Totalitarismo contabile?

9788862225571

Un suggerimento per una futura lettura (anche se in lista d’attesa c’è già moltissima roba…). Lo spunto arriva da Elisa Bonzoni.
“È possibile misurare il successo lavorativo? Un’idea? Un’emozione? «Vivere significa nuotare in aperti oceani dove la logica e la matematica non possono arrivare». E quando hanno la pretesa di farcela arrivare, a emergere è una realtà che è più vicina a un’ossimorica realtà distorta.
Non era facile scrivere un libro così, su questo tema e in questo modo. Stefano Diana c’è riuscito mettendo una dietro l’altra quasi 300 pagine (Noi siamo incalcolabili. La matematica e l’ultimo illusionismo del potere, Stampa Alternativa) sul tema senza mai essere ridondante.
Diana descrive il percorso involutivo dell’umanità, un percorso che sta rapidamente portando alla catastrofe ambientale, all’inquietante preponderanza delle tecnologie virtuali, al restyling penoso della parola, all’incomprensione della realtà e dei suoi processi, all’incomunicabilità e alla mancanza di relazioni tra esseri umani. Un percorso che non ci permette di controllare e capire i processi avviati, che rende il mondo meno democratico e egalitario, e più ingiusto. Processi che ci portano rapidamente verso il baratro e ci allontanano da noi, dall’essenza dell’uomo e dalla risposta che è dentro di noi, ed è proprio quella giusta!
La tendenza è misurare tutto quello che non ha misura. Un «totalitarismo contabile» e una «tossicodipendenza da numero» secondo i quali ogni cosa è stimabile con criteri razionali che risultano essere tutto tranne che razionali. Dai trend finanziari al rendimento scolastico dei figli, dagli stipendi ai criteri di valutazione o di soddisfazione di qualsiasi ordine e grado. Dio e Cesare si fondono e si confondono e a rimanere sul campo è una visione contorta e distorta della realtà che ci rende tutti più ignoranti e incapaci di capire, interpretare, conoscere, sentire. Cosa? Tutto! Per eterogenesi dei fini più cerchiamo di codificare la realtà più ci allontaniamo dal suo significato, entropicamente. Leggiamo Dio con Cesare deformandolo; e discutiamo teoremi, che nulla hanno di razionale e di reale anche perché partono da assiomi falsi. Davanti non abbiamo più né Dio né Cesare.
E in questo caso Dio, in un contesto di dichiarato ateismo, diventa l’essere umano nel suo valore intrinseco, le emozioni, e la neurobiologia stessa. Questo è il percorso di santità che a dirla tutta, somiglia alla visione della santità cattolica. E la salvezza universale (che Diana vede chiaramente in ottica laica) passa da qui. Passa dal santo che è in ognuno di noi che è il valore intrinseco, che sono le neuroscienze, che è l’uomo. E la salvezza è l’empatia e la compassione, il superamento dell’egoismo per arrivare all’altro e a noi con l’altro.”

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

Tra cultura, istruzione e scuola

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Questo post è rivolto non tanto agli studenti quanto a colleghi e a chiunque si occupi di istruzione e cultura. Durante una piccola discussione su twitter, il professor Piero Dominici, che gestisce la rubrica “Fuori dal prisma” su Il Sole24ore, mi ha segnalato questo suo bellissimo articolo, molto interessante (i grassetti sono miei). Penso che non sarebbe male se, almeno ogni tanto, i Collegi Docenti si confrontassero su questi argomenti. Sì, mi piace sognare…

Ripartiamo, e articoliamo, una nostra riflessione sviluppata a partire da un post di Luca De Biase (che ringrazio ancora per lo spunto) su questioni che ritengo, a dir poco, cruciali e strategiche per il tentativo di rilanciare questo Paese; questioni a “parole” considerate importanti ma, nel momento dei “fatti” e delle scelte politiche, (spesso) non riconosciute, fino in fondo, come tali. Tanto da far pensare “altro che società della conoscenza…” (si veda p.e. l’ultimo Rapporto OCSE sull’istruzione). E allora, abbiamo provato a ragionare, in quel caso, e Fuori dal Prisma intende riproporre quella riflessione (aggiornata), sulla ben nota “questione culturale” – spesso evocata ma non argomentata – e sulle relative implicazioni. A cosa intendiamo riferirci quando affermiamo che “la questione è culturale”? Proveremo a riflettere e ad evidenziare come, non solo tale questione riguardi da vicino l’ipercomplessità sociale, ma costituisca di fatto un indicatore da non sottovalutare nell’analisi dei sistemi sociali e della loro resilienza al mutamento. Una complessità sociale che sfugge ai tradizionali dispositivi di controllo e sorveglianza e che richiederebbe, come in passato ho avuto modo di argomentare più volte, una riformulazione del pensiero ed una ridefinizione dei saperi che dovrebbero contribuire proprio a ridurre tale complessità, definendo, quanto meno, condizioni di prevedibilità dei comportamenti all’interno ed all’esterno delle organizzazioni e dei sistemi: in tal senso, Edgar Morin parla di “riforma del pensiero”: «La riforma del pensiero esigerebbe una riforma dell’insegnamento (primario, secondario, universitario), che a sua volta richiederebbe la riforma di pensiero. Beninteso, la democratizzazione del diritto a pensare esigerebbe una rivoluzione paradigmatica che permettesse a un pensiero complesso di riorganizzare il sapere e collegare le conoscenze oggi confinate nelle discipline. […] La riforma del pensiero è un problema antropologico e storico chiave. Ciò implica una rivoluzione mentale ancora piú importante della rivoluzione copernicana. Mai nella storia dell’umanità le responsabilità del pensiero sono state così enormi. Il cuore della tragedia è anche nel pensiero». Perché scuola e istruzione non di qualità (concetto che andrebbe sciolto) creano le condizioni strutturali per una società diseguale, non in grado di garantire neanche le condizioni di eguaglianza delle opportunità di partenza. L’argomento è estremamente delicato e difficile da sciogliere per le tante implicazioni. Certamente possiamo partire da un assunto: esiste una stretta correlazione tra scuola/istruzione e una cittadinanza realmente attiva e partecipata (ne abbiamo parlato anche in un altro post), a maggior ragione in sistemi sociali, come il nostro, caratterizzati da scarsa (per non dire inesistente) mobilità sociale verticale e da un familismo (im)morale diffuso che rendono ancora questa società fortemente corporativa e resiliente al (vero e profondo) cambiamento e all’innovazione sociale. Nelle società avanzate (non solo), scuole, istruzione e formazione rappresentano da sempre le uniche possibilità di riscatto sociale e di miglioramento della propria condizione sociale di partenza; ancora di più lo potrebbero/dovrebbero essere in una società rigidamente strutturata…insomma gli unici “ascensori sociali”, ormai (purtroppo) quasi del tutto bloccati da tempo: la crisi dei sistemi di welfare completa un quadro estremamente problematico che, nel rendere la precarietà condizione esistenziale, ha determinato un indebolimento dei meccanismi di solidarietà, mettendo in discussione anche il diritto alla conoscenza delle persone (cittadini). «C’è un’inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari dall’altra. In questa situazione, diventano invisibili: gli insiemi complessi; le interazioni e le retroazioni fra le parti e il tutto; le entità multidimensionali; i problemi essenziali» (Edgar Morin).
Sinteticamente, propongo alcune considerazioni per sottolineare l’assoluta rilevanza delle questioni, scusandomi in anticipo, per la semplificazione di alcune di queste che meriterebbero ben altro approfondimento…Procedo per punti.

1) Il nostro è un Paese dal quadro normativo e legislativo complesso e articolato: esistono molte leggi (forse, troppe), codici professionali, carte deontologiche, linee guida, sistemi di regole formali, sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo. Eppure questi “strumenti” si sono rivelati condizione necessaria ma non sufficiente, perché esiste una dimensione, cruciale e fondante allo stesso tempo, che è quella della responsabilità; una dimensione che sfugge a qualsiasi tipo di “gabbia” e/o sistema di controllo, perché attiene proprio alla libertà delle persone (altro discorso da approfondire, legato al tema dell’emancipazione nella modernità: interessante il concetto di “libertà generativa”). E da questo punto di vista, come non essere d’accordo con chi afferma che viviamo in una “società degli individui”, che sentono di non dover rispondere a nessuno dei loro atti, tanto meno ad una “comunità” i cui legami si sono fortemente indeboliti (e c’è chi parla di fine del legame sociale). Qualche anno fa, intitolai un mio libro “La società dell’irresponsabilità” proprio per connotare questa condizione critica, ricollegabile solo in parte alla crisi economica (o ad indicatori di tipo economico): la “questione culturale” mette in luce, ancora una volta, non solo la crisi delle istituzioni formative, ma anche la debolezza dei vecchi apparati e delle vecchie logiche di controllo e repressione che non risolvono mai i problemi alla base; che sono sempre strategie di “breve periodo” (cultura dell’emergenza vs. cultura della prevenzione, a tutti i livelli e in tutti i settori della prassi). Dobbiamo confrontarci con una “natura” intrinsecamente problematica e complessa dei sistemi sociali, non più riconducibile alle sole categorie (significative) di rischio, incertezza, vulnerabilità, liquidità etc. A ciò si aggiunga che, quasi paradossalmente, mai come in questi anni si è discusso (e si discute) di etica e di responsabilità in tutti i campi dell’azione sociale (dalla politica alla cultura, dall’informazione all’innovazione scientifica e tecnologica etc.).Si potrebbe semplificare tale paradosso con la “formula”: trionfo dell’etichetta sull’etica. Paese di paradossi e contraddizioni (non soltanto sul piano culturale): da una parte, per ogni “nuovo” problema si invocano subito nuove leggi, nuovi codici deontologici, nuove prescrizioni, nuovi divieti; dall’altra, culturalmente, consideriamo quelle stesse leggi, norme,“regole” come un ostacolo alla nostra autoaffermazione ed al nostro successo/prestigio sociale. D’altra parte, ciò che spesso sembra venire a mancare è proprio la coerenza dei comportamenti che, comunicativamente parlando, risulterebbe (è!) molto più efficace delle parole e dei principi spiegati attraverso un linguaggio, più o meno, politicamente corretto. Da questo punto di vista, come peraltro sottolineato da più parti, siamo di fronte ad una vera e propria “emergenza educativa” legata ad una molteplicità di fattori e variabili, che hanno determinato una trasformazione profonda dei processi di socializzazione ed una crisi delle tradizionali agenzie/istituzioni deputate all’interiorizzazione dei valori ed alla formazione delle personalità/identità (riconoscimento-rispetto-altruismo-senso civico-cittadinanza vissuta e non subita). Mi riferisco, in tal senso, al concetto di “policentrismo formativo” e richiamo Luca quando sottolinea l’urgenza di “disegnare percorsi di apprendimento pensati per queste materie per ricucire un’evoluzione culturale che per alcuni aspetti si è interrotta con l’interruzione di alcune relazioni tradizionali…”. Questo Paese non ripartirà senza affrontare seriamente tali problematiche: credo di non dover neanche argomentare la correlazione strettissima esistente tra istruzione (accesso,condivisione) e cittadinanza. In questa sede, si discute dei “cittadini di domani” che corrono seriamente il rischio di crescere e socializzarsi ad una cultura della furbizia, dell’illegalità e/o del familismo amorale (apparentemente?) dominante.

2) La “questione culturale”, qui più volte richiamata, è legata come detto anche, e soprattutto, ad un problema di interruzione/crisi della comunicazione tra le generazioni (concetto che andrebbe sciolto e sviluppato). Tuttavia, in questa prospettiva di analisi, non possiamo non registrare come i media (vecchi e nuovi, per non parlare dei social networks) – con il famoso “gruppo dei pari” – si siano letteralmente divorati lo spazio comunicativo e del sapere (?) gestito, in passato, della tradizionali istituzioni e agenzie educative e formative.

3) Sugli attori sociali e sulle professionalità protagoniste del processo educativo e formativo sono forse radicale, ma preferisco sempre dire apertamente ciò che penso (va precisato che, in questi ultimi decenni, scuola e università sono state pesantemente penalizzate da tagli e controriforme). Ci sono lavori/professioni che andrebbero fatti/scelti anche, e soprattutto, perché si avverte una “vocazione” e non soltanto per una forma di prestigio sociale e/o perché permettono magari di esercitare forme di micropotere sugli altri. ”Prendersi cura” di una persona (concetto complesso), insegnare, formare, condividere ed elaborare non significa soltanto trasmettere e/o impartire nozioni: i figli, gli studenti e, più in generale, i giovani – come dire – ti aspettano al varco, osservano “come ti comporti”. Insomma, contano i “fatti”, non le “parole”. La “tua” (nostra) credibilità e autorevolezza si fonda sui comportamenti e sulla loro coerenza rispetto a quanto affermiamo (problema che riguarda anche la politica). Se chiedi correttezza, devi darla per primo, se pretendi rispetto e senso di responsabilità, devi prima di tutto essere rispettoso dell’Altro e responsabile etc., anche se la relazione è asimmetrica a causa del ruolo e della gerarchia. E non puoi fingere, non nel lungo periodo. Ecco perché certi “ruoli” e certe “attività” richiedono, a mio avviso, consapevolezza, partecipazione, passione, perfino empatia (oltre alla preparazione!). E’ necessario “mettersi in gioco” puntando sull’inclusione dell’ALTRO. Fondamentale, quindi, ripartire da educazione e istruzione, basandole però su una ridefinizione della “qualità” della relazione tra gli attori dell’ecosistema formativo e comunicativo – nel rispetto dei reciproci ruoli (genitore, insegnante, docente etc.) – oltre che, evidentemente, sulla preparazione e sulle competenze. 
E, nel lungo periodo, per far questo abbiamo bisogno di “teste ben fatte”(Montaigne), e non di “teste ben piene”, che sappiano organizzare le conoscenze all’interno del nuovo ecosistema cognitivo (2005), altrimenti anche le opportunità della tecnologia saranno per pochi. E, come scrissi qualche anno fa, sarà la “società dell’ignoranza” e dell’incompetenza (non solo digitale…)->POTERE=CONOSCENZA”

Felicità, Poesia, Amore

In quarta guardiamo assieme questa sequenza

Guardarla ora sarà diverso, per me. Inoltre, ero al liceo, in seconda, quando la nostra prof. di italiano ci ha accompagnati al cinema a vedere, nel pomeriggio, “L’attimo fuggente”. Inevitabile, la mattina dopo, farci trovare sui banchi con lei che diceva “Che scemi che siete!”. E mi torna anche alla mente il film che mi ha fatto scoprire Robin Williams: “Good morning, Vietnam”.
Good-Morning-VietnamStamattina Veronica, una mia ex studentessa, ha scritto così su fb: “Solitamente sono refrattaria a simili annunci, eppure non posso fare a meno di richiamare alla mente le mille e più volte in cui ho riso, pianto, sorriso, riflettuto e apprezzato maggiormente la vita grazie all’intensità e alla misura di Robin Williams, attore a tutto tondo che come pochi ha saputo suscitare in me riflessioni di cui non posso che essere eternamente grata. Che sia soltanto questione di sceneggiatura o opportunità, poco importa; sono intimamente convinta che trasmettere un messaggio sia possibile soltanto se si crede davvero nel suo contenuto: le parole non trapassano silentemente e facilmente lo schermo, a meno che non siano di notevole rilevanza concettuale…eppure il professor John Keating e il dottor Sean McGuire hanno travalicato ogni mia riserva mentale, raggiungendo il più profondo del cuore, lì dove covano sentimenti, passioni, emozioni, pulsioni latenti. Fra dialoghi di straordinaria potenza espressiva e interpretazioni autenticamente sentite, ho compreso sin da bambina insegnamenti che difficilmente ho sentito espressi ma che fortunatamente ho assimilato e racchiuso nell’Es del mio essere, per portare un po’ di ordine e pace laggiù, dove scalfire l’impalpabile è quasi sempre un’impresa…quasi. Il linguaggio del cinema, universale per definizione, non è rimasto inascoltato, e anzi è riuscito spesso e volentieri a entrare in zone inesplorate, suonando le mie corde più dolci e al contempo quelle dal suono più screziato, grazie a perle dell’arte visiva come “L’attimo fuggente” e “Good Will Hunting”… Ho appreso che la vita va guardata adottando angolazioni differenti, che un uomo senza libertà è soltanto una sincope, che l’autoconsapevolezza dei propri desideri e delle proprie emozioni è la chiave per il raggiungimento della Felicità, che la Poesia non è semplicemente questione di metrica e figure retoriche, che l’intelligenza scolastica e/o accademica nulla ha a che vedere con l’esperienza esistenziale e con la capacità sensoriale, che l’empatia (ciò che più si avvicina alla saggezza umana) non si impara sui libri, che il talento non può giacere a lungo sottaciuto da convenzioni e imperativi sociali (prima o poi si sprigionerà con tutta la sua forza con effetti più o meno desiderati e desiderabili), che l’Amore rende sublime e grande anche l’uomo più comune…
Un piccolo omaggio a una delle persone che più fra tutte mi ha saputa emozionare, permettendomi di veder lontano e, così facendo, tracciando una via nel firmamento…”

Grazie a Veronica e a tutte le anime che si lasciano interrogare e a chi, quegli interrogativi, pone.