Un’informazione dalle salde fondamenta

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Ho avuto un buco di 5 minuti e ho approfittato per sfogliare la rivista Sette. Mi sono imbattuto in un pezzo molto interessante di Roberto Cotroneo. La riflessione era sul nuovo modo di fare informazione oggi: “… Peccato che nessuno sa più cosa sia l’informazione sul web, e spesso gli editori e i giornalisti, che vivono un cambio di era geologica, fanno quello che sanno e quel che possono: adattano, mettono i giornali in pdf, cercano un po’ di interattività, provano a cucire il vestito dell’informazione dentro il web per dimostrare di essere moderni”. E’ un po’ la stessa cosa che ho notato un anno fa quando dovevo adottare un nuovo libro di testo a scuola: ne ho trovato solo uno veramente innovativo, tutti gli altri erano pure edizioni a schermo di quelle cartacee. Continua poi Cotroneo sull’importanza della cultura umanistica: “Il problema del web, e dell’informazione sul web, non è nell’innovazione, quella è facile: è nelle humanities. Solo che stiamo facendo morire gli studi umanistici nelle università italiane. Con danni veri. Un buon ingegnere deve imparare il greco, e un buon manager dovrebbe prima studiare san Tommaso e Aristotele, e solo dopo organizzazione aziendale. E’ finito un tempo e nessuno sa come farne iniziare uno nuovo: chi ha studi di humanities non ha potere, e chi ha potere snobba filosofia e letteratura, lingue antiche e arte. Il risultato è che abbiamo cattivo marketing, cattiva gestione manageriale e futuri tecnologici già vecchi prima di realizzarli. Tutti abbiamo bisogno di fondamenta per le nostre case. Ma senza un progetto, senza Le Corbusier che prendeva dalla sua storia, dalla sua vita, linee e idee per nuovi edifici, le fondamenta sono solo piloni di cemento armato inguardabili e inutili”.

Cartacce in rete

E’ un po’ di tempo che rifletto sulla questione della maleducazione e dell’aggressività su internet, social, forum… Oggi ho letto questo breve pezzo del direttore di Internazionale Giovanni De Mauro.

educazione, comunicazione, facebook, internet, relazioni“Per uno studio pubblicato sul Journal of Computer-Mediated Communication, cinque professori di scienze della comunicazione dell’università del Winsconsin hanno fatto leggere a 1.183 persone un finto articolo online sui potenziali rischi e vantaggi di una tecnologia chiamata nanosilver. Poi gli hanno fatto leggere i commenti di finti lettori. Metà dei partecipanti ha letto dei commenti che, anche quando erano molto critici, erano comunque espressi in modo civile e pacato; l’altra metà ha letto dei commenti che avevano toni aggressivi e offensivi. Il risultato è che i commenti incivili “non solo hanno diviso i lettori, ma spesso hanno cambiato la loro interpretazione del contenuto dell’articolo”. Un attacco personale all’autore dell’articolo, per esempio, è sufficiente a far pensare che la nuova tecnologia sia più pericolosa di quanto sembri a prima vista. Evidentemente non siamo ancora consapevoli del potere che abbiamo nel condizionare – migliorandolo o peggiorandolo – lo spazio pubblico in cui ci troviamo quando siamo online. È come buttare le cartacce in un giardino pubblico: non è solo una questione di civiltà o di buona educazione. Non lo facciamo perché altrimenti renderemmo quel posto più brutto per gli altri e soprattutto per noi stessi.”

Un cinguettio non poi così forte

Un’intervista molto interessante condotta da Alessandro Zaccuri a Khaled Fouad Allam per Avvenire. Davvero il peso di internet nella primavera araba è stato così decisivo? Quale strada sta prendendo il processo democratico in Tunisia? Soprattutto, è vero processo democratico?

Twitter-revolution1.jpg“Dimenticatevi di Eminem. E anche di Jim Morrison, già che si siete. I giovani tunisini amano il rap, certo, ma nella sua versione araba questo genere musicale non esprime affatto la rabbia generazionale caratteristica del modello americano. Perfino il raī, frettolosamente salutato come versione mediterranea del rock politico, si colloca in realtà in una prospettiva prevalentemente locale e, di fatto, tradizionalista. Insomma, avere vent’anni a Parigi e a New York non è affatto uguale ad Avere vent’anni a Tunisi e al Cairo, come avverte fin dal titolo il nuovo saggio del sociologo Khaled Fouad Allam (Marsilio, pagine 208, euro 18). Libro documentatissimo e sorprendente, che colpisce per la lettura innovativa alla quale viene sottoposto il fenomeno delle cosiddette “Primavere arabe”. «Lo so, molto è stato scritto e pubblicato sull’argomento – ammette l’autore –, ma nel complesso si è trattato di analisi deludenti, che si limitavano ad amplificare il contenuto dei notiziari. Come se, per fare un esempio, la rivolta di piazza Tahrir nascesse lì, in quel momento. Per capire bisogna invece tornare indietro nel tempo, fino alla metà dell’Ottocento».

Bè, qualcosa si impara anche se ci si ferma agli anni Sessanta del secolo scorso, no?

«Si tratta di uno snodo decisivo. In quell’epoca i giovani dell’Occidente trovano una dimensione universale, coniando il linguaggio di una ribellione che riesce a infrangere i confini nazionali. Più ancora del Sessantotto francese, è la guerra in Vietnam a dare slancio a questa controcultura il cui eco (parlo per esperienza personale) arriva fin nelle università algerine dell’epoca».

Con quali risultati?

«Molto modesti, perché noi giovani arabi, allora, avevamo un’altra guerra a cui pensare, quella israelo-palestinese. A confronto del Vietnam, ci sembrava un conflitto minore, su scala regionale, forse addirittura etnico. Incapace, come si è dimostrato in seguito, di suscitare una controcultura degna di questo nome. Il fenomeno si sta ripetendo oggi: i ragazzi che si sono ribellati in Tunisia, in Egitto e altrove vivono in una condizione di solitudine, hanno l’impressione di non essere capiti dall’altra parte del Mediterraneo, figuriamoci se possono sperare di far arrivare la loro voce al di là dell’Atlantico».

L’opinione pubblica internazionale è davvero così distratta?

«Lo è senza dubbio quella italiana. Trovo molto grave l’insensibilità che circonda i giovani arabi che già vivono in questo Paese e che, presto o tardi, chiederanno cittadinanza. Non ci si può accontentare di un dialogo impostato solo su basi teoriche, occorre spostarsi sul piano delle scelte sociali e culturali per portare alla luce un disagio che, ora come ora, è invisibile, nascosto. A incontrarli per strada, i maghrebini sembrano uguali agli altri ragazzi: indossano i jeans, amano i videogiochi. Non viene mai considerato, purtroppo, il differenziale storico che incombe su di loro».

Eppure per le Primavere è stato fondamentale l’apporto di Internet…

«Solo se ci atteniamo alla versione corrente, che non condivido affatto. In questa fase il web non produce pensiero, si colloca nella dimensione temporale dell’immediatezza e della dilatazione, alla quale è estranea qualsiasi possibilità di sedimentazione e approfondimento. È anche per questo che nei Paesi arabi la rivolta non riesce a generare nuovi leader. Non escludo che, da qui a qualche decennio, anche la Rete sviluppi una sua profondità culturale, ma in questo frangente mi pare che la comunicazione digitale, con la sua vicinanza illusoria, continui a sancire una distanza incolmabile. Quel che manca è una riflessione sul tempo, anzi su quel “tempo nel tempo” che è il vero luogo della crescita personale».

Come mai nel libro lei torna così spesso sulla questione femminile nel mondo arabo?

«Dal mio punto di vista è il problema centrale, il crocevia di tutte le differenze che rischiano altrimenti di essere sacrificate a un’applicazione soltanto formale del concetto di democrazia. Ho voluto che, in appendice al saggio, figurasse la prima traduzione in lingua occidentale della bozza di Costituzione dello Stato del Califfato elaborata dai salafiti tunisini. Un documento impressionante che, sotto la parvenza esteriore di una Carta simile a quelle occidentali, non fa altro che sottolineare per pagine e pagine lo stesso concetto: la democrazia araba è qualcosa che si applica esclusivamente agli arabi, purché islamici e maschi. Già adesso in Egitto una donna non può accedere alla magistratura, perché altrimenti si troverebbe a emettere sentenze su imputati uomini. In quanto lingua della rivelazione, poi, l’arabo può essere insegnato solo dai musulmani».

Che pericolo vede in tutto questo?

«Nei mesi scorsi abbiamo assistito a un primo cortocircuito, per cui alle Primavere arabe ha fatto seguito l’affermazione elettorale dei fondamentalisti. Il passaggio ulteriore potrebbe consistere nella crescita esponenziale di gruppi ultraradicali, prigionieri di un passato mitico, che esiste unicamente nella loro fantasia. Il grande Islam medievale è stato tutt’altro: una stagione in cui il rispetto delle differenze e delle minoranze ha portato al costituirsi di un pensiero filosofico libero e originale».”

Buio di luce

Io purtroppo non ci sarò perché quella sera gioco (tra l’altro proprio nello stesso paese…), ma per chi vuole conoscere la storia di Max Tresoldi, l’occasione di venerdì 1 febbraio, alle 20.45 al teatro Mons. Lavaroni di Artegna, è da segnare sul calendario. Chi è?

“Lo schianto in autostrada. Il mondo che va in frantumi e la vita che sembra arrestarsi. È il Ferragosto del 1991 quando Massimiliano Tresoldi, 20 anni, entra in «stato vegetativo». Un grande sonno da cui – dicono i medici – non si sveglierà mai più. Inizia un’odissea tragica da un ospedale all’altro che coinvolge la sua famiglia, mentre Max vegeta del tutto ignaro della vita attorno a lui. O così sembrerebbe, perché dopo dieci anni il ragazzo, diventato uomo, si risveglia. E da quel giorno racconta: «Io sono sempre stato qui, vi ascoltavo e vedevo tutto». Nella testimonianza di sua madre Lucrezia c’è tutto il pathos di un caso quasi unico al mondo, non solo per l’incredibile risveglio, ma per la straordinaria «terapia» che lo ha reso possibile: l’amore. E 50 amici presenti 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno.” (da http://www.ancoralibri.it/Catalogo/ProductID/6817)

Grazie a Veronica per la segnalazione.

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In rete di diritto

Internet come un diritto la cui lesione va risarcita. Internet che in Friuli c’è e non c’è, in alcuni luoghi svolazza in altri brancola nelle sabbie mobili di strutture che invidiano il tram di Opicina… Friuli che vorrebbe dirsi all’avanguardia di un’Italietta… tecnologicamente e generalmente parlando… L’articolo qui sotto è preso da La stampa, che a sua volta ha come fonte The Verge.

internet-lento_b_97373.jpg“Anche la Germania ha decretato che i consumatori hanno il diritto a essere risarciti quando la loro connessione Internet viene interrotta. Un giudice della corte di giustizia federale tedesca di Karlsruhe ha sentenziato ieri che Internet è una parte essenziale della vita. La sentenza è arrivata in risposta a un cittadino che ha fatto causa al suo fornitore Internet perché la sua connessione è stata interrotta per due mesi tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Secondo il giudice, il valore di Internet è come quello di un’auto: “Internet ha un ruolo molto importante oggi e influisce sulla vita privata di un individuo in maniera decisiva, perderne l’uso è paragonabile alla perdita dell’uso della propria auto”. Verdetti simili sono già state emesse da tribunali in Francia (nel 2009 l’accesso a Internet è stato decretato “un diritto umano”, bocciando la controversa legge anti-pirateria “Hadopi” che toglieva la connessione a chi scaricava contenuti protetti da copyright) e in Finlandia (subito dopo, quando il ministero dei trasporti e delle telecomunicazioni ha annunciato il piano di fornire a tutti i cittadini 100Mb di connessione a banda larga entro il 2015, perchè “un diritto legale”): adesso ci è arrivata la Germania. A quando l’Italia?”

Una linea molto sottile

Qual è la linea di demarcazione tra dissenso e crimine, tra critica e reato? Non in tutto il mondo è uguale. Prendo dal Corriere le parole di Fabio Chiusi:

“Per confondere dissenso e crimine può bastare un «mi piace» su Facebook. È successo a censura2-0.jpgun’indiana di 21 anni che, durante la pomposa commemorazione per la morte del leader nazionalista Bal Thackeray, ha cliccato «I like» alla frase di un amico: «Uomini come lui nascono e muoiono ogni giorno». L’assenso a quella critica, pubblicata dalla ragazza, nipote del proprietario di un ospedale privato a Thane, è costato a lei l’arresto, e all’ospedale un’irruzione — spranghe alla mano — di seguaci del partito di Thackeray. Qualche giorno dopo, sempre in India, un utente con 16 follower, Rani Srinivasan, è stato arrestato per aver accusato di corruzione un politico locale. Immediate le proteste in Rete, che ne hanno accresciuto la notorietà su Twitter e in tv («ora è una celebrità», ha scritto la Bbc), senza salvarlo dal carcere. Lontano dall’Occidente, la censura non perdona nemmeno la satira. Quella, per esempio, che un 21enne sudcoreano ha veicolato tramite la condivisione dei «cinguettii» di un profilo di propaganda dei «rivali» di Pyongyang. Le autorità non hanno scorto ironia, ma una violazione della legge che impedisce qualunque elogio della Corea del Nord. Risultato? Dieci mesi di carcere, con pena sospesa solo grazie alla promessa di non farlo mai più. Il modello è la Cina, dove una provocatoria — ma innocua — riedizione della trama del film Final Destination applicata al recente Congresso del Partito comunista è costata a un utente di Twitter l’arresto con l’accusa di diffondere «notizie false». Episodi che dimostrano la vacuità degli allarmi sulla libertà della Rete provenienti dalla Conferenza mondiale delle telecomunicazioni appena conclusa a Dubai: il controllo di Internet è già nelle mani delle norme liberticide di singoli Stati. Senza che l’attuale assetto della governance del web sia stato in grado di contrastarle.”

Osservando il 21.12.2012

L’articolo che posto ora è preso dall’Osservatore Romano ed è a firma di José G. Funes. Parte dalla profezia dei Maya sul 21 dicembre per arrivare a trattare del senso della storia secondo il cristianesimo e del significato di un futuro fondato in Cristo.

21-dicembre-2012-L-vdxJSt.jpeg“Da sempre gli uomini si sono interrogati sull’origine e sul destino della propria esistenza. “Da dove veniamo e dove andiamo?” è la domanda che ha percorso i millenni. A questo interrogativo possiamo dare spesso delle risposte irrazionali. Nei media e sulla rete si parla in questi giorni della fine del mondo, che i maya avrebbero predetto per il 21 dicembre 2012. Se facciamo una ricerca su Google, a questa voce corrispondono 40 milioni di risultati. Secondo tale “profezia”, si dovrebbero verificare un allineamento dei pianeti e del sole con il centro della Via Lattea e un’inversione dei poli magnetici del campo terrestre. Non vale la pena discutere il fondamento scientifico di queste affermazioni (ovviamente false).

Nel 2003, mentre tenevo all’università di Tegucigalpa, in Honduras, un corso di astronomia extragalattica ho avuto l’opportunità di visitare le rovine del centro Maya di Copán e di apprezzare da vicino la grande capacità di osservazione del cielo che quei popoli possedevano. In ogni caso, non si domandavano se la terra o il sole fossero al centro del cosmo. Erano più interessati a trovare un “disegno” ripetitivo di osservazioni passate da riprodurre in futuro. Nella cultura Maya il tempo aveva una dimensione ciclica e ripetitiva. L’astronomia veniva sviluppata in funzione della politica e della religione, con l’ossessione per i cicli temporali.

Pur quanto possa essere affascinante lo studio dell’astronomia Maya, vorrei riflettere qui sul destino del cosmo. Sappiamo che l’universo è iniziato circa 14 miliardi di anni fa. E sappiamo anche che è composto per il 4 per cento di materia “ordinaria”, per il 23 di materia oscura e per il 73 di energia oscura. Secondo i più attendibili dati osservativi, esso si espande continuamente e tale espansione è accelerata dall’energia oscura. Questa spiegazione scientifica postula un periodo in cui l’universo, nei suoi istanti iniziali, abbia attraversato una fase di espansione esponenziale, cioè estremamente rapida. È la teoria che è stata chiamata “inflazione”. Se questo modello è corretto, l’universo in un futuro molto distante – parliamo di miliardi di miliardi di anni – finirà per “strapparsi”. Fin qui ciò che la cosmologia può dire, con un certo fondamento scientifico, sul futuro dell’universo. È bene ribadire che la nostra comprensione, anche se abbastanza avanzata, non è completa. Fino a oggi non conosciamo la natura fisica della materia oscura né dell’energia oscura. Tuttavia siamo in grado di misurare gli effetti che producono. Secondo le speculazioni di qualche cosmologo, l’universo potrebbe addirittura non avere una conclusione unica ma piuttosto dei multi-ends: alcune sue parti, cioè, finirebbero in tempi diversi.

Nella visione cristiana, l’universo e la storia hanno un senso. Nel profondo dell’essere umano c’è la convinzione fondamentale che la morte non possa avere l’ultima parola. La cosmologia ci mostra che l’universo va verso uno stato finale di freddo e di buio; il messaggio cristiano ci insegna invece che nella risurrezione finale, quella dell’ultimo giorno, Dio ricostituirà ogni uomo, ogni donna e tutto l’universo. Questa realtà futura è espressa nelle parole dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra… Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro” (21,1.3). L’Apocalisse è un testo profetico, non un’informazione scientifica sul futuro del cosmo e dell’uomo. È una profezia perché ci mostra l’intimo fondamento e l’orientamento della storia. Nel contesto storico in cui è stato scritto, l’autore sacro cerca di incoraggiare la comunità dei cristiani che soffre le persecuzioni. La storia umana (e cosmica) ha un senso che gli è stato donato dal Dio-con-noi. Anche se non siamo perseguitati, abbiamo sempre bisogno di incoraggiamento. La Parola di Dio ci ricorda che andiamo verso un futuro fondamentalmente buono, malgrado le crisi di ogni genere in cui viviamo immersi. Perché ci assicura che in Cristo c’è un futuro per l’umanità e per l’universo.”

La più bella e intensa possibile

Cosa fai nella vita? Perché lo fai? Che senso ci trovi? Sono domande a cui dà una sua risposta il medico dell’anno di un prestigioso ospedale newyorkese, la dottoressa italiana Elvira Parravicini, intervistata qui da Riro Maniscalco per Il Sussidiario.

“Non e’ una ragazzina, anche se lo sembra. Quando poi parla mettendo tutto (o quasi) al diminutivo, non puoi fare a meno di sorridere. Sarà perché è abituata a trattare con i bambini piccoli, anzi, piccolissimi. Quelli che sono appena nati e lo sono a malapena e Dio solo sa se e quanto potranno continuare a vivere. Elvira Parravicini, neonatologa di Seregno, arrivata a New York (per starci) a metà degli anni novanta dove, a quasi 40 anni, ha dovuto ripartire dalla gavetta affrontando i famigerati “steps”, “residency” e “fellowship” che ogni medico americano deve percorrere (e non è che ce la facciano tutti). Elvira ce l’ha fatta e martedi 4 dicembre il suo ospedale, il prestigioso Morgan Stanley Children’s Hospital, della Columbia University a New York, la premia come “Medico dell’Anno”. Detta così suona come una ordinaria storia di successo. Ed è certamente una storia di successo. Ma bisogna capire perchè questa “bambina grande” è stata scelta tra tanti “grandi dottori”.

Elvira, sembra che al tuo ospedale non abbiano trovato nessuno di meglio da premiare… Ma cos’hai fatto di speciale per meritarti questo riconoscimento?

etica,scelte,medicina,scienza,vita,malattia,morte,dio,fedeVeramente non lo so e non me lo aspettavo proprio. La mia ipotesi è questa: siccome questo è un premio dove chi vota sono le infermiere, certamente ha a che fare col lavoro di questi anni nella cura del Comfort Care. Mi spiego meglio. Quando un bambino è terminale e sta per morire, i medici se ne possono andare, possono dire “non c’è più niente da fare” e non affrontare la situazione. Questo succede nel 99 per cento dei casi. Ma l’infermiera no, lei è lì al capezzale del bambino coi genitori e la famiglia. E’ una situazione molto molto difficile da gestire, sembra impossibile. Come si può stare di fronte a questi bimbi, a cui non possiamo offrire una cura medica che li guarisca? Così, io credo, da quando ho cominciato a prendermi cura dei bambini terminali, come medico, è come se avessi detto alle mie infermiere: io sono qui con voi, con questi bambini e le loro famiglie. Io so che un bambino malato, anche se vive per sette minuti, ha bisogno del suo medico e della sua infermiera per quei sette minuti… Ho fatto medicina per aiutare i bambini malati, qualunque sia la lunghezza della loro vita. Non è che posso dire: la tua vita è cosi corta che non vale la pena di impegnarsi. Anzi è il contrario. Proprio perché è corta deve essere la più bella e intensa possibile. Cosi ho deciso di stare con questi bambini e sono stati loro che mi hanno insegnato quello di cui hanno bisogno. Allora le infermiere hanno capito che esiste un modo professionale di prendersi cura dei piccoli. Dopo forse un anno che avevo iniziato, alcune sono venute a cercarmi chiedendo di lavorare con me su questi casi. Le mie infermiere volevano aiutare questi bambini, ma mancavano di un’ipotesi di lavoro. E io ho imparato tanto dalle infermiere!

Come sei arrivata a fare quel che fai?

Semplicemente lavorando dove lavoro. In patologia neonatale mi sono trovata di fronte a dei bambini che avevano malattie che alcuni chiamano “incompatibili con la vita”, definizione che non mi piace. Infatti la loro vita c’è, solo che è molto breve. Ho incontrato pazientini che non potevano vivere più di poche settimane, giorni o minuti, anche con tutte le cure mediche offerte dalla medicina moderna. Mi sono detta: “Anche questi sono miei pazienti, come mi prendo cura di loro?” Cosi ho sviluppato una cura medica che ho chiamato comfort care dove il focus è sul benessere del paziente, visto che la guarigione non e’ possibile. Per un medico, particolarmente in questo paese, la vita lavorativa rischia di mangiarsi tutta la vita.

C’è per te un confine tra l’una e l’altra?

La mia vita è una, cioè la mia vita sono sempre io che faccio cose diverse. All’ospedale curo i neonati, poi canto in un coro, ho molti carissimi amici, ho una casa da tenere, cucinare, pulire, fare la spesa. Faccio cose diverse, ma ogni persona o situazione che ho davanti, sia un bimbo malato o un amico, o la spesa da fare, rispondo a Qualcuno che mi mette di fronte una certa situazione, o una certa persona, per motivi Suoi, e allora posso dirGli di sì o di no. Da questo punto di vista prendermi cura dei bambini terminali è dire sì come andare a fare la spesa, con, ovviamente, le dovute differenze.

A questo punto della tua vita professionale c’è gente che ti chiede, che ti fa domande rispetto a questa tua professione, che ti segue. Cosa vuol dire per te? E cosa vuol dire essere medico dell’anno oggi?

Quando gli altri mi fanno domande rispetto al mio modo di essere medico o mi seguono, io li rimando a due cose. Primo, ad essere seri col loro desiderio dell’inizio, il desiderio che li ha spinti ad entrare nella professione medica. Il punto di orgine è sempre puro e dobbiamo riguardarlo in continuazione per sapere cosa veramente vogliamo. La seconda riguarda essere onesti con la realtà. La realtà sfida il nostro desiderio, il suo compimento, la sua tenuta. Dico queste cose perché ho avuto e ho degli amici che mi invitano con fermezza a questo stesso lavoro e tutto quello che mi è successo non sarebbe mai successo – veramente non l’avrei neppure immaginato – senza di loro. Essere medico per me è molto semplice: è essere in rapporto con il Mistero che genera me e che mi ha invitato e suggerito di fare medicina, e che poi ha chiamato alla vita i miei pazientini e me li ha messi davanti. Dal punto di vista medico, è fondamentale che stia in rapporto col Mistero mentre curo i miei bimbi, perché solo Lui sa dove la vita di ognuno di loro deve andare. Solo seguendo le sue “indicazioni” – segni clinici, ecc. – capisco il trattamento medico adeguato, rispettando la loro piccola vita.

Cosa ti aspetta domani?

La cura di molti bambini che possono guarire e andare a casa felici e sani coi loro genitori e la cura di altri che vivono pochissimo tempo, ma che mi insegnano più degli altri che la bellezza della vita è che loro ci sono, anche solo per sette minuti! Infatti la bellezza della loro vita è che c’è Qualcuno che li vuole, come vuole me e te, caro Riro.”

Twittermania

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La mia opinione su @pontifex (che in questi attimi sta per sfondare quota 500.000 follower) è molto semplice, elementare. Ho sempre pensato che sui social, su twitter… se ci si sta, ci si sta, altrimenti è meglio non starci. Aprire un account su fb per fare i guardoni o per andarci due volte all’anno non ha molto senso; certo lo puoi fare, ma non dire che sei su fb. Aprire un account su twitter e usarlo solo per fare pubblicità alle tue attività di personaggio famoso dopo un po’ diventa stucchevole: è la differenza tra chi fa stare qualcuno in rete al posto suo e chi,invece, ci sta direttamente; è la differenza tra Ligabue (748.000 follower, 960 tweet) o Vasco (260.000 follower e 163 tweet), e Jovanotti (1.277.000 e oltre 5.000 tweet). Sono mezzi di cui ti devi appropriare se vuoi esserne protagonista, se vuoi utilizzarli per le loro potenzialità, e non semplicemente perché vanno di moda. Se i follower percepiscono che dietro ci sei tu, allora ne scoprono un senso, altrimenti nel giro di poco tempo cliccheranno su “smetti di seguire” le parole di un portavoce… Ovviamente sono pronto a essere smentito dai fatti.

Dalla primavera di Praga a quella araba

Condivido questo bell’articolo di Nello Scavo preso da Avvenire.

praga_ponte_carlo.jpg“Con gli occhi appiccicati allo schermo del suo smartphone, il ragazzo birmano sosta ai piedi del Museo Nazionale. Laddove nel ’69 Jan Palach si diede fuoco in segno di protesta antisovietica, Aung Zaw risponde ai messaggi degli altri “cospiratori” della dissidenza globale. Chi avrebbe immaginato che la bisbetica capitale dell’allora Cecoslovacchia sarebbe diventata la casa comune dei “signor no” di ogni dove. Dai protagonisti delle primavere arabe agli attivisti russi. Dai blogger cinesi alla nuova generazione di intellettuali birmani. Si ritrovano nella città che fu di Kafka e Kundera, nel nome del loro capostipite: Václav Havel. Sono arrivati al Forum2000 che per la prima volta si è svolto senza il suo fondatore, morto un anno fa. «I nostri sogni si spengono quando voi accendete il riscaldamento». Con le sue provocazioni Yuri Zhibladze, presidente del Centro per lo sviluppo della democrazia e dei diritti umani di Mosca, si è cacciato in un sacco di guai. «Parlate di libertà, di regimi antidemocratici, ma poi – domanda – sareste disposti a restare al freddo per mettere in crisi il potere di Putin? Lui lo sa. E lascia che d’estate vi scaldiate con le buone intenzioni. Tanto l’inverno arriva sempre». Alle prime gelate la storia si ripete. Il Cremlino gioca al gatto con i topi freddolosi del Vecchio Continente. «La dipendenza energetica dal gas russo è una questione che pregiudica ogni vostra buona intenzione». La bruma che dall’alba galleggia sulle anse della Moldava annuncia la proverbiale inversione termica. Quando la nebbia e i camini della Parigi boema trasformano il tramonto sulla città magica e romantica in uno scenario mistico, dalla cui caligine sbucano i campanili e i trenta santi sul Ponte Carlo, protetti dalla spada scintillante di Bruncvík, il leggendario “cavaliere buono” che sconfisse il drago a nove teste.

Tarik Nesh Nash, noto cyberattivista marocchino, non ha dubbi. Oggi Bruncvík impugnerebbe un tablet: «Internet è un mezzo per coinvolgere i cittadini nella costruzione della democrazia, e i media ne sono uno dei pilastri». Dalle primavere arabe Tarik ha imparato che non bisogna solo combattere “il drago a nove teste” del potere incontrollato, «ma sconfiggere l’analfabetismo tecnologico e il divario digitale grazie al quale i regimi limitano la circolazione delle informazioni». Come in Birmania, dove secondo il cyberdissidente Min Yan Naing è ancora troppo presto per tirare il fiato. Le aperture concesse dalla giunta militare e la leadership indiscussa di una grande amica di Havel, l’indomita Aung San Suu Kyi, «devono fare i conti – spiega Naing – con un ritardo tecnologico voluto dai militari per isolare il Paese». Nei villaggi sperduti a ridosso delle risaie come nelle città più popolose «l’accesso al web è un miraggio. Crediamo – sostengono i giornalisti e attivisti Aung Zaw e Kyaw Thu – che in certe aree la gente neanche sappia dell’esistenza di internet». A Praga i dissidenti sono di casa. Alcuni vi trascorrono lunghi periodi grazie a finanziatori internazionali e programmi di scambio culturale. Soprattutto tra i vicoli della Città Vecchia possono fare due passi senza doversi guardare le spalle. Lo raccontano esorcizzando la paura sorseggiando una cioccolata calda nella sala da tè del Na Zábradlí, quel “teatro ringhiera” dal quale Vaclav Havel ha animato la “Rivoluzione di velluto” e nel quale è tornato dopo ogni carcerazione. Un luogo che non ha ancora perso quell’atmosfera da covo di sovversivi.

«Chi ha detto che in Russia non c’è libertà di parola? – gioca ancora con le parole Yuri Zhibladze –. Non è affatto vero. Noi a Mosca abbiamo libertà di parola. Il problema è che non c’è libertà “dopo” aver parlato». La prassi è la medesima dai tempi dell’Unione Sovietica. «Le intimidazioni, le minacce ai familiari, gli avvertimenti e i pedinamenti sono la nostra quotidianità», riferisce Yuri con l’espressione spersa di chi, almeno al chiuso di un albergo ben sorvegliato, è riuscito finalmente a trascorrere una notte tranquilla. Il sistema Putin è collaudato, «ma non reggerà molto a lungo», preconizza. I giovanotti “ovunque connessi” a volte ostentano fin troppa fiducia nelle proprie armi tecnologiche. Ci pensa un vecchio filosofo a mettere in discussione la «religione mediatica». Con i suoi 87 anni Zygmunt Bauman non ci sta a recitare il ruolo del vecchio arnese tagliato fuori dalla scarsa confidenza con i post i tweet né i blog. «I social media? Vengono usati regolarmente dai governi per stroncare le rivolte popolari sul nascere. Sapete cosa penso? Che invece – sottolinea l’intellettuale di origine polacca – stiamo abusando dei media». I ragazzi terribili delle primavere arabe o i “guerriglieri virtuali” delle periferie asiatiche, alla fine devono ammetterlo: «Applicazioni come Facebook e Twitter – ricorda Jaroslav Valuch, che nell’Est Europa guida una campagna contro i crimini basati sull’odio – non sono stati progettati per gli attivisti, e sarebbe sciocco pensare che possano essere utilizzati in modo totalmente sicuro».

Internet e i social network stanno mettendo a nudo i potenti ovunque essi siano. «I servizi segreti si sono dovuti specializzare nella guerra informatica. Ma strumenti come twitter sono difficili da filtrare», assicura l’americano David Keyes, trentenne cofondatore di cyberdissident.org. Sarà, ma per dirla con il blogger cinese Michael Anti, il limite è che «internet può liberare le menti delle persone, ma non fare della Cina una democrazia». Ma cos’è che davvero fa scendere in piazza per mostrare il petto ai fucili degli eserciti? L’attivista egiziano Abu Bakr Shawky ha una sua chiave di lettura. E l’ha trovata in una piccola libreria di Mala Strana, il “quartiere piccolo” che sale verso il Castello. Sul suo iPad indica il testo appena messo in rete. È di un giovane Havel: «Ho letto molti libri arguti sul socialismo. Mi sono reso conto che tutti quei grandi concetti sull’ordine più perfetto che esista sono solo ridicole costruzioni di carta, se per i loro araldi non è naturale cedere il posto in tram a una signora anziana o aiutare una vecchina a raccogliere le mele cadute lungo il marciapiede».”

Tra scienza e fede

Ugo Amaldi, fisico presso il Cern di Ginevra, viene intervistato da Roberto I. Zanini per Avvenire. Un dialogo su scienza, fede e Gesù Cristo. Ne pubblico una parte.

Professor Amaldi, ma la scienza cosa ha da insegnare alla fede?amaldi_big1.jpg

«Le scienze studiano i fenomeni naturali e nei fatti non hanno nulla da dire alla fede. Però gli scienziati credenti e quelli che si pongono la domanda sulla fede sentono la necessità di integrare in maniera coerente la fede e la visione fisica del mondo. Così facendo devono affrontare questioni che si collocano alla frontiera fra alcune affermazioni del cristianesimo e ciò che loro sanno del mondo naturale. Difficoltà che talvolta possono essere illuminanti anche per coloro che non sono scienziati».

Ha un esempio immediato?

«Il primo che mi viene in mente è relativo al problema della morte e della sofferenza che per la fede sono conseguenze del peccato. Ma uno scienziato vede la morte come necessità, perché senza di essa non vi sarebbe evoluzione e di conseguenza non si sarebbe evoluto l’homo sapiens con la sua intelligenza. Due cose che apparentemente non possono andare d’accordo. D’altra parte non si può non restare meravigliati dalla complessità e dalla logica sottese alla maggior parte dei fenomeni naturali e questo è per uno scienziato credente un’apertura al trascendente».

Perché nel dibattito fra scienza e fede non entra quasi mai la figura di Cristo?

«Effettivamente, e purtroppo, in questi dibattiti Gesù non compare quasi mai. Si preferisce parlare del Dio Creatore, del Dio che mantiene l’universo in essere e non si connette mai la figura del Cristo con le conoscenze degli scienziati, né queste vengono mai connesse con lo Spirito Santo che, in quanto scienza e sapienza sarebbe perfettamente a tema. Ma tornando alla sua domanda, il motivo penso risieda nel fatto che il rapporto personale che il credente ha con Cristo è completamente diverso dal rapporto impersonale che lo scienziato ha con i fenomeni naturali che studia. Viaggiano su piani diversi. Invece il Dio Creatore è strettamente connesso con la natura che è l’oggetto di studio dello scienziato».

I sempre più frequenti dibattiti fra scienza e fede hanno maturato una nuova sensibilità nel mondo scientifico?

«La mia esperienza dice che questo dibattito è considerato interessante solo da coloro che a priori si pongono, anche se non credenti, il problema della fede. Gli agnostici, gli atei continuano a considerare con fastidio questa relazione fra scienza e fede, la vedono come inutile».

Nel suo ultimo libro, «Sempre più veloci» (in uscita da Zanichelli), lei spiega i motivi per i quali i fisici accelerano le particelle…

«I motivi sono essenzialmente tre: per studiare sempre più nei dettagli il mondo subatomico; per produrre, nelle collisioni fra particelle, nuove particelle che non esistono nel mondo intorno a noi, ma esistevano nel primo miliardesimo di secondo dopo il Big Bang, per poi studiare le relazioni che le legano alle particelle che formano la materia. Il terzo motivo è forse il più affascinante ed è dettato dal desiderio di ricostruire l’evoluzione dell’universo a partire da quel miliardesimo di secondo, in modo da giustificare la formazione delle stelle e delle galassie, che è accaduta milioni di anni dopo».

Benedizione o maledizione?

La maggiorparte degli stati benedirebbe il momento in cui si scoprisse nel proprio sottosuolo la presenza di petrolio. Vale proprio per tutti? O si corre il rischio che il proprio territorio venga devastato? E con esso il tessuto sociale? Ne scrive Edoardo Vigna.

429181_482762401755774_679684165_n.jpg“Un destino nelle grinfie di despoti feroci, avide oligarchie, multinazionali insensibili a tutto tranne che al profitto. È quello preconizzato da molti osservatori, che si fondano sull’osservazione di parecchi precedenti, per le nazioni che si scoprono ricche di oro nero ma non abbastanza provvedute da saperne gestire le ricchezze: senza considerare le possibili conseguenze devastanti sull’ambiente. Ed è proprio questa la prospettiva che comincia ad aleggiare sull’isola (non a caso) protagonista, per le sue bellezze naturali, di una fortunata serie cinematografica: il Madagascar. Dove, a 300 chilometri a nord della capitale Antananarivo, sulla costa occidentale, è stato scoperto un significativo giacimento di petrolio. La regione montuosa del Melaky ospita parchi naturali incredibili ma è anche così difficilmente accessibile che, per arrivarci, sono necessari piccoli aeroplani privati. Secondo gli studi, sotto gli sbuffi di petrolio che affiorano qua e là sulla terra, ci sono giacimenti per 1,7 miliardi di barili.

Al momento ne vengono estratte poche decine al giorno, ma la Madagascar Oil (che ha sede a Houston, Texas e ha i diritti del giacimento) conta di arrivare a mille al giorno il prossimo anno. Solo che si tratta di un petrolio difficile da prendere: per farlo, è necessario “iniettare” vapore nel sottosuolo. Operazione, secondo le organizzazioni ambientaliste come il Wwf e la coalizione locale Vooari Gasy, foriera di contaminazioni e di conseguenze pesanti sul consumo d’acqua. Houston, che ha respinto le accuse punto per punto, ora vuole ottenere una “dichiarazione di commerciabilità” del petrolio del Madagascar. Benedizione o maledizione, insomma, questo oro nero per gli abitanti dell’isola? Quel che è certo, intanto, è che il Paese vive, ormai dal 2009, una assoluta instabilità politica (le elezioni dovrebbero tenersi l’anno prossimo) che, secondo gli ultimi calcoli, ha portato altri 4 milioni di persone a vivere con un euro al giorno e costretto 500mila bambini a lasciare la scuola. In queste condizioni, battersi in difesa dell’ambiente è davvero difficile.”

Cellulare d’India

A proposito di globalizzazione fondo in un unico post due articoli presi da DevelopingReport che si occupa dei paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

Nelle rappresentazioni fotografiche dell’India da qualche anno è apparso un nuovo 4-Mobile-invaders.jpegprotagonista: il cellulare. E’ molto difficile infatti girare per le strade indiane e non accorgersi di quanto il telefonino si sia radicato nella quotidianità di più di un miliardo di persone. A possederlo non è solo la nuova classe media ma anche i più poveri, in una nazione dove il 40 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Secondo i dati ufficiali le utenze nel Paese sono ormai più di 911 milioni e il mercato pare in continua espansione: nel mese di febbraio sono stati registrati oltre 7,4 milioni di nuovi utenti. Il boom delle utenze è avvenuto nel 2010 quando in media ogni mese venivano stipulati 19 milioni di nuovi contratti, una vera rivoluzione.

I numeri di cellulare in India potrebbero “finire” entro metà del prossimo anno. E’ quanto ha reso noto Rajan Mathews, direttore generale di Cellular Operators Association of India spiegando che gli utenti della telefonia mobile nel Paese presto raggiungeranno quota un miliardo. La soluzione che potrebbe essere adottata è aumentare di una cifra i futuri numeri telefonici assegnati, ma, secondo quanto sostenuto dal Times of India, il dipartimento delle Telecomunicazioni sarebbe ancora alla ricerca di soluzioni alternative. L’Autorità regolatrice delle telecomunicazioni ha diramato alcune direttive tra cui quella di riutilizzare i numeri degli utenti inattivi.

Una medicina dal volto umano

Gianni Bonadonna è un oncologo a cui un ictus ha fermato la possibilità di operare ma non di pensare. In un’intervista di Sara Gandolfi, su Sette, afferma:

Cosa significa essere un buon medico?

bonadonna07.jpg«La medicina è nettamente cambiata nel corso degli ultimi decenni grazie alle nuove tecnologie. Oggi il medico ha a disposizione un vasto campo di trattamenti farmacologici e quelli chirurgici si fanno più audaci. Avanzamenti tecnologici che però hanno creato miti e illusioni: al medico il mito di essere diventato onnipotente, al pubblico l’illusione che per ogni malattia ci sia un rimedio per guarire, subito. La medicina deve tornare a essere umana. È tempo di iniziare a insegnare sin dall’università a entrare nel mondo delle malattie come sono vissute dai pazienti. L’obiettivo principale della professione medica rimane quello di rendere un servizio all’umanità. Facendo tesoro degli errori passati e presenti, dovremo riconsiderare che abbiamo a che vedere con esseri umani e non soltanto con molecole.

Cosa ha il diritto di chiedere un paziente?

«Il malato ha il diritto di conoscere e decidere, di autodeterminare le proprie scelte. Il medico deve rispettare i diritti del paziente senza atteggiamenti autoritari e paternalistici, fornire con tatto e sincerità gli elementi necessari perché il malato partecipi con maggior consapevolezza alle procedure di diagnosi e cura e, quando richiesto, a uno studio terapeutico. La medicina per i clinici come per i pazienti deve restare un’arte, un modo d’incontrarsi e dialogare tra persone, non un contatto accidentale e frettoloso».

Per “mettersi nei panni” di un paziente, un medico deve ammalarsi?

«Non necessariamente. Ci sono medici più sensibili. Il medico deve saper infondere al malato fiducia per le cure che gli somministra, speranza di guarigione e soprattutto fargli sentire che non lo considera solo un numero ma una persona a tutto tondo. Un bravo medico non fa sentire abbandonato il malato, l’attenzione e l’ascolto sono una grande cura. Alcuni medici lo sanno: dai pazienti imparano il significato della vita, capiscono il peso della sofferenza».

È il medico o il paziente che deve decidere “quando fermarsi”?

«Il medico deve informare con tatto il paziente quando non vi è più possibilità di alcun trattamento efficace. In questo caso farlo vivere nel modo più dignitoso possibile è un atto di umanità, evitandogli l’accanimento terapeutico, cure inutili, le sofferenze evitabili. È l’alleanza medico-paziente che farà prendere la decisione corretta».

Prosecco halal

“Cosa si perde chi non l’ha mai provato” mi ha detto poco tempo fa, a una cena, un amico che stava sorseggiando un prosecco. Devono averlo pensato anche i fratelli Polegato, che si sono inventati lo spumante halal. Questo qui sotto è un estratto dell’articolo intero.

zerotondo.jpg“Metti una sera un gruppo di extracomunitari a degustare vino insieme a un produttore trevigiano, e nasce lo spumante ‘Halal’. Non un vero e proprio vino, in realtà, ma un succo d’uva spumante rigorosamente biologico. Un prodotto capace quindi di andare incontro alle esigenze religiose degli islamici, ma anche di aprire nuovi mercati per il Prosecco trevigiano. E’ la nuova idea di Astoria Vini, azienda di Refrontolo (Treviso) guidata dai fratelli Paolo e Giorgio Polegato, che lanciano in questi giorni ‘Zerotondo’, spumante che può fregiarsi del marchio ‘Halal’, l’ente che certifica i prodotti conformi alle regole islamiche di liceità (halal). Idea che nasce da una serata, ma soprattutto dal rapporto particolare che da sempre lega l’azienda con le varie realtà etniche presenti sul suo territorio e che negli anni l’ha vista protagonista di numerose campagne sociali e iniziative con le comunità multiculturali. “Abbiamo sempre avuto -racconta a Labitalia Paolo Polegato- un approccio multiculturale con il territorio. E un giorno abbiamo organizzato con un ristorante arabo di Treviso un corso per sommelier dedicato ad extracomunitari, ma tra i partecipanti ovviamente c’è stato chi si è rifiutato di assaggiare i vini in degustazione. Così, abbiamo pensato di realizzare uno spumante analcolico che potesse essere bevuto anche da loro. Da qui abbiamo sviluppato un progetto anche commerciale, destinato al consumo da parte dei musulmani presenti sul nostro territorio, ma anche all’esportazione nei paesi arabi”. E lo spumante ha già dato vita a un nuovo aperivito, ‘Tondospritz’, dove ‘Zerotondo’ viene miscelato con un bitter concentrato analcolico: uno spritz analcolico, insomma, destinato soprattutto ai giovani.”

Pur di averlo

L’altro giorno, in una quinta, parlando di globalizzazione, ho detto che uno che butta via l’i-phone 4 per passare all’i-phone 5per il solo motivo di sentirsi insoddisfatto del prodotto precedente, non sta mica tanto bene. Su Rainews24 ho trovato questa foto.

 

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Il cartello della ragazza diceMio marito non è affidabile, non mi compra l’iPhone 5, cerco un uomo ricco che mi compri l’iPhone”. Forse questa è messa peggio e fa il paio con la frase di Natalino Balasso che ho pubblicato ieri su fb:

“Se nel 1980 avessero detto a un bimbo di 10 anni: “Quando tuo figlio avrà la tua età gli regalerai un telefono da 2 milioni di lire” quel bimbo avrebbe pensato: “Questi sono imbecilli” E non poteva sapere che l’imbecille sarebbe stato lui.”

Quanto siamo piccoli

Una riflessione di Marina Corradi sull’impresa di Felix Baumgartner. Da Avvenire.

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“L’immagine di quell’uomo in tuta da astronauta che dalla soglia di una fragile capsula metallica si getta nel vuoto da 39 mila metri di altezza – la Terra, sotto, così terribilmente lontana – dà a chi guarda il video dell’impresa di Felix Baumgartner un attimo di vertigine. È siderale, in quel momento, il nulla attorno; e quell’uomo è così ridicolmente piccolo, e solo, nella immensità del cielo. L’austriaco che a Roswell, New Mexico, ha superato in caduta libera la velocità del suono precipitando a 1.342 km all’ora, ha battuto molti record e – forse – fornito elementi nuovi alla ricerca aerospaziale. Ma dubitiamo che sia per la ricerca che ha fatto ciò che ha fatto; e nemmeno per i soldi dello sponsor. Perché quest’uomo ha voluto tentare un’impresa da cui aveva buone probabilità di non tornare? È la domanda che chi guardi l’attimo del suo tuffo non può non farsi. (Eppure, benché tolga il fiato quell’abisso, ci avverti dentro anche qualcosa che oscuramente ti affascina, a che non ti è del tutto estraneo). Dopo il salto, per quattro lunghi minuti Baumgartner è, nei monitor che dal New Mexico seguono l’impresa, solo un piccolo punto che precipita nel cielo, ruotando vorticosamente su se stesso come un sasso lanciato da un bambino. La forza dell’attrito è terribile, il respiro è colmato dalla bombola di ossigeno. Non è nuovo a imprese estreme, il tuffatore: a 16 anni ha iniziato a lanciarsi da dirupi e grattacieli. Ma mai era salito tanto in alto. Nella sala di controllo, in quei minuti c’è silenzio. Solo i monitor, muti, indicano la velocità di caduta, e l’ossigeno restante, che rapidamente decresce. Poi, dopo quattro minuti e sedici secondi, il paracadute si apre. Un urlo di sollievo a Roswell. Più lentamente ora il piccolo punto si abbassa. Se ne distingono le gambe, le braccia. Si muove, è vivo. Baumgartner tocca il suolo riarso del New Mexico. Per un istante resta in piedi; poi cade in ginocchio, per lo sfinimento, o forse anche nell’istinto di riabbracciare quella Terra che gli era sembrata perduta. E ci si può chiedere a cosa serva, una impresa come questa. Si può pensare che sia inutile, e inaccettabile, rischiare la vita così. Cos’è, Superman, quest’uomo sempre in cerca di vertigine? A guardarlo su Facebook appena dopo il ritorno a casa, Baumgartner non sembra Superman. È molto stanco, e si vede; sorride, e dice che ora vuole soltanto andare a dormire. A chi gli ha chiesto cosa ha provato, lassù, sospeso su un trampolino sull’Universo, ha risposto: «Quando sei lì in piedi in cima al mondo, diventi così umile che non pensi più a battere record. L’unica cosa che vuoi, è di tornare vivo». Non è Superman, uno così – o almeno, non lo è più. Gli hanno chiesto, ma che cosa allora la spinge? Lui ha citato Jean Piccard, esploratore di abissi oceanici, che diceva: «In tutti noi c’è una forza che ci spinge a non riposarci mai, fino a quando non possiamo andare un po’ più in là». C’è allora una inquietudine da Ulisse in un uomo che si getta da un’altezza a cui già la Terra è una sfera, blu gli oceani, uguali le foreste e i deserti, e indistinguibili le città degli uomini? C’è Ulisse, insieme anche alla ‘ubris’ della sfida (sul suo sito Baumgartner aveva scritto: «Tutti gli uomini hanno dei limiti, alcuni non li accettano»). Eppure lo stesso uomo, dopo quell’attimo in cui lo si è visto fermo, in bilico sul buio e sul nulla, si è lasciato andare queste parole: «A volte bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli». L’ansia di andare oltre, di violare l’ignoto è stata ed è degli esploratori, e degli uomini di scienza. E qualcosa di forte, scritto nel fondo dell’uomo. Ma a chi lambisce l’ultimo limite può accadere di tornare e testimoniare: bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli. Che è, dopo tante sfide, aver saputo, in fondo, l’essenziale.”

Alla ricerca di staminali

Un articolo preso da Sette di venerdì scorso. E’ scritto da Margherita De Bac.

“Robert Hariri era al pronto soccorso al Jamaica Hospital Cornell Trauma Center quandoplacenta_sacco_amniotico-small.jpg prese coscienza di un limite al momento invalicabile della medicina. Malgrado gli incredibili successi nel campo della riparazione dei tessuti, l’uomo era ancora lontano dal traguardo finale: poter restaurare il cervello umano lesionato da gravi traumi cerebrali. Il dottor Hariri quel giorno, di fronte all’ennesimo dramma di una giovane vittima di un incidente stradale giunto in ospedale in condizioni disperate, probabilmente destinato a un coma perpetuo, tornò a casa col morale a terra. Qualche settimana dopo, il destino lo pose di fronte a un’immagine che gli indicò chiaramente la “via”, come oggi racconta: la figurina stondata del suo nipotino nella pancia della figlia, visto attraverso un’ecografia. Sì, lui sapeva fare anche questo, il radiologo. E fu proprio mentre eseguiva quell’esame che ebbe un’illuminazione: sarebbe stata la placenta, il morbido involucro che avvolgeva il piccolo, la candidata ideale per sperare che un giorno i ragazzi caduti dalla moto o le persone colpite da ictus potessero avere una prospettiva di cura. Eccola, forse, una miniera di cellule staminali da cui trarre materiale di ricerca. Da quell’intuizione è nato un progetto scientifico culminato 15 anni fa nella creazione di una società finalizzata alla scoperta e alla produzione di cellule derivate dalla placenta. Sede a Warren, tra i boschi e le colline del New Jersey: assorbita tre anni fa dall’azienda Celgene Corporation, la multinazionale che opera nel campo delle biotecnologie con investimenti poderosi, oggi la Celgene Cellular Therapeutics è fra i maggiori centri al mondo del settore da cui si attende la risposta a molte malattie non curabili, legate alla degenerazione e alla morte dei tessuti. L’obiettivo è arrivare alla ricostruzione in laboratorio di organi da trapiantare al posto di quelli danneggiati. Un sogno, da sempre accarezzato nei laboratori, ancora lontano. Ma ci sono altre applicazioni, più vicine al malato. Già è possibile ottenere dalle staminali della placenta, ricca di proteine come il collagene e l’elastina, porzioni di pelle con cui rivestire parti del corpo ustionate e, in una fase successiva, far ricrescere il derma direttamente sul corpo dei pazienti. Non basta. Sono in fase di sperimentatone farmaci per la cura di certi tumori rari e malattie degenerative. Per la felicità di donne che aspirano a prolungare la giovinezza, arriveranno poi creme, gocce e impacchi antinvecchiamento: una linea di sviluppo che i responsabili di Celgene tendono a non enfatizzare, ritenendola marginale rispetto ai grandi progetti negli altri settori. Nella visita all’azienda, i laboratori dedicati alla cosmesi vengono mostrati quasi solo per completezza perché potrebbero sembrare niente rispetto a quello che i bioingegneri tentano nelle stanze accanto. Biomateriali rivestiti di staminali, sistemi di rivascolarizzazione e il futuristico bioprinter, la possibilità di “stampare” parti del corpo umano. Le staminali della placenta vengono ricavate con una tecnologia che consente di ottenerne di buona qualità e in quantità sufficiente per la sperimentazione clinica. Recente l’autorizzazione da parte dell’agenzia Fda (agenzia americana del farmaco) di un preparato chiamato con una sigla, Pda-001. Significa che le applicazioni delle staminali placentari potranno essere provate sull’uomo. Sono in corso sperimentazioni in fase avanzata per il trattamento di malattie immunologiche: morbo di Crohn e sclerosi multipla sono in cima alla lista delle priorità, ma c’è anche l’ischemia, nel mirino.

Abbiamo incontrato Hariri, amministratore delegato del centro, nel suo ufficio di Warren dove coordina una squadra di 200 ricercatori. Amichevole, abbronzato, sorridente e pratico grazie, probabilmente, alle sue esperienze avventurose. Origini mediorientali, un’ascendenza italiana, ex marine, pilota di jet, patologo clinico. «La placenta è il più naturale sistema di produzione di staminali» esordisce. «È un organo capace di controllare il sistema di nutrimento del feto; perché non sfruttare le sue potenzialità? Parliamo di una miniera di cellule: da una sola placenta riusciremo a ricavare 100mila dosi di farmaco. Oltretutto è un materiale inesauribile. Subito dopo il parto verrebbe gettato via. Invece noi lo raccogliamo dopo aver chiesto il consenso alle donne». Ogni anno nel New Jersey vengono utilizzate tremila placente, a costo zero. Hariri continua: «Le staminali dell’embrione sono instabili, dunque rendono difficile la produzione di farmaci. Dall’embrione si ricavano poche staminali e oltretutto in parte di scarsa qualità. Dunque dal punto di vista tecnico non sono utili. I ricercatori se ne sono resi conto. Le prime aziende che hanno investito su questo fronte hanno chiuso. La placenta è una fonte superiore che ci ha permesso di superare questi problemi». Secondo lei bisogna rinunciare agli studi sull’embrione? «È un campo interessante per la ricerca di base, ma non sul piano delle applicazioni cliniche». Dal punto di vista etico qual è il suo pensiero? «Sono cattolico, ma ragiono da uomo di scienza. Se l’embrione si fosse rivelato utile, credo che non avremmo dovuto precluderci la possibilità di sperimentare. Ma ci sono alternative più efficaci, e la placenta è uno degli esempi. Se è più facile estrarre petrolio in Texas perché andarlo a cercare in Oceania?». Una delle caratteristiche del centro è la giovane età del personale. Due edifici. Il primo per la ricerca vera e propria, il secondo per la produzione di staminali. Periodicamente vengono eseguiti test per verificare il rendimento delle squadre di ciascun reparto. Se uno solo dei “giocatori” ottiene un punteggio inferiore a quello dei compagni, l’intera équipe deve seguire un corso di addestramento. In Italia il cammino degli studi sulle cellule placentari viene seguito con interesse crescente. Il sogno è di creare un centro in stile americano anche da noi. L’azienda di Warren avrebbe identificato come sede il Policlinico Gemelli ma le parole non sono state trasformate in fatti. Stefano Portolano, nuovo vicepresidente di Celgene Europa: «Il nostro Paese deve dare segnali politici incoraggianti sia sul fronte della ricerca sia del premio all’innovazione. Dobbiamo essere competitivi, altrimenti le multinazionali si dirigeranno altrove. Si parla tanto di crescita ma è soprattutto in questo settore che bisognerebbe insistere tanto più che il nostro Paese possiede le competenze per giocarsela a livello internazionale». Da noi di cellule placentari si occupa un discreto numero di gruppi. Giulio Cossu, professore di biologia di staminali umane all’University College di Londra, non esprime giudizi: «Non ho mai lavorato su questo materiale. I ricercatori si dividono. Una parte della comunità è entusiasta. Lo scetticismo deriva dall’assenza di risultati definitivi e dal dubbio che si tratti effettivamente di cellule privilegiate dal punto di vista immunologico e dunque non esposte al rigetto. A mio parere il futuro è nelle cellule riprogrammate, cioè quelle adulte che vengono riportate a uno stato di totipotenza, alla capacità di essere progenitrici di tutti i tessuti, come le embrionali. Non dimentichiamo però che dietro allo scetticismo nei riguardi delle placentari potrebbero celarsi l’interesse di spingere verso altri campi di ricerca». Il gruppo all’avanguardia è quello coordinato da Omelia Parolini, al Centro Menni della Fondazione Poliambulanza di Brescia: «Abbiamo cominciato 10 anni fa, sperimentiamo su modelli animali le cellule della membrana amniotica, quella più interna. Abbiamo capito che queste staminali hanno una funzione rigenerativa non in quanto riparano direttamente i tessuti ma perché con un’attività antinfiammatoria e protettiva creano un ambiente favorevole alla rigenerazione. Sono dei serbatoi molto preziosi di sostanze benefiche». Ogni anno il centro bresciano raccoglie circa 400 placente donate dalle donne che partoriscono in ospedale.”

Alla fine tornerai indietro

In alcune quarte abbiamo parlato delle NDE, le Near Death Experiences. Ho trovato un interessante articolo di Emanuela Di Pasqua sul Corriere.

“Il professor Eben Alexander era sempre stato scettico a proposito di vita ultraterrena e3407624192_5fe7e998fd.jpg dei racconti di esperienze extracorporee che gli venivano fatti dai suoi pazienti. Ma da quando nel 2008 rimase in coma sette giorni a causa di una rara forma di meningite la sua opinione è parecchio cambiata. La sua storia è finita sulla copertina di Newsweek, ma anche in un libro intitolato significativamente “Proof of Heaven” (“La prova del paradiso”, che uscirà il 23 ottobre), e racconta di un’esperienza durante la quale il medico cinquantottenne ha visitato quello che lui stesso definisce un luogo «incommensurabilmente più in alto delle nuvole, popolato di esseri trasparenti e scintillanti».

Una mattina dell’autunno del 2008 Alexander si svegliò con un feroce mal di testa e di lì a poco venne ricoverato d’urgenza in uno degli ospedali dove aveva lavorato, il Lynchburg General Hospital in Virginia. Qui gli venne diagnosticata una meningite batterica da Escherichia Coli, una patologia tipica dei neonati, che in poche ore lo condusse al coma. Per sette giorni il neurochirurgo statunitense rimase tra la vita e la morte e le frequenti TAC cerebrali e le accurate visite neurologiche dimostrarono una totale inattività della sua neocorteccia (nell’uomo rappresenta circa il 90 per cento della superficie cerebrale e viene considerata la sede delle funzioni di apprendimento, linguaggio e memoria). Ma mentre Eben Alexander giaceva immobile e privo di conoscenza, sperimentava anche un vivido e incredibile viaggio destinato a cambiare la sua esistenza. Tutto ha avuto inizio «in un mondo di nuvole bianche e rosa stagliate contro un cielo blu scuro come la notte e stormi di esseri luminosi che lasciavano dietro di sé una scia altrettanto lucente». Secondo Alexander catalogarli come uccelli o addirittura angeli non renderebbe giustizia a questi esseri che definisce forme di vita superiore. In questa dimensione, arricchita da un canto glorioso, l’udito e la vista sono diventate un tutt’uno. Come ha raccontato a Newsweek il medico americano: «potevo ascoltare la bellezza di questi esseri straordinari e contemporaneamente vedere la gioia e la perfezione di ciò che stavano cantando». Per buona parte del suo viaggio Alexander è stato accompagnato da una misteriosa ragazza bionda dagli occhi blu, che l’uomo racconta di avere incontrato per la prima volta camminando su un tappeto costituito da milioni di farfalle dai colori sgargianti. Nella memoria del neurochirurgo la giovane aveva uno sguardo che esprimeva amore assoluto, ben al di sopra di quello sperimentabile nella vita reale, e parlava con lui senza usare le parole, inviando messaggi «che gli entravano dentro come un dolce vento». Eben Alexander ne ricorda tre in particolare. Il primo era «tu sei amato e accudito», poi «non c’è niente di cui avere paura» e infine «non c’è niente che tu possa sbagliare». Ma l’accompagnatrice del medico aggiungeva anche: «Ti faremo vedere molte cose qui. Ma alla fine tornerai indietro».

Proseguendo il cammino l’autore di Proof of Heaven è infine giunto in un vuoto immenso, completamente buio, infinitamente esteso e confortevole, illuminato solo da una sfera brillante, «una sorta di interprete tra me e l’enorme presenza che mi circondava. È stato come nascere in un mondo più grande e come se l’universo stesso fosse un gigantesco utero cosmico. La sfera mi guidava attraverso questo spazio sterminato». Non si tratta certamente del primo caso di quello che gli anglosassoni chiamano Near Death Experience (esperienze ai confini della morte), ma di certo turba il fatto che a raccontarla sia un affermato docente di neurochirurgia, da sempre dichiaratosi scettico al proposito. «Mi rendo conto di quanto il mio racconto suoni straordinario, e francamente incredibile – ha dichiarato Eben Alexander -; se qualcuno, persino un medico, avesse raccontato questa storia al vecchio me stesso, sarei stato sicuro che fosse preda di illusioni. Ma quanto mi è capitato è reale quanto e più dei fatti più importanti della mia vita, come il mio matrimonio o la nascita dei miei due figli».