Gemma n° 1790

“Ho portato il trailer di Mio fratello rincorre i dinosauri, basato su una storia vera: è la vicenda di Jack, un ragazzo che ha un fratello minore con la sindrome di Down, Gio. All’inizio lo vede come un supereroe, poi lo vive come un peso e un problema e non ne parla con nessuno dei suoi amici. Crescendo però scopre la bellezza di suo fratello e la sua unicità.

Ho poi portato un passo dal libro con la descrizione di Gio fatta da Jack:
La vita con Gio era un continuo viaggio tra gli opposti, tra divertimento e logoramento, azione e riflessione, imprevedibilità e prevedibilità, ingenuità e genialità, ordine e disordine. Gio che si butta a terra fingendo di cadere per sbaglio. Gio che scrive ogni azione prima di farla. Gio che salva una lumaca dalla nonna che la vuole cucinare. Gio che, se gli chiedi se quello che ha in mano è un pupazzo o un lupo vero, risponde: «Pupazzo vero». Gio che fa lo sgambetto alle bambine solo per aiutarle a rialzarsi, far loro una carezza e chiedere: «Come stai?» Gio che: in Africa ci sono le zebre, in America i bufali, in India gli elefanti, in Europa le volpi, in Asia i panda, in Cina i cinesi. Che se passano dei cinesi ride e si tira gli occhi, anche se li ha già come loro. Che la più grande disputa è stata se il T-rex era carnivoro o erbivoro. Che le vecchie sono molle; e glielo dice proprio, a tutte quelle che incontra. Gio che se vede un cartello con scritto «Vietato calpestare l’erba» lo gira e poi la calpesta. Che se lo mandi di sopra a prenderti il telefono e chiedere a papà se vuole la minestra lui va da papà a chiedergli se vuole il telefono. Che dice faccio da solo e ti mando via, con nella voce un’incertezza che capisci che lo sta dicendo a se stesso, per farsi forza. Gio che non capisce perché la sua ombra lo segue, e di tanto in tanto si volta di scatto a vedere se è ancora lì.
Gio era tutto, ma più di ogni altra cosa era libertà. Lui era libero in tutti i modi in cui avrei voluto essere libero io. Gio era tornato a essere il mio supereroe. E non avrebbe più smesso di stupirmi.
A. (classe seconda) ha portato questa gemma molto toccante. Immediato pensare al libro e al film Wonder (vi si fa riferimento anche nel trailer). Vorrei offrire un punto di vista diverso; leggo spesso il blog di una mamma, The princess and the autism. Scrive così nella presentazione: “Ciao! Benvenuti nel mio blog dove si parla di Ariel (la mia meravigliosa bimba di 10 anni che, tra le altre cose, è autistica), di Davide (il mio meraviglioso bimbo di 11 anni che, tra le altre cose, non è autistico) e di Baloo (il nostro cucciolo di barboncino nano che potrebbe essere essere autistico) e della sottoscritta, mamma in affanno ma sempre con determinazione. Cosa abbiamo di speciale? Niente! Siamo una famiglia “autistica” come molte altre, ma cerchiamo di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Non illudetevi… di solito non sono di così poche parole!”. Sono veramente tanti gli spunti che offre, tante le riflessioni che partono da quanto scrive. E mostra un mondo in tutte le sue sfaccettature. Un esempio? Ecco quanto ha scritto il 17 ottobre
“Tu che non hai una figlia disabile, cosa ne sai della mia vita?
Ti puoi permettere di tracciare confini ben definiti tra bianco e nero, le sfumature di grigio le lasci a Christian Gray e Anastasia Steel; di dividere il mondo in pensieri giusti e sbagliati e, ovviamente, quelli corretti sono solo quelli che corrispondono al tuo vissuto, gli altri non vengono nemmeno presi in considerazione.
Tu cosa ne sai delle notti in bianco passate a pensare ad un futuro che potrebbe essere lontano, ma invece è già domani, mentre lei urla e si batte la testa?
Sai quanto pesano le lacrime ingoiate sotto la doccia?
Hai mai provato il dolore dei sussurri degli inizi, pronunciati alle spalle come fossero un gossip da rivista patinata: “Ha la figlia ritardata”? E l’indifferenza del quotidiano?
Quante ore della tua vita perfetta hai passato in automobile? No, non per portare i figli a danza, calcio, judo o quel che è, ma per affidarli a professionisti che li aiutino a stare meglio o a essere più autonomi.
Hai mai dovuto rinunciare al tuo lavoro o ad uscire con gli amici per stare con lei, perché sta avendo una brutta crisi?
Ti sei mai sentito così stanco da voler scomparire? No, non andare via, ma dissolverti come il pulviscolo che filtra dalla finestra, farti assorbire dal materasso sul quale stazioni sveglia da ore, non muovendo un muscolo per paura che lei si possa svegliare?
Tuo figlio piange nel sonno avvolto da incubi in cui lei scappa e non sa chiedere aiuto per tornare a casa?
Porti sulla pelle le cicatrici della sua rabbia? E sul cuore quelle del suo dolore?
Ti prego, non dividere il mondo in pensieri giusti o sbagliati, soprattutto quando non sai quando è stata l’ultima volta in cui una persona ha pianto. O riso.”

Gemma n° 1789

“Ho portato questo modellino: rappresenta mio zio che adesso viaggia molto e che quindi vedo poco. Lui è interessato ai modellini e mi ha trasmesso questa passione, oltre a supportarmi in tante situazioni e a farmi scoprire cose interessanti”

Questa è stata la gemma di F. (classe seconda). Ero qui, adesso, e stavo lasciando andare in giro i pensieri per capire come commentare questa gemma e gli occhi si sono posati su un oggetto della libreria. Gli ho fatto una foto, non penso di aggiungere altro…

Gemma n° 1784

“La canzone che ho scelto è Someone like you di Adele. Questa canzone mi fa ricordare quel periodo che per molti è stato di intralcio ma per me è uno dei ricordi più belli che ho. In quel periodo non si poteva uscire dai confini del proprio paese se non per lavoro, fare la spesa o per esigenze di salute. Per me non è stato un grosso problema non vedere i miei amici di scuola, che abitavano in un paese diverso dal mio, perché  in qualche modo ogni tanto riuscivamo a vederci, anche se di rado. Data la scarsa presenza dei miei amici a casa mi sarei annoiata tutto il giorno, visto che non avrei avuto voglia di fare compiti tutto il giorno, per tutte le settimane, per tutti i mesi di DAD. Ma non mi sono annoiata, anzi, sono stata quasi sempre in compagnia; infatti quasi tutti i giorni uscivo con i miei vicini, che hanno rispettivamente 2 e 1 anno meno di me, ma ogni tanto c’erano altre persone del mio paese, che conoscevo già. Durante quei lunghi mesi di DAD abbiamo fatto moltissime cose: giocato a calcio, sradicato il boschetto, siamo stati in bici, siamo quasi stati denunciati dal proprietario del boschetto, e ci siamo divertiti molto. Con mio fratello non andava molto bene, litigavamo troppo spesso, ma quel periodo ci ha aiutato a riappacificarci. Finita la quarantena ognuno ha preso strade diverse: mio fratello ha continuato ad uscire con i suoi amici e i miei vicini ora sono in 2^, e 3^ media. La DAD non mi ha affatto aiutato per quanto riguarda la scuola, infatti preferivo e preferisco tutt’ ora la scuola in presenza. I miei voti non erano altissimi, anzi, piuttosto bassi”.

Questa è stata la gemma di S. (classe prima). Sto leggendo Cedi la strada agli alberi, un libro di poesie di Franco Arminio e mi sono imbattuto in questa:

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro, vai a fargli visita prima di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

Sono alcune delle cose che vorrei portarmi dietro anche quando tutta questa emergenza sarà finita.

Gemma n° 1780

“Questi siamo io e mio papà, non ricordo quanti anni fa, e qui sono con mia mamma sopra la cupola del Duomo di Firenze: con entrambi ho un rapporto di amore e odio come penso in tutte le famiglie anche se su ognuno ha un effetto diverso. Io ho sempre voluto, metaforicamente, cercare delle mele da un pero; ultimamente, lavorando su me stessa, ho capito che non posso ottenere quello che una persona non è in grado di darmi ma prendere quello che può darmi e magari livellarlo e farlo diventare una mela. Per me è sempre molto difficile parlare della mia famiglia, dei miei trascorsi, però come gemma mi sento di condividere un’esperienza che può essere positiva ma anche estenuante in base a come la si vive per far capire che non dipende da quello che tu sei ma da come tu guardi le cose: in base a quello che tu hai bisogno per te stesso puoi vedere le cose in un certo modo, è una scelta che fa ognuno.
In quest’altra foto sono insieme al cavallo che sto accudendo da sola; lui si è fatto male al posteriore sinistro e quindi non viene utilizzato per fare le lezioni. E’ stata la mia prima responsabilità da persona quasi adulta; sono abbastanza orgogliosa del percorso che sto facendo perché sembrava molto facile vedere gli altri fare, banalmente, il giro alla lunghina lunga, anche semplicemente medicare la ferita è stata abbastanza intrepida come sfida, ma è gratificante vedere i risultati che si ottengono quando si fatica per guadagnarsi qualcosa. Sono andati via tre mesi d’estate ma è una rinuncia che rifarei: con l’impegno si possono raggiungere i traguardi che uno si prefissa.
Poi una foto di mia cugina, tre anni, un terremoto di bambina: ultimamente la vedo pochissimo perché ha cominciato l’asilo. Le poche volte che ci vediamo, in particolare il sabato sera a cena dai nonni, lei si appiccica a me come una cozza. Mi manca il suo rompermi le scatole, il pretendere che giochi continuamente con lei a far finta di preparare il tea. Mi piacerebbe molto vederla più spesso.
Infine la foto di G. con uno dei miei due gatti: è una foto emblematica, il sunto di un intero pomeriggio. Sono la mia migliore amica e la mia fonte di affetto gattile.”

Uno dei più grandi fotografi al mondo, ormai scomparso da decenni, è sicuramente Ansel Adams. A lui è attribuita questa frase: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Ecco, penso che nella breve carrellata di foto proposte da A. (classe quinta) ci fosse un po’ tutto questo.

Gemma n° 1779

“Negli anni scorsi le mie gemme sono state molto più riduttive e molto più personali. Vi ho raccontato la storia dell’“Uccello Grifò” che mia nonna mi raccontava prima di andare a letto, vi ho raccontato della notte più bella della mia vita, della collana a forma di tartaruga con l’anello legato al laccio. Erano cose personali che riguardavano me: ci avevo lavorato per massimo una settimana. Quest’anno, invece, sto pensando alla mia ultima gemma ormai da mesi: volevo renderla più speciale, meno improvvisata, più comprensibile a tutti e soprattutto una gemma che non avrebbe ispirato solo me, ma anche magari altre persone. In questa foto (mostrata in classe) ci sono tante storie di cui vale la pena parlare, ci sono tante altre storie invece che riguardano l’altra parte della mia famiglia che non è ritratta qui ma volevo soffermarmi sulla storia di Laura, una ragazza che, pur non avendo nessun legame di sangue con noi, ha sempre fatto parte della nostra famiglia.
Laura nacque a … nel …. Condivise i suoi primi anni di vita con sua madre e suo padre e poco tempo dopo anche con Sandra, sua sorella. Purtroppo le sorelle rimasero orfane di madre quando erano ancora piccole e il padre rimase profondamente traumatizzato dalla perdita di sua moglie talmente tanto che i suoi parenti decisero di prendere in custodia Sandra e lasciare Laura alla famiglia della madre.
Caso vuole che Laura andò a vivere da sua nonna, sullo stesso pianerottolo di mia nonna in via ….
Una piccola Laura andava a scuola, giocava nel cortile con mio zio, si divertiva e cresceva. Mia nonna andava a casa sua ad aiutare lei e sua nonna anziana e in compenso Laura, quando sua nonna dormiva, andava a casa di mia nonna a fare i suoi soliti pasticci. Una cosa che ricordano tutti bene di quei momenti è la voce alta e potente di quella ragazzina e le sue risate contagiose.
Laura era innamorata dei miei genitori, ancora adolescenti quando lei era bambina. Li guardava come se fossero gli innamorati delle fiabe. Poi mia madre rimase incinta, i miei si sposarono e dopo qualche mese nacqui io, uno dei giocattoli preferiti di Laura. L’innamoramento di una bambina divenne presto ammirazione.
Laura mi aveva dato un soprannome e penso che mi abbia chiamato pochissime volte con il mio nome vero. Mi ricordo le domeniche mattina passate alle riunioni condominiali a casa di sua nonna, i pomeriggi in cui disturbavo i suoi studi e quando arrivavano a casa sua i suoi parenti da….
Però poco dopo la nonna iniziò a non camminare più e Laura era l’unica persona che se ne poteva prendere cura. In realtà c’erano anche i suoi zii che potevano badare a lei, ma per un motivo o per un altro decisero di lasciare Laura e sua nonna da sole. Così la sua adolescenza la passò insieme alla nonna spingendola di qua e di là per la casa sulla sedia a rotelle, mentre nel frattempo si occupava delle faccende di casa, della spesa, del cucinare, dell’igiene della nonna, dello studiare, del vedere gli amici quando capitava e lavorare appena poteva. Diventò presto un’adulta a tutti gli effetti.
La storia di Laura, per ora, sembra una storia di difficoltà passate con leggerezza, la storia di un’adolescente cresciuta più velocemente in maniera diversa dalle sue coetanee. Ma dobbiamo ricordare che quando sua sorella Sandra aveva bisogno di andare dal dentista, questa era accompagnata e seguita, Laura invece non ci è mai stata portata. Quando Sandra aveva problemi agli occhi, subito le venivano comprati gli occhiali, Laura ha dovuto prima guadagnarsi i soldi per poi andare a prenderli. Diciamo che il confronto le pesava un po’ ma non lo dava a vedere, si accontentava e cercava di impegnarsi al massimo per essere una persona migliore, per lei stessa e per chi le era attorno.
Un giorno Laura si accorge che le persone che l’hanno cresciuta e che dicevano di volerle bene (come i parenti di … e altri zii) le nascondevano cose. Una di questi addirittura rubava la pensione alla nonna e le portava via anche gli ultimi ricordi fisici della madre di Laura. Non so perché la odiasse così tanto: litigavano, urlavano e Laura veniva a casa di mia nonna piangendo. Cercava aiuto dai miei nonni, dai miei zii, e infine dai miei genitori.
Un litigio in particolare cambiò radicalmente la vita di Laura. Era il … e ricevette un’aggressione da parte della parente che la odiava e suo figlio. Ricordo mio padre e mio zio che andarono a soccorrerla e la portarono in pronto soccorso. Sporsero denuncia. Anche la sua parente sporse denuncia: maltrattamento e aggressione verso la nonna erano i capi di accusa. Laura cercò di capire se la nonna avesse acconsentito a questa denuncia e scoprì che anche la persona con cui aveva condiviso la sua vita le aveva voltato le spalle. Ricevette anche un ordine restrittivo nel quale non poteva più avvicinarsi alla nonna. Praticamente non poteva nemmeno andare a trovare i miei nonni. Laura rimase sola.
La sera dell’aggressione venne a dormire a casa nostra. Pensavo che sarebbe capitato un’altra volta o due, mai mi sarei aspettata che avremmo comprato un armadio e un letto solo per lei. Laura era diventata a tutti gli effetti la sorella minore dei miei genitori e una sorella maggiore per me e mio fratello.
Per i primi tempi la situazione per lei è stata difficile, piangeva e si sentiva abbandonata, ma dopo qualche tempo il sorriso le tornò di nuovo in volto. Mi ricordo quando una mattina stava parlando con mia mamma sul divano, erano una accanto all’altra. A un certo punto mia madre si alzò e fece il giro del divano per andare a prendere una cosa nell’altra stanza: solo dopo un’oretta di chiacchierata si era accorta che il trucco dell’occhio che non riusciva a vedere dal suo posto sul divano era tutto completamente sbavato. Mi ricordo quando io e lei andammo a yoga insieme, o la cameretta e il bagno messi sotto sopra poco prima che lei uscisse di casa. Mi ricordo anche quando aiutò mia madre a mettere la spesa a posto e, nel tentativo di salvare un uovo che si stava per spiaccicare sul pavimento, gli diede un calcio. Inutile descrivere il pasticcio che aveva combinato sui mobili e le strisce di tuorlo finite sulla lavatrice.
Laura era davvero al centro delle nostre giornate ed era davvero il sole in casa nostra.
Nel … il locale in cui lavorava da anni chiuse, lei non sapeva più cosa fare e dove andare, di nuovo si sentì abbandonata, ma vide una luce: fece i bagagli e partì per la …, senza sapere niente della lingua, cultura o di come avrebbe vissuto una volta arrivata lì. Poi tornò in Italia e dopo qualche tempo partì per …. Quante lacrime versammo insieme…
Ora Laura è libera dal suo passato, è libera da ogni cosa che le era stata imposta e dalle persone che era costretta a frequentare. È una donna adulta e sono molto felice di considerarla come una sorella. Ci vediamo praticamente solo d’estate quando entrambe andiamo a trovare i miei nonni e passiamo tanto tempo a parlarci: lei mi ha sempre aiutata quando io avevo problemi e io ho sempre cercato di farle capire quanto questo fosse importante per me. Ora non mi dà più fastidio il mio soprannome, anzi, mi preoccupo se lei mi chiama per nome. So che detto da me può sembrare poco, ma sono davvero orgogliosa di tutto ciò che lei è riuscita ad ottenere dal nulla da cui era partita. Il suo obiettivo di ora? Farsi un intervento ai denti per riparare al danno della negligenza dei suoi famigliari di quando era ancora piccola.
Laura a volte mi manca, soprattutto quando mi vengono in mente i suoi abbracci e le sue grida di gioia quando ci vede. Mi viene ancora da piangere quando ripenso a quando ci siamo salutate questa estate prima che io partissi: ho dovuto farle forza perché singhiozzava a non finire anche se avrei voluto singhiozzare pure io, ma forse più forte. Io la vedo come un esempio da ammirare e seguire: una ragazza che dal niente, con l’aiuto di poche persone, si è costruita il suo sentiero ed è diventata la splendida donna che è in questo momento.
Ti voglio bene Laura, ci vediamo presto.❤”

Questa la gemma di G. (classe quinta). Ho utilizzato nomi di fantasia e fatto piccolissime modifiche al testo per non rendere riconoscibili persone e luoghi. La gemma è già molto lunga e ricca di suo. Mi sento di aggiungere un’unica piccola frase di Charles Peguy: “È sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione”.

Gemma n° 1770

“Ho deciso di portare questo insieme di disegni che per me rappresenta la mia gemma. Si tratta di bigliettini sui quali mia sorella mi ha dedicato quei 5 minuti tra una lezione e l’altra. Li conservo nella cover del telefono e dell’iPad per portarli sempre con me e per ricordarmi della felicità che anche le piccole cose possono dare: a volte nascondono un significato immenso. Li reputo i miei portafortuna, senza i quali probabilmente andrei male nelle verifiche o interrogazioni. A prova di questo, all’interno della cannuccia della penna che utilizzo per svolgere i compiti in classe, ho incastrato l’origami inferno-paradiso, sempre fatto da mia sorella. Abbiamo 5 anni di differenza, non parecchi, e a volte hanno causato dei litigi non indifferenti. Con il tempo tuttavia abbiamo imparato a stare insieme, ad imparare dai nostri sbagli e cosa più importante di tutte, a chiedere scusa”.

Ecco la gemma di G. (classe terza). Lascio qui il videoclip di Ti voglio tanto bene di Gianna Nannini, una canzone che può valere per i rapporti in famiglia, per le amicizie… Mi emoziona

Gemma n° 1768

“Ho portato un peluche che mi ha portato mia zia quando ero piccola e lei ha sempre viaggiato molto: quando ero più piccola era in Messico, poi è andata a Barcellona, dove è andata di nuovo ora. Per me questo peluche è molto importante, anche se è soltanto un peluche, perché mi ricorda di mia zia: anche se non la vedo ho un legame molto forte con lei.”
E. (classe seconda) ha portato in classe un peluche, uno di quegli oggetti che hanno il delicato ma fondamentale compito di farci sentire vicino chi è fisicamente lontano. Mi è venuto in mente un libricino di Richard Bach (si sta pochissimo a leggerlo) dal titolo Nessun luogo è lontano. Contiene questa frase: “Nessun luogo è lontano. Può forse una distanza materiale separarci davvero dagli amici? Se desideri essere accanto a qualcuno che ami non ci sei forse già?”.

Gemma n° 1767

“Ne ho parlato varie volte e non volevo essere ripetitivo, però effettivamente il rugby e il pallone… è qualcosa che significa molto per me. Questo l’ho preso allo stadio della Benetton Treviso ed è autografato da due giocatori. Ho scelto questo anche perché era abbastanza piccolo e lo potevo portare nello zaino, ma qualsiasi pallone è un simbolo di fratellanza: in una squadra di rugby non ci sono giocatori ma ci sono solo fratelli che ti aiutano e che devi aiutare. Fratellanza e amicizia, sia fuori che dentro il campo.”

Questa è stata la gemma sportiva di D. (classe seconda). Sono andato a ripescare quanto mi scriveva un alunno nel 2013 e che avevo già riportato sul blog, ma lo ripropongo con piacere:
“Ecco. Il mio valore più importante è la famiglia… Ho scelto questa immagine perché penso che il Rugby sia come una famiglia: ci può essere qualsiasi persona in una squadra: c’è quello veloce, quello snello, quello tarchiato, quello alto, quello ciccione, quello grosso… Tutti questi con differenti personalità…. belle o brutte… E nonostante il carattere e l’aspetto fisico differenti l’uno dall’altro questa squadra è una sola: agisce, lotta, si aiuta a vicenda, ognuno ha il suo compito, proprio come una famiglia. Non deve mollare. Deve avanzare. Continuare il percorso anche durante le difficoltà…
Io gioco a rugby. Sono al primo anno dell’under diciotto e sono il più piccolo. Io ammiro molto i compagni più grandi di me. Essi hanno più tecnica, più fisico ed esperienza… Sono più forti, superiori a me, anche in partita, e ad allenamento (infatti le prendo molto spesso). Nonostante questo anche se ogni tanto fanno gli spavaldi con me, gli voglio bene, li rispetto con tutto il cuore e so che anche se mi legnano ad allenamento, nel vero match, nel momento del bisogno, quando sarò placcato, loro saranno lì a prendere la mia palla per poi portarla oltre la linea di meta. Con loro son sicuro: avrò sempre un sostegno, sia morale che fisico. Per questo ritengo che la famiglia sia importante, sia dal punto di vista sociale che sportivo.
Devo dire che riflettendoci, ci sono vari tipi di famiglia in questo mondo, anche se non ce ne rendiamo conto. La prima cosa che viene in mente appena qualcuno dice la parola famiglia, sono i genitori e i parenti. Se pensiamo bene invece ci sono anche altre famiglie. A scuola, al lavoro, nello sport, ovunque.
La famiglia condivide tutto nonostante le difficoltà.
Oggi uscendo dallo spogliatoio ho visto i due soliti fuori quota della squadra… Sono acerrimi nemici in campo. Quando si devono scegliere le squadre ad allenamento loro sono sempre separati, l’uno contro l’altro. Se le danno di santa ragione. Alla fine pero’ si chiamano a vicenda “mate”, vengono ad allenamento insieme, ridono insieme, c’è un’ intesa incredibile … Sono inseparabili… Io penso che ci sia qualcosa di magico in questo sport… Si condivide tutto: dalla fatica degli ultimi minuti impossibili da giocare, dove le ossa scricchiolano, i lividi si sentono di più e le gambe si indolenziscono, alla pasta del terzo tempo, dove si ride e scherza anche con la squadra avversaria.
Il rugby insegna tante cose. Ti insegna ad attribuire i valori alla vita, ti insegna a rispettare, a dare sostegno, a non mollare al primo tentativo, a perseverare…. ad essere UNITI… Come una famiglia…
Il rugby è come la vita. C’è tutto dentro: Difficoltà, dolore, amore, passione… Non per questo è definito dai gallesi “LO SPORT CHE VIENE GIOCATO IN PARADISO”… E lei cosa ne dice prof, pensa che qualche volta Dio si metta a fare qualche partita di rugby per insegnare a noi la vita?”. Bello vero?

Gemma n° 1766

“Volevo parlare di mia zia, venuta a mancare tre settimane fa. Ero molto legato a mia zia, anzi mia prozia in quanto era la sorella del nonno: ha avuto un tumore ed è successo quel che è successo. Un rapporto molto profondo ci univa: da piccolo passavo molto tempo con i nonni perché i miei lavoravano e mia zia abitava a Venezia ma quando ci veniva a trovare era sempre una grande festa. Stare con lei e passare del tempo con lei era bello e mi manca tanto. Mi ha trasmesso una grande passione, quella per la montagna e mi ha regalato uno dei miei primi libri. Avevo pochi mesi e lei mi ha dato questo libro sulle Dolomiti: da piccolo lo sfogliavo spesso guardando le foto e poi ho iniziato a leggerlo. Il libro racchiude anche la passione che lei aveva per la lettura e anche quella mi è stata trasmessa in gran parte da lei perché mi piace tantissimo leggere. Durante le vacanze estive lei e i nonni passavano uno o due mesi in montagna in Austria o in Alto Adige. Io spesso facevo una, due o anche tre settimane con loro: era bello, ero felice con lei. Ecco, volevo parlare di questo perché non voglio dimenticare quello che ho passato con lei in questi anni”.

Questa la gemma di R. (classe seconda). Mi ha fatto fare un tuffo nel passato, gliel’ho detto anche in classe. Il ricordo è andato ad una mia prozia, con la quale ho passato numerose sere della mia infanzia, quando i miei, per vari impegni uscivano e mi lasciavano alla sua custodia (non sempre vigile: erano più le volte che si addormentava che quelle in cui restava sveglia). Quando ero al liceo e lei era ormai ammalata le avevo dedicato delle parole che oggi sono andato a rispolverare:
“Occhi chiusi dalla pesantezza degli anni, mani tremanti che non appena toccano le mie trovano pace e si calmano, grande dolore nel cuore che trova sollievo solo nel sonno, un sonno profondo e rumoroso. Non lasciarti andare, zia: ricordi? Ero piccolo e con te salivo e scendevo le scale della scuola, giocavo a carte e ti imbrogliavo: non sapevi giocare, ma per te il mio divertimento era più importante. Mi portavi a messa con te la domenica nel quinto banco a destra. Scherzavi con me: ti lasciavi suonare quel curioso neo che hai ancora sulla fronte raggrinzita. La sera venivi a farmi compagnia quando ero a casa da solo e se ero malato, volevi starmi vicino. Mi chiamavi a casa tua per riempirmi le mani di caramelle, e a Natale e Pasqua, sotto il piatto, ci mettevi sempre le tue 20.000 lire in quella anonima busta bianca. Grazie di tutto, zia: ma non lasciarti andare, perché ti voglio bene”. Hai ragione R.! Mantenere le persone nei ricordi, parlare di loro, scrivere di loro fa sì che non siano dimenticate.

Gemma n° 1759

“La mia gemma è la mia famiglia perché, nonostante i litigi che ci sono, so che posso contare su ogni membro e anche se un giorno andrò a vivere non so dove, in America ad esempio, avrò sempre un luogo in cui tornare e sentirmi al sicuro”

Questa la gemma presentata da E. (classe seconda). Occhio ora, perché sto per fare un salto all’indietro di quasi 60 anni. Propongo un collegamento con una canzone di Elvis Presley… Si tratta del film Pugno proibito del 1962! La canzone è “Home is where the heart is”. Certo qui il contesto e il riferimento è all’amore di coppia, ma trovo una certa assonanza con le parole di E.

13

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

Gemme n° 500

Ho portato una delle scene che più mi hanno emozionato in questo film, una versione moderna de La bella addormentata. Gli argomenti trattati maggiormente nel film sono l’amore, il perdono, la vendetta. Questa scena mi riporta sempre all’infanzia perché mi fa pensare all’amore materno e a mia madre, a cui sono molto legata.” Questa è stata la gemma di J. (classe terza).
Nel film la madre parla dell’impossibilità di chiedere perdono, in quanto ciò che ha commesso è imperdonabile; tuttavia, mi vengono in mente le parole di un altro film che parla di una storia vera, quella di Nelson Mandela. In Invictus il leader africano afferma: “Il perdono libera l’anima e cancella la paura”. E’ vero, chiedere perdono non assicura il perdono da parte di chi ha subito il torto, ma è pure un primo passo di ammissione di quanto si è fatto e di riconoscimento dell’errore.

Gemme n° 496

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La mia gemma è una statuetta di una fatina ballerina: rappresenta il rapporto con mia nonna. Quando praticavo danza, facevamo due serate di saggio e dopo la seconda serata ci veniva regalata una statuetta simile a questa. Una volta mia nonna era venuta a vedermi e la mattina dopo volevo mostrale la statuetta, ma siccome l’avevo persa ed ero rimasta male, ero andata da lei piangendo. Il giorno successivo la nonna è arrivata da me con questa, molto più bella dell’altra: aveva pensato a me. Consegnandomela mi ha detto una frase che mi ricorderò sempre: “Farei qualsiasi cosa pur di vederti felice”. Da quel momento ho capito che lei ci sarebbe sempre stata per me.” Questa è stata la gemma di M. (classe quinta).
Ci sono regali che vanno ben oltre il loro valore intrinseco per il semplice fatto che ci fanno capire che chi ce li ha donati ci ha ascoltati, ci ha capiti, ci ha dato attenzione: e non c’è regalo più grande in una relazione.

Gemme n° 487

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La mia gemma è una lettera: sei anni fa ho perso mia madre e da 4 o 5 anni le scrivo delle lettere, come se le parlassi. Oggi ne voglio leggere una; non l’ho mai fatto, ma oggi desidero condividerne una”. Questa è stata la toccante gemma di C. (classe seconda).
E’ qualcosa di molto prezioso quello che C. ha deciso di regalare alla sua classe. Si chiama vita. “Ma come? Se ha parlato di una persona che non c’è più…” Penso che C. ci abbia parlato di qualcosa che è fortemente vivo, al di là delle distanze, e che è l’amore che lega lei e sua madre. Con queste lettere la continua a far vivere e continua a dire tutto l’affetto che prova per il suo “dolcissimo angelo”. Grazie.

Gemme n° 479

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Ho portato alcune foto della mia infanzia insieme alla mia famiglia. Ce ne sono molte con mio fratello: mi ha sempre accompagnato nei momenti della vita, e anche se a volte siamo come cane e gatto, devo ammettere che tutte le esperienze sono state condivise con lui. Anche quella con i miei è una relazione importante, mi hanno sempre sostenuta e mi sosterranno anche in futuro quando magari sarò lontana da loro per motivi di studio”. Questa è stata la gemma di E. (classe quarta).
Buona parte di frasi e aforismi presenti in rete sull’infanzia risultano essere o nostalgici o paurosi, a seconda del vissuto degli autori. Ne ho però trovato uno di Alden Albert Nowlan proiettato sul futuro: “Il giorno in cui il bambino si rende conto che tutti gli adulti sono imperfetti, diventa un adolescente; il giorno in cui li perdona, diventa un adulto; il giorno che perdona se stesso, diventa un saggio.”

Gemme n° 474

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La mia gemma è una foto con mia zia: mi piace guardarla nei momenti di tristezza. Qui eravamo al mare e mi ricorda un obbligo reciproco che ci siamo prese: quando una delle due sta male, l’altra deve dire di uscire. Questa foto, poi, rappresenta per me la lezione più grande: l’amore può andare oltre il fatto biologico”. Con queste parole S. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Vorrei regalare a S. e a sua zia una frase di Betthleim: “Il seme di un albero può sì essere trasportato molto lontano dal luogo dove quell’albero è cresciuto, ma la nuova pianta, che da quel seme nascerà, può mettere radici solo nel terreno in cui esso è affondato”. S. ci ha mostrato dove siano le sue radici.

Gemme n° 467

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La mia gemma è una foto in cui sono con mio papà: lui è una persona per me molto importante, mi ha sempre sostenuto in tutte le cose che ho fatto, lo ammiro tantissimo. Lui è una di quelle persone che lascia un ricordo importante in tutti, ha sempre aiutato gli altri, sempre felice; un giorno mi piacerebbe essere come lui. Non gli dico mai che gli voglio bene, io sono un po’ fredda; tuttavia ho la sensazione che ci capiamo semplicemente attraverso uno sguardo. Voglio solo dirgli grazie e spero di riuscire a farlo un giorno”. Questa è stata la gemma di R. (classe quarta).
Desidero dare una spinta a R. (anche se con questa gemma ha già fatto un notevolissimo passo) con una frase di Adorno: “La felicità è come la verità: non la si ha, ci si è. Per questo nessuno che sia felice può sapere di esserlo. Per vedere la felicità, ne dovrebbe uscire. L’unico rapporto fra coscienza e felicità è la gratitudine.”

Gemme n° 458

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Il titolo della mia gemma di oggi è “addio”. Esistono talmente tante forme di addio, che mi chiedo a quale delle tante stiate pensando ognuno di voi.
Nel dizionario questa parola è definita come “Forma di saluto a persona o cosa che si lascia, specialmente per lungo periodo o definitivamente” e come “rinunciare a una cosa, o separarsene per sempre”. Ed è proprio di questo che tratta la mia gemma: di due saluti, forse definitivi, o forse (e spero) solo per un lungo periodo, che sono teoricamente completamente diversi ma praticamente ugualmente dolorosi.
Il primo è l’addio al mio ex-ragazzo. La settimana scorsa, dopo averci passato insieme 7 lunghi mesi, ho deciso di dire addio ad una persona a cui tenevo e a cui tengo tutt’ora tantissimo ma in un modo leggermente diverso. È proprio vero che a volte è solo uscendo di scena che si capisce il ruolo che una persona ha svolto. Solo adesso che non stiamo più insieme infatti mi sono resa conto di quanto la sua presenza nella mia vita è stata indispensabile in alcuni momenti cruciali di questo mio anno a partire da settembre scorso. Lui c’è sempre stato: mi ha consolato nei momenti di tristezza, solitudine, disperazione, malinconia e ha festeggiato con me i momenti di vittoria, di felicità, di pazzia e di entusiasmo. A volte penso di non averlo ringraziato abbastanza e di non avergli mai dimostrato quanto effettivamente grata sono e sono stata per questa sua presenza onnipresente.
Ultimamente, presa un po’ più dalla “mia” vita piuttosto che dalla “nostra”, tendevo spesso ad ignorarlo, a non prestargli le attenzioni che meritava, e spesso, presa dal nervosismo, anche a trattarlo con sufficienza e menefreghismo. Il fatto che riuscissi a vivere la mia vita senza pensare troppo a lui o senza vederlo anche per diversi giorni senza sentirne particolarmente la mancanza, mi ha fatto capire che forse i sentimenti che provavo nei suoi confronti erano cambiati e purtroppo non erano più quelli di qualche mese fa. Per un po’ sono andata avanti, auto-convincendomi che forse si trattava solo di un brutto periodo e che le cose sarebbero presto tornate come prima, ma purtroppo non fu così. Mi sono sempre ritenuta una ragazza coraggiosa, ma devo ammettere che in questo caso non sapevo proprio come provare a dirgli o fargli capire che dentro di me qualcosa era cambiato, e così ho continuato a trattarlo con sufficienza, sperando che lo capisse lui da solo. E così è stato. Venerdì ha finalmente deciso di prendere coraggio e di affrontare la seppur dolorosa, realtà. Ho così preso coraggio anche io e gli spiegato il mio punto di vista. Ne abbiamo parlato a lungo insieme e il tutto si è concluso in un lungo e silenzioso abbraccio di addio, animato solamente da lacrime e singhiozzi da parte di entrambi. E sarà anche vero che gli addii fanno male, ma non c’è niente di più doloroso dei flashback che arrivano dopo. Da quella volta mi rendo conto che lo ritrovo in tutto ciò che mi circonda e in ogni cosa che faccio. La sera non so più a chi mandare la buonanotte e la mattina non mi sveglio più con il suo buongiorno. Quando penso che non lo rivedrò più, che i nostri discorsi stupidi e imbarazzanti non saranno più oggetto dei miei sorrisi e delle mie risate, che il suo nome non sarà più tra i contatti recenti e che non sentirò più il suono della sua voce con quell’accenno di accento barese, sento un vuoto enorme dentro di me, come se una parte di me non ci fosse più data la sua mancanza. Ora lui è triste e forse anche arrabbiato, ed è convinto che ora che l’ho lasciato mi sia tolta un penso e sia più felice che mai, vorrei solo che sapesse che non è così. Spero solo che un giorno riuscirà a trovare la forza di perdonarmi per tutto il male che gli ho provocato, e spero che riusciremo a tornare quello che eravamo 8 mesi fa. E soprattutto, spero che oltre questo sentimento di dolore, dato dal fatto che sia tutto finito, si porti dentro per sempre quel senso di felicità per questi 7 mesi in cui c’è stato qualcosa di molto grande.
Il secondo addio riguarda mia nonna. Ha 86 anni ed è malata di cancro da 6 anni. Avendo vissuto 12 anni lontana da lei, il nostro rapporto non è il normale rapporto che ha ogni nonna con la propria nipote, ma ciò non toglie che io le voglia una marea di bene anche solo perché è la donna che ha dato la vita alla donna che avrebbe poi dato vita a me, e non posso che esserle grata e ringraziarla fino alla morte per ciò. Ognuno ha le proprie paure: dei mostri, dei fantasmi, del buio, dei ragni, delle interrogazioni. Io invece ho paura dei tumori, che ha colpito diverse volte la mia nonna paterna che l’ha sempre combattuto con la sua forza e voglia di vivere, che ha portato via mia zia 5 anni fa, e che ora porterà via presto anche la mia nonna materna e chissà, avendo già 3 casi in famiglia, chi altro si porterà via. È vero, mia nonna ha 86 anni e la sua vita l’ha vissuta: è nata, è cresciuta, si è sposata, ha avuto 4 splendidi figli, e come ogni essere umano, è normale anche che muoia. È vero che tutto succede per una ragione, ma a volte vorrei sapere qual è effettivamente questa ragione per cui accadono certi avvenimenti. In questi ultimi tempi, mi sono spesso chiesta cos’è la vita, perché viviamo e come fa una persona ad esserci e poi il giorno dopo improvvisamente a non esserci più. Basta davvero un attimo per non esserci più, ma allora che senso ha arrabbiarsi, che senso ha l’invidia, la malignità? Perché non è possibile essere felici e spensierati fino al giorno in cui non ci saremo più? Perché esistono le malattie, gli incidenti stradali, le guerre, gli assassini? Non sarebbe più giusto se avessimo tutti le stesse opportunità di vivere?
L’idea di alzarmi un giorno e di non poter più pensare “oggi vado a trovare la nonna” mi uccide profondamente, nonostante io sia consapevole che alla fin fine è giusto così: mia nonna ha lottato e ha sofferto parecchio, e forse è giusto che anche lei raggiunga finalmente un posto dove potrà essere felice e spensierata come lo era anni fa, quando ci preparava le pastasciutte. Spero solo che in questo posto si ricorderà di me, dei suoi altri 5 nipoti, dei suoi figli e di suo marito, che l’hanno amata con tutto il loro cuore. Il giorno che se ne andrà e tutti quelli che seguiranno, mi mancherà da morire, ma al momento non posso che ritenermi fortunata per aver conosciuto una persona alla quale sia così difficile dire addio.”
Questa è stata la gemma di M. (classe quarta). Due sono i temi principali: il rapporto di coppia e la morte, accomunati qui dal termine addio. Etimologicamente il termine addio fa riferimento all’affidamento di qualcosa o qualcuno a Dio. Penso vi sia insita, perciò, l’importanza della persona o della cosa da cui ci si distacca. Penso che tutte le relazioni significative che viviamo lascino dei segni profondi in noi; è la rielaborazione che ne facciamo dopo che farà di essi un albero florido oppure secco.

Gemme n° 447

IMG-20160414-WA0000Mentre mia moglie mi serviva la cena le presi la mano e le dissi: “Devo parlarti”. Lei annuì e mangiò con calma. La osservai e vidi il dolore nei suoi occhi, quel dolore che all’improvviso mi bloccava la bocca. Mi feci coraggio e le dissi: “Voglio il divorzio”.
Lei non sembrò disgustata dalla mia domanda e mi chiese piano: “Perché?”
Quella sera non parlammo più e lei pianse tutta la notte. Io sapevo che lei voleva capire cosa stesse accadendo al nostro matrimonio, ma io non potevo risponderle, aveva perso il mio cuore a causa di un’altra donna: Valentina.
Io ormai non amavo più mia moglie, mi faceva solo tanta pena, mi sentivo in colpa, e per questa ragione sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restasse la casa, l’auto e il 30% del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi.
Avevamo passato dieci anni della nostra vita insieme e ora eravamo due perfetti estranei.
A me dispiaceva tanto per tutto questo tempo che aveva sprecato insieme a me, per tutte le sue energie, però non potevo farci nulla: io amavo Valentina.
All’improvviso mia moglie cominciò a urlare e a piangere ininterrottamente per sfogare la sua rabbia e la sua delusione, l’idea del divorzio cominciava ad essere realtà.
Il giorno dopo tornai a casa e la incontrai seduta alla scrivania in camera da letto che scriveva, non cenai e mi misi a letto, ero molto stanco dopo una giornata passata con Valentina. Durante la notte mi svegliai e vidi mia moglie sempre lì seduta a scrivere, mi girai e continuai a dormire.
La mattina dopo mia moglie mi presentò le condizioni affinché accettasse la separazione: non voleva la casa, non voleva l’auto tanto meno il negozio, soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani. Inoltre voleva che in quel mese vivessimo come se nulla di tutto questo fosse accaduto.
Il suo ragionamento era semplice : “Nostro figlio in questo mese ha gli esami a scuola e non è giusto distrarlo con i nostri problemi”.
Io fui d’accordo però lei mi fece un’ulteriore richiesta. “Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi accompagnasti nella nostra camera da letto per la prima volta: in questo mese ogni mattina dovrai prendermi in braccio e portarmi in braccio fino a lasciarmi fuori dalla porta di casa”.
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii per non rovinare le vacanze estive a mio figlio e per superare quel momento di tensione in pace.
Raccontai la cosa a Valentina che scoppiò in una fragorosa risata dicendo: “Non importa che trucchi si sta inventando tua moglie: dille che oramai tu sei mio! Se ne faccia una ragione!”.
Era tanto tempo che io e mia moglie non avevamo più intimità, così quando la presi in braccio il primo giorno, eravamo ambedue imbarazzati. Nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: “Grande papà! Papà ha preso la mamma in braccio!”.
Le sue parole furono come un coltello nel mio cuore. Camminai una decina di metri con mia moglie in braccio. Lei chiuse gli occhi e mi disse a bassa voce: “Non dirgli nulla del divorzio e del nostro accordo, per favore”.
Acconsentii con un cenno, sempre imbarazzato e anche un po’ irritato, e la lasciai sull’uscio. Come ogni mattina lei uscì e andò a prendere l’autobus per recarsi al lavoro.
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati, lei si appoggiò al mio petto e potetti sentire il suo profumo sul mio maglione. Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane: qualche ruga, qualche capello bianco. Si notava che portava i segni di un dolore interno. Mi chiesi cosa avessi fatto, come si fosse ridotta così.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più. Non dissi nulla a Valentina.
Ogni giorno che passava era più facile prendere mia moglie in braccio, e il mese passava velocemente. Ogni giorno che passava la sentivo più leggera.
Una mattina lei stava scegliendo dall’armadio i vestiti: si era provata di tutto, ma nessun indumento le andava bene e lamentandosi disse: “I miei vestiti mi vanno grandi”. In quell’occasione mi resi conto quanto fosse dimagrita in quei giorni. Di colpo realizzai che era entrata in depressione: a causarla erano stati il troppo dolore e la troppa sofferenza, pensai.
Senza accorgermene le toccai i capelli, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse: “Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio!”. Per lui quel rito era diventato un momento basilare della sua giornata e della sua vita. Mia moglie abbracciò forte mio figlio ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio.
Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo. La abbracciai senza muovermi e sentii quanto fosse leggera e delicata. Mi venne da piangere!
Arrivò l’ultimo giorno e aprendomi a lei le dissi: “Non mi ero reso conto di aver perduto l’intimità con te…”.
Mio figlio doveva andare a scuola e io lo accompagnai con la macchina. Mia moglie restò a casa.
Mi diressi verso il posto di lavoro, ma a un certo punto passando davanti alla casa di Valentina mi fermai, scesi e corsi sulle scale. Lei mi aprì la porta
e io le dissi: “Perdonami, ma non voglio più divorziare da mia moglie”.
Lei mi guardò e disse: “Ma sei impazzito?!”.
Io le risposi: “Amo mia moglie. Un periodo di stress, di noia e di routine ci aveva allontanato, ma ora ho capito i veri valori della vita! Dal giorno in cui l’ho portata in braccio mi sono reso conto, osservandola e guardandola, che voglio farlo per il resto della mia vita!”
Valentina pianse, mi tirò uno schiaffo ed entrò in casa sbattendomi la porta in faccia.
Io scesi le scale velocemente, tornai in macchina e mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose per mia moglie. La ragazza del negozio mi chiese: “Cosa scriviamo sul biglietto?”
Le dissi: “Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi”.
Arrivai di corsa a casa, salii i gradini a due a due ed entrai di corsa, precipitandomi in camera felicissimo e col sorriso sulle labbra.
Trovai mia moglie a terra. Era morta.
Negli ultimi mesi stava lottando contro il cancro e io invece ero occupato a sciupare il mio tempo con Valentina, senza nemmeno accorgermene.
Lei non me lo aveva detto: sapeva che stava per morire e per questo motivo volle un mese di tempo. Sì, un mese… affinché a nostro figlio non rimanesse un cattivo ricordo del nostro matrimonio. Affinché nostro figlio non subisse traumi. Affinché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione. Non sono la casa, la macchina, i soldi… Queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla. Cerchiamo sempre di mantenere accesa la fiamma, alimentare il matrimonio con giorni felici, ricordando sempre il primo giorno della nostra più bella storia d’amore.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo. A volte capiamo il valore delle cose solo quando le abbiamo perdute.
Ho scelto questo brano per la storia, per il coraggio della donna e per la fermezza dell’ultimo mese di vita; penso sia un modello da imitare. Poi, riprende la storia di una mia familiare che fino in fondo ha vissuto col sorriso, nonostante avesse un grosso problema”. Così (qui la fonte) C. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Sono molti gli aspetti messi in luce da questo testo. Mi soffermo sull’importanza della quotidianità. Qui si parla di chi riscopre gesti, sensazioni ed emozioni che col tempo aveva dimenticato; porvi attenzione mentre li si sta vivendo non è facile ed è così che si inizia a darli per scontati. Esercitarsi alla lettura della bellezza nel quotidiano non è facile ma, penso, fortemente arricchente.

Gemme n° 443

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Ho portato una foto con me e mio papà del 2000: è la mia foto preferita in quanto mi ricorda un momento particolare perché mia sorella stava nascendo e io e lui abbiamo fatto un giretto. Si vede la complicità e che mi vuole veramente bene; litighiamo spesso anche se abbiamo un bellissimo rapporto. Quest’anno siamo rimasti soli per una settimana; temevo questo periodo e invece è stata una bellissima settimana”. Questa è stata la gemma di F. (classe quinta).
L’allenatore Jimmy Valvano affermò: “Mio padre mi ha dato il più grande regalo che mai si possa dare a una persona: ha creduto in me.”