In memoria delle vittime del terrorismo

Il 12 dicembre 1969 esplodeva la bomba di piazza Fontana a Milano che ha segnato l’inizio della stagione del terrore. La rivista Jesus ha messo a confronto due voci: quella di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista ucciso il 28 maggio 1980, e dell’ex terrorista rosso Arrigo Cavallina.

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Si celebra il 9 maggio, quest’anno per la seconda volta. La Giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, istituita nell’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, è un’occasione non retorica per ricordare che furono oltre 400 le vittime di quella stagione di sangue. E che, a 40 anni dalla strage di piazza Fontana, a Milano, e a 35 da quella di piazza della Loggia, a Brescia, ancora molte verità restano sconosciute. Su questi e su altri delitti. Una giornata che invita a lavorare per recuperare ricordi e memorie e consegnare alle nuove generazioni le chiavi per interpretare quegli avvenimenti. In questi giorni, all’istituto Leone XIII di Milano, è in corso una mostra sul terrorismo rivolta proprio ai giovani e agli studenti. Il titolo, Vi.Te., con il punto in mezzo, indica l’interruzione di esistenze e storie, ma anche la capacità di riprendere a camminare. Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista del Corriere della sera ucciso dalla Brigata XXVIII marzo il 28 maggio 1980, cura le iniziative culturali coordinate all’esposizione. Da tempo segue per le scuole percorsi didattici che aiutano a ricostruire quel periodo.

Da dove parte questa ricostruzione?

«Il mio percorso di ricostruzione parte, innanzitutto, da un discorso personale. È il tentativo, da un lato, di ricostruire una figura che mi è mancata; dall’altro di capire perché questa persona mi fosse stata portata via. L’interesse è cominciato in un momento ben preciso: nel 2002, dopo la laurea. La spinta, all’inizio, è stata il voler mettere un argine a tante polemiche che c’erano attorno all’uccisione di mio padre. Poi mi sono resa conto che, in realtà, la mia storia non riguardava soltanto me. Ho incontrato una persona determinante: Manlio Milani, l’anima della Casa della memoria di Brescia. È lui che mi ha fatto capire quale valore potesse avere la traduzione della memoria dalla sfera privata a quella pubblica. Lui per primo mi ha fatto parlare con i ragazzi delle scuole e mi ha fatto capire che è indispensabile ricostruire la memoria soprattutto qui, a Milano, dove c’è stata ogni forma di terrorismo e di violenza politica sia di destra che di sinistra».

Qual è il punto fondamentale?

«Recuperare la complessità. Mio padre aveva un grande talento nel coglierla. E poi aveva un’altissima vocazione al dialogo, come tante delle vittime del terrorismo. Sapeva che, per capire come si fosse arrivati a situazioni così esasperate, bisognava confrontarsi con tutte le voci in gioco. Per questo era scomodo ed è stato eliminato. Pansa ha detto di lui che sapeva mettere la mano nella nuvola nera. Le cose che ha scritto sull’area dell’Autonomia e sul terrorismo restano tutt’oggi tra le più chiare».

Nella complessità rientrano tutte le voci, anche quelle degli ex terroristi?

«Trovo grave non il fatto che si intervistino gli ex terroristi, ma che il giornalista non si prepari e non sia pronto a coglierli in fallo quando mentono, sono omissivi, esprimono dichiarazioni discutibili. Anche per i libri ho letto alcuni testi di ex terroristi e vi ho trovato lacune, affermazioni false, ricostruzioni apologetiche. Su queste memorie non c’è un dibattito critico. La risposta non è far sparire quelle voci e inondare il mercato di memorialistica delle vittime, ma esercitare il pensiero critico anche sulla scorta dei documenti oggi disponibili. Altrimenti siamo condannati a rimanere intrappolati in “ricordi senza memoria” come dice Giovanni Moro nel libro Anni Settanta».

Il cardinale Martini scrisse che la parabola del figliol prodigo dice di una riconciliazione mancata, perché il primo figlio va via. A che punto è il rapporto tra i due fratelli? Ed è un rapporto solo privato?

«Ho ascoltato un ex di Prima linea sostenere che la via d’uscita da quegli anni passa solo attraverso percorsi personali. È un discorso che mi ferisce perché le storie che si sono incrociate in quegli anni sono state al crocevia tra pubblico e privato, ma con una dimensione collettiva da cui non si può prescindere. È irritante vedere che un ex terrorista si limita a condividere la propria redenzione privata, perché mi sembra che rifugga dal fare i conti con quello che è stato l’impatto della sua azione sulla società. Per quanto riguarda il figliol prodigo, credo che sia stato urticante per tanti familiari delle vittime vedere l’interesse riservato ad alcuni terroristi e, parallelamente, un vuoto di attenzione per le vittime. È stato importante che la Chiesa, nel momento in cui si doveva fronteggiare l’emergenza di migliaia di giovani che passavano per tribunali e carceri, si sia fatta carico del problema. Il punto, però, è che bisognerebbe evitare che il fratello che si comporta bene si senta ferito dalla disattenzione. Non si tratta di togliere a qualcuno, ma di aggiungere, di avere cura di una persona in più. Io so, per esempio, che l’assassino di mio padre si è convertito e ha avuto una carriera professionale importante nell’ambito di un grande movimento cattolico. Per una parte di me, è difficile accettare questo. Poi, però, so che c’erano giovani che andavano recuperati. Ci sono stati cappellani delle carceri, associazioni, cooperative che hanno operato bene. Ma ci sarebbe da fare un passo in più».

Quale passo?

«Gli ebrei dicono che la conversione è un cambiamento radicale delle tue motivazioni all’azione. Dio può perdonarti perché sei talmente cambiato che non potrai mai compiere quelle azioni. Ma poiché solo Dio può vedere nel cuore degli uomini, solo Dio può perdonare. Non è la vittima che deve farlo. Il passo in più che dovrebbero fare è il prendere coscienza dell’umanità delle vittime, della gravità di ciò che hanno fatto. Ma spesso si fermano a metà strada. Sul piano umano, c’è una ferita che si perpetua: è come se a chi è stato ucciso fosse negata la sua umanità e ci fosse sempre e soltanto sulla scena l’assassino con le sue motivazioni, i suoi traumi, il suo carcere. Sarebbe bello se la Chiesa accompagnasse gli ex terroristi fino in fondo al percorso, che può anche essere senza ritorno, perché si tratta di rendersi conto di aver fatto qualcosa di irrimediabile. Chi ha subito il trauma della perdita non può sfuggire al lutto. Anche questo è un percorso duro, perché non è vero che il dolore ti migliora, anzi ti può far diventare una persona arida, morta dentro. Credo che abbiamo diritto di chiedere a chi ha compiuto il male di affrontare fino in fondo le implicazioni delle sue azioni».

In autunno uscirà, per Einaudi, un libro su suo padre. Cosa racconta?

«Ho studiato le sue carte, sia pubbliche sia private: sono la sua voce, la sua presenza, sono entrate nella mia vita, mi hanno accompagnata, mi hanno spiegato le cose. Il libro è la sua storia, ma è anche la storia del mio incontro con lui attraverso questa ricerca. Volevo raccontare da dove viene Walter Tobagi, la sua formazione, quali sono state le sue attività come storico, come giornalista, come sindacalista. Uso le sue parole per raccontare il contesto di quegli anni. E poi c’è la sua morte, affrontata per rispondere a un antico mio desiderio di ordine rispetto a tante cose dette e scritte attorno alla sua figura».

Annachiara Valle

 

 

«Sono nato in una famiglia antifascista, per metà cattolica e per metà valdese». Arrigo Cavallina negli anni di piombo è stato il fondatore e l’ideologo dei Pac, i Proletari armati per il comunismo. Il “maestro” di Cesare Battisti. Fu tra i primi a sperimentare il carcere duro e uno degli ideatori del movimento della dissociazione. Oggi vive a Verona, dedicandosi a tempo pieno all’universo carcerario con l’associazione “La fraternità”. «Da ragazzino frequentavo la parrocchia», racconta. «Le medie sono state anni difficili, segnati dalla morte di mio padre». All’epoca lavora per aiutare la madre, si iscrive a ragioneria. Entra in contatto con Gioventù Studentesca. Legge molto: romanzi, ma anche saggi di cattolici “terzomondisti”; approfondisce il protestantesimo. Finché, tra un libro e l’altro, si imbatte nel Capitale di Marx.

Che impressione le fa?

«Per un ragazzino in ricerca, era una spiegazione convincente delle differenze sociali e dello sfruttamento. Così, mentre gli amici mi convincono a prendere la tessera di Azione cattolica, mi iscrivo anche alla Federazione giovanile comunista. L’esperienza dura poco. Il Pci era invivibile: contava solo quanti tesserati portavi. Ribelle all’impostazione dogmatica, me ne vado. Fondo un giornale su cui scrivono liberamente comunisti, cattolici, liberali e anche un fascista. Una delle esperienze più belle».

Intanto è alle soglie dei vent’anni. Che cosa succede?

«La vita personale si scolla pian piano da quella politica. Fuori dal Pci ci sono una miriade di gruppetti. Li frequento, partecipo, ascolto. Leggo Mao e lo apprezzo, ma non sopporto il maoismo fatto di slogan. Ascolto Curcio. Leggo Toni Negri, una testa notevole. Entro a far parte di Potere Operaio. È il momento delle grandi rivoluzioni: Russia, Cina, Cuba. Senza armi, non si vince: si comincia a parlare di lotta armata, che agli inizi si traduceva in atti miseri: aprire un’auto, attaccare due fili a una sveglia, rubare tritolo da una cava. Gesti per cui ero negato, io che non sapevo cambiare una lampadina».

Chi parlava di lotta armata?

«Un gruppo di intellettuali. Te ne accorgi dopo, i meccanismi sono sempre gli stessi: indipendentemente dalle idee, al vertice c’è una casta. Loro teorizzano, gli “utili idioti” fanno. Tra questi c’ero anch’io. Intanto mi ero trasferito a Milano. Di giorno insegnavo, di notte le riunioni e le prime azioni: un paio di rapine di armi, l’incendio di un’impresa che finanziava il colpo di stato in Cile. Ma, quando sto per incendiare un altro capannone, mi arrestano con in tasca gli appunti della rapina del giorno prima».

Perché non li ha gettati?

«Non ne potevo più: lavoravo, non mangiavo, di notte non dormivo, avevo difficoltà economiche. E soprattutto, ero solo. Per gli altri non esistevo come persona, ero un ingranaggio. Non ricevevo nessuna comprensione. Avevo anche tentato il suicidio. Forse è per quello che non me ne sono liberato».

E dopo l’arresto?

«Tre anni di carcere. Intanto la lotta armata si disgrega. Un movimento di 120 anni in due-tre anni finisce nell’ironia generale. È stato l’inganno più grande della mia vita, però la consapevolezza dello sfruttamento resta un’acquisizione importante. In carcere mi immergo in quella classe povera che avevo difeso senza conoscerla. Me ne faccio portavoce, ma le mie trattative per i detenuti non piacciono. Vengo trasferito in un carcere speciale. Le prime due settimane sono fatte di botte e torture. C’era una violenza incredibile. È il messaggio più diseducativo: come potrei rispettare la legge, se non la rispettate voi? Accumulo una forte rabbia. I compagni fuori si organizzano e nasce il gruppo “Senza galere”, che pubblica le mie lettere».

E quando esce dal carcere?

«Mi ricongiungo agli amici di un tempo. Nascono i Pac. Il clima è cambiato, l’ipotesi rivoluzionaria è sconfitta e se ne sente tutta la frustrazione. Pensavamo: “Non cambieremo il mondo, almeno cambiamo noi”. Comunismo diventa un modo per sottrarsi a un mondo che non ci va. La maggior parte dei compagni è in galera ed è proprio sulle condizioni carcerarie che si concentrano i Pac. Dopo l’omicidio del maresciallo Santoro a Udine, prendo le distanze. Seguono altri omicidi e ferimenti, terminati con l’arresto del gruppo. Capisco che con l’illegalità si finisce male: un’evidenza, prima che una scelta etica. Ma vengo coinvolto in un altro processo. Di nuovo galera: uscirò dopo 12 anni di carcere preventivo».

È il tempo del ripensamento.

«Sì, con alcuni ex compagni nasce la dissociazione. Il movimento si allarga e diviene fondamentale per la fine del terrorismo. È anche un periodo di paura per le continue minacce: temiamo per la vita e ci guardiamo le spalle a vicenda. Constato che chi ci aiuta di più sono i cattolici: don Di Liego della Caritas e soprattutto uno straordinario cappellano, don Luigi Mélesi, vicino a Martini. Riprendo la frequentazione biblica e rileggo i temi della speranza e del perdono dentro la condizione carceraria. È l’elemento più tipico della prigione, dover fare i conti con sé stessi. Pensi: “Forse da qui non esco più ed è per colpa mia”. Sei il tuo nemico. Realizzi il male fatto agli altri. È la condizione di tutta la Scrittura. Ezechiele dice: “Io non voglio che l’empio muoia”. E capisci che davanti a te, qualunque cosa tu abbia fatto, c’è sempre la possibilità di un nuovo progetto».

Quale conseguenze ha questo lavoro interiore?

«Accorgersi che, anche in carcere, l’altro c’è. Rileggo il Samaritano: non c’è mondo dove io non possa farmi prossimo. Il carcere è il primo luogo dove comunicare agli altri il perdono che sperimento. È il compito che mi sono scelto oggi, a tempo pieno».

Giusy Baioni

 

Il monte

Considero Enzo Bianchi uno dei padri della spiritualità contemporanea, una spiritualità che è fortemente incarnata nell’uomo e nell’incontro con il tu di ogni giorno. Nell’ultimo numero di Jesus c’è un interessante approfondimento sul tema del legame tra montagna e spiritualità e uno degli articoli,che posto qui sotto e che potete trovare su http://www.stpauls.it/jesus/default.htm, è proprio scritto dal priore della comunità di Bose

Al Forte di Bard, in Val d’Aosta, si è da poco aperta una prestigiosa mostra internazionale che durerà fino al mese di agosto, dal titolo “Verso l’Alto. L’ascesa come esperienza del sacro”: un percorso fatto di famosissime opere e originali installazioni multimediali che conducono il visitatore a riflettere su un tema antico: quello del rapporto tra le vette e la spiritualità. Perché da sempre l’uomo ha cercato un contatto con il divino attraverso il suo legame con la montagna. E ancora oggi l’esperienza degli alpinisti rivela che la scalata verso la cima può essere uno spazio di contemplazione.

«Sollevo i miei occhi verso i monti / da dove mi verrà l’aiuto?» (Salmo 121,1). Il salmista non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino verso Gerusalemme, il monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione, distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, “si posa” alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il cammino. Quante volte, nell’ascendere verso una vetta fermiamo il passo, apparentemente per riprendere fiato, in realtà per misurarci una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di laghetti alpini…

La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci si protende verso l’al-di-là, l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece, lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di conoscere e a volte, per pura grazia, come san Benedetto poco prima di morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr. Gregorio Magno, Dialoghi II,35). La terra che tanto amiamo è lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese, di radici e di desiderio di spiccare il volo.

Capiamo meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile collina» come il monte Sion celebrato nei Salmi o come il dolce declivio verso il lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua superficie la pace delle beatitudini e lo sciamare delle folle benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non autistica ma aperta al futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra. Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del tempo e del cielo… Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro sentire interiore.

Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai racconti biblici e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjöld, uomo di fede e amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a dilatarsi su quanti ci stanno accanto.

Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore che ha fatto cielo e terra», canta il salmo, dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.

Enzo Bianchi

Clandestini

Su diversi quotidiani delle Venezie di ieri è apparso questo interessante articolo di Ferdinando Camon.

C’è un contrasto netto fra la Cei e il governo, tra Berlusconi e mons. Crociata, tra il rabbino capo di Roma e Maroni, tra il Pd (con importanti eccezioni) e il Pdl-Lega: i temi della discordia sono il respingimento, il pacchetto sicurezza, il diritto di asilo, l’Italia multietnica. Ma sul respingimento c’è un contrasto anche fra D’Alema e Fassino, e questo fa capire quanto la questione sia ambigua e contraddittoria. La Cei afferma che il respingimento di 277 migranti provenienti dalla Libia tradisce diritti fondamentali degli uomini. È vero. Il  ministro degl’Interni risponde che il respingimento è un successo storico, perché l’unico modo per impedire gli sbarchi clandestini è bloccarli sul nascere. È vero anche questo. La maggioranza vuol definire la clandestinità come reato, perché uno Stato con centinaia di migliaia di persone senza permesso di soggiorno, senza lavoro, senza soldi, è incontrollabile. È vero. Stabilendo che la clandestinità è un reato, la maggioranza vorrebbe sostenere che un clandestino non può fruire dei servizi statali, primi fra tutti sanità e scuola: i servizi hanno un costo, il costo si paga con le tasse, il clandestino che non paga tasse non può goderne. Provate ad andare in America senza assicurazione: se vi ammalate, vi buttano fuori dall’ospedale nudi. Abbiamo già osservato qui che questo ragionamento ha una conseguenza: se un malato è clandestino, il primo dovere del medico è denunciarlo, altrimenti diventa complice di un reato. Il medico è al servizio dello Stato. I medici oppongono un’altra concezione: il medico è al servizio dell’uomo, suo dovere è curare chi sta male, chiunque sia, anche un bandito. Quindi niente-medici-spia. Come i medici-spia sono i prèsidi-spia: se la clandestinità è un reato, i prèsidi non possono accettare l’iscrizione di bambini clandestini. La Lega afferma che accettarli a scuola vuol dire rendere permanente la presenza dei clandestini, ancorarli al nostro territorio. E’ vero, è così. I prèsidi (e con loro il presidente della Camera, Gianfranco Fini) sostengono però che ammettere a scuola i figli dei clandestini è come ricoverare in ospedale i clandestini malati: l’istruzione è un bene primario come la salute. È vero, è un ragionamento giusto e nobile. D’Alema definisce “barbara” l’etica da cui nasce il pacchetto di sicurezza, ma Fassino, parlando del respingimento, che di questa etica è l’atto più crudele, dichiara che “non è uno scandalo”, e aggiunge: “in passato l’abbiamo fatto anche noi, quando eravamo al governo”. Domanda: come sono possibili questi differenti e opposti punti di vista? Tra un vescovo e l’altro, tra un partito e l’altro, tra una parte e le altre della maggioranza e dell’opposizione? Sui problemi dei clandestini e dell’ospitalità non c’è crisi di un partito o di uno schieramento, ma del nostro diritto. È il nostro diritto che non riesce a capire e valutare questi problemi, perché il nostro diritto è il risultato della nostra storia, mentre questi problemi sono il risultato di altre storie. L’immigrazione dall’est (Albania, Romania…) è il risultato del fallimento del comunismo: un sistema che è durato a lungo, ed era costruito contro di noi, è fallito, e scarica il suo fallimento su di noi, facendone un nostro problema. L’immigrazione dal sud del Mediterraneo è il risultato del fallimento di quegli stati, nessuno dei quali è arrivato alla democrazia, alla creazione del progresso e alla spartizione del progresso. E quegli Stati scaricano i loro problemi su di noi, trasformandoli in nostri problemi. L’accoglienza di chi viene dalla fame, dall’ignoranza, dalle guerre e dalle epidemie, è un dovere umano prima che giuridico. Ma sull’orlo del Sahara ci sono 20 milioni di disperati, pronti a trascinarsi verso Libia e Tunisia per tentare la traversata verso l’Italia e l’Europa. Siamo chiusi in una morsa: 1) dobbiamo salvarli, 2) non ce la faremo mai.

I “nuovi” Depeche

Dimensioni Nuove (www.dimensioni.org) è una rivista a cui sono abbonato da quando ero in IV liceo e che quindi mi ha accompagnato nel mio percorso di animatore prima e di insegnante poi. Non tratta di musica, ma molto spesso pubblica degli articoli interessanti, come quello che vi posto di Claudio Facchetti sull’ultima fatica dei Depeche Mode.

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DEPECHE MODE, IL SUONO ELETTRONICO DELL’UNIVERSO di Claudio Facchetti

A quattro anni di distanza dall’ultimo album ritorna in azione la band inglese. Con un ottimo disco che mischia electro pop, soul e suoni vintage. E un ambizioso tour negli stadi.

Forse, quando hanno iniziato nel 1980, i Depeche Mode non pensavano neanche loro che sarebbero diventati così famosi, al punto che la tournée mondiale in programma quest’anno da maggio si svolgerà negli stadi. Ancor più considerando il genere che da sempre frequentano, un electro pop venato talvolta di dark, costruito principalmente sulle architetture dei synth, che però ha fatto breccia nel pubblico e mantenuto, anzi aumentato, il loro successo in quasi trent’anni di onorata carriera.

Carriera che, seppur baciata da una costante popolarità, ha avuto i suoi momenti di bufera, con qualche cambio di formazione lungo il cammino e il momento difficile passato dal carismatico cantante Dave Gahan, culminato nel 1995 con il suo tentato suicidio dopo gli eccessi per droga.

Una pagina della storia dei Depeche Mode che poteva diventare buia e che per fortuna si è risolta invece con il pieno recupero di Gahan dopo una lunga cura riabilitativa. Tornato insieme agli amici di sempre, Martin Gore e Andy Fletcher, la macchina della band si è rimessa in moto per non fermarsi più.

Oggi, con alle spalle oltre 75 milioni di album venduti, i Depeche Mode aggiungono un altro brillante tassello alla loro ricca discografia con il nuovo Sound of the Universe, tredici brani spruzzati qui e là di sonorità industrial e vintage. Canzoni scritte per la maggior parte, come al solito, da Gore, con l’aggiunta della firma di Gahan, accreditato solo di recente come compositore, che formano un disco ampiamente sopra una spanna rispetto a ciò che passa abitualmente il mercato. La conferma che il trio inglese è in salute e pronto a continuare il suo viaggio nella musica, ieri come oggi. Alla faccia anche del nome che portano, Depeche Mode, che in francese vuol dire “moda veloce”.

Sono passati quattro anni dal vostro ultimo disco, Playing the angel. Perché questa lunga attesa?

Andy: Non siamo stati completamente inattivi. Abbiamo fatto un tour nel mondo sull’onda del successo di Playing the angel, per poi prenderci un po’ di riposo. Nel frattempo Dave ha realizzato il suo primo album da solista, che ha avuto ottimi riscontri di vendita, mentre Martin ha approfittato della pausa per comporre nuove canzoni. Alla fine dell’anno scorso, ci siamo ritrovati per mettere a punto questo progetto.

È stato complicato realizzare il nuovo album?

Dave: È filato via tutto con molta naturalezza, senza grandi problemi. Quasi tutti i brani hanno preso subito il volto che volevamo dare loro. Siamo molto orgogliosi del risultato ottenuto con Sound of the Universe.

Quanto c’è del vostro passato e quali sono gli elementi di novità presenti nelle canzoni?

Martin: Dopo molti anni di lavoro, sappiamo di avere un nostro codice espressivo ben preciso, un suono riconoscibile, a cui si aggiunge la caratteristica voce di Dave. Sono senza dubbio una specie di nostra “firma”, tuttavia in ogni disco cerchiamo di trovare soluzioni diverse rispetto a ciò che abbiamo finora fatto, di dare un volto contemporaneo ai pezzi.

Nel dare questo volto, a cosa vi siete ispirati?

Martin: Musicalmente è un album molto variegato, dove ci puoi trovare anche del soul e dello spiritual, ovviamente filtrati con la nostra sensibilità, mentre nei testi si parla di fede e redenzione. Sono comunque processi naturali, che nascono al momento dell’incisione, come certe sonorità scaturite dall’utilizzo di una serie di tastiere e chitarre vintage che ho scovato e comprato su eBay per dare un suono più caldo ai brani.

Nel disco precedente, Gahan aveva esordito come autore. E anche in questo ci sono sue composizioni. Sei stato dunque “promosso”?

Dave: Non è questo il problema. Semplicemente, oggi mi viene naturale scrivere anche per la band. Nel realizzare questo album non ci sono stati problemi o differenze nel lavorare sui miei pezzi o quelli di Martin, tutto è maturato in uno spirito di forte collaborazione. Lui ha fatto un lavoro straordinario per il disco e mi ha aiutato molto nell’arrangiare le mie canzoni. È stato sorprendente riascoltarle dopo i suoi interventi, apprezzarne i cambiamenti rispetto alla stesura iniziale.

Allora si può dire che il gruppo ha un altro autore “abile e arruolato”.

Dave: Non posso assolutamente paragonarmi a Martin come autore, anche solo per la quantità e qualità di composizioni che sforna e ha sfornato. Per il momento, mi sento come una buona riserva in panchina, pronto a entrare in campo quando serve. Non sono più, insomma, nello spogliatoio o in tribuna.

Il mercato della musica è in continua evoluzione, oltre che in crisi. Con quali prospettive i Depeche Mode affrontano questi cambiamenti?

Andy: In effetti, ogni volta che pubblichiamo un album troviamo una situazione diversa dalla precedente, ed è difficile da interpretare. Mi sembra ci sia una certa ripresa da parte delle case discografiche, che stanno risolvendo i problemi per il download selvaggio. Per quanto ci riguarda, abbiamo preso in considerazione varie possibilità per l’uscita del disco, compresa quella di gestirci in modo indipendente. Poi, per questo disco, ci siamo intesi ancora con la nostra etichetta, la EMI, che ha fatto un lavoro eccellente con i Coldplay.

Da anni affidate la vostra immagine al celebre fotografo e regista Anton Corbjin. Anche per questo progetto ha lavorato con voi?

Martin: Sì, ha realizzato le foto per la copertina e curato l’allestimento del tour: è lui che ha lavorato alle luci, alla scenografia e agli effetti visivi del palco. Con Anton, c’è ormai un rapporto fraterno e riesce sempre a capire le nostre esigenze.

Per questo tour suonate per la prima volta negli stadi. Non pensate che il vostro tipo di musica sia poco adatta a spazi così grandi?

Dave: È un’idea sorpassata pensare che solo le rock band possano suonare negli stadi. Per esempio, Madonna fa pop eppure offre un ottimo show. Quindi siamo convinti che anche una band come la nostra possa realizzare un concerto coinvolgente. D’altra parte, alcuni anni fa abbiamo già felicemente sperimentato l’esperienza esibendoci allo stadio di Pasadena, negli USA: tutti ci sconsigliavano di farlo, poi è stato un trionfo. Tuttavia, sappiamo che non è facile mettere in piedi uno spettacolo di queste dimensioni, è una sfida anche per noi, ma pensiamo di vincerla.

La spiritualità di Vecchioni

di-rabbia-e-di-stelle-1.jpgSto studiando i testi dell’ultimo album di Roberto Vecchioni uscito da qualche mese: Di rabbia e di stelle. Intanto posto un’intervista rilasciata ad Antonio Lodetti de Il Giornale

C’è modo e modo di uscire da un annus horribilis di sofferenze personali e familiari. Roberto Vecchioni ne è uscito con lo slancio e la carica di un ragazzino, rivendicando «la ricerca di un nuovo umanesimo» nell’album “Di rabbia e di stelle”, e trovando una nuova via attraverso la riscoperta di Dio e della spiritualità. «Non esiste la casualità. La vita mi ha convinto che nulla avviene per caso, Dio è il grande regista dell’universo e delle nostre vite», dice il cantautore, che si mette in gioco in una nuova veste lirico sinfonica con lo spettacolo In-cantus. Suoni dell’anima tra poesia e musica, cantando brani di Ciaikovskij, Händel, Rachmaninov, lo Stabat mater di Jacopone da Todi, suoi brani a sfondo religioso e molte poesie accompagnato dagli archi del Nu-Ork String Quartet.

«A 60 anni ho riscoperto la spiritualità. Ho superato la rabbia e lo sconforto sapendo che ci si può salvare con la forza dell’amore. Mi sento come un bambino perché fra l’altro ho scoperto quella che io chiamo la saggezza del canto».

La sua in pratica è una riscoperta della fede.

«Sì, sono un credente e un cristiano che però usa anche l’intelletto. Quindi la mia fede è lacerata e al tempo stesso rafforzata dai dubbi. Mi piace questa non certezza, ma la scoperta di mille possibili speranze e verità».

Di solito l’incertezza fa paura.

«No, anzi. La certezza è la fine della speranza, è la domenica sera. Io ho il gusto della ricerca, del viaggio che non finisce mai alla ricerca di Dio e delle sue manifestazioni che ognuno è libero di interpretare a modo suo. Amo indagare nei meandri dello spirito per illudermi di scoprire l’ignoto».

Eppure nell’album di Rabbia e di stelle c’è molta rabbia?

«È la rabbia della vitalità. Non è la rabbia degli operai degli anni Sessanta, è la rabbia dello sconforto che si supera con la convinzione che bisogna guardare in altre direzioni per salvarsi».

Negli anni ’70 per voi cantautori era quasi blasfemo parlare di Dio.

«Sì, era un periodo di presunto illuminismo; si veniva da una grande repressione dei sentimenti, si scopriva la libertà di fare tante cose fino ad allora proibite. Del resto qualche degenerazione è normale nei movimenti epocali, e il ’68 lo è stato, anche se l’Italia è arrivata dopo l’America e la Francia. Il Futurismo è stato l’unico movimento autenticamente italiano».

Quindi s’è dedicato a uno spettacolo «alto» e impegnativo.

«Parlo di Dio e del Natale riflettendo e anche un po’ giocando. L’ho anche un po’ alleggerito, aggiungendo brani popolari come Vissi d’arte di Puccini, e alcuni brani che trattano del mio rapporto con Dio come Le rose blu, Blumun, Sogna ragazzo sogna. È una grande sfida per me: ho scritto un testo sul Concerto n. 2 in do minore di Rachmaninov, eseguo arie di Händel, lo Stabat mater di Jacopone, Vissi d’arte di Puccini, Jingle Bells e Tannenbaum in versione jazz. Il tutto inframmezzato da testi di Papa Giovanni e Madre Teresa, Gandhi e poesie come Ode alla pace di Neruda, Borges, Gassman. Insomma un incontro tra parole e musica che testimoni l’amore e la pace. Io farò da tramite portando le mie canzoni, le arie sacre, le poesie al pubblico».

Un lavoro complesso.

«Faticoso fisicamente perché saranno cinque serate consecutive. Poi con la musica sinfonica non posso sbagliare o prendere le licenze che uso nel pop».

La sua voce sarà messa a dura prova.

«Cercherò di fumare meno sigarette; del resto penso che nessuno si aspetti che io canti come Pavarotti; l’importante è commuovere che non significa piangere ma godere delle stesse emozioni».

Sarà che lei è professore, ma il suo percorso è sempre più colto.

«A questo ho sempre tenuto moltissimo. Non ho mai scritto canzonette tanto per farle, il mio è un modo di studiare l’animo umano e non me ne frega niente di quanto un mio disco possa vendere o no. Però ho sempre cercato di separare il mondo della canzone da quello dell’insegnamento. Non vorrei mai che un mio brano suonasse troppo accademico. Prendo spunto dai sentimenti e dalla vita di tutti i giorni».

La differenza tra i cantautori della sua generazione e quelli di oggi?

«Le nostre canzoni dovevano avere tante parole, ogni brano era un romanzo, si cercava il messaggio a tutti i costi. Oggi i cantautori sintetizzano i sentimenti cantando tutto, dal cinismo all’indifferenza».

Meglio quelli di ieri?

«Ciò che manca oggi è la letterarietà. I testi di De André, Guccini, De Gregori sono veri e propri pezzi di letteratura».

Oggi molti cantautori si fanno sedurre dai duetti.

«C’è duetto e duetto. Anch’io lo farei un duetto con Guccini. Oppure ci sono quelli di Ornella Vanoni, bellissimi e intensi cui è permesso tutto, primo perché è una grandissima cantante e interprete in grado di dominare qualsiasi brano, poi perché non è una cantautrice».

Quando rivedremo il Vecchioni cantautore?

«A gennaio, vorrei portare In-cantus a Milano, sarebbe bello organizzare il concerto nel Duomo: voglio provarci. Poi sto scrivendo il mio romanzo, molto complesso e lento da costruire perché richiede approfondite ricerche storiche. Per un po’ dunque niente musica».

Jesus Christ Superstar

Mi scuso per il lungo silenzio, ma avevo bisogno di tirare il fiato. Allora, visto che in diverse classi abbiamo visto Jesus Christ Superstar vi posto sul collegamento qui sotto alcuni posibili commenti presi da vari autori. Per chi fosse interessato dispongo anche dei 2 CD con la colonna sonora.

JESUS CHRIST SUPERSTAR

film di Norman Jewison, 1973, USA, musical teatrale, di A. Lloyd Webber (musiche) e Tim Rice (parole), 1970, Londra

SCHEDA FILMICA liberamente tratta da più autori

Raccomandabile ma difficile è questo musical che porta sullo schermo la figura del Cristo dei Vangeli con i moduli espressivi della musica rock del regista di origine canadese (nato a Toronto 1926) ma che ha lavorato in America per il cinema e la televisione.

Origine: Stati Uniti

Genere: Dramma musicale

Produz.: Norman Jewison, Robert Stigwood

Regia: Norman Jewison

Interpr.: Ted Neeley, Carl Anderson, Yvonne Elliman, Barry Dennen Bod Bingram, Larry T. Marshall. Joshua Mostel, Kurt Yaghjan, Phili Toubus

Sogg. e scenegg.: Melvin Bragg, Norman Jewison tratto dal Rock opera «Jesus Christ Superstar» di Tim Rice

Fotografia (Cinescope, technicolor): Douglas Slocombe

Musica: Andrew Lloyd Webber

Durata: 105′

Distribuz.: C.l.C.

L’OPERA ROCK

Le opere rock sono un fenomeno tipico della cultura teatrale soprattutto americana degli anni Settanta, periodo in cui vivono il loro massimo, trasgressivo splendore. La loro denominazione significa che la storia è sì cantata in ogni sua parte, ma su musica rigorosamente rock. Il consenso clamoroso a questo genere di spettacolo contribuisce in maniera determinante alla sopravvivenza della commedia musicale, i cui fasti languono alla metà degli anni Cinquanta. L’epoca moderna, così ricca di anticonformismi e di attualità, non avrebbe mai potuto favorire uno spettacolo sofisticato, inverosimile, all’insegna della più totale evasione dalla realtà. La diffusione inesorabile della musica rock durante gli anni Sessanta e in seguito di quella pop nel corso degli anni Settanta apportano nuova linfa al musical, altrimenti destinato a scomparire. Il predominio della musica caratterizza fortemente questo tipo di performance e, conseguentemente, ampio spazio è dedicato alla danza e al canto piuttosto che alla narrazione fondata sulla recitazione. I temi principali di queste messinscene teatrali (adattate anche al cinema) riguardano solo parzialmente grandi questioni storiche, religiose, morali. Sono soprattutto le trasposizioni teatrali e cinematografiche dei fenomeni di costume come la droga e il pacifismo ad attirare l’attenzione di una parte speciale di pubblico, cioè i giovani. Alle porte degli anni Ottanta, poi, le ultime novità tematiche trattano di guerra, di fantasie fantascientifiche e di stranezze dell’orrore. Jesus Christ Superstar è una delle opere rock più famose degli anni Settanta: essa appartiene ad una gloriosa, lunga lista di creazioni teatrali di un celeberrimo duo inglese, Sir Andrew Lloyd Webber (autore delle musiche) e Tim Rice (paroliere). Purtroppo, l’adattamento cinematografico del regista Norman Jewison del 1973 – la pellicola arriva in Italia solo nel 1974 – è causa della massima diffusione dell’opera, diventando la versione maggiormente conosciuta grazie alla grande distribuzione commerciale nei cinema di tutto il mondo. Infatti, è pressoché sconosciuta la curiosa genesi dell’opera, tutt’altro che destinata a Broadway o Hollywood. I due ventenni inglesi compongono i primi due brani musicali (il singolo Superstar e il pezzo strumentale John 9,41) di quella che diventerà una famosa colonna sonora già nel 1969. Il successo che arride a Webber e Rice negli Stati Uniti con questi due brani isolati (in Gran Bretagna non si raccolgono particolari consensi) spinge la casa discografica MCA ad investire su un album doppio, la cui lavorazione si protrae dal marzo al luglio del 1970. Un’orchestra sinfonica di ottantacinque membri sostiene ben sessanta sessioni per dar luce al long playing più venduto negli Stati Uniti nel 1971. Un dato indubbiamente sorprendente è che la presentazione dell’album a New York avviene nella chiesa di S. Peter, nell’ottobre del 1970, dando così inizio ad una fortunatissima tournée all’interno dei luoghi di culto di molti stati dell’Unione. Dopo quest’avventura puramente musicale, ecco che un produttore teatrale all’avanguardia come Robert Stigwood ne trae uno spettacolo teatrale che va in scena a Broadway, al Mark Hellinger, nell’ottobre del 1971. Soltanto l’anno dopo Jesus Christ Superstar approda in Europa, a Londra, giungendo a superare nel 1978 il record di performances nella storia del teatro inglese dopo 0liver Twist.

VALUTAZIONE CRITICA GLOBALE

Prescindendo dalla sua particolare forma, questa pellicola potrebbe scandalizzare per il modo sbrigliato di riferirsi alla teologia e per il disegno aggressivo e apparentemente irriverente del Redentore e delle altre figure evangeliche. E’ indispensabile, per una sua obiettiva valutazione, analizzarla tenendo conto della sua particolare configurazione artistica: un moderno dramma musicale che si esprime con tutti i mezzi propri del linguaggio teatrale e cinematografico. Il valore dialettico è quasi sempre nascosto nei simbolismi delle immagini sia per il montaggio interno (= analogie o antitesi fra persone diverse, tra persona e scenografia, per cui, ad esempio, la figura umana del Cristo viene sublimata dalla sua emergenza rispetto alle civiltà tramontate o alla natura fantasticamente spettrale), sia per il montaggio esterno (= evoluzione tra quadri, scene e sequenze, per cui, ad esempio, le indelicate fantasie della Maddalena peccatrice trovano positiva risposta nelle reazioni della stessa, una volta redenta). L’efficacia drammatica, a momenti effettistica e violenta, è affidata tanto alla musica quanto alle interpretazioni e alle risorse ricavate dall’ insieme dell’opera. La figura del Cristo non vuole essere, e non è, né quella della storia, né quella dei Vangeli; è invece la figura umana e fortemente contrastata che gli autori raccolgono nel contesto dell’umanità odierna variamente rappresentata, anche se con preferenza per quella giovanile. Su questa imponente e misteriosa immagine, essi non esprimono giudizi definitivi, anche se, nelle canzoni e nella struttura narrativa a volte richiamano atteggiamenti rapportabili a determinate matrici: es. la rivendicazione di un Giuda “strumento provvidenziale”, o la presentazione di un Cristo umanamente perplesso circa la propria missione. In definitiva, gli autori – rivolgendosi più al cuore degli spettatori che alla loro mente – invitano a contemplare il Cristo; a meditare sul fatto del suo permanere perenne, sul suo suscitare entusiasmi e ripulse, lasciando a ciascuno di trarre giudizi e deduzioni pratiche di cui neppure propongono le direzioni. Una tale fisionomia di spettacolo di fantasia religiosa è esaltante e stimolante, anche per la ricchezza artistica del lavoro, merita perciò una raccomandazione, ma esige, tuttavia, accostamento avveduto e cosciente. Gesù si occupa disinteressatamente degli altri fino alla morte; al tempo stesso, con la propria parola e le proprie azioni, si eleva al di sopra di tutti: segno di ammirazione per alcuni, segno di contraddizione per altri. «Jesus Christ Superstar è la storia degli ultimi giorni di Cristo sulla Terra secondo canoni non ortodossi, ovvero vicini ad una sensibilità di tipo calvinista. La matrice clamorosamente hippy resa ancora più evidente dagli accessori e dall’abbigliamento indossati dagli attori-cantanti è marcatamente presente nel film di Jewison. Questi, infatti, ha trasformato l’idea originale dei due autori rigorosamente fedele alla tradizione naturalistica del teatro inglese, in una commedia musicale dove l’eternità dei temi e l’attualità dei giovani pacifisti dell’epoca si fondono. Mentre sulle tavole del palcoscenico Webber e Rice rispettano l’ambientazione e i costumi dell’antica Palestina, Norman Jewison confeziona un prodotto modellato sulla gioventù scanzonata e ribelle degli anni Settanta, quasi si trattasse di ricreare l’atmosfera di uno psichedelico raduno rock. Invano gli autori si opposero alla distribuzione del film che non proponeva affatto come grande forza emotiva quella unicamente suscitata dai testi delle canzoni: alla fine il colorato cast del film e le coreografie impressionano maggiormente lo spettatore di quanto non riescano a fare certe partiture. Le figure principali della storia di Gesù Superstar (è utilissimo distinguere subito il Messia da questa versione profana e immanentista) sono innanzitutto Giuda (un uomo nero, vestito di rosso) e Maria Maddalena. I Dodici prescelti restano anonimi, eccetto Simone Zelota e Pietro. Caifa ed Anna sono i due leaders della casta sacerdotale, distinguendosi per la spietatezza e la furbizia. Re Erode è una figura abbastanza fedele alla fama di cortigiano a noi tramandata. Nel caso di Ponzio Pilato abbiamo un tentativo di riabilitazione perfettamente riuscito, come per il personaggio di Giuda: entrambi sono vittime di un disegno divino che cercano di sovvertire fin dall’inizio. Quello di Gesù Superstar è un mondo di giovani alla ricerca dell’amore universale: essi sono l’unica famiglia che viene concessa a Gesù. La famiglia di origine del Maestro è un tema totalmente ignorato: la Madre di Gesù non compare e l’unica menzione a Giuseppe il falegname viene fatta da Giuda. La sola voce di donna è quella di Maddalena, la donna perduta e riscattata da Gesù, segretamente turbata dai sentimenti di devozione e di protezione che lo stesso provoca in lei. Gli ultimi giorni di Gesù Superstar prima del martirio e della crocifissione sono caratterizzati da profonde crisi di paura: egli non riesce ad accettare l’idea del sacrificio e l’abbandono di una vita normale desiderata da pressoché tutti i personaggi. Gesù Superstar soffre terribilmente del tradimento di Giuda e del suo suicidio, egli si sente ferito dal comportamento di Pietro e dalla generale indolenza dei suoi seguaci. Purtroppo il popolo di Gerusalemme è interessato ad un leader politico che conduca la Palestina verso un futuro di libertà dall’oppressione romana, quindi tutte le parole d’amore e di fratellanza predicate da Gesù cadono nel vuoto. In quest’opera non viene fatto mai alcun cenno alla vita eterna. Lo stesso presunto Figlio di Dio combatte disperatamente per rimanere fra i suoi simili. C’è una grande solitudine che aleggia su tutti i protagonisti, non c’è alcuna prospettiva che renda l’uomo qualcosa di più che un mammifero uguale a se stesso da duemila anni a oggi. Così, alla fine, non restano che l’omicidio di un falso profeta e il suicidio di un delatore di dubbia fama. Ogni personaggio vive isolatamente ed egoisticamente un’avventura di libertà finalizzata a scopi terreni, nessuno vuole guardare oltre i bisogni e le ambizioni umane. L’immagine finale del Gòlgota con una sola croce che vi troneggia mentre la comitiva di attori sale sul bus che li ha accompagnati nel deserto per recitare nell’ouverture, lascia lo spettatore nell’impotenza e nella perplessità. Sembra un sacrificio inutile, quello dell’ennesimo profeta, lasciato solo ad affrontare una morte atroce. Non c’è alcuna speranza per i diseredati e gli oppressi della Terra, non c’è gloria per colui che ha creduto negli uomini più del necessario. Una storia che comincia e finisce in terra di Palestina, nulla di ultraterreno, nulla che offra asilo a tante anime mediocri e sofferenti. (Monica Donato)

I PERSONAGGI

La figura del Cristo

Sotto l’aspetto narrativo Jesus Christ Superstar si concentra sull’ultima settimana di vita di Gesù, ripercorrendone gli episodi principali esposti nei Vangeli: dall’ingresso trionfale a Gerusalemme alla morte sulla croce. Sottolinea quel che avvenne nel gruppo che seguiva il Maestro, le preoccupazioni del Sinedrio, la passione e morte di Gesù. Particolare risalto conferisce alle persone. Mostra due gruppi corali: i discepoli di Gesù e il Sinedrio, e Lui, il grande protagonista. Accanto a Lui, due personalità antitetiche: Giuda e la Maddalena. E poi una gran folla di personaggi, più o meno importanti. Assente Maria, madre di Gesù, che i Vangeli ricordano ai piedi della croce e che ha tanto rilievo nella tradizione cristiana. Il film cerca di sottolineare, spesso con elementi simbolici, certe caratteristiche esclusive di Gesù «superstar». Dopo la sua incarcerazione – in uno dei brani più espressivi e significativi del film – gli intimi di Gesù parlano con la sua «ombra»: la Maddalena chiede conforto e sicurezza; Pietro dice: «Fermati!»; il coro degli apostoli e dei discepoli implora. Ma Gesù è lontano e s’allontana sempre di più: dovranno sapere misurarsi col proprio desiderio di Lui e col significato della sua presenza nella loro vita. Gesù è un uomo «superiore». Dopo la condanna a morte viene rivestito della tunica. E’ di spalle; si gira su se stesso: appare rinnovato. Una croce luminosa scende dal cielo sull’anfiteatro, e trasporta Giuda che vi sta aggrappato. Giunto a terra inizia un canto frenetico rivolto al Cristo, che sempre più splendente osserva la scena. Gesù è uomo di luce. E la croce lo svela in pieno. Inchiodato, Gesù è sollevato nel sole. Mentre spira, scoppia un fulgore abbagliante. Ma anche in altre occasioni il suo volto è illuminato; spesso in contro luce, come se fosse abbagliato lo spettatore.

Maria Maddalena e Giuda

Sono rari i momenti, nel film, in cui Gesù è solo; abitualmente è con gli altri o in rapporto dialettico con loro. Giuda e la Maddalena spiccano su tutti. Essi rappresentano le due anime (razionalistica e fideistica) dei discepoli di Gesù e, al tempo stesso, quasi una doppia coscienza del Salvatore. Cercano di capire Gesù e cercano anche di forzare le barriere della sua personalità, tentando quasi di sostituirsi alla sua volontà quando sembra loro che Egli rallenti troppo il ritmo delle proprie decisioni. La differenza sta nel fatto che la Maddalena mette a prova l’umanità di Gesù, Giuda ne mette a prova la missione. La Maddalena si appoggia a Gesù e lo vorrebbe quasi tutto per sé; Giuda vuole stanarlo e costringerlo a imporsi alle autorità e al popolo. C’è da notare che, per tutto il film, Giuda e la Maddalena fanno da contrappunto a Gesù. Ma nell’epilogo sembrano quasi trasformarsi nella coscienza o, almeno, nello sguardo dello spettatore: dopo la «rappresentazione» la troupe risale sul pullman; la Maddalena si volta a guardare verso il Golgota. Giuda pure si volta a guardare verso il Golgota, come se qualcosa fosse davvero successo o si fosse rinnovato, e non solo rappresentato. Nei riguardi di Gesù la Maddalena è confortatrice e consolatrice, anche quando non capisce i suoi moventi o le sue azioni, é onnipresente accanto a Lui. Gli asciuga il volto, lo accudisce e lo unge d’unguento; gli sta a lato nell’osanna festante; lo addormenta e lo veglia; è prostrata ai piedi della croce. Inoltre, narrativamente e tematicamente, la figura di Maria Maddalena è bilanciata da quella di Giuda, vero e proprio antagonista di Gesù. Giuda ha, fin dall’inizio del film, un proprio spazio esclusivo e determinante. Si autopresenta come interlocutore privilegiato del Maestro, convinto d’esser l’unico ad averlo capito e di essere il suo braccio destro. Ma è scandalizzato perchè Gesù non si comporta come lui vorrebbe (subendo le attenzioni della Maddalena e il faticoso assedio di bambini e adulti) e perché s’è lasciato prender la mano dagli avvenimenti e dall’entusiasmo degli ingenui. Perciò è perplesso alla cacciata dei mercanti dal tempio e, all’ultima cena, gli grida: «Ti ammiravo, ora ti disprezzo!». Per costringerlo a rientrare in sé, lo tradisce: così sarà obbligato a prender posizione pubblicamente e definitivamente come un vero capo. Gesù, che sembra accettare le attenzioni della Maddalena con la condiscendenza dell’uomo superiore, ribatte invece colpo su colpo a Giuda: lo accetta come interlocutore. Qualche volta gli risponde seccamente; un’altra volta lo invita alla speranza, lo carezza e gli stringe la mano (le due mani strette, mostrate sullo schermo in primo piano, sottolineano l’unione dei destini di Giuda e di Gesù). All’ultima cena lo affronta apertamente e poi cerca di trattenerlo. E’ uno spirito tormentato, Giuda. Esprime gli stessi dubbi della Maddalena riguardo a Gesù: è solo un uomo? Però, mentre la Maddalena si interroga: «come l’amo?», lui si chiede se Gesù l’ama. Dopo il tradimento Giuda si pente e s’impicca. Segue, sullo schermo, un silenzio rispettoso che sembra una muta risposta all’interrogativo del traditore a Dio: «Perché hai scelto me per eseguire i tuoi piani?». Anche dopo morto, benché pacificato (è vestito di bianco, segno del rinnovamento operato in lui dal suo pentimento e dall’imminente sacrificio del Salvatore), chiede a Gesù il significato delle sue parole e delle sue promesse. Altri sensi e altri simboli si possono identificare nella stessa immagine “fisica” di Giuda. Lui è nero, mentre Gesù è biondo. Un contrasto romantico, simbolizzante il contrasto delle personalità: l’uno tenebre l’altro luce, l’uno morte l’altro vita. Ma, a livello della tematica della salvezza, Giuda è l’emblema di tutti gli oppressi («neri») e di tutti coloro che anelano alla salvezza ma non la trovano, perché non sanno cercarla. E’ questa l’interpretazione specifica attribuita dal film alla figura di Giuda.

Gli altri personaggi

Degli altri personaggi, alcuni si confondono – chi più chi meno – nell’anonimato dei gruppi, altri assolvono un compito nei confronti di Gesù. Fra questi ultimi: Caifa, Pilato, Erode. Essi agiscono parte in proprio e parte in contrappunto col gruppo che rappresentano: Caifa e il Sinedrio, Pilato e i soldati romani, Erode e la sua corte. Caifa è l’unico ad aver le idee chiare su Gesù e ad aver coscienza del pericolo che rappresenta: non possiamo lasciarlo libero, per il bene del paese deve morire. Il Sinedrio, pieno di paure e di preoccupazioni per il proprio potere, segue pedissequamente Caifa. Gesù dà importanza al personaggio Caifa. All’ingresso a Gerusalemme gli fa notare l’incoercibilità del trionfo. E nell’interrogatorio supremo gli tiene testa. Come dà importanza pure a Pilato, un personaggio moralmente piuttosto squallido, nella rappresentazione del film. Pilato esprime, fin dal primo apparire, perplessità su Gesù. Ne uscirà fuori non con una decisione ma con l’aggirare il problema attraverso l’ironia: nei riguardi di Gesù, del Sinedrio, di Erode. Ma quando dovrà affrontarlo, nonostante tutto, se ne laverà le mani. Non sapendo cavarsela di fronte alle minacce e alle richieste del popolo, passa dall’ironia alla rabbia impotente che scarica sull’indifeso Gesù: «Muori se vuoi morire, martire fuorviato, innocente fantoccio!». Sulla sua ironia, nata dalla paura e non da un superiore senso di sicurezza, è passata invano la parola chiarificatrice di Gesù che parlava di verità e di autorità proveniente dall’alto. Più meditativa la moglie che avverte qualcosa d’insolito nel personaggio Gesù, in linea con quanto appare di lei nei Vangeli. Mentre vengono forzati un po’ i Vangeli nella rappresentazione di Erode e della sua ambigua e folcloristica corte. Un Erode da operetta che sembra uscito da uno spettacolo parodistico di Paolo Poli. Si vuol divertire a spese del «giocoliere» Gesù e sghignazza sadicamente alla flagellazione. Al suo silenzio s’infuria – Gesù lo ricusa come interlocutore – e lo caccia istericamente: «Vattene dalla mia vita!». Ma così risulta una figura un po’ pleonastica o solo coreografica, essendo quasi completamente assente l’ambivalenza della sua psicologia così bene illustrata dai Vangeli (ammira Giovanni Battista e lo fa uccidere, teme Gesù e lo irride, vuol essere autonomo ed è succube di Roma). C’è da aggiungere che il clima farsesco che emana dal personaggio e dal suo contorno stona un po’ col tono abituale del film. Gli apostoli non hanno una parte molto attiva nella vicenda. Spiccano sugli altri Pietro, al cui rinnegamento viene dato un certo spazio, e Simone lo Zelota che fa balenare agli occhi di Gesù suadenti tentazioni di riscatto politico. Anche sugli apostoli, Gesù esprime perplessità e dubbi. Non è sicuro della loro comprensione e della tenuta della loro fedeltà e del loro ricordo. Ma affronterà ugualmente la morte: loro e gli altri capiranno in seguito.

VALUTAZIONE ETICO-SOCIALE

Il Gesù di Jesus Christ Superstar non è esattamente il Gesù dei Vangeli. I quattro evangelisti annunziano lo stesso Cristo, ma ognuno in modo diverso. Il Gesù dei Vangeli:

Marco sottolinea la concretezza della vicenda umana di Gesù nelle componenti di povertà, di nascondimento, di sofferenza.

Matteo ricorda l’attesa nel Vecchio Testamento di un intervento di Dio tra gli uomini che instaurasse definitivamente la sua sovranità salvifica sul mondo: in Gesù questo regno è venuto tra noi, si è fatto vicino; nella Chiesa si realizza e cresce fino al suo compimento.

Luca identifica in Gesù, Figlio di Dio, «il Signore» di tutta la storia il Salvatore di tutti gli uomini; non però col dominio trionfante ma con la passione e la morte; e Dio Padre lo porrà alla sua destra.

Giovanni testimonia che Gesù è colui nel quale si compiono tutte le promesse e le attese antico testamentarie, colui dal quale soltanto può dipendere la salvezza del mondo, perchè Figlio inviato dal Padre: i «segni e le opere» di Gesù nella vita pubblica preludono alla sua passione – glorificazione.

In Jesus Christ Superstar manca qualunque accenno al compimento delle promesse di Dio nell’Antico Testamento e a quelle caratteristiche che vengono assegnate al Messia: re, profeta, sacerdote. E la sua fedeltà ai Vangeli è piuttosto materiale ed esteriore, anche se sufficiente (salvo certe omissioni, come Maria madre di Gesù e i miracoli, e certe parafrasi banalizzanti delle parole e dei personaggi). Comunque, anche se appare una «laicizzazione» dei Vangeli, Jesus Christ Superstar contiene elementi significativi che collocano Gesù e il suo messaggio in una dimensione super. Il messaggio di Gesù è un messaggio d’amore, di fraternità, di convivenza comunitaria, di dedizione; lo si vede dalle sue parole e dalle sue azioni. Anche gli altri personaggi illustrano la cosa; o per somiglianza – la Maddalena, sopra tutti – o per contrapposizione: Giuda pensa troppo e ama poco, Pietro rinnega, Simone vuole la rivolta, Pilato ironizza, Erode disprezza, Caifa giudica secondo la ragion di stato, i discepoli più che dare aspettano qualcosa, anche i malati pretendono e assediano Gesù fino a infastidirlo. Tematicamente la figura di Gesù è all’insegna della croce e del gregge. I due motivi si fondono nelle inquadrature finali, accentuando l’importanza fondamentale attribuita al sacrificio oblativo di Gesù. La croce, oltre a campeggiare sul Calvario, appare e spicca sul pullman della troupe e gli attori la sollevano in alto prima di tirarla giù. Ma anche il sole brilla a forma di croce e luci a forma di croce illuminano più volte i personaggi. Il motivo del gregge – in linea con le silouhettes finali – sarebbe l’equivalente simbolico del piccolo gregge degli apostoli e discepoli e, in linea con la tematica, quello dei futuri seguaci di Gesù. Un gregge appare in momenti cruciali della vicenda, con significati collegati anche al contesto immediato. Si vedono soldati romani e poi un branco di pecore nere (i pagani?). Un pastore col gregge s’intravede poco prima dell’ultima cena (cioè l’ultima volta che Gesù raduna il gruppo dei fedelissimi). Giuda scappa dall’ultima cena; dietro di lui pecore rossastre corrono (il gregge di Gesù cosparso del suo sangue?). I soldati che conducono Gesù al patibolo incrociano un gregge (l’umanità per la quale Cristo s’immola?). Nella sequenza finale: il pullman va via; campeggia la croce; dietro la croce il sole; un’ombra umana, seguita da un gregge.

VALUTAZIONE FILMICA

Cronologicamente Jesus Christ Superstar si colloca in un periodo in cui tendenze mistiche serpeggiavano nella società americana coinvolgendo giovani e adulti in movimenti e comportamenti a volte esaltanti, altre volte drammatici. Ma intenzionalmente il film s’inserisce nel Christ-revival e nella Jesus-revolution, vigorosa ripresa di elementi cristiani iniziata in America a metà degli anni ’60. Vi si suole assegnare una data di nascita: una inchiesta del Time sulla «morte di Dio» che rivelò quanto fosse in crisi tra gli americani l’idea di Dio e quanto poco attirasse una entità «astratta». Il rimedio sembrava essere quello di far convergere l’attenzione e l’interesse delle masse su Cristo personaggio concreto: «eroe spirituale» con idee chiare e precise. Oltre tutto la Jesus revolution era più sicura e meno aberrante del ricorso alla droga o a certe esperienze mistiche spersonalizzanti. La cosa incontrò il gradimento delle autorità religiose cristiane e soprattutto quello del mondo degli affari che la sfruttò ampiamente. Jesus Christ Superstar si colloca a uguale distanza tra l’esaltazione dell’idea e il suo sfruttamento commerciale. E’ un oratorio sacro modernizzato e americanizzato. O, se si vuole, è una sacra rappresentazione in cui gli spettatori stanno soltanto a guardare: invitati più a stupirsi (per la tecnologia, la musica, le scenografie) che a partecipare. Tale impressione è accresciuta dalla circostanza che il film dà la vicenda come «rappresentata» da una troupe, ma non mostra spettatori che si trasformano in partecipanti. Comunque, sembra più oratorio sacro da teatro che sacra rappresentazione medievale (o, ancora oggi, «popolare», in tante parti del mondo, proprio in occasione della settimana santa), dove l’essenziale era la proposta o il rinnovamento dell’avvenimento sacro con l’intento pedagogico di formare o, almeno, d’informare. Jesus Christ Superstar ha poco di «liturgico», a causa della prevalenza della componente «spettacolo», cioè del divertimento. Però può rappresentare molto per uno spettatore che sappia passare dall’emozione alla riflessione. L’intonazione corale del film – propria del genere musical – risponde all’interpretazione di Gesù come Salvatore universale. Gli apostoli e i discepoli vengono mostrati non come un blocco di ingenui e di fanatici ma con diversificazioni che arrivano fino alla critica e sofferta adesione al messaggio e alla persona di Cristo. Lo stesso Gesù, in linea con una moderna esegesi, viene analizzato anche nei dubbi sulla propria missione e sulla riuscita di essa. Il finale del film – abbiamo già sottolineato – precisa il senso di lieto presagio della croce, dietro la quale splende il sole, e allude ellitticamente, almeno per un cristiano, alla Resurrezione: la troupe risale sul pullman, manca però l’interprete di Gesù. E sotto il legno della croce si muovono le sagome di un pastore e di un gregge: con reminiscenza evangelica potrebbero riferirsi alla Chiesa o a tutti coloro che nei secoli ascolteranno la parola di Cristo. Ma sono suggestioni, più che accenni, sia pure incompleti. Il Gesù della tradizione cristiana, invece, non balugina – come nel film – in una atmosfera flou (i pascoli del cielo? la seconda vita della superstar nella memoria trasfigurante dei fans?), ma risorgerà e continuerà a vivere nel suo definitivo stato di risorto. Comunque non si può negare che Jesus Christ Superstar esprima il desiderio di constatare la presenza fisica di Gesù nella storia umana e di esaltarsi alla sua figura d’uomo superiore, divo – e chissà – divino. Ma nonostante tutto, la «confezione» dello spettacolo sembra prevalere sull’intento edificante della tematica: belle musiche, interpreti adatti, scenografie grandiose, ritmo travolgente. Certe sottolineature spettacolari e certe omissioni tematiche dipendono dalla forma scelta: un musical, per giunta a tempo di rock. Senz’altro il rock è diventato un linguaggio universale e ha dimostrato, alla fonte, di sapere trattare anche l’argomento religioso (Godspell, Jesus Christ Superstar) e quello sacro – simbolico (Tommy, Hair). Il problema è, allora, se il rock (e Jesus Christ Superstar in particolare), anche alla foce, (ascoltatori, spettatori) veicola i contenuti o se questi vengono eclissati dalla forma (e forse sono un pretesto già alla fonte). Tuttavia si può riconoscere al rock di Jesus Christ Superstar la capacità di far accertare, in maniera emotiva, che Gesù Cristo è una superstar della storia. Ma non molto più di questo, anche se all’uscita del film ci furono in campo cattolico riconoscimenti abbastanza lusinghieri. Vi si vide un’opera di elevato livello artistico e di sofferta meditazione che può costituire, per i non credenti, un richiamo ai valori spirituali e una riproposta di Cristo in termini etici; e, per i credenti, una conferma alla fede nei Vangeli. In effetti può diventare tutto ciò se vi si aggiunge qualcosa di essenziale: il rapporto tra la morte di Cristo e la sua risurrezione, il legame tra l’umanità di Cristo e la sua divinità. Un appiglio a questa indispensabile aggiunta può essere fornito da due elementi del film che vi sembrano particolarmente predisposti: le opere e le parole di Gesù, da una parte, e, dall’altra, la scenografia. Quanto alle parole e alle opere, Gesù, Parola di Dio, è il culmine della «rivelazione» che Dio fa di se stesso all’umanità, di quel suo voler «conversare» con gli uomini. Gesù dà senso alle parole e agli avvenimenti che lungo i secoli avevano manifestato la presenza di Dio agli uomini. Quanto alla scenografia, soprattutto nei suoi elementi «naturali» (la maestà del deserto, la luce): le cose create sono già un primo modo di Dio di manifestarsi agli uomini. In questo senso certe accentuazioni scenografiche si potrebbero considerare come indizi di realtà profonde e misteriose. Come pure, negli elementi «attualizzanti», si potrebbe intravedere la coestensione della presenza di Dio alla storia umana. Partendo da queste suggestioni e aggiungendo quel che manca, il Cristo dell’esaltazione poetica e musicale del film – Superstar – può diventare il Cristo della fede: salvatore del mondo. Gesù è superstar non solo perché è il «migliore», ma perché è sopra a tutti e a tutto; non solo perché è il «primo di tutti», ma perché è il «Principio» di tutto.

OPINIONI DELLA CRITICA

«Quale Cristo? E’ l’interrogativo importante. Non urliamo al sacrilegio. La veste spettacolare indossata da Jesus Christ Superstar non ci disturba. Un’espressione rappresentativa (fino a un certo punto) vale l’altra: conta il discorso che propugna. Le deformazioni narrative e le variazioni linguistiche rispetto all’originale evangelico di un’operazione di fantasia sono naturali. Urti, stridori, irriverenze ci paiono cautamente girate. Semmai agli occhi del credente la massiccia “falsificazione” consiste in un’imperdonabile omissione. Parlare della croce tacendo della risurrezione è un non – senso. Morte e glorificazione sono le due inseparabili componenti dell’esaltazione del Cristo. Si vede che il Vangelo di Giovanni, quale Jewison dichiara di essersi prevalentemente ispirato, non l’ha alcun modo capito». (Luigi Bini in «Letture», 1974, n. 3, p. 244). «Il discorso, se mi è permesso dire, è cristologico e non teologico. Dal punto di vista teologico il Cristo di Superstar è a posto. Ma non così, pare, lo spessore cristologico. Con questo voglio dire una cosa che pare essenziale se si discute circa la reale novità della proposta, e novità non solo formale ed espressiva ma contenutistica. E la cosa è questa: non è sufficiente che il Cristo ci dica e confessi che è Dio; è invece necessario che si prenda coscienza totale e profonda che egli è uomo, l’uomo che nella Passione ha assunto, assorbito, vissuto tutto l’umano tragico e provocante della sofferenza e dell’assurdo. In questo caso egli è veramente rivelazione di Dio, cioè dice realmente chi è Dio per noi, e cosa fa Dio per noi». (Vittorino Joannes in «Cineforum», 1974, n. 133, p. 455).

Il ripensamento di Pietro

Mi sono immaginato la mattina di Pietro dopo aver rinnegato Gesù, dopo aver sentito il canto del gallo… e l’ho collegato a questa canzone di Ornella Vanoni rivista insieme a Claudio Baglioni

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A 4 anni dalla morte di Giovanni Paolo II

A 4 anni di distanza dalla morte di Giovanni Paolo II pubblico, per ricordarlo, questo articolo di mons. Massimo Camisasca

GIOVANNI PAOLO II/ Quel testimone che ha saputo parlare ad ogni uomo

Sono passati soltanto quattro anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo II. Eppure è già possibile una impressione più distaccata, consapevole, del peso che il suo lungo pontificato ha avuto nella storia della Chiesa. Un pontificato che, per estensione, ha coperto un numero di anni secondo soltanto a quello di Pio IX. Iniziato negli anni del terrorismo italiano, è terminato dopo la fine della guerra fredda, nell’epoca delle guerre americane contro il terrorismo internazionale. Un lunghissimo periodo anche per la storia della Chiesa: ancora segnata dalle profonde difficoltà del post-Concilio, è stata percorsa in lungo e il largo da Giovanni Paolo II attraverso le sue centinaia e centinaia di viaggi, per portare ad ogni continente, ad ogni popolo, la certezza di una fede che sembrava smarrita, coniugata con la difesa dei diritti degli uomini e dei popoli. Un’impresa titanica che appare in tutta la sua visibilità nell’immenso numero di pagine del magistero di Giovanni Paolo II, nella quantità di argomenti trattati, nel numero di discorsi pronunciati.

Dietro a tutto questo non stava una macchina, ma un uomo vero. Un uomo certamente dotato di doni particolari: la conoscenza delle lingue che lo rendeva capace di parlare direttamente ad ogni uditorio, l’abilità oratoria che aveva ereditato dalla sua antica esperienza di attore, la finezza nell’uso della parola che l’aveva reso poeta, l’attitudine filosofica di penetrare gli strati più profondi della vita dell’uomo. Ma il centro di tutto questo era l’incontro con Cristo, venuto a lui dalla tradizione della sua famiglia e del suo popolo. Una signoria, quella di Cristo, avvertita da Karol Wojtyla come fonte di gioia e di sicurezza, di pienezza umana, fonte perciò di coraggio, di proposta, e anche di provocazione.

Ma Cristo era per Giovanni Paolo II soprattutto una persona incontrata e viva, un “tu” con cui dialogare, il Dio fatto uomo che lo aveva chiamato a non avere più niente per sé, e a donare tutto se stesso per farlo conoscere agli altri uomini.

Giovanni Paolo II era un uomo positivo e coraggioso. Veniva da lontano, come lui stesso disse appena dopo la sua elezione, e desiderava che questo lontano diventasse vicino, voleva far sì che iniziasse un nuovo rapporto fra l’oriente e l’occidente dell’Europa. Amava dire che l’Europa avrebbe dovuto tornare a respirare a due polmoni. Con questa intenzione scrisse molte encicliche e documenti, e fu anche disposto a ridiscutere l’esercizio storico del ministero petrino. Purtroppo non riuscì ad andare fino a Mosca, forse perché le comuni origini slave, anziché facilitarlo, resero più arduo l’ascolto reciproco.

Voleva che ogni punto della Chiesa si sentisse centro e non periferia. Per questo ha viaggiato così tanto, forse più di ogni uomo mai apparso sulla terra. Resistette fino a quando le condizioni fisiche lo permisero.

Ogni sua apparizione sullo schermo costituiva un grande evento. La sua capacità di colpire era al servizio della testimonianza. Parlava alle folle, ma sembrava sempre parlare ai singoli. Come quando, a tavola con don Giussani, in Vaticano o a Castel Gandolfo, lo vedevo rivolgere domande, curioso di sapere, attento ad ascoltare, per captare ogni nuovo evento, ogni nuova parola che potesse giovare alla sua comprensione dell’uomo e alla sua missione.

Mi ven di ridi

Prendo dal sito del corriere

«Oscura» i cellulari in classe

Il preside, esasperato, ha acquistato un dispositivo illegale capace di schermare il «campo»

L’uso del cellulare a scuola è uno dei problemi più comuni e delicati che gli insegnanti e i dirigenti scolastici devono affrontare ogni giorno. Spesso vietarne l’uso durante le lezioni o per tutta la giornata di studio è insufficiente; per questo il preside di una scuola di Vancouver ha deciso di usare un sistema drastico e alternativo, schermando il campo dei telefonini con un «jammer», dispositivo in grado di oscurare le radiofrequenze.

Peccato però che il congegno sia illegale (in Canada come negli Stati Uniti e nella maggior parte dei Paesi europei) . Gli studenti si sono accorti subito che qualcosa non andava nella ricezione dei loro cellulari e, dopo una rapida ricerca online (suggerita dal preside stesso), hanno identificato il metodo usato. Ma non solo: hanno scoperto che utilizzare un dispositivo per schermare le onde elettromagnetiche è illegale. Una sorpresa anche per il dirigente Steve Gray, che ignorando l’Atto sulle comunicazioni radio vigente in Canada, aveva acquistato online il dispositivo da un rivenditore cinese, utilizzando i fondi scolastici (115 dollari).

Gray, intervistato in merito alla vicenda, ha dichiarato: «C’era un continuo problema di gestione delle classi. C’era sempre qualche cellulare confiscato agli studenti perchè lo usavano in aula contro le regole della scuola». «(Il dispositivo) ha immediatamente bloccato le prestazioni dei cellulari. Era solo un piccolo progetto per vedere cosa sarebbe accaduto, sono rimasto sorpreso per come funzionasse bene. Ma una volta scoperto che era illegale l’ho subito spento». Robert Holmes, presidente del Consiglio consultivo dei genitori, non sostiene la scelta del preside: «Posso capire quali fossero i suoi livelli di frustrazione, ma non avrebbe dovuto farlo. I bambini avrebbero dovuto seguire le regole». D’altra parte però a volte sono gli stessi genitori a non rispettare il regolamento della scuola, telefonando ai figli negli orari di lezione, controbatte Mary-Lou Donnelly, presidente della Federazione canadese degli insegnanti. Questa vicenda ha comunque un risvolto positivo, avendo portato nuovamente in primo piano il problema di una concreta regolamentazione sull’utilizzo dei telefonini nelle scuole. Interessante la proposta di Richard Smith, del dipartimento di comunicazione all’Università Simon Fraser, secondo il quale è inutile combattere l’uso del cellulare, in quanto parte integrante della nostra cultura: «La sfida per gli insegnanti è trovare il modo di integrare i telefonini nelle classi, insegnando e cercando un compromesso con i ragazzi su come e quando è appropriato usarli o meno».

 

Valentina Tubino

02 aprile 2009

La fatica di vivere

C’è la globalizzazione dei soldi e quella dello stress, della depressione, della crisi, del suicidio e del vuoto esistenziale perché si è dimenticato che la vita non è qualcosa, ma è sempre l’occasione per qualcosa. Pubblico qui sotto l’articolo FACCIO FATICA A VIVERE di Patrizia Spagnolo, presente nell’ultimo numero di Dimensioni Nuove

Ecco il “testamento” lasciato tempo fa da un sedicenne suicida: “Sarai contento ora papà. Ora che non ti do più grane. Mi dispiace averti deluso, ma è anche colpa tua. Salutami Sara e dille che la tratto così perché le voglio bene. I soldi che ho in banca li lascio tutti a Telefono Azzurro. Mi dispiace per te mamma, che sei stata più gentile del babbo, che mi ha sempre rotto le scatole. Ci rivedremo, spero il più tardi possibile, nell’aldilà. P.S. Spero che la Fiorentina vinca la coppa. Ciao, anzi addio”.

Non è dato sapere se Luca (nome fittizio) si sia tolto la vita avvelenandosi – soluzione che va per la maggiore – o tagliandosi le vene o buttandosi giù da un ponte o impiccandosi. Rientra sicuramente nella schiera di ragazzi tra i 14 e i 18 anni che ogni anno rinunciano a vivere perché sono stati bocciati a scuola, non hanno superato l’esame per la patente, sono emarginati in quanto gay, si vedono troppo grassi, si sentono troppo stupidi, comunque inadeguati. Queste le cause scatenanti, tutte riconducibili alla fatica di vivere, di trovare un senso alla propria esistenza.

“Il senso della vita” fu il tema della prima conferenza tenuta dallo psichiatra Viktor Frankl nel 1921. Morto 12 anni fa, di lui possiamo dire che è stato il fondatore della logoterapia, cioè la cura attraverso la riscoperta del significato dell’esistenza e dei suoi valori fondamentali. Che nel 1930 a Vienna, sua città natale, organizzò un’azione di straordinaria prevenzione nel periodo in cui venivano rese note le valutazioni alla fine della scuola, ottenendo come risultato che quell’anno non si verificò per la prima volta nessun caso di suicidio tra gli studenti. Possiamo dire, ancora, che dal 1942 al 1945, essendo di origine ebraica, fu internato in quattro campi di concentramento, compreso Auschwitz, e toccò con mano la possibilità che la persona sempre conserva di non lasciarsi abbattere dalle circostanze, ma di poter sempre far fronte ai peggiori condizionamenti, addirittura entrando “a fronte alta nelle camere a gas e nei forni crematori”.

“Ho trovato il significato della mia vita nell’aiutare gli altri a trovare nella loro vita un significato”, disse Viktor Frankl. Il suo metodo psicoterapeutico “riconosce – come sottolinea il prof. Eugenio Fizzotti, sacerdote salesiano docente di Psicologia all’Università Pontificia Salesiana di Roma – il ruolo della libertà e della responsabilità e fa leva su due capacità specificamente umane: l’autotrascendenza, ossia la capacità di rivolgersi verso obiettivi al di fuori di se stessi, e l’autodistanziamento, ossia la capacità di prendere distanza dai sintomi”.

Nell’ottobre 2007, L’Università Pontificia Salesiana ricordò Frankl in un convegno sulla qualità della vita e la ricerca di senso. “Il messaggio che Frankl ha trasmesso attraverso libri, articoli, conferenze, corsi universitari, interviste radiofoniche e televisive, e sulla base di una pluridecennale esperienza – disse Fizzotti – risponde pienamente all’attuale condizione esistenziale della persona, che si sente smarrita e interiormente vuota perché assalita da messaggi contrastanti e da allettanti proposte che non hanno niente a che fare con i valori, ma solo con la ricerca spasmodica del piacere o del successo a buon prezzo. La persona è perennemente alla ricerca del senso della propria vita e tale sua ricerca instancabile può avere esito positivo solo nella misura in cui non guarda passivamente se stessa, ma si apre agli orizzonti dei valori, della solidarietà, dell’impegno, della relazione interpersonale che non sfrutta l’altro, ma lo promuove nelle sue risorse e nelle sue capacità”.

Solitudine ed egocentrismo. Alcuni giovani sono ormai così “spenti” da convincersi che la morte sia l’unica soluzione: vogliono togliersi di mezzo e ci riescono. Altri, invece, sono così attaccati alla vita da tentare il suicidio per comunicare la loro disperazione ed essere aiutati a vivere: vogliono essere finalmente ascoltati, considerati, urlano che anche a loro venga riconosciuto uno spazio, che anche loro vogliono sentirsi utili.

Pare che per ogni suicidio “riuscito” ve ne siano almeno 20 “tentati”. E di questi non si parla, ovviamente. In una società in cui la morte viene rimossa, parlare del suicidio è quasi un tabù e affrontare l’argomento con i giovani è cosa poco, pochissimo gradita, quasi come se il solo parlarne inducesse qualcuno a farlo, non riconoscendo quindi il dolore, il senso di solitudine e certe emozioni negative che attanagliano coloro che per definizione sono “nel fiore della vita”.

Se si va a guardare le statistiche, negli ultimi decenni i suicidi tra i giovani sono diventati un’emergenza in ogni angolo del mondo. Alcuni Paesi riportano dati precisi, altri un po’ meno, ma a prescindere dai differenti contesti economici, sociali e culturali, emerge l’incapacità di sopportare difficoltà soggettive e oggettive. Ovunque, lo spettro della disoccupazione, un individualismo competitivo, le aspettative di consumo e modelli di vita irraggiungibili generati da pubblicità e cultura di massa determinano un’assenza di futuro, devastante, opprimente e insopportabile.

Secondo David Baron, professore di psichiatria e scienze comportamentali alla Temple University di Philadelphia, “la decisione di un ragazzo di togliersi la vita trova la sua origine prevalentemente in situazioni di violenza domestica, stati di ansia e depressione, poca stima di sé, fenomeni di bullismo (con percentuali sempre maggiori anche in internet), aggressività e indisciplina, scarsa capacità di socializzare, uso e abuso di sostanze stupefacenti e difficoltà ad accettare la propria identità sessuale”. Sicuramente si vanno diffondendo patologie psichiche quali depressione, disturbo bipolare e schizofrenia, che trasformano i giovani in pentole a pressione pronte ad esplodere.

Tra il 1991 e il 2005, i suicidi in Colombia sarebbero aumentati del 195%, in maggioranza tra i giovani, mentre qualche anno fa anche l’Albania registrava picchi mai visti. In Italia, pare che siano la seconda causa di morte nella fascia di età 15-24 anni, dopo gli incidenti stradali. I dati di una ricerca condotta nel 2006 dall’onlus “L’amico Charly” tra 2312 studenti delle scuole superiori lombarde riportano che il 12% degli intervistati aveva pensato o continuava a pensare al suicidio e il 10% lo aveva tentato.

E ancora: la Chinese Association for Mental Health ha reso noto che tra i ragazzi e ragazze cinesi dai 15 ai 34 anni il suicidio è la prima causa di morte, al punto che le autorità pubbliche sono intervenute disponendo una sorta di “censimento psichiatrico” degli studenti con quiz e questionari rivolti a migliaia di ragazzi per conoscere la loro condizione psichica. Tra le cause del desiderio di farla finita, una società sempre più competitiva, che ha imposto la politica del figlio unico, e la povertà estrema delle campagne (dove infatti si verifica la maggior parte dei suicidi, in prevalenza tra donne, totalmente subalterne agli uomini e senza relazioni sociali, a volte neppure registrate all’anagrafe).

In Cina, i bambini hanno vita dura, con pressioni e obiettivi da raggiungere, tantissime ore di lezione, un enorme carico di compiti, poco spazio per il gioco e la creatività. Spremuti come limoni, considerati “adulti piccoli” e degni di attenzione solo se in grado di emergere e farsi strada, vittime di una cultura conformista che non lascia spazio alle esigenze dell’individuo.

Ma in fondo non è quanto accade anche in Occidente? Pensiamoci. Ritmi serrati, conformismo, bambini delle elementari a scuola fino alle 16,30 e poi i compiti da fare, corsi vari e attività sportive, affannati, stressati e di corsa da una parte all’altra dietro a genitori malati di efficientismo, che se si fermano a guardare un film o se vanno a dormire senza aver lavato i piatti si sentono a disagio, inadeguati, falliti.

Mentre ci circondiamo di oggetti e attività, perdiamo la consapevolezza che abbiamo della nostra vita e blindiamo le nostre case con muri, porte e sbarre di ferro. “Nel Medioevo – ha detto recentemente il cardinale salesiano honduregno Oscar Maradiaga – le città avevano alte mura per proteggersi dalle invasioni dei barbari. Oggi le città sono circondate da mura psichiche di incomunicabilità nell’era in cui paradossalmente esistono le comunicazioni migliori. In particolare molti giovani hanno scelto di non comunicare attraverso i mezzi di comunicazione. Conosco casi in cui in una famiglia i figli comunicano con i genitori attraverso il computer o messaggi sul cellulare. Non hanno tempo di sedersi e dialogare. Assistiamo allora alla globalizzazione dello stress, della depressione, della crisi, del suicidio e del vuoto esistenziale”.

“La vita non è qualcosa, ma è sempre, semplicemente, l’occasione per qualcosa”, diceva lo psichiatra austriaco Frankl. Chiudiamo allora con la lettera di una ragazza pescata nel mare di Internet: “Ankio pensavo ke avevo 1 carattere forte e invece sn fragile, solo adesso stanno venendo a galla le mie paure, ansie, speranze, problemi. Questa nn è assolutamente una cosa da sottovalutare. Mi sento sola, sempre, nonostante tutti vogliano diventare miei amici e tutti vogliano fidanzarsi cn me. Mi sento terribilmente sola… Avverto sl la falsità della gente, in tutto c’è un velo di ipocrisia. X me l’amicizia nn conta + nulla xkè oramai ho avuto sempre e solo delusioni e chissà se 1 giorno avrò una vera amica”. “E mi ritrovo sola – ripete – xkè sn io ke già dal primo momento li allontano. Ed ecco ke divento cm loro, gioco il loro stesso gioco, divento falsa e mi faccio skifo. In quel momento vorrei morire, mi tengo sempre tutto dentro e qualke volta mi incazzo x una sciocchezza e inizio a piangere a più nn posso, cado nel buio + profondo. Ovviamente poi nn ho nessuno cn cui confidarmi e sto male. Poi mi ripeto ke esistono cose peggiori nella vita, ke devo fregarmene xkè la vita è una sola, ke ci sono persone in fin di vita ke vorrebbero vivere, ma cm faccio a vivere se nn credo + a niente? Forse è sl un periodo e ne uscirò fuori ma cn l’aiuto di chi? Tutto passa ma riuscirò da sola ad alzarmi…ho paura”.

Musica e Dio / 4

Jovanotti si rivolge a un Dio dell’universo col quale ha perso il contatto che un tempo aveva (“non sa neanche più parlare con te”). Vive una religiosità pluralista formata da un mix di diverse forme religiose (cristianesimo, buddhismo, islamismo, animismo) che professano una rivelazione divina che si esplicita nelle forme creaturali e umane. E’ un Dio che deve ascoltare, proteggere e illuminare il cammino dell’uomo quando esso si fa buio. E’ un Dio che viene comunque cercato e non atteso (“il lato buono delle cose, … in zone pericolose, ai margini di ciò che è comprensione, di ciò che è conformismo, di ogni moralismo”). E’ un Dio che ascolta l’uomo anche se a volte non sembra. L’ultima strofa della canzone sembra mettere da parte Dio per parlare di un mondo interculturale e di una natura protagonista della storia.

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Questa è la mia casa     
O Signore dell’universo ascolta questo figlio disperso, che ha perso il filo e che non sa dov’è e che non sa neanche più parlare con te. Ho un Cristo che pende sopra il mio cuscino e un Buddha sereno sopra il comodino, conosco a memoria il Cantico delle Creature grandissimo rispetto per le mille Sure del Corano c’ho pure un talismano che me l’ha regalato il mio fratello africano, e io lo so che tu da qualche parte ti riveli, che non sei solamente chiuso dietro ai cieli e nelle rappresentazioni umane di te. A volte io ti vedo in tutto quello che c’è e giro per il mondo tra i miei alti e bassi, e come Pollicino lascio dietro dei sassi sui miei passi per non dimenticare la strada che ho percorso fino ad arrivare qua. E ora dove si va, adesso si riparte per un’altra città.  Voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa dove posso stare in pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace con te, in pace con te.  O Signore dei viaggiatori, ascolta questo figlio immerso nei colori, che crede che la luce sia sempre una sola, che si distende sulle cose e le colora di rosso, di blu, di giallo e di vita dalle tonalità di varietà infinita. Ascoltami, proteggimi ed il cammino quando è buio illuminami. Sono qua, in giro per la città, e provo con impegno a interpretare la realtà cercando il lato buono delle cose, cercandoti in zone pericolose, ai margini di ciò che è comprensione, di ciò che è conformismo, di ogni moralismo, ie ie. E il mondo mi assomiglia nelle sue contraddizioni, mi specchio nelle situazioni, e poi ti prego di rivelarti sempre in ciò che vedo. Io so che tu mi ascolti, anche se a volte non ci credo.  Voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa dove posso stare in pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace con te, in pace con te, in pace con te, in pace con te.  O Signore della mattina che bussa sulle palpebre quando mi sveglio, mi giro e mi rigiro sopra il mio giaciglio e poi faccio entrare il mondo dentro me e dentro al mondo entro fino a notte. Barriere, confini, paure e serrature, cancelli, dogane e facce scure. Sono arrivato qua attraverso mille incroci, di uomini, di donne, di occhi e di voci. Il gallo che canta e la città si sveglia ed un pensiero vola giù alla mia famiglia, e poi si allarga fino al mondo intero e vola su, su in alto fino al cielo. E il Sole, la Luna e Marte e Giove, Saturno coi satelliti e poi le stelle nuove, e quelle anziane piene di memoria, che con la loro luce hanno fatto la storia, storia. Tutta l’energia che c’è nell’aria. Questa è la mia casa, la casa dov’è? La casa è dove posso portar pace. Questa è la mia casa, la casa dov’è? La casa è dove posso portar pace. Questa è la mia casa, la casa dov’è? La casa è dove posso portar pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace con te, in pace con te. Questa è la mia casa…

Passione, morte e risurrezione

Ecco una sintesi (+ o -) degli ultimi eventi della vita di Gesù di Nazareth, presi da una vecchia enciclopedia di Jesus.

Passione, morte e risurrezione.doc

Quintini 2 (e direi pure quartini!)

L’altro giorno ho pubblicato un post sull’ammissione all’esame di stato. Oggi vi metto qui sotto l’opinione di Roberto Pasolini, Preside del Liceo europeo Leopardi di Milano. Che ne pensate?

La presentazione dello schema di Regolamento concernente il “Coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni” approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 13 marzo ha suscitato le inevitabili reazioni ed i commenti che usualmente, da anni, incontra ogni provvedimento del Ministero quando propone modifiche all’esistente.

Oltre ad un apprezzamento per la chiarezza del testo (non usuale nei testi normativi), per la volontà di uniformare i criteri di valutazione nei diversi ordini di studio, per aver risolto brillantemente il modo in cui il comportamento “concorre” alla valutazione complessiva e per il rigore normativo, ritengo che la lettura di questo documento dovrebbe essere basata su tre considerazioni fondamentali: serietà degli studi, modalità di valutazione, tempi di attuazione.

Da tempo ogni analisi sul nostro sistema scolastico, sul livello degli apprendimenti dei nostri studenti e sulla responsabilità con la quale affrontano gli studi ha un denominatore comune: occorre ridare serietà al sistema migliorando il livello degli apprendimenti ed aumentando le pretese di studio.

Quando il ministro Fioroni ha deciso l’abolizione del sistema dei debiti formativi introdotto dall’allora Ministro D’Onofrio, ha avuto, sul concetto, un plauso generale e traversale che comprendeva docenti, dirigenti scolastici e famiglie. Il Ministro Gelmini ha proseguito su questa strada chiedendo a docenti e studenti di portare la scuola verso una maggior serietà introducendo anche la richiesta di tornare alla pretesa di un corretto comportamento e che la sua valutazione concorresse sul giudizio espresso nello scrutinio finale, ottenendo a sua volta un plauso ed un consenso “bulgaro”.

In questo contesto la decisione di pretendere la sufficienza in ciascuna disciplina o gruppi di discipline per decidere promozioni ed ammissioni, mi sembra una conseguenza logica ai principi espressi e condivisi, come sopra enunciato. Perché non accettarlo?

In secondo luogo, ritengo occorra introdurre un approfondimento sulle modalità di valutazione. La normativa relativa a questo punto ha sempre dato indicazioni precise ai docenti. Se rileggiamo (senza andar troppo lontano) l’OM 90 del 2001 o l’OM 92 del 2007 troviamo le radici di quanto espresso anche in questo schema di regolamento: «la valutazione ha per oggetto il processo di apprendimento, il comportamento e il rendimento scolastico complessivo degli alunni. La valutazione concorre, con la sua finalità anche formativa e attraverso l’individuazione delle potenzialità e delle carenze di ciascun alunno, ai processi di autovalutazione degli alunni medesimi, al miglioramento dei livelli di conoscenza e al successo formativo». Di fatto partecipazione, attenzione, diligenza, frequenza, miglioramento disciplinare sono elementi di cui ogni docente dovrebbe tener conto per una sua valutazione finale e dovrebbero concorrere, come hanno sempre concorso, a presentare con una sufficienza gli studenti che sulla base della “mera media” non lo sono ancora (ha senso basarsi solo su un 5,71?). Su questi stimoli occorrerà lavorare affinché gli studenti non si demotivino e sappiano che i loro docenti, con un’opera formativa, sapranno tener conto dei loro positivi sforzi e della loro volontà di miglioramento che si è concretizzata in un rendimento più buono.

La terza parte del mio intervento si riferisce ai tempi. Nella scuola vigeva la consuetudine che modifiche normative avevano immediata applicazione se emanate entro il 31 dicembre (mi sono confrontato e non è solo nella mia memoria), altrimenti entravano in vigore dall’anno scolastico successivo con l’intento di “non cambiare le regole del gioco a gioco in corso”. Per questo ritengo che il Ministro possa fare una riflessione basata sullo stesso principio che l’ha spinta a far slittare di un anno l’avvio della riforma della scuola secondaria di II grado e procedere a far spostare di un anno l’applicazione per l’ammissione all’esame di stato. Ritengo che una decisione in tal senso sarebbe accolta con un altro plauso, ma soprattutto permetterebbe di rivedere la normativa complessiva delle ammissioni all’esame di stato, razionalizzandola in una logica di equità.

Bere in Friuli

Il 21 luglio 2008 su Repubblica è uscito questo durissimo articolo sul consumo di alcol in Friuli Venezia Giulia. Visto che ne stiamo parlando in II, ve lo ripropongo: da brividi!

Gorizia – Il taxi bianco è vuoto, ma non libero. Sei bottiglie sono accomodate sul sedile posteriore, di pelle nera. Ogni mattina la dose di rosso «della signora» lascia la cantina di Gradisca d’Isonzo. Il viaggio è breve. Discretamente il Refosco raggiunge la grande dimora in via dei Faiti, a Gorizia. Maria Cristina scende nel giardino mite della villa, profumato di magnolie, riceve l’ospite clandestino e si ritira in camera. Sempre a letto, con un segreto. Nessuno l’ha mai vista bere. Il marito, il figlio, di sera osservano i suoi occhi liquidi. Tentano l’alito fermentato. Tacciono. «Sono ricaduta per un bicchiere – dice – dopo 18 anni che non toccavo un goccio». L’ospedale di Monfalcone è a mezz’ora. Hanno salvato un neonato di 54 giorni. Sembrava addormentato, eternamente. Le analisi hanno scoperto che, per arrestarne il pianto, la madre mesceva del Verduzzo nel biberon. Anche a Udine i medici affrontano un nemico nuovo: coma etilico a 9 anni. Come al «Burlo Garofalo» di Trieste: l’intossicazione infantile da alcol ha conquistato la vetta tra le cause di ricovero. Una statistica impotente, rispetto al destino di un infermiere di Pordenone. Brandiva il bisturi contro chiunque gli contendesse il whisky infilato nello scaffale delle garze. Ha ricominciato per festeggiare il terzo figlio. E’ morto ieri, con il bambino in braccio. Il dramma negato del Nordest, epicentro di una sommersa tragedia nazionale, esplode in Friuli Venezia Giulia. Trent’anni fa, tra queste vigne benedette dalla provvidenza, Renzo Buttolo ha fondato l’alcologia italiana. Negli stessi giorni, da Udine, Vladimir Hudolin iniziava a seminare nel Paese i club degli alcolisti in trattamento. Gli ubriachi, grazie al triestino Franco Basaglia, non sono stati più inghiottiti in un manicomio. Non è un caso però, è evidente, se oggi Francesco Piani, responsabile del Sert Medio Friuli, guida la commissione delle regioni italiane finalmente decise a lottare contro il killer di Stato che sta bruciando una generazione. «In Italia la droga ogni anno uccide meno di mille persone – dice – mentre l’alcol ne miete 34 mila. La metà di incidenti stradali, infortuni sul lavoro e domestici, è riconducibile al bicchiere. Se qualsiasi altra sostanza facesse una simile strage, sarebbe proclamato il coprifuoco. E’ tempo di capire perché non succede: e di dirci la verità». La realtà, ostinatamente nascosta per interesse e per vergogna, è questa: l’ Italia, sempre più povera, delusa e priva di speranza, si dà al bere. In Friuli, nel Nordest e nel Paese, l’alcol sta sostituendo le altre droghe. è la terza causa di morte, la prima per i ragazzi tra 18 e 25 anni. Ne assorbiamo 58 ettolitri all’anno. Sette italiani su dieci sono grandi consumatori. Venti bambini su cento iniziano a bere tra gli 11 e i 15 anni. Ogni anno, a causa dell’alcol, muoiono sul lavoro 750 persone. La metà dei morti sulla strada va ricondotta alla bottiglia. Le vittime, solo in Friuli, nel 2007 sono state 1500. Insufficienti i controlli. Gli alcoltest, in Italia, sono 400 mila all’anno: 10 milioni in Francia. La probabilità è di essere fermati una volta ogni due vite. Sei persone su dieci, nel Nordest, consumano quotidianamente alcol lontano dai pasti. Gli italiani colpiti da gravi disturbi sono 12 milioni: 14 mila in cura nella regione friulana. Le cifre, dal 2002, si moltiplicano vertiginosamente. I giovani alcolisti, nel Paese, sono ormai 1 milione e 300 mila. Quattro decessi su dieci, negli ospedali, sono dovuti all’eccesso di alcol: 44 mila, negli ultimi tre anni, i ricoverati in Friuli. “Un trapiantato di fegato – dice Paolo Cimarosti, tossicologo di Pordenone – costa 300 mila euro. Ogni anno almeno 300 interventi sono dovuti all’alcol. Eppure scrivere che un paziente è alcolista, resta un tabù. Scorro cartelle dove si parla ancora di “epatopatia cronica nutrizionale”, invece che di “cirrosi epatica alcolica”. Intanto scoppia la bomba dello “sballo da week-end”. Nel Triveneto, ossessionato da lavoro, ronde xenofobe e neo-precarietà, è uno choc. Il 10% dei teenager si ubriaca almeno una volta alla settimana. Il 74% si abbandona al “binge drinking”: oltre sei bicchieri in poche ore con l’obbiettivo esclusivo di andare fuori di testa. Quanto c’è, da dimenticare? In tre anni il fenomeno è triplicato e ormai colpisce anche sette ragazze su dieci. Il record è in Friuli Venezia Giulia: il 14,2% della popolazione, sotto i 24 anni, eccede con l’alcol lontano da casa e più di due volte alla settimana. Tra vino, birra, superalcolici e alcolpops, le nuove bibite gassate a bassa gradazione, si spendono 129 mila euro al giorno: poco meno di 6 mila, negli ultimi 3 anni, le vittime. “I dati – dice Valentino Patussi, responsabile della medicina del lavoro a Trieste – sono ancora incompleti. Dal 2003 il cambiamento è travolgente. In fabbriche e cantieri iniziamo a scoprire che il 51% degli infortunati ha tracce di alcol nel sangue. La maggioranza dei vecchi fratturati in casa, o per strada, cade perché ha bevuto troppo. Avanza uno spaventoso alcolismo senile da solitudine, mentre un giovane su due deve il ricovero alla bottiglia. Dobbiamo ammettere che il problema è stato drammaticamente sottovalutato”. “Crociate, demonizzazioni, proibizionismo e moralismi – dice Bernardo Cattarinussi, sociologo dell’università di Udine – non danno risultati. Siamo però di fronte ad un’emergenza senza precedenti: chiederci perché la società italiana si suicida con l’alcol, perché gli adulti considerano i giovani un mercato da sfruttare ad ogni costo, è un dovere”. Lo spettacolo, vagando al tramonto tra la baia di Sistiana a Trieste e gli happy hours offerti dai caffè su piazza Matteotti a Udine, è impressionante. Finito il lavoro, si vive con il cocktail in mano. Una tempesta alcolica: sagre del vino, feste della birra, cantine aperte, serate del prosecco, rave party, drive-beer, pub che promuovono il “drink as you like”, o il “paghi uno e bevi tre”. Al ristorante il cameriere ti riceve solo con lo spumante in mano. Migliaia di adolescenti e di adulti svuotano calici colmi di ghiaccio, alcolici fosforescenti e mix a base di vodka e taurina. Una comunità impegnata, pubblicamente, ad anestetizzare una paura misteriosa con un’autoprodotta droga legale. Sottrarsi al rito costa imbarazzo e diffonde uno stupore ilare. “Per restare nel gruppo – dice Andrea, 36 anni, agricoltore di Duino – in due anni sono arrivato a bere 5 litri di vino al giorno, o 40 bicchieri di superalcolici. Un professionista. Scambiavo i miei incubi, fuochi e serpenti, con la realtà. Cercavo di uccidere l’ansia, di arrivare in cima al dolore: non ci sono mai riuscito”. Medici e psichiatri puntano il dito contro l’ipocrisia delle leggi. In Italia, ai minori di 16 anni, è vietata la somministrazione di alcol, ma non la vendita. Un’assurdità controproducente: ciò che è consentito alla commessa, a prezzo di paghetta, è precluso al barista, ad un costo da stipendio. Le aziende, a differenza della maggioranza dei Paesi europei, possono fare pubblicità. Sulle bottiglie non si scrive che l’eccesso “nuoce gravemente alla salute”, come sulle confezioni del tabacco. Negli uffici pubblici, ospedali compresi, il fumo è vietato ma l’alcol è a portata di mano: non si può acquistare, ma “assumere” sì. Concerti rock, mostre d’arte ed eventi sportivi sono sponsorizzati dalle industrie degli spiriti. La televisione martella con gli spot che spiegano come l’alcol sia il sigillo di successo, ricchezza, amore. Lo Stato, per contrastare ufficialmente l’alcolismo, investe gli spiccioli delle imposte sugli alcolici. Nessun ticket aggiuntivo, per gli alcolisti. Il licenziamento per giusta causa o le ferie forzate, se uno lavora nonostante la sbronza, sono vietati. Solo a Pordenone, da due anni, sindacati e imprese collaborano per un accordo anti-alcol sul lavoro. In autunno la Regione potrebbe essere la prima ad approvare un piano contro l’alcol alla guida e nei luoghi di lavoro. “L’82% delle persone con gravi problemi legati all’alcol – dice Rosanna Purich, psicoterapeuta del centro di alcologia di Trieste – considera però il proprio comportamento normale. Nelle scuole, medie e superiori, la bevanda preferita è il “Bacardi Breezer”, seguita dal “Campari Mixx”. Non si capisce più la differenza tra un’aranciata e una grappa. Siamo al killeraggio dell’offerta-studenti: come se uno che per divertirsi è obbligato a ubriacarsi, fosse normale”. Friuli e Venezia Giulia non sono l’epicentro della crisi di una nuova società “costretta all’alcolismo per restare in corsa”. Sono però, assieme a Veneto, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna, la sconcertante punta dell’iceberg di un’emergenza nazionale prossima all’esplosione. L’allarme unisce medici, psichiatri e sociologi: l’Italia è alcolizzata perché è malata e soffre perché non crede più nei valori civili espressi dalla sua classe dirigente. “Dopo vent’anni di veti – dice la responsabile del Sert di Trieste, Roberta Balestra – in ottobre si terrà la prima conferenza nazionale sull’alcol. Per approvare la prima e inadeguata legge contro l’alcolismo, nel 2001, c’ è voluto mezzo secolo. Si insegna a “bere bene”, invece che a “bere meno”. Si tuona contro la “velocità assassina”, invece che contro la “bottiglia omicida”. Piuttosto che chiarire la causa, si criminalizza l’effetto. Nel frattempo le strutture che combattono l’alcolismo sono lasciate senza soldi e i servizi, senza personale, e chiudono”. A far riflettere, la diversa considerazione tra alcol e droga. Il primo è legale, tollerato e promosso. La seconda è illegale, demonizzata e rimossa. “La bottiglia – dice lo scrittore triestino Mauro Covacich – non richiede pusher. Anche un bambino può portarsela in giro e tracannare whisky alle feste di compleanno. Un litro di vodka costa pochi euro, non come una dose di coca. Lo trovi vicino alle patatine e nessuno ti sbatte dentro. Al Nord l’alcol è ormai l’ultimo collante della comunità dei normali che studiano, lavorano e producono: il loro estremo e tragico anestetico sociale”. Davanti alla strage in Friuli, timidamente e per la prima volta, si comincia così a discutere. La domanda è: se l’Italia non fosse uno dei principali produttori di vini pregiati e distillati di qualità, si userebbe il termine droga anche per l’alcol? Si chiamerebbe tossicodipendente anche un alcolizzato? Si definirebbe overdose una sbornia? “La differenza – dice l’alcologo giuliano Salvatore Ticali – in effetti non c’è. Se l’alcol dovesse essere iniettato con la siringa, o dovessimo importarlo, sarebbe vietato da anni. E’ chiaro che la pressione dei produttori italiani è decisiva. Si è iniziato a parlare di una legge contro l’alcol negli anni Settanta: in parlamento piovvero 800 emendamenti per bloccarla. In regione, anche alle ultime elezioni, si sono svolti comizi offrendo da bere gratis. Oggi chi nega che l’alcol sia una droga, deve assumersi le proprie, pesantissime, responsabilità. Il mondo politico, riluttante a informare e a investire nella prevenzione, rischia di macchiarsi di una storica omissione”. Non che, in termini assoluti, il consumo sia aumentato. Il problema è il suo devastante cambiamento. Si beve dalla prima adolescenza, con l’obbiettivo di ubriacarsi, per non essere diversi ma puntando ad isolarsi. “Esordienti dell’alcol – dice Anna Peris, responsabile regionale della direzione salute – ma con l’atteggiamento del vecchio alcolizzato. Nessuno li informa che bere sotto i 16 anni quadruplica le probabilità di ritrovarsi alcolizzati dopo i 21”. Si sballa più volte alla settimana e con bevande dolci in cui l’alcol è scientificamente nascosto. Così le femmine, da un paio d’anni, consumano quasi le stesse dosi di alcol dei maschi. Gli anziani, con pensioni da fame, abbandonati o nelle mani delle badanti, adottano la bottiglia quale alternativa all’eutanasia. “Uno scandalo – dice Anna Muran, medico dell’Asl di Trieste – misconosciuto. Le chiamate, dalle case di riposo, aumentano ogni giorno: c’è chi baratta la bistecca con lo spriz”. Tra Sauris e Ravascletto, nelle montagne della Carnia e tra i colli di San Daniele, i frequentatori degli alcolisti anonimi e di quelli in trattamento, superano pompieri volontari, ex alpini e parrocchiani. Un esercito: 250 tra gruppi e club, 3500 in cura, 358 associazioni mobilitate, centinaia di degenti e migliaia di curanti. Eppure, vicino alle discoteche, aprono i chioschi che possono vendere alcol anche ai ragazzini e dopo le 2 di notte. “Dal barbone sulla panchina – dice Franco Boschian, presidente dell’Acat di Udine – siamo però passati all’avvocato nel wine-bar. Gli alcolisti in trattamento non sono emarginati, ma persone normali: vescovi, generali, bambini, manager, medici, operai, preti, politici, mamme, studenti. Ricchi o miserabili, sono afflitti da un incubo comune: rivelare il loro stato ai conoscenti. Nelle serate degli incontri, tra province e città diverse, le colonne di auto sono sempre più lunghe”. Pino Roveredo, scrittore triestino di essenziale poesia, è tra i pochi che resistono. “Ho iniziato a 15 anni – dice – e a 17 ero in galera. Mi hanno definito “irrecuperabile”. Invece la scrittura è stata più forte della paura di vivere e mi ha salvato. Non mi impressiona l’alcolismo, ma la noia disperata che oggi lo alimenta. I ragazzi non vogliono più sentire i morsi dell’esistenza. Possibile che una simile emergenza non sia in cima all’agenda di un governo che trova il tempo di prendere le impronte a una manciata di zingari? L’accettazione sociale dell’alcol, in Italia, è incredibile”. E’ una notte marina e sugli spettri umani del centro alcologico residenziale, nel parco di San Giovanni a Trieste, soffia il vento che arriva dall’ex Jugoslavia. Ogni annullato è un reduce, un morto sopravvissuto a un lutto ideologico, culturale, o affettivo. Dino e Maura fumano. Siedono fuori dall’ingresso, sotto l’ombrello di quattro pini. “Ho bevuto per protesta – dice lei – mi sono fidata degli Intillimani”. Lui dice che ci è caduto “per non salire alla risiera di San Sabba, con il vino nelle vene per guardare nel fondo della fessura che ha inghiottito due millenni”. L’Italia che ha superato il Novecento e il Nordest che si cancella brindando all’incubo del suo ritorno: riflessi assieme, fiasco contro flut, in un doppio specchio. – GIAMPAOLO VISETTI

Trapianti

In IV stiamo finendo di parlare dei trapianti e allora vi metto un po’ di materiale utile, che in parte abbiamo già visto in classe:

  1. un manuale completo in modo che possiate sapere praticamente tutto
  2. un file sull’atteggiamento molto generale delle diverse religioni
  3. un articolo preso da L’espresso sul commercio di organi in Nepal e India
  4. un articolo preso da Internazionale sugli xenotrapianti

manuale.pdf

Trapianti e religioni.doc

Ho comprato un rene in Nepal.doc

Xenotrapianti (da Internazionale).doc

La felicità di un anonimo

E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.

Non è quella che si insegue a vent’anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne

vittoriosi…

La felicità non è quella che affannosamente si insegue credendo che l’amore sia tutto o niente,…

non è quella delle emozioni forti che fanno il “botto” e che esplodono fuori con tuoni spettacolari…,

la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.

Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose….

…e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una

canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la

poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.

E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il

cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,

e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall’inverno,

e che sederti a leggere all’ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.

E impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche

se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,

e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su

un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.

E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.

E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.

E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.

E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami…

E impari che c’è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c’è qualcosa di

amaramente felice anche nella malinconia.

E impari che nonostante le tue difese,

nonostante il tuo volere o il tuo destino,

in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston.

E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

Anonimo

La Rosa di Emil

Venerdì 27 marzo 2009 alle 21.00 al Teatro Nuovo “Giovanni da Udine” si terrà “La Rosa di Emil”, serata alla quale parteciperà anche il coro della nostra scuola. Qui sotto altre informazioni

“La Rosa di Emil”

Venerdì 27 Marzo 2009

UDINE

Teatro Nuovo “Giovanni da Udine”

La serata, fa parte di una serie di progetti pianificati in occasione del 25° anno di attività dell’Associazione. Il filo conduttore comune di questi progetti è il concetto della solidarietà e del dono di se stessi attraverso la donazione del sangue, del midollo osseo e del sangue del cordone ombelicale. Il percorso di sensibilizzazione è rivolto in particolar modo ai giovani e mira a suggerire stili di vita sani e corretti anche al fine di preservare ciò che in noi può essere di importanza vitale per gli altri.

I protagonisti della Rosa di Emil saranno gruppi di studenti di alcuni licei udinesi e, precisamente, del liceo scientifico “Marinelli”, coordinati dalla professoressa Chiara Vidoni, del liceo pedagogico “Percoto”, diretti dalla professoressa Simonetta Fabro e del liceo classico “Stellini”, diretti dai musicisti Sarah Anania, Angela Caporale e Stefano Mesaglio, i quali si esibiranno in cori e orchestra. La recitazione è, invece, affidata a Erik Pagnutti, uno studente dell’Istituto d’Arte “Sello”, che è anche animatore.

Il repertorio musicale e quello teatrale si alterneranno creando un intreccio di monologhi, canto e musica di elevato spessore qualitativo ed emotivamente coinvolgenti. Allo spettacolo contribuiranno, a titolo gratuito, la giovanissima pianista Alice Moretti, studentessa dello “Stellini”, il direttore Alessandro Pozzetto, il maestro Rudy Fantin e, con una sua performance, il jazzista di fama internazionale Daniele D’Agaro. Saranno presenti inoltre personaggi del mondo dello spettacolo, di quello scientifico e dell’informazione. Introdurrà e concluderà la manifestazione Daniele Damele.

Rosa si apre agli altri in un’ottica di dono, dona una parte di sé e diventa ogni giorno più ricca, di una ricchezza che si alimenta e si rigenera continuamente. Rosa è una persona come tante, che trova in sé la forza di ridere e far ridere in situazioni che sembrano le più lontane dalla gioia. Sono proprio queste situazioni che fanno scaturire in lei risorse che non avrebbe mai pensato di possedere, dando un significato nuovo ed autentico alla sua vita. Attraverso le parole del giovane Emil, noi potremo conoscerla, rivivere alcuni momenti della sua singolare storia, significatamene felici o, talvolta, connotati dalla tragedia umana, in un’alternanza di sentimenti ed emozioni che ci porteranno ad un profondo confronto con noi stessi e l’altro…

Con questa serata, l’A.G.M.E.N. – F.V.G. rende inoltre omaggio a tutto quel volontariato silenzioso che sostiene ed aiuta gli altri nelle situazioni più difficili.

I biglietti gratuiti per la partecipazione alla serata vanno ritirati alla biglietteria del Teatro Giovanni da Udine a partire da lunedì 9 marzo (ore 16.00- 19.00 dal lunedì al sabato).

Organizzato da:

Associazione Genitori Malati Emopatici Neoplastici del F.V.G.

040 764441 – agmen@burlo.trieste.it

Ginetta Pozzoli (referente del progetto)

348 7936562 – ginnypozz@libero.it

Sito web: www.agmen-fvg.org

Quintini!!!

Carissimi studenti del 5° anno non voglio generare in voi particolari allarmismi, ma certo non voglio nascondervi quello che sta succedendo. Il 13 marzo (non sono scaramantico, ma…) è stato emanato lo schema di Regolamento concernente il “Coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni” approvato in mattinata dal Consiglio dei ministri (è l’unico testo in bozza che compare sul sito del MIUR). Lo schema non è definitivo, ma a mio avviso è bene che, nel malaugurato caso fosse approvato così come appare, siate pronti a reggere la botta.

All’art. 6 comma 1, che riguarda l’ammissione all’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione (il cosiddetto “esame di maturità“), sta scritto: «Gli alunni che, nello scrutinio finale, conseguono una votazione non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline … e un voto di comportamento non inferiore a sei decimi sono ammessi all’esame di stato».

Questa disposizione modifica radicalmente l’art. 1 comma 3 del D.M. n. 42 del 22 maggio 2007 che recita: «A decorrere dall’anno scolastico 2008/2009 (quest’anno!!), ai fini dell’ammissione all’esame di Stato sono valutati positivamente nello scrutinio finale gli alunni che conseguono la media del “sei”».

Ripeto: il regolamento non è ancora definitivo, ma le antenne vanno tenute ben dritte…

A 15 anni dalla morte di don Peppino

Quindici anni fa, la mattina del 19 marzo 1994, a Casal di Principe, in provincia di Caserta, i sicari della camorra uccisero don Giuseppe Diana. Pubblico questo articolo scritto da Roberto Saviano su Repubblica.

La mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. Era il suo onomastico. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava nella sala riunioni vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi nella navata, non vedendo un uomo vestito da prete, titubarono.

Chi è Don Peppino?

Sono io…

Poi gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Io ne avevo 15 e la morte di quel prete mi sembrava riguardare il mondo degli adulti. Mi ferì ma come qualcosa che con me non aveva relazione. Oggi mi ritrovo ad essere quasi un suo coetaneo. Per la prima volta vedo don Peppino come un uomo che aveva deciso di rimanere fermo dinanzi a quel che vedeva, che voleva resistere e opporsi, perché non sarebbe stato in grado di fare un’altra scelta.

Dopo la sua morte si tentò in ogni modo di infangarlo.

Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan. Appena muori in terra di camorra, l’innocenza è un’ipotesi lontana, l’ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell’esecuzione. Così distruggere l’immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. Don Diana era un camorrista titolò il Corriere di Caserta. Pochi giorni dopo un altro titolo diffamatorio: Don Diana a letto con due donne.

Il messaggio era chiaro: nessuno è veramente schierato contro il sistema. Chi lo fa ha sempre un interesse personale, una bega, una questione privata avvolta nello stesso lerciume. Don Peppino fu difeso da pochi cronisti coraggiosi, da Raffaele Sardo a Conchita Sannino, da Rosaria Capacchione, Gigi Di Fiore, Enzo Palmesano e pochi altri. Ricordarlo oggi – a 15 anni dalla morte – significa quindi aver sconfitto una coltre di persone e gruppi che pretendevano di avere il monopolio sulle informazioni di camorra, in modo da poterle controllare. Ricordarlo è la dimostrazione che anche questa terra può essere raccontata in modo diverso da come è successo per lungo tempo. Come dice Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe e amico di don Peppe, “è sempre complicato accettare l’eroismo di chi ci sta vicino, perché questo sottolineerebbe la nostra ignavia”. Don Peppino fu ucciso nel momento in cui Francesco Schiavone Sandokan era latitante, mentre i grandi gruppi dei Casalesi erano in guerra e i grandi affari del cemento e dei rifiuti divenivano le nuove frontiere dei loro imperi. Don Peppino non voleva fare il prete che accompagna le bare dei ragazzi soldato massacrati dicendo “fatevi coraggio” alle madri in nero. A condannarlo fu ciò che aveva scritto e predicato. In chiesa, la domenica, tra le persone, in piazza, tra gli scout, durante i matrimoni. E soprattutto il documento scritto assieme ad altri sacerdoti: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Distribuì quel documento il giorno di Natale del 1991. Bisognava riformare le anime della terra in cui gli era toccato nascere, cercare di aprire una strada trasversale ai poteri, l’unica in grado di mettere in crisi l’autorità economica e criminale delle famiglie di camorra.

“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della Camorra. – scriveva – La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone con violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario, traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti…”.

La cosa incredibile è che quel prete ucciso, malgrado tutto, continuò a far paura anche da morto. Le fazioni in lotta di Sandokan e di Nunzio di Falco cominciarono a rinfacciarsi reciprocamente la colpa del suo sangue, proponendo di testimoniare la loro estraneità a modo loro: impegnandosi a fare a pezzi i presunti esecutori della banda avversaria. Oltre a cercare di diffamare Don Peppino, dovevano cercare di lanciarsi dei messaggi scritti con la carne, per togliersi di dosso il peso dell’uccisione di quell’uomo. Così come era stato difficile trovare i killer disposti a farlo fuori. Uno si ritirò dicendo che a Casale lo conoscevano in troppi, un altro accettò ma a condizione partecipasse pure un suo amico, come un bambino che non ha il coraggio di fare da solo una bravata. Nel corso della notte prima dell’agguato, uno dei killer tormentati riuscì a convincere un altro a rimpiazzarlo, ma il sostituto, l’unico che non sembrava volersi tirare indietro, era l’esecutore meno adatto. Soffriva di epilessia e dopo aver sparato rischiava cadere a terra in convulsioni, crisi, bava alla bocca. Con questi uomini, con questi mezzi, con queste armi fu ucciso Don Peppino, un uomo che aveva lottato solo con la sua parola e che rivoluzionò il metodo della missione pastorale. Girava per il paese in jeans, non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi né andava confortando donne tradite. Aveva compreso che non poteva che interessarsi delle dinamiche di potere. Non voleva solo confortare gli afflitti, ma soprattutto affliggere i confortati. Voleva fare chiarezza sulle parole, sui significati, sui perimetri dei valori.

Scrisse: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime (…) Non permettere che la funzione di “padrino”, nei sacramenti che lo richiedono, sia esercitata da persone di cui non sia notoria l’onestà della vita privata e pubblica e la maturità cristiana. Non ammettere ai sacramenti chiunque tenti di esercitare indebite pressioni in carenza della necessaria iniziazione sacramentale…”.

Questo è il lascito di Don Peppino Diana, un lascito che ancora oggi resta difficile accogliere e onorare. La speranza è nelle nuove generazioni di figli di immigrati, e nuovi figli di questo meridione, persone che torneranno dalla diaspora dell’emigrazione, emorragia inarrestabile. Il pensiero e il ricordo di Don Peppino sarà per loro quello di un giovane uomo che ha voluto far bene le cose. E si è comportato semplicemente come chi non ha paura e dà battaglia con le armi di cui dispone, di cui possono disporre tutti. E riconosceranno quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. Realmente, non come metafore. Una parola che è sentinella, testimone, così vera e aderente e lucida che puoi cercare di eliminarla solo ammazzando. E che malgrado tutto è riuscita a sopravvivere. E io a Don Peppino vorrei dedicare quasi una preghiera, una preghiera laica rivolta a qualunque cosa aiuti me e altri a trovare la forza per andare avanti, per non tradire il suo esempio, offrendogli le parole di un rap napoletano. “Dio, non so bene se tu ci sei, né se mai mi aiuterai, so da quale parte stai”.

Lo scafandro e la farfalla

In V stiamo guardando quello che ritengo essere uno dei grandi film che sono usciti l’anno scorso. E’ un’opera tratta da un libro; è un film che mi prende l’anima, mi fa viaggiare, mi coinvolge totalmente, che desidero vedere e rivedere per assaporarne tutti gli scorci, tutti i gioielli che vi sono contenuti dentro, tutti i piccoli particolari che sfuggono a una prima visione. Vi lascio qui alcune delle battute più importanti del film, compresa la prima pagina del libro.

“Inutile girarci intorno: lei è paralizzato dalla testa ai piedi”

 

“Voglio morire”

 

“Dietro le tende di tela tarmata un chiarore latteo annuncia l’avvicinarsi del mattino. Ho male ai calcagni, la testa come un’incudine e una sorta di scafandro racchiude tutto il mio corpo. La mia camera esce dolcemente dalla penombra. Guardo in ogni particolare le foto di coloro che mi sono cari, i disegni dei bambini, i manifesti, il piccolo ciclista di latta che mi ha mandato un amico la vigilia della Parigi-Roubaix e la forca che sovrasta il letto dove sono incrostato come un paguro bernardo nella sua conchiglia.

Non ho bisogno di molto tempo per sapere dove sono e per ricordarmi che la mia vita si è capovolta quel venerdì 8 dicembre dell’anno scorso.

Fino ad allora non avevo mai sentito parlare del tronco cerebrale. Quel giorno invece ho scoperto tutta in una volta questa parte maestra del nostro computer di bordo, passaggio obbligato tra il cervello e le terminazioni nervose, nel momento in cui un incidente vascolare ha messo fuori uso il suddetto tronco. Un tempo si chiamava “congestione cerebrale” e molto più semplicemente se ne moriva. Il progresso delle tecniche di rianimazione ha reso più sofisticata la punizione. Se ne scampa ma accompagnati da quella che la medicina anglosassone ha giustamente battezzato locked-in syndrome: paralizzato dalla testa ai piedi, il paziente è bloccato all’interno di se stesso, con la mente intatta e i battiti della palpebra sinistra come unico mezzo di comunicazione.

Ovviamente, il principale interessato è l’ultimo a essere messo al corrente di queste gratifiche. Da parte mia, ho avuto diritto a 20 giorni di coma e a qualche settimana di nebbia prima di rendermi veramente conto dell’entità dei danni. Ne sono emerso solo alla fine di gennaio nella camera numero 119 dell’ospedale marittimo di Berck, dove penetrano ora le prime luci dell’alba.

È una mattina come tutte le altre. Alle sette la campana della cappella ricomincia a segnare il fuggire del tempo, quarto d’ora dopo quarto d’ora. Dopo la tregua della notte, i miei bronchi intasati si rimettono a brontolare rumorosamente.

Contratte sul lenzuolo giallo, le mani mi fanno soffrire senza che io arrivi a capire se sono bollenti o gelate. Per lottare contro l’anchilosi faccio scattare un movimento riflesso di stiramento che fa muovere braccia e gambe di qualche millimetro. Talvolta basta a dare sollievo a un arto indolenzito.

Lo scafandro si fa meno opprimente, e il pensiero può vagabondare come una farfalla. C’è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida. Si può fare visita alla donna amata, scivolarle vicino e accarezzarle il viso ancora addormentato. Si possono costruire castelli in Spagna, conquistare il Vello d’oro, scoprire Atlantide, realizzare i sogni di bambino e le speranze di adulto.”

 

“Lo scafandro del corpo non impedì alla farfalla dell’anima di uscire e comunicare”

 

“Ho appena scoperto che a parte il mio occhio ho altre due cose che non sono paralizzate: la mia immaginazione e la mia memoria”.

 

“Ero cieco e sordo, non mi serviva necessariamente la luce dell’infermità per vedere la mia vera natura”

“Un abbozzo di padre, un’ombra di padre è sempre meglio di niente” e “Dev’essere dura per un padre parlare ad un figlio sapendo che non potrà rispondergli”

 

“Il diario del viaggio immobile di un naufrago arenatosi sulle rive della solitudine”

 

“E’ questa la sorpresa? Vedermi?”

 

 “Non so da dove prenderle, quelle ore pesanti e vane, impercettibili come le gocce di mercurio di un termometro spezzato. Le parole sfuggono”

 

“Ero un giornalista conosciuto, avevo un bel lavoro, una bella famiglia. Ero un po’ collerico e avevo una passione per i libri e per la buona tavola. Adesso sono un vegetale: qualcuno ora mi chiama così. Io preferisco definirmi un mutante.”

 

“Ha voglia di dire qualcosa alle persone che si muovono?”

“Continuate. Ma fate attenzione a non essere divorati dalla vostra agitazione. Anche l’immobilità è fonte di gioia.”

Da un’intervista rilasciata da Bauby a Erik Orsenna per “Elle”