Sono qui

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Una delle cose che ricordo molto bene della mia adolescenza è la fatica che doveva fare un maschietto di 14-16 anni per farsi notare dalle ragazze. Mi ricordo che era un problema comune, fatti salvi i comunque bellocci a cui bastava la presenza. Tutti gli altri navigavamo in un mare di speranze, paure e maldestri tentativi di colpire nel segno, di lasciare un’immagine impressa che non fosse quella della pena o del biasimo. Simpatia, umorismo, capacità sportive, destrezze sul motorino, sensibilità, capacità d’ascolto, imprese titanico-fisiche, sfrontatezza scolastica, acconciature, intelligenza, moda… erano tutti strumenti utilizzabili a seconda della persona che volevi impressionare. “L’importante è essere te stesso” ti veniva detto. “L’importante è mostrare di essere meglio di quanto sono” ti dicevi. Dovevi ancora crescere, dovevi ancora capire chi eri veramente. Oggi gli strumenti sono cambiati ed è decisamente cambiata la visibilità: ci si conta a forza di “like” o di “mi piace” o di “♥” o di “☺”. Ma il tentativo è sempre quello, fuggire l’indifferenza, soprattutto della persona di cui ci siamo infatuati. In fin dei conti queste parole del 1922 sono sempre attuali: “Tutto era stato vagliato, se posso dir così, in quelle fantasticherie; nei momenti bui, mi figuravo che mi avresti respinta, che mi avresti disprezzata perché troppo insignificante, troppo brutta, troppo invadente. Tutte le forme del tuo disappunto, della tua freddezza, della tua indifferenza, tutte le avevo percorse nelle mie fervorose visioni – ma questa sola, mai, in nessun moto oscuro dell’animo né nell’assoluta consapevolezza della mia inferiorità, mi era accaduto di prenderla in considerazione, di figurarmi l’eventualità più atroce: che tu non ti fossi mai accorto della mia esistenza” (Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta).

Le domande di Terzi

Giulio Terzi è un diplomatico, ex-ministro del governo Monti, dimessosi in seguito a dissidi sulla gestione della situazione dei marò in India. Dal suo profilo facebook prendo questo post che può essere utile a settembre, nelle quinte, quando inizieremo a parlare di globalizzazione. Si tratta di una serie di interrogativi: a giorni dovrebbero arrivare le sue risposte (come lascia trapelare nella conclusione).

terzi«Nel lontano 1990, alcuni osservatori avevano previsto che la fine del Patto di Varsavia avrebbe “automaticamente comportato anche la fine dell’Alleanza Atlantica”. La stessa tipologia di analisti sta ora alimentando un dibattito sull'”inarrestabile declino dell’Occidente”. Si evocano nell’ordine: le incertezze americane e europee in Siria, lo stallo dell’iniziativa Usa in Medio Oriente, le incognite sul negoziato nucleare iraniano, l’annessione russa della Crimea con il protagonismo russo, le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar della Cina, etc etc. L’Occidente è “in una situazione di stallo” che lo rende incapace di influire sulla realtà mondiale nel medio e lungo periodo? Quali sfide dovremo impegnarci a vincere per tornare a essere “centrali” sullo scenario globale? Questi i temi da affrontare senza altro ritardo:

1) una “rivoluzione demografica” senza precedenti nella storia dell’umanità ha portato la popolazione del pianeta in un solo secolo da 1,3 a 9 miliardi di esseri umani, e la crescita è polarizzata nelle regioni maggiormente esposte a tensioni per scarsità di risorse;

2) una “deriva climatica ormai irreversibile”, come indicano tutti gli ultimi rapporti ONU. Il riscaldamento atmosferico è all’origine di sempre più frequenti disastri naturali, di enormi carenze idriche e di migrazioni massicce, tutti eventi che hanno poi un impatto fortissimo anche sulle nazioni occidentali, e – a meno di inserire correttivi immediati – il degrado ambientale, l’inquinamento delle aree urbane dove vive più della metà della popolazione mondiale, la desertificazione e la scomparsa di foreste toccheranno nel secolo in corso livelli incompatibili con la sopravvivenza dell’intero ecosistema;

3) una “crescita economica apparentemente infinita ma in realtà illusoria”, insostenibile per l’Umanità. La crescita dell’economia mondiale, accelerata anche dal ruolo spregiudicato dei Paesi emergenti, tende ad aggravare rapidamente la scarsità delle risorse alimentari, idriche, energetiche e il degrado ambientale. Basti un esempio: agli attuali ritmi di crescita del Paese, il PIL pro-capite cinese potrebbe raggiungere la parità con l’odierno PIL pro-capite americano – oggi superiore di ben 9 volte a quello cinese – in soli 40 anni, ed entro il 2025 la Cina potrebbe superare in PIL la somma di tutti i Paesi del G7. Se già il PIL cinese attuale fa di quel Paese il principale “emettitore” di CO2 e di particelle inquinanti nell’atmosfera, appare chiara la drammaticità del bisogno di sterzare verso diversi modelli di crescita, di consumi e di assetti socioeconomici. Con ogni cautela verso previsioni a così lungo termine che prescindono da rivolgimenti politici, recessioni e cicli economici, il raddoppio dell’economia cinese ogni sette/otto anni e la prospettiva di un suo PIL decuplicato in quarant’anni pone inquietanti interrogativi quanto alla “tenuta” di modelli economici mirati esclusivamente alla crescita senza un occhio alla sostenibilità ambientale e sociale;

4) le “diversità nello sviluppo umano” tra “the West… and the Rest”. Resteranno in ogni caso fondamentali differenze anche nel lungo termine tra “Cindia” e area OCSE per quanto riguarda gli standard di vita. Non è certo irrilevante il fatto che Cina e India siano ancora oggi al 101° e 134° posto nell’indice sullo sviluppo umano stilato da UNDP, mentre i Paesi Occidentali occupano le prime 25 posizioni, e la Russia la 66ma. Un dato che sembra contare più di molti altri nel dimostrare la “vitalità” dell’Occidente e del suo sistema di valori basati sulla democrazia, la libertà individuale e lo Stato di diritto;

5) la “crescita nell’era della globalizzazione che allarga sempre più il divario” – come titola un saggio di De Rita e Galdo – tra “Il popolo e gli Dei”, ovvero tra il 99% e l’1% della popolazione, come accusano movimenti tipo Occupy Wall Street. E’ questo l’altro versante della “rivoluzione” che sta attraversando l’economia mondiale: l’inarrestabile concentrazione della ricchezza e delle attività finanziarie è accompagnata dal regresso della “middle class” e da segnali di forte impoverimento per le fasce basse di reddito. La concentrazione della ricchezza a ritmi così elevati anche nei periodi di recessione costituisce un trend particolarmente dannoso: comprime l’investimento produttivo a vantaggio di quello speculativo, destabilizza la rappresentatività democratica, in quanto le lobby finanziarie sono infinitamente più forti delle altre categorie organizzate che rappresentano interessi settoriali, crea forte insoddisfazione e tensione sociale. ATTENZIONE: “il punto di rottura degli equilibri istituzionali e politici giunge quasi sempre inatteso”: come ha osservato Niall Ferguson, i sistemi ad elevata complessità delle “potenze imperiali” del passato sono passati dall’erosione al collasso non attraverso cicli graduali ma improvvisamente. Merita perciò riflettere sull’importante lavoro dell’economista francese Thomas Piketty, “Il capitale nel ventunesimo secolo”: ne è scaturito un dibattito che dà la temperatura di un forte malessere, causato dall’inarrestabile concentrazione della ricchezza su scala mondiale;

6) la società dell’informazione e della conoscenza costituisce il motore più potente dello sviluppo globale. Un’enorme forza per il mondo Occidentale, dove ancora negli ultimi anni le spese per la scienza e la ricerca sarebbero state più della metà del totale mondiale, e che si sta diffondendo nelle economie emergenti con progressi rapidissimi. In India ogni anno si laureano due milioni e mezzo di studenti, ma le università americane e europee continuano ad attrarre centinaia di migliaia di cinesi e di indiani. La leadership occidentale nella società della conoscenza e dell’informazione non è assicurata tanto dal possesso e dal continuo avanzamento di tecnologie, di reti, di scoperte scientifiche, ma dal clima di libertà nella ricerca, di rispetto della dignità della scienza e dell’espressione del pensiero umano. Sin dal Rinascimento l’universo della scienza collega valori dell’uomo e progresso in uno stretto rapporto. Nel frattempo però le tecnologie dell’informazione tendono anche a esasperare le conflittualità: utilizzo dei “metadati”, cybersecurity, intrusioni esponenzialmente accresciute nella Sovranità altrui per destabilizzare politicamente (Ucraina), economicamente (Estonia), militarmente (Siria) paesi ritenuti ostili, o per carpire progetti industriali o danneggiare la concorrenza, sono ormai all’ordine del giorno. Il CSIS di Washington ha calcolato che i danni complessivi prodotti da attacchi cibernetici si situino tra i 375 e i 575 miliardi di dollari annui, dei quali circa 9 miliardi solo in Italia…

IN DEFINITIVA: viviamo in una realtà “liquida”, fortemente condizionata dalle sei sfide globali che ho sopra richiamato. Domanda: c’è un’Agenda comune dei Paesi “revisionisti”, le nuove potenze mondiali? Russia, Cina e Iran coltivano una grande visione per un nuovo “ordine mondiale alternativo” a quello costruito attorno ai valori Occidentali…? O più semplicemente sono mossi dall’interesse ad affermare la propria Sovranità e il dominio sulle rispettive regioni, per massimizzarne i benefici commerciali, economici e tecnologici? Se così è, l’Occidente “deve” accentuare l'”engagement”, rafforzare il sistema internazionale di rapporti basati sui valori liberali e democratici, e attuare una strategia coerente nelle alleanze, nelle istituzioni multilaterali, nella diplomazia… QUALE MODELLO PERMETTERA’ ALL’OCCIDENTE DI SOPRAVVIVERE E RIACQUISTARE CENTRALITA’ SULLO SCENARIO GLOBALE…? Ditemi la Vostra…e vi prometto che poi io vi dirò la mia con un secondo post tra qualche giorno, che sto preparando ma che voglio tenga conto anche dei vostri commenti…»

Asticelle e punti

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Ma noi non chiediamo più nulla ai figli, neanche «come stai». Abbiamo paura di disturbare. Di interrompere il loro sonno chiamato giovinezza. Quando gli chiediamo di studiare, siamo patetici. Glielo chiediamo così, perché si fa, perché ci è rimasto dalla tradizione che un figlio deve studiare, ma non lo sappiamo più bene neanche noi perché; e loro lo sentono che glielo chiediamo senza uno scopo, sentono che dietro quella richiesta c’è il vuoto. Perché in fondo non c’è più niente che vogliamo da loro. I miei genitori invece lo sapevano bene, i miei volevano che io andassi avanti, che io li superassi. Continuare la loro corsa, ecco; loro si fermavano a un certo punto perché di più non potevano, e a me chiedevano di oltrepassare quel punto. Era molto chiaro. Ed era anche molto commovente. Si piangeva il giorno della laurea, ad esempio. Si piangeva di una commozione che aveva in sé tutto: mio padre piangeva perché per lui era un sogno che la figlia di un operaio si laureasse in Lettere e Filosofia; mia madre piangeva perché aveva passato la vita a badare a me, in casa tutto il giorno a fare, come si dice, la casalinga e a risparmiare persino sull’aria che si respirava; e io piangevo perché non lo so, mi sembrava di avere il mondo in mano e che sarei diventata non so cosa. C’era l’idea di un compimento, l’idea di un inizio, e anche l’idea di una morte, della loro e poi della mia morte. Insomma l’idea del tempo. Ma noi qui il tempo l’abbiamo abolito. Lo facciamo solo passare. E questo i figli lo sentono.” (Paola Mastrocola, Palline di pane, pp 145-146)

Ho letto due volte il passo perché sentivo che in me c’era qualcosa che suonava rotto… Mi sono immedesimato nell’unica delle due esperienze che fino ad ora ho vissuto sulla mia pelle: quella di figlio. E mi son detto: dipende da che genitori hai… Se tuo papà ha vinto il Nobel per la letteratura e tua mamma quello per la medicina, hai voglia a superarli… Fuor di facile banalizzazione: a che punto i genitori hanno collocato l’asticella del superamento? A che punto si sono fermati per fissare il sorpasso? E’ lì, immagino, che il genitore può dimostrare di essere veramente in gamba: spronarti, stimolarti, pungolarti ma desiderare per te, essenzialmente, il tuo essere felice, reale ed autentico, al di là dell’altezza dell’asticella e del punto di sorpasso. 

L’amore sopra ogni cosa

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Nella rubrica Ădāmà su Jesus di maggio 2014, Gabriella Caramore scrive:
“Perché le religioni, mi chiedevo il mese scorso in Ădāmà, se il mondo sembra procedere, per lo più, senza bisogno di riferirsi a un Dio, o a una sapienza codificata, o a grandi figure spirituali, e sembra non avere sete d’altro che di sé stesso, e del proprio inoltrarsi convulso e inconsapevole verso la catastrofe? Una prima risposta la rinvenivo nel fatto che ciò che ha dato vita alle grandi tradizioni religiose è la stessa sete di conoscenza che ha dato origine al sapere filosofico, scientifico, morale, politico di tutta la storia dell’umanità.
Ma vi è un’altra “spinta” che ha contribuito al sorgere delle religioni, alle loro scritture, alle loro storie, alle loro aggregazioni: quella di alleviare le sofferenze di uomini e donne, di dare un senso al dolore, quando non lo si possa estinguere del tutto, quella di contenere le forze distruttive che abitano il cuore dell’uomo. In una parola, il tentativo di fare comunità, di creare società, di costruire convivenza.
Quando a Gesù viene chiesto – come si racconta nei Vangeli sinottici – quale sia il comandamento più grande, in una sintesi geniale accosta due versetti della Bibbia ebraica, e risponde che, alla fine, vi è un solo comandamento: quello di amare l’unico Dio e di amare chiunque ci si presenti come prossimo. Se ci si china sul prossimo con amore, si ama anche Dio. E se si ama Dio, questo amore si manifesta nella cura del prossimo. Ma se noi allarghiamo lo sguardo al di fuori dell’orizzonte giudaico e cristiano, troviamo affermazioni analoghe in tutte – ma davvero tutte – le altre sapienze: nei grandi poemi indiani e nei discorsi del Buddha, nei pensieri di Confucio e nelle massime del Dao, nel jainismo e nello zoroastrismo, nella sapienza latina e nei discorsi del profeta Muhammad. Questo, in definitiva, il “programma” di ogni religione, che sfocia fino al grande mare della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Ciò che tu non vuoi che ti venga fatto, non farlo a nessun altro”.”

Bilanci di viaggio

papa al muro

A qualche giorno di distanza dal viaggio del papa in Terra Santa posto un articolo di Massimo Faggioli, pubblicato oggi su La Rivista Il Mulino: non è un pezzo di cronaca di quanto è successo, ma una lettura di inquadramento storico del viaggio, per cui lo consiglio alle classi più grandine (anche se non è vietato alle altre…).
“Il pellegrinaggio papale in Terra Santa è entrato a far parte della storia del moderno papato come un test, un momento critico da cui tentare di comprendere alcune traiettorie della chiesa cattolica contemporanea ma anche le differenze tra i singoli pontificati. Il pellegrinaggio di papa Bergoglio in Terra Santa (Giordania, Palestina, Israele, 24-26 maggio 2014) seguiva quello di Paolo VI (gennaio 1964), Giovanni Paolo II (marzo 2000), e Benedetto XVI (maggio 2009).
Il viaggio del 1964 era il primo di un papa moderno all’estero, nel clima del Vaticano II, all’insegna di sensibilità ecumeniche completamente nuove a livello ufficiale, storicamente precedente alla “revanche de Dieu” che inizia con la guerra del 1967 e gli anni Settanta, e teologicamente ancora riluttante a prendere atto del sionismo e del suo frutto compiuto nello Stato di Israele (parola che papa Montini si astenne visibilmente dal pronunciare in quei giorni). Il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II del 2000 era il viaggio del primo papa del dialogo interreligioso esercitato in prima persona sulla base del mandato conciliare e oltre esso, nel contesto del Giubileo del 2000, ma prima dell’inizio della cesura dell’anno 2000-2001 (la seconda Intifada dopo la passeggiata di Sharon alle moschee nel settembre 2000 e la scia di attentati e violenze nelle città israeliane e palestinesi; l’11 settembre 2001; la costruzione della “barriera di separazione” tra Israele e territori a partire dal 2002). Il viaggio di Benedetto XVI nel 2009, infine, arrivava a poche settimane dalle polemiche scaturite dalla decisione di togliere la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, uno dei quali notoriamente antisemita, e contribuiva a condizionare la gestualità già inibita del papa teologo: le aspettative del discorso del papa a Yad Vashem circa le responsabilità della Chiesa (anche in quanto cattolico tedesco) andarono deluse.
In questo quadro, rispetto a quello dei precedessori il viaggio di papa Francesco rappresenta un passo ulteriore. Da un lato, Bergoglio ha assunto per la visita a quella terra e ai suoi simboli divisi e condivisi l’immagine della poliedricità (figura da lui analizzata nell’esortazione Evangelii Gaudium per descrivere la Chiesa) dello snodo religione-terra-pace in Medioriente. Il papa ha parlato a interlocutori diversi e ha bilanciato l’immagine di un cattolicesimo che – specialmente sotto Benedetto XVI – aveva ripreso la memoria della Shoah e il ruolo dello Stato di Israele sotto il segno di una “religione civile” che in Occidente ha una forte connotazione islamofobica. Il gesto di preghiera di Francesco di fronte alla “barriera di separazione” da parte palestinese e, il giorno dopo, alla tomba del fondatore del sionismo Theodor Herzl e al monumento per le vittime israeliane del terrorismo rappresentano messaggi inviati a entrambe le parti: ma rappresentano soprattutto la presa di coscienza da parte del papato che vi sono elementi altri (i “loci alieni” della teologia) e storicamente nuovi rispetto all’itinerario teologico-biblico classico del pellegrinaggio cristiano in Terra Santa. In questo senso, papa Francesco ha fatto propria una mappa già nota a molti – cristiani, ebrei e musulmani inclusi -, ma che finora aveva stentato a entrare nel registro dei viaggi papali. Francesco parla e agisce come cristiano in Terra Santa con maggiore libertà rispetto al predecessore italiano, polacco, tedesco che dovevano parlare per forza di cose anche come figli di quella Europa colpevole della Shoah. Le amicizie interreligiose del gesuita Bergoglio in Argentina sono parte di questa nuova condizione di libertà del papato globale dalle ipoteche della storia europea.
paoloviatenagoraDall’altro lato, papa Francesco ha ripreso una rotta invertita dal Vaticano di Benedetto XVI dal punto di vista teologico: l’incontro con il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo rappresenta la ripresa di un dialogo con gli ortodossi orientali che aveva promesso molto, invano, sotto Benedetto XVI. L’incontro di Gerusalemme tra Francesco e Bartolomeo ha un’origine storicamente vicina, durante l’inaugurazione del pontificato nel marzo 2013 e la straordinaria presenza di Bartolomeo a Roma (la prima volta nella storia in un’occasione del genere), ma anche un’origine lontana, quell’incontro tra Paolo VI e Atenagoras nel gennaio 1964 e alla revoca delle scomuniche reciproche nel 1965 alla conclusione del Concilio Vaticano II. L’incontro tra Francesco e Bartolomeo rappresenta la prova delle potenzialità di una ripresa senza timori del concilio.
Il lato sorprendente della visita del papa in Terra Santa riguarda l’azione politica della Santa Sede di Francesco. Sotto Benedetto XVI e il suo segretario di Stato cardinale Bertone, il Vaticano aveva dato segnali di volersi sottrarre alle responsabilità politiche della Chiesa figlia dell’Impero Romano in quell’area (e non solo là), consegnando così la questione geopolitica del cattolicesimo a rappresentanti locali (le chiese arabe compromesse coi regimi, i sicofanti del cattolicesimo teo-con di scuola statunitense). La mossa di papa Francesco dell’invito in Vaticano, “a casa del papa”, rivolto ad Abu Mazen e Shimon Peres nello stesso giorno delle elezioni europee è una delle tante ironie della storia, dopo anni in cui sia l’Europa sia gli Stati Uniti avevano dichiarato fallimento di fronte alla questione israelo-palestinese.
Emerge un volto politico di Francesco, che viene a completare un anno in cui gli interventi “politici” sono stati pochi e ben delimitati: la veglia del 7 settembre 2013 per la Siria (preventivo a un possibile intervento americano); l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium del novembre 2013; la freddezza ostentata coi politici italiani in tutto questo periodo; l’udienza al presidente Obama. Il pellegrinaggio in Giordania, Palestina e Israele danno maggiori elementi per giudicare la politica del Vaticano di Francesco e del segretario di Stato cardinale Parolin: un’azione che richiama, in termini diversi, la Ostpolitik di Giovanni XXIII e Paolo VI (allora contro gli episcopati renitenti rispetto alla politica del dialogo, oggi contro i patriarchi e gli episcopati cattolici compromessi coi despoti del Medioriente). Anche da questo punto di vista, continua per forza di cose il protagonismo di papa Francesco, in assenza (tranne rare eccezioni) di una élite episcopale mondiale in grado di seguire la traccia segnata dal vescovo di Roma.”

Iniezione letale in crisi negli USA

iniezione_letalePrendo questa notizia da Rainews24, è uscita poco fa:
“I casi dei detenuti morti in Oklahoma e in Ohio dopo una lunga agonia causata dall’iniezione letale hanno portato molti stati Usa a prendere contromisure per eseguire le condanne a morte. Il governatore del Tennessee Bill Haslam ha firmato una legge statale che rende possibile il ritorno alla sedia elettrica se il metodo dell’iniezione letale non dovesse essere più praticabile. In Wyoming, invece, l’assemblea statale valuta la possibilità di tornare al plotone di esecuzione proprio a fronte dei gravi dubbi che circondano le sostanze usate nell’iniezione killer. Le iniziative del Tennessee e del Wyoming sono legate alla scarsità di farmaci usati nelle iniezioni letali per via del boicottaggio delle case farmaceutiche in Europa, e di riflesso anche negli Stati Uniti, che hanno indotto i penitenziari americani a improvvisare protocolli mortali. Inoltre la Corte Suprema, dopo il caso della lunga agonia subita da Clayton Lockett in Oklahoma, ha rinviato tre condanne a morte in diversi stati. L’ultimo episodio si è verificato lo scorso 21 maggio quando i supremi giudici americani hanno rinviato un’iniezione letale in programma in Missouri proprio mentre stava per scadere il conto alla rovescia.”

Dna potenziato

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Questa notizia mi era del tutto sfuggita. Carlo, un amico di Trieste, mi ha mandato su whatsapp il link all’articolo dell’Ansa, “Prof, qui si fa la storia. Più di quanto lo spazio dedicato sui media faccia supporre”. E io, che pensavo di essere il solo a pensare a quali articoli potevano essere messi sul blog, mi ritrovo a ringraziare spesso altre persone per i suggerimenti: bello!
“Ottenuto il primo organismo vivente con un Dna ‘potenziato’: accanto alle tradizionali quattro lettere che costituiscono ‘l”alfabeto della vita” ne sono state aggiunte due, chiamate X e Y. E’ il primo organismo semi-sintetico, capace di replicarsi e mantenere il suo Dna ‘truccato’, e rappresenta un nuovo fondamentale capitolo della biologia sintetica. Il risultato, al quale Nature ha dedicato la copertina, si deve all’istituto californiano Scripps.
La nuova coppia di lettere è stata inserita all’interno del genoma di un comune batterio Escherichia coli al fianco delle tradizionali coppie di lettere A-T e C-G, i mattoni che formano l’alfabeto della vita in ogni essere vivente della Terra. Le nuove lettere non hanno alterato il funzionamento del batterio, che replicandosi le ha trasmesse alle nuove generazioni.
Lo stesso gruppo di ricerca dell’istituto Scripps, diretto da Floyd Romesberg, aveva costruito in laboratorio, già alcuni anni fa, nuove possibili ‘lettere’ ideate per ampliare il ‘vocabolario’ genetico. Adesso i ricercatori hanno fatto il passo ulteriore, inserendole e facendole integrare perfettamente nel Dna di un batterio. In altre parole, sono riusciti nel difficile compito di far accettare la nuova coppia di lettere alle molecole ‘poliziotto’ che verificano costantemente la presenza di intrusioni o errori genetici.
Il prossimo passo, spiegano i ricercatori, sarà inserire le nuove lettere anche in regioni più ‘importanti’ del genoma, ossia verificare che possano essere usate attivamente dalla cellula anche per il suo funzionamento. Il ‘potenziamento’ delle lettere tradizionali del Dna apre ora la porta alla possibilità di creare nuove proteine con ‘mattoni’ non esistenti in natura e si prevede fin da ora un ampio dibattito etico e sulla brevettabilità di questi esseri viventi ‘semi-naturali’.

Sui beni

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Su IlSole24ore di domenica 18 maggio, è apparso questo articolo di Remo Bodei. Forse quest’anno è tardi per una lettura in classe, lo terrò buono per il prossimo… Grazie alla collega Carla che me l’ha inviato.
In che misura è realisticamente possibile condividere dei beni che – da un punto di vista etico – dovrebbero appartenere a tutti? Di fatto una sorta di lotteria naturale ha distribuito i doni della terra (fertilità, acqua potabile, ricchezze minerarie) in maniera casuale rispetto agli abitanti di determinate zone. Ci sono quelli più fortunati che li posseggono e se ne sono appropriati e quelli meno fortunati che ne sono provvisti in scarsa misura o ne sono addirittura privi: gli abitanti di zone inospitali o desertiche, coloro che non hanno risorse nel loro sottosuolo o ne sono stati espropriati. Popoli e individui hanno da sempre combattuto per la loro sopravvivenza e per il relativo controllo delle risorse e le frontiere sono state per lo più disegnate dalle guerre.
Anche oggi, in una fase storica in cui il consumo di energia derivante dal petrolio o dall’uranio è enorme, l’economia e la politica sono dominate dal bisogno di assicurarsi, spesso con la forza o con l’astuzia, non solo questi beni, ma anche altri, sempre più indispensabili all’alta tecnologia. Un esempio è il coltan, un minerale metallico termo-resistente, (una combinazione tra colombite e tantalite), che si presenta come una sabbia nera da cui si estrae il tantalio, utilizzato per microconduttori, superleghe, computer o cellulari. Tale elemento radioattivo, l’ottanta per cento del quale si trova in Congo, dove viene raccolto a mani nude da uno stuolo di improvvisati scavatori, ha scatenato sanguinose guerre civili e internazionali, che coinvolgono l’Uganda e, nascostamente, le grandi potenze non africane.
Ponendo la domanda più radicale ma inaggirabile: Con quale diritto un individuo o un popolo abita la terra e sfrutta i suoi doni in maniera esclusiva? L’essere stati più favoriti dalla natura autorizza la disponibilità indiscussa di alcune risorse indispensabili oppure i loro benefici possono anche essere, almeno in parte, pacificamente ridistribuiti? Ma chi decide e in base a quali criteri? Non si tratta di una questione astrusa o ingenua, da spostare in un remoto futuro. Prendiamo il caso dell’acqua: come si risolverà la disputa in atto tra l’Etiopia e l’Egitto? Se gli etiopi finiranno di costruire la loro diga per imbrigliare il corso del Nilo Azzurro (sulla base di un progetto del valore di cinque miliardi di dollari e una energia erogata equivalente a quella di cinque centrali nucleari), la riduzione del limo derivante dalle esondazioni del fiume, in grado da millenni di assicurare all’Egitto una fiorente agricoltura in zone altrimenti desertiche, metterà in pericolo l’esistenza di novanta milioni di Egiziani.
La pace è minacciata proprio dalle prevedibili lotte che si scateneranno e già sono in corso per il controllo di risorse materiali che non possono essere condivise su questa Terra, dove, come dice Dante, «è mestier di consorte divieto» (Purgatorio, XIV, v. 87). Grazie a negoziazioni e ad arbitrati internazionali si potranno trovare , in questo o in altri casi, degli accordi soddisfacenti?
Entro certi limiti – ancora ristretti – si possono già mettere dei confini, giuridici e politici, all’appropriazione privata o nazionale di certi beni condivisibili, quelli il cui consumo da parte di qualcuno non escluda necessariamente gli altri o quelli che dovrebbero essere gratuiti per tutti (come i pesci in acque internazionali). Non di tutto ci si può appropriare in esclusiva, non tutto deve essere sottoposto a pure leggi di mercato. Le Nazioni Unite e alcuni parlamenti nazionali hanno attribuito la qualifica di common goods all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari (risoluzione 64/292 del 28 luglio 2010), al fondo marino e all’Antartide e la stanno estendendo alla Luna e al genoma umano. Per questi l’applicazione concreta di tale qualifica si tratta, per ora, di una prospettiva di lunga durata o di una utopia.
Riprendendo in esame il problema più urgente, quello dell’acqua, è facile profezia ipotizzare che l'”oro azzurro” sarà alla base di grandi contese, non solo a causa del previsto aumento della popolazione mondiale, specie nei paesi più poveri, ma anche per effetto del riscaldamento globale e della conseguente desertificazione di molte aree. Già ora, quasi un miliardo di uomini non dispone a sufficienza di acque potabili per soddisfare la sete, preparare il cibo e allevare il bestiame e neppure di acque non potabili per i servizi igienici (la mancanza d’acqua è, in generale, la seconda causa di morte su scala planetaria).
Anche ciò che appare meno urgente e che resta sullo sfondo del dibattito pubblico non deve però essere perso di vista, come la salvaguardia del genoma, perché essa mira alla tutela non solo della collettività dei viventi, ma dell’insieme della specie umana, presente e futura. Lo stesso vale per la possibile o paventata spartizione tra gli Stati dell’Antartide e della Luna (sebbene in questo caso sembri proprio di parlare di fantascienza), da trasformare in luoghi di sfruttamento esclusivo di determinate risorse – petrolio, minerali, terre rare, prodotti della pesca, compreso il krill (i piccoli crostacei che formano lo zooplancton) – o per conquistare posizioni militarmente strategiche.
L’emergenza è ormai diventata la norma e la percezione dell’insicurezza è giunta a un punto tale che studiosi seri sostengono che, da quando l’umanità è divenuta capace di auto-sopprimersi o con le armi di distruzione di massa o alterando le condizioni necessarie alla sua sopravvivenza – clima, riproducibilità delle risorse, inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo – bisogna lucidamente prepararsi ad affrontare i disastri già avvenuti grazie a una teoria definita “catastrofismo illuminato”.

Leggere

Leggo su “Il Piccolo” che “il Friuli Venezia Giulia è la regione d’Italia più forte per lettura di libri: il 56,4% dei residenti legge almeno un libro all’anno, rispetto alla media nazionale che è del 43 per cento. Il dato è stato diffuso dall’Associazione Italiana Editori (Aie)”. Il primo pensiero è che un libro all’anno sia davvero poco, pochissimo. Il secondo è che la metà degli italiani non legga neppure quello. Il terzo è una domanda: ma è un dato assoluto e certo o è una media? Perché avendo letto nel 2014 una ventina di libri, nel caso in cui si tratti di una media, significherebbe che una ventina di persone non ne hanno letto alcuno!
Approfitto per raccontare un piccolo episodio. Lunedì pomeriggio, in attesa che iniziasse il collegio docenti, stavo leggendo “Berlin. La città delle pietre” di Jason Lutes, un fumetto che racconta delle vicende storiche sulla Repubblica di Weimar. Non sono stati pochi i colleghi che, sbirciando immagini e nuvolette, appoggiandomi una mano sulla spalla, mi hanno detto: “Ah, ci diamo a qualcosa di facile, eh?”. Riporto qui sotto un passaggio (pag. 84) e una delle strisce che mi sono più piaciute, ambientata su un tram (pag, 74): “La storia dell’umanità è come un grande fiume, che trova il suo percorso nelle zone più basse del paesaggio, e ogni pagina è come una pietra. Viene lanciata senza scopo, solo per vedere il tonfo, però migliaia di pietre possono far salire il livello dell’acqua fino a far straripare il fiume. L’acqua si spande, la forza del fiume diminuisce, in breve diventa una palude. Ma se ogni pietra è posta attentamente e con un progetto, forse si può costruire qualcosa. Non per arginare la corrente, ma per deviarne il corso. Berlino è stata costruita su una palude. Spero ne resterà più di un mucchio di pietre”.
Io non riesco a non considerarla letteratura. E confesso che, a volte, una lettura sola non mi basta…

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Valorizzare le crepe

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Un’amica ha condiviso su fb questo post che riporto quasi per intero. La fonte è “Organic farm”. Grazie Rita.
“Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello. Questa tecnica è chiamata “Kintsugi”.
Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.
E la differenza è tutta qui: occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe.
[…] La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna. Rendere belle e preziose le “persone” che hanno sofferto… questa tecnica si chiama “amore”.
Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore fa due cose: ti insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro.
I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l’hanno capito più di sei secoli fa – e ce lo ricordano sottolineandolo in oro.”

Scoppiò ad amare

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“Si innamorò così, come scoppiava a ridere o a piangere. Scoppiò ad amare.” (Andrea G. Pinketts)

Un orizzonte nuovo

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Capita spesso in classe di parlare dei social a vari livelli, a seconda delle classi. Ecco, questo articolo, preso dal sito di Giovanni Grandi, ricercatore in filosofia morale, è per le classi più esperte, ma con un po’ di concentrazione è utile a tutti 🙂

“Non occorre trovarsi ad un incontro con il Papa: basta essere ad uno spettacolo di fine anno alla scuola dell’infanzia – l’asilo, per la mia generazione – per vedersi levare immancabilmente una selva di schermi tra telecamere (sempre meno) tablet e smartphone (sempre più). Impossibile vedere oltre. Che alle volte è più semplice guardare la scena dallo schermo del tablet di chi sta due file più avanti. Provavo a sorridere a proposito della funzione dello “schermo”, che originariamente è quella di proteggere, di riparare, di mettersi in mezzo ma proprio per creare distanza. Oppure per impedire dispersioni, specialmente – e non senza umorismo – nel caso dei “cavi schermati” che impieghiamo nelle telecomunicazioni. Questo significa “schermare”. È allora paradossale la funzione dello schermo delle nostre appendici tecnologiche: si mette di mezzo tra noi e quel che ci sta di fronte non più per proteggere e custodire, ma per esporre e diffondere esponenzialmente.
Alessandra de Paola (@amedepaola) da twitter suggeriva che si tratta di un’eco della nostra solitudine: «Se qualcosa non sta sulla tua timeline esiste solo per te: è la foto di quanto ci sentiamo soli e abbiamo bisogno di comunicare».
È interessante l’idea per cui oggi rischia di esistere solo quello che riusciamo ad esibire, a mostrare, anche dei nostri vissuti. Alle radici di questa deriva non vedo però il demone della tecnologia, ma forse qualcosa di meno appariscente su cui varrebbe la pena di sostare.
Il raccontare e il raccontarsi è un elemento strutturale della nostra umanità. È nella narrazione che si creano relazioni, che si strutturano eredità e tradizioni. Se la cultura semita puntava sull’ascolto, la cultura greca ha fin da principio fatto leva sulla visione: dalla prima abbiamo ereditato l’opzione preferenziale per la scrittura, dalla seconda quella per la monumentalità. In entrambi i casi però quel che veniva trasmesso non era la riproduzione immediata del reale. La Sacra Scrittura non è una cronaca di eventi, neppure quando fa riferimento a fatti attestabili secondo i moderni criteri storiografici. Neanche i monumenti greci, con le loro storiografie visuali volevano essere una riproduzione pedissequa del reale. I media antichi non erano semplicemente cronache: erano narrazioni in cui il cuore era costituto da un tassello di sapienza. Come dire: attraverso questi eventi, rielaborando queste esperienze, abbiamo compreso che…
Quello che mi colpisce di molte nostre narrazioni contemporanee è che somigliano sempre di più a delle telecronache, in cui il messaggio di fondo rischia di essere semplicemente “io c’ero”, “io sono qui” (I’m at…) o “guardate che bello”. Nulla di discutibile nel realizzare un’istantanea, il punto non è questo.
Il punto è se, nel tempo, ho modo di ritornare su quell’esperienza che ho avvertito la necessità o di condividere in diretta, per estrarne un tassello di sapienza, di maggiore comprensione della vita. Il punto è se dietro all’evento c’è una scoperta, che a sua volta vale la pena di condividere, di far circolare. Quel che mi lascia perplesso nelle nostre narrazioni è l’inflazione di eventi e la deflazione delle scoperte di sapienza. Se impieghiamo tutto il nostro tempo a far rimbalzare in diretta telecronache di eventi, quanta attenzione ci rimane per sostare sui vissuti e perlustrarli con pazienza, alla scoperta di profondità meno appariscenti, di significati e lezioni stimolanti per maturare in umanità?
Potrebbe essere allora interessante mettersi alla prova: tra gli eventi di cui ho riferito e che ho esibito nella mia timeline (specialmente sui social) della scorsa settimana, ce n’è almeno uno che oggi posso raccontare nuovamente, perché non ha il gusto stantio della cosa passata ma quello frizzante di un orizzonte nuovo che ho scoperto?
Riabilitare (o quantomeno sostenere) la capacità narrativa come rielaborazione del messaggio dei vissuti potrebbe essere una sfida interessante. Perché non pensare qualche workshop in questo senso, specialmente lì dove si lavora sulla valorizzazione dei social media e degli strumenti di interazione che oggi abbiamo a disposizione?
Gran cosa se il social fosse un amplificatore di human wisdom…”

Ebraismi

In seconda e in terza stiamo iniziando a parlare dell’Ebraismo. Una delle cose che è emersa è la presenza di componenti non solo tradizionaliste. Per chi desidera approfondire la questione questo è un ricchissimo articolo della rivista Confronti che parla proprio di una nuova comunità nata a Roma da pochissimo tempo (questa la loro pagina facebook). L’articolo e le interviste sono di Daniela Mazzarella.

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“L’umorismo ebraico ha fama mondiale e la comunità Beth Hillel sembra esserne ricca, con la sua sede in via dei Salumi e il suo rabbino che di cognome fa Di Gesù. Ma invece la nascita di questa nuova realtà rappresenta un evento molto serio e importante per l’ebraismo italiano. Beth Hillel è infatti la prima comunità «progressive» della capitale e il 1° marzo 2014 – 29 Adar 5774 si è presentata al pubblico con una giornata di preghiera, di approfondimento e di festa.

La sua storia ha origine qualche anno fa parallelamente a un crescente disagio di chi si ritrovava sempre meno nelle tesi di fondo della comunità ortodossa romana. Beth Hillel nasce infatti dall’incontro tra un gruppo di preghiera, costituito principalmente da ebrei non appartenenti alla comunità ortodossa che si incontravano nelle loro case, e un gruppo di ebrei iscritti alla comunità di Roma che sentivano però l’esigenza di offrire maggiori opportunità a coloro che non avevano una serena collocazione comunitaria.

Le riunioni dei due gruppi sono state sempre più strutturate e regolari, fino ad arrivare alla decisione di costituire la neonata comunità. Beth Hillel, che è legata alla World Union for Progressive Judaism, si presenta come un’associazione con il suo statuto e un Consiglio direttivo pro tempore che scadrà al momento delle elezioni formali dei suoi organi da parte dell’assemblea dei membri.

Ad oggi Beth Hillel offre servizi religiosi per le festività principali e, in forma solenne per almeno uno Shabbat al mese, ha la presenza di rav Antonio Di Gesù, che giunge da Gerusalemme per seguire la nuova comunità della capitale. Beth Hillel svolgerà anche attività culturali ed educative e vuole cercare di essere una comunità alternativa a quella ortodossa e non in conflitto con essa, nella speranza di creare una realtà ebraica più accogliente e inclusiva.

I membri di Beth Hillel sono convinti infatti che la presenza di una sola comunità con un fondamento ideologico unico possa allontanare chi non si sente coinvolto pienamente, non solo dalle pratiche religiose ma dalla Comunità stessa, e sono spinti dalla speranza che un approccio pluralistico all’ebraismo possa essere un elemento determinante per permettere a tutte le anime ebraiche di affermarsi con serenità.

Perché la comunità Beth Hillel non è fatta da ebrei diversi, ma esprime diversi modi di essere ebrei.

Conciliare tradizione e accoglienza

intervista a Daniela Gean, uno dei membri fondatori della comunità riformata di Roma, Beth Hillel.

Lei è nata in Libia e cresciuta in una famiglia ebrea ortodossa. Come ha vissuto la sua ortodossia?

Sì, sono nata in Libia e vengo da una famiglia ortodossa. Sono stata addirittura molto più religiosa dei miei stessi genitori, dall’età di quattordici anni fino ai venti. Poi ho vissuto per quasi tre anni in Israele e posso dire che proprio lì ho ridimensionato la mia ortodossia. Nel primo periodo sono rimasta sempre osservante, poi piano piano proprio gli amici israeliani mi hanno fatto venire dei dubbi. Penso che l’ebraismo – per la concatenazione di tante azioni che devi fare e per tutti i suoi comandamenti – ha un meccanismo per cui se parti da zero e cominci a essere religioso lo sarai sempre di più, ma nel momento in cui lasci succede la stessa cosa: lasci sempre di più. È un passaggio graduale ma ineluttabile. Per esempio durante Shabbat inizi a viaggiare, poi da lì a poco accendi anche il fuoco e cominci a fare tutta una serie di cose. È così che quando sono tornata in Italia avevo già abbandonato tantissime cose e dopo qualche anno ho lasciato anche la kasherut (regole alimentari della religione ebraica, stabilite dalla Torah, ndr).

Quindi la rigidità dei comandamenti è la principale origine del suo allontanamento dall’ortodossia?

No, questi per me sono più che altro dettagli. Il punto che non mi convinceva più dell’ortodossia era una specie di autismo emotivo, cioè quella cosa per cui anche delle persone dotte, preparate, che ti possono leggere e citare il Talmud alla perfezione, nel momento in cui gli chiedi quell’empatia, quella solidarietà, quella cosa spesso fondamentale nei momenti di sconforto o dolore, si rivelano incapaci di offrirtela. Non dico che non ci sia nessuno, ma sono pochissimi. Forse alla base di questo problema ci può essere anche la riservatezza, ma io penso che più spesso ci sia un’ansia di farsi vedere dotti e preparati che schiaccia la capacità di mostrare un sentimento, cosa che può essere vista proprio come una debolezza o un qualcosa che va a viziare il giudizio che invece deve essere sempre lucido. Ho vissuto dei momenti davvero brutti in cui ho visto persone in difficoltà davanti a rabbini incapaci di avvicinarsi al dolore. Ho visto questa incapacità e mi sono chiesta se sia inevitabile davvero, se ci sia davvero questa impossibilità di conciliare l’erudizione – che è e deve rimanere fondamentale per noi Popolo del Libro – con l’accoglienza.

Come ha conosciuto Beth Hillel e quali sono le ragioni che l’hanno spinta a farne parte?

Ho conosciuto la comunità Beth Hillel per caso. Io la cercavo ma non la conoscevo. Casualmente un’amica me ne ha parlato il giorno di Rosh hashanà e così il giorno dopo ci sono andata. Devo dire che è stato un amore immediato. Entrare e trovare la canzone giusta, cantata tutti insieme, e trovare finalmente gli uomini seduti vicino alle donne. E questa cosa delle donne per me è stata davvero determinante. Qualche mese prima avevo celebrato il Bar mitzvah con mio figlio Simone e l’abbiamo fatto ovviamente in una sinagoga ebraica ortodossa. Mio marito non è credente, quindi non ha accompagnato il figlio e io ho di fatto lasciato questo ragazzo da solo perché non potevo sedermi vicino a lui; mio figlio. Con un padre che per una questione ideologica non ha voluto partecipare attivamente e io che mi trovavo materialmente parlando dietro alle sbarre, questo ragazzo è rimasto da solo. Materialmente e spiritualmente solo. Teoricamente i rabbini avrebbero potuto avvicinarsi a lui, ma non è successo nemmeno quello. Quando vivi queste cose ti chiedi come sia possibile che accadano in una comunità religiosa. Questo ragazzo, questo bambino, ha vissuto un passaggio importantissimo senza nessuno con cui condividerlo; e io, se fossi stata in una sinagoga riformata, mi sarei potuta sedere vicino a lui, avrei potuto leggere insieme a lui, salire al Sefer insieme a lui. Ma questo non mi è stato possibile perché sono donna. Nella mia vita la «questione donna» è stata sempre centrale nel mio rapporto con l’ebraismo. Da sempre. Anche quando ero ortodossa avevo molte perplessità rispetto ad alcune nostre regole e al ruolo dato alla donna.

Per esempio?

C’era una benedizione che non facevo mai. So che gli ortodossi potranno dire che ero io a non capirne il senso profondo, ma a me è sembrata sempre molto chiara. Gli uomini dicono «Ti ringrazio Dio mio che non mi hai fatto donna» e le donne recitano «Ti ringrazio mio Dio che mi hai fatto così come sono». Proprio così, non che «non mi hai fatto uomo», che mi hai fatto «così come sono». Io quella benedizione non l’ho mai detta. Avevo quattordici, quindici, sedici anni, muovevo le labbra, ma non l’ho mai pronunciata. Sì, direi proprio che l’assoluta parità tra uomini e donne che esiste nelle comunità riformate è un elemento fondamentale nella mia adesione a Beth Hillel.

Tra le persone che frequentano regolarmente Beth Hillel ci sono iscritti alla comunità ortodossa di Roma?

Tutti quelli che sono nati ortodossi sono iscritti alla comunità ortodossa e non hanno intenzione di lasciarla. Noi speriamo di avere un rapporto di collaborazione, incontro e dialogo con la comunità ortodossa di Roma e siamo fiduciosi. Conoscendo rav Riccardo Di Segni, crediamo di poter trovare in lui disponibilità e desiderio di confronto.

In questo periodo avete avuto contatti con l’Unione delle comunità ebraiche? E, se sì, cosa chiedete all’Ucei?

Noi desideriamo avere anche con l’Ucei un rapporto costruttivo, tanto che nel nostro statuto abbiamo proprio scritto di aspirare a entrare nell’Unione. Siamo nati da poco e ancora i nostri rapporti verso l’esterno sono tutti da costruire. Di certo però non ci mancano energie e passione.

Riavvicinare gli ebrei all’ebraismo

intervista a Federico D’Agostino, tra i membri fondatori della comunità, uno dei protagonisti del gruppo di preghiera che ha preceduto la nascita di Beth Hillel.

Lei nasce in una famiglia non ebrea; come è arrivato alla scelta di avvicinarsi all’ebraismo?

Non si è trattato di una scelta, che presuppone confronti fra alternative: qui non c’era nulla da decidere, solo accettare un dato di fatto. Nel momento in cui ho messo per la prima volta piede in Israele, da semplice turista, ho percepito di essere a casa. Tutto mi sembrava familiare, comprese le cose fastidiose o irritanti. Tornato in Italia, mi sono iscritto a un corso di ebraico, e ho scoperto che lo imparavo molto in fretta. Le nuove cose che apprendevo mi parevano disseppellite dai recessi della memoria. Ne ho parlato con il mio compagno di vita e di viaggio: ce la sentiamo di rinunciare a salumi e crostacei? Abbiamo scritto a un rabbino, rav Cipriani. Ci ha detto «no». Per più di un anno sempre «no». Poi «nì». Alla fine ha acconsentito a prenderci come studenti.

Da quali aspetti di questa religione è stato particolarmente colpito e perché la scelta di una comunità «progressive»?

Un passaggio della Ghemarà (assieme alla Mishnà forma il Talmud, la raccolta di insegnamenti dei Maestri dell’ebraismo, ndr) mi ha sempre colpito: «lo studio della Torah vale tutti i precetti», e cioè lo studio è il primo dovere religioso di ogni ebreo. E vorrei aggiungere, di ogni ebrea. Non te lo aspetteresti da una religione così concentrata sulle azioni rituali, che come una ragnatela avvolgono l’intera giornata dell’ebreo osservante. Eppure senza lo studio creativo dei Testi sacri – e per estensione di tutto lo scibile – non faremmo nemmeno la metà del nostro dovere. Questa combinazione originale di obbedienza a un codice di comportamento minuziosamente dettagliato e forte incentivo al rischio dell’interpretazione creativa e personale, è per me il genio dell’ebraismo. Certo, sui modi di interpretare e sul margine di innovazione consentito ci dividiamo. Per l’ortodossia una famiglia composta da due uomini è difficile, se non impossibile, da digerire. Può essere accettata, persino discretamente integrata nella comunità, se sei nato ebreo, ma non si può pretendere che un tribunale ortodosso converta una famiglia omosessuale, come nel nostro caso. Per fortuna, non esiste solo l’ortodossia. Anzi, nel mondo gli ortodossi sono una minoranza.

Immagino che tra i soci fondatori di Beth Hillel ci siano profonde differenze; mi può dire invece qual è, secondo lei, l’elemento più aggregante?

Ci sono differenze – e profonde – fra religiosi e laici, fra liberali e tradizionalisti, fra destra e sinistra: come in ogni comunità, direi. Per non far impazzire la maionese occorre disponibilità al compromesso da parte di tutti, e la volontà di mettere fra parentesi le questioni più controverse, almeno fin quando non saremo più saldamente strutturati. Ci uniscono la stima reciproca e la convinzione di essere tutti in perfetta buonafede in questa impresa storica: costruire una casa ebraica per tutti quegli ebrei che per varie ragioni sono (o si sono) esclusi dalla comunità ortodossa. Credo che questa serenità e apertura si percepisca molto chiaramente nei nostri incontri e sia la cosa che più affascina la gente.

Che futuro vede per questa comunità e quali gli ostacoli maggiori da superare?

Di ostacoli ne vedo parecchi, per lo più di ordine politico, ma me ne interessa uno in particolare, che non è politico ma culturale, ed è comune a noi e agli ortodossi: l’estraniazione degli ebrei romani. Solo una piccola percentuale di loro frequenta la comunità e ancora meno la sinagoga: in altre parole, si stanno assimilando. Se Beth Hillel riuscirà a ricondurre una parte di loro in seno all’ebraismo – sia pure un ebraismo un po’ diverso – avremo avuto successo. Altrimenti, ci avremo provato.”

Nella pienezza della presenza

Questa mattina in una classe siamo finiti a parlare di droga e del convincimento da parte di qualcuno che la vita sia destinata alla morte e veda in essa il suo unico scopo e fine. Allora mi sono tornate alla mente le parole di un’intervista di Luciano Ligabue che, presentando il brano “Nati per vivere (adesso e qui)”, afferma:

“Questa canzone è nata da un moto di fastidio per tutte le canzoni, e sono tante, che in maniera esplicita o indiretta dicono, in fondo, che «siamo nati per morire». L’ho sempre vista come una posa assunta da chi, grazie a quelle canzoni, vive poi da rockstar. Non so quanto alla fine quell’atteggiamento combini dei guasti – perché dipende in quanti ci si riconoscono –, ma in ogni caso mi son detto: adesso ne faccio una che dica proprio l’opposto.”

E ancora: “La canzone è nata da quel pretesto e musicalmente è viva, allegra. Volevo proprio che ci fosse questa leggerezza: se parliamo sempre di sinonimi larghi (non di sinonimi perfetti e precisi), per me leggerezza a sua volta è un sinonimo di vitalità. Questa canzone doveva avere – da un punto di vista musicale – esattamente queste caratteristiche, pur raccontando anche la fatica del vivere, le garanzie che non ti vengono date, le promesse non mantenute. Nonostante tutto, siamo «nati per vivere, adesso e qui». Questa canzone è una delle poche – in tutta la mia storia – che oltre al titolo principale ha un altro titolo fra parentesi, perché il concetto è completo solo con quella frase: «adesso e qui». Io lo ripeto più che posso, soprattutto per ricordarlo a me stesso. È una cosa che ha una funzione non lontanissima da Leggero: una cosa che ho bisogno di ricordarmi, perché è molto difficile metterla in pratica. Pochi di noi riescono a raggiungere uno zen tale per cui davvero riescono a vivere la vita nella pienezza della presenza, nel momento.”

Ogni giorno è un altro giorno altro che domani

sveglia, paglia, mal di testa, prime imprecazioni

fra gli annunci non c’è niente il futuro è cominciato già

Ogni giorno è un altro giorno non lo puoi saltare

qualcheduno canta che sei nato per morire

fuori si alza ancora il vento chi lo sa se il tempo cambierà

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Ogni giorno è un altro giorno altro che domani

le promesse che ti han fatto sono andate a male

la tua miccia è corta non sai quando la tua rabbia esploderà

Ogni giorno è un altro giorno non si può sapere

ciò che è andato storto adesso non lo puoi cambiare

ma respiri a fondo e senti che ora il tempo non ti scapperà

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Nati per vivere è tutto qui

devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare

Guarda come resti nell’inferno che perlomeno lì fa caldo

guarda come guardi in alto e chiedi come la mettiamo

guarda come è facile scordare la tua porca verità

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Nati per vivere è tutto qui

devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare

Happy

Prima ho pubblicato un post sulla felicità quotidiana. Quando mia moglie è tornata dal lavoro glielo ho mostrato e lei mi ha detto “Aspetta, guarda questo!”

FANTASTICO ED EMOZIONANTE!

Come ai tempi di Noé

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Nelle sale cinematografiche da qualche settimana è uscito Noah. Oggi sono finito attraverso non so più quali giri su questo articolo di Leonardo Boff. Per chi ha a cuore la tematica ambientale ci sono vari spunti di riflessione.

“Viviamo come ai tempi di Noè. Col presentimento che sarebbe venuto un diluvio, il vecchio cercava di convincere la gente perché cambiassero stile di vita. Ma nessuno gli dava retta. Al contrario, “Si mangiava e si beveva. C’era chi prendeva moglie e chi prendeva marito finché non arrivò il diluvio e li spazzò via tutti” (Lc 17,27;Gn 6-9)

I duemila scienziati del IPCC che studiano il clima della terra , sono i nostri attuali Noè. La terza e ultima relazione del 13/4/14 contiene un grave grido di allarme: abbiamo soltanto quindici anni per impedire che si oltrepassi di 2°C il clima della terra. Se sarà oltrepassato, conosceremo qualcosa del diluvio. Nessuno dei 196 capi di stato ha detto una sola parola. La grande maggioranza continua a sfruttare i beni naturali, facendo affari, speculando e consumando senza fermarsi, come ai giorni di Noè.

Intravedo tre gravi irresponsabilità: una generale e una specifica e una supina ignoranza del Congresso Nordamericano che ha vietato tutte le misure contro il riscaldamento globale; la manifesta cattiva volontà della maggioranza dei capi di Stato; e la mancanza di creatività per montare le travi di una possibile arca salvatrice. Come un pazzo in una società di “saggi” oso proporre alcune premesse. Se hanno qualche merito, è quello di additare un nuovo paradigma di civiltà che ci potrà dare un altro corso alla storia. Eccole:

  • Completare la ragione strumentale-analitica-scientifica dominante con intelligenza emozionale o cordiale. Senza questa noi non ci commuoviamo davanti alla devastazione della natura e non ci impegniamo per riscattarla e salvarla.

  • Passare dalla semplice comprensione di Terra come magazzino di risorse alla visione della Terra viva, chiamata Gaia, super organismo vivo autoregolante.

  • Arrivare a capire che, in quanto umani siamo quella porzione della Terra che sente pensa e ama, la cui missione è aver cura della natura.

  • Passare dal paradigma di conquista/dominazione ancora vigente, al paradigma di cura/responsabilità.

  • Capire che la sostenibilità sarà garantita soltanto se rispetteremo i diritti della natura e di Madre Terra.

  • Articolare il contratto naturale stipulato con la natura che suppone la reciprocità inesistente con il contratto sociale, insufficiente, che suppone la collaborazione e la inclusione di tutti.

  • Non esiste il medio-ambiente ma l’ambiente intero. Quello che esiste è la comunità di vita, con lo stesso codice genetico di base stabilendo relazioni parentali con tutti.

  • Abbandonare l’ossessione della crescita/sviluppo attraverso la redistribuzione della ricchezza già accumulata.

  • Dobbiamo produrre per andare incontro alle richieste umane, ma sempre entro le possibilità della Terra e di ogni ecosistema.

  • Porre sotto controllo la voracità produttivistica e la concorrenza senza limiti a favore della cooperazione e della solidarietà, perché tutti dipendiamo gli uni dagli altri.

  • Superare l’individualismo con la collaborazione tra tutti, perché questa è la logica suprema del processo di evoluzione.

  • Il bene comune umano e naturale viene prima del bene comune privato e corporativo.

  • Passare dall’etica utilitaristica e efficientistica all’etica della cura e della responsabilità.

  • Passare dal consumismo individualista a una sobrietà condivisa. Quello che avanza a noi, manca a tutti gli altri.

  • Passare dalla massimizzazione della crescita alla ottimizzazione della prosperità a partire dai più bisognosi.

  • Invece che continuare a modernizzare in permanenza, ecologizzare tutti i saperi e processi produttivi, cercando di tutelare beni e servizi naturali e far riposare la natura e la Terra.

  • Opporre all’era dell’antropocene che fa dell’essere umano una forza geofisica distruttiva l’era ecozoica che ecologizza e include tutti gli esseri nel grande sistema terrestre e cosmico.

  • Dare più valore al capitale umano spirituale inesauribile che al capitale materiale esauribile perché il primo fornisce i criteri per gli interventi responsabili sulla natura e alimenta permanentemente i valori umano-spirituali della solidarietà della cura dell’amore e della compassione, basi per una società con giustizia, equità e rispetto della natura.

  • Contro la delusione e la depressione provocate dalle promesse di benessere generali non compiute fatte dalla cultura del capitale, alimentare il principio-speranza, fonte di fantasia creatrice, di nuove idee e di utopie possibili.

  • Credere e testimoniare che, alla fine di tutto, il bene trionferà sul male, la verità sulla menzogna e l’amore sull’indifferenza. Poca luce potrà scacciare un mondo di tenebre.”

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

Tra estetismo e violenza

violenzaConosco una persona che utilizza uno pseudonimo per la sua attività di blogger: ha un sito vivace in cui scrive senza mezzi termini quello che pensa. Spesso irrita e provoca, certo affascina. Pubblico alcune parti di un suo post di stamattina:

“ragazzine che si suicidano per essere messe alla gogna da coetanei o compagni di classe su internet: insulti al loro aspetto fisico, istigazioni a suicidarsi che ottengono il loro scopo; un sito, addirittura che è quasi specializzato in questo: Ask.fm.

suicidi annunciati, perseguiti con ostinazione anche se non con intenzione, che concludono mesi di caccia, di insulti, di vessazioni diventate intollerabili: cronache di suicidi annunciati, direbbe Marquez.

e sono i suicidi dei diversi e delle diverse: i diversi dal canone omicida del conformismo dominante.

l’ultima è una ragazzina di 14 anni di Venaria, gracile, mingherlina, che si getta dalla finestra della camera alle due di notte, dopo essersi vestita come per andare a scuola, e la trovano morta in cortile la mattina.

“Cesso, vatti a nascondere, dimostri dieci anni, sei la vergogna delle 2000″

e lei, che è malata di cuore dalla nascita, scrive tre messaggini alle sue amiche del cuore per dirgli “ti voglio bene” e poi decide di farla finita: tanto i segreti della vita li ha già scoperti tutti, pensa, e questa sofferenza è troppo grave per reggerla.

come se non ci fosse spazio al mondo anche per le donne esili; come se la fragilità in una donna non fosse desiderabile per uomini un poco insicuri (so di che cosa parlo).

quando sento qualche ragazza che si lamenta di non essere bella io vorrei dire loro quello che col tempo ho imparato anche riguardo al mio essere un uomo non bello: che una moderata bruttezza può essere un bene del cielo, perché ti protegge da relazioni false.

la bellezza può essere una maledizione e condannare a destino dell’usa e getta; tienti caro il non essere vistosa o vistoso: è una specie di marchio di qualità messo in anticipo sui tuoi contatti umani, che porterà a privilegiare nelle relazioni con te chi cerca qualcosa di più autentico.

[…]

il bullismo, la stupidità, la volgarità, la violenza gratuita contro i deboli non li ha inventati internet, ma ha dato loro una forza sconosciuta.

internet che nei nostri sogni doveva essere l’aggregatore delle intelligenze è invece lo strumento che permette di fare massa agli stupidi.

la stupidità è anche criminale, però, ma stupidamente, cioè senza neppure accorgersene.

ma ora io vorrei provare a mettermi nei panni di quei compagni di classe che hanno spinto la 14enne al suicidio.

che cosa può spingere un altro 14enne a insultare una ragazzina perché la ritiene brutta?

c’è una gratificazione in questo per lui, evidentemente: che tipo di gratificazione?

uomini che odiano le donne prima ancora di essere diventati uomini del tutto?

uomini pronti ad uccidere le donne, perché le considerano solamente un oggetto del loro piacere, e dunque una ragazza non attraente, cioè non scopabile, è una ragazza inutile?

[…]

se c’è un legame tra estetismo e violenza, per cui le civiltà che sviluppano maggiormente il senso del bello, come quella italiana, sono anche le civiltà del culto della violenza, questo legame diventa qualcosa di cupo, quando l’estetismo si trasferisce dall’arte alla fisiognomica e l’opera d’arte dominante diventa il corpo.

il tatuaggio è il manifesto di questo nuovo mondo dove i valori estetici vanno vissuti fisicamente e non esiste quasi altra forma d’arte possibile che quella dove il corpo riassume in se stesso tutti i canoni della bellezza e non ne ammette altri.

dove il cinema, che ha rubato alla danza e a teatro il segreto del corpo come linguaggio estetico e lo ha ingigantito sino a farne il suo nuovo vangelo, diventa pornografia.

è il mondo nel quale, come disse una volta appunto uno di questi giovani, “Oscar Wilde era un estetista”.

è il mondo dove – in nome di questo modo di concepire l’estetismo – si può anche uccidere chi non si adegua o non è in grado di adeguarsi: fosse una cosa consapevole, sarebbe nazismo.

ma non smette di essere nazismo perché è inconsapevole.”

La blasfemia in Pakistan

Dal sito di Reset. Dialogue on Civilizations prendo questo articolo molto interessante sulla legge sulla blasfemia in Pakistan. E’ di Martino Diez.

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“La legge sulla blasfemia pakistana è tristemente nota per i suoi effetti discriminatori verso le minoranze religiose e il caso di Asia Bibi, di cui si attende la sentenza in secondo grado dopo la condanna a morte in primo grado, non è purtroppo isolato. Ma da dove nasce questo provvedimento, contenuto agli articoli 295/B-C e 298/A-C del codice penale? Storicamente, esso rappresenta una delle sinistre eredità del dittatore filo-islamista Zia-ul-Haq (1978-1988). Promulgate tra il 1984 e il 1986, le norme integrano l’originario comma 295/A che gli inglesi avevano inserito nel 1927 nel codice penale indiano. Ma mentre la disposizione coloniale mirava a proteggere i luoghi di culto di tutte le religioni, sullo sfondo delle crescenti tensioni tra musulmani e hindu, i nuovi commi voluti da Zia-ul-Haq (e che Nawaz Sherif ha ulteriormente inasprito nel 1990) sono a senso unico. Viene proibito il danneggiamento del Corano, in qualsiasi forma, nonché espressioni offensive verso il Profeta dell’Islam, «a parole, dette o scritte, o con rappresentazione visibile» e verso i protagonisti della storia sacra islamica, in particolare le mogli del Profeta e la sua famiglia, i quattro califfi ben guidati e i Compagni. Non pago, l’articolo 298 vieta al «gruppo Qadiani o Lahori (che chiamano sé stessi Ahmadi)» di attribuire il titolo di “Comandante dei credenti” a qualcuno diverso dai califfi ben guidati, o di “Madre dei credenti” a qualcuno diverso da una moglie di Muhammad, di chiamare “membro della Casa” una persona al di fuori della famiglia di Muhammad, di denominare il proprio luogo di culto “moschea” o azan il proprio appello alla preghiera. Infine, il codice vieta agli Ahmadi di definirsi musulmani. Il tutto accompagnato da pene draconiane, fino all’ergastolo e alla morte.
Oltre a offrire un esempio efficace dell’irrigidimento che la sharî‘a classica (una giurisprudenza più che un diritto) subisce nel processo di traduzione nei moderni codici statali, queste norme s’inseriscono in un clima di mobilitazione permanente che tende a presentare l’Islam in Pakistan come oggetto di una minaccia costante. Affermazione quantomeno sorprendente in un Paese in cui il 96% della popolazione è musulmana e in cui la Costituzione del 1973, all’articolo 31, attribuisce allo Stato il compito primario di «permettere ai musulmani […], individualmente e collettivamente, di ordinare le loro vite in accordo con i principi fondamentale e i concetti basilari dell’Islam e offrire loro strumenti con cui comprendere il significato della vita secondo il Santo Corano e la Sunna». Senza dubbio, leggi come quelle sulla blasfemia sono funzionali al mantenimento della tensione sociale nel Paese, perpetuando l’esistenza di capri espiatori (le minoranze religiose non musulmane, ma anche la comunità sciita) su cui scaricare la responsabilità degli insuccessi economici e politici di cui è testimone la storia recente del Pakistan[1].
In effetti, e contrariamente a quello che si potrebbe pensare istintivamente, numerosi studi – Pew Forum in testa – hanno dimostrato che il livello di violenza a sfondo religioso è direttamente proporzionale agli sforzi che lo Stato mette in atto per favorire una fede sulle altre. «Più lo Stato impone dei vincoli, più aumentano i contrasti a base religiosa»[2]. E il caso pakistano non fa eccezione. Tra il 1927 e il 1986 si contano 7 soli casi di blasfemia, mentre dal 1986 a oggi gli episodi hanno già superato il migliaio e la norma sulla blasfemia è costata la vita a più di 20 persone. Anche se finora non sono mai state eseguite condanne a morte ufficiali (presumibilmente per le reazioni internazionale che susciterebbero), molti accusati sono stati raggiunti in carcere da sicari e molti altri sono stati linciati dalla folla inferocita. Anche solo proporsi di toccare questa legge può costare caro, come mostra l’assassinio di due politici coraggiosi che si erano battuti per modificarla, il cristiano Shahbaz Bhatti, ministro delle minoranze, e il musulmano Salman Taseer, governatore del Punjab. Nonostante questo, o forse proprio per questo, la legge è diventata una bandiera, tant’è vero che nell’aprile del 2009 il Pakistan ha presentato alla Commissione ONU dei Diritti umani la proposta di «estendere a livello mondiale le proprie leggi sulla blasfemia»[3].
Dopo trent’anni di abusi, è forte la tentazione di liquidare come provocatoria non solo questa proposta pakistana, ma anche una serie di richieste analoghe presentate negli anni dall’Organizzazione della Conferenza Islamica e che invocano la tutela delle religioni (al plurale). È facile opporre a queste richieste il principio della libertà di espressione, ma occorre anche riconoscere che un problema con i simboli religiosi esiste. L’elenco degli incidenti a sfondo confessionale montati ad arte negli ultimi anni è molto lungo: si va dai roghi del Corano inscenati da un oscuro pastore in Florida, a film offensivi contro la figura di Muhammad, ma anche a numerose profanazioni di luoghi di culto o simboli religiosi ebraici e cristiani. Per fare un solo esempio, in Egitto lo shaykh salafita Abu Islam nel 2012 ha pubblicamente bruciato la Bibbia esortando i suoi seguaci a orinarvi sopra.
In quest’ottica, le proposte di “tutela delle religioni” possono essere lette come la risposta, sbagliata, a una necessità reale, quella cioè di definire fin dove può arrivare la libertà di espressione e se esista un limite al diritto di critica e alla creatività artistica. Istintivamente, la risposta dell’occidentale medio a queste domande è no, salvo poi dover prendere atto degli incidenti continui che si verificano a livello mondiale e che dimostrano come ogni gesto individuale debba ormai considerare le sensibilità di una platea mediatica potenzialmente globale. Nel campo musulmano invece, come abbiamo visto, viene spesso avanzata la proposta di una neutralizzazione preventiva, secondo il principio per cui “ogni religione deve rispettare le altre”. L’espressione in sé sarebbe condivisibile, ma nei fatti finisce per significare che andrebbe rifiutata qualsiasi critica a ogni religione. Non è difficile comprendere come questa opzione sia nei fatti inaccettabile. Non solo, com’è ovvio, per quanti non si riconoscono in nessuna religione (e che si troverebbero così ridotti al silenzio), ma anche per i credenti, che finirebbero costretti a un dialogo delle cortesie, senza la possibilità di un dibattito reale. In effetti anche i musulmani, quando invocano questo principio, lo fanno in realtà a partire da una pre-comprensione delle altre fedi che è implicita nel concetto islamico di (mono-)profezia. Le altre religioni, nei fatti, non sono da criticare nella misura in cui si conformano all’immagine che il Corano ne fornisce. Il problema è più arduo di quanto appaia a prima vista, perché ogni fede contiene inevitabilmente degli elementi di rottura (e dunque di critica, anche vigorosa) con la tradizione che la precede. Sarebbe ben curioso se, in forza di un’applicazione del principio di “protezione delle religioni”, venisse proibito ai predicatori musulmani di stigmatizzare le pratiche pagane dell’Arabia preislamica. Difficile a ogni modo pensare che questo potesse essere l’obiettivo della richiesta pakistana presentata alle Nazioni Unite.
Commentando alcuni fatti che nell’estate 2012 avevano visti protagonisti diversi militanti salafiti e che ancora una volta mettevano in luce il problema dei limiti della libertà d’espressione, il giurista tunisino Ben Achour scriveva: «Se la nozione di muqaddasât [cose sacre] è lasciata al potere politico, quest’ultimo si porrà come arbitro del gioco e dunque padrone delle coscienze. In questo modo si ritorna allo Stato teocratico. […] A mio avviso, la libertà di espressione artistica e filosofica dev’essere allargata senza limiti, a meno che essa non perturbi l’ordine pubblico»[4]. L’affermazione di Ben Achour sembra cogliere nel segno, permettendo di uscire dall’impasse. In linea di principio la priorità va accordata al diritto di critica, senza il quale il pensiero non può conoscere reale avanzamento. I numerosi intellettuali musulmani che sono dovuti riparare in Occidente mostrano che il vero problema oggi in molti Paesi islamici è liberare la parola dal timore dell’accusa di eterodossia, non proteggere una religione che è già presente in modo massiccio nella vita quotidiana. Scriveva con lucidità l’editorialista egiziano Muhammad Khair: «Gli estensori della Costituzione [islamista del 2012] combattono una battaglia immaginaria contro i fantasmi dell’“identità”, del “proselitismo”, della “propaganda sciita” e dell’“occidentalizzazione”, e varie altre “cospirazioni”, ma il risultato è che la Costituzione, anziché svolgere il suo compito di garante dei diritti e delle libertà, finisce per fare l’esatto contrario, in quanto cerca di tutelare tutti coloro che godono della maggioranza, del potere o dell’autorità»[5].
Tuttavia nella proposta di Ben Achour si trova anche un’importante clausola, il riferimento all’ordine pubblico. Benché anche questo principio si presti a strumentalizzazioni, esso ha il vantaggio di toccare non il piano delle convinzioni, ma quello dei comportamenti pratici. Vanno cioè proibiti quegli atteggiamenti che, dalla critica, passano all’attacco delle persone e della loro dignità, mettendo a rischio il bene pratico della convivenza, mentre lo Stato non ha titolo per valutare l’ortodossia o meno di una posizione teologica. A nostro avviso questo semplice principio (che tra l’altro ispirava la legge pakistana prima delle aggiunte di Zia-ul-Haq) è sufficiente per consentire al pensiero critico di esplicarsi in libertà, senza dimenticare le ricadute anche comunitarie delle scelte di ciascuno e le offese che attentati gratuiti ai simboli sacri portano inevitabilmente con sé. Un conto insomma è bruciare il Corano (un atto da condannare senza riserva), un altro è discutere di metodi esegetici senza la minaccia di un’accusa di apostasia (si pensi al caso dell’egiziano Nasr Abu Zayd).
La proposta di sanzionare in modo complessivo ogni “diffamazione delle religioni”, proprio perché fa di ogni erba un fascio, si rivela confusa e potenzialmente pericolosa. Ciò che va condannato piuttosto è l’incitamento all’odio. Di questo incitamento, peraltro, l’attuale legge pakistana sulla blasfemia costituisce purtroppo un raffinato esempio.
[1] Sulla condizione dei cristiani in Pakistan cfr. l’articolo molto documentato di John O’Brien, Christians in Pakistan, «Islamochristiana» 39 (2013), 175-189.
[2] Angelo Scola, Non dimentichiamoci di dio, Rizzoli, Milano 2013, 78.
[3] L’espressione si trova nell’Annual Report of the United States Commission on International Religious Freedom, maggio 2009, 65.
[4] Yadh Ben Achour, La misura della libertà: libertà senza misura?, «Oasis» 16 (2012), 18.
[5] Muhammad Khair, Il mondo dell’uomo, originariamente pubblicato su at-Tahrîr, 13 novembre 2012.”

Togliere il velo

Torino_045 fbScrive Umberto Galimberti: “Apocalisse (dal greco apo-kalypto) vuol dire “togliere il velo” “svelare quel che era nascosto”. E quest’opera di verità la stanno facendo i giovani, per farci sapere che mondo abbiamo creato per loro. Un mondo senza sogni, un mondo senza desideri che abbiamo estinto ogni volta che davamo loro una cosa prima ancora che la desiderassero.”
E’ vero? Il mondo senza sogni e desideri è creato proprio da quello che sostiene Galimberti? E nella scuola?

Ho bisogno di amore

libIn prima abbiamo parlato di amicizia, di amore e gli studenti hanno declinato questi due tipi di relazione in molti modi, liberamente. Oggi propongo un brano di Oriana Fallaci su cui sarebbe interessante discutere; mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, nelle sue singole parti.
“L’amicizia non può rimpiazzare l’amore, dicevo. L’amicizia è un ripiego effimero, artificioso, e spesso una menzogna. Non aspettarti mai dall’amicizia i miracoli che l’amore produce: gli amici non possono sostituire l’amore. Non possono strappare alla solitudine, riempire il vuoto, offrire quel tipo di compagnia. Hanno la propria vita, gli amici, i propri amori. Sono un’entità indipendente, estranea, una presenza transitoria e soprattutto priva di obblighi. Riescono ad essere amici dei tuoi nemici, gli amici. Vanno e vengono quando gli pare o gli serve, e si dimenticano facilmente di te: non te ne sei accorto? Oh, andando promettono montagne. Magari in buona fede. Conta-su-di-me, rivolgiti-a-me, chiama-me. Però, se li chiami, nella maggior parte dei casi non li trovi. Se li trovi, hanno qualche impegno inderogabile e non vengono. Se vengono, al posto delle montagne ti portano una manciata di ghiaia: gli avanzi, le briciole di sé stessi. E tu fai la medesima cosa con loro. No, a me non basta l’amicizia. Io ho bisogno di amore.”
(Oriana Fallaci, Insciallah)