Beslan

Un salto all’indietro di quasi undici anni con questo articolo di Cecilia Tosi su Limes, col quale si inaugura anche una nuova rubrica di cui si può leggere sul sito originale. E’ la storia della lotta solitaria di una donna per ricordare e cercare di chiarire le responsabilità della strage di Beslan. Se poi qualcuno è interessato a conoscere ancora meglio la storia di questa donna, Ella Kesaeva, suggerisco di leggere la presentazione del suo libro “Beslan nessun indagato” sul sito di Mondo in cammino. La foto è di Massimo Bonfatti.

Beslan
A prima vista, Ella Kesaeva sembra una donna qualunque, più avvezza ai lavori domestici che alla politica. Invece è una leader, la più coraggiosa del sud della Russia. Sulla cinquantina, piccola e rotondetta, vestita in modo severo e ordinato, Ella ha un profilo decisamente caucasico. Infatti proviene dall’Ossezia del Nord, quella repubblica che ha ottenuto il privilegio dei riflettori solo una volta nella sua vita, quella più tragica: il massacro di Beslan. Ella Kesaeva è il capo dell’unica associazione rimasta a difendere i diritti delle vittime, i parenti di quei bambini che nel 2004 furono massacrati nella scuola elementare numero uno. Un gruppo di terroristi, subito bollati dalle autorità come fondamentalisti ceceni, prese in ostaggio l’istituto il primo settembre, quando si festeggiava l’inizio delle lezioni. L’esercito russo intervenne con spietata violenza e il bilancio finale delle vittime raggiunse quota 308. Da allora, Mosca non ha ancora fatto chiarezza sugli autori del massacro né sulle vere cause della morte dei bambini e dei loro genitori. Ella sostiene che fu l’intervento dell’esercito a mietere i morti e che tutto l’attacco era stato preordinato. Per questa sua posizione, viene minacciata ogni giorno e rischia la galera, ma lei non ha paura.
LIMES: Cosa è successo veramente a Beslan?
ELLA KESAEVA: Centinaia di bambini che potevano salvarsi sono stati uccisi per dare una dimostrazione della forza del Cremlino e della necessità di combattere più aspramente il terrorismo. Finché la scuola è stata in mano ai sequestratori, seppur in condizioni disperate, tutti i bambini erano vivi tranne una ragazzina diabetica che aveva finito l’insulina. Ma con l’intervento dell’esercito, un terzo delle persone che erano nella scuola è stato ucciso. Mia figlia e mio nipote sono usciti da una finestra mentre è avvenuto l’assalto, ma mio nipote non è mai riuscito ad arrivare: l’hanno ucciso tre pallottole dei soldati mentre stava scappando. Le autorità avevano fatto circondare la scuola da tre anelli di agenti che ci impedivano di avvicinarci. Quando siamo riusciti a penetrare nel primo cordone ci hanno stretto tra un cerchio e l’altro, ci hanno imprigionati. In quei trenta minuti alcuni degli ostaggi si sono trasferiti nel refettorio, poi le Forze di sicurezza russe hanno cominciato a lanciare razzi sulla palestra, e infine su tutto l’edificio. Alla fine per terra c’era un mare di bossoli, che le autorità hanno fatto sparire. Erano bossoli di lanciarazzi piazzati sui tetti delle case vicine. Proiettili esplosivi i che raggiungono la temperatura di 800 gradi in un secondo e che bruciano i corpi esternamente mentre fanno letteralmente bollire le viscere. È questa la morte che hanno ricevuto le vittime di Beslan.
Quindi il massacro non è colpa dei sequestratori?
Ovviamente è colpa anche dei sequestratori, ma chi li ha manovrati? Della banda di attentatori, 7 dovevano essere in prigione in quel momento e invece erano stati liberati alla vigilia del massacro. Ho visto personalmente i documenti in cui un colonnello dell’esercito russo autorizzava la liberazione di questi prigionieri. Poi si è aggiunta la violenza dell’incursione, sferrata con carri armati e lanciarazzi, un’attrezzatura da guerra, non da intervento di polizia.
Sperate ancora nella giustizia?
Per qualche mese ci abbiamo sperato, ma poi ci siamo resi conto che dietro il massacro c’erano i generali e dietro di loro il governo. Quel massacro serviva al potere per varare una legge più repressiva sulla libertà d’espressione. Nessuno ha mai ammesso che c’era stata della premeditazione nel massacro, anche se noi abbiamo i testimoni. Sulle responsabilità dell’esercito si è pronunciato anche Savelyev, matematico esperto di balistica che faceva parte della commissione di inchiesta istituita dal governo, ma il Cremlino ha dichiarato che non c’era nessun lanciafiamme. Allora abbiamo seguito il consiglio di Anna Politkovskaya e ci siamo appellati alla Corte di Strasburgo, che non si è ancora pronunciata. L’Osce intanto ha affermato che le autorità russe non hanno fatto chiarezza sull’accaduto.
Come si vive oggi in Caucaso?
I ceceni stanno mandando i loro estremisti nelle altre repubbliche del Caucaso, destabilizzando le aree fuori dai propri confini e migliorando la situazione all’interno, dove si gode anche di un certo grado di libertà. In Cecenia, ad esempio, c’è la libertà di registrarsi come ong. In Ossezia, invece, visto che è da sempre considerata la repubblica più fedele del Cremlino, non è ammessa nessuna apertura e nessuna critica. Non ci sono organizzazioni non governative a parte la mia, che non è autorizzata a registrarsi. Ci sono controlli a tappeto, non c’è telefono che non sia intercettato e non c’è giornalista libero di scrivere.
Eppure lei e sua sorella lottate ancora…
Io resisto, anche se le forze di sicurezza hanno fatto varie incursioni nei nostri uffici e ci impediscono di lavorare liberamente. Qualche anno fa è venuto un gruppo di storici dalla Repubblica Ceca per fare delle interviste. Volevano visitare un monastero, ma la polizia li ha fermati, ha detto che c’erano delle segnalazioni su stranieri pericolosi. È arrivato un funzionario dell’Fsb e non solo ha bloccato l’escursione, ma ha espulso i cechi per 5 anni! Mia sorella, dopo aver perso sia i figli che il marito, sta cercando di ricostruirsi una vita e ora ha preso in affidamento un bambino.
Sua figlia si è salvata e oggi vive a Mosca, ma i Suoi due nipoti sono morti: come ha reagito sua sorella?
Dopo i funerali non riusciva più a dormire. Cominciò a frequentare le madri delle vittime, ma la mia famiglia era molto in ansia per lei. Impossibile anche soltanto concepire come un dolore simile possa rovesciarsi su di un’unica persona, tanto era pesante il fardello che le toccava sopportare. Ma lei era sorprendente, quasi stoica nell’affrontare un dolore così grande. Di giorno cercava di sbrigare qualche faccenda, poi le commemorazioni settimanali la distraevano. Non l’ho mai sentita dire: «Ecco, i terroristi erano musulmani». Un vero fedele, diceva, non ucciderebbe mai un uomo. Tantomeno un bambino. Una volta, durante una notte insonne, mi ha detto: «Eppure non riesco a capire perché Dio non abbia preso anche me, perché mi ha lasciata qua?». «Significa che tu hai un altro destino di fronte, significa che devi ancora fare qualcosa su questa terra», le ho risposto.
Secondo alcuni critici del Cremlino, anche l’omicidio Nemcov fa parte della strategia repressiva del governo, Lei cosa pensa?
Nemcov era un uomo molto rispettoso con i musulmani e non è credibile che sia stato ucciso per oltraggio all’islam. In realtà il suo errore è stato di pubblicare su internet le minacce di morte che aveva ricevuto. In Russia queste cose non si fanno, perché si squarcia un velo che deve rimanere chiuso. Penso dunque che i ceceni lo abbiano ucciso per ordini ricevuti dall’alto, perché lui metteva a rischio il sistema. Nemcov era un’ottima persona, che nelle sue argomentazioni contro Putin non mancava mai di citare il massacro di Beslan, al contrario di molti oppositori che non hanno il coraggio di affrontare una questione tabù come la nostra. Noi ci rivolgevamo spesso a lui perché non aveva paura di difenderci, anche se in Russia nessuno difende le vittime. Adesso i progressisti non sanno più cosa fare. Il clima in Russia è durissimo, i giornali non hanno libertà d’espressione e il Cremlino esercita un potere assoluto.”

Il riposo di Dio

Terza e ultima tappa della riflessione sul triduo pasquale di Alessandro D’Avenia pubblicata una settimana fa su Avvenire. E’ la volta del Sabato Santo. Ancora la creazione e la materia, il silenzio e la contemplazione, il riposo e la nuova vita.

SABATO SANTO
Sabato Santo, oggi è l’uomo il riposo di Dio
riposoL’ultimo sabato di Cristo sulla terra conferma il primo sabato della storia: Dio riposa e contempla ciò che ha fatto. Nel sepolcro Dio riposa, dopo aver ricreato il mondo e l’uomo in lui, fatto e disfatto della materia del mondo e dell’uomo. Ha rinnovato dall’interno gli atomi, con la vera particella di Dio, l’Amore che non può essere isolato da nessun acceleratore perché è l’acceleratore di quelle particelle (Amor che move il Sole e l’altre stelle), non può essere ulteriormente diviso perché è l’elemento degli elementi, la sostanza di tutta la tavola periodica. Dio impadronendosi da dentro di ogni atomo di materia lo rende nuovo, ogni atomo adesso appartiene alla vita di Dio e non può più decadere: è salvo. Tutto è rinnovato dal di dentro oggettivamente, e lo sarà anche soggettivamente grazie a chi aderirà: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo». Ma che gran lavoro è costato tutto questo: ci vuole un momento di silenzio e di riposo, uno di quei momenti in cui l’umanità si chiede: dov’è Dio? Ed è in quel silenzio: contempla che quanto è stato fatto è cosa definitivamente bella e buona. Quel corpo distrutto dalla violenza umana, senza apparenza né bellezza per attirare lo sguardo, ha in sé tutta la bellezza possibile, perché adesso la bellezza porta su di sé anche i segni dell’incompiutezza: dolore, solitudine, tristezza, malattia, ferita, sangue, abbandono… tutto è bello adesso, perché quel corpo distrutto contiene dentro di sé tutto ciò che è brutto al mondo, trasformato da dentro, cioè realmente. Se solo ci soffermassimo a considerare che cosa è significato per l’estetica (e quindi per la vita) aver reso bello un crocifisso, smetteremmo di staccarli per ragioni puramente estetiche.
Alcune cose continueranno a decadere come prima, perché la ferita inferta dal peccato all’uomo e al creato non è del tutto cancellata, e ciò che deve decadere continuerà a decadere, ma una creazione nuova comincia a ergersi, sottile, silenziosa, ma inarrestabile, da quel corpo distrutto coinvolgendo, insieme alle cose che in noi marciscono, chi a lui si volgerà. Quel corpo è il corpo di un morto, ma in Dio la morte è solo riposo: come si riposò dopo aver creato, adesso riposa dopo aver ri-creato. C’è un unico sabato, adesso, in cui Dio, guardando tutta la storia, vede il suo riposo nel giardino della nuova creazione. C’è un gran silenzio nel giardino, attorno a quel sepolcro. Eppure, proprio quando sembra che Dio riposi, egli opera più di ogni altro giorno, perché il suo guardare le cose, dopo averle fatte, in realtà è un modo umano di dire che nel guardarle è lui che le fa esistere, le conserva nell’essere e le fa essere belle. Il riposo di Dio è la restaurazione continua della bellezza, la ri-creazione inesausta della bellezza, tutto più bello di prima, come pallidamente dice quell’arte giapponese di riparare i vasi rotti iniettando vene d’oro dentro le crepe.
Nelle mani del Padre riposa il Figlio per tutto quel sabato, ma intanto quelle stesse mani operano su ogni elemento di quel corpo e quindi della realtà, rinnovandola da dentro. E questo vale per tutti i nostri sabati di dolore, attesa e prostrazione. «Nelle tue mani consegno il mio spirito», dice il Figlio al Padre. «Ecco io faccio nuove tutte le cose», risponde il Padre al Figlio, ricevendo nella sua vita incorruttibile la materia e lo spirito del Figlio e, attraverso di lui, quella di chi a lui si unirà, credendo in lui e lasciandolo entrare nella propria camera del cuore. E il Padre che vede nel segreto lo ricompenserà: con se stesso. Dio vide che ciò che aveva fatto per l’uomo era cosa buona-e-bellissima e lo sarebbe stato in ogni angolo della Terra in cui un uomo e una donna avessero accettato di far riposare Dio, perché ancora una volta era l’uomo la via di Dio: «Io salirò fino ai piedi della Croce, mi stringerò al Corpo freddo, al cadavere di Cristo, con il fuoco del mio amore, lo schioderò con i miei atti di riparazione e con le mie mortificazioni, lo avvolgerò nel lenzuolo nuovo della mia vita limpida, e lo seppellirò nel mio cuore di roccia viva, dal quale nessuno me lo potrà strappare, e lì, Signore, puoi riposare! Quand’anche tutto il mondo ti abbandoni e ti disprezzi, serviam! ti servirò, Signore!» (San Josemaría Escrivá, Via Crucis, XIV stazione).
Quando Dio sembra tacere nella nostra vita, quello è il momento in cui chiede di riposare proprio grazie alla nostra vita. Solo così sarà di nuovo creata, di nuovo bella, pur con tutta la sua fatica e, a volte sconsolata, sensazione di abbandono. La vita di un cristiano sulla terra è un sabato in cui far riposare Dio in noi, un tempo che intercorre tra il dire – qualsiasi cosa accada – «Padre nelle tue mani consegno la mia vita» e l’ascoltare la risposta «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», anche le più oscure. E in noi Dio vedrà di aver fatto una cosa bellissima. E saremo il suo riposo.

Gemme n° 166

Due ragazzi hanno messo in piedi questo progetto in cui chiedevano agli utenti di internet di mandare messaggi su skype parlando degli argomenti che di volta in volta loro sceglievano. In questo video si parla della paure, dalle più semplici e banali a quelle più grandi e importanti”. Questa la gemma di E. (classe quarta).
Mi è tornata in mente una frase di Paolo Borsellino: “E’ normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti”.

Gemme n° 165

Da quando si sono sposati, i miei genitori sono nel cammino neocatecumenale, alla riscoperta del battesimo. Hanno sentito la vocazione missionaria di andare in un paese straniero; essendo mia madre islandese, quella sarà la destinazione. All’inizio non ero particolarmente convinta, ma ora lo sono molto di più e sono contenta di farlo. Qui ho portato il video dell’incontro con il papa a cui abbiamo partecipato anche noi”. Questa è stata la gemma di A. (classe quinta). Qui l’intero intervento del papa (scritto). Riporto una delle frasi centrali: “Quanto bisogno ha l’uomo di oggi, in ogni latitudine, di sentire che Dio lo ama e che l’amore è possibile!”.

Buio e luce

Seconda tappa della riflessione sul triduo pasquale di Alessandro D’Avenia pubblicata una settimana fa su Avvenire. E’ la volta del Venerdì Santo. La luce e il buio, la creazione e la materia, la vita e la morte, Nietzsche e Ungaretti: tutto a partire dalla Crocifissione di Poussin e dal volto di Cristo per finire sul volto dell’uomo.

poussinVENERDI’ SANTO
La roccia della morte si apre. C’è una parola che dà luce
«Non ho più abbastanza allegria né salute per impegnarmi in soggetti tristi. La Crocifissione mi ha fatto star male, ho provato molta pena, ma un Cristo portacroce finirebbe con l’uccidermi. Non potrei resistere ai pensieri penosi e seri di cui bisogna riempire lo spirito e il cuore per riuscire in soggetti di per sé così tristi e lugubri. Dunque risparmiatemi, per favore» così scrive Nicolas Poussin a Jacques Stella che gli ha commissionato una Salita al Calvario, dopo che aveva visto la sorprendente Crocifissione dipinta per De Thou, a cui l’artista aveva dedicato i mesi dal novembre 1645 al giugno 1646. Qualche settimana fa mi trovavo di fronte a questo quadro e ho visto, trasformati in forme e colori, il dolore di cui parla l’artista che è riuscito così a rappresentare l’eclissi della luce su una tela.
Si può dipingere il buio e con il buio?
Poussin riesce. Crea un buco nero artistico in cui si assiste all’implosione della luce, in una specie di anti-primo-giorno della creazione: la luce non fu. Il cielo dello sfondo precipita nell’assenza totale e le rocce del paesaggio sono macchie evanescenti: la materia è annichilita quanto il suo creatore. Con la parola “materia” i Romani indicavano il concretissimo legno degli alberi. La materia del creato è servita a forgiare lo strumento di tortura per il creatore.
A parte il movimento impressionante dei manti rossi che attraversano il quadro in una specie di “s” coricata, la scia di sangue della storia umana, sangue versato dalla violenza (i soldati), sangue dato per la vita (Maria, Giovanni, il ladro buono), tutte il resto è fatto da gradazioni di buio che inghiottono figure umane ridotte a fantasmi. Tutto è cacciato nella notte che si merita. Ai piedi della croce, sul piano medio, al centro, c’è un personaggio che si volge verso lo spettatore e gli chiede conto di ciò che sta accadendo e se c’entri qualcosa con quella tenebra che sta inghiottendo tutto.
Gli uomini sono in primo piano, con la loro violenza: soldati che si giocano a dadi le vesti del crocifisso, due di loro sono sorpresi da qualcosa che esce dal buio della terra in un movimento opposto alla tenebra celeste: dalla pietra di un sepolcro emerge un uomo contro il quale il soldato sguaina un pugnale. L’uomo, erompendo dalla fessura
della terra al centro dei due triangoli composti dalle figure ai due lati del quadro, fissa Cristo immerso nella tenebra, mentre lui in un manto bianco, unico punto di luce, è la primizia dei risorti di cui parla Matteo: «Gesù emesso un alto grido spirò… la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti resuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27, 50-53).
La roccia della morte si apre come un bozzolo molle di crisalide, la morte che pietrifica col volto di Medusa, paralizzando il soffio di Dio (anima, da anemos, vento), è ammorbidita, la materia ha un sussulto, perché l’uomo-Dio si è sottoposto alla pietrificazione della morte e, spirando, l’ha resa di nuovo fluida e viva: Da dentro. Il suo corpo non conosce corruzione (questo vuol dire resuscitare: preservare dalla corruzione) e la Morte diventa più piccola della Vita, perché la Vita l’ha inghiottita dentro di sé, sperimentandone l’avvelenamento, ma strappandole il pungiglione e rendendo il veleno inefficace. Adesso si allarga una luce silenziosa in mezzo alle tenebre, in ogni cuore che si volga a guardare Colui che hanno trafitto che, subendo nella sua materia le conseguenze delle nostre tenebre, restaura la materia dell’uomo e gli restituisce la condizione di luce: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me», aveva detto.
Questo è il movimento centripeto e inconsapevole del quadro e del mondo e di tutti i suoi elementi, materiali e umani. Il centro di questo buco nero divino è la figura di Cristo: attorno a lui trionfa il non-colore della solitudine e del male, egli diventa un buco nero al contrario, inghiotte tutto il buio della storia per ridare luce a noi. Non fa forse questo la Parola? Dare luce alle cose e dare alla luce le cose. Attira tutto il buio a sé e ci restituisce la luce nella quale possiamo ri-conoscere (conoscerlo di nuovo e come nuovo) il nostro volto. Lo abbiamo noi questo volto? Convinceremmo Nietzsche che asseriva che avrebbe creduto al cristianesimo se avesse visto nei suoi seguaci “il volto dei risorti”? Potremo se ci volgeremo a lui riconoscendo tutta la nostra tenebra, perché sia soggettivamente e progressivamente rischiarata, perché la tenebra è inversamente proporzionale alla croce, come scopre il poeta, al cospetto delle macerie della città degli uomini devastata dalla guerra mondiale: «Vedo ora nella notte triste, imparo, / So che l’inferno s’apre sulla terra / Su misura di quanto / L’uomo si sottrae, folle, / Alla purezza della Tua passione» (G.Ungaretti, Mio fiume anche tu).

Gemme n° 164

Ho sentito questo brano in una di quelle giornate particolari in cui va tutto male; incuriosita dal testo, l’ho ascoltata con attenzione ed è diventata la mia canzone anti-tristezza”. Questa la breve presentazione di L. (classe quinta).
Mi hanno colpito una frase ripetuta molto spesso “Turn the pain into power” e una delle parti finali: “Lei ha un leone dentro il suo cuore, un fuoco nell’anima. Lui ha una bestia nella sua pancia che è così difficile da controllare. Perché hanno preso troppi colpi, prendendo colpo su colpo. Ora illuminali come se stessero per esplodere”. Io non so se associare gli irlandesi The Script a un pensiero di Etty Hillesum sia azzardato, ma tant’è. Etty scrive queste parole pensando all’amica Ilse Blumenthal, i cui figli sono stati uccisi nei campi di concentramento nel 1942 (poco più di un anno dopo, la Hillesum stessa morirà ad Auschwitz): “Devi saper sopportare il tuo dolore; anche se il dolore ti schiaccia, sarai capace di rialzarti ancora, perché l’essere umano è così forte, e il tuo dolore deve diventare per così dire parte integrante di te, parte del tuo corpo e della tua anima; non c’è bisogno che tu scappi da lui, portalo in te, ma da adulta. Non trasformare i tuoi sentimenti in odio, non cercare vendetta a spese di tutte le madri tedesche, perché anche loro soffrono per i loro figli trucidati ed uccisi. Fornisci al dolore dentro di te lo spazio e il rifugio che merita, perché se ognuno accetta quello che la vita gli impone con onestà, lealtà e maturità, forse il dolore che riempie il mondo si placherà. Ma se non prepari un rifugio accogliente per il tuo dolore, e invece riservi più spazio dentro di te all’odio e ai pensieri di vendetta – dai quali sorgeranno nuovi dolori per altri – allora il dolore non cesserà nel mondo, ma sarà moltiplicato. E se avrai dato al dolore lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora potrai veramente dire: la vita è bella e così ricca! Tanto bella e ricca che potrebbe farti credere in Dio” (da “Uno sguardo nuovo”, Iacopini e Moser). Turn the pain into power.

Gemme n° 163

Ho creato questo video per due ragioni: la prima è che si tratta della sigla finale dell’anime che mi ha cambiato la vita; la seconda è che si accenna a una situazione simile alla mia e a una forza che non penso riuscirò mai ad avere”. Questa la gemma di S. (classe terza).
Mi soffermo sulla parte finale del testo: il cammino è fatto in solitudine, lo si ribadisce più volte, ma mi ha colpito la frase “mi stavano tutti aspettando”. Mi è venuta in mente una canzone che appartiene a tutt’altro genere e che appoggio qui come augurio e auspicio. In “Fuoritempo” Ligabue canta:
C’era tanta gente che sembrava lì solo per me, tutti ai blocchi di partenza lo start chi lo dà? E poi… il cuore che bruciava e poi correvo come un matto, tutti gli altri eran davanti, cos’è che non va? Brutta storia dico corro corro e resto sempre in fondo, sono fuori allenamento oppure è allenato il mondo? Certa gente… riesce solo a dire… Sei fuoritempo, sei fuoritempo, sei come un debito scaduto, sei fuoritempo, sei quello che ci chiede sempre aiuto. Fu così che lasciai la gara e resto lì per andare con il passo mio: stan fischiando… stan fischiando va bene così. Per di qui per mesi e per chilometri finché qualcuno dice: “Tu dov’è che stai andando, che siam tutti qui?”. Io non vado da nessuna parte, io sto andando e basta, dicono che se mi beccano mi tagliano la cresta. Certa gente… pensa solo a dire… Sei fuoritempo, sei fuoritempo arrivi e parti troppo presto… fatti per correre … o per rallentare… C’è anche chi ha deciso di camminare al passo che gli pare”.

Gemme n° 162

Ha fatto fatica C. (classe seconda) a presentare la propria gemma: “Non nascondo che in questo video non manchino le parolacce, ma la sua forza è più grande. Poco prima di vederlo (qualche giorno fa) mi era successa una cosa di cui non avevo parlato con nessuno. Poi ne ho parlato con mia madre che mi ha invitato a stringere i denti. Proprio per questo e per quello che viene detto alla fine del video ho deciso di mostrarlo”.


Alberto Pellai afferma: “In ogni storia di bullismo non c’è mai un vincitore e nemmeno un vinto: c’è solo un soggetto debole che se la prende con uno ancora più debole e approfitta dell’incompetenza e dell’analfabetismo emotivo che domina l’ambiente in cui entrambi vivono e si muovono per affermare un potere fittizio, fatto di degrado, umiliazione, solitudine e omertà”. Voglia essere questo un modo per dare voce, per non far finta di niente. Succede spesso di respirare aria pesante, fatta di sguardi cattivi, battute ciniche e cattive che si ammantano di realismo, sincerità e libertà di pensiero ed espressione: “Ti dico in faccia quello che penso”. No, non è necessario, e neppure opportuno: non solo che tu lo dica, ma anche che solo lo pensi.

Gemme n° 161

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“Ho portato come gemma una citazione dal film Vita di Pi. Un padre spiega al figlio cosa sia credere e non credere «…perché voler credere in tutto allo stesso momento corrisponde esattamente a non credere in niente. […] Ascoltami, invece di saltellare continuamente da una religione all’altra perché non cominci con la ragione? In poche centinaia di anni la scienza ci ha fatto capire l’Universo più di quanto la religione non abbia fatto in diecimila anni. […] Sì, alcuni mangiano carne, altri mangiano verdure, non mi aspetto che tutti concordino su tutto ma preferisco che tu creda in qualcosa con cui io non concordo piuttosto che accettare tutto ciecamente, e questo, comincia col pensare razionalmente…»”. Questa citazione è stata la gemma di E. (classe seconda). La accompagno con una citazione del fisico tedesco Max Planck: “Solamente quando ci sentiamo sotto i piedi il saldo terreno dell’esperienza della vita reale ci è lecito darci senza timore ad una concezione del mondo fondata sulla fede in un ordine razionale dell’universo”.

Un dono spezzato

La scorsa settimana, nell’occasione del triduo pasquale, Avvenire ha pubblicato tre riflessioni di Alessandro D’Avenia. Pensavo di raccoglierle in un testo unico e metterle a disposizione, ma temo che in questa maniera le leggano in pochi. Allora, visto che oggi è giovedì, a una settimana di distanza, le pubblico con gli stessi tempi del quotidiano: in fin dei conti, i cristiani rivivono il triduo ogni domenica. La vita, il viaggio, l’amicizia, l’amore, la risposta alla domanda “chi è l’uomo?” sono al centro di questa riflessione; l’Odissea, Vasilij Grossman, Dante e, ovviamente, la Bibbia ne sono le fonti.

GIOVEDI’ SANTO
Giovedì Santo: l’uomo è quello che spezza il pane
Odisseo8«L’eroe multiforme, raccontami, Musa, che tanto vagò: / di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, / molti dolori patì sul mare nell’animo suo, / per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. / Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo: / con la loro empietà si perdettero». Nell’originale greco la prima parola dell’Odissea è «uomo», la seconda «raccontami».
Il poeta chiede alla Musa di dire, all’alba della cultura occidentale, “chi è l’uomo?”. Ci vorranno ben 24 libri per “raccontare” la risposta, anche se ci viene offerta un’eccellente sintesi nei pochi versi proemiali. Il poeta tratteggia tre caratteristiche: conoscere città e pensieri/costumi di uomini, patire dolori, al fine di acquistare la vita a sé e ai compagni. La poesia omerica dice l’essenziale: l’uomo è viaggiatore, curioso conoscitore del mondo, chiamato a “patire”, per tornare a casa. Casa è: “aver salva la vita” (psyché), ma non solo la propria, ma anche quella dei compagni (etàiroi): coloro con cui si condivide un obiettivo. Lo traduciamo con “compagno”, la cui radice (cum più panis) indica “qualcuno con cui si divide il pane”. L’identità dell’eroe non è ripiegata su se stessa, ma proiettata verso l’altro, salvare sé e i compagni sono un tutt’uno.
Dire Ulisse è dire i suoi compagni, i suoi amici, la sua terra. Itaca. Amico non è qualcuno da “aggiungere” su un social, ma con cui condividere il pane (non l’apparenza) nel tentativo di salvarsi e salvare. L’uomo è dato all’altro uomo per la salvezza. È un dato originario quanto la creazione, e quindi fonte insostituibile di originalità: gli amici ci costringono ad essere reali, custodendo e coltivando la nostra identità, unicità, vocazione. Gli amici ci tirano fuori dalle apparenze e ci ricordano che i nostri talenti non sono per auto-realizzare, ma per etero-realizzare. Lo dice in modo perfetto Vasilij Grossman in Vita e Destino: «L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso… Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui. L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti. E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi. L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede».
Noi cristiani a volte riduciamo la Rivelazione a un programma morale, quando invece è il movimento (Amor che move dice Dante) che Dio ha impresso nel Ecce Homocreato, nel quale abbiamo il privilegio di essere inseriti e che possiamo assecondare o rifiutare. Solo chi si lascia catturare da questo movimento amoroso può portare la realtà a pieno compimento, la sua e quella degli altri: l’unico “pregiudizio” che un cristiano può avere sulla realtà è l’amore. Se ci si sottrae a questo movimento si diventa meno reali e si priva di realtà la realtà. L’amicizia, cioè l’affidamento dell’uomo all’altro uomo, è il versante umano di questo movimento. Chi è l’uomo? Risponde Pilato mostrando il flagellato: «Ecco l’uomo». Non è più il bell’eroe odissiaco, eppure anche Cristo ha conosciuto le città degli uomini e i loro pensieri, ha patito nel viaggio dell’incarnazione. A quale fine? Anche lui per salvare la vita dei suoi compagni, ma con una novità: rinunciando alla sua. Per questo non può trattarsi di un mito. Dice: «Non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono». Lo scherniscono: «È stato capace di salvare gli altri, e non può salvare se stesso». Ulisse aveva salvato sé e i suoi compagni erano morti per la loro empietà. Cristo fa il contrario: rinuncia a salvare se stesso e salva noi: per la nostra empietà si fa empio lui. Infatti proprio nell’ultima cena ci definisce amici: «Vi ho chiamati amici perché vi ho detto le cose del Padre mio».
Il racconto di Cristo è la sua identità, il Figlio mostra il Padre: un racconto costato la vita. A uno dei suoi, che in quella cena dice «Mostraci il Padre e ci basta», risponde: «Chi vede me, vede il Padre». Ci chiama amici e, a tavola spezzando il pane, ci rende compagni del suo poema: l’obiettivo è salvare. E questo non solo nel suo breve passaggio sulla terra, ma oggi e sempre, diventato lui stesso “pane” per la compagnia (i due di Emmaus e tutti lo riconosceranno così). Chi non mangia quel pane non ha vita, non ha passione per il mondo, non ha l’amore come pregiudizio, non rende – attraverso l’amicizia – la realtà reale, ma la lascia precipitare nell’inconsistenza della morte.”

emmausConcludo con un mio piccolo contributo citando Cesare Pavese:
Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra “riavere” noi dagli altri… Tu sei solo e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro… non basti da solo, e lo sai”.

L’attimo eterno

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Ma quando ho scritto questa cosa? Ma l’ho scritta io?”. Mi è capitato spesso di chiedermelo e uno dei meriti del blog è la possibilità di dare una risposta certa a quelle domande. Molto più raramente mi è successo con la fotografia. E’ vero, sono due processi differenti. Il primo, quello della scrittura, è fatto essenzialmente di una sola fase, al massimo due: riflessione e scrittura, anche se mi capita di riflettere scrivendo e di modificare il mio pensiero mano a mano che procedo con la battitura delle parole sulla tastiera (ammetto che avevo scritto “con la stesura delle parole sul foglio”…).Il secondo, quello della fotografia, è più articolato: a volte colgo l’attimo, altre penso ed elaboro lo scatto, quindi faccio clic, osservo il risultato, eventualmente intervengo. E mi capita di guardare il frutto del secondo processo molto più frequentemente di quanto non rilegga l’esito del primo. E stasera, leggendo delle parole del libro “L’eleganza del riccio”, penso di aver compreso perché: “La contemplazione dell’eternità nel movimento stesso della vita”. Questo mi succede quando guardo o scatto una foto, quando la rielaboro, quando la osservo, che sia mia o di un altro. E’ come una sospensione nel tempo di qualcosa che a quel tempo appartiene, o meglio, è appartenuto; eppure continua a far vivere in me, nel tempo attuale, delle emozioni, dei pensieri, delle reazioni. L’impressione che ho ogni volta è effettivamente quella di collocare un frammento finito della vita che sta passando in un arco eterno. Non so: esiste il concetto di attimo eterno?

C’è del buono

crocifissione bianca 240

Non so se nei prossimi giorni aggiornerò il blog. In alcuni periodi dell’anno stacco un po’. Mi piace l’idea di lasciare questa breve riflessione-citazione-abbinamento per questi giorni che precedono e poi seguono la Pasqua.
Sam: «È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte; ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra, anche l’oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so: le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto; andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa». Frodo: «Noi a cosa siamo aggrappati Sam?». Sam: «C’è del buono in questo mondo, padron Frodo: è giusto combattere per questo!»” (‘Il Signore degli anelli – Le due torri’).
Quella narrata da J. R. R. Tolkien è una storia inventata. Leggendo questo passo mi sono venute però alla mente le parole di una pensatrice che ha vissuto realmente e di cui ho scritto già diverse volte sul blog. Etty Hillesum, da perseguitata, afferma: “La barbarie nazista risveglia lo stesso tipo di barbarie in noi […]. Dobbiamo respingere quella barbarie da noi stessi, non dobbiamo coltivare l’odio interiormente perché, altrimenti, il mondo non riuscirà a fare un solo passo fuori dalla melma. Non che la nostra condotta contro il nuovo sistema debba essere ingenua e priva di principi, ma questa è un’altra faccenda. Combattere gli istinti malvagi che quella gente risveglia in noi è qualcosa di molo diverso da un ipotetico essere «oggettivi», dal vedere il cosiddetto «bene» nel nemico – fare questo è solo tergiversare e non ha niente a che fare con ciò che voglio dire. Ma si può essere veri militanti e agire con ricchezza di principi senza essere pieni di odio” (De nagelaten geschriften, tratto da Uno sguardo nuovo, Iacopini-Moser, pag. 29).

3×1

Tintoretto. L'ultima cena 2

Può un giorno durare tre giorni? Sì: lo spiega in questo bell’articolo, breve e chiaro, Assunta Steccanella. La fonte è Chi cercate?
Il Triduo pasquale (dal lat. tridŭum = periodo di tre giorni) è lo spazio di tempo compreso tra la messa vespertina (In Cena Domini) del Giovedì santo e i vespri della Domenica di Risurrezione. La sua origine è molto antica: nella Chiesa d’Occidente sia Ambrogio (†397) che Agostino (†430) menzionano nei loro scritti il Triduo sacro.
Occorre sottolineare che Triduo pasquale non significa ‘tre giorni di preparazione alla Pasqua’: si tratta di un unico, grande evento, che equivale a ‘Pasqua celebrata in tre giorni’. Il Triduo è quindi la Pasqua nel suo tutto unitario, dalla passione e morte alla sepoltura, attraverso il dolente silenzio del sepolcro, fino alla Risurrezione. Questo tempo è il centro dell’anno liturgico, in quanto ri-presenta l’accadimento fontale per la nostra fede. Inizia con una sorta di preludio, la Messa In Cena Domini del Giovedì santo, ricca di significati: rimanda alla cena con i discepoli che segna l’inizio della passione, è la memoria sacramentale del mistero pasquale consegnataci da Gesù stesso, ricorda il sacerdozio ministeriale e il comandamento dell’amore fraterno. L’Eucaristia, che El Greco. Crocifissionedi tale amore è simbolo e fonte, ha suscitato fin dal XII-XIII sec. l’adorazione del popolo cristiano, che si protrae fino alla mezzanotte.
Il Venerdì santo è il giorno della passione e morte del Signore, e del digiuno pasquale come segno esteriore della nostra partecipazione al suo sacrificio. E’ un giorno aliturgico, ossia senza Eucaristia: le celebrazioni pomeridiane e serali sono infatti momenti di commemorazione degli eventi della passione e di adorazione della croce; i fedeli ricevono la Comunione con particole consacrate il giorno prima.
E’ però il Sabato santo il giorno aliturgico per eccellenza: invita alla sosta silenziosa presso il sepolcro, rimandando alla sepoltura di Gesù e alla discesa agli inferi (la salvezza nell’abisso – Von Balthasar). L’altare è spoglio, le luci spente, le campane silenziose.
Il momento culminante del Triduo, il nucleo da cui ha avuto origine ed il centro di tutto l’anno liturgico è la Veglia pasquale: per antichissima tradizione è notte di veglia in attesa del Signore, di speranza vigilante. Fin dai primissimi secoli è nel corso di questa Veglia che vengono celebrati i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, e che trova la sua forma paradigmatica il rito del Battesimo, la prima immersione personale nella Pasqua di Cristo.
La Domenica di Risurrezione infine apre il tempo pasquale, che si concluderà con la Domenica di Pentecoste.”

Giotto. Noli me tangere

Scomporre, capire

Voltofb

Scomporre un fiume nei suoi ruscelli. Capire un uomo” (Elias Canetti, La provincia dell’uomo).

Gemme n° 160

Ho portato una poesia che viene recitata alla fine del film Papà ho trovato un amico. La trovo molto emozionante.

Salice piangente con lacrime a forma di ramo,
perché piangi e non rispondi se ti chiamo?
E perché un giorno lui ti ha dovuto lasciare?
E perché non è potuto restare?

Sulle tue fronde si arrampicava e con la sua piccola mano leggera ti accarezzava.

Nella tua ombra vinceva l’estate, pensavi fossero eterne le sue risate?

Smetti di piangere salice piangente, perché questo piangere non servirà a niente.
Credi che la morte te lo abbia tolto, che non tornerà mai.
Ma cercalo nel tuo cuore, lo ritroverai”.

Questa la gemma di F. (classe quarta). Pubblico il pezzo di film da cui è tratta:

Questa, invece, è una canzone di Vasco Rossi che ha una storia lunga. Metto anche il testo, si intitola “La favola antica”. Mi sembra che possano essere colte delle somiglianze.

C’era una volta una favola antica quasi da tutti ormai dimenticata
che continuava a volare nell’aria aspettando colui che l’avrebbe di nuovo narrata
era una favola vecchia era un poco svanita come un barattolo di aranciata aperta
ma non voleva rassegnarsi e cercava di “non dimenticarsi”!

Parlava di una bambina bionda che non voleva dormire da sola
e la sua mamma poverina doveva starle sempre vicina
Un giorno venne una bella signora tutta vestita di luce viola
prese la mamma per la mano e la portò lontano, lontano
La bimba pianse cento sere poi si stancò e si addormentò
Quando il mattino la venne a svegliare con un bellissimo raggio di sole
vide la mamma poverina che sotto un albero dormiva
e la signora vestita di viola disse “non devi più avere paura… di restare sola”

C’era una volta una favola antica quasi da tutti ormai dimenticata
che continuava a volare nell’aria aspettando colui che l’avrebbe di nuovo narrata
era una favola vecchia era poco svanita come un barattolo di aranciata aperta
e per non essere dimenticata diventò vera… diventò! oh oh oh! … la vita!

Gemme n° 159

Come gemma ho scelto questo brano di De Andrè che ho sempre ascoltato con mio padre: racconta di una tragedia avvenuta nel 1864 negli Stati Uniti, quando i soldati distrussero una tribù di nativi americani. Penso che il testo sia molto profondo e significativo anche per l’attualità: ci sono ancora distruzioni e non penso che possano finire.” Queste le parole con cui C. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Se qualcuno desiderasse conoscere in modo più approfondito la storia del massacro di Sand Creek, invito a leggere a questo post.
Uno degli aspetti più toccanti della canzone è lo stesso sottolineato qualche giorno fa in un’altra gemma: il punto di vista è quello di un bambino, sorpreso nella notte, a metà tra la veglia e il sonno. Il nonno cerca di proteggerlo, provando a mascherare la realtà: “Chiusi gli occhi per tre volte, mi ritrovai ancora lì, chiesi a mio nonno è solo un sogno, mio nonno disse sì”. La durissima realtà circostante si mischia col sogno che diventa incubo: “Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso, il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso, le lacrime più piccole, le lacrime più grosse, quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse”. A commento un unico collegamento, tra i tanti che purtroppo si potrebbero fare, con l’attualità: la Somalia.

Gemme n° 158

Kava1

Come gemma ho scelto una poesia di Kavafis e desidero accompagnare la lettura col brano Nuvole bianche di Einaudi. Itaca è metafora, è raggiungere una meta, accumulare saggezza e ricchezza. Mi riporta alla mia famiglia e agli amici, mi emoziona molto. Spero sia il mio viaggio e lo auguro a tutti. Ognuno ha una propria Itaca.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

Questa la gemma di R. (classe terza). C’è una canzone di Niccolò Fabi contenuta nell’album “La cura del tempo” del 2003 che si intitola “Il negozio di antiquariato” e sulla quale desidero soffermarmi. E’ difficile trovare un oggetto particolare in una strada centrale, lungo un corso, in bella vista in vetrina: “Per ogni cosa c’è un posto ma quello della meraviglia è solo un po’ più nascosto”. L’uomo contemporaneo è abituato al prodotto pronto e servito sul piatto: ciò che costa fatica spesso spaventa e non ci si rende conto che invece la cosa desiderata e bramata, per cui magari si è sofferto e lottato porta la bellezza proprio in quella attesa e in quelle battaglie (“Il tesoro è alla fine dell’arcobaleno che trovarlo vicino nel proprio letto piace molto di meno”). Le imprese, anche quelle che paiono impossibili, non sono precluse, ma è bene sapere quello di cui si va alla ricerca: “Come cercare l’ombra in un deserto o stupirsi che è difficile incontrarsi in mare aperto. Prima di partire si dovrebbe essere sicuri di che cosa si vorrà cercare dei bisogni veri”. La meta deve essere valutata con calma, non è detto che la corsa e la premura siano ideali per questo tipo di viaggio, corriamo il rischio di trascurare l’essenziale: “Ma le più lunghe passeggiate, le più bianche nevicate e le parole che ti scrivo non so dove l’ho comprate. Di sicuro le ho cercate senza nessuna fretta perché l’argento, sai, si beve, ma l’oro si aspetta”. Non lo so, penso ci stia bene qui.

Gemme n° 157

jess«Ha nevicato anche l’anno scorso: ho fatto un pupazzo di neve, mio fratello l’ha buttato giù, e io ho buttato giù mio fratello. Poi, abbiamo preso il tè insieme.» (Dylan Thomas)
Ho voluto cominciare con questa citazione perché non credo ci sia modo migliore di descrivere il rapporto fra me e mio fratello.
Fin da piccoli, noi due siamo sempre stati agli antipodi su tutto, dal cartone animato preferito, al gusto della torta di compleanno, eccetera eccetera. Piccole cose, certo, ma che hanno sempre reso complicato ogni più piccolo confronto. Anche se tra fratelli è normale litigare, troppo spesso finivamo per urlarci contro per ore o per non parlarci del tutto per giorni; era come se mancasse qualcosa, come se, sotto sotto, io non conoscessi veramente quella persona che avevo visto nascere e crescere accanto a me. Quel “punto d’incontro” che serviva ad unirci è arrivato nella maniera più improvvisa e impensabile possibile: l’anno scorso, mia madre è stata male, e la nostra vita ha iniziato a cambiare. In quel periodo, in cui mio padre lavorava molto e mia madre non poteva occuparsi di noi, io e mio fratello ci siamo trovati spesso soli, ad aspettare in silenzio. Se devo essere del tutto sincera, inizialmente io credevo che lui non capisse appieno la situazione, o che semplicemente la ignorasse; quando però un giorno sono entrata in camera e l’ho trovato seduto sul letto che piangeva a dirotto, ho capito di avere di fronte a me una persona molto più intelligente e sensibile di quanto credessi. Principalmente però, era un bambino che aveva bisogno di conforto. Quella sera, io e lui siamo stati seduti l’uno di fronte all’altra a parlare per ore, sia di cose serie che di stupidaggini, e ci siamo un po’ scoperti a vicenda. Ho capito per la prima volta cosa volesse dire avere un fratello minore da proteggere, e ho giurato che l’avrei sempre fatto, perché so che, qualunque cosa accada, lui sarà sempre lì per me, pronto a difendermi e a sostenermi; perché alla fine non importa quante volte ci butteremo giù, l’importante è che uno sarà sempre pronto a risollevare l’altro e ad «offrigli una tazza di tè».”
Questa è stata la toccante gemma di J. (classe terza). Mi è venuta in mente una frase che arriva dal passato. Mio nonno adorava i film di Totò, di Franco e Ciccio e di Bud Spencer e Terence Hill. Nel film “Lo chiamavano Trinità” uno dei protagonisti afferma: “Come ti permetti lurido ladrone! Questi sono i miei fratelli e i miei fratelli li picchio solo io!”. Mi ha fatto sorridere, ma pure riflettere. I rapporti umani più profondi sono quelli sinceri, ma non è facile essere sinceri ed accettare la sincerità. Significa essere nudi davanti all’altro e nudità significa anche vulnerabilità. Ci vuole tempo per svestire gli abiti che fanno da corazza, ma una volta che si scopre la bellezza dell’altro non vi si rinuncia.

Gemme n° 156

Una delle mie canzoni preferite riguarda il difficile cammino di un figlio che si distacca dai genitori. Al padre sono associati lavoro e fatica, alla madre emozioni e sentimenti. Il figlio si stacca per delle incomprensioni. Ma la cosa bella è che alla fine, in un momento di debolezza, li cerca ancora”.
Questa la gemma e la preferenza musicale di G. (classe quinta). Il mio pensiero è andato a una canzone dedicata da un padre alla figlia: Francesco Guccini scrive per Teresa il brano “Culodritto”. In Emilia quando un giovane guarda con disapprovazione e un po’ puntuto un adulto e se ne va, si dice “andarsene a culodritto”. Nella canzone emergono le differenze generazionali, gli assolutismi adolescenziali, le insofferenze genitoriali, ma soprattutto quella fiducia finale di cui ha parlato anche G. Adoro questo brano.


Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare…
Culodritto, che vai via sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari
di longobardi, di celti e romani dell’antica pianura, di montanari,
reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi,
di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi,
anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortili e di strade
e non saprai che sapore ha il sapore dell’uva rubato a un filare,
presto ti accorgerai com’è facile farsi un’inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza…
Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica
e che il vivere è sempre quello, ma è storia antica, Culodritto…
dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto;
vola, vola tu, dov’io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto… da sbagliare…”

Gemme n° 155

Ho trovato questo video per caso… stavo cercando altro… ma mi ha molto colpita: accettarsi alla nostra età è difficile, siamo continuamente giudicati da altri, da riviste. Se potessimo modificarci saremmo forse tutti uguali. E’ importante accettarsi per quello che si è, tanto si viene comunque giudicati e comunque chi giudica non è perfetto. Perché farmi giudicare da chi avrà sempre qualcosa da dire su di me?”. Così E. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Una delle ultime canzoni di Marco Mengoni gira molto in radio in questi giorni. Non mi piace molto perché la trovo eccessivamente ripetitiva, ma il testo lo trovo molto calzante:
Oggi la gente ti giudica, per quale immagine hai.
Vede soltanto le maschere, non sa nemmeno chi sei.
Devi mostrarti invincibile, collezionare trofei.
Ma quando piangi in silenzio, scopri davvero chi sei.
[…] Ma che splendore che sei, nella tua fragilità”.
Inoltre, aggiungo anche un’altra cosa: amo fotografare. Una delle cose che mi piace immortalare è il primo piano delle persone, anzi il primissimo piano, se non addirittura un particolare del volto. Quando lo faccio mi accorgo di quanto bello sia. Più mi avvicino, più aumenta la bellezza. Potessi entrare nel cuore, ne sarei travolto.