Lettera agli uomini

I rischi della rete. L’attenzione per i soggetti deboli. Il ruolo degli adulti, della scuola e degli educatori. La diversa percezione dell’uomo e della donna, anzi, del maschio e della femmina. L’articolo è di Alessandro D’Avenia, pubblicato su La Stampa la scorsa settimana. Lo leggeremo in classe e ne parleremo.

“Uomini. Adulti e giovanissimi. È a voi che scrivo queste righe. A voi che siete convinti debolezza.jpgche la carne di una ragazza sia il tiro a bersaglio della vostra debolezza. A voi che pensate di poter giocare con la dignità di una ragazzina soltanto perché è una ragazzina.

Prima Amanda Todd. All’inizio di ottobre in Canada. Quindici anni. Si uccide perché un trentenne che l’ha circuita via web ha pubblicato su Facebook le foto di lei in topless. Nessuno sa chi è il colpevole e ci devono pensare gli hacker di Anonymous a scovarlo. Però uno pensa: son cose che succedono solo in America. Ma adesso è toccato a Carolina, nella italianissima Novara. Quattordici anni e un tuffo dal balcone per sfuggire alla persecuzione di un video o di una foto pubblicati sul web e sui social network, in cui lei è protagonista. Ma perché dico protagonista? In quel video era con un ragazzo, ma naturalmente lui non deve vergognarsi, perché lui è maschio, può permettersi quel che vuole. Poco importa se fosse il suo ragazzo o meno: il punto è che lui è maschio, quindi in ogni caso, non deve vergognarsi di nulla e nessuno ha nulla da dirgli. Tanto meno quelli che hanno girato quel video o scattato quelle foto per infierire su quella carne che magari poco prima avevano desiderato.

La fragilità di Carolina è terreno fertile per maschi che per sentirsi tali ne hanno fatto il facile pasto della loro inadeguatezza e frustrazione. Se al centro dell’attenzione ci fosse stato un ragazzo, gli altri, invece di trasformarsi in branco violento, gli avrebbero fatto anche i complimenti. Servono vittime al maschilismo consumista della nostra non-cultura. E le vittime sono quelle che si portano addosso i segni della vittima: chi meglio di una ragazzina?

Carne fresca per sfogare la violenza repressa e mai riconosciuta dentro di sé, abbandonata da un dibattito culturale preoccupato più dello spread e delle vacanze della Minetti che della famiglia e della scuola, che fanno acqua da tutte le parti. A poche settimane dal voto, mi sarebbe piaciuto ascoltare un politico, uno solo, parlare dell’emergenza educativa in cui siamo piombati, a motivo della crisi di famiglia e scuola. La crisi non è solo economica: i genitori non hanno soltanto il problema di pagare le rate, ma di proteggere i figli in e fuori dalla rete. Non basta pareggiare un bilancio per costruire il bene di un Paese.

Guardando al passato, la società della vergogna era quella omerica, in cui il rapporto faccia a faccia tra i componenti non tollerava alcun errore che ledesse la dignità eroica dell’individuo: “essere” si riduceva ad apparire degni del proprio ruolo e l’occhio degli altri era giudice severissimo. Non è cambiato granché. Una nuova società della vergogna sta emergendo con i social network. Facebook e Twitter, grandi protagonisti della vicenda di Amanda e Carolina, possono essere usati come strumenti di una gogna digitale incontrollabile, scatenano il tam tam sulla vittima designata e i lapidatori si addensano attorno alla preda, in attesa che qualcuno scagli la prima pietra, perché la violenza – si sa – è piuttosto gregaria.

Non trovo molta misericordia nei social network, ma più spesso l’occhio implacabile del gossip famelico e invidioso. Insomma, Facebook e Twitter se usati male alimentano una nuova società della vergogna, in cui siamo misericordiosi con noi stessi e carnefici con gli altri. Ma il problema non è solo nei social network, strumento che si presta alla logica femminicida né più né meno di quanto un coltello ad un omicidio, il problema è una cultura che uccide la donna, prima ancora che materialmente, spiritualmente: spogliandola e paragonandola ad oggetti, soggiogandola con offese verbali e fisiche, per il solo fatto di essere donna. Con o senza sfumature di grigio.

Colgo spesso nelle mie alunne la paura di un maschio aggressivo, offensivo, violento, anche solo verbalmente. Colgo in alcuni ragazzi il virus di chi pensa che la virilità sia forza per colpire, anziché forza per proteggere.

Lo ripeto, il problema è educativo. È in crisi, da un po’ troppo tempo, il rispetto della dignità della persona. Una cultura che non riconosce la dignità della vita quando è fragile non può che fare violenza alle donne. Il vero femminicidio, e qualsiasi tipo di violenza, non si palesa all’improvviso ma comincia lì, dall’educazione ricevuta da bambini e adolescenti a scuola e soprattutto a casa. Carolina era il bersaglio perfetto: si è uccisa perché fragile, ma quanta della sua fragilità suicida non è il risultato di un mancato ascolto da parte di chi era intorno a lei?”

Un canto ladino

Ho scoperto su Il venerdì la cantante Yasmin Levy e ora la sto ascoltando e yasmin-levy-konser-müzikoza.jpgapprezzando. Racconta di sé: “Nata nel 1975 a Gerusalemme, città dove sono poi cresciuta, canto in ladino, spagnolo, ebreo antico e interpreto brani di mia composizione, ma anche alcuni temi della tradizione, con un mio particolare stile che si richiama a flamenco e fado. La musica sefardita e il ladino non sono nati per stare sul palcoscenico. Non sono canzoni per i concerti, ma pezzi che i giudei cantavano per l’anima in quanto quella musica, il ladino e la memoria erano le uniche cose che gli ebrei poterono portare con sé quando furono espulsi cinquecento anni fa dalla Spagna. Direi che solamente negli ultimi cinquant’anni abbiamo cantato queste canzoni anche per il pubblico e si tratta di canzoni che le donne cantavano mentre facevano i lavori di casa e che gli uomini intonavano nella sinagoga, cioè canti liturgici. Non sono canzoni difficili da interpretare, la musica sefardita si canta come una ninna nanna, con molto amore, è molto delicata, ma senza passione, è un canto di testa. Il nostro è un canto molto melodrammatico, ma la maggioranza delle persone del pubblico mi chiedono spesso del perché di tanta malinconia, perché di tanta tristezza. E’ vero in questo repertorio c’è molta tristezza e io paradossalmente mi esprimo al meglio quando c’è questo clima cupo.”

Vorrei sbrigarmi a uscire dalla vergogna

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Sotto Natale ho letto in un boccone “Tutto torna” di Giulia Carcasi. L’inizio per me è stato fulminante, una scossa perché qualche anno fa ho scritto un breve racconto simile al suo incipit. E mi è tornata in mente Anna, mia nonna, e il pensiero oggi va a lei, lassù…

“Il mio bambino, non trovo il mio bambino,”grida una donna, s’aggrappa a chi passa.

Le chiedono: calma, cos’è successo.

Il bambino vuole camminare senza essere tenuto per mano, certe volte s’impunta così tanto che lei lo lascia fare, ma lo segue con lo sguardo, sta attenta. È stato un attimo, giura, un battito di ciglia e il bambino non c’era più. Maledice se stessa.

Le chiedono com’è fatto, quanti anni ha, come si chiama.

È un bambino sensibile al buio, risponde, come bastasse a riconoscerlo tra mille, di notte vuole la luce accesa sennò non s’addormenta. Gesù, se il bambino sta al buio è capace che impazzisce. Lei ha paura soltanto al pensiero che lui possa averne, nessuno in una vita intera, nessuno potrà arrivare a conoscerlo come lei lo ha conosciuto subito da subito, sentirlo come lei fa. Si piega sulle ginocchia e nello spavento si culla.

Quando vedo la folla intorno e lei al centro, porca puttana penso.

Un poliziotto chiede a tutti di stare indietro: un bambino è stato rapito. Mi faccio avanti e dico quello che devo.

“Questa favola la racconterà in commissariato,” m’interrompe l’agente appena inizio a spiegargli: ha il sospetto che io stia tentando d’intralciare o, addirittura, depistare le indagini.

“I documenti,” vuole, intanto guarda lei e ciecamente le promette giustizia.

“I documenti,” ripete mentre li sto cercando e penso che è assurdo: a un’emozione si crede, la verità ha bisogno di prove.

“Non li trova?” insinua, allora gli domando se anche a lei li ha chiesti.

“Le domande le faccio io,” mette in chiaro il poliziotto: non li ha chiesti.

Da una cartella tiro fuori i documenti, i miei e quelli di lei, l’agente li controlla con la faccia di uno che ha mischiato giorno e notte. “Prenda la signora e se ne vada,” mi avverte: che non accada più, come se lei e io avessimo scelta.

Provo ad alzarla da terra, mi scaccia, io la scacciavo quando voleva tenermi per mano. “Mi lasci”, non si muoverà da quel punto finché non ritrovano suo figlio.

Mi avvicino ancora, le parlo sottovoce, è un segreto nostro: il poliziotto mi ha detto che il bambino è in salvo, lo riporteranno direttamente a casa, dobbiamo andare a casa ad aspettarlo, altrimenti busserà alla porta e non la troverà.

“Dice davvero?”

C’è un istante, ogni volta che non mi riconosce, un tempo minuscolo e immenso in cui anche io dubito di me.

Glielo assicuro e non so se sono sincero o mento o tutt’e due, so che non ci farò mai l’abitudine, mentre lei ride ride e ringrazia il cielo. La prendo sottobraccio, gli altri ci fissano, con lentezza lei si alza e io vorrei sbrigarmi a uscire dalla vergogna. “Su, andiamo, mamma.”

Non mi sono perso e non mi hanno rapito.

Sono cresciuto e lei lo dimentica.

Le sue mani erano le mie

La prima volta che ho sentito parlare di Simona Atzori è stato quando a casa mi è arrivato il numero 13 della rivista di filosofia Diogene Magazine: era il febbraio 2009. Ieri sul sito del Corriere ho trovato questo suo articolo, scritto a pochi giorni dalla perdita della madre, avvenuta la vigilia di Natale. E’ una storia che sento molto vicina e che mi ha mosso alle lacrime.

«Le sue braccia sono rimaste in cielo e nessuno ha fatto tragedie» ha scritto il grande e caro amico Candido Cannavò, cogliendo in una semplice frase il senso più grande della mia vita. Sono nata così, senza le braccia, da due genitori straordinari che mi hanno accolto senza tragedie, ma con tanto amore e positività. Siamo cresciuti insieme, creandoci un mondo che rispecchiava la nostra prospettiva, con le mie «mani in basso» e con la voglia di trovare il nostro posto in questo mondo, che a volte fa fatica ad accorgersi di quanto sia bello e prezioso il fatto che tutti noi siamo diversi.

simona atzori 2.jpgDue braccia che all’apparenza non ci sono, ma che diventano 4, poi 8, poi mille e poi infinite perché hanno il desiderio di accogliere tutte le braccia che hanno voglia di donarmi il loro amore e il loro aiuto. Non so esattamente cosa abbia provato la mia mamma la prima volta in cui mi ha tenuta tra le sue braccia, ma so con certezza che da quell’istante lei mi ha scelta per la seconda volta come sua figlia, per donarmi tutto il suo amore e farmi crescere con serenità.

«Vivi la tua vita con serenità, come ho sempre fatto io», mi ha detto un giorno la mia mamma. Parole preziose che mi accompagnano ogni giorno e che ora hanno acquistato un senso ancora più grande. Insieme a lei sono cresciuta e ho sognato, credendoci così tanto e impegnandomi in ogni momento della mia vita, ma sempre con lei al mio fianco. Quando ci dicevano che non potevo fare qualcosa, io la guardavo e lei mi sorrideva dolcemente e mi diceva «sì» con la testa e non mi serviva altro. Sono diventata una pittrice e una danzatrice insieme e anche grazie a lei, perché non ci siamo mai arrese.

Il 24 dicembre la mia mamma ha concluso il suo viaggio in questa vita. Quando le persone lasciano la terra alla vigilia di Natale si dice che stiano accompagnando la Vergine nella nascita di suo figlio. Il pensiero che lei non abbia smesso di essere madre mi ha dato quel senso di serenità che lei mi aveva augurato. Però non basta, il dolore che si prova quando si perde la propria mamma è qualcosa che non si può spiegare e nemmeno immaginare prima. Ora ho due braccia in meno. Lei mi ha tenuto stretta tra le sue braccia il giorno in cui sono venuta al mondo ed io le ho tenuto la mano nel suo ultimo respiro. La sensazione di solitudine che mi pervade è immensa, in alcuni momenti è dolorosa anche fisicamente. Molti dei miei gesti quotidiani erano fatti insieme a lei. Le sue mani erano davvero anche le mie nel modo più spontaneo e sincero possibile. Una sensazione che solo una mamma può provare quando il proprio bambino è piccolo, ma una sensazione che le mamme che hanno un figlio con delle necessità particolari provano tutti i giorni, anche quando i propri figli non sono più bambini. Ora questi gesti mancano come l’aria che respiro e assumono un significato diverso. Ho avuto sei mesi di tempo per abituarmi a questa mancanza, da quando questa malattia ha reso il suo corpo così debole. Sono stati mesi che sono serviti a lei per vedere che potevo farcela e che potevo volare, come lei mi diceva sempre. «Tu devi volare…», ci ha creduto sempre, in ogni istante della sua vita, anche quando aveva tutti contro. Non si è mai arresa e ha lottato insieme a me perché gli altri potessero vedere quante cose la sua bambina sapeva e poteva fare. Ha lottato fino alla fine nel modo più dignitoso e straordinario possibile. Amava la vita e non si poteva arrendere dopo averci creduto così tanto. Il suo corpo non ce l’ha fatta, ma il suo spirito è ancora vivo. È vivo dentro me e tutte le persone che l’hanno amata e apprezzata come donna, moglie, madre, nonna e amica.

Sapevo che ci sarebbe stato un «dopo di lei», ma non lo immaginavo, non così presto e non dopo tanta sofferenza. E ora questo momento è arrivato, non è più un «dopo» ma un «adesso». Sento che mi ha lasciato tutti gli strumenti necessari per vivere e volare come voleva lei, come mi ha insegnato lei e lo devo fare proprio senza di lei. Non so ancora come farò, ma so che lo devo fare anche per lei. In questi anni di attività artistica sono spesso venuta in contatto con realtà impegnate nel realizzare progetti e servizi per garantire un futuro sereno alle persone con disabilità e ai loro familiari. Progetti importantissimi e fondamentali per molte famiglie che altrimenti non saprebbero come fare. È già difficile per un figlio sopravvivere alla morte di un genitore, poi per un figlio che ha vissuto tutta la vita con l’aiuto amorevole e spontaneo dei suoi genitori, trovarsi senza è come morire. Chissà quante volte la mia mamma avrà pensato al momento in cui non sarebbe più stata lei a «donarmi» le sue mani e quante preoccupazioni che non mi ha mai fatto percepire. In questi anni mi ha aiutato a costruirmi delle basi su cui fondare la mia vita, sapendo che mi avrebbero aiutato anche nel momento in cui lei non sarebbe più stata accanto a me. Lo ha fatto in mille modi e forse solo ora lo comprendo realmente, perché lei non c’è più, ma tutto quello che abbiamo costruito resta e ora sta a me portarlo avanti.

Questa è la prova più grande della mia vita, è come se fossi nata una seconda volta, senza le sue braccia di madre, ma con le braccia di tante altre persone che mi circondano e che non mi permettono di sentirmi sola. Ho tutti gli strumenti per ricominciare questa vita e li ho costruiti tutti con il suo sostegno. Ora devo volare da sola… Ce la posso fare, perché lei ci ha sempre creduto e io continuerò a crederci anche per lei.

Noi bussiamo alla soglia

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I primi soldi di quest’anno 2013 mia moglie ed io li abbiamo spesi in una libreria: spero sia di buon auspicio. Tra i nove libri portati a casa ho iniziato a leggere “Tu, mio” di Erri De Luca e sono rimasto affascinato, tra le altre cose, da queste parole:

“Non ho avuto intimità col fondo, con quelli che s’immergono coi fucili. Nicola non sapeva nuotare e mi ha trasmesso il rispetto per il fondo. Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi, dai pescatori. Chi va sotto a prendersela con le sue mani la risposta, fa il prepotente col mare. A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua. Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell’acqua, non dobbiamo entrare in casa sua da padroni.”

Mi sono venute in mente le relazioni tra le persone, le prepotenze che talvolta si manifestano senza il rispetto per le varie profondità che si custodiscono dentro gli uomini, le violenze di piegare gli altri ai propri fini e alle proprie aspettative. Mi sono venute alla mente le parole di Henri Nouwen che sembrano essere quasi un controcanto di accoglienza verso chi si ama: “A volte immagino che il mio intimo sia come un posto irto di aghi e di spilli. Come accogliere qualcuno se non vi può riposare pienamente? Un cuore agitato di preoccupazioni, rabbia e gelosia, causa delle ferite a chi vi entra. Devo creare in me una zona libera per poter invitare gli altri ad entrare e a guarire… Ciò significa una interiorità dolce e non un cuore di carne e non un cuore di pietra, uno spazio dove si camminare a piedi nudi” (Al di là dello specchio).

Col meccanico no, con l’autista sì

La storia di Manal Al-Sharif raccontata da Paola Zanuttini su Il venerdì.

donne-al-volante-pericolo-distante-in-arabia--L-CqHi17.jpeg“Certe persone ci mettono tanto a prendere la patente. Manal Al-sharif è una di queste, a 33 anni non c’è ancora riuscita. Non per colpa sua, perché la grinta non le manca, visto che è un’attivista per i diritti civili in Arabia Saudita. Quest’anno il Daily Beast l’ha inserita nella lista delle 150 donne più coraggiose del mondo e Time in quella dei 100 personaggi più influenti, ma il permesso – o il diritto – di guidare non l’ha ancora ottenuto. E’ una storia lunga quella della sua patente. Inizia nel tumultuoso autunno 1979, quando la Grande Moschea della Mecca fu sequestrata per due settimane da un manipolo di fondamentalisti decisi a rovesciare la dinastia saudita «schiava di Satana e dell’America». Per alcuni storici quell’assalto e le 400 morti che causò furono la prima scintilla di Al Qaeda. Teoria supportata dal fatto che, all’epoca, la moschea era in fase di restauro e i lavori erano affidati al Saudi Binladin Group, corporation della famiglia Bin Laden, peraltro molto vicina alla Casa reale. Maestranze e tecnici avevano libertà di movimento nel santo luogo e pare l’abbia avuta anche uno dei 51 fratelli e fratellastri di Osama, tal Mahrou, che risultò implicato. Negli stessi giorni, Manal sgambettava nella culla, ignara della sterzata che quegli eventi avrebbero imposto alle saudite. Se ne accorse crescendo. Perché la vicina rivoluzione khomeinista e i focolai interni di fondamentalismo avrebbero indotto il governo saudita a uno strategico rispolvero delle vecchie tradizioni, da imporre alla fascia più debole della popolazione: le donne. Che, fino allora, se l’erano passata assai meglio. Prima di essere private dello sterzo e altri strumenti di autonomia, le più emancipate guidavano perfino i camion. Oppure invitavano in casa i maschi non di famiglia per il tè, con l’accortezza di lasciare aperta la porta d’ingresso. E camminavano per strada senza l’abaya o il niqab, indumenti che invece Manal indossava il 21 maggio 2011, quando ha dato scandalo guidando un’auto in un’area privata della sua città, Khobar, facendosi riprendere da un’altra attivista e postando su YouTube e Facebook un filmato nel quale, oltre a mostrare la sua sfida, chiedeva che alle donne si insegnasse a guidare, perché «Che può succedere se, Dio non voglia, l’uomo al volante ha un infarto?».

Imprigionata nove giorni, è stata poi costretta a firmare una lettera in cui chiedeva perdono e prometteva di non riprovarci. Intanto, il suo video era stato visto da 700 mila persone in due giorni e cento donne avevano seguito il suo esempio. A dimostrare che la storia della patente di Manal e le altre è infinita, basta un dettaglio: l’autrice delle riprese è Wajeha Al Huwaiden che aveva lanciato in rete la stessa sfida nel 2008. Anche nel 1990, a Riyad, 47 donne erano state imprigionate per lo stesso reato, che poi non è un reato: nessuna legge impedisce alle saudite di guidare. La cosa è più subdola: a loro non si rilascia la patente. È solo un fatto culturale. Lo dice anche re Abdullah che, con la sua allure progressista, prevede miglioramenti della condizione femminile nel suo regno, ma invita alla pazienza. Addetta alla sicurezza per l’informatica e le comunicazioni di Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, Manal ha imparato a guidare (e ha guidato) a Boston, dove l’azienda l’aveva inviata per un certo periodo nel 2009. È divorziata: pare che il suo sposo fosse troppo all’antica. Per ottenere la custodia del figlio di sei anni ha affrontato una saga giudiziaria, ma sugli alimenti non l’ha spuntata: neanche un rial dall’ex marito. Deve essere un altro paradosso della disparità in Arabia. Dove un moglie violentata che vuole sporgere denuncia deve farsi accompagnare alla polizia dal marito, che l’ha appena maltrattata, perché certifichi la sua identità. In passato, a Manal questi paradossi non facevano effetto, anzi: da bambina bruciava le cassette pop del fratello la cui musica – diceva 1l mullah – usciva dal flauto di Satana. Alla facoltà di Informatica non obiettava sulle classi separate, o segregate. E, per un certo periodo, è stata simpatizzante di Al Qaeda. L’11 settembre, vedendo in tv la gente che si buttava dalle Torri, ha cambiato idea. Già l’anno prima aveva confutato le opinioni musicali del mullah: scaricata da internet Show Me the Meaning of Being Lonely dei Backstreet Boys, l’aveva trovata «pura e innocente».

Se il 2011 è stato l’anno dell’improvvisa notorietà globale di Manal, il 2012 è stato l’anno del consolidamento, ma anche del tentato picconamento del suo mito. Il 23 gennaio è uscita la notizia che era morta: in un incidente automobilistico presentato come la punizione divina per la sua sfrontatezza. Lei ha smentito su Twitter, dove conta novantamila follower. La punizione terrena è arrivata a maggio: dopo dieci anni di onorato servizio, Aramco, che non aveva digerito tutta quella cagnara femminista, l’ha licenziata togliendole anche un benefit aziendale non da poco: la casa in cui abitava con il figlio. Lo stesso mese, il freedom Forum di Oslo le conferiva il Premio Václav Havel per il dissenso creativo. In un Paese che nega alle donne il voto e impone loro un guardiano maschio (il padre o il marito), la creatività del dissenso di Manal si configura nella sua capacità di sintonizzarsi con la cultura saudita. I conservatori aborrono l’ipotesi delle donne al volante per i seguenti motivi: se guidano, scoprono per forza il viso ed escono di casa più liberamente, sfiorando la possibilità di avere contatti con uomini estranei alla famiglia: come il meccanico, in caso di guasti o incidenti. C’è anche il rischio che creino disoccupazione fra tutti quei ragazzi che si guadagnano la vita facendo gli autisti. Senza contare che il flusso di neopatentate – fragili ed emotive per natura – ingolferebbe le strade. Manal non ha sbertucciato queste discutibili posizioni. Ma, arguta, ha confessato che l’ora X della sua insofferenza è scoccata una sera, all’uscita dall’ospedale dove aveva portato il figlio: aveva aspettato un taxi per un’ora subendo insulti e molestie dai passanti. Ha spiegato poi che non tutte le famiglie possono permettersi un autista stipendiato. E ha cautamente suggerito che la possibilità di guidare proteggerebbe la sicurezza ela dignità femminile. Argomento vincente, sulla scia dello scandalo sollevato dal caso di una signora stuprata dall’autista di famiglia. Altro paradosso saudita, quello degli autisti: le donne non possono stare a contatto con il meccanico, ma con lo chauffeur sì.”

Voglia di cielo

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Per quanto cerchiamo di saltare o di volare in alto, noi non riusciremo mai a raggiungere il cielo. Se, invece, ci mettiamo a contemplarlo e a fissarvi il nostro sguardo, il cielo scenderà, ci avvolgerà e ci abbraccerà… (Simone Weil).

L’eternità attraverso il momento

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Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento. (Henri Cartier-Bresson)

Buon anno!

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E il Verbo si è fatto carne

Mentre il silenzio fasciava la terraNataleElGreco.jpg

e la notte era a metà del suo corso,

tu sei disceso, o Verbo di Dio,

in solitudine e più alto silenzio.

 

La creazione ti grida in silenzio,

la profezia da sempre ti annuncia,

ma il mistero ha ora una voce,

al tuo vagito il silenzio è più fondo.

 

E pure noi facciamo silenzio,

più che parole il silenzio lo canti,

il cuore ascolti quest’unico verbo

che ora parla con voce di uomo.

 

A te, Gesù, meraviglia del mondo,

Dio che vivi nel cuore dell’uomo,

Dio nascosto in carne mortale,

a te l’amore che canta in silenzio.

(David Maria Turoldo)

Il postino di Natale

Sempre per creare un po’ di spirito natalizio posto il piccolo racconto pubblicato sul suo blog da Alessandro D’Avenia.

“Stefano Occhipinti è un postino che fa le sue consegne in bicicletta, anche quando nevica. E in questo Natale di crisi la neve si è accanita contro le strade della città, quasi potesse lavarle definitivamente. Ma si sa che la città degli uomini è troppo polverosa per essere lavata dalla neve. Il 24 dicembre è l’ultima giornata di lavoro dell’anno. Stefano solca la neve lentamente e sul suo volto c’è la stanchezza buona di un lavoro compiuto. Stefano ha imparato da suo padre che nella vita non è importante la parte, ma la recitazione. Che tu sia Re, Buffone o Postino, quel che conta è che tu sia un bravo Re, Buffone o Postino. Per lui essere un buon postino è portare le lettere al destinatario, anche quando ne è rimasta solo una e si è fatto tardi e si potrebbe rimandare al giorno dopo.

E in fondo al sacco ne è rimasta una.

Stefano è rimasto solo con la neve. La gente ha già acceso le luci colorate della vigilia e le facciate dei palazzi sembrano aver perso la loro ordinaria e ripetitiva tristezza.

Legge sulla busta: non c’è l’indirizzo. C’è il francobollo e c’è una lettera da un foglio a giudicare dal peso della busta, conosce bene il suo mestiere, le sue dita sanno determinare il contenuto di ogni busta dal solo peso. Ma purtroppo la busta è bianca come la neve che, nuova, si poggia sulla vecchia.

Stefano è un postino a fine giornata, il 24 dicembre. La neve continua a cadere e lo trasforma in un fantasma nel buio. Ha una busta senza destinatario. Il suo turno è finito. Si avvicina ad un cestino per buttare la lettera. E se fosse una lettera importante? Se ne dipende qualcosa di vitale, in quel Natale?

La apre. Spiega il foglio e legge:

…ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo…

Si ferma perché quella parola è scritta sul fronte e sul retro di quel foglio centinaia di volte e assomiglia ad una poesia, dal momento che gli a capo non sono regolari. Guarda i fiocchi di neve, che – si sa – sembrano tutti uguali, ma a guardare bene si scopre che non uno è uguale all’altro, perché ciascuno dispone i suoi cristalli in modo perfettamente geometrico, ma sempre nuovo e diverso. Un caos ordinato, o un ordine caotico?

Stefano riprende a leggere. Anche se c’è scritta una sola cosa, ogni «ti amo» ha una nevicata.jpggrafia leggermente diversa, ora una «t» è più lunga, ora una «o» più arrotondata, ora una «a» più schiacciata, ora una «i» più slanciata. Come se ogni «ti amo», apparentemente uguale all’altro, fosse unico e nuovo a saperlo scrivere e a saperlo leggere come si deve. Ma per vedere certe cose bisogna averci gli occhi aperti. Spalancati. E questo Stefano lo sa, perché se c’è una cosa che il suo mestiere gli ha insegnato è che l’essenziale è leggere bene nome e cognome e indirizzo su una busta.

Dopo l’ultimo «ti amo», non c’è scritto più nulla. Follie da innamorati. Neanche una firma. Anzi al posto della firma, in basso a destra galleggiava un altro «ti amo». Quasi fosse quella la firma, il nome e il cognome del mittente.

Stefano alza gli occhi dal foglio e li costringe a ripercorrere al contrario la caduta dei fiocchi come chi cerca la sorgente di un fiume. Si perdono, fiocchi e occhi, nel cielo buio e compatto della vigilia, come se si potesse spaccare da un momento all’altro. Tutto sembra così simile a quella lettera in quella notte. Tutto è così calmo in quella notte. Tutto è così consueto e nuovo in quella notte. Come un «ti amo» pronunciato all’infinito, ma sempre diverso. Basta guardare la neve cadere dal cielo nelle proprie mani.

L’essenziale è visibile agli occhi.”

Una al mese

Quest’anno il sabato è il mio giorno libero, quindi da oggi sono a casa. Ma essendo rientrato con una forte arrabbiatura, non sono assolutamente in clima natalizio. Cerco di rifarmi con un po’ di buone notizie prese dalla parte di sito del Corriere gestita insieme ad Amnesty.

MP900431844.jpg“Buone leggi, importanti sentenze giudiziarie, prigionieri di coscienza scarcerati, condanne a morte commutate. Nonostante tutto, anche il 2012 ha riservato tante buone notizie sul fronte dei diritti umani. Ho cercato, su un totale di 124 registrate da Amnesty International (qui ne trovate molte altre), di selezionare le migliori 12, una per mese. Prima di elencarle, vorrei ricordare che niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza l’impegno di giornalisti, giudici, avvocati, organismi della società civile e soprattutto di tante attiviste e di tanti attivisti per i diritti umani. Eccole, allora, queste buone notizie!

Ecuador – Il 4 gennaio 2012 la corte d’appello della città di Lago Agrio, nella provincia di Sucumbios, ha confermato la condanna della Chevron per disastro ecologico e danni alla salute delle parti lese. Nel febbraio 2011 il tribunale aveva ordinato alla Chevron di pagare 8 miliardi e mezzo, ma nella sentenza d’appello l’importo è raddoppiato anche perché la Chevron si è sempre rifiutata di scusarsi pubblicamente, come richiesto dalla sentenza.

Italia – Il 23 febbraio 2012 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia nel caso Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia. Il caso riguarda 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei che facevano parte di un gruppo di circa 200 persone intercettate in mare dalle autorità italiane e respinti direttamente in Libia, senza che fosse stata valutata la loro necessità di protezione internazionale: una delle operazioni di intercettamento e rinvio in Libia eseguite dalle autorità italiane nel 2009, a seguito dell’accordo bilaterale tra Italia e Libia allora in vigore.

Guatemala – Il 14 marzo 2012 Pedro Pimentel Rios, estradato dagli Usa nel luglio 2011, è stato condannato a 6060 anni di carcere per aver preso parte al massacro di Dor Erres nel 1982, che provocò la morte di oltre 250 civili. Si tratta del quinto ex militare condannato dalla giustizia guatemalteca per i fatti di Dos Erres: anche gli altri quattro hanno ricevuto una condanna a 6060 anni, equivalente a 25 anni per ogni omicidio.

Stati Uniti d’America – Il 25 aprile 2012 il governatore del Connecticut ha firmato la legge che abolisce la pena di morte. Il Connecticut è diventato il 17° stato abolizionista degli Usa.

Siria – Yaacoub Shamoun, un cittadino libanese scomparso dopo essere stato catturato dalle forze siriane in Libano nel luglio 1985, è stato rilasciato nel maggio 2012 da un carcere della regione orientale di Hasaka. Dopo il suo rapimento in Libano, Shamoun era stato portato in Siria e, per l’ultima volta, era stato visto 27 anni fa nella prigione di Saydneya, a nord di Damasco.

Egitto – Il 2 giugno 2012 un tribunale del Cairo ha condannato all’ergastolo l’ex presidente Hosni Mubarak e l’ex ministro dell’Interno Habib Al Adly per non aver prevenuto l’uccisione di oltre 840 manifestanti durante le proteste che si svolsero dal 25 gennaio all’11 febbraio 2011.

Repubblica Democratica del Congo – Il 10 luglio 2012 la Corte penale internazionale ha emesso la sua prima condanna, infliggendo 14 anni di carcere a Thomas Lubanga Dyilo, capo di un gruppo armato congolese, per aver reclutato e impiegato bambine e bambini soldato in un conflitto armato.

Messico – Il 21 agosto 2012 la Corte suprema ha giudicato incostituzionale l’articolo 57 II (a) del codice penale militare, sulla base del quale le denunce di violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze armate venivano indagate dalla giustizia militare.

Iran – L’8 settembre 2012 Yousef Naderkhani, un pastore protestante condannato a morte nel 2010 per apostasia, è stato assolto e, avendo terminato di scontare una precedente sentenza di tre anni per un reato d’opinione, è stato rimesso in libertà.

Slovacchia – Il 30 ottobre 2012 il tribunale regionale di Presov ha definitivamente stabilito che la scuola elementare di Sarisské Michal’any ha violato la legge istituendo classi separate per i bambini e le bambine rom.

Myanmar – Il 19 novembre 2012 sono stati rilasciati oltre 50 prigionieri politici e prigionieri di coscienza. Tra questi ultimi, U Myint Aye, cofondatore della Rete dei difensori e promotori dei diritti umani condannato nel 2008 all’ergastolo, e Saw Kyaw Kyaw Min, difensore dei diritti umani e avvocato, condannato a sei mesi nell’agosto 2012.

Nigeria – Il 15 dicembre 2012 la Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale ha giudicato la Nigeria responsabile della violazione della Carta africana dei diritti umani e dei popoli riguardo alle condizioni di vita della popolazione del delta del fiume Niger. La Corte ha stabilito che il governo nigeriano è responsabile del comportamento delle compagnie petrolifere e che a esso spetta chiamarle a rispondere dell’impatto ambientale del loro operato.”

Schiacciate l’infame (sigh!!!)

Leggo, incuriosito ed esterefatto, questa notizia, con la curiosità di sapere il restante 50% di cui si parla. Certo non penso che si riuscirà a riparare al danno fatto da questo… La notizia è presa dall’edizione fiorentina di Repubblica. Senza altre parole…

Cattura3.JPG“Sono contenta che non ci sia più la Santa Inquisizione, non mi sarebbe piaciuto troppo finire arrostita come Giordano Bruno”. E’ con questa battuta che l’astrofisica Margherita Hack commenta la presenza di una sua fotografia – insieme a quelle di Piergiorgio Odifreddi, Corrado Augias, Vito Mancuso, Stalin, Hitler e Mao – nel presepe contro “il fanatismo laico” allestito nella chiesa di San Felice in Piazza San Felice a Firenze dal parroco don Gianfranco Rolfi. Secondo il parroco, il suo presepe è ancora un’opera incompiuta: «Manca il 50% della cattiveria». E quindi non vuol spiegare perché, a un passo dall’altare, quest’anno abbia scelto di rappresentare il Natale così, con un cartello che sovrasta la capanna e gli ulivi, le immagini dei quattro intellettuali e dei dittatori. Un triangolo rovesciato e un’esortazione: «Schiacciate l’infame». Il male della Storia e il (presunto) male della contemporaneità. Almeno, secondo l’iconologia e la visione del mondo firmata don Rolfi. Che però si nega, nicchia, svia. In fondo sono le 17.30, è già sera, le fedeli aspettano ed è quasi l’ora della novena, e mica può spiegare il senso di quel messaggio prima che «il presepe sia completo. È giusto sia prima la mia gente a sapere. Mi faccia finire, manca ancora il 50% della cattiveria. Anzi, della perfidia. Che è pure peggio», dice. E poi aggiunge: «Naturalmente metto ciò che per me è perfido. Io sono perfido, lo so, ma non sono mica un prete alla Mancuso».

Ma scusi, padre, non è un messaggio forte, violento, da associare al presepe e soprattutto a persone viventi? Dal Natale ci si aspettano messaggi di pace… Silenzio, il don rientra in canonica: «Proprio la Repubblica viene a chiedere a me se è un messaggio forte con tutto quello che scrive sulla Chiesa e Gesù. Non mi prenda per i fondelli, per piacere». Poi esce, scivola lungo la navata, va verso l’abside di sinistra, la capanna e gli alberelli. Ma scusi, padre, ha scritto “schiacciate l’infame”? «Voi giornalisti siete degli ignoranti, non leggete, non avete cultura». «Schiacciate l’infame» è una frase famosa di Voltaire, un grido di battaglia che lo scrittore e filosofo francese scrisse all’epoca del Trattato sulla tolleranza contro la condanna a morte di tre persone accusate di miscredenza. Nella sua riflessione era un invito a usare la ragione e a lottare contro ogni forma di fanatismo religioso. Contro l’integralismo dei dogmi e a favore di una società aperta al dialogo fra le confessioni, ma governata da una giustizia civile. È un appello alla laicità e alla compassione. Ma usato nello stile di Rolfi non fa esattamente quell’effetto. E non si capisce se per lui la Hack, Mancuso, Augias e Odifreddi siano una sorta di antifrasi voltairiana, insomma una specie di rappresentazione del fanatismo laico o ateo. Le fedeli entrano e strabuzzano gli occhi. «O my god»,dicono tre ragazze americane. «Non capiscono? Lo so lo so – dice don Rolfi – una donna ieri ha avuto una crisi isterica. Mi denuncino o aspettino».

“Quello mi sembra che sia un gran bischero, mi fa più ridere che piangere e poi non me ne frega nulla di questa iniziativa”. E’ la laconica chiosa dell’astrofisica dell’Università di Trieste. “Stare accanto a Odifreddi, Augias e Mancuso – afferma la professoressa – mi sembra un buon segno e mi fa piacere perchè sono persone che stimo. Essere accostata a Hitler è invece un’offesa grave perché quello era un pazzo feroce”.

Sotto la pianta dei piedi

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“Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un viaggio di mille miglia ha inizio sotto la pianta dei tuoi piedi”. Lao Tzu

Tempo di attesa

Natale si avvicina e il tempo dell’Avvento ormai si è fatto breve, l’attesa sta per terminare. Spesso mi capita di parlare con persone che vivono in modo tormentato l’attesa di un Dio di cui non riescono ad avvertire la presenza. Oggi ho trovato sul blog Dal dentro delle cose questa poesia-preghiera di Jean Debruynne che riflette sull’attesa e sui suoi tempi visti come periodi di grande attività e opportunità e non come perdita di tempo.

Dio,

tu hai scelto di farti attendereattesa.jpg

tutto il tempo di un Avvento.

Io non amo attendere.

Non amo attendere nelle file.

Non amo attendere il mio turno.

Non amo attendere il treno.

Non amo attendere prima di giudicare.

Non amo attendere il momento opportuno.

Non amo attendere un giorno ancora.

Non amo attendere perché non ho tempo

e non vivo che nell’istante.

 

D’altronde tu lo sai bene,

tutto è fatto per evitarmi l’attesa:

gli abbonamenti ai mezzi di trasporto

e i self-service,

le rendite a credito

e i distributori automatici,

le foto a sviluppo istantaneo,

i telex e i terminali dei computer,

la televisione e i radiogiornali…

Non ho bisogno di attendere le notizie:

sono loro a precedermi. Oppure

posso chiedere all’oroscopo…

 

Ma tu Dio

tu hai scelto di farti attendere

il tempo di tutto un Avvento.

Perché tu hai fatto dell’attesa

lo spazio della conversione,

il faccia a faccia con cosa è nascosto,

l’usura che non si usura.

L’attesa, soltanto l’attesa,

l’attesa dell’attesa,

l’intimità con l’attesa che è in noi

perché solo l’attesa

desta l’attenzione

e solo l’attenzione

è capace di amare.

 

Tu ti sei già dato nell’attesa,

e per te, Dio,

attendere,

significa pregare.

 

Jean Debruynne, Attendere è pregare (Parigi 1988)

Una storia della salvezza fantasy

Quando, alla fine della prima, parliamo dei miti faccio riferimento anche alla saga di Narnia e ai contatti tra il leone Aslan e la figura di Gesù. Sul Corriere, a proposito del genere fantasy, di Tolkien e di Lewis, c’era questo articolo di Dario Fertilio.

tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narnia“Se avesse potuto scegliere dove nascere, J.R.R. Tolkien avrebbe dichiarato immediatamente: «l’Islanda». Senza pensarci avrebbe messo da parte Bloemfontein in Sudafrica, dove casualmente era venuto al mondo nel 1892, come pure l’Inghilterra dei genitori e la Oxford del prediletto Magdalen College, dove avrebbe mosso i primi passi verso la fama, e letto ad alta voce i brani del suo Signore degli anelli. Anche se, a dire la verità, persino l’Islanda era un’approssimazione: perché quello che veramente lo attirava fin da ragazzo era il «Nord senza nome». Da un lato le distese fumanti di lava e ossidiana, dove le forme modellate dal vento ricordano le rovine di città perdute, e là dove anneriscono sembrano l’ingresso nel regno del male, quello di Mordor. Dall’altro le saghe dell’«Edda» e di Snorri Sturluson, da leggersi in quella stessa lingua vichinga che affascinava più o meno negli stessi anni Jorge Luis Borges. Solo che per Tolkien – da leggersi correttamente lasciando scivolare l’accento sulla i – la vocazione era arrivata prestissimo. Orfano di padre a quattro anni, e di madre a dodici, aveva trovato in un libro di fiabe il racconto di Sigurd il Volsungo, uccisore del drago Fafnir. Da allora, probabilmente reagendo così alla solitudine e al grigiore di Birmingham dove viveva, era caduto nell’incantesimo dell’altrove. Che un biografo avrebbe così sintetizzato: «desiderava i draghi con profondo desiderio».

Ma come si passa dalle innocue infatuazioni infantili a quella specie di allucinazione adulta che sconfina nella grande letteratura? La risposta all’interrogativo si può sintetizzare in una parola sola: «inkling». Termine difficilmente traducibile, che include l’idea dell’inchiostro e quella dello schizzo informe: negli anni Trenta diventò il nome di una confraternita speciale di letterati. Si riuniva ogni giovedì sera nel salotto oxfordiano del Magdalen College, sotto la direzione di C.S. Lewis, destinato alla celebrità per il ciclo di Narnia. Al suo fianco sedeva Tolkien insieme a un altro scrittore, Charles Williams, anch’egli attratto dalla magia, preferibilmente nera. La loro trinità tenne a battesimo il moderno genere fantasy (il quarto, Owen Barfield, era sopratutto un teosofo). All’interno di questo circolo ristretto si verificò però un fatto strano. Ispirati dal cattolicesimo rigoroso di Tolkien, gli altri inkling cominciarono a mettere in relazione le loro predilezioni per il fantastico con la fede in Dio. In un’epoca che sperimentava le ideologie totalizzanti e la crudezza realistica della guerra, gli inkling concepirono l’idea antitetica che il dovere di uno scrittore cristiano consistesse anzitutto nel riflettere l’immagine di Dio. Ma poiché quest’ultimo esisteva dall’inizio dei tempi – questa era una delle argomentazioni chiave di Tolkien – anche le invenzioni dell’immaginazione umana dovevano derivare da lui, e di conseguenza riflettere parte della verità eterna. Ecco dunque il segreto della loro forza narrativa: la convinzione che i grandi miti del passato, non meno di quelli destinati a uscire dalla loro galoppante fantasia, fossero non solo da prendere sul serio, ma addirittura da considerarsi «arte sacra». Altro che deliri di onnipotenza per adulti frustrati, come i critici più malevoli avrebbero detto a proposito dei romanzi apocalittici di Philip Dick o di quelli eroici del Robert Howard di «Conan il Barbaro»! I personaggi di tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narniaTolkien parlano nientemeno che della lotta fra il bene e il male come percorso soprannaturale di Salvezza.

Il bello è che tutto ciò funzionò: Lewis, ad esempio, si convertì al cristianesimo per la forza di queste argomentazioni. E Tolkien visse un matrimonio esemplare con la moglie Edith (la quale al cattolicesimo si era convertita per lui). Eppure, sulla loro tomba (lui le sopravvisse di poco e morì nel ’73) volle che fossero incisi i nomi dei due incrollabili amanti di una sua saga pagana: Luthien e Beren.”

Il peso del futuro… e dello spreco…

Difficilmente scrivo dei post per il gusto di fare polemica. Ora, sono 5 giorni che aspetto di scrivere questo post. Nel nostro liceo, come nelle altre scuole superiori, sta arrivando il libercolo “Vie al futuro” prodotto (e deduco finanziato) dalla nostra Regione (o quantomeno pagato da un altro ente pubblico). Lo sconcerto nasce dalla grammatura della carta: sono anni che non mi capita di sentire uno spessore del genere all’interno di un libro! L’ho anche messo sul dorsetto: sta in piedi da solo… In un periodo come questo è necessario? Essendo diretto a ragazzi di quinta, che su internet ci navigano come Giovanni Soldini sul mare, si potrebbero iniziare a immaginare dei canali informativi che utilizzino tali strumenti… a tutto vantaggio di toner e carta risparmiati. Mi scuso per lo sfogo, ma era una cosa a cui tenevo.

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Cosa sperano di ottenere?

Ho seguito spesso, nei mesi passati, la vicenda delle proteste estreme di alcuni monaci e monache tibetane che sono arrivati a darsi fuoco per protestare contro l’oppressione cinese. Ne ho anche scritto. Ieri un amico, Federico, mi ha spedito via mail questo articolo molto molto interessante: tira in ballo alcune domande chiave su tale questione. E noi? Ma che senso ha? A cosa serve sacrificare addirittura una vita intera se poi non cambia niente? Su “La Stampa” del 16 dicembre 2012 Enzo Bianchi scrive:

buddhismo, tibet, cina, monaci, monache, suicidio, sacrificio“Ormai rischiamo l’assuefazione: una notizia d’agenzia ripresa ogni tanto nelle pagine interne, qualche colonna una volta all’anno nella «giornata mondiale per il Tibet», un rapido accenno in margine a una visita del Dalai Lama, un box accostato a un resoconto di incontri diplomatico-commerciali. È tutto quello che giunge a noi della tragedia del popolo tibetano e della testimonianza di quanti non cessano di urlare, con le loro vite e la loro morte, alle nostre orecchie divenute sorde. Certo, il sentimento di rassegnazione prevale quando si misura l’impotenza di fronte alla realpolitik, ma la coscienza ci impedisce di lasciar tacere la provocazione nonviolenta dei monaci tibetani, ormai un centinaio dall’inizio della protesta, che decidono di darsi fuoco per denunciare l’oppressione del loro popolo, della loro cultura, della loro religione. Credo che i monaci stessi sappiano che il loro gesto difficilmente varcherà le frontiere e tanto meno potrà mutare le decisioni del potere. Certo, qualcosa smuove nelle coscienze di chi ne viene a conoscenza, altrimenti non si spiegherebbe perché le autorità cinesi stiano cercando di reprimere il fenomeno, arrivando ad arrestare quanti sostengono e incoraggiano i candidati al martirio, ma non ci si può illudere che una maggiore consapevolezza da parte di pochi possa cambiare la situazione di oppressione del popolo tibetano. Allora, perché ci sono sempre nuovi giovani pronti a darsi alle fiamme? A chi vogliono parlare con quel gesto estremo? Cosa sperano di ottenere? E da parte nostra, se siamo convinti di non poter fare nulla perché le cose cambino, che senso ha continuare a seguire vicende che disturbano la nostra coscienza tranquilla?

In realtà, ci siamo talmente abituati a misurare le azioni solo in base al risultato, a breve o lungo termine, che fatichiamo a concepire che qualcuno decida di agire gratuitamente, solo perché così ritiene giusto fare, senza attendersi successi o ricompense. Forse, vale allora la pena di lasciarci interrogare da questi monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso. Ora, le persone a cui vogliono parlare non sono i media occidentali, così lontani, distratti e preoccupati, come i loro governi, di mantenere buone relazioni; non è l’opinione pubblica mondiale, salvo quando qualche evento globale come le olimpiadi fa da potente cassa di risonanza. No, il destinatario di questo gesto estremo, divenuto ormai quasi quotidiano, è il loro stesso popolo: con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. Questo è il messaggio forte che possiamo recepire anche noi in Occidente, è l’interrogativo lancinante che ci porta a ripensare le nostre priorità, la nostra capacità di reazione al male, la nostra disponibilità a pagare un prezzo per ciò che per noi non ha prezzo. E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli Anni Sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: non è legata al confronto-scontro con un potente nemico esterno, espressione di un ambito etico e culturale diverso. È pratica antichissima, attestata fin dalla prima metà del V secolo in Cina, con raccolte di biografie degli asceti buddisti immolatisi nel fuoco: queste testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri. Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo. E questo lo fa attraverso un’azione nonviolenta nel senso forte del termine, un’azione cioè che accetta di assumere su di sé la violenza senza replicarvi, senza rispondere alla violenza con la violenza, spezzando così la catena infinita dell’ingiustizia riparata con un’ingiustizia più grande. È come se di fronte al male e a chi lo compie il monaco affermasse non solo che il malvagio non potrà avere il suo corpo ma anche, verità ancor più destabilizzante, che non riuscirà a fargli assumere lo stesso atteggiamento malvagio. Sarebbe improprio tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani – che non si danno da sé la morte ma la «accolgono» dagli altri -, eppure questa capacità di assumere su di sé la violenza per estinguerla e al contempo per professare ciò che è bene e giusto per tutti interpella cristiani e non cristiani, noi post-moderni sempre tentati di rimuovere la domanda su cosa è giusto per interrogarci solo sull’opportunità del nostro agire: «vale la pena?» è diventato il nostro unico interrogativo, ormai sempre più accompagnato da un’immediata reazione negativa. Abbiamo dimenticato la fulminante risposta di Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». La grande anima di questi giovani monaci tibetani ce lo ricorda, se solo vogliamo ascoltare il loro grido silenzioso, lasciandoci illuminare da quel fuoco nonviolento.”

Davanti alla complessità senza trucchi

complottismo, sospetto, complessità, semplicismo, semplicità, informazione, fiduciaDi mio non sono una persona sospettosa. Non che mi fidi di chiunque inopinatamente, ma non parto dal presupposto che la persona con cui ho a che fare voglia fregarmi. Eppure, a volte, avverto puzza di bruciato e il mio naso mi avvisa. Nell’ultima settimana mi è capitato ben due volte, e in entrambe le occasioni l’olfatto non ha mentito. La cosa mi preoccupa: o devo stare più attento e fidarmi di meno (chissà quante volte non mi sono accorto di nulla) o devo farci l’abitudine perché è così che vanno le cose e “tutti ti vogliono fregare”. Scarto immediatamente la seconda ipotesi: non mi appartiene, non ne sarei capace. Resta la prima, che penso ora di indossare senza però i panni stretti di chi vede complotti ovunque. Mi faccio aiutare da questo articolo di Angelo Panebianco su Sette del sette dicembre.

“Le teorie cospirative della storia non passano mai di moda. Conoscono anzi una più larga diffusione nelle fasi turbolente, segnate da maggiore angoscia e incertezza sulle prospettive future. Come quella che stiamo ora vivendo. Ce n’è per tutti i gusti. C’è la sempre presente “congiura degli ebrei” e c’è la “congiura dei musulmani per impadronirsi dell’Europa”. C’è la congiura ordita dai circoli dell’imperialismo americano, c’è quella che fa capo alle multinazionali, c’è quella dei tedeschi per sottomettere economicamente l’Europa e mangiarsela in un boccone. Comincia a fare capolino qua e là anche la congiura dei cinesi per impadronirsi del mondo. Coloro che hanno contratto questa malattia presentano gli stessi sintomi. Pensano che tutto ciò che accade sia il frutto di n diabolico disegno, del piano di qualche rappresentante del Male onnipotente e onnisciente. Pensano ce la storia sia riducibile a una trama che segue un copione già scritto con largo anticipo dai suddetti rappresentanti del Male. Trattengono nella loro mente le informazioni che sembrano confermare il diabolico disegno di cui sopra mentre ignorano, o distorcono, ogni informazione che possa far dubitare della sua esistenza.

E’ troppo facile attribuire i successi che riscuotono le teorie del complotto alla credulità e alla stupidità. Pur senza negare che la stupidità svolga un ruolo importante nelle vicende umane, va detto che tale spiegazione è semplicistica. Il problema è che tante persone si sentono angosciate di fronte alla complessità del mondo che le circonda, hanno bisogno, per ritrovare un po’ di sicurezza, di uno strumento interpretativo della realtà capace di trasformare miracolosamente la complessità in semplicità, e l’ambiguità in chiarezza. Le teorie cospirative rendono semplice il complicato: c’è un gruppo di malvagi, assetato di potere e di sangue, e nulla di spiacevole accade che non porti la sua firma. Grazie alla teoria del complotto il soggetto che la abbraccia ottiene due benefici: l’illusione di aver capito tutto e l’identificazione del malvagio, il responsabile di ogni male. La fragilità intellettuale di chi sposa una (qualsiasi) teoria del complotto è evidente. Ma non si può essere indulgenti. Queste pseudo-teorie vanno sempre rintuzzate con la massima energia. Perché sono, e sono sempre state, generatrici di violenza.”

Una linea molto sottile

Qual è la linea di demarcazione tra dissenso e crimine, tra critica e reato? Non in tutto il mondo è uguale. Prendo dal Corriere le parole di Fabio Chiusi:

“Per confondere dissenso e crimine può bastare un «mi piace» su Facebook. È successo a censura2-0.jpgun’indiana di 21 anni che, durante la pomposa commemorazione per la morte del leader nazionalista Bal Thackeray, ha cliccato «I like» alla frase di un amico: «Uomini come lui nascono e muoiono ogni giorno». L’assenso a quella critica, pubblicata dalla ragazza, nipote del proprietario di un ospedale privato a Thane, è costato a lei l’arresto, e all’ospedale un’irruzione — spranghe alla mano — di seguaci del partito di Thackeray. Qualche giorno dopo, sempre in India, un utente con 16 follower, Rani Srinivasan, è stato arrestato per aver accusato di corruzione un politico locale. Immediate le proteste in Rete, che ne hanno accresciuto la notorietà su Twitter e in tv («ora è una celebrità», ha scritto la Bbc), senza salvarlo dal carcere. Lontano dall’Occidente, la censura non perdona nemmeno la satira. Quella, per esempio, che un 21enne sudcoreano ha veicolato tramite la condivisione dei «cinguettii» di un profilo di propaganda dei «rivali» di Pyongyang. Le autorità non hanno scorto ironia, ma una violazione della legge che impedisce qualunque elogio della Corea del Nord. Risultato? Dieci mesi di carcere, con pena sospesa solo grazie alla promessa di non farlo mai più. Il modello è la Cina, dove una provocatoria — ma innocua — riedizione della trama del film Final Destination applicata al recente Congresso del Partito comunista è costata a un utente di Twitter l’arresto con l’accusa di diffondere «notizie false». Episodi che dimostrano la vacuità degli allarmi sulla libertà della Rete provenienti dalla Conferenza mondiale delle telecomunicazioni appena conclusa a Dubai: il controllo di Internet è già nelle mani delle norme liberticide di singoli Stati. Senza che l’attuale assetto della governance del web sia stato in grado di contrastarle.”