

La mia vicinanza al cristianesimo è univoca: non posso in alcun modo pensare al Vaticano e all’aspetto burocratico e diplomatico della Chiesa. Io sto con i mistici cattolici che seguono vie esperienziali. Uno che non ha esperienze mistiche non sa capire né accettare. San Giovanni della Croce era considerato un eretico, ma i veri eretici sono quelli che parlano di Dio senza avere neanche un “osso sacro”.

Battiato esploratore dell’anima e della mente: ci sono molti come me che rimangono spiazzati di fronte a questo estremismo spiritualista. Canzoni come Haiku, ad esempio, che lei non esita a definire devozionali…

Ma senza il passaggio alla meditazione non si può arrivare a niente. Tecnicamente, per entrare nel sacro devi abbandonare il pensiero materialistico. Bisogna arrivare alla chiarezza della visione. Haiku esprime abbastanza bene la dimensione meditativa, attraverso l’esperienza del silenzio, interessantissima. Quando la provi, non puoi più tornare indietro.

Qual è il suo metodo?

Pratico la meditazione da circa 39 anni. A poco a poco, dai mistici indiani al buddismo tibetano, dal sufismo al sistema analitico di Gurdjieff, sono arrivato a un metodo più personale. Noi viviamo spesso nella mente e non sentiamo il corpo. Immagina di camminare per strada, e invece di essere completamente preso dai tuoi pensieri come spesso succede, immagina di sentire ogni singola parte del tuo corpo: un controllo totale.

Musica e Dio / 5

Ho scoperto oggi pomeriggio la canzone “Il pane, il vino e la visione” e me ne sono innamorato, anzi direi proprio di aver scoperto Sergio Cammariere di cui conoscevo molto poco… Qui sotto vi posto il link al video e il testo con alcune riflessioni mie e appena riesco provvederò a commentare anche un altro capolavoro (“Padre della notte”).

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IL PANE, IL VINO E LA VISIONE

Nel novembre 2006 Sergio Cammariere pubblica l’album “Il pane, il vino e la visione” di cui fa parte l’omonimo brano (testo di Roberto Kunstler) che potete trovare qui:

http://www.youtube.com/watch?v=_R-rYP8UEZA

Là dove l’uomo è libero e non c’è più differenza

tra razza fede e sesso esiste solo fratellanza

Ma forse l’utopia non è una scienza

o forse sono io che ne ho abbastanza

di questo avanti e indietro di scemenza

e di ogni assurda intolleranza

verso chi come me chiede soltanto rispetto per il mondo

Due tematiche importanti: la libertà e il rispetto. Là dove c’è libertà c’è anche fratellanza e uguaglianza che vengono poi riprese nella condizione dell’uomo davanti a Dio, dove non c’è secondo, non c’è classifica né graduatoria. Il rispetto serve ad andare oltre ogni intolleranza: è bello che all’intolleranza non venga contrapposto il tollerare, simile al sopportare, ma il rispettare.

 

Perché davanti a Dio non c’è secondo

e ognuno è solo ed unico di fondo

Per quanto la memoria a volte dice

che questa vita é solo un appendice

E siamo noi gli stessi di quel giorno

in cui vivevano gli eroi

quando un re poteva battersi al tuo fianco

e morire per noi

Ma non pensare che poi sia così lontano

C’è un tempo nel tempo in cui noi ancora non siamo

ma fatti non fummo così per essere coinvolti

da metafisiche e illogiche infinità 

Viene introdotto il tema della trascendenza caratterizzata però da una forte immanenza di rispetto e correttezza di rapporti

Ma nessuno ti dice che poi

nel deserto non conta chi sei

conta solo se sai

riconoscere il vero dal sogno

Ma soli nel buio risplende una chiara coscienza

ed ogni dubbio poi dal cuore scomparirà

Attenti quindi all’abito che fa la differenza

per voi che dispensate conoscenza

Il caso è matematica e la fede

è geometria celeste per chi crede

che questa vita sia un passaggio

verso un altro tipo di esistenza

come un ponte che unisce cielo e terra

inferno e paradiso

Ma se potrai dividere davvero

il pane il vino e la visione

e affrontare ogni giorno col sorriso

la nostra missione

un sorriso, sarà la comunione

un sorriso, l’amore che verrà

Al di là di quello che le teologie possono elaborare fino a rischiare di diventare geometrie celesti, la reale comunione è fatta d’amore e sorriso, senza così scappare nel sogno e restare legati al reale, quel reale ricordato fin dall’inizio della canzone e caratterizzato dal rispetto.

 

Ma nessuno ti dice che poi

nel deserto non conta chi sei

conta solo se sai

riconoscere il vero dal sogno 

Mad about you

Un adulterio, un tradimento, un tentativo di inganno, un omicidio. Sono gli ingredienti di un famoso episodio biblico che viene toccato dalla canzone “Mad about you” di Sting, cantata anche in versione italiana col titolo “Io muoio per te”. Davide è il II re di Israele. Mentre i suoi soldati sono a combattere contro gli Ammoniti e ad assediare la città di Rabbà, il re decide di restare a Gerusalemme. In un caldo tardo pomeriggio, dalla sua terrazza, vede una bellissima donna fare il bagno; si informa su chi sia e scopre essere la moglie di Uria, l’Hittita. Nonostante questo, Davide la convoca a palazzo e i due hanno un rapporto sessuale dopo il quale Betsabea rimane incinta. Questo comporterebbe per la donna la pena di morte, essendo in stato di flagrante adulterio. Il re convoca in licenza Uria e lo manda a casa, nella speranza che egli possa avere dei rapporti sessuali con la moglie e così giustificare lo stato di gravidanza. Ma Uria rifiuta e Davide, al termine della licenza, gli consegna l’ordine da recapitare al generale Ioab: in esso si raccomanda di esporre Uria in prima fila così da farlo morire in guerra. Uria muore e,passati i giorni del lutto, Davide sposa Betsabea. Poi la storia va avanti, e chi è interessato la trova in 2Sam 12…

Cliccando su CONTINUA trovate la canzone col testo nella versione italiana con Zucchero e questa è la strofa della canzone che più mi piace

“C’è una città nel deserto e riposa la vanità di un antico re

ma la città riposa in pezzi,

dove il vento urla all’avvoltoio quello che ha fatto l’uomo con l’ambizione,

è tutto questo, farò prigione la mia vita,

se sei la sposa per un altro, che i miei nemici siano liberi,

io cado e sono qui, che muoio per te, muoio per te!”

 

 

A un passo da Gerusalemme

e a un solo miglio dalla luna

sotto un cielo di milioni di stelle

ho il cuore perso in un pianeta lontano

che gira intorno e cade giù

con archi di tristezza,

io muoio per te, muoio per te!

E se il mio regno diventa sabbia

e cade infondo al mare:

io muoio per te, (io)muoio per te!

 

E dalle fonde oscure valli

canzoni antiche di tristezza

ma ogni passo io pensavo a te

ogni passo solo te

per ogni stella un granello di sabbia

gli avanzi di un asciutto mare

dimmi, quanto tempo, quanto ancora!

 

C’è una città nel deserto e riposa

la vanità di un antico re

ma la città riposa in pezzi,

dove il vento urla all’avvoltoio

quello che ha fatto l’uomo

con l’ambizione, è tutto questo

farò prigione la mia vita

se sei la sposa per un altro

che i miei nemici siano liberi,

io cado e sono qui,

che muoio per te, muoio per te!

 

E solo come mai,

così solo come ora mai!

Con tutti i miei domini

cosa sono qui

sono niente così

non ci sono vittorie

nelle nostre storie, senza amor!

 

A un passo da Gerusalemme

e a un solo miglio dalla luna

sotto un cielo di milioni di stelle

ho il cuore perso in un pianeta lontano

che gira intorno e cade giù

con archi di tristezza,

io muoio per te, muoio per te!

 

E anche se hai le chiavi

e distruggi quel che ho

ogni prigione in polvere

nemici più non ho

(e) i regni miei di sabbia che

che vanno in fondo al mare,

io muoio per te, muoio per te!

A caccia!

In prima stiamo parlando di relazioni, amicizia e amore in particolare. Mi piacerebbe coinvolgervi in una caccia: cercare canzoni italiane e straniere che trattino di quest’argomento. Ovviamente la caccia non riguarda solo chi è in prima e può essere estesa anche a tutti gli altri e pure ad altri temi: libertà, morte, vita, felicità, fede, dolore… Basta mettere titolo, autore, argomento nel commento a questo post. Intanto qui sotto inizio io.

Sapete che non amo particolarmente Eros, eppure questa è una sua canzone: “Affetti personali”. E’ tratta dall’album ALI E RADICI e parla di amicizia. La frase che mi ha colpito di più? “Sei l’altra ala che a volte mi manca”

Il mondo è meglio,
con un amico come te.
Quando ti cerco,
ti fai trovare sempre senza domandarmi perché..
Tu mi conosci,
lo sai già,
quando ho bisogno di complicità,
di evadere dalla solita realtà.
Sei l’altra ala che a volte mi manca..
Con un amico come te sono sicuro che,
il mondo è meglio di com’è..
Soli mai,
veramente non si è soli mai,
quando ci uniscono affetti personali,
si può scoprire che..
un’amicizia è bella anche perché..
ci lega si ma senza usare catene,
ci tiene insieme semmai, di più.
Anima dolce,
questa sei tu mia cara amica,
anche se a volte sai essere davvero pungente proprio come un’ortica,
però mi piaci- sai perché- posso parlare apertamente con te,
scambiare i pensieri più sinceri, fra noi,
per non ritrovarci ad esplorare la vita..
Soli mai, soli mai,
veramente non si è soli mai,
quando ci uniscono,
affetti personali,
si può scoprire che un’amicizia è bella,
anche perché ci lega si ma senza usare catene,
ci tiene insieme di più.
Cosa sarebbe mai la vita senza amici…
e lo sai un’amicizia è bella anche perché ci lega si ma senza usare catene e lo sa fare bene,
ci tiene insieme semmai.. anche di più.
Cosa sarebbe mai la vita senza amici… cosa sarebbe mai?

U2 sull’Osservatore Romano

Sul numero del 4-5 gennaio 2010 de L’Osservatore Romano c’è questo articolo di Gaetano Vallini

Re Davide? Una pop star 

“A dodici anni adoravo Davide:  per me era come una pop star, le parole dei salmi erano poesia e lui era un divo. C’è da dire che, prima di diventare profeta e re di Israele, Davide aveva dovuto subirne parecchie:  era andato in esilio e poi finì in una caverna dove fece i conti con se stesso e con Dio. Ed è proprio lì che la soap opera si fa interessante:  Davide compone il suo primo blues”. Detta così, ha tutta l’aria di un’affermazione irriverente. E invece questa dichiarazione fatta da Bono, il leader degli U2, una delle rock band più importanti degli ultimi trent’anni, può essere letta come una originalissima dichiarazione di fede.
Una fede che peraltro emerge, a volte più marcatamente altre in modo più sfumato, in buona parte della produzione musicale del gruppo di Dublino. “Nella musica degli U2 – ha spiegato una volta Bono, al secolo Paul Hewson – ci sono cattedrali e strade. Le strade conducono alle cattedrali e mentre ci cammini ti senti nervoso, come se qualcuno ti seguisse. Se ti volti non c’è nessuno. Poi finalmente entri nelle cattedrali e solo allora capisci che c’era davvero qualcuno che ti seguiva:  Dio”. Da autentico irlandese, Bono non ha mai nascosto il suo essere cattolico, ma forse non tutti, se non i fan più incalliti, sono riusciti a scovare nelle sue canzoni molti richiami alla Bibbia, dalle semplici allusioni a vere e proprie citazioni.
A guidarci in questa singolare ricerca filologica è il critico musicale Andrea Morandi in U2. The Name Of Love (Roma, Arcana, 2009, pagine 664, euro 22), un libro in cui vengono analizzati tutti i testi di Bono, dal primo album, Boy del 1980, all’ultimo, No Line On The Horizon dello scorso anno. Un lavoro interessante e sorprendente, visti i risultati:  “La presenza della Bibbia nei primi dischi – afferma, infatti, Morandi –  era una cosa nota. Ma che continuasse  in  modo  persistente  fino all’ultimo cd è stata una vera scoperta”.
Certo, a molti giovani farà un certo effetto scoprire una così forte religiosità in una rock star del calibro di Bono e in un gruppo tanto noto e impegnato, eppure le canzoni sono lì a dimostrarlo. A cominciare dal brano “40, contenuto nel disco War, il cui testo si richiama al Salmo 40, del quale riporta alcuni versetti, con l’aggiunta della frase – How long to sing this song? “Per quanto a lungo dovremo cantare questo canto?” – ancora oggi ripetuto dalle migliaia di persone, giovani e non, che affollano i concerti della band in tutto il mondo.
Ma se “40 è un caso particolare con le sue citazioni, le tracce del sacro nei versi degli U2 sono molteplici e a vari livelli. Un disco in particolare, October, il secondo della loro carriera, è significativo in questo percorso:  “Una serie di riflessioni religiose elaborate da un ragazzo di vent’anni educato da un padre cattolico e da una madre protestante”, annota Morandi. Tutte le canzoni dell’album sono, infatti, impregnate di richiami biblici. Soprattutto “Gloria”, il cui testo si rifà al Salmo 30, ma riprende anche l’attacco del Salmo 51, con Bono che prima grida “Miserere” e poi canta “Oh, Signore, se avessi qualcosa / Qualsiasi cosa / Io la darei a Te”. E poi Rejoice titolo di una canzone ma anche parola chiave (gioia) dell’intero disco, in cui Bono si identifica con Abacuc fino a “stendere il suo personale salmo”, azzarda l’autore, in cui si passa dallo scoramento dei riferimenti biografici – la prematura morte della madre in particolare, un lutto a lungo non elaborato – all’improvvisa comparsa di qualcosa a illuminare la strada che sembrava smarrita.
Dalla Genesi ai Salmi, da Abacuc all’Apocalisse – come nel brano Fire, dove le suggestioni del sesto capitolo del testo giovanneo si ritrovano nella descrizione del sole nero, delle stelle cadenti – e arrivando ai Vangeli e scoprendo che in When Love Comes to Town si narra della tunica di Gesù giocata ai dadi, o che in Until the End of the World si parla di Giuda e del suo tradimento. In Tomorrow, dopo citazioni varie si giungerebbe addirittura all’annuncio del ritorno di Gesù:  “Apriti, apriti / all’Agnello di Dio / all’amore di Colui / che ridonò la vista ai ciechi / Egli sta tornando”.
Per Morandi, l’opera degli U2 si propone come un percorso circolare:  dall’intimismo e dalla religiosità dei primi dischi, si passa attraverso lo smarrimento di Zooropa in cui Bono “si arrende e confessa di aver perso bussola e mappe, ragioni e religione, limiti e confini” e che contiene The First Time, brano in cui, partendo dalla parabola del figliol prodigo, riflette sulla perdita della fede. E si passa anche per Pop, un disco “pieno di discussioni con Dio”, alla ricerca della strada perduta, difficile da ritrovare se, come recita If God Will Send His Angels, “Dio ha staccato la cornetta” e non resta che chiedersi cosa accadrebbe se “mandasse i suoi angeli, mandasse un segno:  sarebbe tutto a posto?”. Fino ad arrivare a No Line On The Horizon, dodicesimo e ultimo album del gruppo, dove si ritrovano la luce e la speranza degli inizi, in particolare in Magnificent – che già dal titolo richiama il Magnificat – una lode a Dio, un “inno definitivo all’amore”, come lo definisce il critico – e in Unknown Caller, dove lo sconosciuto che chiama è il Dio che salva.
“Quella di Bono è una scrittura molto sofisticata e spesso misconosciuta”, secondo Morandi, per il quale l’artista “arriva a lavorare sulla singola parola come Bob Dylan e Leonard Cohen. Ma il personaggio è tanto strabordante da aver schiacciato la dimensione autoriale. Eppure solo lui e Dylan riescono a condensare la Bibbia nei tre minuti di una canzone”. I temi – supportati da una musica di notevole livello – sono impegnativi, le riflessioni profonde, parlano di attualità, di problemi quotidiani, di responsabilità di fronte agli uomini e al mondo.
Non mancano richiami a scrittori cristiani celebri come Clive Staples Lewis, autore protestante molto amato da Bono, al pari della cattolica Flannery O’Connor, della quale apprezza il suo “modo di rappresentare il rapporto tra le persone comuni e Dio”. Ma – aggiunge Morandi – “la cosa che rende convincente la scrittura di Bono è la sincerità con cui mette in campo una fede fatta di domande  rivolte a un Dio vicino, un amico con cui si può anche litigare”.
Insomma, spogliato dell’alone del successo, degli abiti di profeta del rock e di paladino di quel terzo mondo afflitto da povertà e fame, del personaggio influente e autorevole chiamato a parlare anche a consessi internazionali – si ricorda l’impegno in occasione dei concerti Live Aid in favore dell’Africa e della campagna che li accompagnò, che lo portò anche in Vaticano il 5 settembre 1999 quando ebbe un’udienza con Giovanni Paolo II – Bono resta un uomo in continua ricerca.
Una ricerca partita da Dublino nel 1980 che si conclude, per ora, e non per caso forse, nel Vicino Oriente, a Beirut, teatro dell’ultima canzone:  Cedars of Lebanon. Un brano che parla di guerra, l’ennesima di quella martoriata terra. Il protagonista, un reporter, che lontano da casa, tra le miserie del conflitto, finisce per parlare con Dio:  “Tu sei così alto su di me, più alto di chiunque altro/ Dove sei tra i cedri del Libano?”.

E’ Natale

Il video postato non mostra niente, quindi piena concentrazione sul testo degli Articolo 31.

…caro babbo natale non ci sentiamo da parecchio, comunque è lo stesso, adesso prestami orecchio
ho una richiesta e se ti resta tempo senti, anche perchè mi devi ancora un Big Jim e una pianola Bontempi, 
non ho risentimenti ma tuo creditore resto, dunque ho un pretesto per richiederti un gesto
il palinsesto di radio e tv a natale dirigilo tu e fai qualcosa di speciale e non il solito mix dei puffi e di asterix,
con la cantilena di Cristina D’Avena, ridammi Furia e amico Fidenco uccidi i puffi!
..voglio vedere un incontro di box tra Tyson e Bossi!..voglio che i personaggi di Beverly Hills abbiano tutti bisogno del Clerasil…
voglio vedere la Cuccarini con un mini bikini bere un Martini sentendo “Tocca qui” cantata da Masini….
…perchè è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
…sono già due mesi che sento odore di mandarino e di aghi di pino e ne ho la nausea, 
pubblicità del panettone senza pausa, assediato da nevicate di mandorlato!
…in cucina mia madre è chiusa già da un mese, poverina si sbatte di brutto lavora come un somaro albanese,
ha fatto tra l’altro anche otto chili d’arrosto, nel migliore dei casi mi trovo a mangiare gli avanzi fino ad Agosto,
mi sento indisposto, sarà perchè ho mangiato caramelle sottocosto,
piuttosto faccio posto nello stomaco a un bicchiere di Pinot, mentre lo bevo mi atteggio come il tipo dello spot. C’è Love Boat in televisione, dannazione, adesso posso dire addio alla mia digestione, cambio canale fatale appare il telegiornale che, fra una guerra e l’altra, mi fa gli auguri di natale!
è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
…babbo natale da me non è mai venuto, forse perchè il camino in casa non ce l’ho mai avuto,
forse non riesce ad atterrare sui tetti perchè ci sono troppe antenne, forse gli han chiesto
il superbollo sulle renne, forse ha paura di qualche scippo, magari è afflitto perchè lo
scambiano per il Gabibbo, ma per me è da qualche parte in equatore che se la vive da nababbo coi
diritti d’autore! …suona il campanello è arrivato il prete a benedire, passa ogni stanza bagna
le pareti d’acqua santa, guarda me, che sono sveglio da poco, e dice che per gli esorcismi passa
dopo! Lo congedo con flemma, mi viene in mente il dilemma se il natale che viviamo è cristiano o
pagano o come quello americano con le letterine dei bambini, ma non a babbo natale, ma ai grandi magazzini!
è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…
è natale, è natale, è natale, ma io non ci sto dentro…

O è Natale tutti i giorni

Da “Diario Carboni 1993”. Il video è creato da qualcuno che non so, la musica è un live di Carboni con Jovanotti sulle note di More than words. Oh siamo chiari: la versione degli Extreme Ã¨ tutt’altra cosa!!! Ma il testo è significativo…

E’ quasi Natale
e a Bologna
che freddo che fa
Io parto da Milano
per passarlo
con mamma e papà
Il mondo
forse no, non è cambiato mai
e pace in terra
no non c’è
e non ci sarà
perché noi non siamo uomini
di buona volontà
Non so perché
questo lusso di cartone
se razzismo guerra e fame
ancora uccidon le persone.
Lo sai cos’è,
dovremmo stringerci le mani
… O é Natale tutti i giorni
o non é Natale mai…
E intanto i negozi
brillano e brilla la TV
e le offerte speciali
e i nostri dischi si vendono di più
Il mondo
forse no, non é cambiato mai
e pace in terra
forse un giorno ci sarà
perché il mondo ha molto tempo,
ha tempo
molto più di noi
E intanto noi
ci facciamo i regali
il giorno che è nato Cristo
arricchiamo gl’industriali
e intanto noi
ci mangiamo i panettoni
il giorno che è nato Cristo
diventiamo più ciccioni
Lo sai cos’è,
dovremmo stringerci le mani
… O é Natale tutti i giorni
o non é Natale maaaai…
… O é Natale tutti i giorni
o non é Natale maaaai…

Natale

Questa è la versione live di “Natale” di Francesco De Gregori, particolarmente adatta per queste notti friulane gelide… in cui il bisogno di calore umano è forte

C’è la luna sui tetti e c’è la notte per strada
le ragazze ritornano in tram
ci scommetto che nevica, tra due giorni è Natale
ci scommetto dal freddo che fa.
E da dietro la porta sento uno che sale
ma si ferma due piani più giù
un peccato davvero ma io già lo sapevo
che comunque non potevi esser tu
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e t’addormenti la sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.
E tu scrivimi, scrivimi per il bene che conti
per i conti che non tornano mai
se ti scappa un sorriso e ti si ferma sul viso
quell’allegra tristezza che c’hai
Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria,
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia.
E tu scrivimi, scrivimi
se ti torna la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e t’addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.

Notte di Natale

Il video, anche se incompleto, Ã¨ una chicca perché è un tuffo nal passato con un Claudio Baglioni irriconoscibile. La canzone poi è tristissima!!! E’ del 1971: non ero nato neppure io 🙂

Quanto è tardi e qui a casa mia
Lei non chiama più
È un Natale da buttare via
Lei non viene più
Guardo il telefono e penso a lei
Vetri appannati son gli occhi miei
Quanta neve sta venendo giù
Chi la fermerà
La candela è ancora accesa
Presto si consumerà

Dio, tu stai nascendo e muoio io
Tu che faresti al posto mio
Ora che perdo pure lei
Ho dato un calcio ai sogni miei
Dio, ma che Natale è questo mio
Campane a festa anche per me
Anche per me, anche per me, anche per me
Se tu mi senti ma perché
Non fai tornare chi non c’è più

Quanta neve sta venendo giù
Piangerà con me…

Canto di Natale

“Canto di Natale” è una canzone dei Modena City Ramblers contenuta in “Riportando tutto a casa” del 1994. La solitudine ne è l’argomento centrale

Signora dei vicoli scuri dal vecchio cappotto sciupato
Asciugati gli occhi e sorridi c’è un altro Natale alle porte
Non senti le grida e le voci e qualcosa di strano nell’aria
Anche i muri ingrigiti dei vicoli splendono sotto la luna
Ti ricordi c’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E la sera ci facemmo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
Con tanti saluti ad un altro Natale
Signora dei vicoli scuri abbracciami forte stasera
Anche i gatti festeggiano a volte e cantano sotto le stelle
Dimentica il freddo le lacrime e le scarpe coperte di fango
E il destino di un vecchio ubriacone cullato dal canto del vento
Ti ricordi c’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ci faremo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
Con tanti saluti ad un altro Natale.
Signora dei vicoli scuri non mollare la lotta
Verranno momenti migliori il tempo è una ruota che gira
Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d’estate
Scoleremo cinquanta bottiglie al riparo di un cielo lontano
Ti ricordi c’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare un saluto
E un cordiale fanculo ad un altro Natale

Canzone per Natale

Partiamo da Morgan. Questa canzone è contenuta nell’album “Canzoni dell’appartamento” del 2003. La frase che mi piace di più è “Tornò dalle battaglie perse e si dimenticò la strada. Poi errando si svagò vagando un po’ al museo di scienza naturale. Faceva proprio finta di sapere dove andare!”

Canzone per Natale canzone per Natale
Le finestre accese e le ombre tutte quante insieme a conversare
Nelle strade tetre del quartiere un nuovo centro commerciale
Alberi che puntualmente, giorno dopo giorno, vengono a mancare
Canzone per Natale soltanto per Natale
Tornò dalle battaglie perse e si dimenticò la strada
Poi errando si svagò vagando un po’ al museo di scienza naturale
Faceva proprio finta di sapere dove andare!
Sognò di festeggiare le nozze di Natale
C’è il temporale
E nelle case la luce si fa artificiale
S’è fatto buio
E si racconta la vera storia di Napoleone
C’è il temporale
E anche se non fosse stato Natale
T’avrei amata uguale

Un po’ di musica per Natale

Ciao ragassi! In questi giorni cercherò di postare un po’ di testi e video musicali sul Natale visto in maniera un po’ particolare

Ac/Dc a Udine

Di certo non fanno parte della Christian Music, ma un appassionato di musica non può restare indifferente. Da ieri sera il mio stato di Facebook è “MERCOLEDI’ 19 maggio 2010 allo Stadio Friuli di Udine AC/DC unica data in Italia!!!!!”. Non so se ci andrò (prezzi dai 50 ai 75 euro…), ma resta un evento. E allora posto qui sotto un articolo preso da www.jamonline.it

E ora bisogna trovar loro un posto nell’olimpo del rock. Non che già non ce l’avessero, questo è chiaro. Gli AC/DC hanno dalla loro una forza storica immane, fatta di 150 milioni di dischi venduti e tour che da almeno venticinque anni si svolgono regolarmente negli stadi stracolmi di tutto il mondo e nelle arene più grandi. Però negli ultimi tempi qualcosa è cambiato e gli AC/DC non sono più “solo” una delle band di maggior successo nella storia dell’hard rock (giusto Metallica e Iron Maiden possono vantare lo stesso profilo e impatto commerciale in ambito hard & heavy), ma dei maître à penser del rock che per troppo tempo sono stati ingiustamente e in maniera miope sottovalutati dalla critica non specializzata, da chi pensava che il loro impatto sull’intera musica rock mondiale non fosse dello stesso livello (quantitativo e qualitativo) di Beatles, Led Zeppelin, Rolling Stones, Pink Floyd, Genesis e Bob Dylan, giusto per fare qualche esempio. E invece la loro influenza è stata (ed è) enorme, incalcolabile, quasi totalizzante in certi ambiti underground. Gli AC/DC hanno fatto loro un registro sonoro, incarnandolo a tal punto da dare l’impressione di averlo inventato. Per certi versi, hanno rappresentato e continuano a rappresentare la quintessenza del rock senza compromessi, quello spirito elementare della musica ribelle che sopravvive anche agli anni dei suoi sacerdoti e alle ali mortifere del business. In questo nuovo millennio, quando nuovi eroi della musica (rock, pop, country, world, nu soul, ecc) sono venuti alla ribalta e hanno cominciato a rilasciare interviste per un pubblico sempre più numeroso, si è sovente scoperto che gli AC/DC sono stati tra i numi ispiratori, tra i primi fornitori di brani per gli incerti inizi musicali. Così, si scopre che gli AC/DC, tra tutte le grandi band della storia, sono il gruppo che può vantare più musicisti dilettanti tra i propri sostenitori, intere legioni di fan duri e puri che ne hanno diffuso il verbo e i dischi anche quando le radio si rifiutavano di mandarli in onda (soprattutto in America) e i video erano regolarmente banditi dalla programmazione di Mtv. Un esercito di divulgatori dell’AC/DC-pensiero che ha funzionato più di mille uffici marketing.

35 anni di classici

In pochissimi anni hanno scritto più canzoni di successo di qualunque altra band. Nel periodo tra il 1977 e il 1980 hanno impresso un nuovo vocabolario al mondo del rock con due mosse che hanno spiazzato la critica ed esaltato i fan. Due promesse sbandierate in lungo e in largo e ampiamente mantenute: non utilizzare mai una tastiera e non comporre mai una ballad. Nonostante un sound canonico e tradizionale, quindi, gli AC/DC, nella fase cruciale della loro parabola, si sono elevati a difensori dell’oltranzismo rock, a custodi delle sacre leggi della chitarra distorta e a sfregiatori della canzone d’amore, del sentimentalismo pop e dell’ammorbidimento commerciale. Grezzi provinciali australiani, arrivano in Inghilterra a riportare sulla retta via i binari di un rock che si sta perdendo tra citazioni letterarie incomprensibili, grandeur progressive prive di fisicità e continue elargizioni al glamour estetico e pacchiano. Forse anche più dei Sex Pistols, gli AC/DC riportano la barra a dritta e raccolgono l’entusiasmo del pubblico in maniera fanatica, come sacerdoti di un ritrovato culto dionisiaco del rock. Basti pensare che la band ha una set list talmente piena di classici che dal vivo l’unico brano che suonano post 1982 è Thunderstruck (oltre, ovviamente, a due o tre pezzi tratti dall’ultimo album). Se si esclude Back In Black, addirittura solo due pezzi dell’epoca Brian Johnson risultano avere lo stesso posto delle hit degli anni 70: For Those About To Rock e la già citata Thunderstruck. Ma un posto a parte nella loro discografia lo merita sicuramente Back In Black, l’apoteosi del nero degli AC/DC che è uno dei cinque o sei album più venduti della storia del rock (le statistiche parlano di una cifra intorno ai 50 milioni di copie vendute nel mondo) e che ancora oggi è la vera architrave del successo planetario della band. Un album rock assolutamente perfetto, selvaggio, rumoroso e a tratti demoniaco, intriso di un’atmosfera epilettica che Brian Johnson si trova tra le mani quasi senza volerlo, ma riuscendo a reggere benissimo, con le sue spalle forti, la pesantissima eredità di Bon Scott. È l’album che contiene, tra molti classici da concerto, You Shook Me All Night Long, pezzo che più di ogni altro ha fatto uscire gli AC/DC dal ghetto dell’hard rock/heavy metal per farli entrare nel mondo della canzone popolare. Negli Stati Uniti il brano è entrato nel repertorio di centinaia di artisti di ogni estrazione musicale e viene regolarmente suonato alle feste, ai matrimoni, nei casinò e nei varietà televisivi. Molti musicisti lo trovano un ottimo espediente per finire i concerti in allegria e/o rendere memorabili le proprie esibizioni. Un classico dei classici che è (ri)finito in classifica anche quando non è stato pubblicato, come quando nel 2000 fu suonato da Celine Dion e Anastacia nel programma Divas del canale VH1. L’hanno inserito nel proprio repertorio live anche Phish, Kid Rock, Melissa Etheridge, Tori Amos, Shania Twain, la stella del country Kenny Chesney (in duetto con Gretchen Wilson), Kelly Clarkson e molti altri, per non parlare delle parodie e delle versioni jazz, lounge, rap e così via. Ironia della sorte: il titolo You Shook Me All Night Long gli AC/DC lo “rubarono” ai Led Zeppelin, che ripetevano ossessivamente questo ritornello nella celeberrima You Shook Me (cover di Willie Dixon).

Il rock perfetto?

Gli AC/DC non fanno hard rock: sono l’hard rock. Sono una filosofia di vita, un’espressione dell’istinto primordiale (ma nient’affatto banale) che alberga in tutti noi, irresistibilmente attratto dai 4/4, ora marziali, ora epilettici, ora gigioni della formazione australiana. Tre sono i momenti fondamentali del culto AC/DC: gli arrangiamenti, le intro e i riff. Gli AC/DC sono sempre stati dei veri e propri maghi degli arrangiamenti. Il più stupido e falso luogo comune che ha circolato per anni su di loro riguardava la presunta rozzezza sonora, il minimalismo compositivo. Si tratta di un giudizio che risente di una concezione superficiale della musica hard rock e che è durato per anni, prima di venir spazzato via dall’evidenza. Le armonizzazioni ritmiche degli AC/DC, frutto della grande coesione e sapienza del duo Malcolm Young-Cliff Williams, sanno come “far sentire” tutti gli strumenti e far risultare ogni brano del gruppo apparentemente diverso da qualsiasi altro, pur utilizzando i medesimi registri sonori che costituiscono l’inconfondibile marchio di fabbrica. Un esempio mostruoso di questo è It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock’n’Roll), vero estremismo sonoro: una canzone costruita con un solo accordo (uno solo!) e che ha anche un senso, che suona sempre come un vero pezzo rock, non una sperimentazione. L’introduzione è il secondo pilastro del poderoso impatto sonoro della band. Loro sono dei veri maestri dell’intro, che spesso costituisce la spina dorsale del brano. Tantissimi loro pezzi iniziano con lunghi crescendo che esplodono solo dopo molto tempo, quando la tensione dell’ascolto è allo spasimo. Brani come Squealer, T.N.T., For Those About To Rock, Hell’s Bells o Thunderstruck (solo per citarne alcuni) vivono sorretti da quell’incredibile iniziazione energetica in crescendo che è la loro parte iniziale, riconosciuta subito dal pubblico e accompagnata fino al momento del climax (quando finalmente tutti gli strumenti entrano in azione all’unisono) con una partecipazione emotiva totale. Un segreto che solo i Def Leppard hanno saputo svelare e fare proprio con altrettanta maestria. E infine c’è il riff, il terzo segreto degli AC/DC. La band lo ha trasformato in una scienza, capace di generare sorprese manipolando sempre gli stessi accordi. Whole Lotta Rosie, Let There Be Rock, Dirty Deeds Done Dirt Cheap e la celebrazione della vita selvaggia di Highway To Hell ne sono gli esempi più clamorosi e fulgidi. Let There Be Rock esemplifica ancor di più questo schema, con un riff che è una frustata, un ritmo che sa di crisi epilettica e che scatena danze sfrenate nel pubblico, rapito dall’estasi di un rock allo stato brado, primordiale come la voce belluina di Bon Scott (e poi di Brian Johnson) che ne dirige il sabba orgiastico.

Catarsi live

Gli AC/DC hanno costruito dal vivo il proprio mito attraverso esibizioni che non sono mai stati semplici concerti rock, per quanto intensi e coinvolgenti. Gli show degli AC/DC erano (e in parte lo sono rimasti ancora) dei baccanali pagani in cui c’è identificazione totale tra pubblico e band. Band che trova la sua naturale collocazione nei grandi festival con decine di migliaia di persone; più grandi sono le arene e gli stadi, più il rock possente della band acquista forza, con gli anthem storici che vengono ripetuti in coro dal pubblico con forza sempre crescente. Scenografie impressionanti che virano verso il gigantismo di anno in anno contribuiscono a dare il senso della possenza, dell’uragano sonoro che si sta per abbattere sulla platea, anche se ciò contribuisce a dare alla band (secondo alcuni fan della prima ora) forme sempre più circensi e meno “pericolose”. Ma è un dettaglio che svanisce nell’orizzonte da kolossal rock che la band australiana costruisce in ogni tour. Negli anni 80, il nome degli AC/DC viene spesso accostato a quello di grandi festival itineranti come il Monsters Of Rock; due colossi che si sostengono a vicenda e danno vita ad alcuni tra gli eventi più memorabili nella storia del rock. Chi pensa inevitabilmente a Woodstock come il grande raduno per eccellenza, dovrebbe vedersi le immagini degli AC/DC al Monsters del 1991 a Mosca (700 mila spettatori), tra l’altro funestato anche da sanguinosi incidenti tra polizia e dimostranti. Oppure del Rock In Rio del 1985, quando mezzo milione di persone si radunarono nella Cidade Do Rock per assistere al tentativo della band di battere il record del “rumore” attaccando una Hell’s Bells a 138 decibel (con tanto di campana fatta costruire a modello della celebre Zarina di Mosca, anche se ovviamente molto meno pesante). Band che si esalta di fronte alle grandi platee e le grandi platee si esaltano all’ingresso sul palco degli AC/DC. Un connubio che funziona sempre e la cui efficacia è direttamente proporzionale al numero di spettatori presenti. Il segreto? Molti segreti, ma il più evidente e noto non può che essere la straordinaria, unica e inimitabile personalità di Angus Young, un musicista (ma chiamarlo così è semplicemente riduttivo) che – per qualche motivo misterioso – non è mai stato incluso nelle liste e nelle classifiche dei chitarristi più tecnici e virtuosi di tutti i tempi. E neanche di quelli più importanti, nonostante abbia fatto da nume tutelare a migliaia (per non dire milioni) di suoi seguaci sonori. La famigerata classifica dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi pubblicata da Rolling Stone nel 2003 lo vedeva solo al 96° posto, dietro a gente come Jack Frusciante (18°), John Cipollina (32°) e Eddie Hazel (43°) e finanche dietro Kevin Shields dei My Bloody Valentine, piazzatosi (secondo i redattori della rivista americana) al 95° posto. Una classifica palesemente ridicola che però non ha scomposto nessuno più di tanto. D’altronde, i fan di Angus Young non ce lo hanno mai voluto in nessun genere di competizione con altri chitarristi, dicendo semplicemente, ma in maniera perentoria, che «Angus Young non è un chitarrista. È la chitarra». L’identificazione tra Young e la sua Gibson SG Diavoletto è sempre stato corporale, fisica, fatta di un sistema circolatorio comune. Quando la imbraccia ed entra sul palco, il pubblico avverte che quell’entità uomo-strumento è un unico essere, uno spirito capace di assoli di altissimo virtuosismo, un demone che non può essere catalogato perché sembra provenire dall’essenza stessa del rock. E allora Angus Young rimane sempre splendidamente fuori concorso, perennemente avvolto in quella uniforme da scolaretto suggeritagli dalla sorella prima di andare alle prove in un’estate dei primi anni 70: l’emblema estetico di un rock primordiale che unisce esteticamente e ideologicamente operai, contadini, intellettuali e studenti. Neanche Mao ci è mai riuscito. Un concerto degli AC/DC si regge su una miriade di classici e alcuni momenti di vera e propria catarsi collettiva… Nel finale arriva Highway To Hell (forse il riff più potente e conosciuto nella storia del rock insieme a quelli di Smoke On The Water dei Deep Purple e Satisfaction dei Rolling Stones) a dare le chiosa al baccanale, ma è una finta. Perché subito dopo appaiono i cannoni a sancire la vera fine dello show: sagome enormi e impressionanti che si stagliano sullo sfondo, a voler testimoniare che gli AC/DC sono l’artiglieria pesante del rock, quella che si mette in campo quando si vuole vincere veramente la guerra. For Those About To Rock, per i neofiti del rock, o qualcosa del genere… gli AC/DC danno il benvenuto ai nuovi discepoli del rock duro con un brano che inizia lentamente, pizzicato su un accordo nervoso che fa da lunghissima intro a una serie di esplosioni rallentate, minacciose come una tempesta che arriva da lontano e diventa sempre più forte. Il loro mito passa anche da qui, da quelle cannonate che vengono accompagnate dai boati sempre più forti del pubblico, al comando imperioso di Brian Johnson: «Fire!».

Dalla parte del demonio

Però, nonostante le decine di milioni di copie vendute e l’impressionante seguito live di cui la band ha goduto sin dalla fine degli anni 70, gli AC/DC non si sono mai visti riconoscere, se non in tempi recenti, il ruolo di band leader del rock mondiale, quasi come se la loro presenza ai vertici delle classifiche di tutto il mondo fosse uno spiacevole equivoco, un segno della crisi dei tempi o del declino dell’industria discografica. Non c’è da meravigliarsi: tale sorte è toccata all’intero movimento hard rock/heavy metal per tutti gli anni 80 e 90, e solo da pochi anni si assiste alla santificazione tardiva e massiccia dei suoi eroi che, a dispetto di tutte le mode effimere degli ultimi venti anni, continuano a mantenere un pubblico fedele e invidiabile e a rappresentare meglio di chiunque altro le contraddizioni, il declino e le apocalissi collettive e individuali della società moderna. Ma sugli AC/DC ha gravato un’altra forma di ostracismo e di boicottaggio, specialmente negli Stati Uniti, dove negli anni 80 sono stati il bersaglio preferito (insieme a Judas Priest, Ozzy Osbourne, Wasp e Mötley Crüe) delle foghe censorie di moralisti e predicatori fanatici. Per chi oggi li vede come un’istituzione bonaria del rock di tutti i tempi, non bisogna mai dimenticare che sono stati considerati una delle band più pericolose di sempre. Sì, pericolosi, perversi, ispiratori di gesta criminali e dichiarati alleati di Satana: questa era la convinzione di una pletora di censori moralisti (Parents Music Resource Center in testa) che odiava sinceramente la band e tutto ciò che rappresentava. Come e più dei Led Zeppelin, su di loro fiorivano le leggende “nere”, corroborate dalla tragica morte di Bon Scott, episodio su cui si scrisse tutto e il contrario di tutto. Non solo nessuno degli AC/DC smentisce le leggende, ma la band rincara la dose appena può. Il riff sfregiante di Highway To Hell accompagna Bon Scott che urla di aver pagato il suo debito a Satana («Hey Satan, payed my dues / Playing in a rockin’ band») svolgendo servizio attivo nell’esercito del rock duro, di cui è generalissimo. Dopo la sua caduta sul campo (morto di congestione il 19 febbraio 1980, forse dopo un rito orgiastico, un party animalesco andato male… nessuno lo saprà mai), la band gli rende omaggio con quello che probabilmente è il più grande e conosciuto inno satanico di tutti i tempi, che apre anche Back In Black, l’album del trionfo nero degli AC/DC. Le campane che suonano a morto: così inizia Hell’s Bells che a sua volta fa da porta d’ingresso verso l’abisso dell’album. In quell’invocazione satanica ci sono gli AC/DC che hanno deciso di rompere gli indugi e non lasciare messaggi subliminali sulle tracce dei vinili incise al contrario (come sostenevano i censori americani nei riguardi di Led Zeppelin, Beatles e Eagles), ma di scriverle nel verso giusto, leggibili e chiare per tutti: «Ti darò nere sensazioni lungo la spina dorsale / Se sei un adepto del Male, sei mio amico / Guarda il lampo della mia luce bianca mentre squarcia la notte / Perché se il Bene è a sinistra / Io giro a destra / Non faccio prigionieri / Non risparmio nessuna vita / Nessuno mi ostacola / Suono la mia campana / Ti porterò all’Inferno / Ti sto venendo a prendere / Satana ti prende». Per qualcuno è troppo. Così, nel 1981 i seguaci del reverendo Bob Jones indicono una grande manifestazione a Salt Lake City al culmine della quale vengono bruciate su un rogo copie del gioco Dungeons & Dragons e di Back In Black degli AC/DC, ritenuti i più potenti veicoli di diffusione di occultismo e satanismo tra la morigerata gioventù americana del periodo. La band australiana ha un particolare flirt col Diavolo e l’Inferno, sebbene ogni tanto si diverta a smentire senza troppa convinzione, in maniera gigionesca. Dichiarano che, per loro, Satana non è altri che un gran compagno di bevute e di serate divertenti, una donnina facile che ti induce in tentazione e poi ti chiede una piccola mancia dopo una notte di sesso. Hell Ain’t A Bad Place To Be… Tra il 1981 e il 1987, molte radio e canali televisivi americani si rifiutano di trasmettere la musica degli AC/DC, anche perché a suggellare la loro immagine satanica ci ha pensato nel frattempo un feroce assassino: Richard Ramirez, il «mostro della California» o anche conosciuto come Night Stalker, titolo ripreso da Night Prowler (1979), il brano con cui Ramirez sosteneva di preparasi per le sue imprese assassine (tra il 1984 e il 1985 uccise 13 donne in California) e che considerava un vero messaggio di Satana inviatogli tramite gli AC/DC. Ma la band si lascia letteralmente scivolare tutto addosso e Angus Young non rinuncia mai alle sue corna da piccolo demone durante lo show. Quello che, poco alla volta, fa in modo che questa veste nera venga accantonata è il proliferare all’inizio degli anni 90 di band ben più sataniste e infernali tra gli Stati Uniti e il Nord Europa. Il black metal imperversa e i suoi protagonisti non sono più solo cattivi maestri ma entrano in prima persona nella cronaca nera, come Burzum e Mayhem. Così, piano piano, gli AC/DC smettono di essere una band pericolosa e diventano solo una band eccezionale.

Storia di tre cantanti

Non si costruisce nessun mito senza nessun grande cantante, così come nessuna squadra di calcio diventa veramente grande se davanti non ha nessun campione che la mette dentro ad ogni partita. Bon Scott resta il prototipo fisico del vocalist hard rock, la versione in carne e ossa di uno spirito che trasuda forza a ogni movimento, a ogni urlo, capace di ipnotizzare le platee con un carisma animale probabilmente senza paragoni nella lunga storia del rock. Ma se Scott è l’architrave del mito AC/DC, dopo di lui quello che ha guidato la nave per quasi trent’anni di avventure e tempeste è un rozzo urlatore scozzese che ha saputo vincere tutte le diffidenze. E non furono poche in quel 1980, quando Brian Johnson venne annunciato come nuovo cantante degli AC/DC. La delusione dei fan della prima ora fu enorme. In molti pensarono a uno scioglimento dopo la morte di Bon Scott, ritenuto unico e insostituibile. E invece Brian Johnson è riuscito a traghettare la band verso il periodo più glorioso della propria carriera, pur essendo inferiore a Scott in tutto. In tutto tranne che nella simpatia e nell’autoironia. Dopo pochi giorni che era nel gruppo, parlando della sua ex band, i Geordie, disse con immenso candore e ingenuità: «Non avevamo niente di speciale, tranne il fatto di amare tutti la stessa birra. Quando è fallito il produttore di quella birra, ci siamo sciolti». Vero prototipo di camionista amante della buona tavola e del vino, con la sua voce stridula e giullaresca Johnson ha evitato con cura ogni confronto con il suo illustre e immenso predecessore, portando lentamente il gruppo a una dimensione che in fondo gli somiglia: grossolanamente sexy e ingenuamente caciarona, lontano chilometri dall’archetipo di rockstar irraggiungibile e presuntuosa che affollava le cronache degli anni 70 e 80 (ma mai quelle riguardanti gli AC/DC, sia con Bon Scott sia con Brian Johnson). Se gli AC/DC sono stati una band di popolo dagli anni 80 in poi, lo devono soprattutto a questo irresistibile istrione da megapalco rock. Ma ben prima di Bon Scott e Brian Johnson, vale la pena citare un altro personaggio, quello più triste e sfortunato della saga AC/DC. Dave Evans è stato il primo cantante della band, quello che se ne è andato sbattendo la porta nel 1974 dicendo il classico «tanto siete un branco di falliti e non andrete da nessuna parte» e facendosi rimpiazzare da Scott, che all’epoca noleggiava il suo furgoncino alla band per gli spostamenti nei club. Le cronache dicono che uscì dalla band dopo aver aggredito Danny Laughlin, manager del gruppo che, tra l’altro, era già ben avviato nelle classifiche australiane con il singolo Can I Sit Next To You Girl?. Dopo aver tentato in tutti i modi di ricostruirsi una carriera, da anni va in giro cantando i vecchi pezzi degli AC/DC a cui (secondo lui) avrebbe contribuito in chiave compositiva. Condannato alla maledizione eterna dell’ex: Pete Best e Chris Dreja ne sanno qualcosa.

All the invisible children

In V stiamo parlando di globalizzazione, e in BL abbiamo iniziato a vedere alcune parti del film “All the invisible children”, opera formata da 7 cortometraggi di grandi artisti. All’inizio del dvd qualcuno ha detto “Che bella questa canzone”. Il brano Teach me again è scritto da Elisa ed è interpretato da lei e Tina Turner. Vi posto qui sotto il video col testo tradotto.

Musica a scuola

Un altro articolo preso da Dimensioni Nuove, anzi, un estratto. Sapete quanto io ami la musica e quanto cerchi di portarla anche in classe e di farvela portare e condividere. Ci tengo ad aggiungere che viviamo anche in una scuola fortunata, dove la musica c’è non solo in 2 indirizzi su 3, ma è pure aperta a tutti col coro e col laboratorio. L’articolo è proprio su questo 🙂

La ribellione dei Muse

E’ da quando è uscita, il 4 agosto, che non riesco a smettere di ascoltare Uprising… forse anche per le sonorità piuttosto datate. Oggi vi posto il video e una delle traduzioni del testo che ci sono in rete. E’ una canzone che parla di libertà, di smetterla di farsi “fregare” da chi vuole condizionare la vita. Stamattina in IICL abbiamo parlato delle illusioni ottiche, ma in maniera generica potremmo ampliare il discorso a tutte quelle volte in cui i nostri sensi, e pure la nostra ragione, possono essere ingannati qualora lo spirito critico venga meno. Ecco allora che i Muse ci invitano ad accendere il cervello e aprire il terzo occhio, quello appunto della mente, e liberarci dal controllo. Mi piace pensare che questa ribellione non sia solo una questione sociale, ma sia riferimento a tutte le possibili trappole che ogni giorno, anche da soli, ci costruiamo: rapporti affettivi, relazioni, progetti, sogni, desideri a volte vengono tenuti incatenati e non vissuti nella libertà della scelta. Quante persone pur di stare con la persona che amano si “inzerbiniscono”? Quanti rinunciano a quello che possono diventare per la comodità di un attimo? Quanti lasciano morire una relazione per la paura del raccontarsi?