Traggo da L’Osservatore Romano del 17 ottobre in attesa di leggere il pezzo originale cui fa riferimento questo articolo:
“Homer e Bart sono cattolici” di Luca M. Possati
Pochi lo sanno, e lui fa di tutto per nasconderlo. Ma è vero: Homer J. Simpson è cattolico. E se non fu vocazione – complice un’ammaliante pinta di “Duff” – ci mancò davvero poco. Tanto che oggi il re della ciambella fritta di Springfield non esita a esclamare che “il cattolicesimo è mitico”. Salvo poi ricredersi in un catartico “D’oh!”.
La battuta – tratta dall’episodio “Padre, Figlio e Spirito Pratico”, in cui Homer e Bart si convertono grazie all’incontro con il simpatico padre Sean – è lo spunto dell’interessante articolo I Simpson e la religione di padre Francesco Occhetta comparso nell’ultimo numero di “La Civiltà Cattolica”. L’autorevole rivista dei gesuiti italiani traccia una raffinata analisi antropologica ed etica del cartoon cogliendo al contempo l’occasione – questo l’aspetto più notevole – di dare qualche consiglio pratico a genitori e figli.
È fuori discussione che la serie creata da Matt Groening ha portato nel mondo del cartone animato una rivoluzione linguistica e narrativa senza precedenti. Abbandonata la tranquillizzante distinzione tra bene e male tipica delle produzioni “a lieto fine” della Disney, Homer&Company hanno aperto un vaso di Pandora. Ne è uscita comicità surreale, satira pungente, sarcasmo sui peggiori tabù dell’American way of life e un’icona deformante delle idiosincrasie occidentali. Ma attenzione, ci sono anche altri livelli di lettura. “Ogni episodio – scrive Occhetta – dietro la satira e alle tante battute che fanno sorridere, apre temi antropologici legati al senso e alla qualità della vita” (p. 144). Temi come l’incapacità di comunicare e di riconciliarsi, l’educazione e il sistema scolastico, il matrimonio e la famiglia. E non manca la politica.
Pomo della discordia, la religione. Che dire al cospetto delle sonore ronfate di Homer durante le prediche del reverendo Lovejoy? E che dire delle perenni umiliazioni inflitte al patetico Neddy Flanders, l’evangelico ortodosso? Sottile critica o blasfemia ingiustificabile? “I Simpson – sostiene Occhetta – rimangono tra i pochi programmi tv per ragazzi in cui la fede cristiana, la religione e la domanda su Dio sono temi ricorrenti” (p. 145). La famiglia “recita le preghiere prima dei pasti e, a suo modo, crede nell’al di là ” ed è lei il mezzo attraverso cui la fede viene trasmessa. La satira, invece, “più che coinvolgere le varie confessioni cristiane travolge le testimonianze e la credibilità di alcuni uomini di chiesa”.
Ci ha fatto impressione conoscere che il fatturato di talune multinazionali possa essere superiore all’intero PIL di alcuni stati. E allora allego due tabelle: una riporta proprio il confronto tra Stati e Multinazionali per il 2008, l’altra elenca le prime 100 Multinazionali sempre per il 2008. Il tutto è tratto dal sito del Centro Nuovo Modello dello Sviluppo
Il 26 settembre su Repubblica è uscita questa intervista molto interessante che riprenderemo in IV quando parleremo di giustizia, pena, colpa e perdono
intervista a ENZO BIANCHI, a cura di CHIARA CAROLI
Padre Bianchi, come distinguere il perdono dall’impunità ?
«Il perdono non cancella la colpa ma è il riconoscimento che la persona è più grande del male che ha compiuto. È un atteggiamento costruttivo, che porta a sfuggire il rancore e rinunciare alla vendetta».
Zagrebelsky teme che la deresponsabilizzazione produca una società di eterni bambini perennemente ricondotti allo stato di fanciullezza, che dalla storia dei loro errori non sono in grado di imparare nulla. È d’accordo?
«Questa idea non mi convince e credo non aiuti il futuro. Non è la fanciullezza la malattia della nostra società , ma l’illegalità . In questo paese da almeno dieci anni è accettato come un fatto naturale che abbiano diritto di esistenza il sopruso e la mancanza di regole. È questa la causa dell’imbarbarimento».
Lei sostiene che una vera “communitas” contrassegnata dalla qualità della convivenza sociale e dalla solidarietà non può escludere “ciecamente” il perdono dal concetto e dalla prassi della giustizia. Come distinguere questa idea dall’iper-garantismo?
Riconciliazione in Sudafrica, in Israele. E qui, in Italia, tra carnefici e vittime del terrorismo. È possibile?
«Il cammino della riconciliazione è difficile. Nel privato è affidato alla coscienza e ai sentimenti dei parenti delle vittime. Ma a livello politico mi pare che lo Stato abbia già perdonato, attraverso l’indulto o gli sconti di pena. Il che non significa annullare la responsabilità ma offrire a chi ha commesso un delitto una via d’uscita per non essere identificato con la propria colpa e ricominciare una vita con dignità . C’è una virtù in tutti gli uomini, che la Bibbia chiama “immagine e somiglianza di Dio”, che nessun misfatto può cancellare del tutto».
Non crede che il buddismo, che quest’anno a Torino Spiritualità è stato protagonista con tre grandi maestri tibetani, abbia riposte più efficaci del Cristianesimo ai disagi interiori dell’uomo contemporaneo?
«Credo che la religione cristiana abbia qualcosa da imparare dal buddismo in materia di compassione e il buddismo dalla religione cristiana sul tema del perdono. Ma mi pare che l’approccio alle discipline orientali sia più intellettuale che autenticamente spirituale. È effetto della globalizzazione. Tutti vogliono conoscere un po’ di tutto. Ma non credo al bricolage dell’anima. Prendere sulle bancarelle un po’ di questo e un po’ di quello non può produrre che una spiritualità omologata e superficiale. Un pizzico di tutto non fa la buona cucina».
E allora parliamo di lei, della sua musica, delle parole che scrive. È di nuovo in tour, come ai tempi dei concerti berlinesi e poi di quelli negli States. Con il suo pubblico è cambiato qualcosa in 30 anni?
Si ritrova addosso energia sufficiente, anche se non è più giovanissima?
‘Io non sono per niente stanca. Anzi. Mi sento più giovane di almeno vent’anni. Vede, per molti anni mi sono occupata principalmente di miei figli. Facevo la mamma, e ne sono contenta. Ora, ambedue sono adulti e fuori di casa. E io posso di nuovo dedicarmi alla mia professione con lo slancio necessario’.
Infatti, finalmente c’è un suo nuovo disco, ‘Personal Jesus’, con il brano guida che non è propriamente una cover dei Depeche Mode. Che cosa significa per lei?
‘Erano un desiderio del cuore e una preghiera del cuore che si sono realizzati. Ho risparmiato molto per questa produzione,visto che non avevo una casa discografica. L’ho trovata solo quando avevo finito di registrare l’album’.
‘Questo disco è un omaggio al mio Creatore, all’autore della mia vita Gesù Cristo e a tutti gli uomini che hanno espresso nella musica gospel la buona novella dell’amore per il prossimo e della vita eterna. Per quanto riguarda la lingua, durante i miei concerti propongo musica rock in tedesco e suono brani sia vecchi che canzoni nuove, sempre in tedesco’.
Rock e ballate: qual è il suo nuovo stile?
‘Non ho nessun nuovo stile. Io sono musicista e cantante e ho abbracciato le radici del gospel americano delle origini e la musica rock per tutta la vita. Riascolti i miei dischi di quando avevo 18 anni: vi troverà già molte canzoni gospel, come ad esempio i ‘Mahalia Jackson-Hits’: ‘Right on time’ , ‘Gonna live the life’ , ‘Hold me … Ave Maria’, ‘Spirit in the sky’. E poi, se prende i miei storici brani come ‘Naturträne’, ‘African Reggae’ e ‘Superboy’, è possibile già individuare alcune mie esperienze successive’.
Alcuni critici dicono che lei canta ‘My Way’ meglio di Frank Sinatra. Che cosa ne pensa?
‘Che hanno ragione, no? Seriamente: non credo che abbia senso mettere a confronto artisti diversi. La voce di Frank è esattamente unica come la mia’.
Lei è anche attrice e performer. In quale parte del mondo ha raggiunto il successo maggiore?
‘Nella patria dell’anima. Non è un luogo geografico’.
Scrive più volentieri la musica o i testi delle sue canzoni?
‘Io amo le canzoni che la gente possa cantare’.
Si è fatta battezzare un anno fa. Che significato ha avuto per lei?
‘Si è trattato di un battesimo meraviglioso. Io ero stata per tutta la vita una cristiana e una seguace di Gesù. Ma ero stata anche per anni una ospite e poi una adepta di una setta induista con un guru che aveva cercato di farmi dimenticare Gesù. Non c’è riuscito, ma le ha provate tutte: persino sacrifici di animali in nome di Dio. Davvero terribile. Ma quando sono riuscita a conoscere le pagine negative e oscure di questo guru, ho avuto la fortuna di incontrare cristiani che mi hanno fatto ritornare alla mia vera fede’.
‘Sì. Io canto per papi e poliziotti, per politici e professori, idraulici e mezzani, principesse e ciarlatani, principi e pionieri, spacconi e chi non lo è. Per tutti’.
Torniamo al suo passato. È nata nella Germania dell’Est. A 17 anni è diventata famosa con la canzone ‘Hai dimenticato di prendere il rullino a colori’ in cui parlava del grigiore della Ddr…
‘Ho lasciato l’Est grazie a Wolf Bierman (dissidente, scrittore, cantante, ndr.), mio padre adottivo, nel 1976. Nella vecchia Ddr, quando ero ragazzina, la gente si incontrava segretamente nelle chiese e lì cercava di fare cose proibite dal regime. Si pregava per la libertà , si proponevano piani per costruire un futuro libero, si cantavano canzoni vietate. Insomma, tanta solidarietà . Poi arrivò la svolta, le manifestazioni di massa e le preghiere che il Muro cadesse, spontaneamente, senza premeditazione’.
E quando il Muro cadde nel novembre 1989?
‘Quel giorno io stavo cantando a Francoforte. Non appena abbiamo saputo del Muro, abbiamo cambiato i nostri piani e siamo partiti di notte per Berlino per esserci: per partecipare alla grande festa della riunificazione’.
Che opinione ha della scena rock berlinese?
‘Molto vivace. Io la amo’.
Lei è una artista poliedrica: teatro, arte, video, musica, cinema. Che cosa preferisce?
‘Tutto. Davvero tutto’.
Ognuno di noi ha bisogno di un ‘Personal Jesus’?
‘Sì. È costruire giorno per giorno un rapporto personale con il nostro Creatore’.
A 14 anni fui colpito da questo racconto proveniente dalla tradizione popolare cinese. Ve lo posto così, semplicemente, senza particolari commenti.
C’era una volta un bellissimo e meraviglioso giardino. Era situato ad ovest del paese, in mezzo al grande regno. Il Signore di questo giardino aveva l’abitudine di farvi una passeggiata ogni giorno, quando il caldo della giornata era più forte. C’era in questo giardino un bambù di aspetto nobile. Era il più bello di tutti gli alberi e il Signore amava questo bambù più di tutte le altre piante. Anno dopo anno, questo bambù cresceva e diventava sempre più bello e grazioso. Il bambù sapeva che il Signore lo amava e ne godeva. Un bel giorno, il Signore, molto in pensiero, si avvicinò al suo albero amato e l’albero, in grande venerazione, chinò la testa. Il Signore gli disse: “Caro bambù, ho bisogno di te”. Sembrò al bambù che fosse venuto il giorno di tutti i giorni, il giorno per cui era nato. Con grande gioia, ma a bassa voce, il bambù rispose: “O Signore, sono pronto. Fà di me l’uso che vuoi”. “Bambù”, la voce del Signore era seria, “per usarti devo abbatterti”. Il bambù fu spaventato, molto spaventato: “Abbattermi, Signore, me che hai fatto diventare il più bel albero del tuo giardino? No, per favore, no! Fà uso di me per la tua gioia, Signore, ma per favore non abbattermi!” “Mio caro bambù, disse il Signore e la sua voce era più seria, se non posso abbatterti, non posso usarti”! Nel giardino ci fu allora un grande silenzio. Il vento non tirava più, gli uccelli non cantavano più. Lentamente, molto lentamente, il bambù chinò ancora di più la sua testa meravigliosa poi sussurrò: “Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, fà di me quello che vuoi e abbattimi”. “Mio caro bambù, disse di nuovo il Signore non devo solo abbatterti, ma anche tagliarti le foglie e i rami. Se non posso tagliarti, non posso usarti.” Allora il sole si nascose e gli uccelli ansiosi volarono via. Il bambù tremò e disse appena udibile: “Signore, tagliali!” “Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso farti questo, non posso usarti”. Il bambù non potè più parlare. Si chinò fino a terra. Così il Signore del giardino abbattè il bambù, tagliò i rami, levò le foglie, lo spaccò in due e ne estirpò il cuore. Poi porto il bambù alla fonte di acqua fresca vicino ai suoi campi inariditi. Là , il Signore dispose l’amato bambù a terra: un’estremtà del tronco la collegò alla fonte, l’altra la diresse verso il suo campo arido. La fonte dava acqua, l’acqua si riversava sul campo che aveva tanto aspettato. Poi fu piantato il riso, i giorni passarono, la semente crebbe e il tempo della raccolta venne. Così il meraviglioso bambù divenne realmente una grande benedizione in tutta la sua povertà e umiltà . Quando era ancora grande e bello, viveva e cresceva solo per se stesso e amava la propria bellezza. Al contrario nel suo stato povero e distrutto, era diventato un canale che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.
Oggi, appena finito di lavorare sono passato per la stazione dei treni dove mia moglie aveva lasciato l’auto e con la chiave di riserva l’ho presa e le ho fatto un po’ di benzina. Quindi sono arrivato a casa, ho acceso il pc, ho controllato la posta elettronica, facebook e ho postato qualcosa sul mio blog. Il tutto mentre mio suocero dava una sistemata al giardino dietro casa. A cena ero dai miei, insieme a mia moglie, per concordare con mio padre una serie di incontri da tenere a gennaio. Da poco sono tornato a casa, ho bagnato fiori ed erba e ora sono davanti al pc, tra poco doccia e poi a letto a leggere un po’ prima di dormire… “Prof! Ma è impazzito? Che ce frega dei fatti suoi?” Niente, niente, è che ho anche appena finito di leggere questo pezzo di Laura Silvia Battaglia…
Amin è seduto su una sedia, sul corso principale della città vecchia di Hebron. Placido. Immobile. Un uomo di cinquant’anni, dalle spalle larghe. Sopra di lui c’è quel che resta del secondo piano della sua bottega, rovinata dall’umidità e dalle liti con i vicini ebrei. Tra le mani ha un ricordo del passato, un trofeo del suo dolore personale: una fotografia che risale alla Seconda Intifada. L’immagine di quel che restò di suo figlio, morto nella guerriglia urbana. Il suo corpo trascinato da due soldati israeliani.
L’insediamento di Kiryat Arba, costruito dopo il 1967 per ospitare gli ebrei, in base alla ripartizione successiva alla Guerra dei Sei Giorni, non bastò ai coloni che occupano alcuni edifici della città vecchia. La Knesset appoggiò questa azione illegale in silenzio. «Oggi la città è militarizzata. Per ogni colono ebreo ultraortodosso di Hebron ci sono almeno quattro militari appostati sui tetti delle case o agli angoli delle strade, con la consegna di proteggerlo».
Samir Dwa-shah è il sindaco di Qalqilya, località di poco più di 38mila abitanti. Alto, ieratico, sa pesare le parole. Ci accoglie con il drappello degli assessori nei giardinetti pubblici della città , donati alla municipalità da Save the children e da Bill Gates. Qui c’è un piccolo zoo. Le famiglie stazionano tranquille. Dwa-shah non si lascia scappare l’occasione per denunciare lo stato di isolamento, «apartheid», lo chiama, in cui versa la sua popolazione: «Questa terra è fertilissima e non si fa difficoltà a trovare lavoro come braccianti o a guadagnare dal raccolto. Ma, dalla costruzione del muro in poi, ci hanno tagliato anche questa possibilità ». Dando per scontato il danno gravissimo arrecato alle famiglie le cui case si trovano sul confine, e alla difficoltà di incontrare chi, se parente o amico, vive oltre il muro, si aggiungono anche dei dati in più: «Le terre coltivabili e già coltivate sono tutte dall’altra parte del muro. Così, i prodotti di una terra sempre lavorata da noi non sono più nostri ma sono di Israele. E ciò significa che dobbiamo importarli: è assurdo». I problemi, a Qalqilya, non riguardano solo l’economia che tracolla, la viabilità congestionata, il commercio senza convenienze, l’acqua razionata o l’agricoltura bracciantile.
Oggi è stato il primo giorno di scuola di questo 2010-2011. Non ho avuto delle classi, per cui il mio vero primo giorno sarà domani. Solitamente posto un articolo di benvenuto o qualcosa per accogliere i neo percotiani. Quest’anno invece parto con un articolo pengio pengio (bon dai facciamo pengetto, altrimenti manco lo leggete) sulla libertà e sul determinismo genetico pubblicato da Avvenire e scritto dal teologo Moltmann, utile in particolare al triennio e agli ex-studenti che passano ancora su questo blog 🙂
Il noto giornalista americano David Brooks ha scritto nel 2007 (Herald Tribune): «Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e dalla lezione della biologia evoluzionista è diventato chiaro che la natura è costituita da competizione e conflitti di interessi. L’umanità non è venuta prima delle lotte per la propria affermazione, le lotte per l’affermazione sono profondamente radicate nelle relazioni umane».
Nell’ultimo numero di Dimensioni Nuove c’è un articolo molto interessante di Susanna Conti che mi ha fatto venire in mente quella bella frase che dice: “ogni volta che punti il dito contro qualcuno per giudicarlo ricordati che tre dita restano puntate contro di te”. L’aspetto più interessante dell’articolo penso sia quello educativo, che lega l’atteggiamento del giudizio e soprattutto del colpevolizzare a un modo di fare che purtroppo è diventato comune. Ho vissuto sulla mia pelle, nell’età dell’adolescenza in cui si vivono le emozioni a tinte forti, cosa significhi vedere accusata e condannata prima del processo una persona che si ama. Poi la persona è stata riconosciuta innocente ma quelle dita puntate, quelle telefonate anonime di accusa nel pieno della notte sono stampate nei miei ricordi. E’ purtroppo vero che viviamo in un periodo di processi mediatici e ci stiamo abituando allo scontro e non più al confronto: non ci scambiamo più le idee, non è dialogo, ma è solo una lotta a chi grida più forte le proprie ragioni, senza ascoltare, nel vero senso del termine, le opinioni altrui. Concordo con Susanna Conti che la scuola abbia un ruolo molto importante in tutto questo…
Quel che la scuola dovrebbe insegnare. Analisi (logica) di un diritto dimenticato
Sarebbe bello costruire un elenco di comportamenti e valori che la scuola dovrebbe saper insegnare e poi trattarne un punto in ciascun numero di Dimensioni, almeno per un po’ di tempo. Sarebbe ancora più bello costruire questo elenco assieme, studenti, prof, persone che si occupano di scuola e di giovani. Questa è la proposta da inventare. La condizione è che nessuno dica che la scuola dovrebbe insegnare a scrivere bene o a leggere di più o a progettare saggi e tesine: tutto vero, per carità . Ma soltanto saper scrivere bene quando siano poco chiari alcuni capisaldi del vivere civile e democratico serve tutt’al più a ingannare e a confondere, non a comunicare. Nessuno dica nemmeno che alla scuola si chiede troppo: tutto vero anche questo. Ma è la natura della scuola quella di avere un compito infinito: non istruire a un sistema chiuso di conoscenze e capacità , ma aprire la testa delle persone e ricominciare sempre con persone nuove. Prima di tutto ciascuno con se stesso.
Questo è un tempo in cui si parla di giustizialismo e di strapotere dei giudici. Ma noi lasciamo ai giudici il loro mestiere, regolato dalla legge e dalle istituzioni democratiche. Noi qui parliamo di educazione, con alcuni esempi su cui pensare.
Secondo esempio Tonino è un detenuto che sta scontando la pena. È l’anima della biblioteca del carcere e del giornale che (quando è possibile, purtroppo di rado) lui e i suoi compagni realizzano. Tonino ha ricevuto il permesso di andare a trovare sua mamma anziana, assieme ai familiari. Queste sono alcune delle sue parole: non è facile riallacciarsi alla vita normale dopo anni di carcere. Vivi quei momenti come se ti vedessi in terza persona e ti vedi con persone e in un mondo che non è il solito, non vedi le guardie, i cancelli, non ci sono sbarre… Non c’è nulla che la tua mente è abituata a vedere e allora sei un po’ spaventato, sei disorientato e anche intimidito da queste novità , da questi nuovi rumori, dai colori delle pareti, dagli odori, dalle piante, dai fiori e maggiormente dallo spaziare della la tua vista che, solitamente, finisce per sgretolarsi contro un muro di cinta e non va oltre, mai. Questa non è solo una bellissima pagina di scrittura. Tonino sa di condividere queste sensazioni con tutte le persone rinchiuse, ad esempio gli anziani negli ospizi e i bambini negli istituti.
Terzo esempio Appello da parte di una volontaria che opera nel carcere di in una grande città . L’appello è stato letto dopo la messa domenicale: in carcere manca carta igienica, mancano saponette e assorbenti, non c’è mai acqua calda. La volontaria chiede ai presenti di realizzare una raccolta di articoli di prima necessità . Ha ragione lei e ha ragione la signora Flora, pensione sociale e una bolletta del gas triplicata rispetto al solito a causa di aumenti retroattivi. Flora (con parole meno neutre) dice di non dover essere lei a mettere toppe alle carenze istituzionali. Vengono in mente gli ermellini delle toghe cerimoniali, viene in mente la distanza tra il mondo della forma e quello della vita. Vengono in mente anche gli ermellini vivi che sono creature del Signore e non pellicce da allevare in gabbia…
Viene in mente che sarebbe necessario fondare un complemento nuovo: il complemento di dignità , fondamentale in tutta la grammatica della vita. Di fronte a Omar che dal carcere esce non può non esplodere il ricordo del fratellino di Erika, quello che non può più uscire dal buio che lo ha travolto in questo mondo. Ma il discorso è di nuovo collegato con ciò che fa notizia: Omar fa notizia, venti anni di depressione di un uomo finito in carcere per un delitto non commesso non fanno notizia. Quando muore Pietro Vanacore, la voce che circola è che, tutto sommato, chissà che cosa sapeva (e nascondeva) il portinaio dello stabile di Roma… Parliamo di nuovo di umanità negata, non del “giallo di via Poma” che non è affatto un film, ma morte vera.
A giugno ho assistito a una puntata di Matrix in cui le protagoniste del concerto Amiche per l’Abruzzo tutto al femminile tenutosi nel 2009 a Milano presentavano l’uscita del doppio dvd di tale avvenimento. Qualche giorno dopo ho acquistato il dvd e uno dei pezzi che mi ha colpito di più è stato “Ma che freddo fa” cantato da Nada e arrangiato magnificamente da Carmen Consoli (basso e cori), Paola Turci (chitarra e cori) e Marina Rei (batteria e cori). E’ letteralmente venuto giù San Siro (trovate il video su youtube). Mi sono messo allora alla ricerca di qualche notizia in più su Nada, un nome ancorato più alla mia memoria dei Festivalbar da piccolino che non al mio percorso da musicovoro. E in mezzo ai suoi testi ho trovato il pezzo “Gesù”, tratto dall’album “L’amore è fortissimo il corpo no” del 2001. Qui posto il video e faccio una premessa: il video è tostino, con immagini piuttosto violente che fanno riferimento in gran parte agli avvenimenti del G8 di Genova del luglio 2001. In nessuna delle interviste che ho potuto recuperare ho trovato una dichiarazione di Nada in cui dicesse di paragonare Carlo Giuliani (il ragazzo morto in quei giorni) a Gesù. In un’intervista del Corriere della Sera la cantante rivelava “Mentre incidevo l’album sono scoppiati i disordini a Genova, io guardavo quelle immagini raccapriccianti e le legavo a questa canzone”.
Conoscere se stessi significa avere il coraggio di guardarsi allo specchio senza ingannarsi, senza indossare maschere, senza far finta di essere quel che non si è, senza negare gli errori che commettiamo, riconoscendoli come sbagli o come peccati. E questo riconoscersi ha una valenza che si apre dal mondo personale al mondo sociale. Allora posto questo articolo di Vito Mancuso comparso su “Diario” di Repubblica http://www.vitomancuso.it/stampa/2010/Peccato%2020.05.10.pdf
“Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato”. Queste parole, seconde solo al saluto del celebrante e alla relativa risposta, si trovano all’inizio della messa cattolica. La liturgia in questo modo fa sì che ogni fedele percepisca se stesso anzitutto come peccatore, anzi, come uno che ha “molto” peccato. Le occasioni nella vita del resto non mancano, sono “pensieri, parole, opere e omissioni”, e più ci si avvicina alla luminosa sorgente del bene, più si percepisce il male che opprime la coscienza.
La religione può costruire una globalizzazione più umana?
di Giulio Battioni
“Jacques Derrida lo aveva intuito: «la religione è una questione inquieta ma è anche la questione delle questioni». Già , proprio così. Il revival del fenomeno religioso è la costante anomala del processo di globalizzazione. L’odierno scenario pubblico internazionale è infatti contrassegnato dal grande protagonismo delle religioni, un protagonismo che smentisce il pronostico illuministico e marxista per il quale la modernità e la secolarizzazione avrebbero definitivamente consumato l'”oppio dei popoli”. Al contrario, sembra che della religione i popoli non vogliano proprio fare a meno e, anzi, pare che continuino a gustarne le consolazioni e i vantaggi, al di là di qualche inedito “effetto stupefacente” provocato dalla sua mistificazione ideologica.
Le religioni sono oggi vive, vegete e in discreta espansione. Il mondo globalizzato e post-ideologico del nostro tempo assegna alla religione un ruolo pubblico considerevole, l’importante funzione sociale di unire aggregati umani sempre più complessi e di mediare fra domande di senso, stili di vita e culture diverse. Il pluralismo culturale e religioso è il dato strutturale dell’era globale, un’epoca dominata da grande fluidità , incertezza, instabilità . Se nei paesi in via di sviluppo la religione costituisce un fattore permanente di mobilitazione sociale, nei paesi industrializzati avanzati, pur dissipandosi le percezioni culturali e identitarie della religione, non è certo marginale il suo positivo, naturale contributo alla vita associata. Certo, non mancano le circostanze polemiche. Si pensi all’obbligo o al divieto del burqa, a seconda dei confini geografici in cui ci si trova. Ma dalla laicità alla libertà religiosa, dalla bioetica alla giusta applicazione della pena negli ordinamenti legali-giudiziari, dalla pace fra i popoli alla tutela dei diritti umani, la religione offre un contributo di giustizia sociale e progresso umano insostituibile.
Potrebbe essere questa la sintesi dei lavori della conferenza internazionale Religions, Cultures, Human Rights: Complex Relations in Evolution, svoltasi presso il Ministero degli Affari esteri, sotto l’Alto patronato del presidente della Repubblica e con l’adesione di alcune tra le più importanti personalità della diplomazia, delle istituzioni religiose e della comunità universitaria di tutto il mondo. Ebrei, musulmani, sikh, buddhisti, cristiani evangelici e cattolici, rappresentanti di centri culturali, forum di idee, istituzioni pubbliche e organizzazioni non governative, dall’Accademia delle Scienze Umane e Sociali ad Amnesty International, dall’Unesco a Religions for Peace, da CasaAfrica all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, hanno animato una intensa due giorni di seminari, relazioni, dibattiti.
Altrove, la religione si configurerebbe come fattore d’identificazione e coesione sociale, laddove alle necessità della naturale socievolezza umana si aggiungono “costruzioni” culturali e antropologiche legate alla tradizione primitiva o alla ideologia politica moderna. Ma anche in questo caso la sociologia resta nel vago. La filosofia e il diritto, forme di sapere più realistiche, guardano alla religione con maggiore profondità . La religione non è un semplice fenomeno sociale ma, come parte costitutiva dell’essere umano, del suo desiderio di salvezza, purificazione e trascendenza, ha una base antropologica. Inoltre, la storia delle religioni mostra come una forma spirituale, più di altre, ha introdotto un punto di non ritorno decisivo anche per la storia politica e giuridica internazionale.
Ieri mattina sono deceduti due militari italiani in Afghanistan e subito se ne è tornato a parlare anche in termini di presenza italiana in quelle zone e di prospettive future. Ho trovato un pezzo di Germano Dottori su http://temi.repubblica.it/limes/italia-in-afghanistan-attacco-non-e-una-sorpresa/12816 in cui non fa segreto delle difficoltà future che possono vedere interessati proprio gli elementi delle forze armate italiane. Magari nomi quali Helmand, Marija, Haqqani, Imu diranno poco, ma penso sia importante per lo meno farsi un’idea della complessità della situazione.
Italia in Afghanistan: attacco non è una sorpresadi Germano Dottori
La coalizione ha perso 200 soldati dall’inizio dell’anno. Le nuove operazioni militari nel sud dell’Afghanistan non stanno andando per il verso giusto. Purtroppo, l’offesa di cui stamattina sono rimasti vittime il sergente Massimiliano Ramadù ed il caporalmaggiore Luigi Pascazio, uccisi dall’esplosione di un potente ordigno che ha travolto il loro Lince nella provincia nord-occidentale di Baghdis, rientra nella normalità dell’attuale vicenda afghana. Dall’inizio dell’anno fino ad oggi, infatti, sono già caduti in Afghanistan ben 200 soldati occidentali, il che significa in media uno ogni 18 ore. Il pubblico italiano percepisce la gravità della situazione soltanto quando qualcuno dei membri del nostro contingente perde la vita, come è capitato stamattina, ma lo stillicidio è costante ed è diventato così difficile da gestire politicamente che da qualche tempo la Nato evita nei propri comunicati di menzionare la nazionalità dei caduti. Semmai, la sorpresa era che in questi ultimi mesi i nostri militari fossero riusciti a rimanere indenni: un dato che si spiega soprattutto alla luce del relativo rallentamento delle operazioni nella regione occidentale afghana in cui sono state schierate le nostre quattro Task Force. La prova di forza, in questi primi mesi del 2010, non è infatti avvenuta all’Ovest. Si è invece sviluppata altrove, a cavallo tra l’Helmand e l’attigua provincia meridionale di Kandahar, dove decine di migliaia di militari americani, britannici e canadesi stanno cercando di creare un’ampia zona libera dall’influenza neo-talibana, sia per rafforzare il traballante Governo di Kabul, sia per dimostrare alla leadership della guerriglia che gli alleati hanno la forza e la determinazione necessarie a riguadagnare l’iniziativa e negare ai loro avversari la completa vittoria cui paiono aspirare.
Le cose, tuttavia, non stanno andando per il verso giusto. Lo ha recentemente confermato anche il rapporto sui progressi realizzati in Afghanistan pubblicato dal Pentagono lo scorso 26 aprile. Il distretto di Marija, oggetto della prima parte della controffensiva condotta dal generale Stanley McChrystal – l’operazione Moshtarak – sarebbe infatti già stato nuovamente infiltrato dalla guerriglia ed anche nella zona di Kandahar i neo-taliban parrebbero ben lungi dall’essere schiacciati. All’Est, le attività del network degli Haqqani, forse spalleggiato dall’intelligence pakistana, stanno mettendo a dura prova le alleanze tribali strette negli ultimi mesi dai militari statunitensi, che costituiscono un altro aspetto essenziale della strategia controinsurrezionale approvata nel dicembre scorso dal Presidente Obama. Novità negative si sono infine registrate anche al Nord presidiato dai tedeschi, dove alle iniziative dei miliziani fedeli al Mullah Omar si sono aggiunte quelle dei jihadisti appartenenti all’Islamic Movement of Uzbekistan, l’Imu, che è una delle articolazioni più virulente della galassia del terrore. Era difficile che in questo quadro il “nostro” Ovest continuasse ad esser piatto e tranquillo, per quanto obiettivamente un teatro secondario dell’ampio fronte afghano. Specialmente nei dintorni dell’inquieta Bala Murghab, dove c’è la base avanzata Columbus che abbiamo costruito con gli spagnoli ed ora dividiamo anche con americani ed afghani, l’attività della guerriglia è destinata ad aumentare.
C’è modo di tutelarsi dalle insidie che si moltiplicheranno di qui sino ad ottobre? Probabilmente no: i nostri reparti fanno già il massimo ed è presumibile che continueranno a farlo per tutto il tempo che i nostri alleati maggiori giudicheranno indispensabile a determinare le condizioni di un’uscita onorevole e non destabilizzante dall’Afghanistan. Ci aspettano quindi mesi difficili.
Brian May ha scritto per i Queen la canzone “Who wants to live forever” che mi è venuta alla mente leggendo questo articolo pubblicato su Dimensioni Nuove http://www.dimensioni.org/maggio10/articolo8.html
Ci siamo resi conto che riuscivano ad arginare molto meglio quei danni che fanno invecchiare la cellula e la fanno degenerare, innescando patologie come tumore, demenza senile, infarto, arteriosclerosi. Si capisce, dunque, come il ruolo della ricerca sia duplice: allungare la vita e, soprattutto, eliminare le malattie degenerative.
Invecchiamo per colpa del gene p66shc?
Dopo tanto lavoro, siamo arrivati a nuovi risultati, pubblicati sulla rivista Cell. Abbiamo scoperto il meccanismo di funzionamento del p66 e il motivo per cui nell’organismo esiste un gene che lo danneggia e lo fa invecchiare. La proteina p66, che ha lo stesso nome del gene, favorisce la produzione di acqua ossigenata da parte dei mitocondri, che propongono gran parte dell’energia necessaria alla cellula. L’acqua ossigenata è molto reattiva e induce danno a proteine, lipidi e Dna: quello che si chiama stress ossidativo. La cellula si difende attivando meccanismi di riparazione o, addirittura, un programma di suicidio. Se tutto questo non avviene, degenera e può, per esempio, innescare un tumore.
Fra quanto tempo sarà completata la vostra scoperta?
Fra non molto potremo essere facilmente ultracentenari e in forma. Siamo programmati per vivere 120 anni, è scritto nel nostro Dna, a prescindere da malattie e incidenti la nostra durata è fissata. L’obiettivo non è l’immortalità ma vivere più a lungo e più giovani, ammalandosi meno.
A volte mi capita di guardare Striscia la notizia e mi chiedo come sia possibile che così spesso dei servizi satirico-giornalistici debbano fare le veci della polizia o della guardia di finanza. E poi mi succede di leggere questo articolo su Internazionale di Tobias Jones (giornalista britannico che collabora con Internazionale, nato nel 1972). Oltre al ruolo del giornalismo, l’altro aspetto a impressionare è ovviamente quello dell’etica nella politica. Come chiedere onestà e atteggiamenti giusti e corretti ai cittadini se poi i loro rappresentanti si comportano così?
Scandalo all’inglese
Dai parlamentari ai lord, la politica britannica è scossa dagli scandali. Scoperti dai giornalisti. L’intervento di Tobias Jones
Ci sono anche, meno male, alcuni fatti positivi. Tanti hanno avuto almeno la decenza di dimettersi. Ministri ed ex ministri stanno cadendo come le foglie in autunno. C’è stata una corsa a restituire i rimborsi, con vari politici che staccavano in diretta assegni per decine di migliaia di sterline. Ma forse la cosa più notevole è il ritorno del vero giornalismo investigativo. Chiunque voglia fare il giornalista dovrebbe studiare il lavoro di una giovane donna grintosa che si chiama Heather Brooke. È arrivata in Gran Bretagna quando il governo Blair ha approvato il Freedom of information act, una legge che, per la prima volta, permetteva a qualunque cittadino di indagare e scavare negli archivi dello Stato. Era concepita come una garanzia di trasparenza. Cinque anni fa Brooke ha cominciato a chiedere dati sulle spese dei parlamentari. Riceveva il classico secco rifiuto. Nessuno rispondeva alle sue telefonate. Le davano cifre generiche, ma nessun dettaglio. Più si trovava davanti il muro di gomma, più lei sospettava che cercassero di nascondere qualcosa. Ha fatto ricorso al garante per l’informazione, alla corte d’appello e, alla fine, addirittura all’alta corte. E ha vinto la causa, anche se il parlamento non ha mai reso pubbliche le informazioni che Brooke aveva chiesto. Brooke ha creato il caso sulle spese parlamentari, ma lo scoop non l’ha avuto lei. Gliel’ha scippato il Daily Telegraph e nessuno sa ancora esattamente come abbia fatto. Si dice che il quotidiano abbia ricevuto un cd da una talpa di qualche ufficio parlamentare. Qualunque sia la verità , è chiaro che il caso è trascinato dal giornalismo investigativo. Invece di avere giornalisti che raccolgono le briciole dalla magistratura, qui sono le indagini giudiziarie a partire grazie al lavoro investigativo giornalistico. Si parla anche di una causa privata organizzata dalla Taxpayers’ Alliance (“alleanza dei contibuenti”) con un altro giornale, il Daily Mail, contro i parlamentari spreconi.
In prima abbiamo visto una presentazione in ppt sull’origine delle religioni, sul senso del mistero, sulle domande di senso. Posto l’estratto in word di quella presentazione con alcune piccole aggiunte.