Domani, in seno all’Induismo, ricorre la festa di Dattatreya, una divinità che comprende in sé la Trimurti Brahma (il Creatore), Vishnu (il Preservatore) e Shiva (il Distruttore). Viene raffigurata come un asceta con le tre teste di Brahma, Vishnu e Shiva in compagnia di quattro cani che rappresentano i quattro Veda. Ha nelle mani alcuni oggetti di significato spirituale: la kamandal (brocca d’acqua); il japa mala (rosario); il damru (tamburo); il trisul (tridente); la shankar (conchiglia); il sudarshan (disco). Il damru e il trisul sono associati a Shiva, il disco e la conchiglia sono associati a Vishnu. La brocca per l’acqua ed il rosario sono i pochi averi di un asceta. I genitori di Dattatreya erano una coppia molto devota e praticavano molti tapasya (austerità) per ottenere un figlio tanto desiderato. La madre voleva intensamente che suo figlio fosse l’incarnazione del Nirguna Parabrahman (il Brahman Supremo privo di forma). Ma data l’impossibilità che il senza-forma prendesse una forma, Brahma, Vishnu e Shiva le accordarono che il bambino sarebbe stato loro figlio incarnando tutte e tre le divinità. Dattatreya è considerato la più alta espressione dell’asceta, del rinunciante, poiché ha saputo trarre da ogni cosa lo spunto per le più profonde meditazioni. Anche una cosa considerata da tutti insignificante o negativa può insegnarci molto.
Voci dal Buddhismo
Qualche settimana fa avevo dato notizia dell’incontro tra gli esponenti delle diverse religioni di Assisi. Una delle partecipanti è Mae Che Sansanee Sathirasuta, direttrice del Centro Sathira-Dhammasthan, e condivide le sue riflessioni su come costruire una pace “sostenibile”.
“Durante il viaggio, ho visto leader di tutte le religioni scambiarsi opinioni. Ciascuno sembrava deciso a portare pace al mondo. Ma le buone intenzioni non sono sufficienti. Dobbiamo imparare a vivere insieme in armonia, fra persone di fedi diverse, senza essere troppo fieri di noi stessi. Non dobbiamo dividerci in base a razza, classe o lingua. Non dobbiamo dare fastidio a nessuno. Non dobbiamo odiare nessuno. Dobbiamo rispettare gli altri con umiltà ed essere pronti a imparare l’amicizia e la dignità, che porteranno alla vera libertà. Sono sicura che il meeting di Assisi aprirà un sentiero per tutti coloro che vi hanno partecipato, e in particolare per quelli che vi si sono recati dalla Thailandia, per dare grande valore al dialogo fra i fedeli di fedi diverse. Invitati a condividere ciò in cui crediamo con gli altri, lo faremo senza pregiudizi o sospetti, con lo scopo comune di portare pace a questo mondo”.
Intanto hanno fatto il giro del mondo le immagini della monaca buddhista che si è data fuoco. Su Asianews leggo:
I monaci buddisti che si sono auto-immolati con il fuoco per protestare contro il dominio
cinese in Tibet “hanno una fede molto forte, questo è chiaro. Ma non possiamo sapere quali siano i percorsi che li hanno portati a gesti così estremi, gesti su cui persino il Dalai Lama ha espresso tante riserve. Le loro anime erano mosse dal desiderio di libertà, e sono tutti morti invocando il nostro leader spirituale. La situazione, per loro, è davvero dura”. Lo dice ad AsiaNews il lama geshe Gedun Tharchin, che da anni studia i Cinque grandi trattati del buddismo. Il lama, profondo conoscitore della fede buddista, sottolinea: “Per la nostra religione ogni vita è sacra, e uccidersi è un danno enorme per l’anima. Ma chi vive in Tibet ha fame di libertà, soprattutto religiosa: una fame che sta attraversando tutta la Cina. E il governo è sicuramente molto duro con loro: ho visto i video delle immolazioni apparsi sulla Rete negli scorsi giorni, e non sono riuscito a provare altro che compassione per queste persone”. I video ritraggono sia gli ultimi istanti della vita di Palden Choetso, l’unica donna fra gli 11 monaci che si sono uccisi negli ultimi 3 mesi, che quelli di un altro monaco per ora non identificato. Nei giorni scorsi, intervistato dalla Bbc, il Dalai Lama ha riaffermato ancora una volta che questo metodo di protesta non potrà aiutare più di tanto la causa tibetana e soprattutto danneggia il karma dei monaci morti: “Molti tibetani sacrificano le loro vite: ci vuole coraggio, molto coraggio. Ma con quali effetti? Il coraggio da solo non basta. Occorre usare giudizio e saggezza”. Subito dopo, però, il leader del buddismo tibetano ha aggiunto: “Nessuno sa quante persone vengono uccise e torturate, ovvero muoiono per torture. Nessuno lo sa, ma molta gente soffre. Con quali effetti? I cinesi rispondono con più forza”. Una fonte tibetana (anonima per motivi di sicurezza) spiega ad AsiaNews: “Le rivolte nel mondo arabo, l’avvento di internet, la repressione che peggiora di anno in anno. Questi sono i motivi che spingono tante persone a cercare gesti estremi contro la Cina. Voi vedete le auto-immolazioni perché fanno impressione, ma esistono moltissimi tibetani che fanno scelte altrettanto forti, anche se meno spettacolari. Anche andare in galera, condannati magari a 10 anni, per aver espresso un’opinione è una forma di sacrificio. L’Occidente si parla addosso, ma non capisce. Non capite cosa vuol dire vivere senza la possibilità di decidere nulla della propria vita. C’è il problema della libertà religiosa negata, che per noi è un sacrilegio, ma anche quello del lavoro che non c’è e della società in mano a cinesi di etnia han. L’economia non esiste e qualunque cosa decida il Partito per noi è legge. Così non possiamo andare avanti: siamo sempre di meno, ma intenzionati a combattere fino alla fine”.
Kung fu e filosofia
Vediamo chi ha voglia di arrivare fino in fondo a questo articolo pubblicato su Diogene Magazine. Riguarda il vero significato del kung fu…
Un’agenzia di stampa del 2005 diede la notizia che presso il tempio Shaolin, monastero buddhista cinese molto noto per le arti marziali, un monaco si espresse su uno stereotipo diffuso: “Molte persone hanno una concezione errata delle arti marziali come qualcosa il cui fine è il combattimento e l’uccisione quando, invece, servono ad approfondire la saggezza e l’intelligenza”. D’altronde, il kung fu per molti occidentali è conosciuto unicamente tramite film di arti marziali quali Enter the Dragon o La tigre e il dragone. Nel cinema, lottatori bravi e acrobatici come Bruce Lee, Jackie Chan e Jet Li vengono visti come “maestri di kung fu”. Ma, come notò il monaco shaolin, il kung fu riguarda molte più cose rispetto al mero combattere. C’è un kung fu della pittura, della danza, della cucina, dello scrivere e del recitare, del retto giudizio, dell’etichetta, persino del governo. Durante le dinastie Song e Ming il termine kung fu veniva ampiamente utilizzato da neo-confuciani, taoisti e buddhisti per designare in generale l’arte di vivere. L’estensione del significato del kung fu è una chiave per comprendere la tradizione filosofica cinese, e il modo in cui in parte converge e in parte diverge da quella occidentale. La maggiore preoccupazione della filosofia cinese non riguarda la verità, come nel pensiero occidentale, bensì il come vivere una buona vita.
La famosa domanda di Zhuangzi, pensatore del quarto secolo, che si chiedeva se avesse sognato di essere una farfalla o se fosse una farfalla che sognava di essere Zhuangzi, è una massima kung fu e al contempo un quesito epistemologico. Invece di intraprendere la ricerca della certezza, come nel sogno di Cartesio, Zhuangzi giunse a realizzare di aver percepito “la trasformazione delle cose”, scoprendo che bisognerebbe assecondare tale trasformazione invece di cercare vanamente di scoprire cosa sia reale. Il richiamo confuciano alla “rettificazione dei nomi”, secondo cui bisognerebbe utilizzare appropriatamente le parole, è più un metodo kung fu per assicurare l’ordine sociale e politico che un tentativo di cogliere l’essenza delle cose, nel momento in cui i nomi, o le parole, sono indicatori delle aspettative su come il portatore dei nomi dovrebbe comportarsi ed essere trattato. La dottrina buddhista della negazione del sé potrebbe apparire metafisica, ma il suo vero scopo è liberare dalla sofferenza, dato che secondo il buddhismo la sofferenza deriva dall’attaccamento al sé. Le meditazioni buddhiste sono pratiche kung fu per scuotere l’attaccamento alle cose materiali, e non indagini intellettuali per giungere alla verità. Fraintendere il linguaggio della filosofia cinese intendendolo, per usare l’espressione di Richard Rorty, come uno “specchio della natura”, sarebbe come scambiare il menù per il cibo. L’essenza del kung fu (un insieme di arti e istruzioni su come coltivare la persona e condurre la vita) è spesso difficile da digerire per chi è abituato ai sapori della filosofia occidentale mainstream. È comprensibile che, anche con una sincera volontà di provarci, si rimanga spiazzati, nei testi classici cinesi, dalla mancanza di definizioni chiare dei termini chiave o dall’assenza di argomentazioni lineari. Ciò, tuttavia, non è una debolezza, quanto un requisito del kung fu. Proprio come nell’imparare a nuotare si richiede di concentrarsi sulla pratica e non sulla teoria: solo andando oltre le definizioni concettuali della realtà è possibile aprirsi a quel tipo di intelligenza rappresentata dalle arti della danza e della recitazione.
Tale sensibilità allo stile, alle tendenze più sottili e a una visione olistica richiede un’introspezione simile a quella necessaria a superare ciò che il filosofo Jacques Derrida ha identificato come il problema del logocentrismo occidentale. Si può così arrivare persino a espandere l’epistemologia verso il reame non concettuale in cui l’accessibilità della conoscenza dipende dalla coltivazione delle facoltà cognitive, e non semplicemente da ciò che è pubblicamente osservabile da tutti. Una persona esemplare potrebbe avere un carisma grande al punto da influenzare gli altri, ma non necessariamente conosce come influenzarli. Nell’arte del kung fu c’è quello che lo storico Herbert Fingarette, nel suo saggio Confucio, chiama “un elemento magico”, ma “specificamente umano” nella sua praticità, qualcosa che “riguarda sempre grandi risultati ottenuti senza sforzo, meravigliosamente, grazie a un potere irresistibile e invisibile”.
I filosofi Pierre Hadot e Martha Nussbaum, anche grazie al dialogo filosofico globale fra diverse tradizioni, hanno entrambi cercato di “rettificare il nome” della filosofia mostrando come i filosofi antichi dell’Occidente quali Socrate, gli stoici e gli epicurei, fossero interessati in primis alla virtù, agli esercizi spirituali e alle pratiche rivolte al vivere una buona vita, piuttosto che al puro esercizio teoretico. Da questo punto di vista, la filosofia occidentale delle origini è simile alla filosofia classica cinese. Ciò attira la nostra attenzione verso una dimensione che è stata eclissata dall’ossessione della ricerca di verità eterne e universali tramite l’argomentazione razionale. Eppure, anche quando i filosofi hanno considerato le loro idee come puri discorsi teoretici rivolti alla scoperta della verità, le loro teorie non hanno mai smesso di funzionare come guide per l’agire umano. Il potere dell’Illuminismo moderno è stato pienamente dimostrato sia nelle grandi conquiste che ben conosciamo sia nei profondi problemi che oggi ci troviamo ad affrontare. I nostri modelli comportamentali sono profondamente informati da idee filosofiche che sembrarono così innocenti da essere prese per verità evidenti. È sia ironico sia allarmante che quando il filosofo Richard Rorty lanciò il suo attacco contro la filosofia razionalistica, egli diede per scontato che la filosofia possa assumere unicamente la forma di una ricerca della verità oggettiva. Il suo rifiuto della filosofia ricade nella medesima trappola dalla quale vorrebbe mettere in guardia: considerare i concetti filosofici come “specchi” della realtà e non come leve o strumenti. Si potrebbe considerare la prospettiva cinese del kung fu come una forma di pragmatismo simile a quella ideata dal filosofo John Dewey, le cui idee furono non a caso ben accolte in Cina. Ciò che il kung fu aggiunge rispetto al pragmatismo è l’enfasi sulla coltivazione e trasformazione della persona. Un maestro di kung fu non si limita a compiere scelte sagge e a utilizzare mezzi appropriati rispetto ai fini preposti, questo perché il soggetto agente non è accettato come dato scontato e immutabile. Un agire efficace potrebbe essere il risultato di una decisione razionale, ma una buona azione improntata al kung fu trova le sue radici nell’intera persona, comprendendo i sentimenti e gli atteggiamenti corporei, e la sua bontà si mostra non solo nelle conseguenze cui giunge ma anche nello stile artistico tramite cui è stata eseguita. Questo approccio kung fu condivide molti aspetti con l’idea aristotelica di virtù, che si focalizza sulla coltivazione dell’agente piuttosto che sulla formulazione di regole di condotta. Tuttavia, a differenza dell’etica aristotelica, il kung fu non cerca un fondamento o giustificazione in nessuna teoria metafisica sottostante. Non c’è bisogno di credere in una finalità predeterminata dell’essere umano per apprezzare l’eccellenza che il kung fu è in grado di perseguire. Per tutti questi motivi, è opportuno considerare il kung fu una forma di arte, perché come per l’arte la sua funzione non è di offrire un’immagine accurata della realtà, e la sua espressione non è vincolata da principi universali o dalle regole della logica, richiedendo piuttosto l’incarnazione della virtù, la coltivazione dell’artista, immaginazione e creatività. Se, come sostiene il filosofo Pierre Hadot, la filosofia è uno stile di vita, l’approccio kung fu suggerisce di considerare questa disciplina come la ricerca dell’arte di vivere bene.
Pubblicato originariamente in “The New York Times”, 8 ottobre 2010.
Il nome, il lago, le conversioni
Segnalo tre articoli da Asianews.
Il primo riguarda l’iniziativa su Twitter di un gruppo di sauditi che vogliono rompere la tradizione per la quale un uomo non dice mai in pubblico il nome di una sua donna (madre, sorella o moglie). “I nomi delle donne sono stati sempre un’ossessione degli uomini sauditi. Si vergognano se la gente conosce il nome della loro madre, sorella o moglie. Un uomo può ricattarne un altro, se sa il nome della madre”.
Il secondo tratta del lago Orumieh (Iran nord occidentale), il terzo bacino idrico salato del mondo, che si sta prosciugando, a causa dell’elevata evaporazione e dello sfruttamento dei fiumi immissari. Ciò potrebbe costringere oltre 14 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. Temendo un’invasione, le autorità turche e azere hanno invitato Teheran a prendere seri provvedimenti per rallentare la desertificazione della zona.
Infine, il terzo riporta il pensiero di Praveen Togadia, segretario generale del Vishwa Hindu Parishad (Vhp – movimento estremista indù); egli chiede la pena di morte con decapitazione per chi cerca di convertire gli indù ad altre religioni.
Giovani iraniani
Un bellissimo articolo di Benedetta Argentieri, preso dal Corriere: descrive vita e idee dei giovani iraniani.
TEHERAN – Un grande cartello, sfondo bianco e caratteri rossi, annuncia un forum internazionale sulla Palestina. Una discussione per combattere il potere sionista «nella regione» e dare la massima solidarietà ai «fratelli» che vogliono essere riconosciuti all’Onu. L’invito è esteso a tutti. Di fianco il disegno di un kalashnikov, che più tardi si scoprirà essere il simbolo dei militari. È l’unico manifesto nei corridoi dell’aeroporto. Il messaggio è chiaro: benvenuti in Iran, terra dalle mille contraddizioni, dove l’apparenza, in molti casi, conta più della sostanza. Un Paese in cui nascondere i propri orientamenti (sessuali o politici che siano) è la prassi. Una nazione in cui la religione scandisce la quotidianità delle persone a prescindere che siano credenti o meno. Uno Stato in cui la condizione delle donne è di subordinazione all’uomo. Soprattutto una nazione dove la disponibilità, la generosità e la bellezza delle persone è mescolata alla paura e alla rabbia. E in alcuni casi alla voglia di cambiare.
«L’Iran non è libero», ammette Mohammed, portiere di un piccolo albergo a Teheran. Nel momento in cui pronuncia queste parole si è già pentito. Criticare, attaccare o anche solo giudicare il regime è pericoloso. Le pene sono varie, dal carcere alla fustigazione. In particolare se ci si lascia andare a commenti con stranieri. I turisti da queste parti sono merce rara. «Negli ultimi anni sono sempre meno, complice una campagna stampa contro Khamenei e Ahmadinejad», spiega Shaabi. Capelli scuri, occhi chiari, dai modi cordiali. Studia ingegneria elettronica all’università della capitale. Ma lui ci tiene a sottolineare, «noi non siamo così». E per dimostrarlo rinuncia a ore in compagnia di amici, per mostrare le bellezze della sua città. Senza volere nulla in cambio, nemmeno un pranzo. Il caos regna in una città di 15 milioni di abitanti che nonostante centinaia di cantieri aperti riesce a essere pulita. Il traffico sembra non fermarsi mai. La metropolitana, in cui si intravedono caratteri cinesi, è stata inaugurata da poco ed è affollata. Gli autobus che hanno una sbarra per dividere uomini e donne, sono frequenti. E i taxi collettivi si trovano a ogni ora del giorno. Non sembra bella Teheran, ma esercita un grande fascino. Su ogni palazzo ci sono i ritratti del fondatore della patria, l’Ayatollah Khomeini. A ogni angolo c’è un poliziotto o un militare armato. Su quasi ogni muro un murales. Il soggetto dipende dagli edifici: sulle scuole ci sono fiori e animali. Sugli altri disegni in cui si ricorda la guerra contro l’Iraq (1980-88) e il sacrificio di molti uomini. Sull’ex ambasciata americana, dove nel 1980 52 diplomatici sono stati presi in ostaggio da un gruppo di studenti (tra questi anche Ahmadinejad), campeggia una statua della libertà che ha il volto della morte e il simbolo di Israele spezzato.
«Il nostro è un Paese pacifico verso coloro che non vogliono egemonizzarlo». Habib si siede tutti i giorni nel cortile del Golestan, il vecchio palazzo dello scià, durante l’ora di pranzo. Si prende una pausa dalla sua bottega di calzolaio per leggere poesie francesi. Aspetta qualcuno con cui parlare. La panchina è il posto migliore per attendere turisti del museo. Il volto di Habib è segnato da profonde rughe, ma quando parla dei cambiamenti del suo Paese gli si illuminano gli occhi scuri. Gli piace ricordare i tempi della Rivoluzione nel 1979 («Meno male che c’è stata, ora abbiamo equità sociale»), attaccare le politiche internazionali degli Stati Uniti («Sono loro ad aver prodotto il terrorismo con le guerre in Iraq e in Afghanistan») e sostenere la corsa all’atomo («Dobbiamo essere indipendenti»). Ma su questo ultimo punto, in tanti non sono d’accordo. Anzi.
La rabbia cresce quando si esce della capitale. Il treno notturno che porta a Yazd (tappa obbligata per chi è per la prima volta in Iran) è pieno, ogni scompartimento è occupato da famiglie che tornano a casa, giovani coppie che vogliono fare una vacanza: «Non possiamo andare all’estero, ma almeno vogliamo visitare il Paese». Con le luci della città alle spalle si entra nel deserto che all’alba sembra sconfinato. Ci vogliono quasi 630 chilometri per raggiungere «la città più antica del mondo». E si arriva in un dedalo di stradine senza un’indicazione, in cui è bello perdersi. Le case, di fango e paglia, sono basse, hanno piccoli portoni con battacchi diversi per uomini e donne. I negozi sono appena fuori la parte vecchia. Tessuti, souvenir, vestiti, oggetti di legno. Dentro a uno di questi due giovani chiacchierano con chiunque capiti a tiro. Vogliono fare amicizia e aprono le porte delle loro case. Quello di Javad è un appartamento con cucina a vista e le pareti giallo ocra. Su due mensole c’è una collezione di brocche antiche e in un angolo la televisione con un sistema di amplificazione degno di un locale notturno. «La sera ci piace ballare con gli amici», spiega il giovane guardando le casse con una punta di orgoglio. Questi 60 metri quadri sono un punto di ritrovo per molti coetanei. Su una sedia ci sono alcuni mantelli neri. Chador usati dalle ragazze che ora cucinano riso e gamberetti fritti. Hanno tutte i pantaloni e magliette attillate. Nei capelli nastri e cerchietti. Le domande su come si vive in Italia sono una sorta di mantra. Ma quando il discorso ritorna all’Iran è una pioggia di critiche. Javad, si toglie gli occhiali, accarezzandosi il pizzetto, scuote la testa. «Le bollette di luce e gas sono triplicate a causa delle sanzioni. Il petrolio è alle stelle. Fino a due anni fa, dieci litri di benzina costavano un dollaro, oggi per la stessa cifra si prende un litro». Il tutto senza che i salari abbiano avuto un ritocco. Il governo ha spiegato che la centrale nucleare è «un progetto importante», promettendo che «gli sforzi saranno ripagati». Ma per chi come questo ragazzo di 28 anni vive di turismo, la situazione si fa sempre più difficile.
Non c’è solo la questione economica. Per i giovani, che rappresentano i due terzi della popolazione, i «ricatti religiosi» stanno diventando insostenibili. Da Yazd a Shiraz, culla della cultura persiana, lo scetticismo non cambia, anche se dal panorama sembra di essere in un altro Paese. Il lungo letto del fiume che divedeva la città è asciutto da più di un anno. Non piove da almeno 600 giorni. Ogni cento metri c’è un palazzo in stile quajaro. Le strade sono larghe e alberate. La città è il punto di appoggio per andare a visitare Persepoli. E sempre qui si trova la tomba di Hafez, «il più grande poeta di tutti i tempi», che è diventato luogo di pellegrinaggio. Famiglie, anziani e tanti studenti. E sotto un portico, Ava, 19 anni, parla di regole e imposizioni. «Un esempio? Se esco per strada senza velo mi arrestano, eppure la mia famiglia non è religiosa. Mi ha sempre detto che potevo fare quello che volevo». E in segno di ribellione Ava tiene il velo largo e posato in fondo alla nuca, tenendo scoperti i capelli neri. Se vuole entrare in università, deve cambiarsi, indossare una divisa. Lei, come i suoi compagni di biologia, accede a Facebook almeno una volta al giorno. La Rete però è criptata, per questo usano delle chiavette, con password particolari, per riuscire a ingannare il grande occhio del regime che è sempre più attivo. «Hanno vietato il satellite. Vogliono tenerci all’oscuro di tutto». La preoccupazione, dicono, è per gli eventi della vicina Siria, «sono i nostri eroi, se ci riescono loro potremmo farcela anche noi», ripetono all’unisono. Ma per un giovane contro il regime, basta fare pochi passi che se ne incontra un altro di orientamento opposto. «Ahmadinejad? È un grande, ci ha davvero aiutati». Visioni opposte che preoccupano, perché se in molti vorrebbero tornare in piazza, altri difenderebbero la «cupola». E si andrebbe quindi a una guerra civile. Gli scontri del 2009, la repressione che ne è seguita, gli amici seppelliti in qualche prigione (se non peggio) sono pensieri ricorrenti. Ma anche se non portano il braccialetto verde («Ci arresterebbero»), i giovani, in molte zone del Paese, sono pronti.
L’ultimo sacro custode dell’Himalaya
Marta Franceschini ha scritto questo articolo per Famiglia Cristiana.
L’ultimo sacerdote dell’Himalaya, Samdup Taso, si è spento all’età di 83 anni senza lasciare successori. Sacro guardiano della terza vetta più alta del mondo, il Khangchendzonga Bongthings era considerato il capo spirituale dei Lepchas, una
popolazione che vive in Sikkim, nell’Himalaya indiana, da oltre 2000 anni. I Lepchas, che oggi sono rimasti poco più di 50.000, venerano da 700 anni la montagna ai piedi della quale si stabilirono nel 13° secolo. Nel mese di Kursong (Febbraio-Marzo) il sacerdote, dopo una intera notte di preghiere presso la sua residenza privata, guidava una affollata processione fino al Lha-thu, un altare all’aria aperta nel villaggio di Nung, dove con canti e danze veniva ripercorsa la storia dei Lepchas e venivano spiegati i suoi rituali. La tradizione prevedeva anche il sacrificio di uno “yak”, il bufalo selvatico dell’Himalaya, ma questo rituale fu messo fuorilegge nel 1973 dalla monarchia regnante, rappresentata dalla dinastia dei Chogyals. Quando due anni dopo i Chogyals furono deposti e la regione venne assimilata dalla confederazione indiana, in Sikkim furono in pochi a dubitare che l’avversa sfortuna del regno fosse dovuta proprio all’abolizione del sacrificio. I Lepchas credono che la montagna sia stata creata da Dio e che loro compito sia venerarla e proteggerla. In caso contrario, la vetta incollerita manderebbe un mitico serpente, Payelbu, ad arrotolarsi ai piedi della montagna, bloccando le acque del fiume Talung che scorre nella regione, e provocando una serie infinita di calamità. La leggenda vuole che il ruolo di sacro guardiano del monte sia stato passato di generazione in generazione dai mitici antenati della comunità, che per primi si assunsero il compito di onorare la montagna. Ma con la morte dell’ultimo sacerdote questo antico lignaggio è giunto al termine. Oscuri restano i motivi che hanno spinto Samdup Taso a non nominare un successore.
Dall’India e dal Tibet
Metto in rilievo due notizie prese da Asianews.
La prima riguarda una fatwa contro la celebrazione dei compleanni emessa dal seminario musulmano che costituisce un punto di riferimento importante per i seguaci del Profeta in india, il Darul Uloom Deoband. Il centro di studio ha affermato nella fatwa che l’islam non permette tale pratica in quanto si tratta di “una tradizione dei Paesi occidentali”.
La seconda riporta le accuse del Dalai Lama per i rigidi controlli e il “genocidio culturale” attuati dalla Cina nei confronti del popolo tibetano.
Pellegrinando
Ieri si è concluso il pellegrinaggio maggiore della religione musulmana. Esso inizia l’ottavo giorno di zu-l-hìggia dodicesimo mese dell’anno lunare e termina il giorno tredici dello stesso mese. L’abito del pellegrino è costituito da due lunghe pezze di stoffa senza cuciture, pulita e bianca (a simboleggiare l’estinzione delle differenze di razza e condizione sociale). La pezza che si avvolge intorno ai fianchi, sotto il petto, si chiama izàr, l’altra, che si indossa sulla parte superiore del corpo si chiama rìda.Tutti sono vestiti uguali eliminando così distinzioni di classe e cultura: tutti si presentano uguali davanti a Dio. L’ Izàr e rìda sono per gli uomini mentre le donne portano un normale abbigliamento, possibilmente bianco, islamicamente corretto, vale a dire che le uniche parti esposte siano le mani e il viso. Il fedele si mette in stato di consacrazione ed esprime l’intenzione di effettuare l’hàgg. Il giorno otto il pellegrino deve essere a Mina (località a qualche chilometro dalla Mecca) prima del mezzogiorno. Dopo l’adorazione quotidiana dell’alba del giorno nove il pellegrino si mette in viaggio verso la pianura di ‘Arafa, dove giunge verso mezzogiorno. Nella pianura di ‘Arafa il fedele sosta in preghiera e in adorazione fino al tramonto. Al tramonto del sole il pellegrino lascia la pianura di ‘Arafa, dirigendosi verso una località chiamata Mùzdàlifah. Qui il pellegrino esegue l’adorazione quotidiana del tramonto e quella del calar delle tenebre. Dopo la preghiera dell’alba il pellegrino si reca, se è possibile, ad una montagna vicina, detta al-màsh’aru-l-haràm il sacro segnacolo, dove glorifica Allàh. Poi raccoglie sette sassolini, discende a Mina e procede alla “lapidazione di Satana” al pilastro detto giàmratu-l-‘aqabah, dicendo ad ogni lancio: Allàhu àkbar. Dopo la “lapidazione di Satana” il pellegrino esegue l’immolazione della vittima sacrificale, la cui carne sarà distribuita ai bisognosi. Eseguito il sacrificio il pellegrino si rade i capelli o ne taglia qualche ciocca mentre le donne accorciano i capelli della lunghezza della punta di un dito. A questo punto cessano le limitazioni dello stato di ihràm ad eccezione del rapporto coniugale. Il pellegrino smette l’izàr e il rìda e si mette l’abito normale. Successivamente il pellegrino si reca da Mina alla Mecca per eseguire la circumambulazione della nobile Kaaba. Eseguitala, il pellegrino sale a Safa ed esegue il sà’y. Con il compimento della sà’y all’uscita da Màrua, nel giorno dieci cessa anche la limitazione dei rapporti coniugale, la vita ritorna normale.
Nei tre giorni successivi, (undici, dodici e tredici, detti ayyàmu-t-tash/rìq) il pellegrino soggiorna a Mina, dove ogni giorno, nel pomeriggio, esegue la “lapidazione di Satana” ai tre pilastri, incominciando dal più piccolo e finendo con il più grande. Si può limitare la permanenza a Mina a due giorni e la partenza deve avvenire prima del tramonto. Prima di riprendere la via del ritorno il pellegrino passa alla Mecca dove compie la circumambulazione della Nobile Ka’ba per il commiato.
Corea del Nord e Tibet
Pubblico i link a due notizie che ho preso da Asianews. La prima riguarda la Corea del Nord, dove il regime ha giustiziato almeno cinque fra funzionari di governo e quadri del Partito comunista nella provincia di North Pyongan, a est del Paese lungo il confine con la Cina. Alle esecuzioni di massa si aggiunge anche il suicidio di un sesto funzionario, nel timore di venire ucciso come i colleghi nella purghe ordinate dalla dittatura. I cinque sono stati giustiziati con 60 proiettili “al poligono di tiro della caserma dell’esercito” della contea di Seoncheon. La seconda notizia arriva dal Tibet, dove le autorità cinesi moltiplicano le iniziative di indottrinamento dei religiosi tibetani. Sarà vietato a monaci e monache partecipare a qualsiasi “attività separatista” e ci saranno frequenti corsi obbligatori per insegnare come comportarsi. Ogni anno chi ha meglio obbedito a queste regole sarà proclamato “monastero modello”, con premi in denaro e attestati di benemerenza per i monaci. Sono anni che Pechino vuole imporre ai monaci tibetani la totale fedeltà al Pc, dopo avere constatato che i monasteri sono il fulcro della cultura tibetana e della fedeltà al Dalai Lama. Da mesi molti grandi monasteri, come quello di Kirti e altri nella contea di Aba (Sichuan), sono sottoposti a un’occupazione poliziesca di fatto con centinaia di monaci trasferiti per ignota destinazione, molti altri arrestati. La repressione è talmente feroce che negli ultimi mesi diversi monaci si sono dati fuoco in piazza quale gesto di protesta estrema.
La santità secondo Turoldo
Amo moltissimo Turoldo. Alla vigilia di Ognissanti posto un suo testo molto ricco sulla santità.
Penso che uno dei grandi errori, meglio, uno sbaglio con conseguenze gravi, coinvolgenti le ragioni ultime dell’esistere e dell’operare umano, sia quello di avere, da parte di tutto il mondo della cultura, ignorato e, se non peggio, rinnegato il tema della santità. Sbaglio che si affianca a un altro, commesso – e che si continua a commettere – a livello religioso. Compito dello Spirito – come è detto nella rivelazione cristiana -, è di condurci a tutta intera la verità. Di condurci sempre: un cammino quindi che è tuttora in atto. Come dire: la verità è più grande di noi. Non che quanto sappiamo e – soprattutto – crediamo non sia verità. È verità, ma non è tutta la verità. L’errore nasce quando precisamente spunta la presunzione che ci fa dire: ecco, questa è tutta la verità, e questa è la sua autentica ed esaustiva interpretazione. Come se Dio fosse proprietà di qualcuno e non il «Padre di tutti, che opera in tutti e che è sopra tutto e sopra tutti»: tanto, per andare subito a fondo della questione. Come se Dio si esaurisse nelle nostre formule e nei nostri sillogismi. E che invece Dio non sia sempre nuovo, da conoscere continuamente, in quanto fantasia del mondo sempre in atto: questo continuo rivelarsi dell’Essere a tutti gli esseri del creato. Nuovo, come nuova è la luce, come nuovo è il giorno che viviamo; infatti questo, di oggi, è un giorno mai vissuto da nessuno sulla terra. Dio, quale bene che si diffonde sull’intera creazione e si comunica ad ogni uomo. Per cui è detto che è «luce che illumina ogni uomo» che viene al mondo. Che illumina, ripeto, e cioè che illumina anche oggi, pure il bimbo che sta nascendo in questo momento nel più remoto angolo dell’universo.
Ora, nulla vi è a livello di più diretto e sostanziale rapporto di Dio con le sue creature che il renderci partecipi della sua santità. È per questo che la santità è ritenuta un mistero; se non sia da dirsi la somma di tutti i misteri: verità, su cui si dovrà sempre ritornare. È la ragione per cui la santità è patrimonio di tutti, come la vita, come l’amore; come la necessità di essere, appunto; e di essere in una precisa misura che è quella della pienezza di essere. Pena, diversamente, la delusione, o lo sconforto, se non anche la disperazione come ho già detto. È la ragione per cui tutti gli uomini cercano le stesse cose e hanno le stesse passioni; e tutti sono incontentabili e inquieti «fin quando il cuore (di tutti) non riposi in Lui». Che uno creda o non creda, ciò non fa differenza antropologica. Anche perché non è vero che uno non creda: crederà di non credere, questo sì, ma ciò è un’altra cosa! È vero invece che uno crede in un modo e uno in un altro. Il problema non è se Dio c’è o non c’è. Certe scritte sui muri (e sulla stampa) da parte di una facile propaganda religiosa fanno un po’ sorridere. Il problema non è Dio: il problema è in quale Dio credi. Questo sì che è un problema! Problema è dove si nasconde Dio, e perciò dove scoprirlo. Ma questo è un problema anche per chi crede, anche per i cristiani e per i cattolici. Anzi, posso dire che questo è il mio problema quotidiano.
Per tornare al valore della santità, se abbiamo inteso bene queste premesse, è chiaro che non solo non dobbiamo scandalizzarci nel constatare che la santità può essere patrimonio di qualsiasi religione, ma anzi, non c’è che da godere del fatto che giusti e santi sono esistiti e continueranno ad esistere presso tutti i popoli e in ogni tempo. E che perfino può esserci una santità dell’ateo: una santità «laica» per così dire (che poi è tutt’altro che laica: si veda in proposito il dramma di Camus nel libro La peste, e di altri; o, per altri aspetti, la passione di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov – in Alioscia, ad esempio, o anche in Ivan nel Grande Inquisitore; e prima nello Staretz Zosima; sia nell’Idiota, e altro).
Santi e giusti avrebbero potuto esistere perfino in Sodoma e Gomorra: tanto è vero che Abramo era invitato da Dio a cercarli anche in Sodoma e Gomorra: città che, non avevano niente a che fare con la fede di Abramo. Che, se fossero esistiti, anche solo dieci giusti, Dio non avrebbe distrutto quelle città. E se invece non ce n’erano nemmeno dieci la colpa non è da attribuire alla impossibilità che ci fossero, ma solo al fatto che non c’è stato forse chi avesse risposto convenientemente a questa fondamentale esigenza dell’Essere: cosa che può succedere. Perciò sono stati distrutti. Diversamente Dio, questo Dio della giustizia e della santità, sarebbe il più ingiusto e perverso Iddio che si possa immaginare.
In cammino verso la verità. Quale verità?
Pubblico un post piuttosto lungo e non proprio di leggera lettura preso da Asianews. E’ parte dell’intervento di stamane del papa ad Assisi. Ci sono molti spunti interessanti; resta la mia perplessità sul concetto di ateismo espresso dal papa, perplessità che ho già esplicitato in altre occasioni.
L’incontro di Assisi è una spinta al “cammino verso la verità”, facendosi “carico insieme
della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”. Lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso a conclusione della mattinata di interventi delle varie personalità religiose e non nella basilica di S. Maria degli Angeli, radunati per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo. Il pontefice ha sottolineato che nel mondo attuale la pace è messa a rischio da due tipi di violenza: quella che fa “uso della religione” e quella che deriva “dall’assenza di Dio”. Ma è importante sottolineare che accanto alle “realtà di religione e anti-religione” che portano violenza, vi sono anche coloro che “cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Essi sono importanti collaboratori del dialogo e della pace perché correggono le pretese dell’ateismo, teorico e pratico, e spingono “i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”. Nel suo magistrale discorso, Benedetto XVI valorizza in modo forte la novità di questo incontro di Assisi rispetto a quello di 25 anni fa. Allora, Giovanni Paolo II aveva invitato solo rappresentanti religiosi. Questa volta, il papa ha invitato anche rappresentanti non religiosi, ma profondi ricercatori della verità e attribuisce ad essi una funzione fondamentale.
Il pontefice ha fatto anzitutto un bilancio dell’incontro di Assisi del 1986. “Allora – ricorda il papa – la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. La causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace”. Ma “a che punto è oggi la causa della pace?”, si domanda Benedetto XVI. Il mondo – egli risponde – è ancora “pieno di discordia”, non solo per la presenza di guerre qua e là nel pianeta, ma anche perché “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.
Il pontefice si diffonde poi nell’indicare due tipi di violenza. Il primo è “il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”. Il papa sottolinea che “sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. L’incontro di Assisi del 1986 voleva proprio esprimere il messaggio che la vera religione è un contributo alla pace e che ogni altro uso è un “travisamento e contribuisce alla sua distruzione”. Per questo, continua il papa, è importante un dialogo interreligioso per ricercare “una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte”. Tale “compito fondamentale” serve a “contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi”.
Il secondo tipo di violenza “è la conseguenza dell’assenza di Dio”, che porta con sé la “perdita di umanità” . “Il ‘no’ a Dio – ha spiegato – ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso”.
Proprio davanti a questo quadro di violenze derivate dallo stravolgimento della religione e dall’assenza di Dio, Benedetto XVI mette in luce un fattore importante: “nel mondo in espansione dell’agnosticismo” vi sono “persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio… Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace’”. Esse – dice il papa – “pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”. Questi cercatori della verità spingono le religioni a purificarsi: “Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo – ha concluso – ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.
Religioni a servizio della pace
A 25 anni da un evento storico pubblico questo articolo di Andrea Riccardi.
Assisi, 27 ottobre 1986: Giovanni Paolo II si reca nella città di san Francesco con i leader cristiani e delle religioni mondiali per pregare per la pace. È tempo di Guerra fredda. Vari conflitti locali sono aperti. Con un gesto ricco di simbolismo il Papa chiede alle religioni di farsi carico della pace, pregandole une accanto alle altre, mai più le une contro le altre. L’avvenimento stupisce il mondo. Ma c’è chi lo considera come svendita della verità, mettendo la Chiesa sullo stesso piano delle religioni. È una giornata storica. Esprime la visione di papa Wojtyla: la Chiesa cattolica (la cui missione è comunicare il Vangelo) è al servizio della convivenza, valorizzando il messaggio di pace che è nel cuore di ogni religione. Nasce l’espressione “Spirito di Assisi”. Il mondo francescano la diffonde. La Comunità di Sant’Egidio, anno dopo anno, raduna i leader religiosi per continuare il cammino di dialogo in tante parti del mondo.
Giovanni Paolo II, nel 1993, di fronte alla crisi jugoslava, ritorna ad Assisi con alcuni leader religiosi per la pace. Alla vigilia del 2000, vuole incontrare a Roma i rappresentanti delle religioni. 24 gennaio 2002: dopo l’11 settembre 2001, con l’attentato terroristico agli Stati Uniti, Giovanni Paolo II sente il rischio di un conflitto di religione. Ha parole accorate sul terrorismo. Convoca ad Assisi le religioni per impegnarle per la pace e contro il terrorismo. Il Papa, fin dal 1986, aveva intuito come le religioni siano una forza di pace, ma possano anche benedire la violenza. Dal 2001, invece, il dialogo è spesso sotto accusa come debolezza di fronte ai fondamentalismi. I dieci anni trascorsi si sviluppano all’insegna della cultura del conflitto, che cresce – pur in diversa misura – in vari mondi politici e religiosi.
27 ottobre 2011: a venticinque anni dal 1986, Benedetto XVI si fa pellegrino di pace e verità con i leader religiosi. Lo scopo è – dice il Papa – «rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace». Oggi, la pace non significa solamente, come nel 1986, fine della minaccia atomica, ma è una sfida diffusa e profonda. È risposta a una cultura conflittuale. Questa sta permeando la società con la diffusione di comportamenti violenti e antagonistici, con l’allargamento delle reti criminali attraverso veri eserciti della violenza, con la crescita dell’odio. Le religioni sono l’unica realtà che, cambiando il cuore dell’uomo e della donna, può condurli su una via di pace. Credo che, in questo 27 ottobre 2011, i leader religiosi non siano stati soli ad Assisi: li ha circondati una corale invocazione per la fine delle guerre e per una pace vera, che è dono di Dio e costruzione degli uomini. Perché la preghiera per la pace, dal 1986, ha conquistato tanti cuori. Non è poco. Anzi è speranza che i nostri Paesi e il mondo divengano società del vivere insieme in pace.
Dipavali: auguri!
Oggi è Dipavali. In India la “Festa delle lampade”, si celebra negli ultimi due giorni della luna nera del mese di kartik e dura cinque giorni che cadono fra Ottobre e Novembre, è una delle festività indù più importanti. In passato era una festa della fertilità dedicata al fuoco, con lunghe processioni verso i campi durante la raccolta. Durante la festa, ogni lampada viene accesa in onore della venuta di Laksmi sulla terra, per favorire il suo cammino e rendere ogni casa accessibile a questa forma del Divino adorata come apportatrice di abbondanza e prosperità. Il primo giorno è dedicato alle dee Lakshmi e Parvati. Il secondo alla riconciliazione fra Shiva e Parvati. Il terzo (di luna piena) ricorda la vittoria di Visnu sul demone Bali ed è dedicato a Lakshmi o Kali. Il quarto giorno è la vera e propria Dipavali, e ovunque si espongono lampade di terracotta a ricordo dell’incoronazione di Rama dopo l’esilio. Il quinto giorno, chiamato Yama-dvitiya, è dedicato a Yama, la Divinità che presiede la Morte. Nell’India del Sud, alle quattro del mattino, dopo il brahmamuhurta, dopo essersi lavati, ci si cosparge il corpo di olio e aromi profumati e si indossano abiti nuovi. Ove possibile ci si bagna nelle acque di un fiume ad ulteriore purificazione. Molti colgono questa occasione per scambiarsi come dono degli abiti, è d’uso che i possidenti facciano dono di abiti ai propri collaboratori. Nel Nord, i commercianti aprono i nuovi libri contabili. In questo periodo i templi sono completamente adornati di lumi e sono uno spettacolo veramente stupendo.
Festa delle capanne
Domani è il settimo giorno della festa di Sûkkôt, il più solenne. È indicato con il nome di Hôsha‘nā’ rabbā’h, che è un canto tratto dal Sal 118,25. Per invocare da Dio le piogge per tutto l’anno, si fanno sette giri (haqqā’fôth) intorno alla sinagoga con frasche di salici e vestiti di bianco. Nel video il centro culturale Naar israel chabad lubavich inaugura la sukkah, la capanna per ricordare che gli ebrei vissero per 40 anni nel deserto prima di arrivare alla terra promessa. Victor Bendaud spiega storia e teologia della festa di sukkot che è una delle tre feste comandate direttamente da Dio agli Israeliti per bocca di Mosé.
Un servizio su Yom Kippur
Egitto copto
Prendo da Peacereporter
Scontri al Cairo, almeno 25 le vittime. Intervista di Christian Elia a Giorgio Del Zanna, autore di I Cristiani e il Medio Oriente
L’ultimo bilancio degli scontri scoppiati ieri in Egitto, tra forze dell’ordine e dimostranti della minoranza copta, sarebbe di almeno trentasei morti, secondo fonti copte, mentre le autorità confermano ventiquattro vittime. Almeno duecento i feriti, più di quaranta gli arresti. Il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, ha convocato oggi una riunione di emergenza del governo. La protesta è degenerata, dopo che i cristiani copti, che in Egitto rappresentano più o meno il dieci per cento della popolazione, sono scesi in piazza per chiedere giustizia per l’incendio di una chiesa cristiana ad Assuan. La protesta dei copti al Cairo era stata annunciata nei giorni scorsi e doveva radunare decine di migliaia di fedeli in piazza Tahrir per manifestare anche contro il capo del Consiglio Supremo della Difesa, maresciallo Hussein Tantawi, accusato di non essersi impegnato per far rispettare i diritti dei cristiani egiziani da parte della maggioranza musulmana. La comunità cristiana è furiosa anche perché, a loro dire, in vista delle elezioni legislavive fissate per il 28 novembre prossimo, la giunta militare al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Mubarak, l’11 febbraio scorso, non avrebbe garantito ad altre forze il tempo necessario per organizzarsi. L’unica forza pronta sarebbe quella dei Fratelli Musulmani. L’imam della moschea di al-Azhar al Cairo, luogo chiave della fede islamica nel mondo, ha invitato oggi i leader cristiani per fermare questa spirale di violenza, ma la situazione è rovente.
”Come sempre, va detto, la situazione non è di facilissima comprensione. A noi giungono alcune notizie, ma il quadro complessivo non è semplice. L’Egitto, in questo momento, attraversa una fase di transizione molto complicata, in prossimità delle elezioni. In questo scenario molto fluido agiscono gruppi che tentano di accreditarsi, per influenzare la società egiziana e spingerla in una direzione piuttosto che verso un’altra”, commenta a Peacereporter Giorgio Del Zanna, ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, autore del libro I Cristiani e il Medio Oriente, pubblicato dal Mulino. ”Il dato molto interessante emerso in questi mesi, a mio parere, è quello che ha visto i copti – soprattutto nei più giovani – particolarmente attivi e partecipi nel movimento di protesta che ha portato alla caduta del regime di Mubarak”, spiega Del Zanna. ”E’ importante che i copti, soprattutto le giovani generazioni, sentano di voler essere protagonisti in un passaggio di tipo democratico del’Egitto, società della quale i copti sono elemento imprescindibile nella definizione del futuro del Paese. Così come lo sono stati sempre nei passaggi chiave della storia dell’Egitto. Allo stesso tempo queste violenze, negli ultimi anni, si sono ripetute e vanno fermate, anche con una pressione internazionale, essendo un elemento chiave dell’equilibrio regionale”.
Quella egiziana non è l’unica comunità cristiana in fermento. I cristiani in Siria, ad esempio, vivono con paura un eventuale cambio di scenario politico a Damasco, al punto da schierarsi con i regimi come ha fatto lo stesso Shenuda III, papa della Chiesa ortodossa copta nelle prime ore della rivolta anti Mubarak. ”La comunità cristiana nel Nord Africa e in Medio Oriente ha un sentire particolare. Si percepisce che un equilibrio durato decenni possa finire, aprendo la strada a scenari in qualche modo peggiori della situazione precedente”, risponde Del Zanna. ”Lo scenario iracheno, in questo senso, ha fatto effetto. La caduta del regime di Saddam ha determinato un deterioramento della vita dei cristiani in Iraq e un massiccio esodo e oggi quella comunità è più che dimezzata. Ovvio che in Iraq l’intervento militare occidentale non ha aiutato, innescando una spirale di violenze. Ma lo scenario post-regimi, come nell’eventualità di un cambio al vertice della Siria, ad esempio, crea ansie e incertezze. E’ necessario, credo, lavorare molto a rafforzare i rapporti e le relazioni tra cristiani e musulmani, nei territori di origine, proteggendo e sostenendo il tessuto del dialogo tra queste comunità che esiste da sempre. Per costruire un clima di fiducia, perché in Siria come in Egitto il problema, adesso, è la sfiducia reciproca. Bisogna lavorare a sostenere equilibri che non siano più garantiti da un regime, per rimuovere quella situazione negativa per la quale una minoranza finisce per sentirsi maggiormente tutelata in una situazione illiberale”.
Vigilia di Yom Kippur
Oggi è la vigilia di Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, ed è la festività più sacra e importante del calendario ebraico. E’ un giorno di digiuno e preghiera, celebrato il 10 di Tishrei, 10 giorni dopo Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico. Yom Kippur segna la fine dei “Dieci giorni dell’Espiazione”, e concede agli ebrei l’ultima opportunità di ottenere il perdono e l’assoluzione dai propri peccati per l’anno appena giunto al termine. Per meritare il perdono, la giornata è dedicata all’espiazione spirituale, e al proposito di iniziare l’anno nuovo con una coscienza limpida, consapevoli che Dio perdona chiunque sia veramente rammaricato dei propri peccati. L’idea della purificazione si esprime nel digiuno, che gli ebrei osservanti praticano dalla sera della festività fino alla sera successiva. A differenza delle altre festività ebraiche, Yom Kippur viene rispettata sempre, anche quando cade durante lo Shabbat, ed è l’unica giornata durante la quale sono previste cinque preghiere rituali. Anche se gran parte degli ebrei di Israele non sono religiosi, Yom Kippur è e rimane una giornata speciale, che mantiene il suo singolare carattere, e molti ebrei che si dicono laici e non visitano mai una sinagoga in tutto l’anno, in questo giorno speciale si recano alle preghiere rituali e, completamente o parzialmente, osservano il digiuno.
Consuetudini
- Digiuno: la Torah stabilisce che in questo giorno gli ebrei devono essere “afflitti nell’anima”, osservando un digiuno totale, astenendosi da cibo e bevande, e rispettando altre proibizioni verso ogni piacere fisico, evitando di indossare scarpe in pelle o di lavare qualsiasi parte del corpo, denti compresi. Il digiuno, che perdura dal tramonto della vigilia fino al sorgere delle stelle della sera successiva, non è inteso solo come disagio, ma come un distacco dal coinvolgimento fisico che consenta una maggiore concentrazione nella preghiera e nell’introspezione richieste in questo giorno.
- Kaparot: espiazione rituale, praticata secondo la consuetudine nel giorno di Yom Kippur. Un pollo vivo viene fatto roteare in cerchio attorno alla testa di una persona, con la credenza che i peccati vengano trasferiti al pollo, successivamente macellato. E’ d’uso offrire in dono ai poveri il pollo, o i soldi ricavati dalla vendita.
- Selichot: richiesta di perdono che si aggiunge alle preghiere dei giorni precedenti Yom Kippur, e del giorno stesso, e che consiste nel chiedere perdono a chiunque si ritenga di avere in qualche modo offeso poiché, secondo la fede ebraica, osservare Yom Kippur consente di espiare i peccati verso Dio, ma non verso altri uomini, ai quali è d’obbligo chiedere perdono individualmente.
- La cena prima del digiuno: alla vigilia di Yom Kippur il precetto religioso richiede che la cena festiva termini al tramonto, e che il periodo di digiuno abbia inizio immediatamente dopo.
- Preghiera: gli ebrei religiosi trascorrono tutta la giornata di Yom Kippur in sinagoga, dedicandosi alla preghiera, che include un generale riconoscimento dei propri peccati, enumerandoli silenziosamente. Una delle più importanti preghiere è Kol Nidrei, declamata dopo le parole di apertura della prima preghiera, che cancella ogni promessa e giuramento. E’ d’uso recarsi in sinagoga vestiti a festa, o vestiti di bianco, simbolo di purezza.
- Il suono dello shofar: al termine di Yom Kippur, il suono dello shofar, il corno di montone, chiude il periodo di preghiera e digiuno.
Informazioni importanti
Durante Yom Kippur sulle strade non c’è traffico, e molte famiglie passeggiano lungo le vie cittadine. Anche a Tel Aviv, una città dal carattere chiaramente laico, dove difficilmente l’attività si ferma e dove le strade sono sempre intasate, gli automobilisti rispettano la festività ed evitano di guidare. I bambini d’ogni età, d’altra parte, ne traggono vantaggio percorrendo le strade in bicicletta, roller e skateboard. Le aziende restano chiuse, comprese quelle che generalmente non osservano lo Shabbat, radio e televisione trasmettono solo i programmi delle emittenti straniere, poiché radio e tv israeliane sospendono l’attività. Se visitate Israele in questo periodo, potete trarre vantaggio da Yom Kippur passeggiando per la strada, e visitando una sinagoga per osservare i fedeli riuniti in preghiera o per partecipare voi stessi a questa esperienza. In ogni caso, tenete conto che nelle città ebraiche tutto si ferma, tutto chiude, non vi sono trasporti pubblici né taxi, offrendo un’atmosfera del tutto diversa dal solito.
Vijayadasami
Oggi nell’induismo si festeggia il decimo giorno del Navaratri, detto Vijayadasami. Prendo dalla rete: Vijaya significa “vittoria”, ossia la vittoria sulle tendenze mentali, la trasformazione interiore che porta al progresso spirituale e che consente di far emergere le qualità più nobili. “I tre giorni della durga-puja vera e propria si concludono con il visarjana dell’immagine, ogni volta appositamente costruita, della Dea, che viene immersa e abbandonata nelle acque di un fiume; nel decimo giorno, che costituisce il momento culminante dell’intera celebrazione, vengono erette colossali effigi dei tre demoni del Ramayana: Ravana, Meghanada e Kumbhakarna e la festa si conclude quando tali effigi, opportunamente imbottite di materiale infiammabile ed esplosivo, sono colpite dalla freccia scoccata da Rama, che le incendia e riduce in cenere.”
Festa del Dashain
Prendo da Asianews
Kathmandu (AsiaNews) – Gli animalisti nepalesi condannano il sacrificio di migliaia di animali in occasione della festa indù del Dashain. In questi giorni l’Animal Welfare Network Nepal, ha accusato le autorità indù di mal interpretare il significato della festa, invitandole a sostituire buoi, capre, pecore e uccelli con zucche e ortaggi. Il Dashain è la più importante festa del calendario indù nepalese e commemora la grande vittoria degli dei sui demoni malvagi nella battaglia detta di Ramayan, vinta dal signore Ram grazie all’intervento della dea Durga. Essa viene spesso raffigurata mentre uccide il terribile demone Mahisasur, che terrorizzava la terra sotto le spoglie di un bufalo. Secondo la tradizione, durante i 15 giorni del Dashain ogni tempio sacrifica centinaia di animali per rendere omaggio alla dea, ma anche per evitarne l’ira distruttiva. Il sangue di bufali, buoi, pecore, capre, uccelli viene fatto colare lungo le scalinate degli edifici religiosi. I sacrifici durano per tutto il periodo della festa, tanto da trasformare il selciato intorno ai templi in enormi pozze di sangue.
Gli attivisti hanno criticato anche l’inutile spreco di soldi pubblici a sostegno della manifestazione. Secondo i media il principale tempio della capitale ha ucciso più di duecento animali in soli due giorni. Il tutto a spese dello Stato. Per rispondere alle critiche degli animalisti e scoraggiare il macabro rito, il governo ha dimezzato i fondi destinati ai sacrifici, riducendo il budget dei templi da 15mila a 8mila euro. Narayankaji Shrestha, vice Primo ministro e portavoce del governo sottolinea che la manovra fa parte delle misure di austerità varate per combattere la crisi economica. “Stiamo tentando di trasformare il Nepal in uno Stato laico – afferma – in futuro non sosterremo più questo tipo di cerimonie”.
Tuttavia in molti accusano il governo maoista, da sempre sostenitore della laicità dello Stato, di favorire la religione indù rispetto alle altre fedi religiose. Un esempio è la discussa legge anti-conversione, a tutt’oggi sotto esame. Essa prevede il carcere e multe per chi fa proselitismo, vieta le cerimonie pubbliche di religione diverse dall’induismo e limita la costruzione degli edifici religiosi. Ieri, il presidente, il vice-presidente e il Primo ministro maoista Bhattarai si sono recati al tempio di Fulpati (Kathmandu) per assistere alla grande cerimonia del settimo giorno del Dashain.
Buon anno ebraico
Oggi, si festeggia Rosh Hashana, il Capodanno ebraico, anno 5772. La festa dura due giorni, sia in Israele che in diaspora, durante i quali bisogna astenersi da ogni attività che non sia legata alla sfera religiosa. La celebrazione è contraddistinta dal suono dello shofar, il corno di montone. Il significato di questa usanza è quello di risvegliare il popolo ebraico dal torpore e ricordargli che si sta avvicinando il giorno in cui sarà giudicato da Dio. La ricorrenza, che cade il primo del mese di Tishrì, commemora sia la creazione del mondo, sia il giorno in cui viene emesso il giudizio su ogni creatura. Si pensa che essa rappresenti per Dio il momento opportuno per ricordarsi delle azioni degli uomini, per questo non sorprende che la festa sia preceduta e ancor più seguita da giorni improntati a un tono fortemente penitenziale. Per questo Rosh Hashana viene chiamato anche il ‘Giorno del giudizio’ (Yom ha-Din). La decisione, però, verrà presa da Dio solo a Yom Kippur (giorno dell’espiazione) che cade dopo appena dieci giorni, durante i quali ogni ebreo dovrà compiere un’analisi del proprio anno ed individuare tutti i peccati compiuti nei confronti dei precetti ebraici e i torti fatti verso i propri conoscenti. I riti culminanti di Rosh ha-Shanah avvengono in sinagoga, in cui ci si trattiene per varie ore in entrambi i giorni della festa. Nei giorni precedenti vengono recitate le ‘Selichot’ (preghiere penitenziali), in momenti diversi a seconda delle usanze nelle varie comunità (dai 30 ai 10 giorni prima della festività). Nel pomeriggio che precede l’inizio di Rosh Ashanà si usa anche fare il ‘Tashlich’, il lancio di oggetti su uno specchio d’acqua (anche una fontana) per liberarsi di ogni residuo di peccato. La cena della prima sera di Rosh ha-Shanah è detta Seder di Rosh ha-Shanah: durante questa cena, assieme alla recitazione di piccole formule di preghiera, si usa consumare sia qualcosa di dolce (tipica la mela intinta nel miele), sia cibi che diano l’idea di molteplicità, come il melograno, per augurarsi un anno dolce e prospero. Tra i vari piatti che si servono durante questa cena, differenti nelle varie tradizioni, è una costante la presenza di qualche parte di animale che faccia parte della testa, a simboleggiare il capo dell’anno. Solitamente viene portata in tavola anche una forma di pane (challa) tonda, a simboleggiare la circolarità dell’anno. Nel pasto della seconda sera, vengono servite più varietà possibili di frutta, perché vengano incluse nella benedizione di shehekheyanu (la benedizione che si recita la prima volta che si assaggia qualcosa nell’anno).








