Gemme n° 482

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La mia gemma è una frase di Einstein: «Non penso mai al futuro. Arriva così presto.» L’ho scelta perché è lo spirito con cui vorrei vivere quest’ultimo periodo dell’ultimo anno. A differenza degli altri anni, in cui avevamo certezza di dove saremmo stati l’anno successivo, quest’anno non sarà così: allora mi son detto di non farmi troppe paranoie sul futuro, ma di prendere le cose come vengono.” Questa è stata la gemma di C. (classe quinta).
In riferimento al futuro e al tempo in generale, penso che questa frase di Sant’Agostino possa essere occasione di riflessione: “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro!”.

Gemme n° 481

Piuttosto composita la gemma presentata da T. (classe quinta): “Ho scelto la parte finale del primo video e il secondo soprattutto per la frase in cui si afferma che le cose a cui teniamo di più sono quelle che ci possono distruggere. Inoltre voglio proporre una canzone di Tina Turner che mi rilassa molto”.
Mi soffermo sulla scena finale del secondo video, con uno dei protagonisti che è stato influenzato dal pensiero altrui. Lo collego a una citazione di Orwell, tratta dal capolavoro 1984: “Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Sopratutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne implicava l’utilizzazione”.

Gemme n° 473

Ecco come M. (classe terza) ha presentato la propria gemma: “Ho portato come gemma il video della mia serie tv preferita; l’ho scelto non tanto per il mondo favolistico in cui è ambientato, quanto per il messaggio di speranza che comunica. Potrebbe sembrare che si tratti di una cosa infantile e che io sia troppo grande per queste cose; fin da piccolo mi son sempre piaciute le fiabe, mi immedesimavo in esse quando ero triste, rappresentavano un appiglio di luce. Uno dei temi comuni a molte di esse è quello della speranza; credo che da adulto farò conoscere le mie fiabe ai miei figli per insegnare loro a credere nella speranza che si trova nelle cose più semplici che abbiamo.”
Come commento una scena tratta da Patch Adams:

Gemme n° 466

Questa canzone mi ricorda l’infanzia perché la ascoltavo con mio papà; poi, qualche anno fa, l’ho riscoperta. Pensavo fosse la solita canzone d’amore, poi mi sono informata sul testo e sulla vita di Neil Young e quindi penso riguardi più l’invecchiamento e il rimpianto di aver sprecato la vita. Ne traggo l’insegnamento di sfruttare la nostra vita: siamo giovani e dovremmo seguire i nostri sogni anche se la strada è difficile, le nostre aspirazioni e tra 60 anni poter dire di aver vissuto. Non di non aver sbagliato, ma almeno di averci provato!”. Queste le parole con cui A. (classe quarta) ha commentato la canzone al centro della sua gemma.
Poco fa una gemma centrata su una citazione di Charlie Chaplin… Ecco, ne aggiungo un’altra: “È veramente bello battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione. Perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La vita è troppo bella per essere insignificante”.

Gemme n° 465

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«Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un opera di teatro, che non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca senza applausi…». Ho letto questa frase di Charlie Chaplin qualche tempo fa, quando lo abbiamo affrontato in francese. Penso siano delle belle parole sul futuro e su come affrontare la vita. Le trovo adatte a noi ragazzi dell’ultimo anno e le utilizzo per augurare a ognuno di trovare la propria strada e di fare le scelte più giuste”. Questa è stata la gemma di N. (classe quinta).
Trovo queste parole molto in sintonia con quelle, molto famose, di madre Teresa:
Non aspettare di finire l’università, di innamorarti, di trovare lavoro, di sposarti, di avere figli, di vederli sistemati, di perdere quei dieci chili, che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno. Non c’è momento migliore di questo per essere felice. La felicità è un percorso, non una destinazione. Lavora come se non avessi bisogno di denaro, ama come se non ti avessero mai ferito e balla, come se non ti vedesse nessuno. Ricordati che la pelle avvizzisce, i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni. Ma l’importante non cambia: la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela. Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza. Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo. Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.”

Gemme n° 462

Ho deciso di portare questo film: in esso Jack Nicholson interpreta un uomo arrestato per reati violenti e che fa finta di essere pazzo per evitare il carcere. Il sistema però è severo. Lui cerca di portare la libertà agli internati e far loro vivere la vita senza farli sentire in colpa. Mi ha colpito questo personaggio che cerca di immedesimarsi negli altri e di portare loro dignità e vita”. Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Commento la gemma con l’aggiunta di una breve sequenza dal testo molto breve ma anche molto significativo:

Gemme n° 458

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Il titolo della mia gemma di oggi è “addio”. Esistono talmente tante forme di addio, che mi chiedo a quale delle tante stiate pensando ognuno di voi.
Nel dizionario questa parola è definita come “Forma di saluto a persona o cosa che si lascia, specialmente per lungo periodo o definitivamente” e come “rinunciare a una cosa, o separarsene per sempre”. Ed è proprio di questo che tratta la mia gemma: di due saluti, forse definitivi, o forse (e spero) solo per un lungo periodo, che sono teoricamente completamente diversi ma praticamente ugualmente dolorosi.
Il primo è l’addio al mio ex-ragazzo. La settimana scorsa, dopo averci passato insieme 7 lunghi mesi, ho deciso di dire addio ad una persona a cui tenevo e a cui tengo tutt’ora tantissimo ma in un modo leggermente diverso. È proprio vero che a volte è solo uscendo di scena che si capisce il ruolo che una persona ha svolto. Solo adesso che non stiamo più insieme infatti mi sono resa conto di quanto la sua presenza nella mia vita è stata indispensabile in alcuni momenti cruciali di questo mio anno a partire da settembre scorso. Lui c’è sempre stato: mi ha consolato nei momenti di tristezza, solitudine, disperazione, malinconia e ha festeggiato con me i momenti di vittoria, di felicità, di pazzia e di entusiasmo. A volte penso di non averlo ringraziato abbastanza e di non avergli mai dimostrato quanto effettivamente grata sono e sono stata per questa sua presenza onnipresente.
Ultimamente, presa un po’ più dalla “mia” vita piuttosto che dalla “nostra”, tendevo spesso ad ignorarlo, a non prestargli le attenzioni che meritava, e spesso, presa dal nervosismo, anche a trattarlo con sufficienza e menefreghismo. Il fatto che riuscissi a vivere la mia vita senza pensare troppo a lui o senza vederlo anche per diversi giorni senza sentirne particolarmente la mancanza, mi ha fatto capire che forse i sentimenti che provavo nei suoi confronti erano cambiati e purtroppo non erano più quelli di qualche mese fa. Per un po’ sono andata avanti, auto-convincendomi che forse si trattava solo di un brutto periodo e che le cose sarebbero presto tornate come prima, ma purtroppo non fu così. Mi sono sempre ritenuta una ragazza coraggiosa, ma devo ammettere che in questo caso non sapevo proprio come provare a dirgli o fargli capire che dentro di me qualcosa era cambiato, e così ho continuato a trattarlo con sufficienza, sperando che lo capisse lui da solo. E così è stato. Venerdì ha finalmente deciso di prendere coraggio e di affrontare la seppur dolorosa, realtà. Ho così preso coraggio anche io e gli spiegato il mio punto di vista. Ne abbiamo parlato a lungo insieme e il tutto si è concluso in un lungo e silenzioso abbraccio di addio, animato solamente da lacrime e singhiozzi da parte di entrambi. E sarà anche vero che gli addii fanno male, ma non c’è niente di più doloroso dei flashback che arrivano dopo. Da quella volta mi rendo conto che lo ritrovo in tutto ciò che mi circonda e in ogni cosa che faccio. La sera non so più a chi mandare la buonanotte e la mattina non mi sveglio più con il suo buongiorno. Quando penso che non lo rivedrò più, che i nostri discorsi stupidi e imbarazzanti non saranno più oggetto dei miei sorrisi e delle mie risate, che il suo nome non sarà più tra i contatti recenti e che non sentirò più il suono della sua voce con quell’accenno di accento barese, sento un vuoto enorme dentro di me, come se una parte di me non ci fosse più data la sua mancanza. Ora lui è triste e forse anche arrabbiato, ed è convinto che ora che l’ho lasciato mi sia tolta un penso e sia più felice che mai, vorrei solo che sapesse che non è così. Spero solo che un giorno riuscirà a trovare la forza di perdonarmi per tutto il male che gli ho provocato, e spero che riusciremo a tornare quello che eravamo 8 mesi fa. E soprattutto, spero che oltre questo sentimento di dolore, dato dal fatto che sia tutto finito, si porti dentro per sempre quel senso di felicità per questi 7 mesi in cui c’è stato qualcosa di molto grande.
Il secondo addio riguarda mia nonna. Ha 86 anni ed è malata di cancro da 6 anni. Avendo vissuto 12 anni lontana da lei, il nostro rapporto non è il normale rapporto che ha ogni nonna con la propria nipote, ma ciò non toglie che io le voglia una marea di bene anche solo perché è la donna che ha dato la vita alla donna che avrebbe poi dato vita a me, e non posso che esserle grata e ringraziarla fino alla morte per ciò. Ognuno ha le proprie paure: dei mostri, dei fantasmi, del buio, dei ragni, delle interrogazioni. Io invece ho paura dei tumori, che ha colpito diverse volte la mia nonna paterna che l’ha sempre combattuto con la sua forza e voglia di vivere, che ha portato via mia zia 5 anni fa, e che ora porterà via presto anche la mia nonna materna e chissà, avendo già 3 casi in famiglia, chi altro si porterà via. È vero, mia nonna ha 86 anni e la sua vita l’ha vissuta: è nata, è cresciuta, si è sposata, ha avuto 4 splendidi figli, e come ogni essere umano, è normale anche che muoia. È vero che tutto succede per una ragione, ma a volte vorrei sapere qual è effettivamente questa ragione per cui accadono certi avvenimenti. In questi ultimi tempi, mi sono spesso chiesta cos’è la vita, perché viviamo e come fa una persona ad esserci e poi il giorno dopo improvvisamente a non esserci più. Basta davvero un attimo per non esserci più, ma allora che senso ha arrabbiarsi, che senso ha l’invidia, la malignità? Perché non è possibile essere felici e spensierati fino al giorno in cui non ci saremo più? Perché esistono le malattie, gli incidenti stradali, le guerre, gli assassini? Non sarebbe più giusto se avessimo tutti le stesse opportunità di vivere?
L’idea di alzarmi un giorno e di non poter più pensare “oggi vado a trovare la nonna” mi uccide profondamente, nonostante io sia consapevole che alla fin fine è giusto così: mia nonna ha lottato e ha sofferto parecchio, e forse è giusto che anche lei raggiunga finalmente un posto dove potrà essere felice e spensierata come lo era anni fa, quando ci preparava le pastasciutte. Spero solo che in questo posto si ricorderà di me, dei suoi altri 5 nipoti, dei suoi figli e di suo marito, che l’hanno amata con tutto il loro cuore. Il giorno che se ne andrà e tutti quelli che seguiranno, mi mancherà da morire, ma al momento non posso che ritenermi fortunata per aver conosciuto una persona alla quale sia così difficile dire addio.”
Questa è stata la gemma di M. (classe quarta). Due sono i temi principali: il rapporto di coppia e la morte, accomunati qui dal termine addio. Etimologicamente il termine addio fa riferimento all’affidamento di qualcosa o qualcuno a Dio. Penso vi sia insita, perciò, l’importanza della persona o della cosa da cui ci si distacca. Penso che tutte le relazioni significative che viviamo lascino dei segni profondi in noi; è la rielaborazione che ne facciamo dopo che farà di essi un albero florido oppure secco.

Gemme n° 457

Ho deciso di portare questa sequenza perché mi piace molto “Il signore degli anelli” e questa è la mia scena preferita: è un momento di sconforto, i protagonisti non sanno perché sono lì, non trovano un senso. Penso che capiti a tutti un momento del genere. Allora penso sia importante sapere che questi momenti passano e che bisogna tenere sempre presenti propri obiettivi e seguirli, perché alla fine ne vale la pena”. Questa è stata la gemma di G. (classe quarta).
C’è del buono in questo mondo, padron Frodo”: cercare di pensare in modo positivo anche nelle avversità non è cosa facile. C’è una frase di Etty Hillesum che mi porto nel cuore: “Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea?”.

Gemme n° 455

Questo video mi ha colpito molto: cerca di trasmettere un messaggio di rinforzo e incoraggiamento per le persone che soffrono e che sono in cattiva condizione. E’ un inno alla libertà.” Così S. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
E’ un semplice inno alla libertà questo brano di Pharrell Williams. Cito qui il ritornello di una canzone di qualche anno fa di Fabrizio Moro: “Voglio sentirmi libero da questa onda, Libero dalla convinzione che la terra è tonda, Libero libero davvero non per fare il duro, Libero libero dalla paura del futuro, Libero perché ognuno è libero di andare, Libero da una storia che è finita male. E da uomo libero ricominciare perché la libertà è sacra come il pane.”

Ridere contro il “mal de panza”

gachet-dr-paul-003Un interessante pezzo, stimolante e arricchente, di Claudio Magris sul Corriere della Sera.
Messa pasquale ad Aurisina, in sloveno Nabrežina, piccolo vivace borgo sul Carso in provincia di Trieste. Il parroco, nella sua omelia, parla di resurrezione, quella di Gesù e quella interiore offerta ad ognuno, la rinascita spirituale che dovrebbe rinnovare la persona e darle gioia, come prescrive Gesù: «La vostra gioia sia piena». Ma se mi guardo intorno, se guardo voi — continua il parroco, sporgendosi un po’ dal pulpito — non vedo facce da resurrezione, ma piuttosto da calvario, tristanzuole e ingrugnite.
Il parroco ha ragione di pigliarsela con la musoneria delle nostre facce, più frustrate e diffidenti che aperte e gioiose. Egli sa bene che ci sono tante ragioni, personali e collettive, che gettano un’ombra su un viso e lo segnano di cicatrici spirituali — dolori, angosce, malattie, solitudini, difficoltà d’ogni genere. Non è certo con le sofferenze della sua gente che se la prende il parroco, perché sa che la fede è chiamata a lenire e a combattere le ferite del corpo e del cuore e forse talora nasce da quelle ferite. Ma quell’opaca acidità delle nostre facce non è solo espressione di dolore o di disagio. È l’acre risentimento di chi si rode per ciò che non ha anziché allietarsi di ciò che ha; di chi non si sente adeguatamente considerato; del vice-direttore non ancora promosso a direttore e più aspramente insoddisfatto, nonostante il suo più cospicuo stipendio, dell’impiegato a lui sottoposto; dello scrittore incattivito perché ha ricevuto un premio ma non un altro più importante; del partner che si sente incompreso e non si chiede, come non se lo chiede quasi nessuno di noi, se non è lui o lei a non comprendere l’altro. Il risentimento, hanno detto grandi filosofi, è talora una chiave della storia, individuale e generale.
Quel parroco sta inconsapevolmente e non a torto rivalutando la fisiognomica, spesso giustamente vituperata per certe sue implicazioni razziste. C’è una bocca acida — da mal de panza, si dice a Trieste — che non è sempre sofferta esperienza del dolore, bensì orgogliosa riluttanza a sentirsi compresi e appagati, a differenza di quel personaggio ricordato da Isaac Bashevis Singer nelle sue memorie d’infanzia, un povero diavolo sul cui volto «c’era sempre un’espressione di appagamento». Massimo il Confessore, teologo e martire cristiano del settimo secolo, diceva che la cupezza e la tristezza celano talvolta consapevole o inconsapevole rancore. Le grandi fedi religiose conoscono bene l’abisso del dolore, il sudore di sangue della disperazione, ma non si crogiolano in essi, bensì amano l’allegrezza: la serenità buddhista, la letizia francescana, il Veggente di Lublino, un santo ebraico-orientale, che amava un peccatore impenitente perché questi, nonostante ogni caduta, aveva conservata intatta la gioia.
La Messa è finita, andate in pace. Solo quando sei capace di ridere, diceva una scritta che avevo letto più di trent’anni fa sulla porta del duomo di Linz, hai veramente perdonato”.

Gemme n° 449

Così C. (classe quinta) ha presentato la propria gemma:
Non sapevo cosa portare come gemma, poi ho pensato a qualche scena di film perché ritengo che il cinema sia un buonissimo mezzo di comunicazione. Alla fine ho optato per questa scena da La tigre e la neve perché penso che Benigni sia una persona fantastica e sia bello farsi stimolare dalle cose che dice; penso che lui abbia capito quale sia la bellezza della vita. Fa pensieri profondi e mi piacerebbe arrivare a quel livello di consapevolezza o influenzare in modo positivo la gente. Mi ricorda anche un po’ Robin Williams, altro attore che stimo”.
Penso che la poesia o qualsiasi altra forma di espressione artistica siano parte della bellezza della vita. Riuscire a dirsi, a esprimersi, a raccontarsi a far nascere qualcosa da sé. Fiorire.

Gemme n° 447

IMG-20160414-WA0000Mentre mia moglie mi serviva la cena le presi la mano e le dissi: “Devo parlarti”. Lei annuì e mangiò con calma. La osservai e vidi il dolore nei suoi occhi, quel dolore che all’improvviso mi bloccava la bocca. Mi feci coraggio e le dissi: “Voglio il divorzio”.
Lei non sembrò disgustata dalla mia domanda e mi chiese piano: “Perché?”
Quella sera non parlammo più e lei pianse tutta la notte. Io sapevo che lei voleva capire cosa stesse accadendo al nostro matrimonio, ma io non potevo risponderle, aveva perso il mio cuore a causa di un’altra donna: Valentina.
Io ormai non amavo più mia moglie, mi faceva solo tanta pena, mi sentivo in colpa, e per questa ragione sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restasse la casa, l’auto e il 30% del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi.
Avevamo passato dieci anni della nostra vita insieme e ora eravamo due perfetti estranei.
A me dispiaceva tanto per tutto questo tempo che aveva sprecato insieme a me, per tutte le sue energie, però non potevo farci nulla: io amavo Valentina.
All’improvviso mia moglie cominciò a urlare e a piangere ininterrottamente per sfogare la sua rabbia e la sua delusione, l’idea del divorzio cominciava ad essere realtà.
Il giorno dopo tornai a casa e la incontrai seduta alla scrivania in camera da letto che scriveva, non cenai e mi misi a letto, ero molto stanco dopo una giornata passata con Valentina. Durante la notte mi svegliai e vidi mia moglie sempre lì seduta a scrivere, mi girai e continuai a dormire.
La mattina dopo mia moglie mi presentò le condizioni affinché accettasse la separazione: non voleva la casa, non voleva l’auto tanto meno il negozio, soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani. Inoltre voleva che in quel mese vivessimo come se nulla di tutto questo fosse accaduto.
Il suo ragionamento era semplice : “Nostro figlio in questo mese ha gli esami a scuola e non è giusto distrarlo con i nostri problemi”.
Io fui d’accordo però lei mi fece un’ulteriore richiesta. “Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi accompagnasti nella nostra camera da letto per la prima volta: in questo mese ogni mattina dovrai prendermi in braccio e portarmi in braccio fino a lasciarmi fuori dalla porta di casa”.
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii per non rovinare le vacanze estive a mio figlio e per superare quel momento di tensione in pace.
Raccontai la cosa a Valentina che scoppiò in una fragorosa risata dicendo: “Non importa che trucchi si sta inventando tua moglie: dille che oramai tu sei mio! Se ne faccia una ragione!”.
Era tanto tempo che io e mia moglie non avevamo più intimità, così quando la presi in braccio il primo giorno, eravamo ambedue imbarazzati. Nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: “Grande papà! Papà ha preso la mamma in braccio!”.
Le sue parole furono come un coltello nel mio cuore. Camminai una decina di metri con mia moglie in braccio. Lei chiuse gli occhi e mi disse a bassa voce: “Non dirgli nulla del divorzio e del nostro accordo, per favore”.
Acconsentii con un cenno, sempre imbarazzato e anche un po’ irritato, e la lasciai sull’uscio. Come ogni mattina lei uscì e andò a prendere l’autobus per recarsi al lavoro.
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati, lei si appoggiò al mio petto e potetti sentire il suo profumo sul mio maglione. Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane: qualche ruga, qualche capello bianco. Si notava che portava i segni di un dolore interno. Mi chiesi cosa avessi fatto, come si fosse ridotta così.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più. Non dissi nulla a Valentina.
Ogni giorno che passava era più facile prendere mia moglie in braccio, e il mese passava velocemente. Ogni giorno che passava la sentivo più leggera.
Una mattina lei stava scegliendo dall’armadio i vestiti: si era provata di tutto, ma nessun indumento le andava bene e lamentandosi disse: “I miei vestiti mi vanno grandi”. In quell’occasione mi resi conto quanto fosse dimagrita in quei giorni. Di colpo realizzai che era entrata in depressione: a causarla erano stati il troppo dolore e la troppa sofferenza, pensai.
Senza accorgermene le toccai i capelli, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse: “Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio!”. Per lui quel rito era diventato un momento basilare della sua giornata e della sua vita. Mia moglie abbracciò forte mio figlio ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio.
Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo. La abbracciai senza muovermi e sentii quanto fosse leggera e delicata. Mi venne da piangere!
Arrivò l’ultimo giorno e aprendomi a lei le dissi: “Non mi ero reso conto di aver perduto l’intimità con te…”.
Mio figlio doveva andare a scuola e io lo accompagnai con la macchina. Mia moglie restò a casa.
Mi diressi verso il posto di lavoro, ma a un certo punto passando davanti alla casa di Valentina mi fermai, scesi e corsi sulle scale. Lei mi aprì la porta
e io le dissi: “Perdonami, ma non voglio più divorziare da mia moglie”.
Lei mi guardò e disse: “Ma sei impazzito?!”.
Io le risposi: “Amo mia moglie. Un periodo di stress, di noia e di routine ci aveva allontanato, ma ora ho capito i veri valori della vita! Dal giorno in cui l’ho portata in braccio mi sono reso conto, osservandola e guardandola, che voglio farlo per il resto della mia vita!”
Valentina pianse, mi tirò uno schiaffo ed entrò in casa sbattendomi la porta in faccia.
Io scesi le scale velocemente, tornai in macchina e mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose per mia moglie. La ragazza del negozio mi chiese: “Cosa scriviamo sul biglietto?”
Le dissi: “Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi”.
Arrivai di corsa a casa, salii i gradini a due a due ed entrai di corsa, precipitandomi in camera felicissimo e col sorriso sulle labbra.
Trovai mia moglie a terra. Era morta.
Negli ultimi mesi stava lottando contro il cancro e io invece ero occupato a sciupare il mio tempo con Valentina, senza nemmeno accorgermene.
Lei non me lo aveva detto: sapeva che stava per morire e per questo motivo volle un mese di tempo. Sì, un mese… affinché a nostro figlio non rimanesse un cattivo ricordo del nostro matrimonio. Affinché nostro figlio non subisse traumi. Affinché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione. Non sono la casa, la macchina, i soldi… Queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla. Cerchiamo sempre di mantenere accesa la fiamma, alimentare il matrimonio con giorni felici, ricordando sempre il primo giorno della nostra più bella storia d’amore.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo. A volte capiamo il valore delle cose solo quando le abbiamo perdute.
Ho scelto questo brano per la storia, per il coraggio della donna e per la fermezza dell’ultimo mese di vita; penso sia un modello da imitare. Poi, riprende la storia di una mia familiare che fino in fondo ha vissuto col sorriso, nonostante avesse un grosso problema”. Così (qui la fonte) C. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Sono molti gli aspetti messi in luce da questo testo. Mi soffermo sull’importanza della quotidianità. Qui si parla di chi riscopre gesti, sensazioni ed emozioni che col tempo aveva dimenticato; porvi attenzione mentre li si sta vivendo non è facile ed è così che si inizia a darli per scontati. Esercitarsi alla lettura della bellezza nel quotidiano non è facile ma, penso, fortemente arricchente.

Gemme n° 445

Ho visto questo video due settimane fa e penso sia utile per riflettere sul valore della nostra e dell’altrui vita. Si presenta da solo, non penso ci sia da aggiungere altro.” Questa la gemma di V. (classe quinta).
Nel vecchio film “Luci della ribalta”, Charlie Chaplin afferma che “C’è una cosa altrettanto inevitabile quanto la morte, ed è la vita”. Nel video che ha mostrato V. c’è l’incontro-scontro tra queste due realtà, con l’aggiunta di quello che le lega e che secondo me è necessario a dare un senso al tutto: amore.

Dietro il velo

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Un articolo molto interessante di Marco Palillo, pubblicato poche ore fa su L’Huffington Post. Argomenti? Francia, laicità, Europa, femminismo, velo islamico, donne, islam…
La ministra socialista francese della Famiglia, Laurence Rossignol ha recentemente rilasciato una dichiarazione fortemente provocatoria sul velo indossato dalle donne islamiche “Ci sono donne che lo scelgono come c’erano negri americani favorevoli allo schiavismo”. Il parallelo fra velo e schiavismo dei neri è molto interessante e rivela inconsciamente alcuni nodi irrisolti del dibattito europeo su multiculturalismo e identità religiose.
La questione del velo in Francia ha infatti più a che fare con la storia nazionale della Repubblica francese – incluso il periodo colonialista e la tragedia dell’Algeria – che con i recenti attacchi terroristici di Parigi. Già nel 2004 il tema fu affrontato in un tumultuoso dibattito sulla controversa legge che proibiva il velo nelle scuole. Anche allora il movimento femminista francese si divise in maniera significativa: da un lato, alcune donne identificarono quella battaglia con gli ideali di laïcité repubblicana, dall’altro alcuni gruppi femministi, condannarono fortemente la legge bollandola come islamofoba e sessista. Fra questi, la più celebre è senza dubbio Christine Delphy, leader storica del femminismo materialista, cofondatrice con Simone de Beauvoir della rivista “Nouvelles Questions Feministes”. Delphy in un articolo pubblicato dal Guardian definì il divieto del velo come parte di una più ampia strategia anti-Islam iniziata in Francia 40 anni prima e accusò le femministe favorevoli al divieto di farsi strumentalizzare, come già accaduto per esempio durante la guerra in Afghanistan, da chi utilizza i diritti delle donne per sostenere altre battaglie. Secondo Delphy “se le donne musulmane sono un’oppressa minoranza, andrebbero abbracciate, capite, non attaccate o private di un diritto fondamentale, come quello all’istruzione”.
La Delphy ha ragione quando smaschera l’ipocrisia di una battaglia ideologica che si sta facendo sul corpo delle donne (sia islamiche che non islamiche) ma che nasconde altri fini. Innanzitutto, l’esigenza di riempire un vuoto politico prodotto dall’incapacità delle classi dirigenti occidentali di affrontare le complessità prodotte dalla globalizzazione e dalle migrazioni internazionali. In questo quadro di grande ipocrisia, incapacità e malafede, le donne islamiche sono rimaste schiacciate fra due sistemi patriarcali che vogliono utilizzarle ognuno a proprio piacimento: da un lato, il mondo islamico fondamentalista, che le tratta come esseri inferiori, a volte come merci; dall’altro l’occidente che vuole utilizzarle per fare una battaglia contro i maschi islamici, cacciandoli via dalla fortezza Europa.
Insomma, dai fatti di Colonia in poi, è evidente che nello scontro fra islam-occidente, le donne, le loro libertà, i loro corpi, non contano proprio nulla. Se contassero qualcosa, le donne islamiche non verrebbero costantemente rappresentate come delle povere vittime, senza capacità di discernimento o scelta, e dunque sempre assolte, assistite o compatite.
Pensiamo al caso più paradossale delle giovani islamiche che si sono unite al Califfato. Queste ragazze vengono raccontate dalla stampa come delle povere indifese circuite da Imam, ovviamente maschi, finite nelle mani di crudeli mariti in Siria che le segregano. Eppure la cronaca ci insegna che non è così, nella maggior parte dei casi si tratta di donne educate, occidentali, che decidono di unirsi all’ISIS, come i loro commilitoni maschi, prendendo aerei e viaggiando di nascosto raggiungendo spesso da sole il confine siriano dalla Turchia. Musulmane sono anche le soldatesse curde che ai terroristi dell’ISIS sparano con i kalashnikov o le attivista yazide, che stanno cercando di liberare le loro sorelle divenute schiave sessuali dopo la presa del Sinjar.
Insomma la ministra Rossignol, nella sua dichiarazione impacciata rivela due grande verità:
il femminismo europeo (specie quello della sinistra tradizionale) non ha fatto pace con l’autonomia e la soggettività delle donne islamiche, anzi tende a negarle ogni volta che può;
il pensiero femminile europeo non è stato influenzato adeguatamente dal femminismo intersezionale di matrice americana che mette in rilievo come non esista un’unica voce femminile valida per tutte le donne, ma che le differenze prodotte dall’intersezione del genere con i molteplici aspetti che compongono l’identità (classe sociale, etnia, la religione, l’orientamento sessuale) presuppongano più femminismi e il riconoscimento delle differenze non solo tra maschile e femminile, ma anche tra diversi gruppi di donne.
Ecco perché il paragone con gli schiavi afroamericani della Rossignol è assai rivelatorio. Le donne musulmane vengono dipinte comunque come esseri inferiori, costantemente vittime, sia dai loro difensori che dai loro nemici. Soggetti senza voce, a cui le donne occidentali, rivendicando il proprio privilegio, devono sostituirsi (per il loro bene, s’intende) anche quando si tratta di scelte come l’abbigliamento personale e la fede religiosa. In pratica, vogliamo liberare le donne musulmane, sostituendo i maschi islamici (padri, mariti) che parlano e decidono per loro, con altre donne (questa volta occidentali) che però continuano a parlare e a decidere a loro posto. Facendo così si rischia di vanificare l’operazione – questa sì veramente libertaria e rivoluzionaria – di cambiamento sociale portata avanti dalla stragrande maggioranza di giovani islamiche europee, che si sentono pienamente parte della cultura occidentale, aderendo in toto negli stili di vita, costumi, e valori, ma che non vogliono rinunciare alla propria identità etnica-religiosa, di cui il velo è un chiaro simbolo storico-culturale.
Lo racconta bene Amara Majeed, studentessa in neuroscienze alla prestigiosa Brown University, in una lettera aperta alla ministra Rossignol pubblicata da Bustle. Quando a quattordici anni decise di indossare lo hijab, la domanda più frequente fu “sono stati i tuoi genitori a importelo?”. La Majeed raccontando la sua scelta personale, frutto di una libera scelta senza costrizioni, afferma che “il velo le copre la testa non il cervello”. E forse questa rivendicazione di auto-determinazione femminile che spaventa più di ogni altra cosa? Per questo motivo, Amara ha lanciato un esperimento sociale, The Hijab Project, in cui invita le donne di tutte le fedi e razze, a indossare il copricapo islamico per un giorno, raccontando poi l’esperienza sul suo blog. Il progetto che ha riscosso grande attenzione dai media occidentali, dalla BBC a Good Morning America, mira a promuovere l’empowerment delle donne islamiche, facendo capire alle donne occidentali cosa si provi a vivere con il velo. Per Majeed indossare il hijab è una scelta femminista, di ribellione rispetto a un mondo che mercifica e sessualizza costantemente le donne, dalle copertine dei giornali alle molestie sessuali. In questo, sorprendentemente, Amara Majeed riecheggia la ministra francese Rossignol che in un’intervista al Corriere, paragona il velo agli abusi di chirurgia estetica. Chi scrive ovviamente non è d’accordo con nessuna delle due, essendo assolutamente favorevole tanto al velo quanto alle labbra a canotto se frutto di consapevole scelta; allo stesso tempo ritengo però che questo dibattito interculturale tra donne sia una grande ricchezza, perché il tema del velo riapre questioni irrisolte che danno ancora fastidio: il riconoscimento delle soggettività femminili, la libertà di scelta delle donne e l’autodeterminazione sul proprio corpo.
Sia Rossignol che Majeed infatti si interrogano su un sistema simbolico – il velo e la chirurgia estetica – creato dal potere maschile, dalle sue regole e dei suoi canoni estetici, anche se in due culture differenti. Ecco, che allora se da un lato il dibattito sul velo va fatto con le donne musulmane e non al posto loro, non bisogna dimenticare che questo dibattito non è neutro perché avviene comunque all’interno dello scontro fra due sistemi patriarcali, quello occidentale e quello islamico. Essere femministe o femministi, oggi, significa non fare sconti a nessuno dei due, ma soprattutto non farsi strumentalizzare da nessuno dei due.
Le femministe occidentali non devono farsi portavoce delle donne islamiche, soprattutto quando le uniche che frequentano sono le proprie colf. Ecco che la pletora di articoli in stile “io ti salverò”, intrisi di paternalismo e buonismo, non è più accettabile. In questo senso, sono più oneste le commentatrici di destra, alla Fallaci, che vedendo nell’Islam un nemico, vedono le donne islamiche alla stregua dei maschi un avversario da battere. Inoltre, le femministe occidentali, che come me non credono nello scontro fra civiltà, ma semmai fra patriarcati, non possono essere così ingenue da non problematizzare il proprio privilegio che le rende così distanti – quasi aliene – rispetto alle donne musulmane, nonostante la biologia e l’anatomia.
Dall’altra parte, le femministe islamiche non possono però chiederci di non vedere le crudeltà e la violenza inflitte nelle comunità islamiche nei confronti delle donne, delle minoranze religiose, o degli omosessuali. La laicità è un valore irrinunciabile per l’Europa, conquistato con grande fatica e molti sacrifici: non siamo perciò disposti a nessuna forma di indulgenza motivata su basi culturali o religiose verso quelle pratiche che limitino le libertà o il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti la legge. Inoltre, le nostre amiche e sorelle islamiche devono avere il coraggio – molte già lo fanno a dire il vero – di aprire una discussione franca su questo con i loro uomini, sfidandone il potere se serve. Noi dobbiamo sostenerle, ma non possiamo e non dobbiamo sostituirci a loro.
Su questi basi si può aprire una vera discussione paritaria fra donne (e uomini) di diverse culture, religioni, classi sociali, che superi lo scontro di civiltà, gli stereotipi, le caricature, per regalarci un vero incontro fra civiltà, non basato sulla stucchevole retorica buonista che non porta da nessuna parte, ma su un mutuo riconoscimento della differenze all’interno di una più ampia politica delle identità.”

Gemme n° 442

jobs

S. (classe terza) ha chiesto a me di leggere le parole che Steve Jobs dedicò ai laureandi di Stanford nel 2005:
Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.
La prima storia è sull’unire i puntini. Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato? E’ cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all’ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina.
Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?” Loro risposero: “Certamente”.
Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi.
Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo.
Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti. Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare.
Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo.
Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così.
Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato. Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica.
Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità.
Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.
Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.
La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita. Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un’azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato.
Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte.
Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa. Non ho saputo davvero cosa fare per alcuni mesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa.
Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo. Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita. Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.
Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.
La mia terza storia è a proposto della morte. Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è “no” per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato. Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore. Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi “addio”. Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso sto bene. Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E’ stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E’ stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.”
Ho scelto questo testo perché quando l’ho letto mi ha fatto riflettere molto e mi ha preso molto personalmente. Mi ritrovo soprattutto nella prima storia e poi penso che se non fossero successe certe cose oggi non sarei quel che sono. Anche la terza mi è piaciuta molto: non so cosa fare dopo il liceo, ma voglio fare qualcosa di importante e importante per me. Penso sia fondamentale avere obiettivi e fare di tutto per raggiungerli”.
Sono talmente numerosi gli spunti forniti dalle parole di Jobs… Riporto solo un ricordo personale: quel pomeriggio in auto con mio padre di ritorno dall’Università di Trieste a metà del secondo anno di geologia “Papà, devo dirti una cosa non facile. Sento che quella che sto percorrendo non è la strada per me… Voglio lasciare geologia”. Non è stato facile, per niente. Ma benedetto sia quel viaggio!

Gemme n° 436

Ho scelto questo video perché dà un messaggio importante: in questa società i canoni di bellezza sono molto restrittivi e la perfezione è in qualche modo veicolata e inculcata. Le ragazze fanno di tutto per essere qualcosa che non sono e rovinano il loro corpo facendosi del male per obbedire a un certo canone.” Con queste parole R. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Scrive Gabriel Garcia Marquez: “Gli sembrava così bella, così seducente, così diversa dalla gente comune, che non capiva perché nessuno rimanesse frastornato come lui al rumore ritmico dei suoi tacchi sul selciato della via, né si sconvolgessero i cuori con l’aria dei sospiri dei suoi falpalà, né impazzissero tutti d’amore al vento della sua treccia, al volo delle sue mani, all’oro del suo ridere”. Siamo disposti a pensarlo per chiunque, compresi noi?

Cina, anno della scimmia

china censorAnno 2016, Cina: “Sul piano dell’economia e della finanza, sono stati sostituiti numerosi responsabili e è stata sospesa la pubblicazione di dati «sfavorevoli agli interessi del Paese», rendendo per gli analisti anche più difficile determinare l’andamento reale dell’economia cinese. Al riguardo Anne Stevenson-Yang, cofondatrice di ‘J Capital Research’, ha osservato che in Cina «le statistiche scompaiono quando diventano negative». Le ha fatto eco Leland R. Miller, presidente di China Beige Book International, per il quale è certo che «continueremo ad assistere alla repressione di chi racconta storie diverse da quelle che il governo vuole ascoltare». La stretta in questi ultimi mesi è stata evidente anche in altri settori. Dai librai scomparsi ad Hong Kong ed accusati di aver fatto illegalmente circolare in Cina testi ufficialmente proibiti, agli avvocati arrestati e per cui l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha manifestato «viva preoccupazione». Il giro di vite si è poi esteso anche ai media. Da anni l’attenzione del governo sull’informazione è massima. A differenza del resto della popolazione mondiale, i cinesi non possono usufruire di Google, Facebook e Twitter, ed ora a partire da marzo i media stranieri non potranno più pubblicare materiale online che non sia stato previamente autorizzato dal governo di Pechino. Le misure, che mirano a «promuovere valori centrali del socialismo», colpiranno le attività di giganti dell’informazione, fra cui le americane Amazon, Microsoft e Apple. Infine, c’è chi ricorda che tutta questa attività di ferreo controllo si traduce spesso in purghe e punizioni di responsabili e funzionari tanto da «far assomigliare la Pechino dell’inverno 2016 alla Mosca dell’inverno 1936». A quanto emerge da dati raccolti da ChinaFile, una base dati della ong americana Asia Society, le persone colpite da severe misure sono raddoppiate nell’ultimo anno raggiungendo il numero di 1.496. Di queste, comunque, solo 151 sono considerate ‘tigers’, un termine coniato dal presidente Xi che caratterizza gli alti funzionari macchiatisi di imperdonabili errori.”
(Parte finale dell’articolo “Una politica di grande potenza” di Maurizio Salvi, pubblicato su Rocca del 15 marzo).

La notte ch’io passai con tanta pieta

Gauguin. GetsemaniQuanta vicinanza provo con questo articolo-meditazione di Alessandro D’Avenia sulla notte tra il giovedì e il venerdì santo. La fonte è Avvenire.
«Sono terribilmente infelice. Se credi che una preghiera possa essere efficace (non scherzo), prega per me e vigorosamente». Così scriveva Charles Baudelaire a sua madre il 18 ottobre del 1860, dall’inferno spirituale da cui cercò di uscire negli ultimi anni della sua vita. Ogni uomo ha la sua notte. Ed è proprio in quella notte che trova Dio, perché la notte lo lascia nudo e senza risorse di fronte all’insufficienza di tutto e di se stesso. Dalla ferita inguaribile della propria radicale solitudine emerge l’unica preghiera vera, perché è la vita stessa a farsi supplica: voglio essere da te salvato, perché io da solo, ora che mi conosco, non posso. Dante, nel suo viaggio, si perde nella selva oscura, nella notte tra il giovedì santo e il venerdì santo dell’anno giubilare.
A quella notte dedica i primi versi del poema, il ‘la’ notturno al suo percorso di salvezza. Secondo molti commentatori è proprio la notte tra il giovedì 24 marzo e il venerdì 25 marzo che vede coincidere (come quest’anno) venerdì di Passione e Annunciazione. A quella notte del 24 marzo Dante dedica un verso che in undici sillabe scolpisce tutte le nostre notti: «la notte ch’io passai con tanta pieta». La ‘pieta’ è la parola che Dante usa per indicare, con perfetta polisemia, da un lato la paura della tenebra e dall’altra proprio la misericordia che lo raggiunge in quella tenebra, perché Maria lo soccorre mandando Lucia, Beatrice, Virgilio a recuperarlo.
Non può che essere così se la luce del giorno che gli fa sperare salvezza è quella del venerdì 25 marzo, data in cui nella tradizione medievale Dio creò il mondo e lo ricreò poi con il fiat di Maria. La notte che ogni uomo e donna attraversano per trovare Dio, la notte che gli esperti di vita spirituale attribuiscono ai santi come passaggio dolorosissimo e necessario, in cui l’uomo si sente dannato dalle sue sole forze e trova in Dio la sua unica e radicale speranza di salvezza, come chi sta cercando l’aria sott’acqua dopo essere naufragato. Nel Vangelo, che è la forma di ogni storia umana, essendo Cristo il Dna di ogni vita, questa notte deve essere tutte le nostri notti ed è per questo che in questa notte Cristo cade per terra nella sua selva, dalla quale si vede Gerusalemme, tra i contorti rami degli alberi d’ulivo, che preannunciano il tormento del legno della Croce.
Cristo, solo e triste fino alla morte in questa sua notte, il senso di tutte le notti degli uomini, chiede compagnia ad altri uomini, tre in particolare che, gravati da sonno e paura, si addormentano: la solitudine di Cristo non è lenita da nessuno, nessun uomo può raggiungerlo neanche standogli a fianco. Cristo sperimenta su di sé le conseguenze del peccato, viene applicata alla sua natura divina l’assoluta estraneità della morte, come un veleno che egli beve volontariamente, così da renderlo inefficace, dopo averne subito tutte le conseguenze. Il sudore è di sangue, perché l’essere viene sradicato dalla sua identità immortale e si sente morire in vita, donandosi alla morte. In questa notte, Cristo si trova faccia a faccia con il Padre, e lo chiama come nessun ebreo ha mai fatto, a dimostrazione che lui è l’unigenito figlio del Padre: lo chiama col nomignolo affettuoso dei bambini: Abbà, Babbo, Papino. L’uomo-Dio ha paura, per questo tutti gli uomini possono avere paura di ciò che li fa morire, possono avere paura di morire come le ragazze dell’autobus spagnolo, come i cittadini di Bruxelles. Cristo non elimina la paura, ma ci permette di abitarla: l’invito più frequente di Dio quando entra nella storia è ‘non temere’.
Un non temere che non elimina il nostro tremare di fronte alle difficoltà della vita, alle cadute, agli errori, alla nostra radicale solitudine quando la vita ci frusta. Ma lui può dirci di non temere, perché ha parlato con Abbà: ho paura di morire, gli ha detto, ma non sia fatto quello che voglio io, ma quello che vuoi tu. Salvami tu, perché io non so come fare, mi fido di te, ora che tutto sto per perdere, i miei si sono addormentati e Gerusalemme brilla nella notte come il più terribile patibolo. Nelle tue mani mi rifugio. È la notte della ‘pietà’ che Pascal sperimentò proprio scoprendo che il sudore di sangue di Cristo lo riguardava: «Quelle gocce di sangue le ho versate per te» (Pensieri, VII, 533); è la notte che Dante paragona proprio a un naufrago che si aggrappa alla terra, e si volge a guardare l’acqua mortifera. È ogni notte questa, la notte di un amore che si frantuma, la notte di una perdita irreparabile, la notte di chi scopre che le cose si rovinano e non corrispondono mai al nostro desiderio di infinito…
Grazie a quella notte noi possiamo attraversare le nostre, perché solo nella nostra notte impariamo a dire Abbà, l’unico nome che ci salva dalla notte, che spezza la nostra solitudine e ci raggiunge proprio lì dove ci sentivamo irreparabilmente soli e perduti, perché solo quella supplica radicale ci porta dritti nel cuore della Misericordia. «Miserere di me, gridai a lui», urla Dante a chi era già lì, Virgilio, inviato da Maria che aveva prevenuto il suo urlo notturno, urlo che così si svela essere non una richiesta ma la risposta adeguata a un’azione preventiva del Padre-Abbà, che ci attira a sé, più che mai, nei nostri Getsemani.”

Non fermarsi all’idea

Parte di uno scritto di Enrico Peyretti comparso sul numero 05 di Rocca. Lo pubblico come spunto di riflessione per i credenti in questa Settimana Santa.
Dio-padre1Nella lettura dei vangeli vediamo progressivamente emergere la decisione di eliminare quell’uomo che, con la sola autorità di uno spirito nuovo, e «facendo il bene», porta una religione del bene debordante dalla religione nota, stabilita, ufficiale, una legge nuova che supera e compie l’antica. Il vangelo intero è detto in sintesi nel primo annuncio: viene il regno di Dio, è tra voi e dentro di voi. Si tratta di decidersi per un altro modo di vivere, nel quale i poveri e gli oppressi sono liberati: un vivere gli uni per gli altri, dunque una vita che non morirà, perché non usa i mezzi della morte, della negazione degli altri, per affermarsi. Chi opera questa realtà e la proclama con «parole di vita» è rifiutato e condannato in nome di Dio. Il mondo (religioso, politico, culturale) che si arroga il possesso di Dio a propria utilità non riconosce la vita che viene dal vero Vivente, il cui vero nome è al di là di tutti i concetti e le dottrine che ce ne facciamo. Le immagini che ci facciamo di Dio vanno continuamente smontate, relativizzate, per potere riconoscere i suoi veri segni. Nell’idea di Dio è proiettata molto della nostra volontà di potenza. Dio è un nome comune che, con la maiuscola, noi rendiamo nome di un vivente misterioso di cui abbiamo qualche sintomo nel pensiero, desiderio nel cuore, buio negli occhi e silenzio nelle orecchie.”

Gemme n° 432

Vorrei leggere una frase di Huxley: ho letto molti suoi libri, questa è tratta dal suo saggio «Le porte della percezione»: “Sensazioni, sentimenti, intuiti, fantasie, tutte queste cose sono personali e, se non per simboli e di seconda mano, incomunicabili.” Mi sono sempre chiesto, fin da quando abbiamo affrontato Cartesio, da dove arrivassero emozioni, sensazioni: perché riusciamo a concretizzarle attraverso arti ma mai a trasmetterle in modo puro? Come siamo anima e corpo, penso che abbiamo anche bisogno di rendere corpo le parti dell’anima. Ho anche spesso riflettuto su coscienza, spirito e su quello che sentiamo di essere, la nostra identità. Mi sono avvicinato anche al mondo della psichedelia. Ora penso che sarebbe più razionale provare a chiedersi: ha senso ammettere qualcosa di altro o di spirituale? Aggiungo la canzone White rabbit che molti conoscono: è legata al movimento hippy e l’ho pensata, in questo ultimo anno, come un augurio a tutti a indagare ogni curiosità, a dar da mangiare al cervello.” Questa la gemma di D. (classe quinta).

Mi è venuto naturale pensare a queste parole di Albert Einstein: “La cosa importante è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità”.