“Come ultima gemma ho deciso di portare il mio cane, Rocky. Da dieci anni è una presenza fondamentale nella mia vita. C’è sempre stato, in ogni momento, ed è l’unica presenza di cui ho sempre avuto davvero bisogno, indipendentemente da ciò che stessi attraversando. Rocky mi ha vista crescere. È stato accanto a me nei momenti più belli, ma soprattutto in quelli più difficili, senza condizioni o pretese, quando non sapevo spiegare cosa provavo e non ne avevo la forza. Con lui non è mai servito parlare, ed è per questo che ritengo mi abbia aiutata molto più di tante altre persone. Ho deciso di portarlo come mia ultima gemma perché rappresenta l’amore più grande della mia vita. So che perdere Rocky significherebbe perdere me stessa, ed è proprio per questo che è così importante”. (A. classe quinta).
“Come state?”. Le classi sanno che inizio tutte le lezioni con questa domanda e sanno anche che non è una domanda di circostanza: se ci sono delle cose che non vanno le affrontiamo, così come se c’è qualcosa da festeggiare. In molte classi succede che ci sia sempre qualcuno che poi domanda: “E lei, prof, come sta?”. Così è successo anche oggi in tre classi e, ovviamente, è valso anche per me che quella non era una domanda di circostanza. Per cui ho risposto che sono stati giorni difficili perché ho salutato un caro amico, il compagno di banco del liceo, il compagno di appartamento per un pezzo dell’Università, il marito di un’amica carissima, il confidente di sofferenze e il destinatario di condivisioni gioiose. Ma ho anche detto: “Vi sembrerà strano quello che sto per dire, ma oggi sono felice”. Ho raccontato che il tuo funerale, Chicco, è stato “bello”, ricco di speranza e d’amore. Ho detto che hai lasciato un messaggio incentrato sulle parole de Il piccolo principe“Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Hai commentato queste parole scrivendo: “… sono giunto alla conclusione che per me “relazione” vuol dire lasciare un pezzetto di me nel cuore dell’altro e lasciare che l’altro lasci un pezzetto di sé nel mio. Ecco volevo lasciarvi con questo augurio: che sappiate sempre lasciare un pezzetto di voi in chi incontrerete e che, allo stesso modo, chi incontrerete sappia sempre lasciare un pezzetto di sé nel vostro cuore”. Mi sono molto commosso. Tu non lo sapevi, ma il saluto finale che lascio alle quinte ogni anno è incentrato su alcune parole dello stesso libro di Antoine de Saint-Exupéry, quelle sull’addomesticarsi: “”Che cosa vuol dire addomesticare?”. “È una cosa molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”. “Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo… La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano! Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai i capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”. E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!”, disse la volpe, “piangerò”. “La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”. “È vero”, disse la volpe. “Ma piangerai!”, disse il piccolo principe. “È certo”, disse la volpe. “Ma allora che ci guadagni?”. “Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.” Carissimo Chicco, amico mio, ho guadagnato un colore del grano oro intenso che dà un tono caldo, accogliente, caloroso al ricordo che ho di te e ai pezzetti di te che custodisco nel cuore e che continuerò a far vivere nella mia vita in tutti i gesti di affetto. Stavo per dire, stamattina, che ho perso un amico, ma la sensazione è quella opposta: ho vinto un amico, ho vinto tutte le esperienze fatte insieme, quel mio 2 e quel tuo 3 nel compito di disegno passato a confidarsi (e solo perché tu eri riuscito a mettere anche l’asse delle altezze, mentre io mi ero fermato alla linea dell’orizzonte), gli sguardi ricambiati, i silenzi parlanti, la fede condivisa, la passione per questa vita, quell’ultima interrogazione di inglese su tutto il programma con il bigliettino fronte retro su Ezra Pound in mezzo a un foglio A3, essere testimone del sì tra te e la Do, i tuoi abbracci sempre veri. Quanto mi piacerebbe regalare queste sensazioni alle ragazze e ai ragazzi che incontro ogni giorno: lo sentite questo amore? la sentite questa amicizia? lo sentite come in amore, in ogni amore, 1+1 faccia 3 e che a un certo punto quel 3 possa tendere a infinito? lo percepite quanto sia meraviglioso, gratificante, creativo, ricco, vitale? lo sentite come vada oltre la morte? lo sentite quanto ne valga la pena? “Eccola lì la risposta, sempre stata sotto i miei occhi, cosa si vede dunque bene solo con il cuore, l’essenziale? Risposta: i legami, le relazioni”. Ho vinto un amico che ha vinto la vita.
“Anche quest’anno la scelta della gemma non è stata semplice, anzi non è stata nemmeno completata, oggi infatti parlerò di due persone molto importanti per me: la mia migliore amica e il mio fidanzato. Io e B. ci conosciamo da quando eravamo bambine, siamo cresciute insieme e siamo sempre state legate nonostante qualche disaccordo. Condividiamo tutto, dai vestiti ai segreti più profondi, ci fidiamo l’una dell’altra e sappiamo che non ci giudicheremo mai e poi mai. Quando siamo insieme non esiste nessun altro, ridiamo e scherziamo sempre, anche se la gente ci guarda male. Riusciamo a parlare di qualsiasi cosa e passiamo dal ridere per cose inutili al parlare e fare discorsi riguardanti argomenti molto più seri, come l’amore. Ci consigliamo e confidiamo tutto, lei sa tutto di me e io so tutto di lei. È stata proprio lei a sapere per prima di me e G. (il mio ragazzo), è stata lei a starmi vicina quando credevo di non avere possibilità ed è ancora lei a supportarmi in qualsiasi cosa. G. invece è un ragazzo che è entrato nella mia vita da circa un anno. L’ho conosciuto quasi per caso e abbiamo legato tantissimo. Gli voglio un sacco di bene anche se non sono sempre brava a dimostrargli i miei sentimenti. Mi ritengo molto fortunata ad averlo accanto perché è un ragazzo fantastico, pensa sempre al bene degli altri e cerca di essere disponibile per tutti. Abbiamo avuto fin da subito un legame sincero e ci siamo fidati l’uno dell’altro come se ci conoscessimo da una vita. Siamo due persone molto simili e allo stesso tempo molto diverse, ci piacciono le stesse cose e siamo molto timidi entrambi ma lui è ordinato e io no, lui è organizzato e io no, io sono orgogliosa e lui no. Mi fa sempre ridere e ogni volta che stiamo insieme mi sento bene, mi sento libera di essere me stessa perché so che non devo cambiare per piacergli ma gli piaccio così come sono. Nonostante io lo conosca da relativamente poco lo ritengo una persona importantissima per me, come lo è B. Per loro farei di tutto”. (B. classe terza).
“Come mia prima gemma ho deciso di portare una persona molto importante per me: mia cugina A. È una persona un po’ pazzerella, nel senso più bello del termine: le piace cantare, ballare ed essere semplicemente se stessa. Con lei posso fare lo stesso, senza sentirmi giudicata, cosa che purtroppo spesso mi capita con altre persone. Proprio per questo, stare con lei mi fa sentire libera e a mio agio. Con lei mi diverto sempre. Mi porta a fare shopping, cosa che in generale detesto, ma con lei non mi annoio mai. Mi fa visitare posti nuovi, provare cibi diversi e scoprire ristoranti nuovi. E’ sempre pronta ad aiutarmi, con piacere e senza mai farmelo pesare. In poche parole, è la migliore amica che tutti desiderano, e io mi ritengo davvero fortunata ad averla come cugina. Nonostante il nostro divario di età di due anni e il fatto che viviamo in paesi diversi, con abitudini e vite differenti, riusciamo a capirci perfettamente e a trovare sempre il giusto equilibrio”. (M. classe terza).
“È un braccialetto semplice di bigiotteria, con piccoli diamantini. Non ha un grande valore economico, ma per me è importante perché me l’ha regalato mia madre qualche anno fa. Lo indosso ogni giorno infatti ho perso qualche pezzo. È diventato un’abitudine e in un certo senso mi fa sentire più tranquilla, come se mi portasse fortuna. Non sono solita indossare gioielli, ma questo mi ricordo ogni mattina di metterlo. Anche se è una cosa semplice, è legata a un ricordo e per questo per me vale molto” (M. classe terza).
“Come ultima gemma ho deciso di portare la famiglia: il luogo dove la vita inizia e l’amore non finisce mai. Il mio papà è il mio eroe, la mia roccia, il mio sorriso. La mia mamma è la mia migliore amica, la mia forza e il mio punto di riferimento. Infine, P. è il mio fratellone, il mio scudo e il mio bodyguard. C. è il mio fratellino, il mio umorismo e la mia protezione. Mi hanno insegnato valori che si possono trasmettere con l’amore del nido familiare: il rispetto, l’educazione, affrontare i problemi con grinta e adrenalina. Di certo senza di loro non sarei la N. di oggi. Sono molto orgogliosa di loro e sono onorata di far parte di questa famiglia stupenda da 19 anni. Però, è anche vero che la famiglia è dove c’è casa.
E questa è la mia seconda casa. Le vere amicizie sono quelle che si trasformano in famiglia e ci si sente sempre a casa con loro. D., B., M., A., M., B., F. e M. hanno contribuito a perfezionare la N. che sono oggi. Con loro ho imparato a lasciarmi andare, a mettere al primo posto la mia felicità e a pensare di meno al giudizio degli altri. Con loro, ho finalmente capito che “vera amicizia” non è solo un concetto: non vuol dire condividere certe passioni, certi hobby… ma significa esserci sempre l’un per l’altra e unire le forze per raggiungere un obiettivo comune. Tutti loro hanno messo un mattoncino per costruire la casa che ci ospita ogni volta che siamo assieme e un cerotto per aiutare quelle ferite piccole ma profonde degli anni precedenti”.
“Come gemma quest’anno ho deciso di portare una persona: mio fratello. Nonostante i nostri tre anni di differenza abbiamo un rapporto bellissimo sin da quando eravamo piccoli; infatti, ci raccontiamo sempre tutto, ci copriamo e ci supportiamo. Quest’anno non vive più con me e i miei genitori e sento tantissimo la sua mancanza ed è per questo che ho deciso di portarlo come gemma” (E. classe terza).
“Come gemma di quest’anno scolastico ho deciso di portare due tra le cose più importanti che ho: Kika e M. Kika e M., anche se una é un gatto e l’altra una bambina che sta per nascere, sono entrambe l’estensione della mia anima. Può sembrare strano ma io, Kika e M. abbiamo tutte lo stesso carattere, reagiamo alle cose nella stessa maniera e tutte, quando ci arrabbiamo, diventiamo esagitate e iperattive. Kika, da quando c’è M., si mette sempre arrotolata in mezzo alle mie gambe e appoggia la testa sulla pancia come se sapesse, e sono convinta sia così, che dentro di me c’é una bimba a cui lei vuole già bene. M. invece quando é agitata e sente le fusa di Kika si calma. Siamo 3 anime diverse, 3 femmine, 3 cuori in 3 forme diverse ma alla fine ci corrispondiamo a vicenda” (M. classe quinta).
“Cara E. del passato, carissima versione passata di me. Sei la mia gemma, l’unica persona che per me c’è sempre stata. Come stai? Non c’è nemmeno bisogno che tu risponda: so già che sei felice. E non parlo di te di cinque anni fa, ma di te di dieci anni fa o più, con quell’aria spensierata e quel sorriso genuino e infantile che regalavi a tutti. Tu, che il mondo lo vedi come il più semplice dei giochi. Tu, che parli senza pensare alle conseguenze. Tu, che riesci a vedere oltre le etichette. Tu, che trovi il bello in qualsiasi cosa fai. Mi manchi. Dove sei finita? Spero che tu possa sentire queste parole, perché provo esattamente tutto quello che sto scrivendo. Sono successe così tante cose in questi anni che non puoi nemmeno immaginare… Non ho ancora trovato la risposta a tutte le tue domande, ma ad alcune sì: Sì, mamma e papà ci portano ancora in viaggio, sia me che Lucy. No, le medie non sono assolutamente come nei film americani. Sì, sei ancora in contatto con alcuni di loro. No, non sei sola. Si, hai ancora una vena creativa. No, non sei un’incapace E sì, la vita non va sempre come dovrebbe andare — e va bene così. Con il tempo riuscirai più o meno a capirlo. Se devo essere sincera però adesso probabilmente non mi riconosceresti… anche se la frangia ce l’ho ancora: dopotutto siamo nate con la frangia. Gioco ancora con la nostra cara Wii, e ogni tanto mi stupisco che funzioni ancora. Amo ancora vedere le persone sorridere e farle sorridere. Amo ancora ridere per le cavolate più assurde e insensate. Amo riguardare un programma o un video svariate volte senza mai stancarmi. Ho ancora paura dell’andare al piano di sopra o in cantina da sola. Suono ancora il pianoforte, e sì, sei finalmente riuscita a farti regalare la chitarra dello zio. Guardo ancora il cielo quando assume colorazioni particolari. Racconto ancora storie e ne invento altrettante. E purtroppo però, proprio come te, forse non mi sono ancora del tutto accettata. La vita è dura, E., non posso negarlo. E se penso a tutto quello che dovrai affrontare, mi si stringe il cuore. Ma allo stesso tempo mi rassicura sapere che riuscirai a superarlo e ad arrivare dove Io oggi sono. Non ho ancora raggiunto tutto ciò che vorrei, ma se guardo la te di cinque anni fa, mi sento già meglio… infatti ultimamente mi sono fatta l’idea che Sì… potremmo avere di più ma potremmo anche avere di meno. Dunque il mio suggerimento è: Non smettere mai di sorridere. Non avere paura: se deve succedere, fregatene…che succeda. Non cercare di combatterlo a tutti i costi. Nonostante ciò lo ammetto: Se potessi tornare indietro, cancellerei tante cose… ma non voglio spaventarti: è solo un periodo. Non preoccuparti dei voti a scuola. Non preoccuparti di quei buffoni. Non sei sbagliata. Non sei ciò che vogliono farti credere. Non devi chiedere scusa a nessuno per essere come sei. Siamo così diverse, e allo stesso tempo incredibilmente simili. Perché dico che siamo diverse? Io dico le parolacce; tu invece ti copri le orecchie e ti offendi appena ne senti una. A volte resto in silenzio; tu non fai altro che chiacchierare con tutti, senza barriere e senza paura del giudizio. Ogni tanto sento la tua presenza, il tuo ritorno. Lo percepisco chiaramente quando accade. E, in effetti, se ci penso, è sbagliato dire che siamo diverse. Entrambe ridiamo quando qualcuno ci guarda in modo insolito o comico. Entrambe cantiamo parole di canzoni straniere in una lingua che sembra aliena. Entrambe ci imbarazziamo quando qualcuno ci fa un complimento o ci dimostra affetto. Entrambe cerchiamo di essere gentili, indipendentemente dalla persona che abbiamo davanti. No, noi non siamo diverse. Noi siamo la stessa persona. E chissà se tu sei fiera di me… tanto quanto io lo sono di te”. (E. classe quarta).
“Come prima gemma ho deciso di portare la frase di una canzone che a parer mio è una vera e propria poesia. La canzone è “Quel filo che ci unisce” di Ultimo ed è diventata la colonna sonora della mia vita. Innanzitutto vorrei raccontarvi com’è nata: Ultimo l’ha scritta per una ragazza totalmente sconosciuta con cui ha passato un pomeriggio parlando e passeggiando per Trastevere. Lei poi è ritornata a Los Angeles dove viveva e lui, rimasto a Roma, dopo due settimane le ha inviato in una scatolina rossa una chiavetta USB e un testo di una canzone scritta a mano che era proprio “Quel filo che ci unisce”. Dopo 4 anni Ultimo e questa stessa ragazza hanno avuto un bambino. Questa canzone fa parte di un album che per il cantante è molto importante cioè “Solo”. È stato pubblicato dopo due anni di pandemia in cui eravamo tutti isolati gli uni dagli altri e questo ha permesso a molti di mettersi a confronto con le proprie fragilità e insicurezze. Ecco, Quel filo che ci unisce è una speranza, uno spiraglio di luce in fondo ad un tunnel buio da cui, se sei da solo, fatichi ad uscire, ma se trovi la persona giusta tutto diventa luce. Già questo, per me, è un motivo per cui questa canzone è magica. Inoltre, qualche anno fa, dopo aver vissuto un lutto familiare molto importante, le sue parole mi hanno accompagnata in quei giorni di sofferenza e dolore, diventando parte del mio cuore e della mia anima. La perdita che la mia famiglia ha vissuto è stata improvvisa, ingiusta e priva di una spiegazione… Tuttavia Niccolò ci ha insegnato ad andare oltre, a capire che, nonostante ciò che avevamo perduto, potevamo ancora contare su quel filo che ci unisce: un filo che va oltre gli oceani, oltre le montagne, oltre qualsiasi cielo. Qualcosa di ultraterreno, di magico. C’è una frase in particolare che dice: “tanto sai che tutto è un gioco e vince chi sorride”. Un giorno l’avevo scritta nelle mie note di Instagram perché, dopo aver letto un post della fidanzata di Ultimo in cui parlava di come sarebbe stata da mamma, avevo davvero compreso il significato profondo di questo verso.
La mattina seguente, a quella nota aveva risposto mia sorella M. chiedendomi se fosse tutto ok. Quello che le ho risposto io è arrivato direttamente dal mio cuore. Non ho usato parole dotte o significati complessi, semplicemente il mio pensiero.
Io e lei ci siamo promesse di tatuarci questa frase non appena avrò compiuto 18 anni nella parte sinistra del torace, vicino al cuore. Mia sorella ha vissuto tante battaglie, forse troppe per un’unica persona. È una donna esile ma ha una forza che potrebbe smuovere le montagne. Non posso definirla una semplice amica. Lei è la mia anima gemella: l’estensione della mia anima. La parte migliore di me. Un pezzo del mio cuore. La mia medicina. Il mio rifugio. La mia casa. Il mio Sole. Non hanno ancora inventato le parole giuste per definire ciò che è lei per me. O forse sono io ignorante, perciò faccio un passo indietro nel provare a descrivere il nostro legame perché qualsiasi cosa io possa dire non sarebbe mai abbastanza per Lei. Quando ero piccola M. mi portava sempre in giro e faceva quello che la mamma e il papà non riuscivano a fare avendo tanti figli a cui badare. È stata la prima a portarmi nel luogo che è diventata la mia seconda casa cioè la palestra dove ballo; è stata la prima a farmi capire cosa significhi essere forti e superare le battaglie che la vita ci pone davanti, talvolta anche lasciandosi distruggere dal dolore perché è proprio da quel dolore che si può ricominciare. Quando sarò vecchia racconterò di lei ai miei nipoti e non dirò “mia sorella”, ma il mio primo vero amore. Forse alla fine questa mia gemma non è per la frase di Ultimo in sé, ma per la persona a cui penso quando la leggo: la mia anima gemella. L’augurio che posso fare a ognuno è quello di trovare una persona come Lei. Tutti meritano di essere amati come lo sono io da mia sorella.” (A. classe quarta).
“La gemma che ho voluto portare quest’anno è la collana che indosso tutti i giorni. Quando ho lasciato casa l’anno scorso, mia madre mi ha dato questa collana, che era di mio nonno; purtroppo non sono mai riuscito a conoscerlo anche se mi sarebbe piaciuto tantissimo. Da quel momento in avanti la collana è diventata parte di me, è come se mio nonno e tutta la mia famiglia stessero sempre con me in qualunque momento difficile e bellissimo; anche se a 800km di distanza so che ci saranno sempre per me e spero che mio nonno mi protegga da lassù e sia fiero di me” (G. classe quarta).
“Quest’anno per la gemma ho voluto portare due persone: mio papà e il mio fidanzato. L’anello rosso me l’ha regalato M., il mio ragazzo, mentre quello argento mio padre. Hanno due caratteri molto diversi, ma sono entrambi fondamentali per me. Io assomiglio caratterialmente molto a mio papà, può sembrare chiuso e serio, ma in realtà è una persona meravigliosa. Spesso mi dice che invece io dovrei cercare di non essere come lui su questi aspetti, ma per me diventare come lui sarebbe un orgoglio. Anche se i miei genitori si sono separati, è sempre stato molto presente nella mia vita e ha sempre cercato di rendermi felice in qualsiasi modo e, se il modo non c’era, se lo inventava. Per questo, quando sono insieme a lui per me è sempre un momento speciale, quando d’estate andiamo in spiaggia o quando in inverno andiamo allo stadio insieme. Anche con M. non è stato tutto rose e fiori, per dei mesi non ci siamo nemmeno parlati, però ora siamo più uniti di prima. Ormai é come se facesse parte della mia famiglia e io della sua. Mi aiuta e mi ascolta sempre e, come mio papà, fa di tutto per farmi stare bene. È un ragazzo con un cuore d’oro e così tanto che, a volte, forse è anche troppo buono con me. Anche se la nostra relazione non è gradita a qualcuno, noi cerchiamo sempre di migliorarci ed impegnarci per stare bene insieme. Voglio tantissimo bene ad entrambi e li vorrei ringraziare per tutto quello che fanno per me.” (A. classe terza).
“Come gemma di oggi vorrei parlare di mia nipote, M. Lei è nata il 12 aprile 2021 e da quando la conosco, la mia visione del mondo è cambiata. Io le sono stata sempre vicina e per me, lei è il mio mondo. Mi ha portato gioia anche nei momenti difficili. Le voglio molto bene, e per me, lei è la ragione per cui sorrido sempre e guardo avanti senza arrendermi. Io per lei sono la sua eroina, e lo stesso è lei per me” (B. classe prima).
“È iniziato tutto 18 anni fa, quando sono nata. Alla mia nascita, mio padre, ha deciso di regalare questo anello a mia madre in segno di gratitudine, e poi venne consegnato a me il giorno del mio diciottesimo compleanno, il giorno in cui da ragazzi si diventa adulti, pieni di responsabilità e con il mondo che ci pesa sulle spalle. “La mia vita, la tua vita” è il bigliettino che mi sono ritrovata vicino alla scatolina il giorno più importante della mia vita. Prima di ricevere questo regalo ho passato dei mesi intensi, fatti di ansia, stress, studio e lavoro. Voglio ringraziare i miei genitori di come mi siano sempre rimasti accanto, davanti ad ogni difficoltà, continuando a supportarmi e incoraggiarmi per il futuro, per l’amore che mi donano ogni giorno. So di non essere una persona semplice e con carattere molto forte ma nonostante questo sono grata per i miei genitori” (G. classe quinta).
“Quest’anno ho deciso di portare un film: Pierrot le fou (o Il bandito delle undici in italiano). Ho scelto questo film perché è stato tra i primi che ho visto in completa autonomia e che mi ha fatta avvicinare di più al mondo del cinema. Diretto da Jean-Luc Godard, questo film parla della enigmatica storia d’amore tra Ferdinand Griffon e Marianne Renoir: due giovani adulti che partono da Parigi verso la Costa azzurra lasciandosi dietro le responsabilità e la routine. Nel loro viaggio affrontano varie tematiche come la criminalità, l’euforia romantica e l’instabilità emotiva. Il loro sogno di libertà man mano si sgretola e diventa tragedia: Marianne tradisce Ferdinand e lui, solo e incapace di trovare un senso, si suicida dopo essersi dipinto il volto di blu come un moderno “Pierrot” (il “Pierrot” è originariamente bianco ma in questa versione atipica prende il colore blu per raffigurare il lutto e il mare, elementi fondamentali del film). Si tratta di un gesto poetico ma violento, tipico dell’estetica di Godard, che fa riflettere e interpretare queste parti più “astratte” allo spettatore. Marianne, impulsiva ed enigmatica, cerca di vivere il momento indipendentemente dai mezzi mentre lui, malinconico e riflessivo, cerca di trovare un senso di autenticità lontano dalla sua vita borghese. Lui cerca il significato, lei cerca il piacere immediato. Nessuno dei due ha ragione o torto ma la loro relazione è la metafora di un amore impossibile e disturbato. Questo film mi ha aiutata molto a capire che bisogna fare la propria parte per portare avanti una qualsiasi relazione e dare un senso al caos” (I. classe prima).
SI RICOMINCIA!… Il 21 settembre del 2014 scrivevo: “Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa.” Il 1° ottobre 2014 ho pubblicato sul blog la prima gemma. Oggi si ricomincia il giro per quest’occasione di ricchezza, emozione e, sovente, commozione. Argomento della prima gemma di quest’anno? L’amicizia.
“Quest’anno per la gemma ho riflettuto un po’ su quello che per me è degno di essere nominato e cosa veramente ritengo prezioso nella mia vita. Alla fine guardandomi intorno ho capito che ciò che avrei portato erano le mie due stelline, le mie due “sorelle”. Ora chi mi conosce saprà che di sorella ne ho solo una, ma oltre a lei c’è un persona con cui non c’è nessun legame di sangue ma che io considero tale. Sto parlando di mia sorella R. e della mia migliore amica V. Conosco V. solo dalla prima superiore, solo da un paio di anni, ma tra noi c’è un legame così forte che probabilmente se dovesse spezzarsi, io perderei un po’ di me stessa. Con lei ho condiviso tantissimi momenti, risate, ricordi ed emozioni. Con lei anche la scuola riesce a non pesarmi tanto, perché so che se dovessi trovarmi in difficoltà, girandomi, la troverei lì pronta per aiutarmi. Non posso neanche spiegare a parole quanto lei abbia fatto per me, e forse lei neanche lo sa, ma è stata l’unica che mi ha aiutato ad uscire da un periodo buio della mia vita. Lei è stata lì ad aiutarmi a rialzarmi quando da sola non ce l’avrei fatta, si è seduta accanto a me quando volevo solo qualcuno vicino, mi ha fatto ridere quando sapeva che ne avevo bisogno, e mi ha fatto vedere la luce quando io non la vedevo. Grazie a lei ho scoperto parti di me che forse sarebbero sempre rimaste nascoste, e mi ha insegnato a vedere sempre il lato positivo delle cose, perché la vita è una e dobbiamo viverla. Lei mi capisce subito e io capisco subito lei, anche quando in classe basta uno solo sguardo per scoppiare a ridere anche quando non dovremmo. Un’altra cosa per cui sono grata è stata quando ha iniziato a fare amicizia anche con mia sorella, quando era iniziata quasi come uno scherzo, ma adesso si considerano quasi “migliori amiche”. Da piccole io e mia sorella eravamo molto unite, giocavamo sempre insieme e vivevamo le nostre vite insieme, una in presenza dell’altra e viceversa. Non dico che oggi non sia proprio così, però rispetto a prima qualcosa è cambiato. Lei ha un carattere molto forte e deciso, forse anche un po’ testardo, mentre io ne ho uno più dolce e sensibile. Credo che sia per questo motivo che soprattutto ultimamente ci siano stati degli allontanamenti tra me e lei e questo mi dispiace. Lei a gennaio era partita per 6 mesi per andare dall’altra parte del mondo, in Australia, ed è stato lì che ho capito che la vita senza di lei non è la stessa. Questo mi fa male perché so che il prossimo anno avrà finito le superiori e partirà e inizierà a vivere la sua vita com’è giusto che sia, e so che sarà difficile vederla. Se potessi tornare indietro non farei gli stessi errori e mi godrei di più i momenti che ho passato con lei perché in fondo è sempre mia sorella e forse ho capito troppo tardi quanto fosse importante per me. Con lei ho riso tanto, ci siamo divertite tanto soprattutto a combinare guai senza che i nostri genitori lo sapessero e con lei avrò dei ricordi bellissimi che porterò sempre nel cuore. Detto tutto ciò mia sorella e la mia migliore amica sono le mie piccole stelle, perché su loro potrò sempre contare, senza dubitarne mai, ma proprio mai. Vi voglio un mondo di bene❤️”. (S. classe terza)
Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo sul celibato dei sacerdoti. Una persona a me molto cara, mi ha suggerito un altro pezzo che descrive atteggiamenti che ha subito in prima persona e che le hanno fatto molto male. Il minimo che posso fare è pubblicarlo sul blog. Si tratta di un articolo di Guillermo Jesús Kowalski, pubblicato in “Religión Digital” e dedicato a Betina, sua “moglie e compagna nel cammino di santità dell’ordine sacro”. La traduzione è a cura di Lorenzo Tommaselli.
“Per Gesù la santità è la beatitudine delle vittime, in contrasto con coloro che, come il fariseo nel tempio o l’Epulone della parabola, hanno già la loro ricompensa. Egli è venuto per rendere felici coloro che il mondo e la religione considerano perdenti e falliti. E sceglie di essere uno di loro. Filtra con sarcasmo discipline religiose, concentrandosi invece sull’Amore e la Misericordia per i poveri e gli emarginati. In questo 1 novembre, giorno di Ognissanti, voglio ricordare un gruppo di scartati dalle strutture ecclesiastiche: i preti sposati, testimoni silenziosi di una santità incarnata che rimane ancora misconosciuta. In loro risplende la grazia santificante della duplice sacramentalità, dove l’amore coniugale ed il servizio pastorale si intrecciano come segni del Regno. Pur emarginati dal clericalismo che ha loro voltato le spalle, sono componenti indispensabili di una Chiesa più umana, riconciliata con la verità dell’amore e la sequela di Cristo nella realtà. Essi, come tanti altri, rivelano che solo le vittime della Chiesa possono pronunciare una parola nuova per credere di nuovo in essa come strumento del Regno di Dio. All’interno della Chiesa cattolica persiste una tensione tra una struttura ecclesiale intrappolata nel clericalismo celibe e la realtà viva dei preti sposati come un’altra forma di santità. Questo conflitto è disciplinare, teologico e antropologico: il celibato obbligatorio, promulgato per legge tardivamente, nel XII secolo, e regolamentato dal Concilio di Trento, non è un dogma, ma una costruzione istituzionale che ha confuso la fedeltà evangelica con l’obbedienza al potere. Nelle parole di Gesù: “Non era così in principio” (Mt 19,8). Nel cristianesimo primitivo le cose erano diverse: Pietro e la maggior parte degli apostoli erano uomini sposati; Paolo richiedeva che i vescovi fossero “mariti di una sola moglie” (1 Tm 3,2). Ma la progressiva identificazione tra perfezione e celibato ha consolidato una casta sacra superiore. Una deriva legata ad antiche mutilazioni religiose (mutilazione genitale femminile o maschile, come nel caso di Origene e altri) che confondevano la santità con la negazione del corpo. Questa distinzione ha alimentato il clericalismo: l’esaltazione del clero come un gruppo separato e superiore perché non si sposa, i cui membri godono di privilegi e di un potere indiscutibile. Come ha notato Hans Küng, “la Chiesa ha confuso la santità con il controllo”, mentre Umberto Eco ironizza: “preferisce la castità al senso comune”. In contrasto con questa spiritualità timorosa del desiderio, Bruno Forte propone una visione trinitaria: “l’amore coniugale e l’amore pastorale trovano la loro radice comune nella Trinità, dove la comunione è dono reciproco”. Il prete sposato non è un errore disciplinare da “nascondere”, ma un segno profetico del Regno: una testimonianza del fatto che l’amore umano ed il ministero pastorale sono espressioni inseparabili della stessa grazia divina.
La voce dei teologi: mettere in discussione il fondamento Numerosi teologi cattolici giungono oggi alla conclusione (insieme ai numerosi studi sulla pedofilia di diversi paesi) che il celibato obbligatorio, un’imposizione innaturale, è fonte di problemi pastorali, psicologici e spirituali, di doppie vite e abusi, come testimoniano i mezzi di comunicazione, che oggi senza pudore violano i muri dell’omertà clericale. Hans Küng ne evidenzia la sua disconnessione normativa dal Vangelo. Nella sua opera Perché sono cristiano? afferma: “Il celibato clericale non è un comandamento di Gesù, ma una legge della Chiesa. E le leggi della Chiesa possono essere modificate dalla Chiesa”. Questa legge non garantisce una maggiore disponibilità per Dio, genera un moralismo ossessivo sulla sessualità e allontana persone capaci dal ministero ordinato. Da parte sua, il teologo australiano Paul Collins, autore di Papal Power, collega direttamente il celibato al clericalismo e all’abuso di potere: “il celibato obbligatorio è il cemento che mantiene unita la struttura clericale. Crea una mentalità del «noi contro loro», separando i preti dal popolo che dovrebbero servire. Questa separazione è il terreno fertile perfetto per il clericalismo, per l’arroganza e, nei casi più tragici, per l’abuso”. La credibilità della Chiesa è erosa da questo divario strutturale. A partire da una prospettiva più pastorale ed ecumenica, il teologo tedesco David Berger, che ha lasciato il ministero per sposarsi, ha conosciuto la “doppia vita” di molti chierici. Berger denuncia “l’ipocrisia di un sistema che, mentre predica la castità, spinge molti ad una vita clandestina, generando una profonda sofferenza personale e una crisi di integrità”. Migliaia di preti hanno dovuto scegliere traumaticamente tra la vocazione all’amore coniugale e quella al ministero, come se si escludessero a vicenda. Migliaia di vittime scartate dall’istituzione.
La condanna e la discriminazione: il prezzo elevato della scelta Chi “ha il coraggio di uscire” e di vivere la propria unione coniugale, si scontra con un meccanismo di discriminazione giuridica e di accanimento sociale. Non può più amministrare pubblicamente i sacramenti, privando la comunità di qualcosa di essenziale. Ma la sanzione va oltre l’aspetto legale: è una lezione che non ha scadenza. Questi uomini, che spesso conservano una fede profonda e un amore per la Chiesa, vengono stigmatizzati, trasformati in fantasmi all’interno della comunità che un tempo hanno guidato. Vengono calunniati come falliti, malati, con “strane idee” e viene loro negata la possibilità di servire o di trovare uno spazio ministeriale significativo all’interno della struttura ecclesiale. I loro matrimoni sono disprezzati e visti come la causa del loro “degrado”. Molti fedeli, indottrinati da una visione sacralizzata del clero celibe, non sanno come relazionarsi con un prete sposato. Reagiscono con diffidenza, con pettegolezzi alle sue spalle e con un sospetto generale sulla sua ortodossia o sul suo “fallimento”. Sono visti, nella migliore delle ipotesi, con compassione e, nella peggiore, come “traditori che hanno infranto un giuramento sacro”. La teologa femminista spagnola Isabel Corpas, autrice di La rivoluzione silenziosa delle donne nella Chiesa, esprime questa ingiustizia: “Condannando un prete che si sposa, la Chiesa non solo punisce un uomo, ma sta svalutando simbolicamente il matrimonio e, soprattutto, la donna con la quale si sposa. Lei diventa la «tentazione», la «colpevole» della «perdita» di un prete. È una visione profondamente misogina che rafforza l’idea che la donna sia un pericolo per la santità dell’uomo consacrato”. Questa dinamica – sostiene Corpas – perpetua una visione clericale e patriarcale che deve essere smantellata. Solo pochi giorni fa abbiamo letto le esperienze del vescovo Reinhold Nann e di don Ignacio PuenteOlivera, nelle quali si riflette quella di migliaia di preti sposati. Il primo se n’è andato, stanco di tante “bugie nella vita presbiterale” che lo hanno portato a una profonda depressione e a concludere che “il celibato obbligatorio non dovrebbe continuare ad essere un peso imposto a tutti, ma una scelta libera e carismatica. Il matrimonio non diminuisce la santità o l’efficacia pastorale di un prete”. La sua rinuncia al potere e la sua scelta di vivere con la sua partner non sono state una caduta, ma una liberazione spirituale («Religión Digital», 20 ottobre 2025). Il secondo ha presentato una teologia piena di speranza parlando della “doppia sacramentalità”, la coesistenza armoniosa dell’Ordine e del Matrimonio: “Siamo pienamente preti, pienamente mariti e pienamente padri”. Ha denunciato l’«ignoranza istituzionale» escludente e ha sostenuto che la sua identità presbiterale non dovrebbe dipendere da un decreto, ma dalla fedeltà alla chiamata di Gesù. (RD, 09.10.2025) Entrambi sentono di non avere il loro posto nella Chiesa; non sono veri laici, poiché la loro formazione teologica e l’esperienza ministeriale li hanno preparati a servire in altro modo. Né sono chierici di pieno diritto, poiché il loro matrimonio li ha emarginati dal sistema. Tuttavia, mossi dalla sequela di Cristo e dal loro amore per la Chiesa, desiderano continuare a servire a partire dalla loro nuova posizione e avere il loro posto nel poliedro ecclesiale. Il loro reinserimento non sarà frutto della “tolleranza”, ma piuttosto della conversione della Chiesa. La voce del popolo di Dio si è espressa in modo schiacciante nei sinodi a favore dell’ammissione del prete sposato. Ma non si è voluto far ascoltare questa voce. Allora, di quale sinodalità stiamo parlando?
La sfida: verso una Chiesa sinodale e non clericale Il movimento a favore di un celibato facoltativo e del riconoscimento della santità dei preti sposati è anticlericale, non anti-Chiesa. Non cerca di distruggere il ministero, ma di reintegrarlo nella comunità dei battezzati, di «ordinarlo» verso la comunione, non verso la segregazione. Punta verso una Chiesa sinodale, per camminare insieme con pari dignità. La Chiesa cattolica è formata da 24 Chiese, una occidentale e 23 orientali. La Chiesa ortodossa cattolica ha preti sposati, così come i riti orientali fedeli a Roma, come il maronita, il greco-cattolico melchita, il greco-cattolico ucraino e l’armeno. Le loro parrocchie sono testimonianza vivente che il celibato non è un requisito “ontologico” per il ministero ordinato. La santità non risiede nello stato civile, ma nella fedeltà all’amore di Dio, sia nel dono celibe sia nell’amore coniugale. Il prete sposato è chiamato alla santità in questo stato. Pertanto, lungi dall’essere un problema, è un ponte tra due realtà – il clero e il laicato – che la visione clericale ha artificialmente separato. Negare questo non è solo mancanza di pragmatismo pastorale; è una resistenza strutturale all’opera dello Spirito, con conseguenze disastrose sotto gli occhi di tutti. La santità del prete sposato, negata dagli architetti del clericalismo, è una profezia fondamentale del Regno. La duplice sacramentalità dell’Ordine e del Matrimonio è segno che la santità non risiede nella mutilazione, ma nell’integrazione dell’amore. “Il futuro della Chiesa passerà per il recupero dell’elemento comunitario rispetto a quello clericale e su questa strada il riconoscimento del ministero sposato sarà un segno profetico che lo Spirito soffia dove vuole, e non solo nei seminari di oggi” (Leonardo Boff).”
Ieri sera, sul tardi, diciamo pure ieri notte, mi sono imbattuto in un articolo di Sergio Di Benedetto pubblicato su VinoNuovo. L’argomento, come scrive il professore, è uno di quelli di cui effettivamente da tempo non sentivo parlare: il celibato dei sacerdoti.
“Ci sono temi che hanno un loro ‘momento di gloria’, e poi scompaiono, o quasi, dal dibattito. È così in ogni settore, e quello ecclesiale non è da meno. Tra questi argomenti messi nell’ombra credo si possa annoverare il celibato sacerdotale, che sembra sparito dai radar del dialogo pubblico nell’orbe cattolico, salvo poi tornare in scena (saltuariamente) di fronte a qualche caso di cronaca, che però si consuma in fretta e in fretta cade nel buio (l’ultimo, quello del vescovo Reinhold Nann). Così, forse incalzato e scalzato dalla discussione sul diaconato femminile, o su altri nuclei di riflessione teologica, una pacata, profonda, seria discussione circa la possibilità di un superamento del celibato è tramontata. Complice, penso, un fatto che è stato una pietra tombale su tale argomento, e riguarda quando accaduto al Sinodo per l’Amazzonia (2019), il cui documento finale, al paragrafo 111, chiedeva un ripensamento della disciplina del celibato, ordinando uomini sposati (sostanzialmente i cosiddetti viri probati) «al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica». Esso, pur avendo avuto 128 voti favorevoli e 41 contrati (ovvero il 76%, ben più del 2/3 necessari), non era stato accolto nell’esortazione apostolica finale di Papa Francesco, Querida Amazonìa, per non spaccare o polarizzare (al solito, facendo prevalere i diritti della minoranza su quelli di un’ampia maggioranza). Così, però, si è non solo chiuso ogni tentativo di portare con più frequenza i sacramenti ai popoli dell’Amazzonia, ma anche ogni ulteriore riflessione: a che scopo discutere se, nonostante una consistente porzione di episcopato avesse espresso voto favorevole, poi nulla è cambiato? La questione non è solo quella dei viri probati, ma in generale del celibato nella chiesa latina, la quale continua la prassi di scegliere presbiteri solo “tra coloro che sono chiamati al celibato”: ma questa, in buona sostanza, è una formula (retorica), per giustificare il fatto che la chiesa continua a ordinare uomini non sposati, mettendo la testa sotto la sabbia quanto a doppie a triple vite, sacerdoti con la compagna o il compagno, e così via. Perché una buona dose di ipocrisia pare non mancare mai quando si tratta di guardare alla realtà dei fatti, che è poi questa: ci sono presbiteri che vivono il celibato con equilibrio, altri che lo vivono in modo non equilibrato, finanche patologico, altri ancora che non lo vivono. Pochi giorni fa ho ascoltato, per l’ennesima volta, un ex sacerdote, ora dispensato e sposato, che ebbe un consiglio dal suo vescovo: per ora mantieni la tua relazione con questa donna, basta che non lasci il ministero…. Rimane l’antica questione, la vecchia scusa: il presbitero sposato non avrebbe tempo, energia, dedizione totali per la sua comunità. Ma siamo onesti: quanti, davvero, interpretano il proprio ministero in modo così eroico? Quanti parroci, quanti vicari sono oberati di incarichi, a rischio burnout, frantumati in mille discutibili attività, da avere quella disponibilità totale che, in realtà, li spezza umanamente, li induce talvolta al ritiro sociale, alla fuga, a vite parallele? Il tema è sempre lo stesso: che valore dare all’umanità del prete, celibato compreso? Infine, che fare con quella risorsa preziosa che possono essere i presbiteri sposati, quando la loro ‘uscita’ è stata ben pensata, equilibrata, quando hanno costruito relazioni buone, generative, in cui ha trovato posto anche Dio? In questo tema, oggi, mi pare, i veri nemici non sono né la tradizione né la prassi: è l’ipocrisia, che si tira dietro la paura di guardare le cose come sono, le vite degli uomini e delle donne come sono. E questo è, in ultima analisi, davvero contro il vangelo di Gesù.”
A conclusione di questo post mi piace riportare le parole di un sacerdote che mi manca molto, don Pierluigi Di Piazza che in vari libri ha affrontato l’argomento. In un’intervista di Giovanna De Caro dice: “La dimensione affettiva è per ogni persona fondamentale, costitutiva; senza amore non c’è vita; l’amore buono, positivo, non quello inquinato o deturpato fino alla violenza sottile o esplicita. Essere prete non dovrebbe comportare il celibato obbligatorio; ho sempre pensato a una Chiesa libera, umana, ricca di relazione nella quale ci siano preti celibi, quando il celibato è scelto con libertà, consapevolezza, maturità; preti sposati; donne prete, non per una parità clericale sconveniente, bensì per l’apporto indispensabile della femminilità, della diversità di genere nella esperienza della fede, nella Chiesa. Sarebbero anche da reintrodurre nel ministero i preti costretti a lasciarlo perché si sono sposati. Attorno ai 33-35 anni ho vissuto una forte nostalgia della paternità. Non mi pare adeguato, né rispettoso per le tante esperienze umane se io parlo di coprire mancanze affettive. La compensazione dell’amore che non c’è per lo più si risolve in un artificio non veritiero.”
Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale della piattaforma POE
La notte scorsa Francesco si è svegliato poco prima di mezzanotte, è stato a lungo inconsolabile fino a quando è riuscito a farci capire che aveva mal di orecchie. L’ho prelevato io dal lettino: talvolta mi accetta, ma ci sono volte in cui solo l’abbraccio consolatorio della mamma lo calma, altrimenti serve molto più tempo. Il papà ci mette dieci volte a fare quello che la mamma compie in poco tempo. Mi è venuto in mente durante la lettura di un pezzo del poliedrico Marco Campedelli dedicato alla madre da poco scomparsa, un brano che mi ha toccato il cuore e mi ha commosso, soprattutto ripensando alle volte, purtroppo non poche, in cui in questi anni ho cercato le parole per rincuorare qualche allieva o allievo per la perdita della mamma. Il brano è stato pubblicato su Rocca a settembre.
“«È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio».
Inizia così Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini. Un testo vertiginoso con accenti estremi del rapporto figlio-madre. Eppure nel finale c’è un verso, una supplica alla madre che sembra una freccia conficcata nel cuore di questa archetipica relazione: «Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire». Si direbbe una preghiera alla madre. In questo credo ci sia la scintilla divina della madre. Pregare la madre come una divinità. Sappiamo, e la religione ne è in gran parte responsabile, di quanto il rapporto madre-figlio sia stato oggetto di proiezioni, simbiosi, sensi di colpa, sublimazioni. Mi ha sempre turbato quel “Totus tuus” sotto una gigantesca lettera M di papa Wojtyla, segno della sua ossessiva devozione mariana. Forse nulla come questo rapporto ha dato tanto lavoro alla psicanalisi. Eppure in quella supplica del poeta c’è qualcosa di autentico: il riconoscimento della fonte divina della vita. Ti prego madre “di non voler morire”. Perché se la fonte muore la terra si secca e appassisce. Ricordo bambino quando mia madre si ammalava, scendevo come in una botola segreta, come immerso in un liquido amniotico, finché non stesse meglio e così poter riemergere e tornare finalmente di nuovo nel meraviglioso caos della vita. Pasolini in realtà non vivrà la morte della madre. Sarà la madre a dover subire il tragico lutto del figlio massacrato il 2 novembre del 1975. Questo lutto è prefigurato nel film del regista friulano Il vangelo secondo Matteo, in cui ad interpretare la madre dolorosa sotto la croce sarà proprio Susanna Colussi-Pasolini, la madre del poeta. Ribaltata come un birillo dal dolore, sembra avere nelle pupille la morte del suo Pier Paolo più che del divino Nazareno. E i suoi occhi poi, riempiti di luce, brillano, mentre porta dei fiori di campo al sepolcro e si imbatte nell’angelo della risurrezione. Suo figlio, il poeta, è risorto!
È capitato anche a me di salutare mia mamma in questi giorni. Di sentire quanto fosse vera quella supplica del poeta, “ti supplico madre di non voler morire”. In quella preghiera c’è il bambino che scende nella botola segreta. Ma questa volta la notte non passa. Si riemerge con l’ultima, estrema spinta dal grembo originario. Davanti alla morte della madre c’è sempre il bambino. Non l’uomo adulto con le sue rassicuranti riflessioni. C’è il liquido amniotico irrazionale che prima di abbandonarti sembra darti l’ultima possibilità di andare verso la morte o verso la vita. Lasciando a te la libertà di appassire o di germogliare. Nella Bibbia sono scritte le parole del profeta Isaia (al capitolo 43): «Se dovessi attraversare le acque sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno, se dovrai attraversare il fuoco non ti scotterai»; sembrano quelle di una madre, o di chi si prende cura di qualcuno che ama. E chissà se noi abbiamo imparato questo da Dio, o se Dio abbia appreso questo guardando le madri, guardando le donne. Valda, mia madre, ci ha detto queste parole tutta la vita: non come una lezione di catechismo, ma come un modo di stare, di crescerci, di educarci insieme a nostro papà. «Sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo», continua ancora Isaia. Sei degno di stima anche quando fai scelte che non capisco, sei prezioso ai miei occhi, anche quando non lo sei più per molti. E poi io ti amo, non perché sei importante, non perché sei invincibile, ma perché sei Tu. E più diventi te stesso e più ti amo. Perché solo allora potrò specchiarmi nei tuoi occhi senza confondermi. Sarò me stessa perché tu sarai te stesso. Il salmo più corto della Bibbia, il 131, recita: «Io resto sereno e tranquillo come un bambino in braccio a sua madre». Li vediamo, i bambini e le bambine in braccio alle loro madri, anche quelli devastati dalla guerra in questi tempi. I bambini e le bambine di Gaza. Lì, in braccio alla madre, è il loro rifugio. Tutta la vita cerchiamo di stare in piedi da soli, di diventare adulti, di rielaborare quell’abbraccio non come un confine ma come una possibilità di inventarne di nuovi. Di diventare noi rifugio per altri. Succede poi che, quando nostra madre invecchia, siamo noi a tenerla dentro le nostre braccia, a dirle fino alla fine “stai tranquilla mamma, stai tranquilla e serena, la notte non dura, la luce presto viene”. Il Vangelo ci ha raccontato di una donna. Ecco come viene definita la Siro-fenicia (Mc 7,24-30): una donna, prima di ogni ruolo, prima che madre, donna. È una donna coraggiosa perché davanti a Gesù, che dentro la sua cultura, la sua educazione traccia un confine (“sono venuto solo per i figli, non per gli stranieri”, che in modo dispregiativo si chiamavano “cani”), questa donna gli insegna a sconfinare. Questa volta, sì, è proprio Gesù che accetta la lezione della donna. Anche mia figlia straniera, che sta morendo, ha diritto al pane, alla vita, alla dignità. Non ci sono figli di serie A e figli di serie B, figli perfetti e figli imperfetti. «I figli sono figli, e basta…», come ha detto bene Eduardo De Filippo in Filumena Marturano. La storia non si fa sui mausolei dei faraoni, sulle tombe dei generali, ma sulle ossa dei piccoli, degli ultimi, delle donne e degli uomini liberi e coraggiosi. Anche la Valda è stata una donna coraggiosa. Nel senso che aveva molto cuore (cor-cordis, come significa la parola). Ricordava quando i fascisti buttavano giù la porta di casa ai Molini di San Michele Extra (Verona) dove era nata, per catturare suo zio Nello, partigiano. Aveva imparato che si può resistere al male. Che anche in guerra si può scegliere da che parte stare (I bambini ci guardano, un film di Vittorio de Sica, ce lo ricorda). La mamma vedendo i bambini di Gaza diceva “avranno un rifugio dove ripararsi?”, come capitava a lei e ai suoi fratelli durante la Seconda guerra mondiale. Il Vangelo è una pagina aperta, da riscrivere ogni volta. Era capitato anche alla mamma di vivere l’abbandono del padre. Poi lui era tornato invecchiato, malato e chiedeva di esaudire un ultimo desiderio: essere accolto in casa. Morire a casa… E lei disse “vieni”. Tutti ricordiamo la parabola di quel padre che accoglie un figlio andato lontano. Ma non ce n’è una che racconta di un figlio, di una figlia, che ri-accoglie il padre. Forse intendeva questo Gesù, quando dice: “Non vi meravigliate, vedrete cose più grandi di queste”? Il Vangelo cioè può continuare a farci immaginare storie inedite, che sconfinano, che inventano cose che ora ancora non vediamo. Questo può capitare a tutti, a chi pensa di credere e a chi pensa di non credere. Perché il Vangelo, come diceva ancora Pasolini, è pienezza di umanità. La mamma ci ha insegnato queste cose, ai suoi figli, ai suoi nipoti, ai suoi pronipoti. Ci ha insegnato la dolcezza della resistenza. Malata, era stata per tre anni (dai 17 ai 19) prima a Padova e poi a Malcesine per curarsi di Tbc. Il professore aveva chiamato lei e nostro papà, allora giovani “morosi”. “Vedo che vi volete bene so che volete sposarvi”, aveva detto serio, “ma come ho già detto a te, Valda, lo devo dire anche a Raffaele, non potrete avere bambini”. Loro si sposarono invece, e ogni figlio lo portarono puntualmente alla clinica, davanti agli occhi allibiti del professore: uno, due e tre, fino a che questi aveva detto: “Ho capito, Valda, hai fatto bene, ci siamo sbagliati noi”. Ecco, questo è un frammento della piccola, immensa resistenza delle donne… Ora che il viaggio è compiuto rimane questa supplica al divino della madre, ora che la morte è arrivata, questa arcaica e rivoluzionaria preghiera si accende perché la madre, la vita, non voglia morire nei nostri occhi, nel tremore delle mani, nella corteccia dell’olmo e nelle primavere che verranno quando sarà di nuovo sciolta la neve: «Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…».
Quando si parla di tradizioni il mio pensiero va sempre al 1° novembre: da bambino il pomeriggio (da poco diventato più breve con il cambio d’ora) lo passavo in visita ai cimiteri (Palmanova, Bagnaria e Campolonghetto di solito) e a qualche parente (di quelli che si vedevano meno) e la sera rosario in latino a casa dei nonni insieme a zii e cugini. I due ricordi più vividi sono le risate trattenute a stento per quella lingua oscura di cui non capivamo niente (in particolare il De Profundis) e il crepitio del fuoco che cucinava le castagne. Poi presto a casa perché il giorno dopo c’era scuola. Helloween non c’era, è arrivato molto dopo. Oggi però, da papà di una bimba che si vestirà da Mercoledì Addams e di un bimbo che sarà uno scheletro, ci faccio i conti e la scelta che cerchiamo di portare avanti Sara ed io è quella di tenere insieme le due cose: l’elemento nuovo e la tradizione. In questo post notturno voglio dare una colonna sonora a questo intento e mi affido ad un autore poco conosciuto ai più: Pédro Kouyaté. Lui è un griot, un poeta e cantore maliano con il ruolo di conservare la tradizione orale degli avi. Nel 2024 ha pubblicato l’album Followinge a giugno 2025 ha rilasciato una bellissima intervista a Nadia Addezio di Confronti: vi si parla di memoria, tradizione, cultura, amore, blues, antropologia, nomi, morte, vita, bambini, esilio. Eccola.
“Musicista, cantante, autore, compositore, attore, produttore, musicoterapista. Sono molteplici le anime e professioni che qualificano Pédro Kouyaté, classe 1972. Cresciuto in Mali, incarna la figura del griot – figura centrale nella cultura dell’Africa occidentale, custode della memoria collettiva e narratore musicale – e si forma nell’ambiente musicale della Symmetric Orchestra di Toumani Diabaté, leggenda della kora. Parallelamente, si laurea in socio-antropologia a Bamako, unendo l’approccio accademico alla sua vocazione artistica. Dopo un’importante collaborazione con il bluesman Boubacar Traoré, che lo porta a esibirsi in Africa, Europa e Stati Uniti, si stabilisce a Parigi nel 2006 e fonda il proprio gruppo, Pédro Kouyaté & Band. Nella capitale francese si afferma come interprete e divulgatore della tradizione musicale africana, con esibizioni al Musée de la Musique della Philharmonie de Paris e collaborazioni con nomi del calibro di Archie Shepp e Jean Philippe Ryckiel. Negli ultimi anni, Kouyaté ha spinto la sua ricerca musicale verso nuove direzioni, mescolando sonorità tradizionali con elementi elettronici. Il suo nuovo progetto, Following, prodotto dall’etichetta discografica Quai Son Records, rappresenta un omaggio agli antenati e un’ulteriore tappa nella sua incessante esplorazione artistica.
Il cognome Kouyaté appartiene a un’antica stirpe di griot dell’epoca Mandinka. La sua discendenza ha segnato il suo destino di musicista e paroliere? Quando si nasce in una famiglia griot, la madre fin dal concepimento è educata a portare in grembo il futuro nascituro con l’idea che quel neonato sarà un griot. Segue i consigli dei medici tradizionali, compie abluzioni rituali e parla alla luna. Ciò significa che sei preparato sin dal principio della tua vita alla tua funzione.
Lei ha collaborato con il leggendario Toumani Diabaté e la Symmetric Orchestra. Che impatto ha avuto sulla sua crescita artistica? Toumani è l’equivalente dei grandi filosofi che hanno lavorato in modo empirico. Con lui puoi incrociare Martin Scorsese. Nel cortile di Toumani, puoi incontrare il musicista statunitense Taj Mahal. È stata una fortuna essere il suo compagno di viaggio. Toumani ha notato subito qualcosa in me: ha visto che il mio interesse era diverso da quello dei miei amici, che ero attratto dalla musica e dalla lettura. Toumani mi ha insegnato tutto, proprio come Michelangelo e Leonardo da Vinci trasmettevano il loro sapere ai loro allievi. Ci sono i grandi maestri e ci sono i discepoli, e io credo molto in questa relazione di subordinazione. Mi ha insegnato tutto sulla musica: come respirare, come sentirla. È stato la mia prima grande scuola, nonché il mio padre spirituale, poiché ero orfano di padre. Insomma, da lui ho imparato tutto. Indimenticabile.
Da questa esperienza, di fatto, è iniziata la sua carriera europea. La mia carriera europea inizia con Boubacar Traoré, uno dei più grandi bluesman del Mali e del mondo. Mi aveva notato quando ero con Toumani. Mi ha preso sotto la sua ala e insieme abbiamo fatto sei volte il giro del mondo. Così, decisi di trasferirmi in Europa per imparare. Frequentai scuole di musica, studiai le origini del jazz. Imparare divenne quasi un’ossessione per me, una necessità vitale. Studiai i canti che venivano intonati nei campi di grano. Da lì provengono i Negro Spirituals. Da quell’esperienza di duro lavoro, le persone iniziarono a suonare musica, a cantare. È in quei momenti che il blues ha preso vita, ed è stato Boubacar Traoré a insegnarmelo. Con lui ho viaggiato per l’Italia, specialmente nel Nord, e ho avuto l’occasione di osservare come gli artisti che praticano musica tradizionale lavorano e provano. Ho scoperto il fado, i canti popolari italiani, la musica classica. Ho imparato moltissimo. È stata davvero una fortuna immensa.
La sua musica fonde tradizione ed elettronica, un ponte tra mondi ed epoche diverse. Da dove nasce questa spinta alla sperimentazione? Perché per me la vita è mescolanza. È come il giorno, che si avvale della mattina, del pomeriggio e della notte. Ho quindi scelto di mantenere salde le mie radici e di offrire agli altri una cartolina del mio Paese. Non posso fare musica senza invitare gli altri a farne parte. Amo questa apertura. E poi vengo dal Mali, che è un Paese multietnico. Io stesso sono il frutto di un incrocio: mia madre era fulani, mio padre mandinka. Io sono “meticcio”.
Come integra la sua formazione in socio-antropologia nella sua musica? Basta guardare il mio ultimo album: ho invitato persone come il trombettista franco-svizzero Erik Truffaz, il cantautore afroamericano Big Daddy Wilson, il musicista francese Arthur H. Il mio interesse si esprime, dunque, invitando persone di background musicali e culturali differenti a condividere il loro amore per la mia terra. L’Africa è amata, ma spesso noi africani crediamo che il resto del mondo ci consideri “esotici” quando non “inferiori”. La mia prospettiva, quindi, si basa sull’accoglienza di culture diverse. Grazie all’antropologia ho avuto un alibi e un’opportunità straordinaria per lasciare il mio Paese, conoscere altre persone e scoprire come vivono. Tuttavia, l’antropologia è anche una scelta, che si riduce nel voler avere l’incontro con l’altro.
Quali artisti hanno influenzato maggiormente il suo percorso? Luciano Pavarotti, Miles Davis, Aretha Franklin, Ry Cooder, Ahmad Jamal, Yusef Lateef. Tutte persone che hanno avuto il coraggio di aprire nuove strade e che hanno aperto la musica al cambiamento. Il pianista e compositore Bill Evans, per esempio, ha inserito la musica classica nel jazz. Poi ancora: James Brown, Prince, fino ad arrivare a Michael Jackson e Thelonious Monk. Come per me, per questi artisti la musica tradizionale è stata alla base della loro creazione artistica.
Quando ha capito che blues e jazz sarebbero stati i capisaldi del suo linguaggio artistico? Se penso alle mie origini, l’essere umano è sempre partito alla ricerca di migliori “risorse vitali”. Ciò dettato anche dalla peculiare posizione geografica in cui si trova il continente africano tutto. Il Mali, in particolare, si trova in una zona del pianeta dove l’acqua è scarsa e la siccità è una realtà. Tale penuria spinge a spostarsi e intraprendere un viaggio, che è l’esilio: una necessità per sopravvivere, più che una scelta. E cos’è questo se non il blues? Tu lasci il tuo Paese, ma il tuo Paese non abbandona te. L’esilio è universale. Siamo sempre stranieri in qualche parte del mondo che non sia casa nostra. E il blues non è mai lontano dalla storia dell’umanità.
Ci racconti il suo ultimo disco, Following, partendo dalla nona traccia, Sahara Blues. Sahara Blues è un brano eseguito con Arthur H. dove affrontiamo i temi dell’ambiente e dell’ecologia, tematiche che toccano molto da vicino il Mali. Ma non solo: se il deserto è un luogo particolarmente ostile alla vita della fauna e della flora, oggi impera un “deserto umano” poiché il Mali è assediato dai jihadisti. Oggi nel Sahara ci sono povertà intellettuale e armi. Sahara Blues vuole essere un richiamo alla memoria culturale. Del resto la funzione del griot è ripetere e raccontare la Storia affinché non venga mai dimenticata. La storia, il passato, l’ecologia sono una chiave per comprendere le nostre terre e per mettere ordine, nelle nostre terre come nelle nostre menti.
Come è nato Following e cosa l’ha spinta a renderlo un omaggio agli antenati? Ero in isolamento durante la pandemia da Covid-19 nella mia camera buia quando ho pensato: «Dove sono gli antenati? Cosa sta succedendo? Non abbiamo rispettato la vita e siamo stati colpiti in questo modo». Del resto, in tutti i libri sacri si parla di un tempo in cui gli uomini si perderanno. Se passeranno accanto all’amore senza riconoscerlo, se ignoreranno l’essenziale. Se il virtuale diventerà più importante del reale. E mi sono detto: «Wow! Ringrazio gli antenati per avercelo detto!». Quei messaggi sono rimasti nei canti che loro intonavano, quando subivano i colpi di frusta nei campi di grano, quando una persona resa schiava veniva portata via costretta ad abbandonare il suo villaggio e lavorare in campi che non erano i suoi. Pur non dimenticando mai da dove veniva. A quel tempi, venivano ripetute tutte le storie, le leggende, i nomi delle famiglie del villaggio di origine. Questo è rimasto vivo. E lì ho capito: Following significa “ciò che segue”. Questo disco vuole essere la continuazione dei nostri antenati e di ciò che viviamo oggi. L’urgenza di rendere omaggio agli antenati nasce dal fatto che io, come detto, sono un griot. I griot devono restituire, tramandare, recitare e perpetuare il passato, come si fa con i riti religiosi. Se una persona è virtuosa, sono i griot a doverlo raccontare. Sono la radiografia della società. Following è dedicato al Mali, ma anche a tutti i Paesi del mondo: non bisogna dimenticare la propria cultura, la propria famiglia, il nome di battesimo, il nome di famiglia. Perché anche il nome e cognome non sono casuali. Rispondendo alla prima domanda di questa intervista, o siamo attesi o abbiamo scelto di arrivare su questo pianeta. Non bisogna mai dimenticare il passato perché è tutto lì. Ogni popolo ha una storia. E la storia esiste per permetterci di risvegliarci e ritrovare il desiderio di vivere.
In Mabo, dedicata all’attore Mabô Kouyaté scomparso nel 2019, lei esplora il tema della morte. Qual è la sua visione? Nel nostro Paese i defunti non muoiono per davvero: sono tra le nostre mura, scorrono nel nostro sangue, abitano nel nostro ventre, nei nostri sogni, nella nostra rabbia. Si muore due volte: la prima, quando si lascia questa vita; la seconda, quando l’ultima persona sulla Terra dimentica il tuo nome. I morti devono essere rispettati, perché dall’alto ci osservano.
A quali delle sue canzoni è più legato? È difficile scegliere una sola canzone, come se avessi dieci figli e dovessi indicarne uno solo. Amo tutte le mie canzoni. Sa perché? Perché quando compongo, non impongo la mia volontà al cuore. È l’album che detta le sue regole. Non controllo il processo, non amo chi vuole controllare tutto. Bisogna lasciar andare, aspettare che la magia si crei da sola. Una volta che si stabilisce, è come una perla, una successione di armonie perfette. Amo ogni pezzo, ma vorrei che almeno le persone ricordassero il nome dell’album: Following.
C’è il rischio che l’eredità culturale dei griot vada perduta? Non perderemo mai la cultura, non c’è alcun rischio. Questo perché esistono i griot, custodi della memoria collettiva, che ripetono e tramandano la cultura ogni giorno: nei matrimoni, persino durante le cerimonie funebri, i griot cantano. Finché ci sarà amore, ci saranno bambini. E finché ci saranno i bambini, ci saranno i griot. Tutto ruota intorno all’amore.”