Le diverse quotidianità

Oggi, appena finito di lavorare sono passato per la stazione dei treni dove mia moglie aveva lasciato l’auto e con la chiave di riserva l’ho presa e le ho fatto un po’ di benzina. Quindi sono arrivato a casa, ho acceso il pc, ho controllato la posta elettronica, facebook e ho postato qualcosa sul mio blog. Il tutto mentre mio suocero dava una sistemata al giardino dietro casa. A cena ero dai miei, insieme a mia moglie, per concordare con mio padre una serie di incontri da tenere a gennaio. Da poco sono tornato a casa, ho bagnato fiori ed erba e ora sono davanti al pc, tra poco doccia e poi a letto a leggere un po’ prima di dormire… “Prof! Ma è impazzito? Che ce frega dei fatti suoi?” Niente, niente, è che ho anche appena finito di leggere questo pezzo di Laura Silvia Battaglia…

 Scorci di cielo 026 fb.jpgAmin è seduto su una sedia, sul corso principale della città vecchia di Hebron. Placido. Immobile. Un uomo di cinquant’anni, dalle spalle larghe. Sopra di lui c’è quel che resta del secondo piano della sua bottega, rovinata dall’umidità e dalle liti con i vicini ebrei. Tra le mani ha un ricordo del passato, un trofeo del suo dolore personale: una fotografia che risale alla Seconda Intifada. L’immagine di quel che restò di suo figlio, morto nella guerriglia urbana. Il suo corpo trascinato da due soldati israeliani.

Amin non dimentica ma non imbraccia fucili, in questa terra contesa. Lo dice senza lacrime e senza eccessiva fierezza. Non ha fatto la stessa scelta di chi, il 31 agosto scorso, ha freddato una famiglia di coloni che viaggiavano sulla stessa auto. Tra loro anche una donna incinta. Combattenti che non dimenticano. L’episodio è stato rivendicato dalle brigate al-Aqsa alla vigilia dei colloqui diretti israelo-palestinesi a Washington. Ma proprio qui, a Hebron, nel cuore della Cisgiordania, ci si rende conto perché la pace è così difficile e quante cose ha da insegnare la storia, cose che gli uomini non ascoltano. Dal 1929, quando i nazionalisti arabi scatenarono una rivolta, assassinando gli ebrei residenti nella cittadina, i contrasti tra palestinesi e coloni non si sono fermati.

L’insediamento di Kiryat Arba, costruito dopo il 1967 per ospitare gli ebrei, in base alla ripartizione successiva alla Guerra dei Sei Giorni, non bastò ai coloni che occupano alcuni edifici della città vecchia. La Knesset appoggiò questa azione illegale in silenzio. «Oggi la città è militarizzata. Per ogni colono ebreo ultraortodosso di Hebron ci sono almeno quattro militari appostati sui tetti delle case o agli angoli delle strade, con la consegna di proteggerlo».

Adel Yahia, archeologo, insegna storia orale nelle scuole di Ramallah; qui porta i visitatori che vogliono rendersi conto di persona che cosa sia diventato uno dei luoghi più caldi della Cisgiordania. «Ma ci sono scontri anche tra coloni e soldati, perché alcuni ultraortodossi continuano ad occupare edifici assegnati ai palestinesi», ci dice. In compenso, la città vecchia è sempre divisa in due verticalmente, specchio di una incomprensione secolare. Ebrei e palestinesi sono separati da una rete stesa tra i primi e i secondi piani, tra le botteghe e le abitazioni superiori. E chi sta sopra (i coloni ebraici) la utilizza come pattumiera. L’orizzonte di chi dal basso guarda verso l’alto è sconfortante: sacchi di spazzatura, detriti, sedie di plastica penzolano sopra le nostre teste, trattenute dalla rete, come spade di Damocle di una inospitale modernità. Se Hebron è la storia di questa separazione, il simbolo contemporaneo di un dialogo che sembra non esserci, nonostante le speranze, è Qalqilya: la città dagli orizzonti murati. Siamo a 40 chilometri a ovest di Hebron, dopo gli insediamenti ebraici di Shiloh e a un passo dalla Green Line, il muro che divide la Cisgiordania da Israele. L’accesso a questo luogo di vivaci scambi commerciali è uno solo. La città è un lungo imbuto da cui si entra facendo il conto dei negozietti di lavatrici e televisori e da cui non si esce se non dall’arteria viaria da cui si è entrati, dopo avere superato un check point, percorso prima la Bypass Road (strada a doppio senso, sia per israeliani che per palestinesi), e poi la strada statale, contrassegnata con il simbolo A (cioè per palestinesi e con posti di blocco di polizia).

Samir Dwa-shah è il sindaco di Qalqilya, località di poco più di 38mila abitanti. Alto, ieratico, sa pesare le parole. Ci accoglie con il drappello degli assessori nei giardinetti pubblici della città, donati alla municipalità da Save the children e da Bill Gates. Qui c’è un piccolo zoo. Le famiglie stazionano tranquille. Dwa-shah non si lascia scappare l’occasione per denunciare lo stato di isolamento, «apartheid», lo chiama, in cui versa la sua popolazione: «Questa terra è fertilissima e non si fa difficoltà a trovare lavoro come braccianti o a guadagnare dal raccolto. Ma, dalla costruzione del muro in poi, ci hanno tagliato anche questa possibilità». Dando per scontato il danno gravissimo arrecato alle famiglie le cui case si trovano sul confine, e alla difficoltà di incontrare chi, se parente o amico, vive oltre il muro, si aggiungono anche dei dati in più: «Le terre coltivabili e già coltivate sono tutte dall’altra parte del muro. Così, i prodotti di una terra sempre lavorata da noi non sono più nostri ma sono di Israele. E ciò significa che dobbiamo importarli: è assurdo». I problemi, a Qalqilya, non riguardano solo l’economia che tracolla, la viabilità congestionata, il commercio senza convenienze, l’acqua razionata o l’agricoltura bracciantile.

II dottor Basim Hashem dirige l’unico centro medico della città, convenzionato con la Croce Rossa Internazionale e la Mezza Luna Rossa Palestinese. Fa il possibile, ma le difficoltà sono all’ordine del giorno. E non sempre riesce a salvare una vita. «Le limitazioni alla viabilità in questo luogo, completamente chiuso in enclave, ci danno dei problemi sulle patologie più gravi: infarti e ictus, ad esempio. Qualche volta, lo ammetto, mi è morto un uomo tra le braccia perché non siamo arrivati in tempo all’ospedale più vicino. Tutta colpa dei check-point». Vedere una donna partorire in auto o su un taxi davanti a un posto di blocco non è dunque una rarità, in Cisgiordania. A Qalqilya, alla fine di Tulkam Road, i taxi sono tanti. Le donne pure. Dentro il mercato, in fondo a questo imbuto di mercanzie, c’è l’unico passaggio verso Israele, consentito solo a chi riesca a dimostrare che ha un lavoro dall’altra parte. Per chi contravviene ai divieti scritti sul cartello giallo, è pronta l’eventualità di essere freddati sul posto dall’esercito israeliano. Qui i cancelli si aprono solo due volte: alle cinque del mattino e alle cinque della sera. Tra i fiori, le cassette di frutta e i cespi di verdura, avanzano i braccianti, uomini e donne, dopo otto ore di lavoro. Intorno, il vociare dei bambini. A terra, bicchieri di carta, spazzatura, arnie sventrate. Dalla torretta, si affaccia il viso allungato di un ragazzo, un soldato israeliano. Fa l’ultimo controllo prima di smontare. La giornata è lunga anche per lui.

Genetica e libertà

Oggi è stato il primo giorno di scuola di questo 2010-2011. Non ho avuto delle classi, per cui il mio vero primo giorno sarà domani. Solitamente posto un articolo di benvenuto o qualcosa per accogliere i neo percotiani. Quest’anno invece parto con un articolo pengio pengio (bon dai facciamo pengetto, altrimenti manco lo leggete) sulla libertà e sul determinismo genetico pubblicato da Avvenire e scritto dal teologo Moltmann, utile in particolare al triennio e agli ex-studenti che passano ancora su questo blog 🙂

 

Moltmann: i geni non spiegano il genio

Determinismo o libero arbitrio? Questo antico dibattito torna oggi d’attualità nella ricerca genetica e in quella sui neuroni. Veniamo generati nei nostri geni? I geni esistono nella loro peculiarità prima che sorga la nostra coscienza? Pilotano il nostro io nei suoi comportamenti? Determinano quindi il corso delle nostre vite e spiegano perché diventiamo come siamo?deter.jpg

Il noto giornalista americano David Brooks ha scritto nel 2007 (Herald Tribune): «Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e dalla lezione della biologia evoluzionista è diventato chiaro che la natura è costituita da competizione e conflitti di interessi. L’umanità non è venuta prima delle lotte per la propria affermazione, le lotte per l’affermazione sono profondamente radicate nelle relazioni umane».

Ne traeva come conseguenza la naturale disposizione alla competitività del capitalismo e una “visione del mondo tragica”: «Siccome la natura umana è predisposta così aggressivamente alla lotta per il potere abbiamo bisogno di uno Stato forte, di un’educazione dura e di una visione del mondo tragica». Si tratta del risultato di una ricerca o dell’interesse di un’ideologia? Io credo si tratti di pura ideologia naturalistica, perché si fonda sulla riduzione dell’imprevedibile sistema “uomo” ai suoi geni e neuroni prevedibili. Così sorge la fatale impressione di vivere in un mondo chiuso nella sua causalità, come se la nostra libertà, che pure percepiamo nel «tormento della scelta», fosse un’illusione. Se così fosse qualsiasi criminale davanti a un tribunale dovrebbe appellarsi all’incapacità di intendere e di volere, per poi essere assolto in quanto non imputabile. Craig Venter è stato il primo a decifrare il genoma umano. Ha decodificato anche il proprio genoma, che è stato pubblicato su tutti i maggiori quotidiani. Se lo potessimo leggere sapremmo poi chi è Craig Venter? Se egli stesso può leggerlo viene poi a conoscere se stesso? Quando l’ho incontrato di persona a Taiwan due anni fa mi ha raccontato quanto la guerra in Vietnam, combattuta da giovane, lo avesse cambiato. Il suo genoma non esprime nulla di tutto ciò, naturalmente, ma allora perché la tesi deterministica secondo la quale saremmo pilotati dai nostri geni e non avremmo alcuna libertà di reagire alle esperienze di guerra in questo o quell’altro modo?

Facciamo ancora un esempio: nella rivista scientifica Nature Genetics è uscito di recente un articolo nel quale veniva dimostrato da ricerche svolte in tutto il mondo che sono i geni a determinare se i giovani diventino o meno fumatori. Lo studio documentava per la prima volta i fattori genetici a causa dei quali nei recettori cerebrali della nicotina si determina in quale modo si sviluppi la dipendenza e il comportamento rispetto al fumo. Io ho fumato molto dal 1956 al 1976, poi ho smesso da un giorno all’altro. Come ho potuto farlo? La ricerca genetica, per quanto ho potuto seguirla, ha da tempo oltrepassato, nei suoi seri esponenti, questo riduzionismo ideologico. L’immagine della competitività del gene egoista, delineata da Richard Dawkins nel 1978, è influenzata dal darwinismo sociale. I geni sono di fatto più flessibili dei corpi solidi, si «attivano e disattivano» e reagiscono essi stessi agli influssi ambientali. Le nostre esperienze e le nostre relazioni con altre persone, in cui facciamo esperienza di accoglienza o di rifiuto, influenzano anche il funzionamento dei nostri geni. Il medico tedesco Joachim Bauer, che si occupa di psicosomatica, afferma quindi: «I geni non pilotano soltanto, sono anche pilotati» (Principio Umanità, 2006). Anche nelle ricerche sull’intelligenza vengono considerate oggi più le condizioni di vita che le predisposizioni genetiche. Giungo al risultato secondo cui il determinismo genetico e neurologico non è in grado di abolire la nostra libertà, la nostra responsabilità né la nostra imputabilità. Lo si può approvare o rincrescersi, ma le ideologie non spiegano solo i risultati di alcune ricerche, rappresentano anche sempre gli interessi di una parte. Chi ha oggi interesse ad abolire la nostra libertà e a rendere manipolabili gli uomini?

Jurgen Moltmann

Giudizio a scuola

Nell’ultimo numero di Dimensioni Nuove c’è un articolo molto interessante di Susanna Conti che mi ha fatto venire in mente quella bella frase che dice: “ogni volta che punti il dito contro qualcuno per giudicarlo ricordati che tre dita restano puntate contro di te”. L’aspetto più interessante dell’articolo penso sia quello educativo, che lega l’atteggiamento del giudizio e soprattutto del colpevolizzare a un modo di fare che purtroppo è diventato comune. Ho vissuto sulla mia pelle, nell’età dell’adolescenza in cui si vivono le emozioni a tinte forti, cosa significhi vedere accusata e condannata prima del processo una persona che si ama. Poi la persona è stata riconosciuta innocente ma quelle dita puntate, quelle telefonate anonime di accusa nel pieno della notte sono stampate nei miei ricordi. E’ purtroppo vero che viviamo in un periodo di processi mediatici e ci stiamo abituando allo scontro e non più al confronto: non ci scambiamo più le idee, non è dialogo, ma è solo una lotta a chi grida più forte le proprie ragioni, senza ascoltare, nel vero senso del termine, le opinioni altrui. Concordo con Susanna Conti che la scuola abbia un ruolo molto importante in tutto questo…

Pubblico l’articolo che potete trovare qui http://www.dimensioni.org/giugno10/articolo14.html 

COMPLEMENTO DI COLPA di Susanna Conti

Quel che la scuola dovrebbe insegnare. Analisi (logica) di un diritto dimenticatoDitoPuntato.jpg

Sarebbe bello costruire un elenco di comportamenti e valori che la scuola dovrebbe saper insegnare e poi trattarne un punto in ciascun numero di Dimensioni, almeno per un po’ di tempo. Sarebbe ancora più bello costruire questo elenco assieme, studenti, prof, persone che si occupano di scuola e di giovani. Questa è la proposta da inventare. La condizione è che nessuno dica che la scuola dovrebbe insegnare a scrivere bene o a leggere di più o a progettare saggi e tesine: tutto vero, per carità. Ma soltanto saper scrivere bene quando siano poco chiari alcuni capisaldi del vivere civile e democratico serve tutt’al più a ingannare e a confondere, non a comunicare. Nessuno dica nemmeno che alla scuola si chiede troppo: tutto vero anche questo. Ma è la natura della scuola quella di avere un compito infinito: non istruire a un sistema chiuso di conoscenze e capacità, ma aprire la testa delle persone e ricominciare sempre con persone nuove. Prima di tutto ciascuno con se stesso.

Un complemento spia

Il complemento di colpa del titolo non ha molto a che fare con l’ora di grammatica. Tuttavia il fatto che nelle grammatiche quel complemento si chiami proprio di colpa è spia inquietante di una mentalità radicata. Leggete la definizione tratta da una grammatica di scuola media: Il complemento di colpa indica di che cosa uno è accusato oppure da che colpa viene assolto Capito? Uno è accusato (magari di una cosa che non ha fatto) oppure viene assolto (perché non l’ha proprio fatto) eppure lo si bolla subito con un complemento di colpa, non di accusa o di innocenza… Sarebbe bello riscrivere le grammatiche inventando anche il complemento di innocenza: possibile, questo, in un mondo che non copre i colpevoli veri, ma che tutela i più deboli. Il complemento di colpa del titolo ha a che fare con la mentalità: è quello che ha rovinato l’esistenza a molti accusati innocenti, sia in procedimenti giudiziari sia, più spesso, nella vita comune. È il vergognoso atteggiamento che ha chi giudica un altro (mai se stesso) colpevole fino a quando non ne sia provata l’innocenza. E oltre: una volta provata l’innocenza, “chissà se è vero che non ha fatto proprio niente”… Il complemento di colpa è il pregiudizio di aggiungere colpa agli altri perché elevarsi a giudice dà potere e perché pensare solo il peggio (degli altri) dà la sensazione di essere sempre a posto.

Un articolo spregiudicato

C’è un articolo della nostra Costituzione conosciuto quanto tutti gli altri (e cioè molto poco) dalla comunità, ma decisamente opposto al pregiudizio comune. È l’articolo 27. Esso recita, tra l’altro, che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Questo sul piano della legge civile. Sul piano della convivenza fanno piuttosto legge i salotti televisivi, quelli pomeridiani seguiti dalle nonne e quelli serali seguiti da padri e madri. I ragazzi ascoltano passando e (forse) si adeguano. I salotti televisivi processano a priori, senza avvisi di garanzia e soprattutto senza garanzie. Siccome non c’erano né La vita in diretta né Chi l’ha visto, Renzo Tramaglino, fra Azzeccagarbugli e cacce agli untori, ha solo dovuto emigrare nel Bergamasco e ha messo su casa senza ulteriori problemi, se non quello di essere chiamato baggiano (come dire rumeno o marocchino in un mondo globale come il nostro). Se ci fosse stata la TV, l’avrebbero scovato anche nel Bergamasco e avrebbero rivelato quale colpa si celasse dietro la vita tranquilla di uno che a suo tempo s’era dovuto perfino cercare un avvocato… Quello che in realtà preoccupa non sono i salotti televisivi, è il fatto che i salotti esistano perché il pubblico li vuole, magari in modalità interattiva. È il fatto che ci sentiamo tutti principi del foro e giudici in ermellino, senza averne la minima competenza. E non è un film.

Un complemento nuovo

Questo è un tempo in cui si parla di giustizialismo e di strapotere dei giudici. Ma noi lasciamo ai giudici il loro mestiere, regolato dalla legge e dalle istituzioni democratiche. Noi qui parliamo di educazione, con alcuni esempi su cui pensare.

Primo esempio Mario è un professore di liceo. Un suo allievo (che chiameremo Claudio) è vissuto in alcune comunità ed è stato “preso in carico” dai servizi sociali. A 19 anni (quando si è considerati maggiorenni dalla legge) ha certamente sbagliato e, durante una riunione familiare, ha perso il controllo e ha compiuto un gesto che è un reato. Ora Claudio è detenuto in attesa di giudizio. Mario è una persona normale, con le paure e le ansie di una persona normale. Siccome però è un prof come si deve, non ha avuto dubbi sul fatto che la scuola non si limita alle ore e agli anni di scuola né tanto meno alle Grazie del Foscolo. Pertanto non ha avuto dubbi nemmeno sul fatto di richiedere il permesso per andare a parlare con Claudio in carcere. Mario è rimasto colpito dal pregiudizio di sospetto e di colpa che percepiscono su di sé perfino i visitatori. È straziante l’attesa prima di entrare in una sala, poi arriva la guardia, c’è la perquisizione, poi un’altra porta, il visitatore dichiara che cosa vuol consegnare e magari scopre che non può: niente libri con la copertina rigida, niente biscotti né merendine, nemmeno arance. Deve consegnare l’orologio e, quando finalmente arriva nella sala colloqui, è preso da uno stordimento senza tempo. Non ha il senso dei minuti che passano, ma solo un’ansia pressante di cui non capisce il perché. Quando arriva la guardia a dire che il tempo è finito, Mario scopre l’ansia degli altri, dei familiari che, fino a quel momento, davanti a tanti tavoli uno vicino all’altro, cercavano di dare e di ricevere (di rubare?) un gesto d’affetto e di confidenza. Nei detenuti Mario scopre la dimensione della disperazione, la paura del vuoto, di essere dimenticati.

Secondo esempio Tonino è un detenuto che sta scontando la pena. È l’anima della biblioteca del carcere e del giornale che (quando è possibile, purtroppo di rado) lui e i suoi compagni realizzano. Tonino ha ricevuto il permesso di andare a trovare sua mamma anziana, assieme ai familiari. Queste sono alcune delle sue parole: non è facile riallacciarsi alla vita normale dopo anni di carcere. Vivi quei momenti come se ti vedessi in terza persona e ti vedi con persone e in un mondo che non è il solito, non vedi le guardie, i cancelli, non ci sono sbarre… Non c’è nulla che la tua mente è abituata a vedere e allora sei un po’ spaventato, sei disorientato e anche intimidito da queste novità, da questi nuovi rumori, dai colori delle pareti, dagli odori, dalle piante, dai fiori e maggiormente dallo spaziare della la tua vista che, solitamente, finisce per sgretolarsi contro un muro di cinta e non va oltre, mai. Questa non è solo una bellissima pagina di scrittura. Tonino sa di condividere queste sensazioni con tutte le persone rinchiuse, ad esempio gli anziani negli ospizi e i bambini negli istituti.

Terzo esempio Appello da parte di una volontaria che opera nel carcere di in una grande città. L’appello è stato letto dopo la messa domenicale: in carcere manca carta igienica, mancano saponette e assorbenti, non c’è mai acqua calda. La volontaria chiede ai presenti di realizzare una raccolta di articoli di prima necessità. Ha ragione lei e ha ragione la signora Flora, pensione sociale e una bolletta del gas triplicata rispetto al solito a causa di aumenti retroattivi. Flora (con parole meno neutre) dice di non dover essere lei a mettere toppe alle carenze istituzionali. Vengono in mente gli ermellini delle toghe cerimoniali, viene in mente la distanza tra il mondo della forma e quello della vita. Vengono in mente anche gli ermellini vivi che sono creature del Signore e non pellicce da allevare in gabbia…

Viene in mente che sarebbe necessario fondare un complemento nuovo: il complemento di dignità, fondamentale in tutta la grammatica della vita. Di fronte a Omar che dal carcere esce non può non esplodere il ricordo del fratellino di Erika, quello che non può più uscire dal buio che lo ha travolto in questo mondo. Ma il discorso è di nuovo collegato con ciò che fa notizia: Omar fa notizia, venti anni di depressione di un uomo finito in carcere per un delitto non commesso non fanno notizia. Quando muore Pietro Vanacore, la voce che circola è che, tutto sommato, chissà che cosa sapeva (e nascondeva) il portinaio dello stabile di Roma… Parliamo di nuovo di umanità negata, non del “giallo di via Poma” che non è affatto un film, ma morte vera.

Riflessione: un uomo, una volta, ci ha insegnato il complemento di perdono. Quasi tutti gli altri lo ritenevano colpevole, non importa di che cosa, purché potessero dichiararlo colpevole. Non dimentichiamolo.

L’Afghanistan e noi

Ieri mattina sono deceduti due militari italiani in Afghanistan e subito se ne è tornato a parlare anche in termini di presenza italiana in quelle zone e di prospettive future. Ho trovato un pezzo di Germano Dottori su http://temi.repubblica.it/limes/italia-in-afghanistan-attacco-non-e-una-sorpresa/12816 in cui non fa segreto delle difficoltà future che possono vedere interessati proprio gli elementi delle forze armate italiane. Magari nomi quali Helmand, Marija, Haqqani, Imu diranno poco, ma penso sia importante per lo meno farsi un’idea della complessità della situazione.

Italia in Afghanistan: attacco non è una sorpresa di Germano Dottori

La coalizione ha perso 200 soldati dall’inizio dell’anno. Le nuove operazioni militari nel sud dell’Afghanistan non stanno andando per il verso giusto. Purtroppo, l’offesa di cui stamattina sono rimasti vittime il sergente Massimiliano Ramadù ed il caporalmaggiore Luigi Pascazio, uccisi dall’esplosione di un potente ordigno che ha travolto il loro Lince nella provincia nord-occidentale di Baghdis, rientra nella normalità dell’attuale vicenda afghana. Dall’inizio dell’anno fino ad oggi, infatti, sono già caduti in Afghanistan ben 200 soldati occidentali, il che significa in media uno ogni 18 ore. Il pubblico italiano percepisce la gravità della situazione soltanto quando qualcuno dei membri del nostro contingente perde la vita, come è capitato stamattina, ma lo stillicidio è costante ed è diventato così difficile da gestire politicamente che da qualche tempo la Nato evita nei propri comunicati di menzionare la nazionalità dei caduti. Semmai, la sorpresa era che in questi ultimi mesi i nostri militari fossero riusciti a rimanere indenni: un dato che si spiega soprattutto alla luce del relativo rallentamento delle operazioni nella regione occidentale afghana in cui sono state schierate le nostre quattro Task Force. La prova di forza, in questi primi mesi del 2010, non è infatti avvenuta all’Ovest. Si è invece sviluppata altrove, a cavallo tra l’Helmand e l’attigua provincia meridionale di Kandahar, dove decine di migliaia di militari americani, britannici e canadesi stanno cercando di creare un’ampia zona libera dall’influenza neo-talibana, sia per rafforzare il traballante Governo di Kabul, sia per dimostrare alla leadership della guerriglia che gli alleati hanno la forza e la determinazione necessarie a riguadagnare l’iniziativa e negare ai loro avversari la completa vittoria cui paiono aspirare.

Le cose, tuttavia, non stanno andando per il verso giusto. Lo ha recentemente confermato anche il rapporto sui progressi realizzati in Afghanistan pubblicato dal Pentagono lo scorso 26 aprile. Il distretto di Marija, oggetto della prima parte della controffensiva condotta dal generale Stanley McChrystal – l’operazione Moshtarak – sarebbe infatti già stato nuovamente infiltrato dalla guerriglia ed anche nella zona di Kandahar i neo-taliban parrebbero ben lungi dall’essere schiacciati. All’Est, le attività del network degli Haqqani, forse spalleggiato dall’intelligence pakistana, stanno mettendo a dura prova le alleanze tribali strette negli ultimi mesi dai militari statunitensi, che costituiscono un altro aspetto essenziale della strategia controinsurrezionale approvata nel dicembre scorso dal Presidente Obama. Novità negative si sono infine registrate anche al Nord presidiato dai tedeschi, dove alle iniziative dei miliziani fedeli al Mullah Omar si sono aggiunte quelle dei jihadisti appartenenti all’Islamic Movement of Uzbekistan, l’Imu, che è una delle articolazioni più virulente della galassia del terrore. Era difficile che in questo quadro il “nostro” Ovest continuasse ad esser piatto e tranquillo, per quanto obiettivamente un teatro secondario dell’ampio fronte afghano. Specialmente nei dintorni dell’inquieta Bala Murghab, dove c’è la base avanzata Columbus che abbiamo costruito con gli spagnoli ed ora dividiamo anche con americani ed afghani, l’attività della guerriglia è destinata ad aumentare.

C’è modo di tutelarsi dalle insidie che si moltiplicheranno di qui sino ad ottobre? Probabilmente no: i nostri reparti fanno già il massimo ed è presumibile che continueranno a farlo per tutto il tempo che i nostri alleati maggiori giudicheranno indispensabile a determinare le condizioni di un’uscita onorevole e non destabilizzante dall’Afghanistan. Ci aspettano quindi mesi difficili.

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Una sana e lunga vita mortale?

Brian May ha scritto per i Queen la canzone “Who wants to live forever” che mi è venuta alla mente leggendo questo articolo pubblicato su Dimensioni Nuove http://www.dimensioni.org/maggio10/articolo8.html 

 

“Who wants to live forever?” cantavano i Queen qualche anno fa. E chi non ricorda i film come Cocoon, oppure The Fountain, o Highlander? Pare che vivere almeno 120 anni sia ormai alla portata di tutti. Infatti, la medicina “anti-aging”, quella che combatte l’invecchiamento, sta tornando a far parlare di sé. Perché nasce dalle conoscenze del Dna e si pone l’obiettivo di mantenere il più a lungo possibile la giovinezza delle nostre cellule per prevenire le malattie degenerative legate all’invecchiamento, con il risultato di aumentare la durata della vita. Negli ultimi 20 anni i progressi della medicina, soprattutto nella cura delle malattie cardiovascolari e dei tumori, hanno contribuito ad allungare di due anni la vita media degli italiani: le donne hanno superato la soglia degli 82 anni, gli uomini si stanno avvicinando a quella dei 77. Va chiarito subito che la scienza non si interessa all’immortalità. L’obiettivo non è allungare la durata della vita, ma la durata della sua qualità, cioè intervenire non sul tempo dell’esistenza, ma sul tempo senza malattia. La storica scoperta del professor Pier Giuseppe Pelicci sul “gene 66”, cioè che la durata della vita umana è scritta nei nostri geni, è stata accolta come la ricetta per la vita eterna. In realtà, le indagini molecolari che sta sviluppando all’Istituto Europeo di Oncologia mirano a ridurre il peso delle malattie degenerative come il cancro, l’Alzheimer e il Parkinson. DN lo ha incontrato alla Quinta Conferenza sul Futuro della Scienza, organizzata dalla Fondazione Cini di Venezia.

Prof. Pelicci, perché moriamo?

Morire è biologicamente necessario: è parte del programma di ogni cellula ed è, per me, anche un nostro “dovere biologico”, perché significa lasciare posto a nuove generazioni, sempre più forti, che possono contribuire all’evoluzione. Tuttavia, non vedo perché “eticamente” dovremmo opporci a un prolungamento della vita, in condizioni di lucidità di pensiero e autonomia fisica. Oggi abbiamo moltissime informazioni sull’invecchiamento e la biologia molecolare ci permette di ipotizzare che il controllo sulla vecchiaia, intesa come fenomeno cellulare, sia un traguardo raggiungibile. Se una persona è messa in grado di godere della propria esistenza, non c’è ragione di temere un mondo più longevo.

Ma come possiamo arrivare fino a quella età? Riusciremo a mantenerci in buone condizioni?

La ricerca sta arrivando a decodificare i geni preposti all’invecchiamento, per capire come bloccarli. Bisogna dire, però, che questo tipo di studi non è finalizzato all’eterna giovinezza. Punta, prima di tutto, a curare i mali che accorciano o rovinano la vita. Dal cancro all’Alzheimer. Ed è qualcosa di realisticamente raggiungibile. Me lo sono detto quando, nel 1999, sono incappato in uno dei geni dell’invecchiamento: si chiama p66shc. Ebbene, ho scoperto con la mia équipe che, senza quel gene, i topi vivevano il 35% in più. La notizia ha fatto scalpore: lo studio è finito in copertina sulla rivista scientifica Nature e anche i giornali italiani ne hanno parlato, pensando alla tappa successiva: l’uomo.

Perché gli animali di laboratorio diventavano più longevi?

Ci siamo resi conto che riuscivano ad arginare molto meglio quei danni che fanno invecchiare la cellula e la fanno degenerare, innescando patologie come tumore, demenza senile, infarto, arteriosclerosi. Si capisce, dunque, come il ruolo della ricerca sia duplice: allungare la vita e, soprattutto, eliminare le malattie degenerative.

Invecchiamo per colpa del gene p66shc?

Dopo tanto lavoro, siamo arrivati a nuovi risultati, pubblicati sulla rivista Cell. Abbiamo scoperto il meccanismo di funzionamento del p66 e il motivo per cui nell’organismo esiste un gene che lo danneggia e lo fa invecchiare. La proteina p66, che ha lo stesso nome del gene, favorisce la produzione di acqua ossigenata da parte dei mitocondri, che propongono gran parte dell’energia necessaria alla cellula. L’acqua ossigenata è molto reattiva e induce danno a proteine, lipidi e Dna: quello che si chiama stress ossidativo. La cellula si difende attivando meccanismi di riparazione o, addirittura, un programma di suicidio. Se tutto questo non avviene, degenera e può, per esempio, innescare un tumore.

Qual è la funzione del p66?

Durante l’invecchiamento si ha un aumento progressivo dello stress ossidativo. Come mai? Colpa anche del p66, che induce a produrre acqua ossigenata. E perché fa questo? Per regolare funzioni biologiche come il metabolismo degli zuccheri e il mantenimento della temperatura corporea. Infatti, nelle cellule, questi processi sono sottomodulati dalle concentrazioni di acqua ossigenata. La cellula, per sopravvivere, ha bisogno di energia e l’energia viene prodotta al suo interno da una sorta di centralina elettrica: il mitocondrio. Tutto avviene attraverso uno scambio di elettroni, che corrono da una proteina all’altra fino all’ossigeno. È come l’elettricità in un filo che va verso la lampadina e l’accende. Ogni tanto, uno di questi elettroni salta via dal percorso e va a reagire con l’ossigeno anzitempo, producendo alla fine acqua ossigenata. Gli scienziati hanno sempre pensato che la sua formazione fosse un prezzo da pagare: l’uomo spende energia, la produce mediante la cosiddetta respirazione cellulare, la recupera mangiando e respirando, con un costo finale obbligato che è di acqua ossigenata. Una sorta di rifiuto tossico, causa di malattie e invecchiamento. In realtà, non è solo così: esistono proteine nelle cellule che, per mestiere, prendono gli elettroni dalla catena energetica e formano acqua ossigenata. Una delle proteine è quella prodotta dal gene p66. Ecco la nostra scoperta.

Fra quanto tempo sarà completata la vostra scoperta?

Fra non molto potremo essere facilmente ultracentenari e in forma. Siamo programmati per vivere 120 anni, è scritto nel nostro Dna, a prescindere da malattie e incidenti la nostra durata è fissata. L’obiettivo non è l’immortalità ma vivere più a lungo e più giovani, ammalandosi meno.

Maria & Enrico Marotta

 

Giornalismo ed etica politica

A volte mi capita di guardare Striscia la notizia e mi chiedo come sia possibile che così spesso dei servizi satirico-giornalistici debbano fare le veci della polizia o della guardia di finanza. E poi mi succede di leggere questo articolo su Internazionale di Tobias Jones (giornalista britannico che collabora con Internazionale, nato nel 1972). Oltre al ruolo del giornalismo, l’altro aspetto a impressionare è ovviamente quello dell’etica nella politica. Come chiedere onestà e atteggiamenti giusti e corretti ai cittadini se poi i loro rappresentanti si comportano così?

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Dai parlamentari ai lord, la politica britannica è scossa dagli scandali. Scoperti dai giornalisti. L’intervento di Tobias Jones

Internazionale, 20 maggio 2009

Lo scandalo che sta sconvolgendo il parlamento britannico è uno scandalo molto compassato, molto british, perché quasi nessun politico ha infranto delle leggi. “Ero in regola”, dicono i parlamentari uno dopo l’altro, “l’ufficio spese ha dato il via libera a tutto”. Siccome erano permessi i rimborsi per la seconda casa (resa necessaria dal bisogno di vivere sia nella propria circoscrizione sia a Londra), i politici ne hanno chiesti per ogni fesseria domestica: dalle spese folli (pulizia del fossato o della piscina) alle cose più piccole (biscotti, letame di cavallo, perfino il tappo della vasca da bagno). Facevano il gioco del mercato edilizio, cambiando la loro seconda casa quando conveniva e intascando profitti pazzeschi. E ovviamente non tutto era in regola. Sono emersi rimborsi per mutui fantasma, o parlamentari sposati che chiedevano rimborsi per due seconde case come se fossero separati. La ministra degli interni ha chiesto il rimborso per il suo pay-per-view, e nella bolletta c’era anche un film porno (suo marito, poveretto, avrà una vita di imbarazzo per i suoi pochi minuti di onanismo). La cosa  assurda è che la scusa più comune è stata: “Scusatemi, non sono mai stato molto bravo con i numeri”. Questa gente vuole dirigere l’economia del paese e adesso confessa che non sa fare bene i conti.

Ci sono anche, meno male, alcuni fatti positivi. Tanti hanno avuto almeno la decenza di dimettersi. Ministri ed ex ministri stanno cadendo come le foglie in autunno. C’è stata una corsa a restituire i rimborsi, con vari politici che staccavano in diretta assegni per decine di migliaia di sterline. Ma forse la cosa più notevole è il ritorno del vero giornalismo investigativo. Chiunque voglia fare il giornalista dovrebbe studiare il lavoro di una giovane donna grintosa che si chiama Heather Brooke. È arrivata in Gran Bretagna quando il governo Blair ha approvato il Freedom of information act, una legge che, per la prima volta, permetteva a qualunque cittadino di indagare e scavare negli archivi dello Stato. Era concepita come una garanzia di trasparenza. Cinque anni fa Brooke ha cominciato a chiedere dati sulle spese dei parlamentari. Riceveva il classico secco rifiuto. Nessuno rispondeva alle sue telefonate. Le davano cifre generiche, ma nessun dettaglio. Più si trovava davanti il muro di gomma, più lei sospettava che cercassero di nascondere qualcosa. Ha fatto ricorso al garante per l’informazione, alla corte d’appello e, alla fine, addirittura all’alta corte. E ha vinto la causa, anche se il parlamento non ha mai reso pubbliche le informazioni che Brooke aveva chiesto. Brooke ha creato il caso sulle spese parlamentari, ma lo scoop non l’ha avuto lei. Gliel’ha scippato il Daily Telegraph e nessuno sa ancora esattamente come abbia fatto. Si dice che il quotidiano abbia ricevuto un cd da una talpa di qualche ufficio parlamentare. Qualunque sia la verità, è chiaro che il caso è trascinato dal giornalismo investigativo. Invece di avere giornalisti che raccolgono le briciole dalla magistratura, qui sono le indagini giudiziarie a partire grazie al lavoro investigativo giornalistico. Si parla anche di una causa privata organizzata dalla Taxpayers’ Alliance (“alleanza dei contibuenti”) con un altro giornale, il Daily Mail, contro i parlamentari spreconi.

Forse la cosa più seria in quest’anno nero per “la madre di tutti i parlamenti” è venuta fuori a gennaio, e anche questa è emersa grazie alla stampa. I giornalisti del Sunday Times hanno fatto finta di essere lobbisti e hanno scoperto che i lord erano in vendita. Uno ha chiesto 72mila sterline all’anno. Un’altro ha detto che c’erano delle regole contro questa pratica, ma che le regole, si sa, “sono fatte per essere violate”. Questa settimana, dopo una lunga indagine, i lord potrebbero decidere di sospendere lord Trescott e lord Taylor. Sarebbero i primi lord sospesi dal lontano 1642 (quando un certo visconte Savile fece l’errore di sostenere il re invece del parlamento). È chiaro che il loro peccato è molto più grave di quello dei rimborsi gonfiati. Nel secondo caso si tratta di avarizia, di meschinità. Ma i lord non volevano intascare soldi pubblici per comprare biscotti. Volevano prendere i soldi privati per fare emendamenti alle leggi. Questa non è avarizia, è corruzione. La crisi ha fatto un’ultima vittima inaspettata. La posizione dello speaker è storicamente super partes. Non entra mai nelle polemiche perché fa l’arbitro. Ma questo speaker è stato inetto e incompetente, ha sempre difeso un sistema marcio, e ora è stato il primo speaker rimosso dal 1695. In un periodo che vede il tasso di interesse più basso dal 1694, il diciassettesimo secolo ci sembra molto vicino. Ma se la politica sta tornando indietro, il giornalismo – almeno questa volta – sembra aver fatto dei progressi.

http://www.internazionale.it/primopiano/primopiano.php?id=22511

 

Ancora su croci e minareti

Pubblico questo bellissimo pezzo di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, davvero illuminante. Mi sono permesso di mettere in grassetto un pezzettino.

Enzo Bianchi

Non si sono ancora spenti gli echi della polemica sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche in Italia ed ecco irrompere il risultato del referendum popolare in Svizzera che vieta l’edificazione di minareti……

Le due tematiche sono solo apparentemente affini, in quanto in un caso si tratta della presenza di un simbolo religioso in aule pubbliche non destinate al culto, nell’altro invece di un elemento caratterizzante un edificio in cui esercitare pubblicamente e comunitariamente il diritto alla libertà di culto. Resta il fatto che si fa sempre più urgente una seria riflessione sugli aspetti concreti e quotidiani della presenza in un determinato paese di credenti appartenenti a religioni diverse e delle garanzie che uno stato democratico deve offrire per salvaguardare la libertà di culto. E questa riflessione dovrebbe nascere e fondarsi sulla nostra idea di civiltà e di convivenza, sul nostro tessuto storico, culturale e religioso, sul lungo e faticoso cammino compiuto verso la tolleranza e il rispetto reciproco: non dimentichiamo, per esempio, che la Svizzera – giunta al suffragio universale appena due anni prima – tolse solo nel 1973, a seguito di un referendum, il divieto per i gesuiti di risiedere nel territorio elvetico; né che, sempre in Svizzera, gli immigrati presi di mira dalla prima iniziativa popolare xenofoba del 1974 erano gli italiani e gli spagnoli, in maggioranza cattolici.

Né ha senso accampare la pretesa della reciprocità nel rispetto delle minoranze sancito dalle diverse legislazioni: quando una società riconosce e concede determinati diritti è perché lo ritiene eticamente giusto, non per avere una contropartita. Senza contare che la faccia deteriore della reciprocità si chiama ritorsione: l’atteggiamento che le società occidentali hanno verso i musulmani può comportare pesanti conseguenze per i cristiani che vivono in alcuni paesi islamici; come sorprenderci se la loro vita quotidiana si ritroverà ancor più circondata da diffidenza e ostilità o se qualche musulmano moderato si ritrova spinto tra le braccia dei fondamentalisti?

La paura esiste, è cattiva consigliera e porta a percezioni distorte dalle realtà – come dimostra anche il recente sondaggio sui timori degli italiani nei confronti degli immigrati – ma proprio per questo non deve essere lasciata alla sua vertigine, ma va oggettivata, misurata e ricondotta alla razionalità, se si vuole una umanizzazione della società. Altrimenti, dove arriverà, in nome di paure più fomentate che reali, la nostra regressione verso l’intolleranza e il razzismo spicciolo di chi non perde occasione per manifestare con sogghigni, battute, insulti, reazioni scomposte la propria ostilità nei confronti del diverso? Del resto è proprio l’essere “concittadini”, il conoscersi, il vivere fianco a fianco, condividendo preoccupazioni per il lavoro, la salute, la salvaguardia dell’ambiente, la qualità della vita, il futuro dei propri figli, porta a una diversa comprensione dell’altro, che aiuta a vedere le persone e le situazioni con un occhio diverso, più acuto e lungimirante. Dirà pure qualcosa, per esempio, il fatto che tra i pochissimi cantoni svizzeri che hanno respinto la norma contro i minareti ci siano quelli di Ginevra e di Basilea, caratterizzati dalla più alta presenza di musulmani.

In Italia l’esito del referendum svizzero contro i minareti ha rinfocolato le polemiche, e non è mancato chi ha invocato misure analoghe anche nel nostro paese, impugnando di nuovo la croce come bandiera, se non come clava minacciosa per difendere un’identità culturale e marcare il territorio riducendo questo simbolo cristiano e una sorta di idolo tribale e localistico. Così, lo strumento del patibolo del giusto morto vittima degli ingiusti, di colui che ha speso la vita per gli altri in un servizio fino alla fine, senza difendersi e senza opporre vendetta, viene sfigurato e stravolto agli occhi dei credenti. La croce, questa “realtà” che dovrebbe essere “parola e azione” per il cristiano, è ormai ridotta a orecchino, a gioiello al collo delle donne, a portachiavi scaramantico, a tatuaggio su varie parti del corpo, a banale oggetto di arredo… Tutto questo senza che alcuno si scandalizzi o ne sottolinei lo svilimento se non il disprezzo, salvo poi trovare i cantori della croce come simbolo dell’italianità, all’ombra della quale si è pronti a lanciare guerre di religione. Ma quando i cristiani perdono la memoria della “parola della croce” e assumono l’abito del “crociato”, rischiano di ricadere in forme rinnovate di antichi trionfalismi, di ridurre il vangelo a tatticismo politico: potenziali dominatori della storia umana e non servitori della fraternità e della convivenza nella giustizia e nella pace.

Va riconosciuto che la chiesa – dai vescovi svizzeri alla Conferenza episcopale italiana, all’Osservatore Romano – ha colto e denunciato quest’uso strumentale della religione da parte di chi nutre interessi ideologici e politici e non si cura del bene dell’insieme della collettività, ma resta vero che in questi ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva erosione dei valori del dialogo, dell’accoglienza, dell’ascolto dell’altro: a forza di voler ribadire la propria identità senza gli altri, si finisce per usarla e ostentarla contro gli altri. Se la croce è brandita come una spada, è Gesù a essere bestemmiato a causa di chi si fregia magari del suo nome ma contraddice il vangelo e il suo annuncio di amore. La vera forza del cristianesimo è invece il vissuto di uomini e donne che con la loro carità hanno umanizzato la società, mossi dall’invito di Gesù: “Chi vuol essere mio discepolo, abbracci la croce e mi segua” e dal suo annuncio: “Vi riconosceranno come miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri”. Quando i cristiani si mostrano capaci di solidarietà con i loro fratelli e sorelle in umanità, quando rinunciano a guerre sante e restano nel contempo saldi nel rendere testimonianza a Gesù, a parole e con i fatti, allora potranno essere riconosciuti discepoli del loro Signore mite e umile di cuore.

Sì, le dispute su crocifissi e minareti non dovrebbero farci dimenticare che la visibilità più eloquente non è quella di un elemento architettonico o di un oggetto simbolico, ma il comportamento quotidiano dettato dall’adesione concreta e fattiva ai principi fondamentali del proprio credo, sia esso religioso o laico.

La Stampa del 7 dicembre 2009

No Martini no party

Il 18 giugno è uscito questo articolo su Repubblica. E’ vero, è lunghetto, ma fa respirare un’aria fresca che se solo fosse diffusa in determinate stanze…

Colloquio con il cardinal Martini a cura di Eugenio Scalfari in “la Repubblica” del 18 giugno 2009

 Il volto è dimagrito ma gli occhi d’un azzurro intenso lo illuminano ancora di più. Mi guarda fisso, come per riconoscermi. Sono molti anni che non ci incontriamo anche se ci siamo sentiti spesso scambiandoci a distanza sentimenti e pensieri. Sono passati tredici anni da quel dibattito a due voci organizzato da don Vincenzo Paglia, allora assistente ecclesiastico della comunità di Sant’Egidio, nel grande salone di palazzo della Cancelleria a Roma, dinanzi ad una platea gremita di sacerdoti d’ogni provenienza con i loro variopinti costumi: vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa in talare e zucchetto rosso, copti, patriarchi della Chiesa orientale, pastori protestanti, anglicani. C´erano anche, ricordo, quattro monaci buddisti. Molti i gesuiti, in veste nera e fascia alla vita, venuti ad ascoltare lui, il loro compagno di seminario e di religione diventato poi cardinale e arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini.

Quel dibattito aveva come tema: «La pace è il nome di Dio» con un sottotitolo: «Che cosa può unire oggi cattolici e laici». Lui fece una premessa (fare premesse è una sua abitudine per meglio definire l’argomento). Disse: «Non sono qui per fare proselitismo, perciò non parleremo di fede e di teologia ma di etica e di convinzioni». A mia volta lo ringraziai e la discussione cominciò, ma ci accorgemmo subito che eravamo d’accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall’alto, io dall’autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell’incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista.

Da allora la figura dell’arcivescovo di Milano è stata per me un punto di riferimento, ho seguito la sua opera pastorale diretta ai credenti e il suo dialogo costante con i non credenti, il suo rapporto con il cardinal Silvestrini, con Pietro Scoppola, con la comunità di Sant´Egidio, con le varie anime della Compagnia di Gesù. Ho letto i suoi libri e in particolare le Conversazioni notturne a Gerusalemme. Ed ora quello appena uscito Siamo tutti nella stessa barca, un lungo dialogo con don Luigi Verzè, fondatore dell’ospedale di San Raffaele a Milano e dell’Università che porta lo stesso nome.

Quel binomio Martini-Verzè ha stupito molti amici del cardinale. Il fondatore del San Raffaele è un personaggio di notevole intraprendenza che ha ben poco in comune con Martini. Perché ha scelto proprio lui come interlocutore? Il cardinale risponde così: «Io e don Luigi siamo molto diversi sia per temperamento sia per formazione; sono diverse le nostre biografie ed anche le nostre visioni politiche e sociali. Non so se don Luigi ed io abbiamo le stesse soluzioni di fronte a scelte sempre più difficili. Ma siamo insieme sulla stessa barca, la barca della Chiesa, pur con tutte le nostre diversità. Ci accomuna un grande amore verso la Chiesa, un’ardente passione per il Verbo Incarnato Gesù Cristo e il desiderio che la Chiesa incontri e comprenda la società moderna».

La spiegazione è chiara, le differenze tra i due emergono dal libro ma l’obiettivo comune è quello di porre all’attenzione dei cristiani cattolici problemi non più oltre rinviabili. Domando a Martini quale siano quei problemi in ordine di importanza. «Anzitutto l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati, poi la nomina o l’elezione dei Vescovi, il celibato dei preti, il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la politica. Le sembrano problemi di facile soluzione? Possono interessare anche un laico non credente come lei?». Mi guarda sorridente e si riassesta sulla sedia che scricchiola e mi viene il timore che sia malferma ma lui mi rassicura: «E’ solida, stia tranquillo, sono io che mi muovo troppo». Ci troviamo in una stanza molto sobria, un tavolo lungo e qualche sedia, nella casa di riposo dei gesuiti a Gallarate. Il cardinale, prima di ricevermi, ha incontrato una cinquantina di preti venuti dal dintorno milanese. Volevano ascoltare le sue parole di fede e di speranza in una società sempre meno cristiana e sempre più indifferente. Indifferente verso che cosa? gli chiedo. «Non c´è più una visione del bene comune. Il sentimento dominante è di difendere il proprio interesse particolare e quello del proprio gruppo. Magari pensano di essere buoni cristiani perché qualche volta vanno a messa e fanno avvicinare i loro figli ai sacramenti. Ma il cristianesimo non è quello, non soltanto quello. I sacramenti sono importanti se coronano una vita cristiana. La fede è importante se procede insieme alla carità. Senza la carità la fede è cieca. Senza la carità non c’è speranza e non c’è giustizia».

Lei, cardinal Martini, ha affermato in molte occasioni l’importanza della carità, ma forse bisogna definire con esattezza che cosa lei intenda con questa parola. Non credo che si limiti al far del bene al prossimo. «Far del bene, aiutare il prossimo è certamente un aspetto importante ma non è l’essenza della carità. Bisogna ascoltare gli altri, comprenderli, includerli nel nostro affetto, riconoscerli, rompere la loro solitudine ed esser loro compagni. Insomma amarli. La carità non è elemosina. La carità predicata da Gesù è partecipazione piena alla sorte degli altri. Comunione degli spiriti, lotta contro l’ingiustizia».

Nel suo libro Conversazioni notturne lei dice che i peccati sono numerosi e la Chiesa ne enumera molti ma, a suo parere, il vero peccato del mondo – lei dice proprio così se ben ricordo – il vero peccato del mondo è l’ingiustizia e la diseguaglianza. Se ho ben capito le sue parole, la carità è lottare contro l’ingiustizia? «Gesù disse che il regno di Dio sarà dei poveri, dei deboli, degli esclusi. Disse che la Chiesa avrebbe avuto come missione di essere vicina a loro. Questa è la carità del popolo di Dio predicata dal suo Figlio fatto uomo per la nostra salvezza».

Cardinale, che cosa intende per popolo di Dio? E’ il laicato cattolico il popolo Dio? «Tutta la Chiesa è popolo di Dio, la gerarchia, il clero, i fedeli». I fedeli hanno un ruolo attivo nel governo della Chiesa, nella partecipazione, nell’amministrazione dei sacramenti, nella scelta dei loro pastori? «Hanno certamente un ruolo ma dovrebbero esercitarlo con molta più pienezza. Troppo spesso è un ruolo passivo. Ci sono state epoche nella storia della Chiesa nelle quali la partecipazione attiva delle comunità cristiane era molto più intensa. Quando prima ho parlato d’una dilagante indifferenza pensavo proprio a questo aspetto della vita cristiana. Qui c’è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea e in quella italiana». Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni? «Questi sono aspetti esterni, non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità. Felicità non solo per noi ma per gli altri e non solo nel presente qui e subito ma per i figli e i nipoti, le generazioni che verranno». La chiesa istituzionale fa abbastanza in questa direzione? «Fa molto, ma dovrebbe fare molto di più».

Cardinal Martini, vorrei porle una questione piuttosto delicata. Un noto scrittore cattolico, Vittorio Messori, ha scritto recentemente che la Chiesa istituzionale, cioè il Vaticano con la sua Segreteria di Stato i suoi Nunzi sparsi in tutto il mondo, le sue strutture di Curia, non può sanzionare i vizi privati dei potenti. Il suo compito è stipulare accordi, Concordati, affrontare problemi concreti da potere a potere. Fece accordi con Hitler, con Mussolini, con Pinochet, con Franco, con Craxi. Se li avesse pubblicamente giudicati sui loro comportamenti, sulla loro moralità, non avrebbe potuto operare politicamente come è suo compito. Il problema semmai – secondo Messori – riguarda il confessore, ammesso che qualcuno di quei potenti si confessi. Comunque il tema della salvezza riguarda il clero pastorale, i parroci e i vescovi con cura di anime. Lei è d’accordo con questa distinzione tra istituzioni vaticane e clero con funzioni pastorali? «In verità non sono molto d’accordo, la distinzione che fa Messori ci richiama ad una fase in cui esisteva ancora il potere temporale e il Papa era anzitutto un sovrano; ma quel potere grazie a Dio è finito e non può essere restaurato. E’ una fortuna che sia finito. Certo esiste una struttura diplomatica della Santa Sede, ma composta pur sempre di sacerdoti il cui fine ultimo è quello di testimoniare la predicazione evangelica ed il suo contenuto profetico. Aggiungo che la struttura diplomatica, secondo me, è fin troppo ridondante e impegna fin troppo le energie della Chiesa. Non è stato sempre così. Nella storia della Chiesa per molti e molti secoli questa struttura non è neppure esistita e potrebbe in futuro essere fortemente ridotta se non addirittura smantellata. Il compito della Chiesa è di testimoniare la parola di Dio, il Verbo Incarnato, il mondo dei giusti che verrà. Tutto il resto è secondario». Le Chiese protestanti non hanno anch´esse strutture consimili? Non sono necessarie per tutelare la libertà religiosa e lo spazio pubblico di cui la Chiesa ha bisogno per diffondere i suoi valori? «Le Chiese protestanti non hanno strutture accentrate e potenti come la nostra. Hanno assetti molto diversi. Sono, da questo punto di vista, più deboli della Chiesa cattolica ma per altri aspetti più coese con i fedeli».

Il problema che lei solleva indubbiamente esiste. Riguarda i Vescovi? Forse la figura del Papa, che esiste soltanto nella Chiesa cattolica, ha come conseguenza un certo temporalismo che è sopravvissuto al potere temporale propriamente detto. «Il Papa è innanzitutto il Vescovo di Roma. Per noi cattolici è il vicario di Cristo in terra e gli dobbiamo amore, rispetto e obbedienza senza però dimenticare che la chiesa apostolica si regge su due pilastri: il Papa e la sua comunione con i Vescovi. Ricordo che nel Concistoro che precedette l’ultimo Conclave, ci fu un dibattito preliminare per individuare una sorta di identikit del futuro pontefice. Quando toccò a me di parlare dissi che noi dovevamo eleggere il vescovo di Roma. Volevo dire con ciò che è sempre comunque prevalente la capacità e la vocazione pastorale rispetto a quella diplomatica o teologica». Lei disse questo? Che voi, il Conclave, dovevate eleggere il Vescovo di Roma? «Le sembra un’eresia? Invece questo è il mandato costante secondo la dottrina e la tradizione evangelica».

Il tempo passava e di argomenti che avrei voluto discutere con il cardinal Martini ce n’erano ancora molti, ma temevo di affaticarlo troppo. Glielo dissi, ma mi rispose che potevamo continuare. C’era un tema che mi stava a cuore. Gli dissi che leggendo il suo ultimo libro, quello scritto con don Verzè, m’era parso di capire una sua propensione a proporre un altro Concilio, una sorta di Vaticano III. La spinta del Vaticano II si era indebolita? Non bisognava riprendere il discorso e portarlo più avanti? La risposta che ne ebbi a me è sembrata molto innovatrice e anche imprevista. «Non penso ad un Vaticano III. E’ vero che il Vaticano II ha perso una parte della sua spinta. Voleva che la Chiesa si confrontasse con la società moderna e con la scienza, ma questo confronto è stato marginale. Noi siamo ancora lontani dall’aver affrontato questo problema e sembra quasi che abbiamo rivolto il nostro sguardo più all’indietro che non in avanti. Bisogna riprendere lo slancio ma per far questo non è necessario un Vaticano III. Ciò detto io sono favorevole ad un altro Concilio, anzi lo ritengo necessario, ma su temi specifici e concreti. Ritengo anzi che bisognerebbe attuare ciò che fu suggerito anzi decretato dal Concilio di Costanza, cioè convocare un Concilio ogni venti o trent’anni ma con un solo argomento o due al massimo».

Questa sarebbe una rivoluzione nel governo della Chiesa. «A me non pare. La Chiesa di Roma, non a caso, si chiama apostolica. Ha una struttura verticale ma al tempo stesso anche orizzontale. La comunione dei vescovi con il papa è un organo fondamentale della Chiesa». E quale sarebbe il tema del Concilio che lei auspica? «Il rapporto della Chiesa con i divorziati. Riguarda moltissime persone e famiglie e purtroppo il numero delle famiglie coinvolte aumenterà. Va dunque affrontato con saggezza e preveggenza. Ma c’è anche un altro argomento che un prossimo Concilio dovrebbe affrontare: quello del percorso penitenziale della propria vita. Vede, la confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così. Nel nulla o poco più. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale».

Ci alzammo. Mi disse di aver letto il mio ultimo libro L’uomo che non credeva in Dio e di averci trovato alcune assonanze con la sua visione del bene comune. Lo ringraziai. Io le sono molto vicino, gli dissi, ma non credo in Dio e lo dico con piena tranquillità di spirito. «Lo so, ma non sono preoccupato per lei. A volte i non credenti sono più vicini a noi di tanti finti devoti. Lei non lo sa, ma il Signore sì». Fui tentato di abbracciarlo, ma siamo un po’ tremolanti tutti e due ed avremmo rischiato di finir per terra. Ci siamo stretti la mano promettendoci di rivederci presto.

Immigrazione

Il tuo Cristo era ebreo
La tua scrittura è latina
I tuoi numeri sono arabi
La tua democrazia è greca
Il tuo player musicale è giapponese
Il tuo pallone è coreano
La tua playstation è di Hong Kong
La tua camicia è thailandese
Le tue stelle del calcio sono brasiliane
Il tuo orologio è svizzero
La tua pizza è italiana

E tu pensi ai lavoratori immigrati come stranieri da disprezzare?

Magdi Allam, il nuovo crociato

Allego una lettera aperta di Magdi Cristiano Allam al papa. E’ lunghetta, ma la fatica vale la pena di essere fatta.

Lettera aperta al Papa Benedetto XVI.doc

Rispondo non con parole mie ma con le parole di 60 anni fa del Concilio, sperando che Benedetto XVI chiarisca una volta per tutte:

“La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”.

Il documento è la Nostra Aetate. Basta crociate, grazie!

Mumble mumble

Nel libro “Tenebre su tenebre” di Ferdinando Camon a pag. 9 si leggono queste parole che mi sono tornate alla mente in questi giorni in cui si è riparlato di Eluana Englaro:38551527.jpg

“Di fronte ai casi di giovani o vecchi tenuti in vita in condizioni dì enorme sofferenza (sepolti in polmoni d’acciaio, in camere di rianimazione, intubati, con assistenza ininterrotta, diurna e notturna, tra strumenti e medicinali di ogni tipo), esseri umani che non possono né lavorare né godere ma soltanto soffrire, e che comunicano solo con uno sguardo, un sospiro, il silenzio, noi sentiamo che i medici curanti conducono una lotta meritoria, anche se si dovesse tradurre, come spesso succede, non nella guarigione, ma in un semplice prolungamento dell’esistenza per qualche settimana, qualche giorno, qualche ora, un minuto: in quel minuto è possibile che colui che è ancora vivo senta qualcosa che non aveva mai sentito, un pensiero, un’emozione, che scopra una novità: fosse pure che tutti vogliono salvarlo pur sapendo già che non ce la faranno che nessuno si arrende pur sapendo già che lui si è arreso: se egli se ne va con la sensazione che tutti vogliono trattenerlo mentre precipita, la sua vita è profondamente diversa da quella di chi precipita sentendo che tutti lo mollano e lo spingono.

Un mondo in cui gli altri ti aiutano anche quando non ce la fai più, è migliore del mondo in cui, se vuoi un’iniezione mortale, c’è il medico pronto con la siringa in mano.

Ma questo vale finché un filo, magari sottile, congiunge la corteccia cerebrale al sistema nervoso. Tagliato quel filo, è tagliata la vita. Il malato non è più tra noi, e non potrà tornare.

Il credente non vuole che al malato in stadio vegetativo da quindici anni si stacchi la macchina che lo nutre, perché la vita del malato è legata a un principio che la supera. Ma questa è fede, non è amore.

Il medico lascia che il malato muoia di fame e di sete, anche se ci mette settimane, perché non vuole infrangere la legge.

L’amico va al malato e gli da una morte dolce, istantanea e indolore.

Il credente ama Dio, il medico ama la scienza, solo l’amico ama l’amico.

Ma l’amico ama l’uomo e ama Dio: Dio ha deciso che quell’uomo deve finire, l’amico rispetta questa decisione e vi collabora.

Il credente che fa vivere il malato nell’incoscienza all’infinito non ha pietà del malato né dei famigliari né degli uomini in generale. Il medico che lascia morire il malato di morte naturale, per giorni e giorni, non ha pietà del malato né dei suoi parenti né di chiunque venga a conoscere quella morte. L’amico che uccide il malato dolcemente ha pietà dell’amico, e avendo pietà dell’amico ha pietà di sé stesso e della condizione umana.”