Il responso del mare

mareUna poesia magnifica sul senso della vita, sulle domande dell’uomo, sui tentativi di risposta. Per godersela appieno suggerisco un po’ di musica di sottofondo. Leggendola mi è venuto in mente questo scatto di qualche anno fa: ero a Lignano tra fine maggio e inizio giugno, nel momento fra due temporali. Il bimbo non so chi sia. Mi sembra ci possa stare.

Sulla riva del mare
deserto notturno,
sta un uomo. L’eterno fanciullo
dal petto ricolmo d’ambascia,
dal cuore gravato di dubbi,
con lugubre voce,
interroga i flutti così:
«O flutti, scioglietemi voi
l’enigma crudele antichissimo,
che nomasi Vita;
l’enigma pe’l quale, da secoli,
invano il cervello si cruciano
dei tristi mortali
le tempie recinte di mitrie
istoriate, di nere
berrette, turbanti e parrucche:
l’enigma sul quale,
grondando sudore, si curvano
a mille, da secoli, ansiose
le fronti mortali!
O flutti, svelatemi voi
l’essenza dell’uomo!
Onde viene? A quale meta s’affanna?
O flutti, chi popola i mondi
che brillano d’oro nel cielo?»
Il mare bisbiglia
la sua sempiterna canzone;
fischia il vento; le nuvole corrono;
inesorabili e fredde,
le stelle sull’arco del cielo
risplendono; e un folle
attende il responso del mare.
(Heinrich Heine, Poesie)

Volevo amarlo

Metto insieme quello che hanno portato in classe due alunne di prima. Stamattina è stata proposta la canzone “She will be loved” dei Maroon 5. A circa metà brano si ascolta: “Non sono sempre arcobaleni e farfalle, è l’aver raggiunto un compromesso che ci fa muovere”. Il pensiero è andato subito alla citazione che un’altra studentessa aveva portato sabato, una delle pagine finali di “Bianca come il latte rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia:
«Mamma, perché hai sposato papà?»
«Secondo te?»
«Perché ti ha regalato una stella?»
Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni mia tempesta.
«Perché volevo amarlo.»

E poco prima c’è un altro passo interessante:
«Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto».

Commento il tutto con una canzone “complessa”, dal testo molto ricco, di un cantautore italiano che ha annunciato qualche mese fa il suo ritiro dalle scene, Ivano Fossati. Certamente non è un genere di canzone che va per la maggiore tra gli adolescenti, ma, ancora una volta, non è questo il mio intendimento 🙂

C’è ancora da fare

Cristicchi-Magazzino-18Ho dato un’occhiata alla programmazione televisiva per vedere cosa ci fosse riguardo all’odierna Giornata del Ricordo. Ho trovato che alle 16.24 su Rai Cinque ci sarà il documentario “Trieste la contesa” e che in tarda serata, anzi, diciamolo pure, di notte, alle 23.50, su Rai Uno andrà in onda “Magazzino 18” di Simone Cristicchi. Metterò in moto il registratore per ricavarne due dvd da utilizzare eventualmente in classe: spesso, infatti, mi trovo a scoprire che si tratta di una pagina di storia che non tutti gli studenti conoscono. Per chi volesse, intanto, rimando a questo video di 45′ circa sul sito di La storia siamo noi.

Non è ancora primavera

Seguo da un po’ di tempo gli scritti di Matteo Tacconi su twitter. Da Europa prendo un suo articolo sulle proteste svoltesi in Bosnia in questi giorni, dal quale emerge chiara l’dea che bisogna stare attenti prima di attribuire comodi slogan a tali manifestazioni.
bosnia“Dopo quattro giorni di tensioni, non senza qualche finestra di violenza, la Bosnia in queste ore è tornata alla calma. Ma questo non significa né che sia tutto finito, né che non si debba riflettere su quanto accaduto. D’altronde – come annotato da Andrea Rossini su Osservatorio Balcani e Caucaso, in un articolo ripreso anche dal Manifesto – in settimana ha preso corpo il più importante movimento di protesta mai registrato dalla fine della guerra civile che, tra il 1992 e il 1995, dilaniò il paese.
Tutto è iniziato mercoledì, a Tuzla, centro urbano dall’antica vocazione industriale, oggi in fase di declino. C’è stato un corteo, a cui hanno preso parte circa diecimila persone, così si riporta, organizzato dai lavoratori di alcune aziende locali che hanno recentemente dichiarato il fallimento. I dimostranti hanno accusato le istituzioni locali di passività e immobilismo, davanti a questi casi. Non solo. S’è riavvolto il nastro degli ultimi e ci si è ricordati che la politica ha dato il via libera a processi di privatizzazione opachi e controversi, molto spesso anche in funzione dell’arricchimento personale.
Rabbia e frustrazione hanno preso il sopravvento, portando i dimostranti a recarsi davanti alla sede del governo del cantone di Tuzla, su cui è stato scagliato di tutto: dai sassi alle uova. La polizia, schierata in difesa dell’edificio, ha risposto caricando. Ci sono stati dei feriti.
L’intervento degli agenti non ha fatto che peggiorare le cose. Giovedì la gente è scesa in piazza, ancora più imbufalita, non solo a Tuzla, ma in molte altre città del paese: Brcko, Sanski Most, Bihac, Zenica, Mostar e via dicendo. In tutti i casi i manifestanti hanno preso di mira i palazzi cantonali. Venerdì alcuni sono stati addirittura dati alle fiamme. Quello di Sarajevo (ha preso fuoco anche la sede della presidenza), quello di Zenica e quello di Tuzla, il cui inquilino ha rassegnato le dimissioni.
Inevitabilmente, come ogni volta che in Bosnia succede qualcosa, qualcuno ha subito cercato una chiave di lettura etnica, attingendo a qualche memoria di guerra.
Approccio, questo, fuori misura. Di confronti etnici e vecchi conti in sospeso, neanche l’ombra. Le rivolte sono scoppiate in città dove la popolazione è in larga misura bosgnacca (musulmana). L’unica eccezione è stata Mostar, dove i croati sono in lieve maggioranza. Ma in ogni caso il sisma non è andato oltre i confini della Federacija Bosne i Hercegovine, l’entità croato-musulmana del paese. In quella serba (Republika Srpska) non s’è rilevato nulla di particolare. Nel capoluogo, Banja Luka, c’è stato un piccolo presidio di solidarietà nei confronti dei dimostranti di Sarajevo, Tuzla e delle altre città. Così riferiscono le cronache.
Con ogni probabilità il fattore che più di ogni altro ha contribuito a queste proteste è stato il pessimo stato dell’economia. La Bosnia vive una fase di stagnazione (grafico). Il Pil è sceso considerevolmente quando è scoppiata la crisi globale, poi c’è stata una ripresina (0,7% nel 2010 e 1,3% nel 2011), seguita dalla recessione del 2012 (-0,7% ) e dallo 0,5% di quest’anno. Ma non è l’unico problema. La disoccupazione ufficiale si attesta sul 25%, ma da molti è ritenuta più alta, con tassi che lambirebbero il 60% tra i giovani. Tutto questo si aggrava se analizzato in un contesto più ampio, di mancate opportunità e stallo a livello di riforme. Questa, d’altronde, è la Bosnia.
Molto dipende dal sistema istituzionale partorito dalla pace di Dayton, mediata dagli americani. Fu concepito allo scopo di tamponare l’emergenza, ma ha creato un carrozzone burocratico impressionante, con moltiplicazione di cariche, pesi e contrappesi, tutti pensati sulla base di principi etnici, che hanno reso il fluire della vita politica lento, pieno di strozzature. Ma anche la classe dirigente bosniaca ha le sue responsabilità (facile d’altronde scaricare tutto sugli “internazionali”). I serbi si sono trincerati nella loro entità, fregandosene della Bosnia in quanto tale. I bosgnacchi e i croati hanno più o meno fatto lo stesso nei loro cantoni. Tutti però hanno messo le mani nella marmellata, favorendo la sovrapposizione tra affari e politica, con benefici agli uni e all’altra. Corruzione, criminalità organizzata, assenza di trasparenza, privatizzazioni à la carte: la Bosnia è diventato un grosso pantano. In pochi si arricchiscono, in molti stentano.
La bomba sociale, già preannunciata da una recente ondata di scioperi, poteva tranquillamente scoppiare. Ed è scoppiata.
C’è chi ha subito evocato il concetto di “primavera bosniaca”, vedendo nelle rivolte una scossa della società civile, il possibile grimaldello che porta al possibile scardinamento del sistema.
Se mai primavera dovrà essere, sarà confinata a una delle due parti del corpaccione bosniaco. L’entità serba, che pure nel 2012 aveva visto diverse proteste contro le tendenze cleptomani del suo uomo forte, Milorad Dodik, è rimasta sostanzialmente ferma a guardare. Può darsi che cambi orientamento, ma al momento questa è la fotografia. E la domanda è: fino a che punto può dirsi primavera una rivolta che coinvolge solo uno dei due emisferi del paese, quando uno dei grossi problemi della Bosnia è proprio la cortina interna tra le due entità?
In ogni caso, prima di guardare in avanti e confidare in una nuova stagione, è il caso di volgersi indietro. Negli ultimi anni ogni volta che è scoccata una scintilla ci si è aggrappati alla speranza che questa stessa scintilla potesse trasformare la Bosnia, salvo poi restare delusi. È stato così anche recentemente, con la bebolucija, una protesta esplosa contro una paralisi legislativa che ha fortemente discriminato i nuovi nati. Una protesta, rarità in Bosnia, potenzialmente multietnica. Tempo poche settimane e la cosa è scemata. Insomma: anche stavolta, fino a prova contraria, è lecito nutrire qualche ragionevole dubbio sull’esito delle rivolte contro la casta. Perché di questo, fondamentalmente, si tratta.
Qualche altro dubbio viene se si considera che, come tra gli altri ha scritto anche Stefano Giantin, collaboratore del Piccolo di Trieste di base a Belgrado, negli assalti alle sedi dei governi dei cantoni a schierarsi in prima linea sono stati spesso dei giovani disoccupati, in apparenza abbastanza manovrabili. Oltre a questo, ha scritto sempre Giantin, sui social network, era stato anticipato nei giorni addietro l’arrivo della tempesta. Suona un po’ sospetta, infine, la rapida diffusione a macchia d’olio della protesta e l’assalto contemporaneo ai palazzi del potere, in quella che è sembrata una sorta di riedizione in salsa bosniaca della tattica seguita dai dimostranti ucraini, protagonisti di occupazioni di edifici governativi sia nella capitale Kiev che in periferia.
Insomma, c’è qualche elemento che indurrebbe a credere che dietro queste proteste possa esserci una regia. Ma, se davvero c’è stata, chi l’ha coordinata? C’è uno scopo elettorale, legato al voto generale di ottobre? C’è la volontà di mettere all’angolo i partiti tradizionali? C’è, in ultima analisi, una guerra di potere, al momento catacombale, ma destinata a deflagrare, in corso in Bosnia? Se la risposta a queste ultime tre domanda è sì, allora i bosniaci saranno stati ancora una volta ingannati.”

Giorno libero

preghiere-estive

Per sorridere un po’, ma non tanto…

“Ho spesso pensato che la gente tratti Dio abbastanza maleducatamente, e voi? Rivolgendogli triliardi e triliardi di preghiere ogni giorno, chiedendo e supplicando e implorando favori: fai questo, dammi quello, ho bisogno di una nuova auto, voglio un lavoro migliore. E la maggior parte di queste preghiere ha luogo di domenica: il suo giorno libero.” (George Carlin)

Fuori c’è un sole che brilla

Oggi mi lascio andare a una canzone metal dalle sonorità molto epiche. Autore ne è il gruppo power metal finlandese Stratovarius, l’anno di pubblicazione è il 1998, il titolo sia della canzone che dell’album è “Destiny”.
Si parte da uno sguardo cupo sulla realtà dai toni apocalittici (“Il tempo passa, il tempo stringe, l’odio riempie questa terra e quanto vale tutto questo? Siamo vicini alla fine più di quello che pensiamo”). Ogni tentativo di trovare una risposta a tanto sfacelo, a tanto dolore non ha avuto esito, è stato faticoso e infruttuoso: “Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta che non ho mai trovato”. Vi è una breve citazione del Qohelet (Qo 3,1-15) a riassumere la vita di un uomo (“C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire”) che non può comunque sfuggire a quanto è deciso per lui (“ma nessuno può sfuggire al destino”). Segue un tentativo di bilancio della vita stessa, un’occhiata oggettiva e sincera su se stessi: “Guarda tutte le cose che abbiamo fatto sotto questo sole cocente. È questo il modo di tirare avanti? Ora, guarda te stesso e dimmi cosa vedi. Un lupo nei vestiti di un agnello?”. E’ il momento di tirare le somme, di tracciare una riga, vedere il risultato e decidere che fare.
Qui parte l’invito, la spinta, l’incoraggiamento e il brano svolta anche musicalmente: “Lascia sempre il tuo spirito libero, attraverso la finestra della tua mente. Libera la tua anima dall’odio, tutto quello di cui hai bisogno è la fede”. Si devono prendere le decisioni e lo possiamo fare solo noi in prima persona, anche se possiamo essere costretti a confrontarci con una forza più grande che guida le vite: “Io controllo la mia vita, io sono l’unico. Tu controlli la tua vita ma non dimenticare il tuo destino”. Sarebbe interessante fermarci e chiederci cosa si intende per destino: un qualcosa di scritto per filo e per segno? una sorta di predestinazione generica? qualcosa di simile al fato? La natura stessa delle cose e quindi qualcosa molto simile al caso? Sembra esserci una risposta nell’ultima strofa della canzone: “È tempo di dire addio, so che questo ti farà piangere. Tu crei il tuo destino, so che troverai la via”. Quindi, sembrano dire gli Stratovarius, sì, c’è un destino, ma è l’uomo stesso ad esserne l’artefice con le proprie scelte, la propria vita. Chiude il brano un classico del gruppo finlandese: la speranza (ne avevo già scritto qui). “E fuori c’è un sole che brilla, andrà tutto bene. Io un giorno tornerò indietro verso di te, per favore, aspettami”.
In rete non ho trovato un video ufficiale, allora ho scelto questo che abbina la canzone ad alcune sequenze del Signore degli anelli. Direi che la cosa ci sta…

I tempi stanno cambiando così velocemente, mi chiedo quanto dureranno
Il tempo passa, il tempo stringe
L’odio riempie questa terra e quanto vale tutto questo?
Siamo vicini alla fine più di quello che pensiamo

Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta
che non ho mai trovato.
Mi ha impressionato come un milione di fulmini
E qui, io te lo sto raccontando

Ogni secondo di un giorno che arriverà
Uno sconosciuto futuro sta aspettando qui.
Devo aprirti la mente o sarai portato fuori strada
C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire,
ma nessuno può sfuggire al destino.

Guarda tutte le cose che abbiamo fatto sotto questo sole cocente
È questo il modo di tirare avanti?
Ora, guarda te stesso e dimmi cosa vedi.
Un lupo nei vestiti di un agnello?

Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta
che non ho mai trovato.
Mi ha impressionato come un milione di fulmini
E qui, io te lo sto raccontando

Ogni secondo di un giorno che arriverà
Uno sconosciuto futuro sta aspettando qui.
Devo aprirti la mente o sarai portato fuori strada
C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire,
ma nessuno può sfuggire al destino.

Lascia sempre il tuo spirito libero,
attraverso la finestra della tua mente
Libera la tua anima dall’odio,
tutto quello di cui hai bisogno è la fede

Io controllo la mia vita, io sono l’unico.
Tu controlli la tua vita ma non dimenticare il tuo destino

È tempo di dire addio, so che questo ti farà piangere
Tu crei il tuo destino, so che troverai la via
E fuori c’è un sole che brilla, andrà tutto bene
Io un giorno tornerò indietro verso di te
per favore, aspettami.

Aspettando in silenzio

Il compito assegnato agli studenti di prima era quello di portare in classe qualcosa (una canzone, un film, un libro, un oggetto, una foto, una quadro…) sull’amore e spiegare ai compagni il motivo della scelta. Propongono sempre cose interessanti e mai banali, se non altro per il fatto di metterci qualcosa di loro e presentarlo ai compagni. Ci sono, tuttavia, delle volte in cui mi stupisco della scelta, perché magari anacronistica, o perché si collega a qualche ricordo personale. Mi è successo oggi, quando un’alunna ha presentato un capolavoro di Mina, e ha scelto proprio questo video, non il rifacimento moderno di Irene Grandi. Testo breve, poche parole che però toccano una delle esperienze più comuni da adolescenti, uno dei grandi tormenti di quell’età: “E non sai quanto bene ti ho dato, e non sai quanto amore sprecato aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me”.

Sono come tu mi vuoi
ti amo come non ho amato mai
Io sono la sola che possa capire
tutto quello che c’è da capire in te.
Forse se tu baciassi me
forse capiresti meglio
che io sono la sola che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
E non sai quanto bene ti ho dato
e non sai quanto amore sprecato
aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me
per capire quello che già sai
che sono, sono come tu mi vuoi, come tu mi vuoi.
Io sono la sola che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
E non sai …

Ci somigliano

Ieri al tg mi sono imbattuto nel video di un pestaggio di una ragazza nei confronti della sua rivale in amore, girato da alcuni compagni rimasti fermi anche davanti alle esplicite richieste di aiuto della seconda. Ecco il commento scritto oggi da Gianluca Nicoletti su La Stampa.
“Il pestaggio di una ragazzina da parte della sua compagna di classe è raccontato in ogni dettaglio da un video che ora gira su Facebook. Lo hanno condiviso quasi 90.000 utenti e continua a rimbalzare tra le bacheche, suscitando a volte rabbia a volte incredulità. Chiunque abbia figli adolescenti è bene che lo guardi, anche se è molto crudo e può far male vederlo. Spiega molte cose dell’universo dei nostri ragazzi, cose che magari avevamo letto o di cui avevamo sentito parlare. Vedere però è un’ altra cosa.
bollateAvviene per strada, in una periferia come tante. In questo caso fuori dell’ Itc Primo Levi di Via Varalli a Bollate, ma poteva benissimo essere accaduto in qualunque strada di qualunque città italiana. Ragazzi e ragazze sono tutti ben vestiti, come prescrive il dress code per sopravvivere in classe ogni giorno senza sfigurare nel gruppo e confondersi rassicurati nelle sue dinamiche.
Si capisce dal video che è in atto una sfida tra ragazzine, o meglio una delle due -la bionda- affronta a brutto muso la nemica -la mora- s’immagina per rivalità amorosa. Comincia a picchiarla a freddo, con tecnica e determinazione. Combinazione di calci e pugni in faccia. Agile determinata, precisa. L’altra è terrorizzata e chiede aiuto.
Il primo cerchio degli osservatori è rappresentato dalle amiche, che fanno cerchio attorno al luogo dove il branco probabilmente amministra la sua giustizia. Più defilati i maschi, con il ruolo di semplici osservatori. Incitano, bestemmiano, si lamentano perché secondo loro si chiacchiera troppo e si agisce poco. Quasi tutti hanno lo smartphone in mano e filmano.
La scena prosegue lungo il marciapiede, la vittima prova a scappare chiede aiuto, l’altra la insegue, la colpisce, la prende per i capelli, la sbatte contro un lampione, la butta a terra e la prende ripetutamente a calci in faccia tenendola sempre per i capelli. Urla disperate, richieste d’ aiuto ai compagni che restano impassibili e continuano a filmare. Finalmente una delle altre ragazze l’aiuta a sollevarsi e le fa scudo, mentre gli altri decidono che può bastare e allontanano la bionda che pare appagata per la punizione.
Facebook storicizza l’evento. La vicenda arriva alla preside del liceo che chiama i Carabinieri di Rho, i genitori della vittima denunciano. La storia seguirà il suo naturale iter giudiziario. Su Facebook invece continua: si sono già creati due gruppi antagonisti che, attorno al filmato, stanno trasferendo quel brutto episodio nel tempo dell’epica 2.0.
I ragazzi non sono molto diversi dai loro genitori che si accaniscono su Twitter per la politica, per il disprezzo verso le donne in genere, per razzismo, per intolleranza verso chi è diverso: “Z….la dai ricci d’oro vieni al Sud, qui nn ti diamo manco il tempo di parlà che come fai A co no calcio in bocca ti facciamo saltà tutti i denti.” Oppure chi inneggia alla bionda che è diventata un’eroina “Brava G….!! Sei finita sul giornale insieme all’algerino con la mannaia!! Sei una da temere!! Sei tosta!! ….. una vacca intostata!!”
Chi se la sente di fare lo scandalizzato, di meravigliarsi, di dire: “Oh che tempi…Che gioventù!!!!” Difficile fare la morale, somigliano troppo a noi adulti questi sciocchi ragazzi. E’ da noi che hanno imparato ad essere pusillanimi, ma spietati se imbrancati. Pronti a eccitarsi alla violenza, pronti a seguire senza discutere chiunque dimostri di essere il più forte, il più spietato, il vincente perché capace di prendere a calci in faccia qualunque suo simile inerme che chiede pietà.
Soprattutto i ragazzi sono come noi convinti che, alla fine, anche i nostri atti peggiori possano assumere mitologica dignità se solo riusciamo a conquistarci l’attenzione dei media. Sia per goderci la gloria di avere spazio in tv e giornali, sia per accontentarci d’essere protagonisti assoluti nelle bacheche Facebook delle nostre molteplici relazioni digitali.
PS
Nel tempo che scrivevo le condivisioni del video sono diventate quasi centomila (ore 10.50)
Ore 18.30: il video è stato rimosso da Facebook

Continuo mutamento

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Lo scorso 26 gennaio se n’è andato il poeta messicano José Emilio Pacheco, che ha saputo regalare al mondo chicche come questa:
“Eppure amo questo continuo mutamento,
questo variare istante dopo istante:
senza di esso ciò che chiamiamo vita
sarebbe di pietra.”

Ogni inizio è solo un seguito

porte girevoliIn prima stiamo parlando di amicizia e amore, e sono emersi pareri differenti sul colpo di fulmine. Ecco una bella poesia di Wislawa Szymborska dal titolo “Amore a prima vista” dalla raccolta del 1993 “La fine e l’inizio”.

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

1 e 2

E’ tempo di iscrizioni a scuola. Su molti moduli mamma e papà non troveranno più madre e padre ma genitore 1 e genitore 2. Ecco cosa ne scrive su Popoli Giacomo Poretti, sì, quello del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Il titolo del pezzo è “Onora il genitore 1 e il genitore 2”.
1 tondo“A un certo punto l’essere umano ha cominciato a parlare e a dare nomi alle cose e agli oggetti, così che tutti intendessero la stessa cosa e non succedessero guai. Infatti poteva capitare che un marito desiderasse un risotto per cena, ma lo chiedeva con un grugnito inarticolato, così che la moglie capiva minestrina in brodo: quando portava in tavola la brodaglia il marito spaccava tutto con la clava. Oppure magari c’era un dinosauro dietro a un cavernicolo e il suo amico con frasi sconnesse cercava di farlo scappare, al che quell’altro gli ripeteva: «Ma perché non ti applichi nella grammatica?». Alla fine veniva inghiottito da un Triceratopo.
Così, dopo tutti questi equivoci spiacevoli, gli umani hanno deciso di chiamare le cose con i loro nomi. Per esempio, fin dal principio, «zanzara» era quell’animale fastidioso che tutti cercavano di sfracellare contro le pareti della caverna senza riuscirci. «Flatulenza» era il fuggi fuggi che accadeva nella caverna quando qualcuno mangiava il Tirannosauro rex cucinato in fricassea con purea di castagne. O, ancora, con la parola «papà» si definiva il genitore maschio e «mamma» la genitrice femmina, e questo da molto molto prima che Charlton Heston, il mitico Mosè nel film I dieci comandamenti, scendesse dal Sinai con le Tavole della Legge.
Oggi, in un Paese vicino al nostro, giusto per svecchiare la lingua e i concetti, il papà e la mamma si è deciso di 2 tondorinominarli «genitore 1» e «genitore 2». Resta da definire se il maschio indosserà la maglietta numero 1, o se invece verrà attribuita alla femmina; ancora più complessa è la vicenda di quando i genitori saranno entrambi maschi o entrambi femmine: forse si deciderà ai rigori o, più democraticamente, 6 mesi a testa, come per la presidenza Ue.
Abolite, perché sorpassate, la festa della mamma e del papà, al loro posto verranno istituite la «festa del genitore 1», che verrà celebrata il 2 novembre al posto dei morti che fa un po’ tristezza, e la «festa del genitore 2» il 25 aprile, al posto dell’inutile «festa della liberazione». I primi anni potrà capitare che i bambini sbaglieranno e regaleranno una cravatta al genitore femmina e un paio di orecchini al genitore maschio, ma dopo qualche decennio di assestamento i bambini, per non sbagliare, regaleranno in entrambe le occasioni una trousse di trucchi.
E i nonni, se non verranno aboliti, come li chiameremo? «Colei che vizia 1» e «Colui che porta sempre i regali 2»? Io, che non ho studiato le lingue, continuerò a parlare la lingua delle caverne e a onorare gli unici mamma e papà che conosco.”

A casa

casa_cuore«Dove andiamo poi?»
La risposta è: «Sempre a casa».
Sempre a casa? Dov’è, ci si chiede, la casa dell’uomo? E qual è la strada che lo conduce fin là, il suo percorso di vita? Questa però e un’altra questione.
(Novalis)

Il padre, la madre, i Queen

Stamattina, in una prima, parlando dell’amore siamo finiti a parlare di quello nei confronti dei genitori, e mi sono venute in mente due canzoni dei Queen che avevo ripreso in mano proprio ieri pomeriggio. Una riguarda il papà, l’altra la mamma, entrambe contenute nell’album “Queen II”, registrato nell’agosto 1973 e pubblicato l’anno dopo. Siamo nella prima fase della carriera del gruppo.

Nel brano “Father to son” (che nel video è in versione live) si leggono le parole di un padre al proprio figlio, dalle quali emerge una presenza costante e vicina (“Ho combattuto al tuo fianco molto prima che tu nascessi”) e un invito a darsi da fare per costruire il futuro (“Non distruggere ciò che vedi, quello che sarà il tuo paese, semplicemente continua a costruire sul terreno che è stato conquistato”) senza dimenticare le radici (“Non vorresti ascoltarci cantare la canzone della nostra famiglia? Noi te la trasmettiamo ma è tutto già sentito”). E poi si sentono le parole tipiche di un genitore, quelle che danno tanto fastidio a un figlio, quando l’adulto dice al giovane che un giorno futuro si comporterà nella stessa identica maniera nei confronti dei propri figli… (“Prendi questa lettera che ti do, prendila ragazzo mio, conservala con cura, non capirai una parola di ciò che vi è scritto ma la riscriverai uguale prima di morire”). Verso la fine sembra che ci sia un commiato, come se il padre non potesse stare vicino al figlio durante la sua crescita, come se se ne dovesse andare in un altro luogo o in un’altra dimensione (“E’ divertente che tu non senta una singola parola che dico, ma la mia lettera per te ti starà accanto attraverso gli anni finché la solitudine se ne sarà andata”). E restano nell’aria delle parole di grande amore: “l’aria che respiri vivo per dartela”.

Invece, il brano “The loser in the end” parla del rapporto tra madri e figli, e in particolare della crescita della prole fino al momento in cui i figli se ne vanno di casa lasciando alle madri una mancanza (“La mamma ha un problema, non sa che dire, il suo piccolo ragazzino se ne è semplicemente andato di casa oggi”). Vengono messi in luce i tratti scuri del crescere un figlio, e da figlio maschio mi rivedo in molte cose (“Maltrattala e la perderai come amica”… “L’ha lavato e nutrito e vestito e curato per quasi vent’anni e tutto ciò che ottiene è “Ciao ma’” e notti di lacrime”). La madre è vista come la vera perdente in questo rapporto e viene invitata a non trattenere i figli, ma a permettere loro di fare delle esperienze, anche se sceglieranno la via più comoda (“Quindi madri di ogni dove prestate ascolto a un semplice figlio di un’altra madre: Sarete dimenticate col tempo se non lascerete che loro si divertano, dimenticate i dispiaceri e ricordate solo che non è passato molto da quando eravate giovani. Siete destinate ad essere le perdenti alla fine, loro si sceglieranno da soli le scarpe nuove che non sono difficili da allacciare”). MA, un ma grande come una casa, “Siete le mamma su cui loro possono sempre contare”.

 

Mai più Eureka?

Cartoline-dalle-citta-del-futuro_h_partbMetti che in quinta parliamo di globalizzazione. Metti che capita spesso di parlare di nuove tecnologie. Metti che stamattina nella mia scuola c’è stato un incontro con Serge Latouche. Metti che con le terze abbiamo visto il film Minority Report, ambientato nel 2054. Metti che a Udine, in ottobre e novembre si è svolto un forum sul futuro. Metti che pochi giorni fa ho pubblicato questo post. Metti che forse facciamo ancora fatica a capire come la nostra società si stia trasformando.
Allora ti può interessare questo articolo di Enrico Franceschini preso da La Repubblica delle idee.
«LONDRA – “Inventeremo ancora qualcosa di tanto utile come la tazza del gabinetto? “. La provocatoria domanda, accompagnata dall’immagine di un assorto pensatore seduto per l’appunto alla toilette, occupa la copertina dell’Economist di questa settimana per segnalare un diffuso timore: che l’era delle grandi invenzioni, veramente in grado di cambiare il mondo, sia finita, o perlomeno che la macchina che le produceva si sia temporaneamente inceppata.
Può sembrare una domanda assurda a chi, con uno smartphone in tasca, un iPad nella borsa e una pagina Facebook per comunicare simultaneamente con centinaia, migliaia o magari milioni di “amici”, si sente di vivere in un’epoca da fantascienza. Se ci aggiungiamo le nanotecnologie, i cibi geneticamente modificati e i trapianti di cellule staminali, è legittimo credere che il 21° secolo stia realizzando e oltrepassando i sogni dei futurologi del 20°. Eppure una teoria condivisa da un crescente numero di studiosi è che l’uomo contemporaneo sia rimasto a corto di idee autenticamente rivoluzionarie dal punto di vista della scienza e della tecnologia. Ovvero che non si inventi più nulla di importante come la toilette, che ha trasformato le vite di miliardi di persone.
Robert Gordon, un economista della Northwestern University, ritiene possibile che vi fossero soltanto un numero limitato di invenzioni autenticamente fondamentali per l’umanità – l’energia elettrica, il processo di combustione, il treno, l’automobile, l’aeroplano, la radio, il telefono, gli antibiotici – e che scoperte quelle non vi sia più molto altro in grado di trasformare altrettanto radicalmente le nostre vite. Prendiamo una cucina del 1900: perfino nelle case più lussuose era un concetto piuttosto primitivo, un camino per cucinare, pezzi di ghiaccio per conservare gli alimenti. Nei settant’anni successivi si produce una rivoluzione, e nel 1970 tutte le cucine della classe media, almeno in Occidente, hanno fornelli a gas, frigorifero, lavatrice e presto anche lavastoviglie. Ma facciamo un balzo in avanti di altri quarant’anni, fino al presente, e le cucine sono scarsamente cambiate: hanno pannelli digitali e la macchinetta per produrre in casa il caffè come al bar, ma nella sostanza sono identiche al 1970.
Non si può escludere, naturalmente, che non verranno nuove invenzioni altrettanto prodigiose, che a tutt’oggi nemmeno possiamo immaginare. Ma un’altra scuola di pensiero osserva che quelle che potevamo immaginare non sono state realizzate, e al loro posto abbiamo avuto delle innovazioni la cui utilità sociale è alquanto limitata: “Dal futuro ci aspettavamo le macchine voltanti e invece abbiamo avuto i messaggi in 140 caratteri di Twitter”, osserva Peter Thiel, direttore del Founder’s Fund, un fondo di investimenti coinvolto in alcune delle più innovative iniziative della Silicon Valley nell’ultimo decennio. Questo non significa che l’impatto della rivoluzione digitale portata avanti da aziende come Apple, Google e Facebook sia da sottostimare: tuttavia è probabilmente vero che non l’abbiamo ancora sentito in pieno, perché in fondo quella rivoluzione è appena cominciata. Forse lo sentiremo meglio quando innovazioni come le fotocopiatrici tridimensionali scateneranno quella che Chris Anderson, direttore della rivista Wired, chiama nel suo ultimo libro “la nuova rivoluzione industriale”. Allo stesso modo, ammonisce l’inchiesta dell’Economist, non si può sottovalutare il fatto che Internet ha globalizzato il Pianeta e che la globalizzazione ha portato un profondo miglioramento di vita nei Paesi emergenti, dalla Cina all’India al Brasile. Il timore che non si inventi più nulla è esagerato, basti pensare che oggi governi e aziende private spendono 1 trilione e mezzo di dollari l’anno in R&D, research and development (ricerca e sviluppo), più di quanto mai speso prima. Prima o poi da quei pensatoi uscirà un nuovo “eureka”, un’invenzione altrettanto utile e innovativa per l’umanità intera quanto l’umile tazza del gabinetto.»

Dio non è necessario

Una delle cose che mi bloccano nella lettura di un blog è la lunghezza dei post. Se superano uno o due colpi di scroll è molto difficile che vada avanti, a meno che l’argomento non sia estremamente avvincente. Ecco perché mi sforzo di farli piuttosto brevi. Ma quando ripubblico un articolo esterno non posso decidere la lunghezza. Certo, potrei mettere semplicemente il link al pezzo senza stare a ricopiarlo: sarebbe persino più veloce per me. Ma temo che prima o poi quel link possa diventare cieco, e che l’articolo venga spostato o tolto dall’autore.
Oggi pubblico un articolo estremamente ricco dal punto di vista dei contenuti. Potremmo farci sopra uno o più anni di lezione… E’ un’intervista di Franco Marcoaldi a Paolo Ricca, pastore valdese, curatore delle opere di Lutero per l’editrice Claudiana, teologo finissimo e di grande apertura mentale. Proprio a causa della lunghezza del testo mi sono permesso di fare una cosa che detesto quando vedo fatta sui libri: ho evidenziato in grassetto dei passaggi chiave. Buona lettura.

Paolo20Ricca20small2002«Per un agnostico, o un ateo, affidarsi al “giudizio di Dio” e dunque alla sua Legge, può suonare come la definitiva resa di ogni possibile giudizio critico individuale. Paolo Ricca, pastore valdese, curatore delle opere di Lutero per l’editrice Claudiana, teologo finissimo e di grande apertura mentale, la pensa esattamente all’opposto: proprio la Legge di Dio offre la massima libertà all’essere umano. “Il discernimento del bene e del male è possibile là dove si sa che cosa siano il bene e il male. Nella visione biblica questa capacità l’uomo non ce l’ha. E quindi anche il suo discernimento è offuscato. Perciò è necessaria la parola di Dio”.
Ma nella modernità occidentale, diciamo da Montaigne in avanti, l’uomo presume, a torto o a ragione, di disporre di quella capacità. Cosa la spinge, nel 2012, a cercarla ancora nella parola di Dio?
“Almeno due buone ragioni. La prima ha a che fare con Kant, il grande maestro critico della modernità, e con la sua idea di imperativo categorico. Ovvero con la rinuncia della singola persona a decidere che cosa può “imperare” nella sua propria coscienza. Seconda ragione: l’evidenza di ciò che accade intorno a noi, ogni giorno. Le pare che l’umanità nel suo insieme, e non parlo dell’arbitrio del singolo individuo, sia in grado di organizzare un sistema di leggi volte al bene comune?”.
Però esistono tradizioni di pensiero, penso ad esempio al confucianesimo, in cui il fondamento etico-sociale della legge ha una base tutta mondana.
“Sì, ma l’aspetto più sorprendente del discorso biblico è che la Legge viene dopo l’Esodo. Ovvero, Dio prima libera il suo popolo e soltanto dopo gli dà la legge, fondata dunque sulla libertà raggiunta, che impedirà di tornare a uno stato di schiavitù. Lei porta l’esempio del confucianesimo, per dimostrare che non è necessario Dio per avere una legge. Ma Dio, che peraltro non è mai “necessario”, ci indica la strada per dare alla legge il suo vero significato: non come sottrazione di libertà, ma come suo massimo dispiegamento. Io penso che dobbiamo liberarci da questa idea secondo cui Dio deve esserci. Bonhoeffer parla di “un Dio che c’è, non c’è”, proprio per riaffermare che Dio non è necessario. Che Dio è libertà, non necessità. La rivelazione della Bibbia è tale proprio per questo. Rivelare, togliere il velo, vuol dire aiutare l’uomo a capire ciò che non vede: Israele ha creduto in un Dio liberatore, prima che in un Dio giudice e legislatore. È un messaggio formidabile. Certo, sempre se uno ci crede!”.
Per chi è cresciuto tra le braccia della Chiesa cattolica la prima parola che viene in mente pensando alla religione, non è certo “liberazione”. Semmai il trittico dostoevskjiano “mistero, miracolo, autorità”.
“Lo capisco. Ma Dio non è la Chiesa. Sono due piani del discorso che vanno tenuti accuratamente separati”.
Veniamo al Dio legislatore e dunque ai dieci comandamenti. Lei li trova ancora utili per il nostro tempo?
“Assolutamente sì. Pensi al primo comandamento, che impone di distinguere tra gli idoli e Dio. Più attuale di così! Oppure, pensi al comandamento del riposo applicato a una società come la nostra, in cui il tempo libero è ancor più schiavizzato di quello del lavoro. Purtroppo, nella cultura religiosa italiana i dieci comandamenti sono poco predicati. Alcuni sono stati addirittura stravolti: per esempio, quello sul riposo è diventato “santifica le feste”, una definizione del tutto impropria. Obbedendo a una tendenza gnosticizzante del cattolicesimo romano, l’Antico Testamento è stato messo progressivamente da parte, a esclusivo vantaggio del Vangelo. Il che spiega varie cose anche sul fronte morale. Perché il discorso sulla centralità dell’amore va bene, ma quando si arriva al comandamento “non rubare”, le cose si fanno un po’ più complicate”.
Ha appena accennato al nuovo comandamento di Gesù: ama il prossimo tuo come te stesso. Gesù, però, oltre a obbedire, trasgredisce la legge.
“Certo, perché non c’è libertà senza trasgressione bisogna trasgredire alcune leggi degli uomini in nome della legge di Dio, nella quale si manifesta appieno la nostra libertà”.
Mi faccia un esempio.
“Gesù viene condannato a morte per due motivi: come trasgressore della legge sabato e come distruttore del tempio. E perché trasgredisce la legge del sabato? Perché i teologi avevano costruito attorno a quel comandamento una serie di norme assolutamente fuori luogo. Del tipo: nel giorno del riposo puoi fare al massimo dieci passi. Così, se l’uomo caduto a terra è lontano da te dodici passi, non puoi aiutarlo. Ma mille altri sono i casi in cui è giusto trasgredire le leggi umane, in nome di una superiore legge divina. Pensi all’obiezione di coscienza: non prendo in mano il fucile per ammazzare il prossimo, anche se lo Stato me lo impone”.
Capisco cosa intende dire. Però intravedo anche il rischio opposto: ogni legge dello Stato laico può essere messa in forse sulla base di una legge superiore. Pensi all’aborto.
“Ma non c’è nessuna legge divina che vieta l’aborto. Quella è una legge della Chiesa, che naturalmente ha il suo peso e il suo valore. Però nella Bibbia non si parla di aborto. Di nuovo, bisogna saper distinguere tra legge divina, legge ecclesiastica e legge civile”.
Qual è il luogo simbolico per eccellenza in cui si manifesta il giudizio di Dio?
“La croce di Gesù, e questo è il paradosso dei paradossi: ovvero, il giudizio di Dio viene “giudicato” nell’uomo, e nell’uomo messo in croce. “Dio mio, perché mi hai abbandonato”, dice Gesù. È il momento della lacerazione completa dell’idea stessa di Dio. Paolo definisce la croce “pazzia” per i greci, i laici, e “scandalo” per i giudei, per i religiosi come me. La verità è che se si va alla radice del discorso cristiano, il giudizio di Dio ci conduce a un’afasia totale. Perché si assiste al capovolgimento completo tra un Dio giudicante e un Dio giudicato”.
Il primo a portare Dio “in tribunale” è Giobbe, quando verifica sulla propria pelle che l’idea secondo cui se fai il bene ti ritorna il bene, non è così automatica.
“Il suo è il grido di disperazione dell’innocente che soffre ingiustamente. E protesta. La risposta di Dio, in verità non tanto chiara, lo metterà a tacere. Ancora non si dà quel rovesciamento in cui il Dio giudicante viene giudicato. Anche se già nell’Antico Testamento si affaccia l’idea secondo cui il giudizio di Dio si associa alla misericordia e non alla giustizia retributiva. E questo ci porta dritti al Nuovo Testamento, alla vita di Gesù, alla sua passione, quintessenza dell’ingiustizia: un processo farsa, la condanna, la flagellazione, la condanna a morte. Gesù subisce, ma non partecipa. Dice a un certo punto: potrei chiamare dodici legioni di angeli, ma non lo faccio. Non mi metto sullo stesso piano di Pilato, di Erode. Ed ecco il salto ulteriore, sul piano della fede. Non soltanto io non rispondo al tuo male con la stessa moneta, ma prendo su di me la tua colpa. E muoio non soltanto per la tua malvagità, ma perché ti perdono. Ora tutto questo è straordinario. Il paradosso è che le ragioni per cui uno crede o non crede, potrebbero essere le stesse. E rimandano sempre alla figura della croce. Ecco perché non posso prendermela con gli atei. Loro dicono: come posso credere a un Dio messo in croce? E io obietto: gli credo proprio perché è stato messo sulla croce“.
Le ripropongo la domanda iniziale, rovesciata. Non c’è il rischio che affidandosi al giudizio di Dio si verifichi una deresponsabilizzazione dell’individuo?
“Se intende un atteggiamento fatalista nei confronti di tutto ciò che accade, come se tutto fosse sempre e comunque frutto della volontà di Dio, allora sì, c’è questo rischio. Ma cito ancora Bonhoeffer quando dice: non tutto quello che accade è volontà di Dio, mentre in tutto ciò che accade c’è un sentiero che porta a Dio. Siamo partiti dalla parola discernimento. Ebbene, io credo che Dio, inteso come libertà d’amare, sia innanzitutto luce. E questa luce illumina il nostro cammino, aiutando o addirittura determinando il nostro discernimento. In fin dei conti, è la luce che ci consente di vedere. E discernimento vuol dire capacità di vedere, quindi capacità di giudicare, dopo aver visto. Non alla cieca”.»

La scalatrice e il teologo

sinai
Pubblico un articolo interessante di Federico Pace, in cui presenta un libro che a breve leggerò, frutto della collaborazione della conterranea scalatrice Nives Meroi e il teologo “scomodo” Vito Mancuso. La fonte è La Repubblica.
«Ci sono luoghi al mondo che non si esauriscono nelle loro sembianze geografiche. Luoghi che contengono gli antichi semi che hanno dato vita alla nostra cultura, ai nostri pensieri e ai nostri più profondi aneliti. Il Sinai è di certo tra questi. Circondato dalla silenziosa maestosità del deserto e indelebilmente caratterizzato dall’aspetto trascendente e religioso del Dio che consegnò a Mosè le tavole con il Decalogo, il monte ora viene raccontato in un libro, in uscita in questi giorni, da Nives Meroi e Vito Mancuso. La prima, grande scalatrice che ha raggiunto undici delle quattordici vette sopra gli Ottomila metri senza utilizzare ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. Il secondo, teologo, docente di storia delle dottrine teologiche presso l’università di Padova e protagonista quotidiano del discorso tra religione e società civile.
Il libro dal titolo Sinai, che inaugura la collana Wild della Fabbri, è un cahier de voyage originale come forse solo i diari di viaggio scritti da più persone riescono a essere. Nives Meroi descrive la partenza, con il suo compagno di cordata e marito Romano Benet, dalle nevi del Friuli Venezia Giulia per quel deserto spesso territorio di scontri e conflitti, racconta l’atterraggio in Egitto a Sharm El-Sheikh, senza nascondere il fastidio per i metri cubi di cemento delle costruzioni alberghiere e lasciando trasparire la gioia per l’incontro con l’accompagnatore Mustafa. Dal canto suo, Mancuso percorre un’altra strada, più rarefatta e astratta e porta per mano il lettore tra le parole dei testi sacri. I monti, scrive nelle sue prime pagine, sono “un luogo privilegiato per l’incontro con il divino” dove si riscopre “un’origine dimenticata, ma tuttavia radicata dentro di sé”.
sinai meroi mancusoL’alpinista, che per scrivere usa carta e penna, entra in contatto con la natura, sale sui dromedari e partecipa alla cena beduina. Assaggia il pane, il tè che profuma di salvia, il riso, il kebap e le verdure. Arriva al monastero di Santa Caterina e alle 2 e 45 di notte si avvia verso la salita al monte mentre si leva “un rumore sordo di tribù che si mette in cammino”. In vetta, al sorgere del sole, scopre di essere in compagnia di cinquecento giovani, molti dei quali probabilmente sono tra quelli che qualche anno fa erano scesi in piazza Taqrir pieni di speranze poi andate deluse. Dall’altro canto, Mancuso si inerpica tra le parole dei sacri testi, mette a confronto le narrazioni dell’Esodo con quelle del Deuteronomio, scompone ogni singola parola per capire, in che modo e a chi, sia davvero apparso Dio, quel Dio che sul Sinai, tra lampi e fulmini, “interviene direttamente nella storia degli uomini come mai aveva fatto prima e come mai farà dopo”.
L’aspetto trascendente e quello naturale. Il deserto, il vento, il silenzio. Il rapporto fisico con la montagna. Nel libro Nives Meroi, che intercala il suo racconto con memorie delle scalate degli Ottomila, pone al centro il suo rapporto con la natura. “Generatrice di sublime – scrive – e allo stesso tempo capace di indifferenza assoluta”. Percepita alle volte come forza potentissima, di fronte al quale l’essere umano non può nulla, e altre come entità fragilissima aggredita spietatamente dalla nostra moderna sete di crescita spesso priva di equilibrio. La natura, ci racconta al telefono Meroi, “è quello di cui noi siamo parte. Penso che la cosa più importante e semplice che ho imparato anche da questo viaggio, è proprio questo. Nelle spedizioni che ho fatto, in questo viaggio in Sinai, il delirio di onnipotenza viene subito ridimensionato. Noi siamo elementi della natura, e dobbiamo imparare a rimanere in contatto con lei”. Traspare forte anche il legame tra lo scalare una montagna e la necessità di narrare una storia. “So di non essere né una studiosa, né una scrittrice – ci confessa candidamente – ma per me è importante narrare delle storie perché, quello che conta dal mio punto di vista, non è tanto raggiungere la cima, quanto tornare giù e raccontare quello che ho visto, quello che ho vissuto e condividere in qualche modo quello che ho compreso”.
Mancuso sottolinea come gli studi e le indagini archeologiche testimoniano la difficoltà a stabilire che il Sinai di cui noi oggi parliamo, sia effettivamente il Sinai di cui parla la Bibbia. Eppure il fascino per questo monte non si esaurisce. Perché? Mancuso risponde alla domanda che gli poniamo spiegando come esista “un Sinai interiore che significa una dimensione di altezza e di trascendenza verso cui ogni civiltà si sente attratta”. Ma non solo, c’è un altro aspetto per il teologo che alimenta l’attrazione verso questo luogo, un aspetto “che riguarda la dimensione della sollecitazione e della provocazione che la libertà umana riceve di fronte alle dieci parole, al decalogo, a un imperativo etico. La tua libertà esiste, ma è fatta per aderire alla giustizia, al bene, a tutte quelle cose che i comandamenti del Sinai ci presentano”.
Il Sinai ancora oggi così provoca incanto e spaesamento. Il monte è stato cercato e inseguito nel tempo da un numero infinito di artisti. Dipinto da El Greco, raccontato da Alexandre Dumas e terra di rifugio per Antonio Tabucchi. Forse è nelle parole che Mancuso ci rivolge prima di chiudere la chiacchierata che ci ha concesso, la chiave di tutto il libro: “Scrivere del Sinai mi ha insegnato di nuovo che l’ultima parola riguardo al problema di Dio, a questa attrazione, a questa ricerca, non è la razionalità, non è un pensiero, ma la nube della non conoscenza, è un misto di timore per i lampi e le teofanie (ndr. apparizioni della divinità), questa dimensione quasi vulcanica, la scrittura di questo libro mi ha richiamato profondamente a questa dimensione che chiamerei “apofatica”: c’è qualcosa di più importante delle parole, c’è la vita nuda che si pone di fronte alla misteriosità dell’esistenza”.»

Tvb? Tvtb? Ta? Tat? No, per oggi Ts

La scorsa settimana ho avuto due giorni di febbre e penso di non essere ancora guarito; l’alternativa è che la febbre abbia lasciato in me degli strascichi preoccupanti. Non so spiegarmi altrimenti il fatto di essermi ritrovato a pensare a mia moglie dopo aver ascoltato una dichiarazione di Enrico Letta. Di ritorno dal Kuwait il premier ha affermato di tornare al lavoro in Italia con maggiore motivazione. Non è la prima volta che lo dice, tanto che mi viene da pensare che le sue motivazioni iniziali devono essere state piuttosto bassine. Un po’ come due amogiovanissimi innamorati che si sussurrano “Ti amo un po’ più di ieri e un po’ meno di domani”. Per mettere in atto tale proposito l’unica via è partire da un livello molto basso e soprattutto calibrare con molta cura gli slanci d’amore. E’ lì che ho pensato a mia moglie e mi sono immaginato mentre le dico “Sai amore, anzi no, amorino. Vorrei dirti che ti amo perché è quello che provo, ma allora cosa potrei dirti domani per andare oltre? Già un “ti voglio bene” temo sia eccessivo. Diciamo allora che ti stimo…”. Vi sono cose che non penso possano essere misurate e una di queste è l’amore: o si ama o non si ama. Non credo che si possa amare un po’, o amare molto, o amare poco. Non credo nel sempre meglio, sempre di più. Altro paio di maniche è invece la relazione tra due persone che è sempre un cantiere aperto intento a costruire un edificio sempre migliorabile. Avrete capito che non sto più parlando del capo del governo… Una paura accompagnerà però queste ore prima di addormentarmi stanotte: temo di appoggiarmi sul materasso e trovare mia moglie che, con la voce di Enrico Letta, mi dice “Ti stimo anche io”.

Riattivazione funzionalità blog

Con la migrazione del blog ho potuto riattivare i commenti. Non ho impostato dei filtri, almeno per il momento. Viene chiesto di inserire un indirizzo e-mail. Esso non verrà pubblicamente visualizzato, io lo riceverò però via mail; certo è possibile ingannare il sistema, ad esempio impostando un indirizzo del tipo ak@q.it Viene preso per buono. Mi riservo di rimuovere i commenti offensivi (fino ad oggi non ce n’è mai stato bisogno…).

iscrivitiScorrendo il blog in basso a destra dovrebbe comparire la scritta “Iscriviti” come si vede nell’immagine a fianco. Cliccando su essa ci si può iscrivere al blog e si riceve una mail ogni volta che compare un nuovo post. Visto che tweetto o metto un post sul profilo pubblico di fb a ogni nuovo post, direi che questa opzione è utile per chi non utilizza i social. Può essere utilizzato anche Voce RSS, in fondo alla colonna di sinistra.

Un pomeriggio di imprecazioni

hulk

Ci sono delle volte in cui mi arrabbio. E la risposta, come quasi sempre accade per i calmi, è radicale. Oggi pomeriggio sono venuto a sapere, a seguito di una chiamata al 187 da parte mia, che, avendo disdetto il contratto adsl di Alice (per eccessiva lentezza nel paese in cui vivo e le continue interruzioni di servizio), a breve mi sarà disattivato l’account di posta elettronica, il principale che utilizzo… La gentile operatrice mi ha informato “Avvisiamo sempre i clienti di utilizzare questa mail solo per l’iscrizione e null’altro”. Al che le ho chiesto per quale motivo allora mettano a disposizione giga di spazio agli utenti… Ho condotto una ricerca su internet e ho trovato di tutto, da chi non ha avuto alcun inconveniente a chi si è visto chiudere l’account senza preavviso. Sta di fatto che la mia preoccupazione principale è stata per questo blog, per gestire il quale accedo tramite indirizzo mail di alice. Ed ecco la scelta radicale: ho ripreso in mano un vecchio account gmail, ho esportato il blog http://oradireli.myblog.it e l’ho importato su https://oradireli.wordpress.com
Mi sto dando da fare per affinare le ultime cose, ma sono a buon punto. Devo confessare che, al momento, sono più i vantaggi che gli svantaggi. Staremo a vedere… Certo è che il prossimo passaggio sarà la disattivazione completa dell’utenza domestica Telecom.

Se vuotare il sacco non basta

sacco-di-patate--patate--object--sano_3198529Una storia molto carina; questa volta arriva dal taoismo e l’ho trovata qui.
«Un giorno il saggio diede al discepolo un sacco vuoto e un cesto di patate.
“Pensa a tutte le persone che hanno fatto o detto qualcosa contro di te recentemente, specialmente quelle che non riesci a perdonare. Per ciascuna, scrivi il nome su una patata e mettila nel sacco”.
Il discepolo pensò ad alcune persone e rapidamente il suo sacco si riempì di patate.
“Porta con te il sacco, dovunque vai, per una settimana” disse il saggio. “Poi ne parleremo”.
Inizialmente il discepolo non pensò alla cosa. Portare il sacco non era particolarmente gravoso. Ma dopo un po’, divenne sempre più un gravoso fardello. Sembrava che fosse sempre più faticoso portarlo, anche se il suo peso rimaneva invariato. Dopo qualche giorno, il sacco cominciò a puzzare. Le patate marce emettevano un odore acre. Non era solo faticoso portarlo, era diventato anche sgradevole.
Finalmente, la settimana terminò. Il saggio domandò al discepolo. “Nessuna riflessione sulla cosa?”
“Sì, maestro” rispose il discepolo. “Quando siamo incapaci di perdonare gli altri, portiamo sempre con noi emozioni negative, proprio come queste patate. Questa negatività diventa un fardello per noi e, dopo un po’, peggiora.”
“Sì, questo è esattamente quello che accade quando si coltiva il rancore. Allora, come possiamo alleviare questo fardello?”
“Dobbiamo sforzarci di perdonare”.
“Perdonare qualcuno equivale a togliere una patata dal sacco. Quante persone per cui provavi rancore sei capace di perdonare?”
“Ci ho pensato molto, Maestro” disse il discepolo. “Mi è costato molta fatica, ma ho deciso di perdonarli tutti”.
“Molto bene, possiamo togliere tutte le patate. Ci sono altre persone che ti hanno offeso o irritato nell’ultima settimana?”
Il discepolo rifletté per un momento e ammise che ce n’erano. Improvvisamente rimase sgomento, quando si rese conto che il sacco vuoto si sarebbe riempito di nuovo.
“Maestro” chiese, “se continuiamo così, non ci saranno sempre patate nel sacco, settimana dopo settimana?”
“Sì, finché ci saranno persone che diranno o faranno cose contro di te in qualche modo, tu avrai sempre patate”.
“Ma Maestro, noi non potremo mai controllare quello che gli altri fanno. Cosa c’è di buono nel Tao allora?”
“Questo non è ancora il Tao. Quello di cui abbiamo parlato finora è l’approccio convenzionale al perdono. E’ quello che tante filosofie e religioni predicano – dobbiamo costantemente sforzarci di perdonare, perché questa è una virtù importante. Questo non è il Tao, perché non c’è sforzo nel Tao”.
“Allora cosa è il Tao, Maestro?”
“Prova ad immaginarlo. Se le patate sono le emozioni negative, allora cosa è il sacco?”
“Il sacco è… quello che mi permette di trattenere la negatività. E’ qualcosa dentro di noi che ci fa persistere sui sentimenti offesi… Ah, è il mio tronfio senso di auto-stima”.
“E cosa succede se te ne liberi?”
“Allora… le cose che la gente fa o dice contro di me non sembrano più un gran problema”.
“In tal caso, non avrai nessun nome da scrivere sulle patate. Questo significa niente più peso da portare e niente più puzza. Il Tao del perdono è la decisione cosciente non solo di togliere le patate… ma di abbandonare l’intero sacco”.»