Fisiognomica

FISIOGNOMICA (Franco Battiato, Fisiognomica)
Leggo dentro i tuoi occhi da quante volte vivi
dal taglio della bocca se sei disposto all’odio o all’indulgenza
nel tratto del tuo naso se sei orgoglioso fiero oppure vile
i drammi del tuo cuore li leggo nelle mani
nelle loro falangi dispendio o tirchieria.
Da come ridi e siedi so come fai l’amore
quando ti arrabbi se propendi all’astio o all’onestà
per cose che non sai e non intendi se sei presuntuoso od umile
negli archi delle unghie se sei un puro un avido o un meschino.
Ma se ti senti male rivolgiti al Signore credimi siamo niente
dei miseri ruscelli senza Fonte.
Vedo quando cammini se sei borioso fragile o indifeso
da come parli e ascolti il grado di coscienza
nei muscoli del collo e nelle orecchie il tipo di tensioni e di chiusure
dal sesso e dal bacino se sei più uomo o donna
vivere venti o quarant’anni in più è uguale
difficile è capire ciò che è giusto e che l’Eterno non ha avuto inizio
perché la nostra mente è temporale
e il corpo vive giustamente solo questa vita.
Ma se ti senti male ecc.
A volte il continuo domandare, chiedere, indagare può portare a risultati parossistici: capire dai tratti fisionomici di una persona le sue caratteristiche più intime e segrete. Su internet si trovano recensioni a questa canzone in cui si difende se non si elogia la fisiognomica… Non so quale sia il pensiero di Battiato a tal proposito; mi soffermo però sui versi “difficile è capire ciò che è giusto e che l’Eterno non ha avuto inizio perché la nostra mente è temporale e il corpo vive giustamente solo questa vita.” Sembra quasi dire: è facile capire tutto di una persona attraverso il suo aspetto esteriore. Ci sono una serie di criteri per cui posso dire se una persona sia orgogliosa, fiera, vile, presuntuosa, umile, pura, avida o meschina… Ma può bastare questo? E’ necessario porsi tutti questi interrogativi sui particolari di una persona quando quella che si vive è una vita sola? L’uomo è niente, misero ruscello senza fonte (anche senza foce?). Unico appiglio rimastogli è Dio (Sal 106,4-6: “Vagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie”).

Gemme n° 133

Un video che ha lasciato senza parole quello di Pro Infirmis che ha mostrato V. (classe quarta): “L’ho scelto perché quando l’ho visto mi ha colpita, sono rimasta di stucco. Ritengo che nessuno sia perfetto, ognuno coi suoi problemi è speciale e perfetto a modo suo”. Trovo che la vignetta che pubblico qui sotto accompagni molto bene le parole di V.

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Gemme n° 132

Come gemma ho portato il libro «Il blu è un colore caldo». Mi ha colpito molto perché leggendolo si impara a fregarsene di quel che dice la gente, senza cercare di compiacere la società perché la società siamo noi. Tuttavia la frase che ho deciso di leggere ai miei compagni non riguarda questo ma l’amore: «Emma una volta mi ha chiesti se credevo esistesse l’amore eterno. L’amore è qualcosa di astratto e indefinibile. Dipenda da noi, siamo noi a percepirlo e viverlo. Se non esistessimo, non esisterebbe. E noi siamo così mutevoli. Quindi non può che esserlo anche l’amore. L’amore si accende, muore, si spezza, ci spezza, si ravviva, ci ravviva. Forse l’amore non è eterno ma ci rende eterni».”

blu1Eccola qui la gemma di L. (classe seconda). A commento una frase di E.M. Forster: “Non è possibile amarsi e separarsi. Si vorrebbe che fosse possibile. Si può trasformare l’amore, ignorarlo, sprecarlo, ma non si può estirparlo dall’anima. Lo so per esperienza che i poeti hanno ragione: l’amore è eterno.”

Il tempo del digiuno

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Ieri, oltre che essere il giorno dopo martedì grasso, per i credenti cristiani era il mercoledì delle ceneri che ha dato inizio alla Quaresima. Enzo Bianchi, sul sito della Comunità di Bose, ha proposto questa riflessione che aiuta a comprendere il senso cristiano del digiuno.
Il mangiare appartiene al registro del desiderio, deborda la semplice funzione nutritiva per rivestire rilevanti connotazioni affettive e simboliche. L’uomo, in quanto uomo, non si nutre di solo cibo, ma di parole e gesti scambiati, di relazioni, di amore, cioè di tutto ciò che dà senso alla vita nutrita e sostentata dal cibo. Il mangiare del resto dovrebbe avvenire insieme, in una dimensione di convivialità, di scambio che invece, purtroppo e non a caso, sta a sua volta scomparendo in una società in cui il cibo è ridotto a carburante da assimilare il più sbrigativamente possibile.
Il digiuno svolge allora la fondamentale funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di che cosa viviamo, di che cosa ci nutriamo e di ordinare i nostri appetiti intorno a ciò che è veramente centrale. E tuttavia sarebbe profondamente ingannevole pensare che il digiuno – nella varietà di forme e gradi che la tradizione cristiana ha sviluppato: digiuno totale, astinenza dalle carni, assunzione di cibi vegetali o soltanto di pane e acqua -, sia sostituibile con qualsiasi altra mortificazione o privazione. Il mangiare rinvia al primo modo di relazione del bambino con il mondo esterno: il bambino non si nutre solo del latte materno, ma inizialmente conosce l’indistinzione fra madre e cibo; quindi si nutre delle presenze che lo attorniano: egli “mangia”, introietta voci, odori, forme, visi, e così, pian piano, si edifica la sua personalità relazionale e affettiva. Questo significa che la valenza simbolica del digiuno è assolutamente peculiare e che esso non può trovare “equivalenti” in altre forme di rinuncia: gli esercizi ascetici non sono interscambiabili! Con il digiuno noi impariamo a conoscere e a moderare i nostri molteplici appetiti attraverso la moderazione di quello primordiale e vitale: la fame, e impariamo a disciplinare le nostre relazioni con gli altri, con la realtà esterna e con Dio, relazioni sempre tentate di voracità.
Il digiuno è ascesi del bisogno ed educazione del desiderio. Solo un cristianesimo insipido e stolto che si comprende sempre più come morale sociale può liquidare il digiuno come irrilevante e pensare che qualsiasi privazione di cose superflue (dunque non vitali come il mangiare) possa essergli sostituita: è questa una tendenza che dimentica lo spessore del corpo e il suo essere tempio dello Spirito santo. In verità il digiuno è la forma con cui il credente confessa la fede nel Signore con il suo stesso corpo, è antidoto alla riduzione intellettualistica della vita spirituale o alla sua confusione con lo psicologico.
Certamente, poiché il rischio di fare del digiuno un’opera meritoria, una performance ascetica è presente, la tradizione cristiana ricorda che esso deve avvenire nel segreto, nell’umiltà, con uno scopo preciso: la giustizia, la condivisione, l’amore per Dio e per il prossimo. Ecco perché la tradizione cristiana è molto equilibrata e sapiente su questo tema: “Il digiuno è inutile e anche dannoso per chi non ne conosce i caratteri e le condizioni” (Giovanni Crisostomo); “E’ meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli” (Abba Iperechio); “Se praticate l’ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi” (Isidoro il Presbitero).
Sì, noi siamo ciò che mangiamo, e il credente non vive di solo pane, ma soprattutto della Parola e del Pane eucaristici, della vita divina: una prassi personale ed ecclesiale di digiuno fa parte della sequela di Gesù che ha digiunato, è obbedienza al Signore che ha chiesto ai suoi discepoli la preghiera e il digiuno, è confessione di fede fatta con il corpo, è pedagogia che porta la totalità della persona all’adorazione di Dio.
In un tempo in cui il consumismo ottunde la capacità di discernere tra veri e falsi bisogni, in cui lo stesso digiuno e le terapie dietetiche divengono oggetto di business, in cui pratiche orientali di ascesi ripropongono il digiuno, e la quaresima è sbrigativamente letta come l’equivalente del ramadan musulmano, il cristiano ricordi il fondamento antropologico e la specificità cristiana del digiuno: esso è in relazione alla fede perché fonda la domanda: “Cristiano, di cosa nutri la tua vita?” e, nel contempo, pone un interrogativo lacerante: “Che ne hai fatto di tuo fratello che non ha cibo a sufficienza?”.”

Gemme n° 131

xeniaHo portato come gemma questa collanina con la croce: la catenina me l’ha regalata la nonna, il ciondolo mia madre per compleanno. Mi ricorda loro due, le donne più importanti della mia vita: so che posso sempre contare su di loro. Mi hanno trasmesso il valore della famiglia, cosa non da poco in questo periodo, e le porto sempre nel cuore”. Sono state le parole con cui X. (classe terza) ha presentato la propria gemma.

Con questa gemma tutta al femminile mi è venuta in mente una frase con la quale si può essere più o meno d’accordo, ma che mi pare sintetizzare la situazione: “Solo attorno a una donna che ama può formarsi una famiglia” (Friedrich von Schlegel, Idee, 1801).

Gemme n° 130

Ho scelto questa sequenza per raccontare il mio amore per la danza, come passione e stile di vita. Le parole di Moose fanno capire che ballando si possono cambiare le cose e si può essere se stessi, bastano la musica e qualche passo per sentirsi liberi”. Così K. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.

Mentre parlava, mi è venuta alla mente una rappresentazione particolare della divinità indiana Shiva. Uno dei modi in cui è chiamato è Signore della danza (Nataraja), il ballo che ha dato origine al cosmo e tramite il quale il mondo stesso si manifesta, si preserva e si rinnova. La natura è cambiamento continuo che viene portato all’armonia dalla danza di Shiva. Ruolo importante è rivestito dal suono dei tamburi, che ricordano il battito del cuore: il cuore umano è infatti il centro della danza di Shiva, la vita stessa.

nataraja

Sul dubbio

dubbio

Da un bel po’ di anni non mi capitava di prendermi l’influenza… Alla fine è arrivata. Ieri la febbre non mi ha dato tregua e quindi via pc, via libri, un filo di tv in sottofondo e tanto sonnecchiare. Oggi le cose vanno un po’ meglio e desidero condividere, soprattutto con le classi quinte, questa intervista di Michele Turrisi a Emanuele Angeleri, pubblicata lo scorso settembre su Kasparhauser. Come si può leggere sullo stesso sito, Emanuele Angeleri (1932), dottore in fisica, è stato ricercatore industriale nel settore dell’energia nucleare e delle telecomunicazioni (25 anni) e poi professore associato alla cattedra di Teoria della Informazione e della Trasmissione presso l’Università degli Studi di Milano (20 anni).
Professore: Lei è uno studioso di scienze fisiche e un tecnico; eppure si interessa di religione e legge la Bibbia in ebraico. A cosa deve tanta familiarità col Testo Sacro?
Per rispondere a questa domanda non posso evitare di ricorrere a un ricordo autobiografico. Ho davanti agli occhi la cucina di casa mia di quando ero un bimbetto di sei anni, ormai tanti anni fa. Il tavolone dove si era cenato veniva sparecchiato e tutta la famiglia vi sedeva attorno, alle 8.30 di sera: mio padre, mia madre e noi quattro fratelli, ciascuno con la sua Bibbia davanti. Cominciava mio padre con un versetto, poi veniva mia madre col successivo, seguiva mio fratello maggiore, poi mia sorella, poi il fratello subito più grande di me e per ultimo io, in braccio alla mamma che mi aiutava nella mia traballante lettura. Il giro si ripeteva finché si era letto un capitolo, che mio padre di volta in volta sceglieva secondo un suo criterio. Finita la lettura c’era una breve discussione in cui si facevano delle domande alle quali rispondevano mio padre e mia madre. Alle volte si cantava anche un inno della raccolta della nostra assemblea. Oggi, dopo un’infinità di anni, la sera, prima di addormentarmi, in quei momenti indistinti fra la veglia e il sonno sopravveniente, risento quel coro famigliare, risento con vivezza nelle orecchie la bella voce melodiosa di mia madre… Quelle sere erano un’occasione di incontro famigliare che ricordo con acuta nostalgia, se penso che delle sei persone sedute attorno a quel tavolo intente a leggere la Bibbia, ne sono rimaste soltanto due: mio fratello maggiore ed io, il più piccolo. Si può calcolare che se si procede con un capitolo per sera è possibile leggere tutta la Bibbia in cinque anni. In realtà a causa dei vari inconvenienti che la vita presenta il tempo che si impiega mediamente si aggira sui sette anni. A diciotto-diciannove anni se tutto va bene la Bibbia l’hai letta due volte. Questo era il programma. Ma ci fu la guerra, il rituale fu interrotto, la famiglia in parte si disperse e il programma non fu portato a termine come previsto. Ho fatto in tempo a leggere la Bibbia in quel modo una volta e un po’! La Bibbia fa parte del mio imprinting personale: è stata una componente essenziale della mia vita e tale rimarrà per sempre.
Allo studio dell’ebraico sono stato avviato ancora giovinetto da un mio zio, un fratello di mia madre. In quel periodo ho imparato alcuni salmi in ebraico a memoria e alcune benedizioni rituali che posso recitare ancora. Ho continuato a leggere la Bibbia nell’originale ebraico nel corso di tutta la mia vita. Mio zio alla morte mi ha lasciato la sua ricca biblioteca di ebraico (consistente in numerose edizioni critiche del testo biblico, vocabolari, grammatiche e un’ampia letteratura sull’argomento), che conservo gelosamente e spesso consulto. Un salto nella mia conoscenza dell’ebraico è avvenuto in età matura a seguito dell’incontro con un rabbino dal quale ho imparato molte cose e dell’amicizia con un collega ebreo, col quale mantengo strette relazioni tuttora. Questo amico mi ha convinto anni fa a fare un lungo giro in Israele, assieme alle nostre mogli. Su di una macchina a nolo siamo stati quasi dappertutto. Alloggiati in un Qibbùtz, mi sono reso conto di come la mia conoscenza dell’ebraico biblico fosse sufficiente a permettermi qualche semplice scambio per le necessità di tutti i giorni. Tornato a casa mi sono dedicato all’aggiornamento sull’ebraico moderno che continua tuttora, cosa che ho la gioia di condividere anche con mia moglie. (Nel frattempo la biblioteca di mio zio si è arricchita di altri volumi).
Ma forse sto divagando troppo. In ogni modo, circostanze fortuite (ma cosa significa esattamente fortuito?) mi hanno legato strettamente alla Bibbia e alla sua lingua facendomela diventare un compagno fedele dal quale non mi separerei mai. Tra i fisici sono in buona compagnia: Isaac Newton, profondo studioso e conoscitore delle Scritture, era convinto che nella Bibbia ci fosse un tesoro nascosto di verità preziose non dogmatiche e assolute, ma dotate della eccezionale particolarità di svolgersi e avverarsi nel tempo. Sta all’uomo leggerla in ogni epoca e scoprire in essa le verità annunziate per quel tempo. Sono pienamente d’accordo con R. Popkin il quale arditamente capovolge la domanda che si sente correntemente porre da chi per la prima volta scopre gli interessi biblico-teologici del grande scienziato: «Come mai uno scienziato del suo calibro ha perso tempo con assurdi problemi teologici?» chiedendosi invece provocatoriamente: «Come mai uno dei più grandi teologi del ‘600 ha perso tempo a scrivere opere scientifiche?».
Lei si dichiara agnostico. A che punto della sua vita e perché ha realizzato di non potersi più dire credente?
Non c’è un punto preciso della mia vita in cui mi sono ‘convertito’ all’agnosticismo. È una convinzione che è maturata progressivamente nel tempo, quando diventato adulto ho cominciato a riflettere seriamente sul problema della vita, della morte e sul significato del Tutto. Un ruolo importante in questa mia presa di posizione l’ha avuto Kant, sulla cui filosofia ho riflettuto nel corso della mia vita. (Dopo lo studio al liceo mi era rimasta la persuasione che valesse la pena approfondirne la conoscenza). C’è una sua proposizione che recita testualmente: «Il concetto di Dio è un concetto originale, che non appartiene alla fisica, e cioè non alla ragione speculativa, ma alla morale» (Critica della ragion pratica, 252). Con la ragione non si può dimostrare né l’esistenza né la non-esistenza di Dio. Di questo mi sono convinto e pertanto, se devo darmi un’etichetta, mi dichiaro un “agnostico, non insensibile a quell’importante componente dell’esperienza umana indicata come religiosità”. Ma c’è un’altra osservazione di Kant che completa e rafforza la mia posizione agnostica: «Il reggitore del mondo ci lascia soltanto congetturare e non scorgere o dimostrare chiaramente la sua esistenza e maestà … perché ove la sua esistenza potesse essere logicamente dimostrata… Dio e l’eternità, nella loro tremenda maestà, ci starebbero continuamente davanti agli occhi… e … la condotta dell’uomo, rimanendo la sua natura quale è adesso, sarebbe dunque mutata in un semplice meccanismo in cui, come nel teatro delle marionette, il tutto gesticolerebbe bene ma nelle figure non si troverebbe vita alcuna» (ibidem, 265-266).
Circa l’origine del mondo e di tutte le cose in esso, da fisico Lei ritiene che l’ipotesi di lavoro “Dio” sia ammissibile o piuttosto una divagazione inutile?
Bisogna intendersi sul significato che vogliamo dare alla parola ‘Dio’. Se con questo termine si intende il Dio provvidente e misericordioso predicato da tutte le grandi religioni monoteistiche, cercare questo Dio nella fisica è sicuramente operazione inutile. Parole come ‘Dio’, ‘anima’, ‘spirito’ non fanno parte della fisica e non sono argomento di studio dei fisici, i quali — com’è noto — usano come criterio di verità la verifica sperimentale. Però chi si occupa di fisica seriamente si trova in continuazione a confrontarsi con la raffinatissima intelligenza della Natura, con il Deus sive Natura di Spinoza, descritto meravigliosamente da Einstein con queste bellissime parole: «[Lo studio della fisica produce in me] un’ammirazione estatica delle leggi della Natura, rivelandomi una mente così superiore che tutta l’intelligenza, messa dagli uomini nei loro pensieri, non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo… »; e ancora: «[Questa sensazione si manifesta in me] come una sorta di ebbrezza gioiosa e di meraviglia al cospetto della bellezza e della grandiosità del mondo, di cui l’uomo può costruirsi solo una vaga idea. Questa gioia è il sentimento dal quale l’autentica ricerca scientifica trae il proprio nutrimento spirituale, ma che sembra anche trovare espressione nel canto degli uccelli» (Religione e scienza, 1930). Il problema sta nel far coincidere il Dio provvidente e misericordioso delle religioni tradizionali con il Dio di Spinoza, per il quale si dovrebbe concepire l’amor Dei intellectualis proposto dal filosofo, che è una ben misera consolazione a fronte della inestinguibile sete di amore e protezione che l’uomo cerca in Dio. Spinoza considerò il suo Dio inconciliabile con il Dio della tradizione biblica e sia gli ebrei che i cristiani del suo tempo concordarono con lui, a tal segno che fu considerato ‘eretico’ da entrambe le religioni.
Che cos’è per Lei la fede? Credenza, fiducia, certezza?
Mi scuso, ma citerò ancora Kant, il quale afferma che «la speranza comincia soltanto con la religione» (Critica della ragion pratica, 235). Ed io, concordando con il filosofo, affermo conseguentemente che per me fede significa speranza. È mia precisa convinzione che il termine fede abbia perso il significato originario assumendo nel tempo un significato dogmatico con una connotazione di certezza che esso non ha. Il termine è quello arrivatoci attraverso il cristianesimo con la parola greca πίστις (pístis) che è stata tradotta in latino con fides, da cui deriva il corrispondente italiano fede. Il vocabolo greco e quello latino, rimontando entrambi a radice indoeuropea, sono parenti stretti sul piano etimologico, in quanto connessi alla radice greca πείϑειν (= persuadere, convincere), e si corrispondono quasi perfettamente. In realtà il greco pístis significa semplicemente “credenza, convinzione, fiducia [in qualcuno o qualcosa], attendibilità” — tutti concetti che rimandano a incertezza, più o meno marcata, una incertezza che si può risolvere soltanto con un atto personale soggettivo. Viceversa nel mondo cristiano per la parola fede si è andato consolidando un significato di “certezza irrefutabile”, al segno che in tempi per fortuna ormai lontani asserire di avere dei dubbi sulla fede poteva essere la base per l’accusa di eresia che poteva addirittura costare la vita!
Questo spostamento di significato del termine è chiaramente rilevabile nelle varie traduzioni del famoso passo di Ebrei 11,1 dove della fede si dà una definizione che nella versione Riveduta suona così: «Ora la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono». Quello che l’orecchio italiano non rileva è che alla parola πίστις/fede — il cui significato originario rimanda, come dicevamo, a incertezze soggettive, del tipo plausibilità, attendibilità, credenza — viene attribuito un significato di certezza oggettiva relativamente a un concetto carico di dubbio quale la speranza o a realtà aleatorie quali le cose che non si vedono. Consultando le versioni più importanti a partire dalla Vulgata fino alle varie versioni moderne, l’ossimoro “incertezza/certezza” viene mantenuto. L’unica versione che si sforza di aderire al significato originario della parola πίστις è quella di Lutero. Il riformatore ha reso correttamente la parola greca con Glaube (= credenza), dopodiché l’ossimoro della definizione non poteva non essere rilevato. Lutero ha conseguentemente fornito una traduzione decisamente diversa da tutte le altre che conosco. Riportando in italiano la versione di Lutero si legge: «Ora la credenza [πίστις/Glaube] è fiducia certa in ciò che si spera e un non dubitare di ciò che non si vede». Come salta subito agli occhi, la traduzione di Lutero cerca di attenersi rigorosamente all’originale. La fede diventa una speranza, ovvero un’aspettazione fiduciosa («fiducia certa»), e uno sforzo teso a «non dubitare» delle cose invisibili. Dunque un cambiamento interpretativo non da poco, che associa al concetto di fede quello di dubbio. Mi vengono alla mente le parole di Hermann Hesse: «Dubbio e fede si corrispondono reciprocamente e si contrappongono in forma complementare. Chi non ha mai dubitato non ha nemmeno rettamente creduto».
Così intesa, la fede è un dono che non ci separa dagli altri. Qual è la sua idea di laicità?
Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, «mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione» (n. 1213; corsivo nostro). In parole semplici, il battesimo (ricordiamolo: impartito agli infanti) trasforma ipso facto in cristiani. Ogni dubbio o diversa opinione su punti definiti “materia di fede” colloca l’individuo nella categoria degli ‘eretici’. Da speranza soggettiva, che il credente con un suo percorso personale si deve sforzare di convertire in fiducia senza incertezze, la fede viene trasformata in un fatto oggettivo, trascendente e irrefutabile. L’umanità viene inevitabilmente divisa fra coloro che accettano dichiarandosi credenti senza dubbi (o comunque tenuti per sé) e coloro che invece manifestano dei dubbi e che pertanto devono pentirsi ed essere recuperati alla fede, se battezzati, oppure convertiti e battezzati.
Penso che la fede non possa neppure essere indicata come un ‘dono’, ma deve piuttosto essere intesa come una conquista quotidiana da realizzare in ogni momento della vita. Tutta la nostra vita è fondata sull’incertezza, si dubita di tutto in un senso o nell’altro: il credente cede alla tentazione del non credere e il miscredente si lascia vincere dal desiderio di certezze. Siamo “fratelli nel dubbio”; e in questo stato di debolezza ci dobbiamo amare e rispettare.
L’interpretazione dogmatica della fede storicamente si è combinata con la creazione di una struttura regale-sacerdotale articolata in ciò che viene definito “clero” e nel conseguente “potere clericale”. Il primo seme di laicità lo ha gettato Lutero evidenziando come l’annuncio evangelico implichi la fine di ogni sacerdozio. Siamo stati fatti «sacerdoti e re» a Dio. Che grande e rivoluzionaria scoperta: tutti sacerdoti, tutti re, nessuno sacerdote, nessuno re! Da qui il “libero esame” e la rivalutazione dell’uomo come attore unico e come unico responsabile della sua vita, delle sue idee e delle sue azioni, in perfetta autonomia decisionale rispetto a qualunque condizionamento ideologico morale o religioso di poteri costituiti. Il mio modo di intendere la laicità sta in queste poche parole. La religione resta come fatto squisitamente personale e la chiesa diventa puramente e semplicemente il luogo dove alcune persone che hanno sensibilità religiosa affine si riuniscono nel nome di Cristo, o nel nome di JHWH, o nel nome di Allah…
Originariamente filosofia e fisica non erano due discipline distinte. La grande discriminante in età moderna sarà, come sappiamo, il concetto di verifica sperimentale. C’è interdipendenza tra le due discipline? Lei parla di conseguenze filosofiche di alcune sconvolgenti evidenze sperimentali inerenti alla fisica novecentesca. Ci aiuti a capire di cosa si tratta.
È vero, fisica e filosofia (e aggiungerei teologia) nell’antichità non erano distinte né distinguibili. Quando l’uomo ha cominciato a riflettere sulla realtà in cui si trova immerso e sul significato della sua presenza in essa, si è posto domande sulle esperienze che più lo inquietavano sollevando problemi che successivamente sono stati inquadrati ed esaminati in grandi aree di ricerca. La fisica (si pensi all’antica designazione come philosophia naturalis) non è che una costola distaccatasi dal corpo della filosofia (così anche la teologia). Gli elementi distintivi della fisica rispetto alla filosofia sono sintetizzabili nei due seguenti punti: 1) la verifica sperimentale nello studio dei fenomeni naturali, come criterio ultimo di verità; 2) il potenziamento della logica con il metodo matematico. La fisica, concentrandosi sullo studio della natura, ha subito un inevitabile processo che potremmo dire di ‘specializzazione’. Com’è noto, l’introduzione del metodo sperimentale e l’uso della matematica ha consentito alla fisica progressi inimmaginabili sul piano concreto della manipolazione della natura, riuscendo a imporsi all’attenzione generale, grande pubblico compreso, con la scoperta dell’energia nucleare e la terrificante realizzazione della bomba atomica. Questa circostanza ha generato in una parte del mondo dei fisici un atteggiamento presuntuoso nei riguardi della filosofia, considerata da alcuni come un esercizio mentale astratto e improduttivo. Per contro la fisica è una scienza volta a descrivere ciò che esiste — la realtà — e l’esperienza non è altro che un semplice criterio che ci permette di discriminare fra enunciati veri ed enunciati falsi relativamente a questa realtà.
Agli inizi del ’900 l’osservazione di alcuni fatti sperimentali (che non esito a qualificare come ‘sconvolgenti’) per i quali i fisici non riuscivano a trovare spiegazione nell’ambito della fisica classica, portò alla fondazione di una nuova fisica — denominata in seguito meccanica quantistica — che costrinse a rivedere i fondamenti della fisica classica stessa.
Riassumerei così tre punti fondamentali per la fondazione della nuova fisica: a) Principio di sovrapposizione degli stati. Nel mondo microscopico, stati differenti e inconciliabili, come essere un oggetto ben localizzato e dotato di massa (per es. un elettrone) o essere un’onda non ben localizzata e diffusa nello spazio, possono coesistere. b) Principio di separabilità. La fisica classica si attiene a questo principio che si enuncia nella forma seguente: L’influenza che due oggetti fisici contigui possono reciprocamente esercitare l’uno sull’altro è decisamente superiore a quella che si manifesta fra due oggetti fisici a distanza remota. Esso è decisamente violato da un fenomeno fisico che si osserva fra particelle elementari noto con il nome di entanglement (= intreccio, correlazione). Due particelle legate in questo particolare stato, portate anche a distanza grandissima “restano in contatto”. Una misura fatta sull’una è immediatamente “sentita” dall’altra. I fisici si sono trovati nella necessità di esaminare seriamente la possibilità che la realtà possa essere immaginata come un Tutto Inseparabile. D’Espagnat, eminente fisico teorico francese, ha avanzato l’ipotesi che la separazione spaziale degli oggetti sia in parte anch’essa un modo della nostra sensibilità, al pari del tempo e dello spazio. c) Sperimentazione o partecipazione. La fisica moderna parla di partecipatore piuttosto che di sperimentatore. Lo sperimentatore, che interviene sulla realtà modificandola suo malgrado, come quando fa collassare mediante una misura uno stato in sovrapposizione in uno dei suoi stati stabili (per es. la sovrapposizione onda/particella in onda o in particella), partecipa attivamente al processo di collasso e quindi assume la figura di partecipatore piuttosto che quella di sperimentatore. Ne segue la necessità di definire gli oggetti fisici studiati dalla meccanica quantistica più appropriatamente come “essibili” (ingl. beable) piuttosto che come “osservabili” (ingl. observable).
I fatti ‘sconvolgenti’ sopra menzionati hanno aperto la strada a un altro modo di intendere la fisica. D’Espagnat definisce la fisica come la scienza dell’esperienza umana comunicabile relativa a un certo suo dominio. Possiamo dire che la nuova fisica rivaluta l’antica ipotesi filosofica nota come idealismo. Si sono aperti nuovi spazi per un’efficace e feconda collaborazione tra le due discipline. L’apparizione di più vasti orizzonti lascia sperare in interessanti e stimolanti risultati.
La fede, il dubbio e la loro «parte migliore» (Lc 10,42)
Il primo libro della Bibbia, la Genesi, comincia con la seconda lettera dell’alfabeto ebraico, la Beth, il cui geroglifico è “la casa”. La Genesi con il racconto della creazione ci parla della nascita della Natura, la nostra “grande casa”, che per essere sotto il segno della Beth, del numero 2, è regno della divisione, dei contrasti e della contrapposizione di opposti. L’uomo, inserito in questa realtà contraddittoria, è ossessionato dalla inconciliabilità dei contrari: bianco/nero, grande/piccolo, giusto/ingiusto, vita/morte… e più in generale tesi/antitesi. La contraddizione più lacerante si riassume nella coppia dubbio/certezza. L’uomo drammaticamente vive nell’incertezza su tutto e aspira a cancellare ogni forma di dubbio per ottenere certezza. Ogni opera d’uomo che ci circonda, caratteristica della nostra civiltà, è destinata a surrogare quelle certezze che non abbiamo: la casa, la famiglia, il lavoro, le assicurazioni, le previdenze, la ricerca scientifica… La fede è uno dei concetti elaborati per risolvere il binomio dubbio/certezza. Sul piano della pura logica aristotelica, gli opposti sono inconciliabili: tertium non datur. Sul piano razionale non esiste composizione di opposti. Su ciò si fonda il mio agnosticismo. La contrapposizione dialettica tesi/antitesi insolubile logicamente, si può risolvere soltanto con una sintesi, elaborando un Oberbegriff, ossia un concetto sovraordinato che a un più alto livello riesca a coniugare e conciliare i due concetti contrapposti. La sintesi deve realizzare il miracolo di non essere nessuno dei due concetti antitetici e al tempo stesso di poter essere entrambi. Nel nostro caso nella sintesi non ci deve essere né dubbio, né certezza, ma al tempo stesso dubbio e certezza devono poterci essere e coesistere. Il concetto di aspettazione fiduciosa sembra realizzare la sintesi desiderata. La fiducia certa di cui parla Lutero nella sua traduzione non è altro che aspettazione fiduciosa, che non è certezza e non è dubbio, ma tenta di realizzare uno stato a livello superiore che si esplica in un’attesa speranzosa in cui possono residuare dubbi che solo la speranza può tacitare. L’apostolo Paolo parla di salvezza in speranza, ossia della possibilità di salvarsi dalla disperazione del dubbio sperando: «Poiché siamo stati salvati in speranza» (Rm 8,24).
La parte peggiore della pístis sta nello scambiarla per uno dei suoi poli dialettici: la certezza, da un lato, che porta al dogmatismo e il dubbio, dall’altro, che porta alla disperazione (= mancanza di speranza). La parte migliore della pístis sta nella conquista di una fiduciosa attesa, dove dubbio e certezza residuano ancora ma perdono il carattere di drammaticità che caratterizza ogni contrapposizione. Occorre saper prendere le distanze dal mondo della Beth, dal dualismo della realtà in cui siamo immersi, dalle innumerevoli contraddizioni della quotidianità (come ha saputo fare Maria in Lc 10,38-42). Nello stato di fiduciosa attesa il dubbio non scompare, ma si sublima in uno stato d’animo che si colloca in un livello più elevato di comprensione. Il dubbio ha infatti una sua valenza positiva troppo spesso e troppo facilmente trascurata. Esso stimola un continuo processo di revisione dinamica delle proprie convinzioni, aprendo l’individuo a una maggiore e più ampia tolleranza nei confronti di posizioni differenti. Dubitare è un buon antidoto contro il pericolo di assumere posizioni statiche e improduttive, sbilanciate verso atteggiamenti dogmatici e settari.”

Rejoice

REJOICE (U2, October)
Sta cadendo, sta cadendo e fuori un palazzo sta crollando
E dentro un bambino per terra dice che lo farà ancora
E dimmi tu come dovrei fare? Cosa dovrei dire nel mondo?
Non c’è nient’altro da fare.
Lui dice che cambierà il mondo un giorno, Io gioisco.
Stamattina sono caduto dal letto qando ho realizzato quello che lui aveva detto
E’ tutta una pazzia ma sono troppo pigro per stare sdraiato.
E dimmi tu come dovrei fare? Dimmi solo cosa dovrei dire?
Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare il mondo in me.
Io gioisco
Bono, a 14 anni, ha vissuto un episodio che l’ha segnato per la vita: nel settembre del 1974, festeggia il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei suoi nonni materni e, durante i festeggiamenti, il nonno muore. Al funerale del nonno, il 6 settembre, la madre di Bono viene colpita da un aneurisma cerebrale e muore 4 giorni dopo, il 10 settembre. Le domande sul senso del dolore e delle ingiustizie costellano molti dei testi del gruppo irlandese, soprattutto nella prima parte della produzione. Durante il concerto del 28/11/1981 a Los Angeles, Bono introduce così questa canzone: “A Dublino stanno abbattendo le case nel centro città e stanno spingendo le persone fuori dal centro e le stanno gettando in quartieri fuori città come se fossero qualcosa di non umano. Ma io dico: rallegratevi!”.
In pochi versi son racchiusi interi libri profetici della Bibbia:
E dimmi tu come dovrei fare?
Cosa dovrei dire nel mondo?
Non c’è nient’altro da fare.
Lui dice che cambierà il mondo un giorno
Io gioisco.”
La domanda di ribellione, di rivolta; la rassegnazione; la promessa di Dio; la gioia e la fiducia. Alla fine anche il ruolo dell’uomo, la conversione: “Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare il mondo in me.” Sembra il riassunto del breve libro di Abacuc…
Il profeta parte da un “classico” biblico (vedi Giobbe): la domanda a Dio sul mancato intervento a favore del giusto che viene oppresso.
Fino a quando, Signore, implorerò aiuto
e non ascolti,
a te alzerò il grido: “Violenza!”
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Non ha più forza la legge
né mai si afferma il diritto.
Il malvagio infatti raggira il giusto
e il diritto ne esce stravolto.”
L’intervento di Dio in realtà c’è: “Dio interverrà mediante i Caldei”, un popolo molto violento, potente, forte e crudele. Abacuc è il profeta che osa un po’ più degli altri: chiede a Dio di rendere conto del modo in cui governa il mondo.
Non sei tu fin da principio, Signore,
il mio Dio, il mio Santo?

Tu dagli occhi così puri
che non puoi vedere il male
e non puoi guardare l’oppressione,
perché, vedendo i perfidi, taci,
mentre il malvagio ingoia chi è più giusto di lui?
Tu tratti gli uomini come pesci del mare,
come animali che strisciano e non hanno padrone.”
Come fa Dio, che è giusto e puro, che non sopporta il male e l’oppressione, a tacere vedendo le perfidie? E tutto mentre chi è malvagio si accanisce su chi è meno malvagio di lui? Perché Dio legittima una tale forza ingiusta? Abacuc sembra dire: “Ho l’impressione che non te ne importi molto… Non stai facendo niente per risolvere la questione nonostante tu potresti fare molto… Se io fossi Dio, cercherei di fare le cose in modo differente. Quello che stai facendo non mi sembra comunque giusto”.
La risposta di Dio arriva in 2,4:
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede”
Sembrano riecheggiare gli U2:Non posso cambiare il mondo ma posso cambiare il mondo in me.”
E ci sarà la difesa di Dio, forte e potente, non immediata ma certa. Abacuc può gioire mentre il mondo attorno crolla e muore:
Ho udito. Il mio intimo freme,
a questa voce trema il mio labbro,
la carie entra nelle mie ossa
e tremo a ogni passo,
perché attendo il giorno d’angoscia
che verrà contro il popolo che ci opprime.
Il fico infatti non germoglierà,
nessun prodotto daranno le viti,
cesserà il raccolto dell’olivo,
i campi non daranno più cibo,
le greggi spariranno dagli ovili
e le stalle rimarranno senza buoi.
Ma io gioirò nel Signore,
esulterò in Dio, mio salvatore”
Ancora gli U2:
Sta cadendo, sta cadendo e fuori un palazzo sta crollando
Non c’è nient’altro da fare. Lui dice che cambierà il mondo un giorno. Io gioisco.”

Gemme n° 129

Il video parla da sé, sembra descrivere un mondo idilliaco, una realtà impossibile. Ma è anche vero che un gesto carino può cambiare la giornata a chiunque; ci dovremmo sforzare di aiutare gli altri anche se per noi personalmente è brutta giornata, anche solo per il piacere di farlo. Sono attori quelli che recitano qui, ma mi piacciono questi video; penso sia importante andare oltre i pregiudizi e gli stati sociali”. Così A. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Mi sono venute in mente due frasi. Una è una frase semplicissima del Dalai Lama, contraddistinta da semplicità hepburne concisione di cui lui è capace: “Sii gentile quando possibile. È sempre possibile”. L’altra frase arriva dal mondo cinematografico del passato, da quell’icona di fascino e bellezza che risponde al nome di Audrey Hepburn: “Per avere labbra attraenti, pronuncia parole gentili…”.

Gemme n° 128

Elisa

Ho portato questo braccialetto: è il modo con cui mi porto dietro chi mi vuole bene. Ogni ciondolo mi è stato regalato da una persona importante della mia vita: mia sorella, i miei genitori, un’amica, il moroso”. Questa la gemma di E. (classe terza). Indossare le nostre relazioni significative, portare a contatto della pelle le persone che occupano già il nostro cuore e la nostra mente.

Gemme n° 127

Questo spezzone di uno dei miei film preferiti mi ha colpito molto perché è quello che spesso mi è stato detto. Penso che questo scetticismo sia quello che ci dà la forza per fare le cose”. Così M. (classe seconda) ha presentato la sua gemma. Diceva il francese Édouard Schuré: “Quando l’anima perde la sua luce la religione diventa pura idolatria; quando il pensiero lascia il posto al materialismo la filosofia sprofonda nello scetticismo”.

Le rose blu

LE ROSE BLU (Roberto Vecchioni, Di rabbia e di stelle)
Vedi, darti la vita in cambio sarebbe troppo facile,
tanto la vita è tua e quando ti gira la puoi riprendere;
io, posso darti chi sono, sono stato o chi sarò,
per quello che sai, e quello che io so.
Io ti darò tutto quello che ho sognato, tutto quello che ho cantato,
tutto quello che ho perduto, tutto quello che ho vissuto,
tutto quello che vivrò,
e ti darò ogni alba, ogni tramonto, il suo viso in quel momento
il silenzio della sera e mio padre che tornava io ti darò.
Io ti darò il mio primo giorno a scuola, l’aquilone che volava
il suo bacio che iniziava, il suo bacio che moriva io ti darò,
e ancora sai, le vigilie di Natale quando bigi e ti va male,
le risate degli amici, gli anni, quelli più felici io ti darò.
Io ti darò tutti i giorni che ho alzato i pugni al cielo
e ti ho pregato, Signore, bestemmiandoti perché non ti vedevo,
e ti darò la dolcezza infinita di mia madre,
di mia madre finita al volo nel silenzio di un passero che cade,
e ti darò la gioia delle notti passate con il cuore in gola,
quando riuscivo finalmente a far ridere e piangere una parola…
Vedi, darti solo la vita sarebbe troppo facile
perché la vita è niente senza quello che hai da vivere;
e allora, fa che non l’abbia vissuta neanche un po’,
per quello che tu sai, e quello che io so.
Fa che io sia un vigliacco e un assassino, un anonimo cretino,
una pianta, un verme, un fiato dentro un flauto che è sfiatato
e così sarò, così sarò,
non avrò mai visto il mare non avrò fatto l’amore,
scritto niente sui miei fogli, visto nascere i miei figli che non avrò.
Dimenticherò quante volte ho creduto e ho amato, sai,
come se non avessi amato mai,
mi perderò in una notte d’estate che non ci sono più stelle,
in una notte di pioggia sottile che non potrà bagnare la mia pelle,
e non saprò sentire la bellezza che ti mette nel cuore la poesia
perché questa vita adesso, quella vita non è più la mia.
Ma tu dammi in cambio le sue rose blu
fagliele rifiorire le sue rose blu
Tu ridagli indietro le sue rose blu.
Sono tre i personaggi di questo brano: chi parla, Dio e un lui che compare solo negli ultimi tre versi della canzone. E’ una preghiera, una richiesta che Vecchioni pone a Dio, un’offerta. Dare la vita non sarebbe difficile, non sarebbe neppure un regalo visto che è stato Dio a darla all’uomo (“tanto la vita è tua e quando ti gira la puoi riprendere”). Quello che il cantante vuol dare a Dio è la sua esistenza, è quello che lui ha vissuto e che vivrà, le sue esperienze, i suoi sogni, le sue canzoni, i suoi ricordi del padre e della madre, i suoi amori, i suoi rapporti, i suoi affetti, i suoi dolori, i giorni della ribellione… Senza queste cose la vita sarebbe nulla a pertanto sarebbe anche facile darla a Dio. Senza queste cose l’uomo si svuoterebbe di senso, il “fiato dentro a un flauto sfiatato”. Allora l’offerta è davvero grande, importante, preziosa, l’unica offerta che un uomo può fare per cercare di ottenere qualcosa di importante da Dio, addirittura qualcosa che non si potrebbe neppure ottenere (le rose blu in natura non esistono…).
Spiega Vecchioni: “Adesso farò una cosa che non è nemmeno una canzone… è molto di più… ed è una cosa nata in un momento di grande sofferenza nella vita di uno dei miei figli. Non credo che esista al mondo un dolore più grande di vedere soffrire una persona che si ama, soprattutto se è un figlio. Te ne stai lì, ti chiudi, il sangue che scorre, i nervi si accavallano, i muscoli fermi. E allora mandi una preghiera che sembra una bestemmia, o una bestemmia che sembra una preghiera, all’unica cosa che pensi che ti possa ascoltare, che poi si chiama Dio… E devi dare a Dio tantissimo per avere in cambio qualcosa per tuo figlio, non gli puoi dare in cambio solo la vita, è troppo facile… e allora gli dai in cambio tutto quello che hai vissuto, che è differente, come se non avessi mai amato, mai sognato, mai cantato, mai visto una donna, mai visto un bambino, mai visto la Primavera, mai visto il mare, come se non fossi mai nato oppure fossi nato ma come un lombrico, un verme, una schifezza di essere. E gli chiedi in cambio, per questo dare via tutto, quell’altra cosa. Perché arriva un momento che non te ne frega niente della bellezza della poesia, dei sogni e di tutte le piccole cose importanti che hanno fatto la tua esistenza”.

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

MA CHE RAZZA DI DIO C’E’ NEL CIELO (Roberto Vecchioni, Il lanciatore di coltelli)
L’infinito silenzio sopra un campo di battaglia quando il vento ha la pietà di accarezzare;
l’inspiegabile curva della moto di un figlio che a vent’anni te lo devi scordare…
Sentire d’essere noi le sole stelle sbagliate in questa immensa perfezione serale;
e non capirci più niente nel viavai di messia discesi in terra per semplificare.
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando col nostro dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore, lo potrà mai consolare?
Aprire gli occhi e morire in un fruscio di farfalla neanche il tempo di una ninna nanna;
l’idiozia della luna, la follia di sognare, la sterminata noia che prova il mare;
e a questa assurda preghiera di parole, musica, colori, che Gli continuiamo a mandare,
non c’è nessuna risposta, salvo che è colpa nostra e che ci dovevamo pensare.
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore, può tagliare la notte e il dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo respirare, più di tutto lo strisciare? più di questo insensato dolore?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di buio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo insensato dolore?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di buio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo non capire, non sapere sbagliare e lasciarsi perdonare? Ma chi è l’altro Dio che ho nel cuore?
Ma che razza d’altro Dio c’è nel mio cuore, che lo sento quando viene, che lo aspetto non so come che non mi lascia mai, non mi perde mai e non lo perdo mai.

La canzone si apre con due brevi istantanee: la prima è un campo di battaglia ormai silenzioso dopo i duri scontri di cui è stato palcoscenico; finalmente un vento carico di pietà lo sta accarezzando quasi a consolarlo dell’assurdità dei gesti umani che l’hanno violentato.
La seconda è quella della morte dovuta a un incidente stradale in cui viene coinvolto non solo un giovane, ma un figlio: il dolore più grande che possa provare un genitore.
La conseguenza di queste due fotografie è una percezione: il ritrovarsi davanti a una serata perfetta, magari di quelle primaverili né troppo calde, né troppo fresche, terse in cui si colgono i profumi della natura e i suoni, eppure sentirsi del tutto fuori posto, sentirsi stelle sbagliate che non hanno nulla a che fare con quella perfezione e che, anzi, la possono rovinare. E tutti coloro che cercano di spiegare, di razionalizzare, di dare un senso, di rendere le cose comprensibili e magari semplici sono solo dei falsi messia, dei moderni santoni che generano unicamente maggiore confusione.
Si apre la domanda: che tipo di Dio c’è in cielo? quale Dio permette tutto questo? è un attore comico e gigione che si prende gioco della sofferenza dell’uomo? è un clown disperato che non potrà essere consolato da alcun amore? anche Dio ha bisogno di essere consolato?
Una terza istantanea: un’altra sofferenza difficile da digerire, quella generata dalla morte di un bimbo vissuto per breve tempo, neanche l’occasione di qualche ninna nanna, come una farfalla la cui vita difficilmente supera il mese.
Anche la natura non è di alcuna consolazione: la luna è idiota e il mare è annoiato. Lasciare andare i pensieri verso la speranza, sognare è poi follia. Eppure l’uomo ci prova a instaurare un dialogo con Dio, a pregare, a inviare parole, musica e colori, ma si tratta di un monologo perché nessuna risposta arriva se non un senso di colpevolezza e un grande rimorso per quanto è stato e non è più.
E le domande ora si fanno ancora più incalzanti e numerose e vertono, ancor più delle precedenti, sull’amore: solo l’amore può essere la via d’uscita, la possibilità di speranza, un amore che deve riuscire a superare la notte, il buio del dolore, il respirare a fatica, lo strisciare di chi è caduto, il nonsenso, il non capire; difficile è anche comprendere come lasciarsi investire dall’amore per accettare la possibilità di sbagliare e di lasciarsi perdonare dagli altri (non il semplice essere perdonati!).
Eppure nel cuore del cantante c’è spazio per un altro Dio, decisamente diverso dal precedente: un Dio la cui presenza si sente, si avverte, si coglie, un Dio che è atteso e che non lascia mai l’uomo da solo, che non lo perde mai di vista e che si fa trovare, che non si nasconde all’uomo. E’ un Dio-con.

Gemme n° 126

cd

Una gemma non inedita quella presentata da L. (classe terza). Ma che fa riferimento a uno dei valori essenziali della vita: “E’ il cd con le foto fatte due anni fa in un viaggio studio in Inghilterra con gli amici e tutto quello che abbiamo fatto insieme”. Breve, sintetico, asciutto. Come questa frase di Walt Whitman: “Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l’ho scordato”.

Gemme n° 125

caramella1

Questa caramella di Helloween è stata la gemma di F. (classe quarta). “Ricordo una giornata stortissima, sono al supermercato con mia madre, e davanti a noi c’è una bimba con in mano un pacchetto di queste caramelle. Il papà non se ne accorge. Alla cassa la bimba appoggia il pacchetto di caramelle sul nastro suscitando la contrarietà del padre. “A scuola facciamo una festa, tutti portano qualcosa e io non ho niente da portare”. Il papà fa la faccia brutta e le dice “Sai che ora che non c’è la mamma non penso di potertela comprare”. Mi prende un groppo in gola, guardo mia madre e prendo io le caramelle. Li rincorro fuori dal supermercato pensando fra me e me “ma cosa ho fatto?”, li raggiungo, li fermo, il padre mi fulmina con lo sguardo, ma la bimba mi dà un abbraccio fortissimo: me lo porto ancora nel cuore”.
La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive.” (Banana Yoshimoto, “Un viaggio chiamato vita”)

Gemme n° 124

Di questa canzone amo sia il genere rap e il cantante Clementino, sia il messaggio: non tutti i ragazzi di strada sono delinquenti per loro natura. La camorra ha inciso sulla loro esistenza distruggendo la loro famiglia. Questo è anche un aspetto che sento mio e mi ricorda le mie origini: sarebbe potuto capitare anche a me e invece ho una vita normale con amici fantastici.” Così L. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Verso la fine del brano si ascoltano queste parole: “Non è la fine del mondo ma quella del rispetto, la fine dei ragazzi, la fine della vita per chi rimane in strada ancora carenza d’affetto”. Penso sia stata questa la preoccupazione maggiore di L.: la vita in generale continua sopra la vita in particolare di chi vive quella realtà e che sembra essere abbandonato a se stesso e al proprio destino. E’ lecita la domanda del ritornello: “Dimmi adesso dove andrai, dimmi che succederà quando le vele saranno ormai tutte spiegate. Dimmi poi cosa sarà di chi profuma di strada quando le vele saranno ormai tutte spiegate”.

Personalità empirica

PERSONALITA’ EMPIRICA (Franco Battiato, Ferro battuto)
Il faut abandonner la personalitè pour retrouver votre “je”
Changer dame cheval et chevalier
Changer d’habit baton et penseé
(retiens la nuit pour nous deux jusqu’à la fin du monde).
Quando non coincide più l’immagine che hai di te
Con quello che realmente sei
E cominci a detestare i processi meccanici e i tuoi comportamenti
E poi le pene che sorpassano la gioia di vivere
Coi dispiaceri che ci porta l’esistente
Ti viene voglia di cercare spazi sconosciuti
Per allenare la tua mente a nuovi stati di coscienza
Quand l’image que tu as de toi ne coincide plus avec ce que tu es réellement
Quand tu commences à hair les automatismes de ta facon d’agir
Et quand les chagrins prennent le pas sur la joie de vivre,
Avec les peines que nous apportent l’existence,
Et t vas chercher des espaces inconnus,
Pour une nouvelle conscience.
Sono poco numerosi i versi di questa canzone di Franco Battiato. Si parte dalla constatazione di quanto sia difficile essere se stessi, conoscersi a fondo. Capita spesso di conoscere dei nuovi aspetti di se stessi, magari delle reazioni che pensavamo impossibili per noi. Dice Pavese: “…Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra “riavere” noi dagli altri…”
Inoltre, essere se stessi e quello che pensiamo di essere sono la stessa cosa? IO SONO COLUI CHE SONO…
Nell’induismo il principio del mio essere e’ in me, ma non coincide con l’autocoscienza. E’ qualcosa che io sono profondamente, ma non so di essere. Il mio io è la superficie del mio sé: al fondo c’è il mio vero me stesso. Il respiro (atman) diventa indice della presenza in me di una personalità profonda che è vero principio del mio essere (si noti la similitudine con l’anima e con lo spirito che soffia: si dice anche “ha esalato l’ultimo respiro”. Gianna Nannini in Sei nell’anima conclude dicendo “Siamo carne e fiato”).
Battiato parte da una situazione negativa in cui il mio essere vero e l’immagine di me non coincidono. A ciò si aggiungono:
detestare i processi meccanici (forse perché essi fanno pensare a qualcosa di preordinato e fissato, all’impossibilità dell’imponderabile?)
detestare i propri comportamenti (forse perché lontani dal vero essere?)
dispiaceri, pene sono superiori alla gioia di vivere (è un po’ la prima nobile verità del buddhismo…)
Insomma, la situazione non è delle migliori…
Da qui parte la spinta per cercare spazi nuovi e sconosciuti: ma il via viene dal dolore, dalla disillusione per la vita, certo non dalla meraviglia per il creato… E questi spazi nuovi e sconosciuti a cosa servono? La meta della ricerca è raggiungere con la mente nuovi stati di coscienza. Ora sarebbe da discutere cosa si intenda per coscienza e per stati di coscienza… Certo sembra di essere lontani da quel “dall’altra parte del cervello” di Cristicchi: la ricerca qui pare molto più razionale, per quanto, magari, un’espansione del razionale… D’altronde la canzone si intitola “Personalità empirica”, per cui si fa esplicito riferimento a qualcosa che deve essere esperito e non solo teorizzato. Alla fine della ricerca forse si potrebbe arrivare anche alla meta auspicata alla fine della canzone “Prospettiva Nevski”: “e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” (il maestro in questione potrebbe essere Gurdjieff).

Gemme n° 123

Avevo pensato anche a spezzoni di altri film sullo stesso tema (Philadelphia, I segreti di Brokeback Mountain) ma ho preferito questo filmato tratto dalla serie tv Glee. La loro storia mi è molto piaciuta; penso che l’omosessualità sia ancora avversata tra i teenagers, sia a scuola che fuori. Penso che per le ragazze sia ancora una terra da scoprire, per i maschi sia occasione di imbarazzo. Ho scelto questo video perché mi ci identifico”. E’ stata questa la presentazione della gemma da parte di M. (classe seconda).
L’album di Roberto Vecchioni che amo di più e che ho ascoltato il maggior numero di volte è senza dubbio “Il cielo capovolto”. Sul sito del professore si può leggere: “Punto di partenza è l’universo dove per metafora gli uomini sono il mare, inquieti, burrascosi, sempre a combattere per qualcosa, e le donne il cielo, serene, sicure e rassicuranti, dolcissime.” Una delle canzoni che più mi hanno colpito è quella che porta lo stesso titolo dell’album con l’aggiunta, tra parentesi “Ultimo canto di Saffo”. Il brano, infatti, canta l’addio di Saffo ad Anattoria, destinata a sposare un uomo.

Che ne sarà di me e di te, che ne sarà di noi?
L’orlo del tuo vestito, un’unghia di un tuo dito, l’ora che te ne vai…
che ne sarà domani, dopodomani e poi per sempre?
Mi tremerà la mano passandola sul seno, cifra degli anni miei…
A chi darai la bocca, il fiato, le piccole ferite,
gli occhi che fanno festa, la musica che resta e che non canterai?
E dove guarderò la notte, seppellita nel mare?
Mi sentirò morire dovendo immaginare con chi sei…
Gli uomini son come il mare: l’azzurro capovolto che riflette il cielo;
sognano di navigare, ma non è vero.
Scrivimi da un altro amore, e per le lacrime che avrai negli occhi chiusi,
guardami: ti lascio un fiore d’immaginari sorrisi.
Che ne sarà di me e di te, che ne sarà di noi?
Vorrei essere l’ombra, l’ombra che ti guarda e si addormenta in te;
da piccola ho sognato un uomo che mi portava via,
e in quest’isola stretta lo sognai così in fretta che era passato già!
Avrei voluto avere grandi mani, mani da soldato:
stringerti forte da sfiorare la morte e poi tornare qui;
avrei voluto far l’amore come farebbe un uomo,
ma con la tenerezza, l’incerta timidezza che abbiamo solo noi…
gli uomini, continua attesa, e disperata rabbia di copiare il cielo;
rompere qualunque cosa, se non è loro!
Scrivimi da un altro amore: le tue parole sembreranno nella sera
come l’ultimo bacio dalla tua bocca leggera.

La risposta

LA RISPOSTA (Simone Cristicchi, Dall’altra parte del cancello)
Vengo da un altro pianeta, da un’altra dimensione
Conosco il mondo e le sue bugie, che contano
Nascere, crescere e poi morire, evoluzione di quale specie?
C’è un buco fatto a forma di Dio, che senso ha?
Forse non finisce tutto qui, forse è così…
C’è un senso, a tutto c’è un perché, dentro me
La risposta è dall’altro lato del cervello
La risposta è dall’altra parte del cancello
Cercando un alibi nel mistero,
mi fermo un attimo e guardo il cielo
c’è un buco fatto a forma di Dio…
Forse non finisce tutto qui, forse è così…
C’è un senso, a tutto c’è un perché, dentro me
La risposta è dall’altro lato del cervello
La risposta è dall’altra parte del cancello
Il protagonista sembra essere un non-uomo, o quantomeno un qualcosa di poco umano visto che afferma di venire da un pianeta diverso dal nostro, da un’altra dimensione, ma non per questo di non conoscere il mondo; anzi lo conosce bene visto che sa anche le sue bugie. Si pone le classiche domande di senso: nascere, crescere, morire… che senso hanno? è un’evoluzione? Dio è il motivo? la risposta? o la scusa? l’alibi? Apre la possibilità di un oltre: forse non finisce tutto qui, forse c’è dell’altro… E il senso, la risposta a ogni perché è dentro sé: ma dove?
Dall’altra parte del cervello: forse il riferimento è alla parte emozionale, forse al cuore lasciando perdere la risposta razionale e logica del cervello… E allora sì l’uomo si ferma per poco e guarda su, in alto, verso il cielo verso quel buco fatto a forma di Dio: il mistero. Ma il mistero, per Cristicchi è il posto dove si nasconde un alibi: ripete che la risposta è dentro l’uomo.

Porta alla mente l’aforisma 125 de La gaia scienza di F. Nietzsche:
«“Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente:
Cerco Dio! Cerco Dio!”.
E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa.
È forse perduto?” disse uno.
Si è perduto come un bambino?” fece un altro.
Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione.
Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi:
Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.
A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense.
Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”.
Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo:
Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.»

A mio avviso ci pensa Dostoevskij a dare una risposta all’alibi di Dio ne I fratelli Karamazov:
«“Giacché il segreto dell’esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere. Se l’uomo non ha ben fermo dinanzi a sé il fine per cui vive, egli non accetterà di continuare a vivere e distruggerà se stesso piuttosto che rimanere sulla terra, anche se avesse pani in abbondanza intorno a sé. Questo è vero.
Ma che cosa è accaduto? Invece di assumere il dominio della libertà degli uomini, tu hai reso quella libertà ancora più grande!
Oppure hai dimenticato che all’uomo la pace, e persino la morte, sono più care della libertà di scelta nella conoscenza del bene e del male?
Nulla è più seducente per l’uomo della libertà di coscienza, ma, nel contempo, non c’è nulla che per lui sia più tormentoso.
Ed ecco che, invece di solidi principi per acquietare la coscienza degli uomini una volta per tutte, tu hai scelto tutto ciò che di più insolito, vago ed enigmatico possa esistere, hai preso tutto ciò che è superiore alle forze dell’uomo e hai finito con l’agire come se non amassi affatto gli uomini, proprio tu che eri venuto a donare la tua vita per loro! Invece di assumere il dominio della libertà umana, tu l’hai accresciuta e hai sovraccaricato con i suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo, per sempre.
Tu hai desiderato il libero amore da parte dell’uomo, hai desiderato che egli venisse spontaneamente a te, attirato e catturato da te.
Invece di attenersi alla rigida antica legge, l’uomo, da allora in poi ha dovuto decidere da solo, con il cuore libero, quale fosse il bene e il male, avendo unicamente la tua immagine come guida davanti a sé; ma ignoravi forse che alla fine egli avrebbe rigettato e messo in discussione persino la tua immagine e la tua verità, se fosse stato schiacciato da un fardello così spaventoso come il libero arbitrio?
Ignoravi che gli uomini alla fine avrebbero gridato che non in te è la verità, giacché non avrebbero potuto essere abbandonati in uno stato di confusione e tormento peggiore di quello che tu hai causato, lasciando sulle loro spalle tanti affanni e tanti problemi senza risposta?
Così facendo tu stesso hai posto le basi per la distruzione del regno tuo e non puoi biasimare nessuno più di te stesso.”»

La scuola di al-Azhar

al-azharA proposito di Islam moderato o moderno o evoluto… scrive Michele Brignone su Oasis:
Mentre nel quarto anniversario della Rivoluzione l’Egitto vive le sue convulsioni politiche, nel Paese continua il dibattito sull’Islam e sulle sue interpretazioni, dopo che il 1° gennaio scorso il presidente egiziano al-Sisi aveva chiesto alle autorità islamiche di «uscire» da un pensiero religioso percepito come una minaccia da gran parte dell’umanità per produrre un pensiero più «illuminato». A conclusione del suo appello, al-Sisi si era rivolto con tono solenne all’imam Ahmad al-Tayyib, shaykh della moschea di al-Azhar: «Lei ha una grande responsabilità davanti a Dio. Tutto il mondo si aspetta una parola da Lei».
E le parole dello shaykh non si sono fatte attendere. Tra le iniziative prontamente intraprese dall’importante guida religiosa per dar seguito all’invito di al-Sisi spicca la lunga intervista apparsa il 14 gennaio scorso su Al-Masry al-Yowm, la «prima rilasciata a un giornale del Medio Oriente da quando ha assunto il suo incarico», come con orgoglio riporta la testata. Lo shaykh ha toccato molti temi: il ruolo di al-Azhar, l’estremismo islamista, la formazione degli imam, l’insegnamento religioso, l’attentato a Charlie Hebdo, i rapporti con i Fratelli Musulmani e con lo Stato egiziano.
«La missione di al-Azhar – ha detto al-Tayyib – è presentare il carattere mediano e tollerante dell’Islam […]. Al-Azhar è pienamente consapevole del fatto che ci troviamo in mezzo alle onde impetuose provocate dai grandi cambiamenti e dai conflitti politici, economici, sociali e culturali e che la religione è una delle carte che i contendenti tentano di giocarsi nella lotta […]. Al-Azhar si adopera giorno e notte per contrastare queste onde […], ma non tocca solo a lei farlo perché questo deve avvenire anche a livello dello Stato con la cooperazione del ministero dell’istruzione». Inoltre, aggiunge l’imam, «nessuno può dire che l’estremismo verrà cancellato dalla società con facilità o in poco tempo. Ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale con un radicamento decennale».
L’intervista dedica poi abbondante spazio a una questione molto “egiziana”, ma che non è priva di analogie con il dibattito che si registra in altri contesti, anche occidentali, cioè il profilo e la formazione dei predicatori che parlano dai pulpiti delle moschee. Commentando la decisione dello Stato egiziano di vietare l’accesso ai pulpiti a chi non sia in possesso di un diploma di al-Azhar, lo shaykh è convinto che sia «un passo che va nella giusta direzione», visto che «vista la loro rilevanza e funzione, non è possibile lasciare i pulpiti nel caos in cui versavano in precedenza».
Sollecitato a rispondere sui metodi di insegnamento di al-Azhar, recentemente messi sotto accusa da alcuni intellettuali, al-Tayyib invita l’intervistatore a riflettere sul fatto che «tranne una sola eccezione, nessuno degli ideologi dell’estremismo e del radicalismo di tutto il mondo si è diplomato ad al-Azhar […] ed è perciò spiacevole che al-Azhar sia continuamente accusata di essere responsabile del terrorismo».
Riguardo agli attentati di Parigi lo shaykh afferma che «tra i modi di difendere l’Islam e il suo profeta non ci sono l’uccisione barbara e i massacri, il cui prezzo è pagato dai musulmani di ogni parte del mondo», e precisa che «i musulmani sono ovunque chiamati a condannare e a rifiutare pubblicamente atti criminali come questo». Tuttavia, interrogato su come sia possibile che un persona che pronuncia la shahâda (la professione di fede) decapiti un altro uomo e dichiari di essere musulmano, al-Tayyib fa riferimento alla distinzione tra peccatore e miscredente, tema cruciale e dibattuto nell’Islam fin dalla primissima riflessione teologica (VII secolo). I jihadisti restano musulmani e non possono essere dichiarati miscredenti, altrimenti si aprirebbe un ciclo di condanne reciproche senza fine. Si domanda infatti al-Tayyib: «In quale fattispecie rientra un musulmano che decapita un altro musulmano? Nel taglione. Deve essere ucciso così come ha ucciso, ma non è un miscredente, perché la miscredenza è un’altra cosa e colui che crede in Dio, nei suoi angeli, nei suoi libri, nel suo profeta, nel giorno del giudizio e nei decreti divini è un credente e non può essere accusato di non esserlo. E se commette un peccato grave come uccidere un uomo o bere del vino diventa un miscredente? No. […] Se apriamo la porta dell’anatema non si salverà nessuno».
È infine interessante rilevare l’insistenza con cui al-Tayyib si premura di delimitare la funzione e le prerogative della moschea di al-Azhar, un’istituzione che a torto viene spesso descritta come il centro del sunnismo mondiale o addirittura il “Vaticano dell’Islam”: «L’opinione di al-Azhar non è vincolante, e noi non siamo una magistratura che emette sentenze né un organo esecutivo che può promulgare dei decreti. Non abbiamo un bastone con cui punire chi non si conforma alla nostra opinione. […] Non esercitiamo alcuna tutela né siamo un potere religioso».
In generale, l’imam non nega l’esistenza di problemi all’interno della moschea, ma respinge sistematicamente i tentativi di dipingerla come fomentatrice di quella violenza di cui parte dell’Islam è oggi malato. Le parole di al-Tayyib sono rappresentative di una cultura religiosa probabilmente piuttosto diffusa nelle società islamiche, che condanna senza reticenze le violenze perpetrate in nome di Dio, ma è in maggiore difficoltà quando deve interloquire positivamente con le istanze della società contemporanea e con le aspirazioni che le Rivoluzioni arabe hanno portato in superficie anche se in maniera apparentemente fugace.
Si tratta peraltro di una posizione scomoda, perché presa nella morsa di una duplice contestazione. Da un lato quella islamista, per la quale la quantità e la qualità dell’Islam presenti nella società non sono mai sufficienti. Il giorno prima della pubblicazione dell’intervista, un importante studioso della stessa moschea di al-Azhar, Muhammad ‘Imara, vicino ai Fratelli Musulmani, denunciava «l’inaridimento delle fonti della religiosità in Egitto».
Dall’altra quella modernista, che senza mettere direttamente in discussione il ruolo della religione nella società, vorrebbe un Islam finalmente conciliato con la ragione e la scienza e capace di lasciarsi alle spalle una tradizione che contempla l’uccisione dell’apostata, la discriminazione tra musulmani e non musulmani, la sottomissione della donna, come ha scritto l’analista ‘Adil Numaan sullo stesso giornale che ha ospitato l’intervista allo shaykh di al-Azhar.
Dopo il discorso del presidente al-Sisi la partita tra queste diverse letture è aperta, almeno in Egitto. In assenza di un’autorità religiosa deputata all’interpretazione corretta dell’Islam (lo ha ricordato lo stesso shaykh), il ruolo di arbitro spetterà probabilmente alla politica. E, se ne avrà la forza, alla società civile.”