Pubblicato in: Filosofia e teologia, Religioni

La santità secondo Turoldo


Amo moltissimo Turoldo. Alla vigilia di Ognissanti posto un suo testo molto ricco sulla santità.

4974244288_21eafc906f_b.jpgPenso che uno dei grandi errori, meglio, uno sbaglio con conseguenze gravi, coinvolgenti le ragioni ultime dell’esistere e dell’operare umano, sia quello di avere, da parte di tutto il mondo della cultura, ignorato e, se non peggio, rinnegato il tema della santità. Sbaglio che si affianca a un altro, commesso – e che si continua a commettere – a livello religioso. Compito dello Spirito – come è detto nella rivelazione cristiana -, è di condurci a tutta intera la verità. Di condurci sempre: un cammino quindi che è tuttora in atto. Come dire: la verità è più grande di noi. Non che quanto sappiamo e – soprattutto – crediamo non sia verità. È verità, ma non è tutta la verità. L’errore nasce quando precisamente spunta la presunzione che ci fa dire: ecco, questa è tutta la verità, e questa è la sua autentica ed esaustiva interpretazione. Come se Dio fosse proprietà di qualcuno e non il «Padre di tutti, che opera in tutti e che è sopra tutto e sopra tutti»: tanto, per andare subito a fondo della questione. Come se Dio si esaurisse nelle nostre formule e nei nostri sillogismi. E che invece Dio non sia sempre nuovo, da conoscere continuamente, in quanto fantasia del mondo sempre in atto: questo continuo rivelarsi dell’Essere a tutti gli esseri del creato. Nuovo, come nuova è la luce, come nuovo è il giorno che viviamo; infatti questo, di oggi, è un giorno mai vissuto da nessuno sulla terra. Dio, quale bene che si diffonde sull’intera creazione e si comunica ad ogni uomo. Per cui è detto che è «luce che illumina ogni uomo» che viene al mondo. Che illumina, ripeto, e cioè che illumina anche oggi, pure il bimbo che sta nascendo in questo momento nel più remoto angolo dell’universo.

Ora, nulla vi è a livello di più diretto e sostanziale rapporto di Dio con le sue creature che il renderci partecipi della sua santità. È per questo che la santità è ritenuta un mistero; se non sia da dirsi la somma di tutti i misteri: verità, su cui si dovrà sempre ritornare. È la ragione per cui la santità è patrimonio di tutti, come la vita, come l’amore; come la necessità di essere, appunto; e di essere in una precisa misura che è quella della pienezza di essere. Pena, diversamente, la delusione, o lo sconforto, se non anche la disperazione come ho già detto. È la ragione per cui tutti gli uomini cercano le stesse cose e hanno le stesse passioni; e tutti sono incontentabili e inquieti «fin quando il cuore (di tutti) non riposi in Lui». Che uno creda o non creda, ciò non fa differenza antropologica. Anche perché non è vero che uno non creda: crederà di non credere, questo sì, ma ciò è un’altra cosa! È vero invece che uno crede in un modo e uno in un altro. Il problema non è se Dio c’è o non c’è. Certe scritte sui muri (e sulla stampa) da parte di una facile propaganda religiosa fanno un po’ sorridere. Il problema non è Dio: il problema è in quale Dio credi. Questo sì che è un problema! Problema è dove si nasconde Dio, e perciò dove scoprirlo. Ma questo è un problema anche per chi crede, anche per i cristiani e per i cattolici. Anzi, posso dire che questo è il mio problema quotidiano.

Per tornare al valore della santità, se abbiamo inteso bene queste premesse, è chiaro che non solo non dobbiamo scandalizzarci nel constatare che la santità può essere patrimonio di qualsiasi religione, ma anzi, non c’è che da godere del fatto che giusti e santi sono esistiti e continueranno ad esistere presso tutti i popoli e in ogni tempo. E che perfino può esserci una santità dell’ateo: una santità «laica» per così dire (che poi è tutt’altro che laica: si veda in proposito il dramma di Camus nel libro La peste, e di altri; o, per altri aspetti, la passione di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov – in Alioscia, ad esempio, o anche in Ivan nel Grande Inquisitore; e prima nello Staretz Zosima; sia nell’Idiota, e altro).

Santi e giusti avrebbero potuto esistere perfino in Sodoma e Gomorra: tanto è vero che Abramo era invitato da Dio a cercarli anche in Sodoma e Gomorra: città che, non avevano niente a che fare con la fede di Abramo. Che, se fossero esistiti, anche solo dieci giusti, Dio non avrebbe distrutto quelle città. E se invece non ce n’erano nemmeno dieci la colpa non è da attribuire alla impossibilità che ci fossero, ma solo al fatto che non c’è stato forse chi avesse risposto convenientemente a questa fondamentale esigenza dell’Essere: cosa che può succedere. Perciò sono stati distrutti. Diversamente Dio, questo Dio della giustizia e della santità, sarebbe il più ingiusto e perverso Iddio che si possa immaginare.

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