La sequenza de “L’attimo fuggente” che E. (classe seconda) ha scelto di proporre alla classe è una delle più famose del film: “In questa scena del film si dice di cogliere il momento, di non aspettare troppo tempo, di essere anche un po’ impulsivi per afferrare ciò che si vuole”.
Stacco un po’, cogliendo solo un aspetto del “cogliere il momento”: ci sono volte in cui la propria decisione di prendere il treno che sta passando possa essere giusta. Può capitare però che ad essere sbagliato sia il treno su cui si è saliti… E’ quello che mi è venuto in mente ascoltando la recente “Magnifico” in cui Fedez si è fatto accompagnare da Francesca Michielin (lasciando perdere il video decisamente banale, a mio avviso): “Sorridi quando piove, sei triste quando c’è il sole, devi smetterla di piangere fuori stagione. Dai proviamo e poi vediamo che succede, per ogni mia parte che ti vuole, c’è un’altra che retrocede… Quante volte ad un “Ti Amo” hai risposto “No, non posso”, hai provato dei sentimenti e non ti stanno bene addosso. Parliamo allo stesso modo ma con diversi argomenti, siamo nello stesso hotel ma con due viste differenti.” E quindi? Desistere? Continua Fedez: “L’amore è un punto di arrivo, una conquista. Ma non esiste prospettiva senza due punti di vista. Anche se poi tutto è magnifico”.
“Ho portato la canzone che accompagna la mia storia d’amore; è anche il brano che ha ispirato quella che per me è la canzone migliore che io abbia scritto.” Così A. (classe quinta) ha introdotto la sua gemma. “Mi piacciono il testo e la melodia, e il pezzo esprime il rapporto all’interno degli Slipknot, che è quello che dovrebbe esserci all’interno di ogni gruppo: amore, amicizia, esserci per gli altri.”
Per restare su genere e tematica mi affido a “Alone in heaven” dei Sonata Arctica: il concetto è semplice. Che senso ha una gioia, una felicità se sono da solo a viverla, se non posso condividerla con nessuno? “Mi chiedo soltanto, tutto questo può essere il paradiso se i miei migliori amici bruciano all’inferno? Paradiso. Che diavolo farei in quel luogo senza te? In paradiso, solo in paradiso… Non ti lascerò mai indietro. È tutti per uno, e tutti per la vita.”
“Se mi mettessi a commentare la canzone che ho portato, sarei banale, per cui lascio parlare Bono” ha esordito M. (classe quinta).
“E’ un brano che può avere più sfaccettature, più piani di lettura, lascia molto alla riflessione personale e alla libera interpretazione. Personalmente mi fa pensare alle piccolo cose quotidiane.” Beh alla fine, M. qualcosa l’ha detto 🙂 Quello che è venuto in mente a me è la necessità dell’amore: è come se non si potesse cadere più in basso senza percepire l’amore ordinario, comune, ma neppure volare più in alto senza accettarlo. E i pensieri vanno a un altro ritornello: “Ti vorrei sollevare, ti vorrei consolare, ti vorrei sollevare, ti vorrei ritrovare, vorrei viaggiare su ali di carta con te, sapere inventare, sentire il vento che soffia e non nasconderci se ci fa spostare. Quando persi sotto tante stelle ci chiediamo cosa siamo venuti a fare, cos’è l’amore, stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore”.
La gemma proposta da S. (classe seconda) è composta da quattro citazioni. La prima è di Giordano Bruno: “Un’unica Forza, l’Amore, lega e dà vita a infiniti mondi”, l’amore come forza vitale e creatrice, capace di essere sostegno unico e indispensabile. La seconda è Di Jimi Hendrix: “La pazzia è come il paradiso. Quando arrivi al punto in cui non te ne frega più niente di quello che gli altri possono dire..sei vicino al cielo”. Ha detto S.:”Questa frase per me è significativa perché mi è capitato di essere esclusa e giudicata per il mio modo di essere. Ne sono uscita fortificata quando ho imparato a non badare al giudizio degli altri”. La terza frase è di Cicerone: “Finché c’è vita, c’è speranza”. S. ha valutato la speranza come uno dei valori fondamentali per lei. Infine una frase “con la quale voglio sottolineare l’importanza dell’amicizia e del riuscire a intendersi con uno sguardo, un cenno”. E’ una frase di Gandhi: “Se urli tutti ti sentono, se bisbigli ti sente solo chi ti sta vicino, ma se stai in silenzio solo chi ti ama ti ascolta..”.
Mi soffermo sulla seconda frase, quella di Jimi Hendrix, restando in ambito musicale e proponendo una vecchia canzone di Vasco Rossi. “Jenny non vuol più parlare, non vuol più giocare, vorrebbe soltanto dormire. Jenny non vuol più capire, sbadiglia soltanto, non vuol più nemmeno mangiare. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Jenny ha lasciato la gente a guardarsi stupita, a cercar di capire le cose. Jenny non sente più niente, non sente le voci che il vento le porta. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Jenny non può più restare, portatela via, rovina il morale alla gente. Jenny sta bene, è lontano… la curano, forse potrà anche guarire un giorno. Jenny è pazza, c’è chi dice anche questo. Jenny ha pagato per tutti, ha pagato per noi che restiamo a guardarla ora. Jenny è soltanto un ricordo, qualcosa di amaro da spingere giù in fondo. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire.” E nel ritornello la voce di chi la conosce davvero: “Io che l’ho vista piangere di gioia e ridere, che più di lei la vita credo mai nessuno amò. Io non vi credo, lasciatela stare, voi non potete!”.
Il sottofondo di “Divenire” di Ludovico Einaudi ha chiesto A. (classe terza) per presentare la sua gemma. Non è stata una passeggiata perché è emersa l’emozione che ha trovato la via della lacrima di commozione per manifestarsi. “Ho portato una foto di me e di mio fratello. Ultimamente ci siamo molto legati e lui la prossima settimana si trasferisce: non andrà lontano, ma mi dispiacerà tornare a casa sapendo che lui non ci sarà. Gli altri miei fratelli sono molto più grandi e a lui sono molto legata; quindi, semplicemente, è lui la mia gemma”. In classe silenzio e rispetto hanno permesso a quelle lacrime d’amore di essere accolte. In pochi minuti ho rivisto il rapporto con mia sorella, quattro anni di differenza, rimasti pesanti fino, più o meno, ai miei 16-17, quando quei quattro anni si sono fatti leggeri fino a sparire. Mano a mano che si cresce, interessi, problemi, gioie tendono a diventare simili e a eclissare le differenze. La cosa che più mi è mancata quando lei si è sposata? Le chiacchierate notturne quando rientravo la sera tardi e la trovavo addormentata sul divano… la notte poteva allungarsi di molto, nonostante le proteste di mamma e papà 😛
Una gemma letteraria quella presentata da V. (classe quarta). Ha proposto il libro “Se ti abbraccio non aver paura”. “Il libro racconta la storia del viaggio intrapreso da un ragazzo autistico insieme al padre. Leggendolo sono tornata ai tempi dell’asilo, quando nella mia sezione c’era un bimbo autistico, che spesso veniva lasciato solo perché aveva uno strano comportamento. Col libro ho chiarito dei dubbi che erano rimasti e soprattutto ho acquisito una visione diversa delle cose”. Ne avevo già scritto sul blog qui Ora pubblico questo video come ulteriore contributo alla riflessione:
La gemma che ha portato M. (classe terza) è la parte finale del suo saggio di danza. “Ballare per me è tutto, è la cosa più importante. Guardi prof, mi tremano le mani solo a pensarci. E’ ciò che mi fa stare bene con me stesso, che mi rende orgoglioso di ciò che sono e rende orgogliosi anche i miei genitori”. Mi è venuta in mente la lezione di ballo liscio di ieri sera, in cui sono impazzito per capire come funziona il giro a sinistra della mazurka (sigh!). Non è la mia passione il ballo, almeno per ora, però è una cosa che mi piace fare insieme a mia moglie e per questo è importante. Però adoro vedere chi ci mette l’amore e la passione nelle cose che fa, e si emoziona parlando di esse e si fa trasportare come nel video qui sotto…
Non posso pubblicare la gemma portata da G. (classe quinta): ha mostrato la foto di suo fratello che “fa volare” la figlioletta. “Ho portato loro perché è grazie a loro due che ho messo un po’ la testa a posto. Prima devo ringraziare mio fratello che mi è sempre stato vicino e poi mia nipote che mi ha preso come riferimento e che quindi mi spinge ad essere più responsabile, almeno un po’…”.
La foto che ci ha mostrato mi ha immediatamente fatto pensare a questo quadro di Chagall e alle parole della moglie Bella: “«Non muoverti, resta dove sei…».Non riesco a stare ferma. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia. Mi sfiori l’orecchio e mormori…”.
Ne avevo accennato ieri. Un libro che mi ha fatto male. Però bello. Vi ho ritrovato tracce del passato: delle volte in cui ho visitato delle persone in manicomio, degli anni passati a fare volontariato in casa di riposo, dei racconti della zia di mio padre. Pino Roveredo tocca questi temi con una umanità disarmante, non indossa difese o armature, ma pone il lettore davanti alla realtà, non alla sua costruzione; il suo occhio scende nell’anima, va a fondo, vede e poi dà voce scritta a quanto ha sperimentato. E scrive un libro che attraverso un periodo al tempo stesso determinato (vi sono intere pagine dedicate allo scorrere degli anni con dei lampi fugaci ma ben identificabili) e indefinito (le vite dentro le mura di San Giovanni non tengono conto delle vicende esterne) :“… non avevo tenuto conto che il tempo apre varchi nel passato solo con l’immaginazione astratta del ricordo, altrimenti, nella fame assurda del presente, è sempre impegnato a rincorrere l’utopia del futuro”. (pag. 58) Mi porterò nel cuore molte parti di questo libro, ma due voglio fissarle qui, come monito. Questa è la prima: “Ti ricordi quando mi urlavi «Mario, svegliati, svegliati… Ma ti sei accorto che stai vivendo?». Dio santo, come avevi ragione, mia cara, se è vero che rivisitandomi l’età oggi mi accorgo di tutta l’inutilità della mia esistenza…”. (pag. 99) La seconda citazione, parlando di trapianti di cuore:
“– Ma davvero scambiano i cuori?
– Sì, signora, sì! Pensi, tolgono via quelli ammalati e li sostituiscono con quelli sani… – Ma va’?! Ma senti un po’, ma quando cambiano i cuori, dentro, ci mettono anche l’amore? – Come?! L’amore?… No, signora Cecilia, l’amore no! Ancora no… – Che peccato!” (pag. 107)
“Ero arrabbiata con il mio ragazzo e lui mi ha inviato questo video. Mi ha commosso perché il giovane fa di tutto per conquistare e conoscere la ragazza. Nelle vere storie d’amore si pensa sempre prima alla persona amata che a se stessi (in “paperman” il protagonista scappa dall’ufficio pur di seguire il suo sogno d’amore). E aggiungo che due persone se sono destinate a stare assieme si ritroveranno indipendentemente dal luogo e dal tempo (è un po’ il ruolo giocato dagli aeroplanini di carta che prendono vita e tessono trame imprevedibili).” Alcune di queste cose D. (classe quarta) me le ha raccontate fuori dall’aula perché in classe, sul momento, non ce la faceva, ma mi ha concesso di scriverle qui.
Anime gemelle, persone destinate a trovarsi, treni che passano nel medesimo istante, colpo di fulmine, la persona giusta… Possibile? Impossibile? Una risposta in un breve video
La gemma che ha portato questa mattina A. (classe terza) è una mail, “una cosa a cui tengo molto, la risposta di accettazione della mia richiesta di soggiorno-studio all’estero, in Francia: il prossimo anno, infatti, andrò là 3 mesi a studiare. Non è tantissimo ma è importante e ci saranno senz’altro delle difficoltà. Non dico di aver paura di essere dimenticata dagli amici, ma un po’ di essere sostituita (la mia migliore amica troverà un’altra spalla? Il mio moroso, sempre se ce l’avrò, mi aspetterà? La mia compagna di banco riempirà quel vuoto?). Penso sia vera la frase che dici che si piange quando si va e si piange quando si torna; i miei genitori mi hanno detto che basta che non pianga quando sono là. Poi ho scritto una cosa sulle scelte: siamo continuamente costretti a scegliere tra più alternative, tra bene e male, e chiedo al prof di leggerla per me sulle note di “Hall of fame”…
“Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni ora ci troviamo davanti a decisioni da prendere, e ogni volta non sappiamo da che parte incominciare: ci domandiamo se agire d’ istinto, o ragionarci su; se sia meglio pensare di testa nostra o chiedere un consiglio; e se sia più opportuno riferirsi ai genitori che ci conoscono dal nostro primo istante di vita, ai nonni che sono “vecchi e saggi”, o agli amici che condividono i nostri interessi. Così finiamo spesso per lanciare una moneta, se non altro, per poter dare la colpa alla sorte e non a noi stessi in caso di insoddisfazione. La nostra intera esistenza è continuamente condizionata da scelte. A partire da quelle giornaliere “ Come mi vesto oggi?”, “Cosa mangio a colazione?”, “Vicino a chi mi siedo in autobus?”, “Mi offro in matematica?”, “Torno subito a casa o mi fermo in centro con gli amici?”, “In TV guardo Dottor House o Gossip Girl?”. E poi ci sono quelle scelte “grandi”, che ti condizionano la vita, come la scelta della scuola superiore, dell’ università, di un lavoro, di un marito, di una famiglia, di una casa. Una volta ho letto che “ Avere la possibilità di scelta ci rende infelici e insoddisfatti: quando scegliamo una cosa ci sentiamo tristi perché pensiamo che stiamo rinunciando ad un’altra opportunità, e ciò ci rende insoddisfatti di quello che abbiamo scelto”, ed è vero, perché ottenere qualcosa per perderne un’ altra non potrà mai essere piacevole. Il segreto quindi rimane solo quello di capire cosa non si è disposti a perdere. Prendere una decisione è sempre molto difficile, soprattutto per quanto riguarda le relazioni! Pensa, anche se può essere un esempio un po’ stupido, a quando la tua migliore amica non va d’ accordo con il tuo ragazzo: sei costretto a schierarti, per forza. Ed è orribile, soprattutto perché in ogni caso farai soffrire qualcuno, ma prima di tutti a soffrire sarai tu. La maggiore difficoltà quando si tratta di una scelta, è data dal fatto che non sempre Amore e Ragione la pensano allo stesso modo; anzi: quasi mai. Provare a farli conciliare è come pretendere che un ghiacciolo non si sciolga nel deserto. Inoltre, le scelte più facili sono raramente quelle più giuste: sta a noi assumerci la responsabilità delle nostre decisioni.”
Riporto una frase di Bob Marley e la scena finale de “La leggenda del pianista sull’oceano” con lo splendido monologo finale di Novecento (dal libro “Novecento” di Alessandro Baricco): “Quando sei davanti a due decisioni, lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché, nell’esatto momento in cui essa è in aria, saprai improvvisamente in cosa stai sperando di più.” (Bob Marley)
“La mia gemma è un anello, il regalo che mi ha donato mia nonna per la Cresima, immediatamente prima di andarsene. Non ho avuto sempre un grande rapporto con lei, ma ho fatto l’esperienza della verità della frase «capisci il senso di una cosa solo dopo averla persa». Per me lei significava soprattutto il ritrovarsi di tutta la famiglia: siamo in tanti e ogni volta è una grande festa”. A. (classe terza) ha presentato così la sua gemma: non poteva saperlo, ma proprio oggi ero al funerale della nonna di mia moglie. Sono quelle morti “accettabili”, nel senso che fanno parte di quello considerato come lo scorrere normale delle cose. Le associo sempre all’immagine di un albero; gli alberi sono diversi e vari, nella forma, nella forza, nel numero di rami, di foglie, nella resistenza, nell’adattabilità, nella durezza, nella generosità. Hanno tutti una storia e, indipendentemente da quello che sono stati in vita rispetto a noi, il loro abbattimento mi mette tristezza nel cuore.
Mi aveva già avvisato la scorsa settimana che oggi la gemma avrebbe voluto proporla lei, proprio nel giorno del suo compleanno. Eppure penso che M. (classe seconda) abbia creato o modificato la sua gemma all’ultimo.
“Di solito scendo dalla corriera insieme a mia cugina, stiamo un po’ insieme e poi prendiamo le nostre strade. Oggi invece mi ha mollato subito da sola, poi ho capito perché. Mi ha regalato questa cornice con questa foto, ma soprattutto mi ha scritto questa lettera. Devo leggerla?”.
“Sentiti libera di gestire il tuo spazio come credi”.
“Allora sì, ci provo a leggerla”. M. guarda la lettera e gli occhi le si arrossano: “No prof, è meglio se la legge lei, non ce la posso fare”. Pubblico la lettera rendendola illeggibile, ma dicendo che è una di quelle lettere che tutti sperano un giorno di ricevere, in cui si viene ringraziati per quello che si è, degli amici, a partire dalle piccole cose di ogni giorno (“grazie per i messaggi vocali più stupidi ma che mi hanno sempre strappato un sorriso”) fino a quelle più importanti (essere vicini, consolare, tirar su il morale). E questa è la colonna sonora di questa amicizia tra M. e sua cugina… “Quando sono con te non c’è nessun altro posto in cui preferirei essere”
“E’ una canzone che mi rassicura” dice S. (classe quarta) presentando la sua gemma. La canzone è dei Simple Plan e si intitola “This Song Saved My Life”.
Le parole iniziali dicono: “Voglio iniziare facendoti sapere questo. Grazie a te la mia vita ha uno scopo, mi hai aiutato ad essere quel che sono oggi. Mi rivedo in ogni parola che dici, a volte sembra che nessuno mi comprenda. Sono intrappolato in un mondo in cui tutti mi odiano, sto passando per così tante cose. Non sarei qui se non fosse stato per te”. Quindi dietro alla canzone salvavita c’è anche qualcuno; e infatti S. conclude dicendo “è la storia di un’amicizia importante”. Questi sono i versi che hanno salvato me, parlano d’amore perché è l’amore quello che mi ha salvato: “Vorrei con te da solo sempre viaggiare, scoprire quello che intorno c’è da scoprire per raccontarti e poi farmi raccontare il senso d’ un rabbuiarsi e del tuo gioire; vorrei tornare nei posti dove son stato, spiegarti di quanto tutto sia poi diverso e per farmi da te spiegare cos’è cambiato e quale sapore nuovo abbia l’universo. Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona o il mare di una remota spiaggia cubana o un greppe dell’Appennino dove risuona fra gli alberi un’usata e semplice tramontana. E lo vorrei perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei ed io… Vorrei restare per sempre in un posto solo per ascoltare il suono del tuo parlare e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo impliciti dentro al semplice tuo camminare e restare in silenzio al suono della tua voce o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso dimenticando il tempo troppo veloce o nascondere in due sciocchezze che son commosso. Vorrei cantare il canto delle tue mani, giocare con te un eterno gioco proibito che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”.
D. (classe terza) ha iniziato facendoci ascoltare “Guardastelle” di Bungaro.
“Questa canzone non rappresenta il mio genere musicale ma mi ricorda i miei genitori: mio padre, che vedo due volte all’anno, e mia madre che ha qualche problema di salute. Poi ho scritto questa cosa, prof, ma vorrei che la leggesse lei per me: Mi sono chiesta varie volte cosa fosse la vita. Che senso abbia essere al mondo. La mia conclusione è che viviamo, beh, per vivere. Trovo incredibile quanto difficile possa essere trovare un sinonimo della parola “vita”. Gioia? Amore? Dio? Come si potrebbe descrivere un concetto tanto immenso con solo quattro misere lettere? La vita è colore. Una scala infinita di rossi, di blu, che si uniscono al giallo, si confondono col nero e invocano il bianco. Molti animali hanno una vista monocromatica, vedono tutto ciò che li circonda in un unico colore e non se ne rendono neanche conto; non possono neanche immaginare quante altre sfumature ci siano al mondo, e se neanche noi lo sapessimo? Ci potrebbe essere un ulteriore gamma di colori che non possiamo percepire. Noi siamo più fortunati, ma non per questo i migliori. La vita è musica. Un insieme di note e sinfonie. Composizione di suoni dolci, suoni caldi, suoni acidi, suoni armonici e contrastanti. Sospiri. Urla. Sussurri. Un Mi Bemolle può far nascere un musicista. Un arpeggio, e poi le scale. Do. Re. Mi. Fa. Sol. La. Si. E via avanti. Ci sono i Diesis, i Bemolle. Ma non è finita. Ci sono un’infinità di chiavi nascoste di cui non conosciamo l’esistenza. Dei mondi paralleli a cui ci sono stati sbarrati i confini. La vita è sogno. Attraverso il nostro cervello passano milioni di immagini mentre dormiamo, eppure ne ricordiamo solo un paio. Desideri. Ricordi. I nostri peggiori incubi. In una sola notte. Storie mai raccontate. Colline incantate. Fiabe mai scritte. E vuoi dirmi che la chiameresti ancora così? Quattro insulse lettere. Una parola. No, è molto di più. E’ un vortice di emozioni e sensazioni che aspettano di essere sentite, raccontate, amate. E’ qualcosa di astratto, eppure così dannatamente concreto. Qualcosa d’infinito, racchiuso in un infinito ancora più grande, che fa spazio all’immenso. Vita. Che parola stupida, non credi?” Riprendo delle parole della canzone proposta da D.: “Da qui, mi stacco da terra ad immaginare; da qui, chissà se c’è un mistero grande da scoprire; da qui, una libera preghiera per una pace da inventare. Ho fantasia e posso anche volare, la fantasia, lo sai ti fa volare”. Un gran bel volo ci ha fatto oggi, D. Eravamo in classe ma mentre leggevo le sue parole sentivo quelle pareti abbattersi e vedevo occhi e animi dei suoi compagni decollare e farsi un giro attraverso le ali che ci ha prestato.
Una delle canzoni più famose dei Black Eyed Peas è stata l’oggetto della gemma presentata da A. (classe seconda). “Propongo «Where is the love?» perché è un brano a cui sono molto affezionata. Purtroppo parla di cose brutte che continuano ad accadere: tocca argomenti sui quali ognuno può avere la propria idea. Dopo il video leggerò la traduzione”.
Prima della traduzione della telefonata a Dio di “Where is the love?”, per restare in ambito BEP, propongo un loro brano che tocca argomenti simili. Si tratta di “One tribe”, in cui si può leggere: “Una tribù, un tempo, un pianeta, una razza, è un unico sangue, non importa la tua faccia, il colore dei tuoi occhi, la tonalità della tua pelle. Non importa dove sei, non importa dove sei stato, perché dove andremo è dove vogliamo essere, il posto in cui il linguaggio è quello dell’unità. E il continente è chiamato Pangea. E le idee principali sono collegate come una lancia. Nessuna propaganda, hanno tentato di prendere il sopravvento su di noi perché, uomo, amo questa pace… Non ho bisogno di alcun leader che usi la forza, che nutra un concetto che mi fa pensare di aver bisogno di temere mio fratello e temere mia sorella”. Ecco il video
Ed ecco la traduzione proposta da A.
Cosa c’è che non va nel mondo mamma? La gente vive come se non avesse una madre Penso che il mondo sia drogato di tragedie, attratto solo dalle cose che portano danni. Oltreoceano cerchiamo di fermare il terrorismo ma abbiamo ancora terroristi che vivono qui negli USA, la grande CIA i Bloods e i Crips e il KKK. Ma se ami solo la tua razza lasci solo spazio alla discriminazione e discriminare genera solo odio. E quando odi sei obbligato ad essere pieno di rabbia. Quello che dimostri è solo la tua cattiveria ed è esattamente il modo in cui funziona e opera la rabbia. Devi avere l’amore per mettere a posto le cose devi meditare e lasciare che la tua anima graviti intorno all’amore RIT. La gente uccide, la gente muore. I bambini soffrono e li vedi piangere. Puoi mettere in pratica quello che predichi e porgere l’altra guancia? Padre, Padre, Padre, aiutaci, mandaci una guida dall’alto Questa gente mi fa chiedere: dov’è l’amore? Non è proprio lo stesso, sempre invariato. Al giorno d’oggi è strano, il mondo è impazzito: se l’amore e la pace sono così forti perché ci sono questi pezzi d’amore che non ci appartengono? Le nazioni lanciano le bombe, i gas riempiono i polmoni dei bambini, la sofferenza continua e si muore da giovani. Perciò chiediti se l’amore è veramente sparito, così io potrò chiedermi cosa c’è che non va. In questo mondo in cui viviamo la gente continua ad arrendersi prendendo decisioni sbagliate, vedendo solo dividendi. Non si rispettano, si rinnegano tra fratelli c’è una guerra in corso, ma le ragioni sono segrete. La verità è tenuta nascosta sotto un tappeto. Se non conosci la verità non conoscerai mai l’amore. Dov’è l’amore, gente, andiamo (non lo so) RIT. Sento il peso del mondo sulle mie spalle. Mentre divento grande, la gente diventa più fredda. Molti di noi pensano solo a fare soldi. L’egoismo ci ha portati nella direzione sbagliata, informazioni sbagliate ci vengono mostrate dai media che scelgono sempre le immagini negative infettando le giovani menti più velocemente dei batteri. I bambini vogliono fare le cose che vedono al cinema. Cos’è successo ai valori dell’umanità? Cos’è successo all’eguaglianza e alla parità? Invece di diffondere amore diffondiamo ostilità. La scarsa comprensione allontana le vite dall’unità, ecco perché a volte mi sento depresso, ecco perché a volte mi sento giù. Non c’è da stupirsi se a volte mi sento depresso, devo essere fiducioso finché non trovo l’amore.
La prima gemma di oggi è quella proposta da S. (classe quarta). E’ una sequenza tratta da “La tigre e la neve”. E’ una scena che la emoziona, che le fa pensare alla bellezza, alla poesia. “E’ come dice Benigni: Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici”.
Allego semplicemente la trascrizione del monologo; penso possa essere utile soffermarcisi sopra con un po’ di calma:
“Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate. Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un’ottantina di anni. Scrivete su un altro argomento, che ne so… sul mare, vento, un termosifone, un tram in ritardo. Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro. Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu. Vestitele bene le poesie. Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola. Scegliete, perché la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, da Adamo ed Eva. Lo sapete quanto c’ha messo Eva prima di scegliere la foglia di fico giusta? Ha sfogliato tutti i fichi del paradiso terrestre. Innamoratevi. Se non vi innamorate è tutto morto. Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria. Siate tristi e taciturni con l’esuberanza. Fate soffiare in faccia alla gente la felicità. Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici. Siate felici. Dovete patire, stare male, soffrire. Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre. E se non vi riesce, non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto. E non cercate la novità. La novità è la cosa più vecchia che ci sia. E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così. E’ da distesi che si vede il cielo. Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima?! Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono. Fatevi obbedire dalle parole. Se la parola è “muro” e “muro” non vi dà retta, non usatela più per otto anni, così impara! Questa è la bellezza come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre.. Forza, cancellate tutto!”
A cinquant’anni dalla sua morte, Gerolamo Fazzini, su Vatican Insider, fa conoscere in questo breve articolo la figura di Madeleine Delbrêl.
“È passato esattamente mezzo secolo dalla sua morte, avvenuta il 13 ottobre 1964. Eppure, anche a distanza di tanti anni, l’eredità spirituale di Madeleine Delbrêl – laica francese, attivista sociale, scrittrice e mistica – non si è affatto spenta. Anzi. Promotrice di un’esperienza originale di fraternità missionaria nella periferia operaia di Parigi, tra le prime assistenti sociali del Paese, la Delbrêl è stata senza dubbio protagonista della vita ecclesiale francese del ‘900 e tuttora continua ad esercitare un fascino che non si affievolisce. In Francia i suoi libri continuano ad essere letti con successo; è in corso la pubblicazione dell’opera omnia giunta al XIV volume. Alcuni testi – “Noi delle strade”, “La gioia di credere” e “Comunità secondo il Vangelo”, apparsi fra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta – sono ormai dei classici della spiritualità del XX secolo. Ma anche in Italia – dove i suoi testi sono noti grazie a Gribaudi – la Delbrêl conta su un pubblico di affezionati lettori (in qualche libreria cattolica esiste pure uno scaffale a lei dedicato). Non smettono, inoltre, di uscire tesi di laurea e pubblicazioni specialistiche a lei dedicate. L’ultima biografia è in arrivo da Edb: scritta da Bernard Pitaud e Gilles Francois, si intitola “Madeleine Delbrêl. Biografia di una mistica tra poesia e impegno sociale”: un titolo che la dice lunga sulla complessità della Delbrel. […] Approdata alla fede dopo un’autentica conversione, passando da un ateismo convinto all’adesione altrettanto totale al Vangelo, la Delbrêl ha individuato una strada originale, che ha nella centralità del protagonismo laicale, della dignità battesimale e della vocazione universale alla missione i suoi fulcri. Basti leggere come la stessa Delbrêl presentava la sua fraternità: «Il nostro gruppo non è legato ad alcuna organizzazione. Non prevede voti né promesse ufficiali. È la vita comune, molto intensa, a segnarne nettamente la nascita e a rendere in qualche maniera “pubblico” il suo impegno. Coloro che ne fanno parte praticano i tre consigli evangelici. (…) Lo scopo è unirsi il più possibile a Cristo in pieno mondo, imitare la sua vita, obbedire al suo Vangelo e trasmetterlo». Teatro dell’azione della Delbrêl fu Ivry, nei pressi di Parigi, per la quale la coraggiosa Madeleine e le sue compagne partono il 15 ottobre 1933. «La festa di santa Teresa d’Avila – ha commentato un biografo – è stata scelta appositamente, perché è un monastero nuovo quello che vanno a fondare: è una vita contemplativa nuova quella che le attende». Ivry, per Madeleine, è una terra dove «regna Satana», come scrive a due mesi dal suo arrivo. Ma col tempo proprio lì avvierà un’esperienza di testimonianza della fede di straordinario spessore evangelico, così come genuino e fecondo sarà il di dialogo con i non credenti – tra cui molti esponenti del Partito comunista – che la Delbrêl e le compagne riusciranno a tessere nel corso degli anni. Un’esperienza del passato che, come detto, non ha esaurito la sua spinta propulsiva, non foss’altro per il contributo da lei dato alla causa genuinamente “femminista” nella Chiesa. «La Nave della Chiesa non ha finito il suo viaggio – ha lasciato scritto in una lettera -. Agli uomini il ponte, lo scafo, gli alberi…, ma per le vele, non c’è modo di fare a meno di noi». Alcune compagne di Madeleine sono ancora presenti a Parigi e ad Amiens. Un comitato di Amici di Madeleine Delbrêl raccoglie un gruppo di oltre cinquecento persone e, in Francia ma non solo, continua a diffondere la sua spiritualità e a tener desta la memoria di questa donna eccezionale, di cui nel 1996 è stato avviato il processo di beatificazione.”
La prima gemma di oggi l’ha proposta S. (classe IV). Era un oggetto: una moneta di 5 centesimi portata come pendente di una collanina. “L’anno scorso è mancato il nonno e la nonna mi ha fatto questa per portarmi fortuna. Non lo fa sempre, ma mi fa ricordare di lui, di quanto per lui ero importante e di tutto il bene che mi ha voluto”. Maria Rita Parsi afferma che “I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi, ad indagare oltre la vita.” Io i nonni non li ho più accanto a me, al mio matrimonio non ho potuto godere della vicinanza di nessuno di loro ed è l’unica cosa triste di quel giorno. Però grande è il calore che sento nel cuore ogni volta che penso a loro…
Oggi non riporto la gemma portata da C. (classe terza) per un semplice motivo: ha “regalato” ai compagni una foto del suo battesimo. “Ho portato questa foto perché è un momento in cui sono sia con mamma che con papà. Si sono separati quando avevo quattro anni e questo è uno dei pochi ricordi che ho della nostra vita insieme”. Sono anche io una persona che fa molta fatica a recuperare i ricordi dell’infanzia. Talvolta emergono dal passato in modo inatteso, magari grazie a un oggetto, un suono, una voce, un profumo, una foto…
“Ci sono legami di seta… che ti aspettano su incroci del destino che mai avresti immaginato.Il Ricordo unisce ciò che la vita separa. E ti sembra una strana, inaspettata, piacevole connessione notturna, come una carezza, senza tempo.” (Anton Vanligt)