E i Simpsons ottengono il placet del Vaticano

Traggo da L’Osservatore Romano del 17 ottobre in attesa di leggere il pezzo originale cui fa riferimento questo articolo:

“Homer e Bart sono cattolici” di Luca M. Possati

Pochi lo sanno, e lui fa di tutto per nasconderlo. Ma è vero:  Homer J. Simpson è cattolico. E se non fu vocazione – complice un’ammaliante pinta di “Duff” – ci mancò davvero poco. Tanto che oggi il re della ciambella fritta di Springfield non esita a esclamare che “il cattolicesimo è mitico”. Salvo poi ricredersi in un catartico “D’oh!”.

La battuta – tratta dall’episodio “Padre, Figlio e Spirito Pratico”, in cui Homer e Bart si convertono grazie all’incontro con il simpatico padre Sean – è lo spunto dell’interessante articolo I Simpson e la religione di padre Francesco Occhetta comparso nell’ultimo numero di “La Civiltà Cattolica”. L’autorevole rivista dei gesuiti italiani traccia una raffinata analisi antropologica ed etica del cartoon cogliendo al contempo l’occasione – questo l’aspetto più notevole – di dare qualche consiglio pratico a genitori e figli.simpsons.jpg

È fuori discussione che la serie creata da Matt Groening ha portato nel mondo del cartone animato una rivoluzione linguistica e narrativa senza precedenti. Abbandonata la tranquillizzante distinzione tra bene e male tipica delle produzioni “a lieto fine” della Disney, Homer&Company hanno aperto un vaso di Pandora. Ne è uscita comicità surreale, satira pungente, sarcasmo sui peggiori tabù dell’American way of life e un’icona deformante delle idiosincrasie occidentali. Ma attenzione, ci sono anche altri livelli di lettura. “Ogni episodio – scrive Occhetta – dietro la satira e alle tante battute che fanno sorridere, apre temi antropologici legati al senso e alla qualità della vita” (p. 144). Temi come l’incapacità di comunicare e di riconciliarsi, l’educazione e il sistema scolastico, il matrimonio e la famiglia. E non manca la politica.

Pomo della discordia, la religione. Che dire al cospetto delle sonore ronfate di Homer durante le prediche del reverendo Lovejoy? E che dire delle perenni umiliazioni inflitte al patetico Neddy Flanders, l’evangelico ortodosso? Sottile critica o blasfemia ingiustificabile? “I Simpson – sostiene Occhetta – rimangono tra i pochi programmi tv per ragazzi in cui la fede cristiana, la religione e la domanda su Dio sono temi ricorrenti” (p. 145). La famiglia “recita le preghiere prima dei pasti e, a suo modo, crede nell’al di là” ed è lei il mezzo attraverso cui la fede viene trasmessa. La satira, invece, “più che coinvolgere le varie confessioni cristiane travolge le testimonianze e la credibilità di alcuni uomini di chiesa”.

Sia chiaro, i pericoli esistono, perché “il lassismo e il disinteresse che emergono rischiano di educare ancora di più i giovani a un rapporto privatistico con Dio” (p. 146). Ma cum grano salis occorre separare l’erba buona dalla zizzania. I genitori non debbono temere di far guardare ai loro figli le avventure degli ometti in giallo. Anzi, il realismo dei testi e degli episodi “potrebbe essere l’occasione per vedere alcune puntate insieme, e per coglierne gli spunti per dialogare sulla vita familiare, scolastica, di coppia, sociale e politica” (p. 148). Nelle storie dei Simpson prevale il realismo scettico, così “le giovani generazioni di telespettatori vengono educate a non illudersi” (p. 148). La morale? Nessuna. Ma si sa, un mondo privo di facili illusioni è un mondo più umano e, forse, più cristiano.

E una multinazionale può mangiarsi l’Austria

Ci ha fatto impressione conoscere che il fatturato di talune multinazionali possa essere superiore all’intero PIL di alcuni stati. E allora allego due tabelle: una riporta proprio il confronto tra Stati e Multinazionali per il 2008, l’altra elenca le prime 100 Multinazionali sempre per il 2008. Il tutto è tratto dal sito del Centro Nuovo Modello dello Sviluppo

Confronto tra Stati e multinazionali 2008.pdf 

Prime 100 mutinazionali del 2008.pdf

 

Perdonare e dimenticare

Il 26 settembre su Repubblica è uscita questa intervista molto interessante che riprenderemo in IV quando parleremo di giustizia, pena, colpa e perdono

intervista a ENZO BIANCHI, a cura di CHIARA CAROLI

«Dimenticare le colpe? Quello lo può fare solo Dio. Il perdono non può essere cancellazione, né oblio, né gesto di vanità o di arroganza. È un percorso arduo, faticoso. È un dono elargito senza opportunismo, nel nome della fiducia nei confronti dell’uomo». Un’assunzione di responsabilità condivisa, per costruire una giustizia davvero al servizio di una società fondata sui valori più alti: la solidarietà, la pace, la pietà. È una sfida intellettuale impegnativa quella che lancia padre Enzo Bianchi dal palcoscenico di Torino Spiritualità, dove ieri mattina, nel Cortile di Palazzo Carignano, ha dialogato con Gustavo Zagrebelsky sull’idea del perdono, del perdono concesso al “nemico”, inteso come realizzazione estrema della gratuità. «Il perdono non è un patteggiamento di pena – dice il priore di Bose – ma è il fondamento dei rapporti più limpidi e profondi. È reciprocità. È la riconciliazione, è l’andare oltre che offre una possibilità di futuro. E che si applica all’intera vicenda umana, dal privato di un tradimento tra marito e moglie a una grande vicenda storica come il conflitto tra Israele e Palestina».

forgive.jpgPadre Bianchi, come distinguere il perdono dall’impunità?

«Il perdono non cancella la colpa ma è il riconoscimento che la persona è più grande del male che ha compiuto. È un atteggiamento costruttivo, che porta a sfuggire il rancore e rinunciare alla vendetta».

Zagrebelsky teme che la deresponsabilizzazione produca una società di eterni bambini perennemente ricondotti allo stato di fanciullezza, che dalla storia dei loro errori non sono in grado di imparare nulla. È d’accordo?

«Questa idea non mi convince e credo non aiuti il futuro. Non è la fanciullezza la malattia della nostra società, ma l’illegalità. In questo paese da almeno dieci anni è accettato come un fatto naturale che abbiano diritto di esistenza il sopruso e la mancanza di regole. È questa la causa dell’imbarbarimento».

Può esistere felicità senza responsabilità?

«No. Se parliamo della beatitudine evangelica, essa non può che realizzarsi nella responsabilità non solo di sé ma anche dell’altro, dell’altro che è mio fratello. Questa condivisione di responsabilità è la strada che fa crescere tutti e realizza una società matura».

Lei sostiene che una vera “communitas” contrassegnata dalla qualità della convivenza sociale e dalla solidarietà non può escludere “ciecamente” il perdono dal concetto e dalla prassi della giustizia. Come distinguere questa idea dall’iper-garantismo?

«La giustizia contiene in sé il concetto di perdono. La filosofia del diritto lo sta elaborando. L’idea di perdono non esclude quella di memoria. La colpa va ricordata, non dimenticata né cancellata. Il fine di una società umana costruita sull’amore deve lavorare per la riconciliazione e per la riabilitazione di chi ha peccato».

Riconciliazione in Sudafrica, in Israele. E qui, in Italia, tra carnefici e vittime del terrorismo. È possibile?

«Il cammino della riconciliazione è difficile. Nel privato è affidato alla coscienza e ai sentimenti dei parenti delle vittime. Ma a livello politico mi pare che lo Stato abbia già perdonato, attraverso l’indulto o gli sconti di pena. Il che non significa annullare la responsabilità ma offrire a chi ha commesso un delitto una via d’uscita per non essere identificato con la propria colpa e ricominciare una vita con dignità. C’è una virtù in tutti gli uomini, che la Bibbia chiama “immagine e somiglianza di Dio”, che nessun misfatto può cancellare del tutto».

Non crede che il buddismo, che quest’anno a Torino Spiritualità è stato protagonista con tre grandi maestri tibetani, abbia riposte più efficaci del Cristianesimo ai disagi interiori dell’uomo contemporaneo?

«Credo che la religione cristiana abbia qualcosa da imparare dal buddismo in materia di compassione e il buddismo dalla religione cristiana sul tema del perdono. Ma mi pare che l’approccio alle discipline orientali sia più intellettuale che autenticamente spirituale. È effetto della globalizzazione. Tutti vogliono conoscere un po’ di tutto. Ma non credo al bricolage dell’anima. Prendere sulle bancarelle un po’ di questo e un po’ di quello non può produrre che una spiritualità omologata e superficiale. Un pizzico di tutto non fa la buona cucina».

Alla riscoperta di Nina Hagen

Il 13 agosto 2010 su L’Espresso è uscito questo pezzo di Giancarlo Riccio. Sotto posto pure un video

Nina Hagen? Eccola di nuovo ‘unterwegs’. O, se si preferisce, on the road, visto che il nuovo album, ‘Personal Jesus’, che uscirà a settembre in Italia, è cantato in inglese. Per lei – la più popolare rockeuse tedesca, 55 anni compiuti qualche mese fa, protagonista della scena punk berlinese dopo un’infanzia trascorsa a Berlino Est sotto le ali del patrigno Wolf Biermann, cantautore dissidente – il 2010 è l’anno del grande ritorno. In tour fino a ottobre (in quasi tutta Europa, inseguita dalla delusione dei fans italiani, costretti a rincorrerla tra la Germania e la Spagna e poi a Budapest, alla Cité de la Musique di Parigi e a Praga), Nina Hagen resta quella icona del rock che ha ammaliato Wim Wenders e Pedro Almodóvar, disorientato l’apparato musicale di una città disincantata e sempre più aperta come Berlino, fino a costruire la leggenda della bad girl che negli anni Ottanta si masturbava in tv, faceva le linguacce ai politici, ma scriveva anche canzoni neoromantiche come ‘Lacrime della natura’ dove ‘nuvole passero svolazzano nel cielo’. Provocatoria, iconoclasta, la Hagen è stata prima la regina della rockszene di una metropoli divisa in due dal Muro, poi è fuggita negli Usa. In California ha cantato, scoperto il gusto di fare l’attrice come pure la madre (a Los Angeles, nell’81, ha avuto la prima figlia, Cosma Shiva, con il chitarrista olandese Ferdinand Karmelk). Poi, tornata in Europa, ma non in Germania, ha attraversato a Ibiza le notti maudit di allora e lì è nato vent’anni fa il secondogenito Otis, somigliantissimo al padre, l’attore Franck Chevallier. Infine, interprete delle storiche ‘Auf Bahnhof Zoo’, ‘Der Spinner’ e ‘Superboy’, è tornata in Germania. Ha informato il pubblico di essere diventata cristiana, di non provare ‘più gusto nel fare l’amore’, e ha confermato, come aveva confidato alla stampa popolare anni fa, che ‘la prima volta è stata a 13 anni’. Nella casa di amici berlinesi, la Hagen – capelli nerissimi, trucco pesante e occhiali scuri – ha incontrato ‘L’espresso’, ma prima di parlare di musica, dice di non sopportare Angela Merkel. E da lì vuole cominciare la conversazione, a riprova che è ancora una donna impegnata come lo era da ragazzina nella Ddr.

Perché tanta insofferenza nei confronti di una cancelliera, donna come lei, venuta dall’Est come lei?

‘Perché la Merkel è come George Bush: una politica che sostiene di essere cristiana, ma mente. Perché una vera cristiana non manderebbe soldati in guerra (le truppe tedesche sono di stanza in Afghanistan, ndr.), non avvallerebbe la costruzione di nuove centrali nucleari. Ma poi lei è solo un ingranaggio del sistema che governa il mondo e che rischia di portarlo alla distruzione. Le lobbies di industrie pericolose minacciano il nostro creato e la natura che ci è stata invece regalata da Dio. Dobbiamo costringere i potenti a cambiare politica, soprattutto verso l’ambiente e per questo abbiamo ancora moltissimo da fare. Ed è chiaro che dobbiamo salvaguardare tutto ciò che è stato creato e diventare una umanità nuova, capace di convivere in pace. Ma in fondo, io sono solo una cantante’.

E allora parliamo di lei, della sua musica, delle parole che scrive. È di nuovo in tour, come ai tempi dei concerti berlinesi e poi di quelli negli States. Con il suo pubblico è cambiato qualcosa in 30 anni?

‘No. Mi riconoscono i vecchi fans, come mi scoprono i coetanei dei miei figli. I miei concerti sono anche narrazioni, ricordi, citazioni dal mio passato. Dal vivo non mi sono mai risparmiata, anche se i miei collaboratori provano a tenermi a freno, ogni tanto. Ma io non ci riesco: perché cantare dal vivo mi dà quella emozione anche fisica alla quale non riesco a rinunciare. Neanche pensando a come mi sentirò dopo nel backstage. Stordita: ma, mi creda, felice’.

Si ritrova addosso energia sufficiente, anche se non è più giovanissima?

‘Io non sono per niente stanca. Anzi. Mi sento più giovane di almeno vent’anni. Vede, per molti anni mi sono occupata principalmente di miei figli. Facevo la mamma, e ne sono contenta. Ora, ambedue sono adulti e fuori di casa. E io posso di nuovo dedicarmi alla mia professione con lo slancio necessario’.

Infatti, finalmente c’è un suo nuovo disco, ‘Personal Jesus’, con il brano guida che non è propriamente una cover dei Depeche Mode. Che cosa significa per lei?

‘Erano un desiderio del cuore e una preghiera del cuore che si sono realizzati. Ho risparmiato molto per questa produzione,visto che non avevo una casa discografica. L’ho trovata solo quando avevo finito di registrare l’album’.

Lei qui canta in inglese. Perché? E che cosa rappresenta invece la lingua tedesca per la sua musica?

‘Questo disco è un omaggio al mio Creatore, all’autore della mia vita Gesù Cristo e a tutti gli uomini che hanno espresso nella musica gospel la buona novella dell’amore per il prossimo e della vita eterna. Per quanto riguarda la lingua, durante i miei concerti propongo musica rock in tedesco e suono brani sia vecchi che canzoni nuove, sempre in tedesco’.

Rock e ballate: qual è il suo nuovo stile?

‘Non ho nessun nuovo stile. Io sono musicista e cantante e ho abbracciato le radici del gospel americano delle origini e la musica rock per tutta la vita. Riascolti i miei dischi di quando avevo 18 anni: vi troverà già molte canzoni gospel, come ad esempio i ‘Mahalia Jackson-Hits’: ‘Right on time’ , ‘Gonna live the life’ , ‘Hold me … Ave Maria’, ‘Spirit in the sky’. E poi, se prende i miei storici brani come ‘Naturträne’, ‘African Reggae’ e ‘Superboy’, è possibile già individuare alcune mie esperienze successive’.

Alcuni critici dicono che lei canta ‘My Way’ meglio di Frank Sinatra. Che cosa ne pensa?

‘Che hanno ragione, no? Seriamente: non credo che abbia senso mettere a confronto artisti diversi. La voce di Frank è esattamente unica come la mia’.

Lei è anche attrice e performer. In quale parte del mondo ha raggiunto il successo maggiore?

‘Nella patria dell’anima. Non è un luogo geografico’. 

Scrive più volentieri la musica o i testi delle sue canzoni?

‘Io amo le canzoni che la gente possa cantare’.

Si è fatta battezzare un anno fa. Che significato ha avuto per lei?

‘Si è trattato di un battesimo meraviglioso. Io ero stata per tutta la vita una cristiana e una seguace di Gesù. Ma ero stata anche per anni una ospite e poi una adepta di una setta induista con un guru che aveva cercato di farmi dimenticare Gesù. Non c’è riuscito, ma le ha provate tutte: persino sacrifici di animali in nome di Dio. Davvero terribile. Ma quando sono riuscita a conoscere le pagine negative e oscure di questo guru, ho avuto la fortuna di incontrare cristiani che mi hanno fatto ritornare alla mia vera fede’.

Insiste nel dire che ama Dio. Perché lo ama?

‘Perché lo conosco. O meglio, mi sono presto resa conto che per trovarlo avrei per prima cosa dovuto fare la sua conoscenza. Dio si è continuamente manifestato nella mia vita. Io sono sua figlia e lo sarò per sempre. È stato lui che mi ha amato per primo’.

È vero che lei vuole cantare per papa Ratzinger?

‘Sì. Io canto per papi e poliziotti, per politici e professori, idraulici e mezzani, principesse e ciarlatani, principi e pionieri, spacconi e chi non lo è. Per tutti’.

Torniamo al suo passato. È nata nella Germania dell’Est. A 17 anni è diventata famosa con la canzone ‘Hai dimenticato di prendere il rullino a colori’ in cui parlava del grigiore della Ddr…

‘Ho lasciato l’Est grazie a Wolf Bierman (dissidente, scrittore, cantante, ndr.), mio padre adottivo, nel 1976. Nella vecchia Ddr, quando ero ragazzina, la gente si incontrava segretamente nelle chiese e lì cercava di fare cose proibite dal regime. Si pregava per la libertà, si proponevano piani per costruire un futuro libero, si cantavano canzoni vietate. Insomma, tanta solidarietà. Poi arrivò la svolta, le manifestazioni di massa e le preghiere che il Muro cadesse, spontaneamente, senza premeditazione’.

E quando il Muro cadde nel novembre 1989?

‘Quel giorno io stavo cantando a Francoforte. Non appena abbiamo saputo del Muro, abbiamo cambiato i nostri piani e siamo partiti di notte per Berlino per esserci: per partecipare alla grande festa della riunificazione’.

Che opinione ha della scena rock berlinese?

‘Molto vivace. Io la amo’.

Lei è una artista poliedrica: teatro, arte, video, musica, cinema. Che cosa preferisce?

‘Tutto. Davvero tutto’.

Ognuno di noi ha bisogno di un ‘Personal Jesus’?

‘Sì. È costruire giorno per giorno un rapporto personale con il nostro Creatore’.

 

Se io fossi

Ecco la scheda per le prime per l’attività iniziale

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Invito alla civiltà

Siamo all’inizio dell’anno scolastico e nella nostra scuola, come in altre, si attua la raccolta differenziata dei rifiuti. Ritengo sia un fattore di civiltà molto importante perché ci abitua a tenere sempre un occhio di riguardo nei confronti della natura e degli altri. Vorrei però suggerire anche un altro atteggiamento importante, suggeritomi dall’articolo del sindaco di Verbania che posto qui:

STRADE-SPORCHE.jpg“Come sindaco verifico con una certa periodicità l’andamento delle mense scolastiche e in questo senso qualche settimana fa, poco prima della fine dell’anno scolastico, ho assistito al pranzo di alcune classi di una scuola media della città. Quando i ragazzi sono tornati in classe lo stato della sala non solo sembrava un campo di battaglia, ma si potevano notare una gran quantità di panini appena sbocconcellati come tante fette di torta (buonissime) avanzate dopo un rapido assaggio. Qualcuno si era perfino divertito con le punte della forchetta a forare il coperchio dei budini-monodose che quindi, pur non usati, andavano buttati. Ragazzini che crescono così, senza rispetto per nessuno e veramente convinti che lo spreco sia cosa normale. Ne ho parlato a lungo con la preside che è intervenuta con molto impegno, ma davvero – al di là del fatto in sé – resta la consapevolezza che per questi cittadini ormai prossimi a diventare adulti il senso del sacrificio non esiste. Constato, non giudico: sarà colpa delle famiglie, della scuola, della società, delle istituzioni…fatto sta che i nostri figli (o nipoti) crescono troppe volte così, sedotti da ideali che non reggono, abituati allo spreco senza minimamente rendersi conto di come sia dura la vita per centinaia di milioni di loro coetanei in tante parti del mondo e quindi senza neppure provare la gioia e la felicità del godere quello che hanno. Interroghiamoci sui cattivi esempi che diamo e se non sia il momento che tutti – ma proprio tutti – ci si imponga una seria riflessione su questi argomenti, perché la crisi la si combatte tagliando gli sprechi, ma anche insegnando uno stile di vita più sobrio, rispettoso, economico. Quando ero bambino mia nonna mi riprendeva se avanzavo un pezzo di pane “Dovresti vivere un po’ di tempo di guerra” mi diceva e noi – bambini degli anni cinquanta – siamo stati gli ultimi ad ascoltare queste cose ma a vivere lo sviluppo, dopo di noi la corsa si è fatta sempre più sfrenata, ma si sono completamente persi i riferimenti di partenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.” Marco Zacchera, sindaco di Verbania

 

Leggenda indù

E allora mettiamoci anche questa antica leggenda indu

Una antica leggenda Indù racconta che un tempo gli uomini erano degli dei, ma abusavano talmente della loro divinità che Brahama, capo degli dei, decise di togliere loro la potenza divina e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata. Scorci di cielo 054 fb.jpgDove nasconderla divenne quindi il grande problema. Quando gli dei minori furono chiamati a consiglio per valutare la situazione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra.” Ma Brahama disse: “No, non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà”. Allora gli dei dissero: “Bene, allora affonderemo la sua divinità nell’oceano più profondo.” Ma Brahama rispose ancora: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie.” Allora gli dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nasconderla perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe, eventualmente, raggiungerla”. Allora Brahama disse: “Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo. La nasconderemo profondamente in lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio lì.” E da allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per la terra, arrampicandosi, tuffandosi, esplorando e scavando per cercare qualcosa che aveva sempre racchiusa in sé.

La storia del bambù

A 14 anni fui colpito da questo racconto proveniente dalla tradizione popolare cinese. Ve lo posto così, semplicemente, senza particolari commenti.

C’era una volta un bellissimo e meraviglioso giardino. Era situato ad ovest del paese, in mezzo al grande regno. Il Signore di questo giardino aveva l’abitudine di farvi una passeggiata ogni giorno, quando il caldo della giornata era più forte. C’era in questo giardino un bambù di aspetto nobile. Era il più bello di tutti gli alberi e il Signore amava questo bambù più di tutte le altre piante. il+bambù,+l'acqua++e+il+ramaiolo.jpgAnno dopo anno, questo bambù cresceva e diventava sempre più bello e grazioso. Il bambù sapeva che il Signore lo amava e ne godeva. 
Un bel giorno, il Signore, molto in pensiero, si avvicinò al suo albero amato e l’albero, in grande venerazione, chinò la testa. Il Signore gli disse: “Caro bambù, ho bisogno di te”. Sembrò al bambù che fosse venuto il giorno di tutti i giorni, il giorno per cui era nato. Con grande gioia, ma a bassa voce, il bambù rispose: “O Signore, sono pronto. Fà di me l’uso che vuoi”. 
“Bambù”, la voce del Signore era seria, “per usarti devo abbatterti”. Il bambù fu spaventato, molto spaventato: “Abbattermi, Signore, me che hai fatto diventare il più bel albero del tuo giardino? No, per favore, no! Fà uso di me per la tua gioia, Signore, ma per favore non abbattermi!” 
“Mio caro bambù, disse il Signore e la sua voce era più seria, se non posso abbatterti, non posso usarti”! Nel giardino ci fu allora un grande silenzio. Il vento non tirava più, gli uccelli non cantavano più. Lentamente, molto lentamente, il bambù chinò ancora di più la sua testa meravigliosa poi sussurrò: “Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, fà di me quello che vuoi e abbattimi”. 
“Mio caro bambù, disse di nuovo il Signore non devo solo abbatterti, ma anche tagliarti le foglie e i rami. Se non posso tagliarti, non posso usarti.” Allora il sole si nascose e gli uccelli ansiosi volarono via. Il bambù tremò e disse appena udibile: “Signore, tagliali!” 
“Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso farti questo, non posso usarti”. Il bambù non potè più parlare. Si chinò fino a terra. 
Così il Signore del giardino abbattè il bambù, tagliò i rami, levò le foglie, lo spaccò in due e ne estirpò il cuore. Poi porto il bambù alla fonte di acqua fresca vicino ai suoi campi inariditi. Là, il Signore dispose l’amato bambù a terra: un’estremtà del tronco la collegò alla fonte, l’altra la diresse verso il suo campo arido. La fonte dava acqua, l’acqua si riversava sul campo che aveva tanto aspettato. 
Poi fu piantato il riso, i giorni passarono, la semente crebbe e il tempo della raccolta venne. Così il meraviglioso bambù divenne realmente una grande benedizione in tutta la sua povertà e umiltà. 
Quando era ancora grande e bello, viveva e cresceva solo per se stesso e amava la propria bellezza. Al contrario nel suo stato povero e distrutto, era diventato un canale che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.

Le diverse quotidianità

Oggi, appena finito di lavorare sono passato per la stazione dei treni dove mia moglie aveva lasciato l’auto e con la chiave di riserva l’ho presa e le ho fatto un po’ di benzina. Quindi sono arrivato a casa, ho acceso il pc, ho controllato la posta elettronica, facebook e ho postato qualcosa sul mio blog. Il tutto mentre mio suocero dava una sistemata al giardino dietro casa. A cena ero dai miei, insieme a mia moglie, per concordare con mio padre una serie di incontri da tenere a gennaio. Da poco sono tornato a casa, ho bagnato fiori ed erba e ora sono davanti al pc, tra poco doccia e poi a letto a leggere un po’ prima di dormire… “Prof! Ma è impazzito? Che ce frega dei fatti suoi?” Niente, niente, è che ho anche appena finito di leggere questo pezzo di Laura Silvia Battaglia…

 Scorci di cielo 026 fb.jpgAmin è seduto su una sedia, sul corso principale della città vecchia di Hebron. Placido. Immobile. Un uomo di cinquant’anni, dalle spalle larghe. Sopra di lui c’è quel che resta del secondo piano della sua bottega, rovinata dall’umidità e dalle liti con i vicini ebrei. Tra le mani ha un ricordo del passato, un trofeo del suo dolore personale: una fotografia che risale alla Seconda Intifada. L’immagine di quel che restò di suo figlio, morto nella guerriglia urbana. Il suo corpo trascinato da due soldati israeliani.

Amin non dimentica ma non imbraccia fucili, in questa terra contesa. Lo dice senza lacrime e senza eccessiva fierezza. Non ha fatto la stessa scelta di chi, il 31 agosto scorso, ha freddato una famiglia di coloni che viaggiavano sulla stessa auto. Tra loro anche una donna incinta. Combattenti che non dimenticano. L’episodio è stato rivendicato dalle brigate al-Aqsa alla vigilia dei colloqui diretti israelo-palestinesi a Washington. Ma proprio qui, a Hebron, nel cuore della Cisgiordania, ci si rende conto perché la pace è così difficile e quante cose ha da insegnare la storia, cose che gli uomini non ascoltano. Dal 1929, quando i nazionalisti arabi scatenarono una rivolta, assassinando gli ebrei residenti nella cittadina, i contrasti tra palestinesi e coloni non si sono fermati.

L’insediamento di Kiryat Arba, costruito dopo il 1967 per ospitare gli ebrei, in base alla ripartizione successiva alla Guerra dei Sei Giorni, non bastò ai coloni che occupano alcuni edifici della città vecchia. La Knesset appoggiò questa azione illegale in silenzio. «Oggi la città è militarizzata. Per ogni colono ebreo ultraortodosso di Hebron ci sono almeno quattro militari appostati sui tetti delle case o agli angoli delle strade, con la consegna di proteggerlo».

Adel Yahia, archeologo, insegna storia orale nelle scuole di Ramallah; qui porta i visitatori che vogliono rendersi conto di persona che cosa sia diventato uno dei luoghi più caldi della Cisgiordania. «Ma ci sono scontri anche tra coloni e soldati, perché alcuni ultraortodossi continuano ad occupare edifici assegnati ai palestinesi», ci dice. In compenso, la città vecchia è sempre divisa in due verticalmente, specchio di una incomprensione secolare. Ebrei e palestinesi sono separati da una rete stesa tra i primi e i secondi piani, tra le botteghe e le abitazioni superiori. E chi sta sopra (i coloni ebraici) la utilizza come pattumiera. L’orizzonte di chi dal basso guarda verso l’alto è sconfortante: sacchi di spazzatura, detriti, sedie di plastica penzolano sopra le nostre teste, trattenute dalla rete, come spade di Damocle di una inospitale modernità. Se Hebron è la storia di questa separazione, il simbolo contemporaneo di un dialogo che sembra non esserci, nonostante le speranze, è Qalqilya: la città dagli orizzonti murati. Siamo a 40 chilometri a ovest di Hebron, dopo gli insediamenti ebraici di Shiloh e a un passo dalla Green Line, il muro che divide la Cisgiordania da Israele. L’accesso a questo luogo di vivaci scambi commerciali è uno solo. La città è un lungo imbuto da cui si entra facendo il conto dei negozietti di lavatrici e televisori e da cui non si esce se non dall’arteria viaria da cui si è entrati, dopo avere superato un check point, percorso prima la Bypass Road (strada a doppio senso, sia per israeliani che per palestinesi), e poi la strada statale, contrassegnata con il simbolo A (cioè per palestinesi e con posti di blocco di polizia).

Samir Dwa-shah è il sindaco di Qalqilya, località di poco più di 38mila abitanti. Alto, ieratico, sa pesare le parole. Ci accoglie con il drappello degli assessori nei giardinetti pubblici della città, donati alla municipalità da Save the children e da Bill Gates. Qui c’è un piccolo zoo. Le famiglie stazionano tranquille. Dwa-shah non si lascia scappare l’occasione per denunciare lo stato di isolamento, «apartheid», lo chiama, in cui versa la sua popolazione: «Questa terra è fertilissima e non si fa difficoltà a trovare lavoro come braccianti o a guadagnare dal raccolto. Ma, dalla costruzione del muro in poi, ci hanno tagliato anche questa possibilità». Dando per scontato il danno gravissimo arrecato alle famiglie le cui case si trovano sul confine, e alla difficoltà di incontrare chi, se parente o amico, vive oltre il muro, si aggiungono anche dei dati in più: «Le terre coltivabili e già coltivate sono tutte dall’altra parte del muro. Così, i prodotti di una terra sempre lavorata da noi non sono più nostri ma sono di Israele. E ciò significa che dobbiamo importarli: è assurdo». I problemi, a Qalqilya, non riguardano solo l’economia che tracolla, la viabilità congestionata, il commercio senza convenienze, l’acqua razionata o l’agricoltura bracciantile.

II dottor Basim Hashem dirige l’unico centro medico della città, convenzionato con la Croce Rossa Internazionale e la Mezza Luna Rossa Palestinese. Fa il possibile, ma le difficoltà sono all’ordine del giorno. E non sempre riesce a salvare una vita. «Le limitazioni alla viabilità in questo luogo, completamente chiuso in enclave, ci danno dei problemi sulle patologie più gravi: infarti e ictus, ad esempio. Qualche volta, lo ammetto, mi è morto un uomo tra le braccia perché non siamo arrivati in tempo all’ospedale più vicino. Tutta colpa dei check-point». Vedere una donna partorire in auto o su un taxi davanti a un posto di blocco non è dunque una rarità, in Cisgiordania. A Qalqilya, alla fine di Tulkam Road, i taxi sono tanti. Le donne pure. Dentro il mercato, in fondo a questo imbuto di mercanzie, c’è l’unico passaggio verso Israele, consentito solo a chi riesca a dimostrare che ha un lavoro dall’altra parte. Per chi contravviene ai divieti scritti sul cartello giallo, è pronta l’eventualità di essere freddati sul posto dall’esercito israeliano. Qui i cancelli si aprono solo due volte: alle cinque del mattino e alle cinque della sera. Tra i fiori, le cassette di frutta e i cespi di verdura, avanzano i braccianti, uomini e donne, dopo otto ore di lavoro. Intorno, il vociare dei bambini. A terra, bicchieri di carta, spazzatura, arnie sventrate. Dalla torretta, si affaccia il viso allungato di un ragazzo, un soldato israeliano. Fa l’ultimo controllo prima di smontare. La giornata è lunga anche per lui.

Genetica e libertà

Oggi è stato il primo giorno di scuola di questo 2010-2011. Non ho avuto delle classi, per cui il mio vero primo giorno sarà domani. Solitamente posto un articolo di benvenuto o qualcosa per accogliere i neo percotiani. Quest’anno invece parto con un articolo pengio pengio (bon dai facciamo pengetto, altrimenti manco lo leggete) sulla libertà e sul determinismo genetico pubblicato da Avvenire e scritto dal teologo Moltmann, utile in particolare al triennio e agli ex-studenti che passano ancora su questo blog 🙂

 

Moltmann: i geni non spiegano il genio

Determinismo o libero arbitrio? Questo antico dibattito torna oggi d’attualità nella ricerca genetica e in quella sui neuroni. Veniamo generati nei nostri geni? I geni esistono nella loro peculiarità prima che sorga la nostra coscienza? Pilotano il nostro io nei suoi comportamenti? Determinano quindi il corso delle nostre vite e spiegano perché diventiamo come siamo?deter.jpg

Il noto giornalista americano David Brooks ha scritto nel 2007 (Herald Tribune): «Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e dalla lezione della biologia evoluzionista è diventato chiaro che la natura è costituita da competizione e conflitti di interessi. L’umanità non è venuta prima delle lotte per la propria affermazione, le lotte per l’affermazione sono profondamente radicate nelle relazioni umane».

Ne traeva come conseguenza la naturale disposizione alla competitività del capitalismo e una “visione del mondo tragica”: «Siccome la natura umana è predisposta così aggressivamente alla lotta per il potere abbiamo bisogno di uno Stato forte, di un’educazione dura e di una visione del mondo tragica». Si tratta del risultato di una ricerca o dell’interesse di un’ideologia? Io credo si tratti di pura ideologia naturalistica, perché si fonda sulla riduzione dell’imprevedibile sistema “uomo” ai suoi geni e neuroni prevedibili. Così sorge la fatale impressione di vivere in un mondo chiuso nella sua causalità, come se la nostra libertà, che pure percepiamo nel «tormento della scelta», fosse un’illusione. Se così fosse qualsiasi criminale davanti a un tribunale dovrebbe appellarsi all’incapacità di intendere e di volere, per poi essere assolto in quanto non imputabile. Craig Venter è stato il primo a decifrare il genoma umano. Ha decodificato anche il proprio genoma, che è stato pubblicato su tutti i maggiori quotidiani. Se lo potessimo leggere sapremmo poi chi è Craig Venter? Se egli stesso può leggerlo viene poi a conoscere se stesso? Quando l’ho incontrato di persona a Taiwan due anni fa mi ha raccontato quanto la guerra in Vietnam, combattuta da giovane, lo avesse cambiato. Il suo genoma non esprime nulla di tutto ciò, naturalmente, ma allora perché la tesi deterministica secondo la quale saremmo pilotati dai nostri geni e non avremmo alcuna libertà di reagire alle esperienze di guerra in questo o quell’altro modo?

Facciamo ancora un esempio: nella rivista scientifica Nature Genetics è uscito di recente un articolo nel quale veniva dimostrato da ricerche svolte in tutto il mondo che sono i geni a determinare se i giovani diventino o meno fumatori. Lo studio documentava per la prima volta i fattori genetici a causa dei quali nei recettori cerebrali della nicotina si determina in quale modo si sviluppi la dipendenza e il comportamento rispetto al fumo. Io ho fumato molto dal 1956 al 1976, poi ho smesso da un giorno all’altro. Come ho potuto farlo? La ricerca genetica, per quanto ho potuto seguirla, ha da tempo oltrepassato, nei suoi seri esponenti, questo riduzionismo ideologico. L’immagine della competitività del gene egoista, delineata da Richard Dawkins nel 1978, è influenzata dal darwinismo sociale. I geni sono di fatto più flessibili dei corpi solidi, si «attivano e disattivano» e reagiscono essi stessi agli influssi ambientali. Le nostre esperienze e le nostre relazioni con altre persone, in cui facciamo esperienza di accoglienza o di rifiuto, influenzano anche il funzionamento dei nostri geni. Il medico tedesco Joachim Bauer, che si occupa di psicosomatica, afferma quindi: «I geni non pilotano soltanto, sono anche pilotati» (Principio Umanità, 2006). Anche nelle ricerche sull’intelligenza vengono considerate oggi più le condizioni di vita che le predisposizioni genetiche. Giungo al risultato secondo cui il determinismo genetico e neurologico non è in grado di abolire la nostra libertà, la nostra responsabilità né la nostra imputabilità. Lo si può approvare o rincrescersi, ma le ideologie non spiegano solo i risultati di alcune ricerche, rappresentano anche sempre gli interessi di una parte. Chi ha oggi interesse ad abolire la nostra libertà e a rendere manipolabili gli uomini?

Jurgen Moltmann

Giudizio a scuola

Nell’ultimo numero di Dimensioni Nuove c’è un articolo molto interessante di Susanna Conti che mi ha fatto venire in mente quella bella frase che dice: “ogni volta che punti il dito contro qualcuno per giudicarlo ricordati che tre dita restano puntate contro di te”. L’aspetto più interessante dell’articolo penso sia quello educativo, che lega l’atteggiamento del giudizio e soprattutto del colpevolizzare a un modo di fare che purtroppo è diventato comune. Ho vissuto sulla mia pelle, nell’età dell’adolescenza in cui si vivono le emozioni a tinte forti, cosa significhi vedere accusata e condannata prima del processo una persona che si ama. Poi la persona è stata riconosciuta innocente ma quelle dita puntate, quelle telefonate anonime di accusa nel pieno della notte sono stampate nei miei ricordi. E’ purtroppo vero che viviamo in un periodo di processi mediatici e ci stiamo abituando allo scontro e non più al confronto: non ci scambiamo più le idee, non è dialogo, ma è solo una lotta a chi grida più forte le proprie ragioni, senza ascoltare, nel vero senso del termine, le opinioni altrui. Concordo con Susanna Conti che la scuola abbia un ruolo molto importante in tutto questo…

Pubblico l’articolo che potete trovare qui http://www.dimensioni.org/giugno10/articolo14.html 

COMPLEMENTO DI COLPA di Susanna Conti

Quel che la scuola dovrebbe insegnare. Analisi (logica) di un diritto dimenticatoDitoPuntato.jpg

Sarebbe bello costruire un elenco di comportamenti e valori che la scuola dovrebbe saper insegnare e poi trattarne un punto in ciascun numero di Dimensioni, almeno per un po’ di tempo. Sarebbe ancora più bello costruire questo elenco assieme, studenti, prof, persone che si occupano di scuola e di giovani. Questa è la proposta da inventare. La condizione è che nessuno dica che la scuola dovrebbe insegnare a scrivere bene o a leggere di più o a progettare saggi e tesine: tutto vero, per carità. Ma soltanto saper scrivere bene quando siano poco chiari alcuni capisaldi del vivere civile e democratico serve tutt’al più a ingannare e a confondere, non a comunicare. Nessuno dica nemmeno che alla scuola si chiede troppo: tutto vero anche questo. Ma è la natura della scuola quella di avere un compito infinito: non istruire a un sistema chiuso di conoscenze e capacità, ma aprire la testa delle persone e ricominciare sempre con persone nuove. Prima di tutto ciascuno con se stesso.

Un complemento spia

Il complemento di colpa del titolo non ha molto a che fare con l’ora di grammatica. Tuttavia il fatto che nelle grammatiche quel complemento si chiami proprio di colpa è spia inquietante di una mentalità radicata. Leggete la definizione tratta da una grammatica di scuola media: Il complemento di colpa indica di che cosa uno è accusato oppure da che colpa viene assolto Capito? Uno è accusato (magari di una cosa che non ha fatto) oppure viene assolto (perché non l’ha proprio fatto) eppure lo si bolla subito con un complemento di colpa, non di accusa o di innocenza… Sarebbe bello riscrivere le grammatiche inventando anche il complemento di innocenza: possibile, questo, in un mondo che non copre i colpevoli veri, ma che tutela i più deboli. Il complemento di colpa del titolo ha a che fare con la mentalità: è quello che ha rovinato l’esistenza a molti accusati innocenti, sia in procedimenti giudiziari sia, più spesso, nella vita comune. È il vergognoso atteggiamento che ha chi giudica un altro (mai se stesso) colpevole fino a quando non ne sia provata l’innocenza. E oltre: una volta provata l’innocenza, “chissà se è vero che non ha fatto proprio niente”… Il complemento di colpa è il pregiudizio di aggiungere colpa agli altri perché elevarsi a giudice dà potere e perché pensare solo il peggio (degli altri) dà la sensazione di essere sempre a posto.

Un articolo spregiudicato

C’è un articolo della nostra Costituzione conosciuto quanto tutti gli altri (e cioè molto poco) dalla comunità, ma decisamente opposto al pregiudizio comune. È l’articolo 27. Esso recita, tra l’altro, che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Questo sul piano della legge civile. Sul piano della convivenza fanno piuttosto legge i salotti televisivi, quelli pomeridiani seguiti dalle nonne e quelli serali seguiti da padri e madri. I ragazzi ascoltano passando e (forse) si adeguano. I salotti televisivi processano a priori, senza avvisi di garanzia e soprattutto senza garanzie. Siccome non c’erano né La vita in diretta né Chi l’ha visto, Renzo Tramaglino, fra Azzeccagarbugli e cacce agli untori, ha solo dovuto emigrare nel Bergamasco e ha messo su casa senza ulteriori problemi, se non quello di essere chiamato baggiano (come dire rumeno o marocchino in un mondo globale come il nostro). Se ci fosse stata la TV, l’avrebbero scovato anche nel Bergamasco e avrebbero rivelato quale colpa si celasse dietro la vita tranquilla di uno che a suo tempo s’era dovuto perfino cercare un avvocato… Quello che in realtà preoccupa non sono i salotti televisivi, è il fatto che i salotti esistano perché il pubblico li vuole, magari in modalità interattiva. È il fatto che ci sentiamo tutti principi del foro e giudici in ermellino, senza averne la minima competenza. E non è un film.

Un complemento nuovo

Questo è un tempo in cui si parla di giustizialismo e di strapotere dei giudici. Ma noi lasciamo ai giudici il loro mestiere, regolato dalla legge e dalle istituzioni democratiche. Noi qui parliamo di educazione, con alcuni esempi su cui pensare.

Primo esempio Mario è un professore di liceo. Un suo allievo (che chiameremo Claudio) è vissuto in alcune comunità ed è stato “preso in carico” dai servizi sociali. A 19 anni (quando si è considerati maggiorenni dalla legge) ha certamente sbagliato e, durante una riunione familiare, ha perso il controllo e ha compiuto un gesto che è un reato. Ora Claudio è detenuto in attesa di giudizio. Mario è una persona normale, con le paure e le ansie di una persona normale. Siccome però è un prof come si deve, non ha avuto dubbi sul fatto che la scuola non si limita alle ore e agli anni di scuola né tanto meno alle Grazie del Foscolo. Pertanto non ha avuto dubbi nemmeno sul fatto di richiedere il permesso per andare a parlare con Claudio in carcere. Mario è rimasto colpito dal pregiudizio di sospetto e di colpa che percepiscono su di sé perfino i visitatori. È straziante l’attesa prima di entrare in una sala, poi arriva la guardia, c’è la perquisizione, poi un’altra porta, il visitatore dichiara che cosa vuol consegnare e magari scopre che non può: niente libri con la copertina rigida, niente biscotti né merendine, nemmeno arance. Deve consegnare l’orologio e, quando finalmente arriva nella sala colloqui, è preso da uno stordimento senza tempo. Non ha il senso dei minuti che passano, ma solo un’ansia pressante di cui non capisce il perché. Quando arriva la guardia a dire che il tempo è finito, Mario scopre l’ansia degli altri, dei familiari che, fino a quel momento, davanti a tanti tavoli uno vicino all’altro, cercavano di dare e di ricevere (di rubare?) un gesto d’affetto e di confidenza. Nei detenuti Mario scopre la dimensione della disperazione, la paura del vuoto, di essere dimenticati.

Secondo esempio Tonino è un detenuto che sta scontando la pena. È l’anima della biblioteca del carcere e del giornale che (quando è possibile, purtroppo di rado) lui e i suoi compagni realizzano. Tonino ha ricevuto il permesso di andare a trovare sua mamma anziana, assieme ai familiari. Queste sono alcune delle sue parole: non è facile riallacciarsi alla vita normale dopo anni di carcere. Vivi quei momenti come se ti vedessi in terza persona e ti vedi con persone e in un mondo che non è il solito, non vedi le guardie, i cancelli, non ci sono sbarre… Non c’è nulla che la tua mente è abituata a vedere e allora sei un po’ spaventato, sei disorientato e anche intimidito da queste novità, da questi nuovi rumori, dai colori delle pareti, dagli odori, dalle piante, dai fiori e maggiormente dallo spaziare della la tua vista che, solitamente, finisce per sgretolarsi contro un muro di cinta e non va oltre, mai. Questa non è solo una bellissima pagina di scrittura. Tonino sa di condividere queste sensazioni con tutte le persone rinchiuse, ad esempio gli anziani negli ospizi e i bambini negli istituti.

Terzo esempio Appello da parte di una volontaria che opera nel carcere di in una grande città. L’appello è stato letto dopo la messa domenicale: in carcere manca carta igienica, mancano saponette e assorbenti, non c’è mai acqua calda. La volontaria chiede ai presenti di realizzare una raccolta di articoli di prima necessità. Ha ragione lei e ha ragione la signora Flora, pensione sociale e una bolletta del gas triplicata rispetto al solito a causa di aumenti retroattivi. Flora (con parole meno neutre) dice di non dover essere lei a mettere toppe alle carenze istituzionali. Vengono in mente gli ermellini delle toghe cerimoniali, viene in mente la distanza tra il mondo della forma e quello della vita. Vengono in mente anche gli ermellini vivi che sono creature del Signore e non pellicce da allevare in gabbia…

Viene in mente che sarebbe necessario fondare un complemento nuovo: il complemento di dignità, fondamentale in tutta la grammatica della vita. Di fronte a Omar che dal carcere esce non può non esplodere il ricordo del fratellino di Erika, quello che non può più uscire dal buio che lo ha travolto in questo mondo. Ma il discorso è di nuovo collegato con ciò che fa notizia: Omar fa notizia, venti anni di depressione di un uomo finito in carcere per un delitto non commesso non fanno notizia. Quando muore Pietro Vanacore, la voce che circola è che, tutto sommato, chissà che cosa sapeva (e nascondeva) il portinaio dello stabile di Roma… Parliamo di nuovo di umanità negata, non del “giallo di via Poma” che non è affatto un film, ma morte vera.

Riflessione: un uomo, una volta, ci ha insegnato il complemento di perdono. Quasi tutti gli altri lo ritenevano colpevole, non importa di che cosa, purché potessero dichiararlo colpevole. Non dimentichiamolo.

Il Gesù di Nada

A giugno ho assistito a una puntata di Matrix in cui le protagoniste del concerto Amiche per l’Abruzzo tutto al femminile tenutosi nel 2009 a Milano presentavano l’uscita del doppio dvd di tale avvenimento. Qualche giorno dopo ho acquistato il dvd e uno dei pezzi che mi ha colpito di più è stato “Ma che freddo fa” cantato da Nada e arrangiato magnificamente da Carmen Consoli (basso e cori), Paola Turci (chitarra e cori) e Marina Rei (batteria e cori). E’ letteralmente venuto giù San Siro (trovate il video su youtube). Mi sono messo allora alla ricerca di qualche notizia in più su Nada, un nome ancorato più alla mia memoria dei Festivalbar da piccolino che non al mio percorso da musicovoro. E in mezzo ai suoi testi ho trovato il pezzo “Gesù”, tratto dall’album “L’amore è fortissimo il corpo no” del 2001. Qui posto il video e faccio una premessa: il video è tostino, con immagini piuttosto violente che fanno riferimento in gran parte agli avvenimenti del G8 di Genova del luglio 2001. In nessuna delle interviste che ho potuto recuperare ho trovato una dichiarazione di Nada in cui dicesse di paragonare Carlo Giuliani (il ragazzo morto in quei giorni) a Gesù. In un’intervista del Corriere della Sera la cantante rivelava “Mentre incidevo l’album sono scoppiati i disordini a Genova, io guardavo quelle immagini raccapriccianti e le legavo a questa canzone”.

In un’intervista di Paola De Simone tratta da http://www.rockol.it/musicaitaliana.com/interviste/nada.html si legge:

Non passa inosservata la prima traccia, nella quale parli di Gesù e lo immagini reincarnato nella nostra epoca. Insolito per un’artista che ha ammesso di non essere credente, non trovi? Sì, é vero. Quella di Gesù é però una storia affascinante, bellissima, piena di mistero, che può dare spunto a molte interpretazioni. Io non sono una che ha fede nel senso religioso del termine, comunque ho una mia religiosità, una mia spiritualità, perché altrimenti non si potrebbe vivere, credo. Quando ho scritto “Gesù”, però, anch’io mi sono sorpresa effettivamente, perché quando scrivi non sai mai dove arriverai. Non volevo scrivere una canzone su Gesù o comunque con qualcosa che avesse a che fare con la sua figura, mi é semplicemente uscito fuori.

Evidentemente sono cose che avevi dentro? Sicuramente sì. Il bello di scrivere é che spesso é come se un po’ scoprissi anche te stessa, in un certo senso, perché vengono fuori cose che ti sorprendono, che però fanno parte di te, del tuo carattere, della tua vita. Insomma se vai a vedere bene, un senso c’é.

Secondo te, quindi, se vivesse oggi Gesù sarebbe ugualmente emarginato? Quello di cui parlo io é un Gesù molto umano, che si muove in questo mondo dove non ha più punti di riferimento, dove si perde, dove ha delle idee diverse e per questo viene emarginato e combattuto e addirittura fatto fuori, nell’indifferenza generale anche di chi non dovrebbe essere indifferente, perché é anche lui un Gesù.

Specchio di un’epoca difficile? Sì, stiamo vivendo effettivamente un momento difficile, e quando si scrive le ispirazioni si prendono anche dai momenti che si vivono, dalle cose che si hanno intorno. Mi rendo conto che questa cosa é molto dura, diretta, cruda, però é anche molto vera.

E in effetti il testo parla di un Gesù perso in mezzo alla strada, diretto alla stazione (poi lo troveremo in metropolitana: il messia itinerante è rimasto…), sta male e vuole andare in ospedale ma non trova indicazioni. Gesù trascina il suo stesso corpo ferito nell’indifferenza generale, sembra che ancora una volta non ci sia posto per lui nel mondo (“non c’era posto per loro nell’albergo” Lc 2,7). La nuova venuta di Gesù lascia delle tracce: sono tracce impresse nel suo stesso sangue, sangue che però schizza intorno calpestato dallo scalpiccio della gente che se ne va. La reazione di Nada non è quella della fuga, ma di chi resta lì, si copre gli occhi per non vedere la morte e la sofferenza, ma resta lì. Il desiderio è quello di pregare, ma le sicurezze, le certezze, i punti di riferimento sono saltati: chi pregare? (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mt 27,46). E poi, alla quarta fermata della metropolitana qualcuno spara a Gesù, uno squarcio nella testa che non gli permette di ricordare. Eppure, canta Nada, “nel cuore lui sapeva” (“Ma tu desideri che la verità risieda nell’intimo: insegnami dunque la sapienza nel segreto del cuore.” Sal 51,6″). E’ un Gesù che non ricorda, che non capisce, che questa volta non ce la fa a portare il suo stesso corpo ma viene trascinato da altre persone tra l’indifferenza. Nada, ancora coprendosi gli occhi per non vedere (“beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” Gv 20,29), si chiede ancora chi pregare eppure Gesù nel suo cuore sa (“Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” Mt 26,42).

Break

Sto cambiando casa, per cui mi prendo una pausa dall’aggiornamento del blog… Buone vacanze a tutti!!!

Confesso a Dio onnipotente

Conoscere se stessi significa avere il coraggio di guardarsi allo specchio senza ingannarsi, senza indossare maschere, senza far finta di essere quel che non si è, senza negare gli errori che commettiamo, riconoscendoli come sbagli o come peccati. E questo riconoscersi ha una valenza che si apre dal mondo personale al mondo sociale. Allora posto questo articolo di Vito Mancuso comparso su “Diario” di Repubblica http://www.vitomancuso.it/stampa/2010/Peccato%2020.05.10.pdf

“Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato”. Queste parole, seconde solo al saluto del celebrante e alla relativa risposta, si trovano all’inizio della messa cattolica. La liturgia in questo modo fa sì che ogni fedele percepisca se stesso anzitutto come peccatore, anzi, come uno che ha “molto” peccato. Le occasioni nella vita del resto non mancano, sono “pensieri, parole, opere e omissioni”, e più ci si avvicina alla luminosa sorgente del bene, più si percepisce il male che opprime la coscienza.ecc128085e7a61b63314a9625b0de94bjpeg.jpg

Forse per questo Søren Kierkegaard, dando voce a una tradizione millenaria, scriveva nell’Esercizio del cristianesimo del 1850 che «l’unica porta d’ingresso al cristianesimo è la coscienza del peccato”, non senza aggiungere di suo che lo scrupolo è «una categoria eminentemente cristiana». Io non sono d’accordo con questa impostazione, detta tecnicamente amartiocentrismo (amartía è l’equivalente greco di peccato), ma non posso fare a meno di notare che essa ha avuto e continua ad avere un largo seguito sia nel cattolicesimo sia nel protestantesimo dove, ben prima di Kierkegaard, Lutero insegnava “pecca fortiter sed crede fortius” (pecca forte, ma più forte credi) legando all’esperienza del peccato lo stesso atto di fede. Contro questo cristianesimo amartiocentrico, per lui l’unico possibile, Nietzsche intraprese un titanico combattimento speculativo che lo portò a una filosofia senza morale, al sogno di poter entrare in un territorio “al di là del bene e del male” (il saggio omonimo è del 1886). Mentre sono convinto che la pars construens della filosofia nietzschiana sia insostenibile perché un tale territorio vergine privo di dimensione etica non esiste, sono altrettanto convinto che la sua pars destruens abbia svolto e debba ancora svolgere un’azione salutare con l’abbattere ancestrali e dannosi complessi di colpa. Il principale merito di Dietrich Bonhoeffer e della teologia preannunciata nelle sue lettere dal carcere nazista pubblicate col titolo Resistenza e resa consiste proprio nella ricezione della ribellione nietzschiana contro l’inquietante senso del peccato e della colpa (mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa) inteso quale condizione preliminare della fede cristiana. Senza Nietzsche, Bonhoeffer non avrebbe mai sostenuto, soprattutto lui che era luterano, che «Dio non è un tappabuchi, non deve essere riconosciuto solamente ai limiti delle nostre possibilità, ma al centro della vita, nella vita, nella salute e nella forza».

Ciononostante l’esperienza del peccato permane, perché la terra promessa da Nietzsche di una vita al di là del bene e del male, non esiste. Per noi uomini tutto, qui e ora, è “al di qua” del bene e del male. C’è una politica buona e una politica che non lo è. C’è un’economia buona, e una che non lo è. C’è una cronaca buona, e una che non lo è. A partire dalle più elementari esperienze della vita quali l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo, fino alle più elevate produzioni della mente, tutto ciò che procede e ritorna alla vita dell’uomo è sempre invalicabilmente “al di qua” del bene e del male. La libertà dell’uomo esiste, ed esistendo opera, e quindi può agire bene oppure male in ogni dimensione del vivere. Volenti o nolenti, siamo rimandati all’esperienza del peccato. Il concetto di peccato infatti è sorto nella coscienza etica e spirituale di tutta l’umanità in seguito allo sforzo della mente di catalogare le azioni che contribuiscono alla diminuzione del grado di ordine (armonia, salute, bene) in relazione agli altri e a se stessi. Si spiegano così gli elenchi dei peccati e i cataloghi dei vizi che il pensiero ha stilato, ragionando ora secondo l’oggetto come avviene nel caso dei peccati (omicidio, furto, adulterio…), ora secondo la disposizione soggettiva come nel caso dei vizi (ira, gola, lussuria…).

Si aprirebbe a questo punto una questione senza fondo: perché, così spesso, l’uomo è attratto non dal bene ma dal male, non dall’ordine ma dal disordine? Fin dalla notte dei tempi questo interrogativo incombe sul pensiero. La dottrina cattolica vi risponde mediante il dogma del peccato originale, che ha il merito di segnalare il problema ma il demerito ben maggiore di presentare una soluzione teoreticamente insufficiente e moralmente indegna. Ha scritto Kant al riguardo nel suo mirabile saggio sul male radicale nella natura umana del 1792: «Qualunque possa essere l’origine del male morale nell’uomo, non c’è dubbio che… il modo più inopportuno è quello di rappresentarci il male come giunto fino a noi per eredità dei primi progenitori». Rimane da chiedersi come la coscienza contemporanea percepisca oggi il peccato, e come possano anche i non credenti arrivare lo stesso a dire “confesso a voi fratelli che ho molto peccato”. Penso infatti che il ritrovarsi inadempienti di fronte all’imperativo etico sia inevitabile in chiunque conosca se stesso e che la percezione delle proprie colpe abbia precise implicazioni sociali. Penso altresì, però, che la dimensione giuridica che ritrascrive il peccato mediante il concetto di reato non sia sufficiente a esprimere tutta la densità umana del fenomeno. Come la legalità è solo una pallida immagine della giustizia, così lo è il concetto di reato rispetto alla tensione che manifesta la coscienza del peccato. Forse chi ha espresso al meglio questa dialettica è stato Dostoevskij in Delitto e castigo, il romanzo che nel 1866 inaugura il ciclo narrativo che l’ha reso immortale.

Globalizzazione e religioni

Posto questo articolo che ho trovato su http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=5954&Cat=1&I=immagini/Foto%20R-T/rising_sun1_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Cultura&Codi_Cate_Arti=28 . Penso che possa essere interessante soprattutto per le quinte: non si sa mai un testo allo scritto di italiano…

 

La religione può costruire una globalizzazione più umana?

di Giulio Battioni

“Jacques Derrida lo aveva intuito: «la religione è una questione inquieta ma è anche la questione delle questioni». Già, proprio così. Il revival del fenomeno religioso è la costante anomala del processo di globalizzazione. L’odierno scenario pubblico internazionale è infatti contrassegnato dal grande protagonismo delle religioni, un protagonismo che smentisce il pronostico illuministico e marxista per il quale la modernità e la secolarizzazione avrebbero definitivamente consumato l'”oppio dei popoli”. Al contrario, sembra che della religione i popoli non vogliano proprio fare a meno e, anzi, pare che continuino a gustarne le consolazioni e i vantaggi, al di là di qualche inedito “effetto stupefacente” provocato dalla sua mistificazione ideologica.

Le religioni sono oggi vive, vegete e in discreta espansione. Il mondo globalizzato e post-ideologico del nostro tempo assegna alla religione un ruolo pubblico considerevole, l’importante funzione sociale di unire aggregati umani sempre più complessi e di mediare fra domande di senso, stili di vita e culture diverse. Il pluralismo culturale e religioso è il dato strutturale dell’era globale, un’epoca dominata da grande fluidità, incertezza, instabilità. Se nei paesi in via di sviluppo la religione costituisce un fattore permanente di mobilitazione sociale, nei paesi industrializzati avanzati, pur dissipandosi le percezioni culturali e identitarie della religione, non è certo marginale il suo positivo, naturale contributo alla vita associata. Certo, non mancano le circostanze polemiche. Si pensi all’obbligo o al divieto del burqa, a seconda dei confini geografici in cui ci si trova. Ma dalla laicità alla libertà religiosa, dalla bioetica alla giusta applicazione della pena negli ordinamenti legali-giudiziari, dalla pace fra i popoli alla tutela dei diritti umani, la religione offre un contributo di giustizia sociale e progresso umano insostituibile.

Potrebbe essere questa la sintesi dei lavori della conferenza internazionale Religions, Cultures, Human Rights: Complex Relations in Evolution, svoltasi presso il Ministero degli Affari esteri, sotto l’Alto patronato del presidente della Repubblica e con l’adesione di alcune tra le più importanti personalità della diplomazia, delle istituzioni religiose e della comunità universitaria di tutto il mondo. Ebrei, musulmani, sikh, buddhisti, cristiani evangelici e cattolici, rappresentanti di centri culturali, forum di idee, istituzioni pubbliche e organizzazioni non governative, dall’Accademia delle Scienze Umane e Sociali ad Amnesty International, dall’Unesco a Religions for Peace, da CasaAfrica all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, hanno animato una intensa due giorni di seminari, relazioni, dibattiti.

La ricerca sociale applicata ha dimostrato che le religioni sono sempre più presenti nella realtà internazionale perché la globalizzazione acuisce qual desiderio di verità e speranza intrinseco alla natura umana. La sociologia si ferma alla superficie dei dati empirici limitandosi a una diagnosi in cui la mondializzazione dei processi economici, il ruolo decrescente degli Stati nella strutturazione delle relazioni tra i popoli, la rivoluzione cognitiva determinata dalla tecnica, l’estrema mobilità-ubiquità-velocità delle possibilità di conoscenza ed esperienza umana hanno creato un circolo vizioso di aspettative-frustrazione-alienazione rispetto al quale la religione, una religione non meglio identificata, dovrebbe riuscire a porre un freno. Questo, almeno, nelle società occidentali.

Altrove, la religione si configurerebbe come fattore d’identificazione e coesione sociale, laddove alle necessità della naturale socievolezza umana si aggiungono “costruzioni” culturali e antropologiche legate alla tradizione primitiva o alla ideologia politica moderna. Ma anche in questo caso la sociologia resta nel vago. La filosofia e il diritto, forme di sapere più realistiche, guardano alla religione con maggiore profondità. La religione non è un semplice fenomeno sociale ma, come parte costitutiva dell’essere umano, del suo desiderio di salvezza, purificazione e trascendenza, ha una base antropologica. Inoltre, la storia delle religioni mostra come una forma spirituale, più di altre, ha introdotto un punto di non ritorno decisivo anche per la storia politica e giuridica internazionale.

La secolarizzazione della religione infatti, cioè la desacralizzazione e la neutralizzazione della violenza originaria delle religioni antiche, così come il superamento degli universalismi teocratici medievali, è stata la grande cesura introdotta dalla teologia biblica e dal monoteismo giudaico-cristiano. Le guerre di religione che in nome della Bibbia e del Vangelo sono state praticate nei secoli passati non sono che il tradimento di una rivelazione che fa dell’equilibrio tra fede e ragione, tra carità e verità dell’uomo una conquista e una profezia. Soltanto il monoteismo giudaico-cristiano e la Trinità cattolica “liberano” le religioni del loro contenuto sacrale, il sacrificio violento di una vittima, per dirla alla maniera di René Girard, su cui si fondano le civiltà pagane e i naturalismi religiosi a-teistici.

Come scrisse anche Emmanuel Lévinas, il monoteismo non unifica, né gerarchizza gli dèi, cioè le religioni naturali, ma li nega, neutralizzandone il potenziale disumanizzante. Riconoscendo la natura personale di Dio, il cristianesimo impedisce che la secolarizzazione si ritorca contro se stessa, inciampando nella disumanizzazione fondamentalista o nell’indifferenza laicista, e fonda il diritto e la relazione tra le culture particolari sull’universale dignità della persona umana.”

Il paradiso del samurai

Un breve racconto per fare un passo oltre l’egoismo

Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno.
Un angelo lo accontentò e lo condusse all’inferno.
Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.
«Com’è possibile?», chiese il samurai alla sua guida. «Con tutto quel ben di Dio davanti!».SAMURAI.jpg
«Vedi: quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all’estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca».
Il samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso.
Qui lo attendeva una sorpresa. Il Paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno.
Dentro l’immenso salone c’era l’infinita tavolata di gente; un’identica sfilata di piatti deliziosi.
Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
«Ma com’è possibile?», chiese il samurai.
L’angelo sorrise. «All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così nella vita. Qui, al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino».
Paradiso e inferno sono nelle tue mani. Oggi.

L’Afghanistan e noi

Ieri mattina sono deceduti due militari italiani in Afghanistan e subito se ne è tornato a parlare anche in termini di presenza italiana in quelle zone e di prospettive future. Ho trovato un pezzo di Germano Dottori su http://temi.repubblica.it/limes/italia-in-afghanistan-attacco-non-e-una-sorpresa/12816 in cui non fa segreto delle difficoltà future che possono vedere interessati proprio gli elementi delle forze armate italiane. Magari nomi quali Helmand, Marija, Haqqani, Imu diranno poco, ma penso sia importante per lo meno farsi un’idea della complessità della situazione.

Italia in Afghanistan: attacco non è una sorpresa di Germano Dottori

La coalizione ha perso 200 soldati dall’inizio dell’anno. Le nuove operazioni militari nel sud dell’Afghanistan non stanno andando per il verso giusto. Purtroppo, l’offesa di cui stamattina sono rimasti vittime il sergente Massimiliano Ramadù ed il caporalmaggiore Luigi Pascazio, uccisi dall’esplosione di un potente ordigno che ha travolto il loro Lince nella provincia nord-occidentale di Baghdis, rientra nella normalità dell’attuale vicenda afghana. Dall’inizio dell’anno fino ad oggi, infatti, sono già caduti in Afghanistan ben 200 soldati occidentali, il che significa in media uno ogni 18 ore. Il pubblico italiano percepisce la gravità della situazione soltanto quando qualcuno dei membri del nostro contingente perde la vita, come è capitato stamattina, ma lo stillicidio è costante ed è diventato così difficile da gestire politicamente che da qualche tempo la Nato evita nei propri comunicati di menzionare la nazionalità dei caduti. Semmai, la sorpresa era che in questi ultimi mesi i nostri militari fossero riusciti a rimanere indenni: un dato che si spiega soprattutto alla luce del relativo rallentamento delle operazioni nella regione occidentale afghana in cui sono state schierate le nostre quattro Task Force. La prova di forza, in questi primi mesi del 2010, non è infatti avvenuta all’Ovest. Si è invece sviluppata altrove, a cavallo tra l’Helmand e l’attigua provincia meridionale di Kandahar, dove decine di migliaia di militari americani, britannici e canadesi stanno cercando di creare un’ampia zona libera dall’influenza neo-talibana, sia per rafforzare il traballante Governo di Kabul, sia per dimostrare alla leadership della guerriglia che gli alleati hanno la forza e la determinazione necessarie a riguadagnare l’iniziativa e negare ai loro avversari la completa vittoria cui paiono aspirare.

Le cose, tuttavia, non stanno andando per il verso giusto. Lo ha recentemente confermato anche il rapporto sui progressi realizzati in Afghanistan pubblicato dal Pentagono lo scorso 26 aprile. Il distretto di Marija, oggetto della prima parte della controffensiva condotta dal generale Stanley McChrystal – l’operazione Moshtarak – sarebbe infatti già stato nuovamente infiltrato dalla guerriglia ed anche nella zona di Kandahar i neo-taliban parrebbero ben lungi dall’essere schiacciati. All’Est, le attività del network degli Haqqani, forse spalleggiato dall’intelligence pakistana, stanno mettendo a dura prova le alleanze tribali strette negli ultimi mesi dai militari statunitensi, che costituiscono un altro aspetto essenziale della strategia controinsurrezionale approvata nel dicembre scorso dal Presidente Obama. Novità negative si sono infine registrate anche al Nord presidiato dai tedeschi, dove alle iniziative dei miliziani fedeli al Mullah Omar si sono aggiunte quelle dei jihadisti appartenenti all’Islamic Movement of Uzbekistan, l’Imu, che è una delle articolazioni più virulente della galassia del terrore. Era difficile che in questo quadro il “nostro” Ovest continuasse ad esser piatto e tranquillo, per quanto obiettivamente un teatro secondario dell’ampio fronte afghano. Specialmente nei dintorni dell’inquieta Bala Murghab, dove c’è la base avanzata Columbus che abbiamo costruito con gli spagnoli ed ora dividiamo anche con americani ed afghani, l’attività della guerriglia è destinata ad aumentare.

C’è modo di tutelarsi dalle insidie che si moltiplicheranno di qui sino ad ottobre? Probabilmente no: i nostri reparti fanno già il massimo ed è presumibile che continueranno a farlo per tutto il tempo che i nostri alleati maggiori giudicheranno indispensabile a determinare le condizioni di un’uscita onorevole e non destabilizzante dall’Afghanistan. Ci aspettano quindi mesi difficili.

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Una sana e lunga vita mortale?

Brian May ha scritto per i Queen la canzone “Who wants to live forever” che mi è venuta alla mente leggendo questo articolo pubblicato su Dimensioni Nuove http://www.dimensioni.org/maggio10/articolo8.html 

 

“Who wants to live forever?” cantavano i Queen qualche anno fa. E chi non ricorda i film come Cocoon, oppure The Fountain, o Highlander? Pare che vivere almeno 120 anni sia ormai alla portata di tutti. Infatti, la medicina “anti-aging”, quella che combatte l’invecchiamento, sta tornando a far parlare di sé. Perché nasce dalle conoscenze del Dna e si pone l’obiettivo di mantenere il più a lungo possibile la giovinezza delle nostre cellule per prevenire le malattie degenerative legate all’invecchiamento, con il risultato di aumentare la durata della vita. Negli ultimi 20 anni i progressi della medicina, soprattutto nella cura delle malattie cardiovascolari e dei tumori, hanno contribuito ad allungare di due anni la vita media degli italiani: le donne hanno superato la soglia degli 82 anni, gli uomini si stanno avvicinando a quella dei 77. Va chiarito subito che la scienza non si interessa all’immortalità. L’obiettivo non è allungare la durata della vita, ma la durata della sua qualità, cioè intervenire non sul tempo dell’esistenza, ma sul tempo senza malattia. La storica scoperta del professor Pier Giuseppe Pelicci sul “gene 66”, cioè che la durata della vita umana è scritta nei nostri geni, è stata accolta come la ricetta per la vita eterna. In realtà, le indagini molecolari che sta sviluppando all’Istituto Europeo di Oncologia mirano a ridurre il peso delle malattie degenerative come il cancro, l’Alzheimer e il Parkinson. DN lo ha incontrato alla Quinta Conferenza sul Futuro della Scienza, organizzata dalla Fondazione Cini di Venezia.

Prof. Pelicci, perché moriamo?

Morire è biologicamente necessario: è parte del programma di ogni cellula ed è, per me, anche un nostro “dovere biologico”, perché significa lasciare posto a nuove generazioni, sempre più forti, che possono contribuire all’evoluzione. Tuttavia, non vedo perché “eticamente” dovremmo opporci a un prolungamento della vita, in condizioni di lucidità di pensiero e autonomia fisica. Oggi abbiamo moltissime informazioni sull’invecchiamento e la biologia molecolare ci permette di ipotizzare che il controllo sulla vecchiaia, intesa come fenomeno cellulare, sia un traguardo raggiungibile. Se una persona è messa in grado di godere della propria esistenza, non c’è ragione di temere un mondo più longevo.

Ma come possiamo arrivare fino a quella età? Riusciremo a mantenerci in buone condizioni?

La ricerca sta arrivando a decodificare i geni preposti all’invecchiamento, per capire come bloccarli. Bisogna dire, però, che questo tipo di studi non è finalizzato all’eterna giovinezza. Punta, prima di tutto, a curare i mali che accorciano o rovinano la vita. Dal cancro all’Alzheimer. Ed è qualcosa di realisticamente raggiungibile. Me lo sono detto quando, nel 1999, sono incappato in uno dei geni dell’invecchiamento: si chiama p66shc. Ebbene, ho scoperto con la mia équipe che, senza quel gene, i topi vivevano il 35% in più. La notizia ha fatto scalpore: lo studio è finito in copertina sulla rivista scientifica Nature e anche i giornali italiani ne hanno parlato, pensando alla tappa successiva: l’uomo.

Perché gli animali di laboratorio diventavano più longevi?

Ci siamo resi conto che riuscivano ad arginare molto meglio quei danni che fanno invecchiare la cellula e la fanno degenerare, innescando patologie come tumore, demenza senile, infarto, arteriosclerosi. Si capisce, dunque, come il ruolo della ricerca sia duplice: allungare la vita e, soprattutto, eliminare le malattie degenerative.

Invecchiamo per colpa del gene p66shc?

Dopo tanto lavoro, siamo arrivati a nuovi risultati, pubblicati sulla rivista Cell. Abbiamo scoperto il meccanismo di funzionamento del p66 e il motivo per cui nell’organismo esiste un gene che lo danneggia e lo fa invecchiare. La proteina p66, che ha lo stesso nome del gene, favorisce la produzione di acqua ossigenata da parte dei mitocondri, che propongono gran parte dell’energia necessaria alla cellula. L’acqua ossigenata è molto reattiva e induce danno a proteine, lipidi e Dna: quello che si chiama stress ossidativo. La cellula si difende attivando meccanismi di riparazione o, addirittura, un programma di suicidio. Se tutto questo non avviene, degenera e può, per esempio, innescare un tumore.

Qual è la funzione del p66?

Durante l’invecchiamento si ha un aumento progressivo dello stress ossidativo. Come mai? Colpa anche del p66, che induce a produrre acqua ossigenata. E perché fa questo? Per regolare funzioni biologiche come il metabolismo degli zuccheri e il mantenimento della temperatura corporea. Infatti, nelle cellule, questi processi sono sottomodulati dalle concentrazioni di acqua ossigenata. La cellula, per sopravvivere, ha bisogno di energia e l’energia viene prodotta al suo interno da una sorta di centralina elettrica: il mitocondrio. Tutto avviene attraverso uno scambio di elettroni, che corrono da una proteina all’altra fino all’ossigeno. È come l’elettricità in un filo che va verso la lampadina e l’accende. Ogni tanto, uno di questi elettroni salta via dal percorso e va a reagire con l’ossigeno anzitempo, producendo alla fine acqua ossigenata. Gli scienziati hanno sempre pensato che la sua formazione fosse un prezzo da pagare: l’uomo spende energia, la produce mediante la cosiddetta respirazione cellulare, la recupera mangiando e respirando, con un costo finale obbligato che è di acqua ossigenata. Una sorta di rifiuto tossico, causa di malattie e invecchiamento. In realtà, non è solo così: esistono proteine nelle cellule che, per mestiere, prendono gli elettroni dalla catena energetica e formano acqua ossigenata. Una delle proteine è quella prodotta dal gene p66. Ecco la nostra scoperta.

Fra quanto tempo sarà completata la vostra scoperta?

Fra non molto potremo essere facilmente ultracentenari e in forma. Siamo programmati per vivere 120 anni, è scritto nel nostro Dna, a prescindere da malattie e incidenti la nostra durata è fissata. L’obiettivo non è l’immortalità ma vivere più a lungo e più giovani, ammalandosi meno.

Maria & Enrico Marotta

 

Giornalismo ed etica politica

A volte mi capita di guardare Striscia la notizia e mi chiedo come sia possibile che così spesso dei servizi satirico-giornalistici debbano fare le veci della polizia o della guardia di finanza. E poi mi succede di leggere questo articolo su Internazionale di Tobias Jones (giornalista britannico che collabora con Internazionale, nato nel 1972). Oltre al ruolo del giornalismo, l’altro aspetto a impressionare è ovviamente quello dell’etica nella politica. Come chiedere onestà e atteggiamenti giusti e corretti ai cittadini se poi i loro rappresentanti si comportano così?

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Dai parlamentari ai lord, la politica britannica è scossa dagli scandali. Scoperti dai giornalisti. L’intervento di Tobias Jones

Internazionale, 20 maggio 2009

Lo scandalo che sta sconvolgendo il parlamento britannico è uno scandalo molto compassato, molto british, perché quasi nessun politico ha infranto delle leggi. “Ero in regola”, dicono i parlamentari uno dopo l’altro, “l’ufficio spese ha dato il via libera a tutto”. Siccome erano permessi i rimborsi per la seconda casa (resa necessaria dal bisogno di vivere sia nella propria circoscrizione sia a Londra), i politici ne hanno chiesti per ogni fesseria domestica: dalle spese folli (pulizia del fossato o della piscina) alle cose più piccole (biscotti, letame di cavallo, perfino il tappo della vasca da bagno). Facevano il gioco del mercato edilizio, cambiando la loro seconda casa quando conveniva e intascando profitti pazzeschi. E ovviamente non tutto era in regola. Sono emersi rimborsi per mutui fantasma, o parlamentari sposati che chiedevano rimborsi per due seconde case come se fossero separati. La ministra degli interni ha chiesto il rimborso per il suo pay-per-view, e nella bolletta c’era anche un film porno (suo marito, poveretto, avrà una vita di imbarazzo per i suoi pochi minuti di onanismo). La cosa  assurda è che la scusa più comune è stata: “Scusatemi, non sono mai stato molto bravo con i numeri”. Questa gente vuole dirigere l’economia del paese e adesso confessa che non sa fare bene i conti.

Ci sono anche, meno male, alcuni fatti positivi. Tanti hanno avuto almeno la decenza di dimettersi. Ministri ed ex ministri stanno cadendo come le foglie in autunno. C’è stata una corsa a restituire i rimborsi, con vari politici che staccavano in diretta assegni per decine di migliaia di sterline. Ma forse la cosa più notevole è il ritorno del vero giornalismo investigativo. Chiunque voglia fare il giornalista dovrebbe studiare il lavoro di una giovane donna grintosa che si chiama Heather Brooke. È arrivata in Gran Bretagna quando il governo Blair ha approvato il Freedom of information act, una legge che, per la prima volta, permetteva a qualunque cittadino di indagare e scavare negli archivi dello Stato. Era concepita come una garanzia di trasparenza. Cinque anni fa Brooke ha cominciato a chiedere dati sulle spese dei parlamentari. Riceveva il classico secco rifiuto. Nessuno rispondeva alle sue telefonate. Le davano cifre generiche, ma nessun dettaglio. Più si trovava davanti il muro di gomma, più lei sospettava che cercassero di nascondere qualcosa. Ha fatto ricorso al garante per l’informazione, alla corte d’appello e, alla fine, addirittura all’alta corte. E ha vinto la causa, anche se il parlamento non ha mai reso pubbliche le informazioni che Brooke aveva chiesto. Brooke ha creato il caso sulle spese parlamentari, ma lo scoop non l’ha avuto lei. Gliel’ha scippato il Daily Telegraph e nessuno sa ancora esattamente come abbia fatto. Si dice che il quotidiano abbia ricevuto un cd da una talpa di qualche ufficio parlamentare. Qualunque sia la verità, è chiaro che il caso è trascinato dal giornalismo investigativo. Invece di avere giornalisti che raccolgono le briciole dalla magistratura, qui sono le indagini giudiziarie a partire grazie al lavoro investigativo giornalistico. Si parla anche di una causa privata organizzata dalla Taxpayers’ Alliance (“alleanza dei contibuenti”) con un altro giornale, il Daily Mail, contro i parlamentari spreconi.

Forse la cosa più seria in quest’anno nero per “la madre di tutti i parlamenti” è venuta fuori a gennaio, e anche questa è emersa grazie alla stampa. I giornalisti del Sunday Times hanno fatto finta di essere lobbisti e hanno scoperto che i lord erano in vendita. Uno ha chiesto 72mila sterline all’anno. Un’altro ha detto che c’erano delle regole contro questa pratica, ma che le regole, si sa, “sono fatte per essere violate”. Questa settimana, dopo una lunga indagine, i lord potrebbero decidere di sospendere lord Trescott e lord Taylor. Sarebbero i primi lord sospesi dal lontano 1642 (quando un certo visconte Savile fece l’errore di sostenere il re invece del parlamento). È chiaro che il loro peccato è molto più grave di quello dei rimborsi gonfiati. Nel secondo caso si tratta di avarizia, di meschinità. Ma i lord non volevano intascare soldi pubblici per comprare biscotti. Volevano prendere i soldi privati per fare emendamenti alle leggi. Questa non è avarizia, è corruzione. La crisi ha fatto un’ultima vittima inaspettata. La posizione dello speaker è storicamente super partes. Non entra mai nelle polemiche perché fa l’arbitro. Ma questo speaker è stato inetto e incompetente, ha sempre difeso un sistema marcio, e ora è stato il primo speaker rimosso dal 1695. In un periodo che vede il tasso di interesse più basso dal 1694, il diciassettesimo secolo ci sembra molto vicino. Ma se la politica sta tornando indietro, il giornalismo – almeno questa volta – sembra aver fatto dei progressi.

http://www.internazionale.it/primopiano/primopiano.php?id=22511

 

Alle origini della religione

In prima abbiamo visto una presentazione in ppt sull’origine delle religioni, sul senso del mistero, sulle domande di senso. Posto l’estratto in word di quella presentazione con alcune piccole aggiunte.

Alle origini della religione.doc