Gemme n° 134

Mikasa2Ecco la gemma di B. (classe terza): “Ho portato questo porta chiavi che ha regalato l’allenatore a me e alla mia squadra di pallavolo. Ce l’ha regalato nel giorno dell’allenamento precedente alla partita contro le prime in classifica, che purtroppo, comunque, non ha avuto il risultato sperato.

Il portachiavi mi ricorda la regola di non mollare mai: un principio che non vale solo nello sport, ma anche nella scuola e con il gruppo di amici, o più in generale nella vita di ogni giorno.

Questo è un insegnamento che ci riporta sempre il nostro allenatore: egli è molto coinvolgente, ogni partita riesce a motivarci e caricarci nel modo giusto; durante la settimana ci invia messaggi di incoraggiamento e ci aiuta a trovare la grinta per affrontare la sfida che ci attende. Più volte inizia scrivendo :”Buon giorno guerriere!” e questo ci fa capire che conta molto su di noi e che siamo il suo “esercito”.

Riassumendo il suo insegnamento è che non bisogna mai arrendersi. Mai mollare. Mai lasciare che gli avvenimenti passino senza intervenire. Mai deprimersi.

Se la palla cade in campo, si penserà alla ricezione successiva. Se si prende un brutto voto, si studierà di più per il prossimo compito. Se ti molla il ragazzo, una nuova amicizia nascerà. Bisogna reagire e partecipare, non lasciare che le cose accadano senza averne fatto parte. Dare una svolta all’azione. Modellare il momento con le proprie mani.

Usando una metafora: Buttarsi e cercare di toccare la palla. Dimostrare di sapere. Accettare. Si può continuare solo esprimendo se stessi, il proprio pensiero, la propria opinione. Interporsi nelle decisioni. Non lasciarsi abbattere, affliggere, demoralizzare. La vita va avanti, si deve affrontare il gradino seguente per non restare indietro.

NON MOLLARE MAI”

Mentre leggevo le parole di B. (non ha voluto farlo in prima persona) mi sono venute in mente le parole di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” che proprio due settimane fa ho dedicato alla mia squadra visto che non potevo scendere in campo:

In questa squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro. Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire. E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro. E io so che se potrò avere un’esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì. In questo consiste, e in quei 10 centimetri davanti alla faccia.

Ma io non posso obbligarvi a lottare! Dovrete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi. Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi. Che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra, signori miei! Perciò… o noi risorgiamo adesso, come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi! È tutto qui. Allora, che cosa volete fare?”

Gemme n° 117

leleganza-del-riccioHa presentato un libro come gemma G. (classe seconda): “L’eleganza del riccio”. “L’ho letto la scorsa estate, mi ha colpito perché tratta temi profondi”. Ha poi raccontato la vicenda ai compagni, cosa che non faccio qui per non rovinare la sorpresa a chi voglia leggerlo. “Desidero regalare una delle pagine che più mi sono piaciute”.
Non bisogna dimenticare.
Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta.
Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani…
In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.
Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.”
Posto un video a commento, la canzone “Ora” di Jovanotti.

Gemme n° 112

cdHo portato il cd fatto da un mio amico con foto e video dell’estate. Sono bei ricordi con persone che vedo di rado. Penso che in futuro sarà ancora più bello rivedere tutto”. E’ stata questa la gemma di A. (classe terza). L’attore inglese Jeremy Irons ha detto: “Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.”

Gemme n° 100

Il commento di C. (classe quinta) al filmato scelto come gemma è stato molto sintetico e “raffreddato”. “Questo film mi è molto piaciuto e soprattutto questa sequenza: dobbiamo inseguire quello a cui teniamo e che desideriamo”.
A commento e a ulteriore stimolo di riflessione, una scena di Coach Carter:

Gemme n° 96

Life Starts Now è una canzone che ascolto sempre. Dice di vivere la propria vita e questo mi fa continuare a essere positivo e ottimista e ad andare avanti”. Lo ha detto T. (classe seconda).


La canzone dei Three Days Grace (che sembra rispondere immediatamente alla gemma 95) incoraggia chi sta attraversando un brutto periodo: “Tutto questo dolore, prendi questa vita e falla tua, tutto questo odio, prendi il tuo cuore e lascia che ami ancora, tu in qualche modo sopravviverai a questo”. E’ una spinta a lasciarsi il dolore alle spalle, prendere la vita e piene mani e buttarsi con coraggio e fiducia verso il futuro. C’è una frase di Hemingway che mi pare calzare bene qui: “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi” (Per chi suona la campana).

Gemme n° 85

Propongo una delle canzoni che più mi affascinano per il tema che tratta : il suicidio della razza umana. Mi interessa molto il video, zeppo di scritte che riportano dati e con alcune citazioni di poeti, scrittori, scienziati… Una di quelle che più mi ha colpito è in apertura: “la razza umana si estinguerà per civilizzazione” di Ralph Waldo Emerson. Se civilizzazione significa portare cemento e inquinamento là dove esistono foreste concordo pienamente”. Questo è stato il modo con cui F. (classe quarta) ha presentato il video di Serj Tankian, cantante dei System of a down, dal titolo emblematico “Harakiri”.

Un’altra frase che mi ha colpito è quella di Jean Paul Sartre: “L’uomo è pienamente responsabile della propria natura e delle proprie scelte”. Si può ferire anche con le parole non solo con i fatti.
In apertura il testo dice: “Siamo il branco ingrigito, ci feriamo a vicenda con le nostre vite” a dire che l’unico pericolo per l’uomo è l’uomo stesso. L’accusa è esplicita: “Il futuro vedrà la storia come un crimine”. In fondo, penso sia quello che abbiamo fatto e stiamo facendo alla terra.”
Nel video compare un indiano con una lacrima a rigargli il volto. In classe ho letto una frase con cui avrei voluto commentare il video di F., ma avendola già pubblicata qui sul blog, ne metto un’altra che è un proverbio navajo: “Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli”. E il poliedrico Andy Warhol ha affermato: “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.

Gemme n° 78

Ho portato come gemma l’ultimo episodio di una serie tv a cui sono legato anche per il modo di trattare “leggermente” argomenti profondi da un punto di vista etico. Qui c’è il monologo del protagonista poco prima di lasciare l’ospedale in cui ha lavorato. Il dottor Cox è il suo mentore per tutte le 8 stagioni e per lui non aveva mai mostrato affetto. Qui però succede qualcosa di diverso.”

E dopo il primo video G. (classe quarta) ha aggiunto: “L’altra sequenza la sento corrispondente ai miei pensieri attuali: in questo periodo sto pensando spesso a cosa fare della mia vita, all’università… e alle cose che ci lasciamo indietro, magari uscendo di casa. Mi chiedo cosa sarà di noi a livello di conoscenze, persone incontrate ed emozioni provate. Provo a darmi delle risposte: qui il protagonista se ne dà alcune.”

A commento una sequenza tratta da “Il curioso caso di Benjamin Button”:

Gemme n° 62

La gemma di K. (classe terza) è la storia del suo rapporto col padre: “Non è mai stato un rapporto facile, fin da piccola; in seguito si è ancora di più complicato. A un certo punto mi sono trovata davanti a una scelta: o mi dimenticavo di lui o dovevo perdonarlo. Ho scelto quest’ultima strada che ho fatto. Ho scritto la nostra storia su questo foglio che le chiedo di leggere: non arriverei fino in fondo.”
E’ stata forte l’emozione in classe. Così si conclude lo scritto di K.: “Credo che la mia esperienza come molte altre possa rappresentare un invito a scegliere con il cuore riconoscendo che il segreto è nel presente e se prestiamo attenzione al presente possiamo migliorarlo, e se miglioriamo il presente anche quello che accadrà dopo sarà migliore.”
C’è una canzone di Francesco Guccini che ho sempre trovato molto struggente e il cui testo è ricco di suggestioni e immagini. Certo non corrisponde alla lettera a quanto descritto da K., ma quelle ultime quattro parole sono tutte per lei:
«E un giorno ti svegli stupita e di colpo ti accorgi che non sono più quei fantastici giorni all’asilo di giochi, di amici e se ti guardi attorno non scorgi le cose consuete, ma un vago e indistinto profilo. E un giorno cammini per strada e ad un tratto comprendi che non sei la stessa che andava al mattino alla scuola, che il mondo là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola. E tuo padre ti sembra più vecchio e ogni giorno si fa più lontano, non racconta più favole e ormai non ti prende per mano, sembra che non capisca i tuoi sogni sempre tesi fra realtà e sperare e sospesi fra voglie alternate di andare e restare. E un giorno ripensi alla casa e non è più la stessa in cui lento il tempo sciupavi quand’eri bambina, in cui ogni oggetto era un simbolo ed una promessa di cose incredibili e di caffellatte in cucina. E la stanza coi poster sul muro ed i dischi graffiati, persi in mezzo ai tuoi libri e a regali che neanche ricordi, sembra quasi il racconto di tanti momenti passati come il piano studiato e lasciato anni fa su due accordi. E tuo padre ti sembra annoiato e ogni volta si fa più distratto, non inventa più giochi e con te sta perdendo il contatto. E tua madre lontana e presente sui tuoi sogni ha da fare e da dire, ma può darsi non riesca a sapere che sogni gestire, che sogni gestire.
Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro, capirai che altra gente si è fatta le stesse domande, che non c’è solo il dolce ad attenderti, ma molto d’amaro e non è senza un prezzo salato diventare grande. I tuoi dischi, i tuoi poster saranno per sempre scordati, lascerai sorridendo svanire i tuoi miti felici come oggetti di bimba, lontani ed impolverati, troverai nuove strade, altri scopi ed avrai nuovi amici. Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po’ folle un po’ saggio nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio, la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato, la paura e il coraggio di dire: “io ho sempre tentato”».

Gemme n° 16

Ho portato questa canzone perché è uno dei miei gruppi preferiti. La musica italiana spesso è sottovalutata e denigrata, e devo ammettere che non è poi tanto sbagliato… Ma ci sono anche cose interessanti, come questa.”

E’ stata questa la gemma di A. (classe quarta). “Il testo è molto ricco, mi aiuta a guardare a domani, oltre le cose negative, a vedere le cose in modo diverso.”
Mi soffermo su un piccolo verso della canzone: “E c’è gente che ha un ascensore nella testa e una scala a pioli nel cuore.” Mentre la ascoltavo in classe, questa frase mi ha fatto pensare al fatto che la ragione, la testa, spesso obbedisce alla legge della logica, e quindi cerca la via più breve e magari comoda per arrivare a destinazione; mentre il cuore preferisce la lentezza e il rischio di una scala a pioli, in cui deve essere sicuro di aver poggiato bene il piede prima di avanzare. Tuttavia, in caso di mancanza di corrente, l’ascensore della mente si blocca, la scala del cuore resta in servizio…
Per chi volesse il testo di “Salva gente”: Salva gente

Gemme n° 15

La gemma proposta da F. (classe quinta) è in linea con l’argomento che stiamo trattando, quello della globalizzazione, e con la lezione tenuta in classe la scorsa settimana da un esperto informatico sull’uso e sull’abuso del coltan nella costruzione dei condensatori.

“Dopo la lezione di martedì scorso ho portato questo video: ci sono delle cose che stiamo perdendo, specie animali che si estinguono e il pianeta che sta andando verso un punto di non ritorno”. Forse la cosa che fa più specie è che questo discorso è del 1992!
Se qualcuno vuole leggersi il discorso con calma: Severn Suzuki
Lo commento con una frase dei nativi americani Mohawk:
Quando avrete inquinato l’ultimo fiume
e avrete preso l’ultimo pesce,
quando avrete abbattuto l’ultimo albero,
allora e solo allora vi renderete conto che
non potete mangiare il denaro
che avete ammucchiato nelle vostra banche.”

Ad occhio nudo

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Un articolo molto interessante di Roberto Cotroneo a proposito di globalizzazione, tecnologia, medioevo e rinascimento, estetica e memoria, futuro ed eternità, cultura e lasciti. Suscita mille riflessioni che abbiamo sfiorato proprio stamattina parlando di progresso tecnologico…

huizingaÈ davvero curioso che mentre cerchi di vedere un video su uno smartphone ti venga in mente un vecchio libro pubblicato nel 1919: quello di un saggista olandese, divenuto celebre perché capovolgeva la lettura di un’epoca storica. Il libro si intitola: L’autunno del Medioevo e il suo autore si chiamava Johan Huizinga.
Perché mettere assieme un video in streaming da internet e un saggio molto importante che parla di tutt’altro? Perché Huizinga sostiene che il medioevo non era un medioevo, ma un’epoca importante, florida, e che il Rinascimento con la sua esplosione di vitalità, di arte e di creatività non era l’uscita dal tunnel dei secoli bui, ma per certi versi persino un declino.
Oggi il nostro vissuto sta per essere spazzato via da nuovi linguaggi, da un diverso modo di percepire le cose, dalla globalizzazione, dal mondo che è diventato più piccolo, e da una nuova estetica. Da un futuro che sembra possa permetterci tutto e da mezzi di espressione che fino a qualche anno fa neppure si immaginavano. L’ho scritto varie volte, e ne sono sempre più convinto.
Ma stiamo perdendo la nitidezza di quello che percepiamo: abbiamo alleggerito il mondo per renderlo più mobile, per diffonderlo più rapidamente. La musica che ascoltiamo è di peggiore qualità rispetto a quella che potevamo sentire in cd, perché i formati audio devono essere più leggeri. Una macchina fotografica digitale che abbia la definizione di quelle con la pellicola costa moltissimo, e in ogni caso non ci permetterebbe di trasferire gli scatti attraverso internet, sarebbero troppo pesanti. I video hd sono sempre più diffusi, eppure noi li vediamo a definizioni più basse mentre viaggiamo o ci muoviamo. L’esigenza, sempre più ampia, di connettersi in mobilità ci costringe a moderare il peso di quanto vediamo e ascoltiamo. La compressione serve a farci vedere le immagini e ascoltare musica in modo più semplice, ma per farlo bisogna impoverire le informazioni.
Se corri troppo per il mondo non hai il tempo di sentire la consistenza della terra che hai sotto i piedi. Questo porta a un cambio estetico e culturale che passa attraverso un abbassamento dell’intensità e dunque della qualità. Vale per i gigabyte, vale per i pixel, vale per i formati audio, vale per le emozioni. E allora non c’è via di uscita: più sei veloce più devi essere leggero, più sei leggero più devi rinunciare ai dettagli, alla lentezza che permette di tenere fermo ragionamento e pensiero finché non sedimenta. Paradossalmente questo finisce per riguardare anche sentimenti, affetti, amicizie e lavoro, rapporti interpersonali in genere.
Huizinga contrapponeva l’intensità del romanico e del gotico, la grandezza della pittura e dei mosaici medioevali, la straordinaria capacità di cogliere il senso del tempo del misticismo francescano o domenicano, rispetto all’effervescenza del nuovo rappresentato dal Rinascimento.
E se oggi fossimo all’autunno della contemporaneità? Forse. Non sappiamo se stiamo uscendo da un nuovo Medioevo per entrare in un Rinascimento digitale. E neppure come cambierà il nostro modo di produrre arte e cultura, di vivere sentimenti e futuro, di condividere la nostra storia in modo che sia leggibile dai nostri nipoti.
E non siamo sicuri che tutto quello che facciamo rimarrà: non abbiamo certezza che i supporti digitali, gli archivi elettronici che memorizzano tutto, saranno ancora leggibili tra 50 o tra 100 anni. È possibile che da questa bulimia di dati, di server, di archivi immensi possa rimanere poco e che ci abitueremo a vivere e a percepire in definizioni più incerte. Ma se il nostro futuro sarà un nuovo medioevo o un rinascimento scintillante è difficile dirlo. Dovremmo forse chiederlo a un altro Huizinga.”

Gemme n° 2

La gemma di oggi l’ha regalata B. (classe quarta). Per la verità ne ha regalate due, entrambe facenti riferimento a vecchi film. La prima, tuttavia, ha come punto di interesse una canzone: siamo nel film “Colazione da Tiffany” e Audrey Hepburn canta con in braccio la chitarra “Moon River”. “E’ una canzone che riesce a mettermi calma e serenità ogni volta che la ascolto”.

La seconda gemma è un’istantanea: le parole conclusive di Rossella O’Hara in “Via col vento”, il film preferito di B. La motivazione della scelta? “Ammiro la forza di questa donna, disposta a fare mille sacrifici, e che non perde mai la speranza come confermano le sue parole finali «Dopotutto, domani è un altro giorno»”.

Accompagno questa gemma con una canzone di Roberto Vecchioni, un suo inno alle donne: “Le mie donne”. Fa parte dell’album “Io non appartengo più”, uscito un anno fa e ha delle cadenze folk irlandesi. Consiglio di ascoltare bene tutto il testo, ma segnalo alcune delle parole che più mi piacciono: “La mia donna ha combattuto con le nuvole dietro l’orizzonte della verità, senza un tonfo di speranza e con i brividi di portare in seno quello che sarà; dalle donne stanche di arare in una terra fradicia di sole, dalle donne in un ospedale con le mani piene di dolore, dalle ragazze dentro un urlo lungo le strade a pugni chiusi, da una storia senza fine da un universo di soprusi. Dove lanciano aquiloni dietro i fulmini, per vedere quanti sogni vengon giù, e ci insegnano il mestiere d’esser uomini, cosa che non ricordiamo quasi più”.

Finire il liceo a 18 anni?

scuola (1)Oggi è il 1° settembre. Per gli insegnanti questa data significa un’unica cosa: inizio del nuovo anno scolastico. Nella maggior parte delle scuole si svolge il Collegio Docenti; così è stato anche nella mia. Tra i vari temi toccati dalla Dirigente c’è stato anche quello della possibile futura riduzione da 13 a 12 anni del percorso scolastico. Negli anni si sono ipotizzati anticipi della scuola primaria, tagli della scuola secondaria di primo grado, taglio del quinto anno di quella di secondo grado… Personalmente non sono un sostenitore convinto al 100% della necessità di terminare gli studi a 18 anni piuttosto che a 19. Semplicemente mi interrogo sulla questione. “Tutta l’Europa termina a 18 anni, ci dobbiamo adeguare”. Non è vero e non sempre, in quei paesi, i risultati sono lusinghieri. Alla fine del liceo scientifico mi sono iscritto a scienze geologiche e mi ci sono voluti due anni per capire che quella non era la strada fatta per me e che dovevo cambiare rotta. Di conseguenza, l’ingresso nel mondo del lavoro è avvenuto, per me, con due anni di ritardo (in realtà ho recuperato dopo, ma questo è un altro paio di maniche). Non mi sento tuttavia così penalizzato rispetto ad altri. Questo mi fa pensare che una delle cose più importanti per una scuola dovrebbe essere l’orientamento, non nel senso di una serie di attività da organizzare, ma nel senso precipuo di una scuola orientante, che permetta ai suoi studenti, attraverso tutta la sua offerta formativa, di capire quale sia la strada da percorrere. Ciò chiederebbe molta flessibilità e di conseguenza una diversa organizzazione: questa la riterrei una vera riforma. E in tal senso un anno non farebbe proprio la differenza: vi sono esperienze talmente significative e formanti che non hanno bisogno di periodi così lunghi e altre che invece richiedono esperienze pluriennali, proprio nel senso di una qualità della scuola.

E ai miei dubbi aggiungo le domande che Nicoletta Viglione scrive su IR di maggio-giugno: “Sono le finalità della scuola che vanno riviste: è più importante puntare sulla professionalizzazione oppure privilegiare una buona preparazione di base come spazio di educazione civile? E’ opportuno anticipare le scelte prevedendo un doppio binario che consenta, a chi non ha interesse per gli studi, di iniziare al più presto percorsi di avviamento al lavoro? Come garantire il reale assolvimento dell’obbligo e diminuire la dispersione scolastica?”.

Noi a restare

Mi piace occupare il tempo libero, così come occupo le attese. Non vado mai dal medico, dal dentista, a prendere mia moglie in stazione, dal meccanico senza un libro o una rivista. Non è che ho paura di aver tempo per pensare, è che penso leggendo; il che mi porta, inevitabilmente, a dover rileggere certi passaggi.
Oggi vado a Trieste, incontro a Sara che finisce di lavorare verso le 14.45-15.00. Ci vado in treno, al Lisert prevedono code verso la Croazia. Quel “verso le” e la scelta del treno sono un chiaro invito a portarmi dietro un libro, ma “L’armata dei sonnambuli”, che sto leggendo, è un tomo troppo pesante. Non mi resta che sceglierne e iniziarne un altro; e qui ringrazio la Sellerio con i suoi splendidi “libretti blu”. Vada per “Ad occhi chiusi” di Carofiglio. Ho fatto bene. A portarmi dietro il libro, intendo. Sara finisce alle 15.45 e mi consente di consumare una crema di caffè, mezzo litro di acqua e una ottantina di pagine.
Ora accelero. Passeggiata, acquisti alla libreria Lovat (vinco io 3 libri a 2 e Sara perde pure una settantina di euro, che io chiamo investimento), ripasseggiata, tipico aperitivo abbondante triestino (che a Palmanova te lo scordi), stazione.
Ora rallento. Oblitero male il mio biglietto, avviso il controllore che dice “Tranquillo, ci sono io su questo treno” (lo so, anche a me è sembrata una minaccia). Saliamo, prendo lo smartphone, apro Instagram e faccio uno scatto.
Poi leggo una decina di minuti mentre Sara è al telefono con sua mamma, entrambe felici per una bella notizia. Partiamo, riprendo in mano lo smartphone e faccio un’altra foto, questa.

Fuori

La guardo e penso che è strano: in treno hai la sensazione che sia il paesaggio fuori a muoversi, a venirti incontro e poi allontanarsi, mentre ti pare di essere fermo. Lo sintetizzo sotto la foto: a volte pensare che sia il fuori a passare e noi a restare. Riprendo in mano il libro e Carofiglio fa dire ad Emilio, un personaggio appena entrato nel romanzo: “«Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l’amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. E’ il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo.» Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato” (pag. 88).
Ho scritto anche io al presente, non perché il mio tempo si è spezzato, ma perché ho voluto sospendere in questa notte il pensiero, anzi i pensieri che desidero mandare a tutte le persone che ho nel cuore e che vivono o hanno vissuto una situazione simile a quella di Emilio e che vorrebbero, almeno per un po’, che fosse il fuori a passare e noi a restare.

Prof, le mancheremo?

Torino_042 fbCi sono classi che, tra vacanze pasquali e ponti vari, rivedrò tra un mese. In una di queste mi è stato chiesto: “Prof, le mancheremo?”. Mi sono chiesto da dove nasca questa domanda. Mi sono risposto che probabilmente emerge dalla speranza di sentirsi rispondere “Sì, certo che mi mancherete”, da un bisogno di sentirsi apprezzati, riconosciuti, amati. Chi di noi non lo prova? Ci stacchiamo da qualcuno a cui teniamo e siamo felici se, dopo poco che ci siamo allontanati, ci chiama o ci manda un whatsapp per dirci “Mi manchi già”. Ci sono ore che funzionano perfettamente e nel momento in cui finiscono se ne ha già nostalgia perché si sente sulla pelle un brivido del volo appena fatto. Ce ne sono altre che funzionano meno, almeno apparentemente, ma che magari hanno lavorato nel profondo. A volte i sentieri della mente sono imperscrutabili. La mancanza degli studenti è una cosa a cui ci si deve abituare facendo questo mestiere, soprattutto quando il saluto è definitivo, all’ultima lezione del quinto anno; e c’è una sola cosa che allevia la malinconia di quegli ultimi sessanta minuti: il vedere gli studenti come speranze, come possibilità a cui si sono cercati di dare gli strumenti per il domani. Per cui, sì, nel momento stesso in cui suona la campanella di fine ora sento la mancanza di quegli alunni, sostituita subito dal desiderio di un nuovo incontro che poi diventa voglia di vederli volare con le proprie ali. Ed è allora che la mancanza si volge in gratitudine e commozione, felice, per una volta, di guardare le loro spalle e i loro talloni che vanno per mille strade.

A testa in giù

KayakDomenica pomeriggio ho fatto una piacevole chiacchierata con Carlo. Mi ha raccontato di una sua grande passione, il mare, e del suo andare sull’acqua con il kayak. Mi ha detto dell’importanza di quando assecondare il vento e di quando compensarlo, di quando devi lasciare andare il kayak e di quando devi metterci forza, tutta quella che hai. Gli ho chiesto cosa devi fare quando ti ribalti, mi ha spiegato l’importanza della pagaia e della forza delle gambe che si devono ancorare, oppure che si devono stringere se vuoi sfilarti e uscire dal kayak. Mi ha raccontato che l’imbarcazione è stabile proprio perché è stretta e riacquista presto l’equilibrio.

E adesso prendo queste parole di Carlo e le porto nella mia vita di questo momento. Mi vedo su quel kayak, a compensare con la mente la forza del vento che vorrebbe spazzare la superficie, ad assecondare a volte quell’aria quando sento che è buona. Mi sono appena capottato e sto cercando di appoggiare la pagaia sul pelo dell’acqua per tornare in superficie. Mi ha detto Carlo che per imparare bene a tornare dritto è necessario capovolgersi più volte: nei prossimi mesi mi capiterà di nuovo e allora ho voglia di allenarmi. Grazie Carlo, mi hai parlato del mare, ho ascoltato vita.

Questa mattina ho saputo anche di un’altra persona che si trova a testa in giù su quel Kayak: forza Ale, guarda al pelo dell’acqua, punta alla luce, spingi la pagaia verso la superficie e fai forza. Non sei solo, tu sai come si fa.

La ricerca di un bandolo

E’ la notte tra il 24 e il 25 dicembre 1978. C’è un uomo, un giornalista, che non dorme. Non lo sa che quello sarà il suo penultimo Natale perché il 28 maggio 1980 sarà ucciso dal gruppo terroristico XVIII marzo. Si chiama Walter Tobagi, ha 31 anni e due figli (i “michelangiolini” del testo sotto). Nell’ultimo periodo ha dedicato molto tempo alla sua professione sacrificando la famiglia. Quella notte scrive, pertanto, una lettera alla moglie. Ne riporto una piccola parte da cui emerge l’attaccamento degli affetti, la passione per il lavoro e per la vita, il senso etico, la responsabilità in uno dei periodi più tribolati della storia italiana.
Walter-Tobagi“… al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io sento molto forte: la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera ed indipendente, e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani.
Mi sento molto eclettico ideologicamente; ma sento anche che questo eclettismo non è un male, è una ricerca: è la ricerca di un bandolo fra tanti verità parziali che esistono, e non si possono né accettare né respingere in blocco…
Penso all’attaccamento di Luca, alle tenerezze della Babi. E mi sembra di non fare tutto quello che dovrei (e forse potrei) per loro: se un giorno non dovessi più esserci, ti prego di spiegargli, di ricordargli il motivo di tante assenze che oggi li fanno soffrire. Mi sentirei ancora più in colpa se non spendessi quei talenti che, bene o male, mi sono stati affidati… con la speranza che possa essere meno assurda la società in cui, fra un decennio, i nostri michelangiolini si trovassero a vivere la loro adolescenza…
In questa alba del Natale 1978, voglio ripetertelo con le parole più semplici: ti voglio bene, tanto bene.
E non riuscirei a fare nulla di quello che faccio se non ti sapessi così vicina a me in ogni momento.”

Mai più Eureka?

Cartoline-dalle-citta-del-futuro_h_partbMetti che in quinta parliamo di globalizzazione. Metti che capita spesso di parlare di nuove tecnologie. Metti che stamattina nella mia scuola c’è stato un incontro con Serge Latouche. Metti che con le terze abbiamo visto il film Minority Report, ambientato nel 2054. Metti che a Udine, in ottobre e novembre si è svolto un forum sul futuro. Metti che pochi giorni fa ho pubblicato questo post. Metti che forse facciamo ancora fatica a capire come la nostra società si stia trasformando.
Allora ti può interessare questo articolo di Enrico Franceschini preso da La Repubblica delle idee.
«LONDRA – “Inventeremo ancora qualcosa di tanto utile come la tazza del gabinetto? “. La provocatoria domanda, accompagnata dall’immagine di un assorto pensatore seduto per l’appunto alla toilette, occupa la copertina dell’Economist di questa settimana per segnalare un diffuso timore: che l’era delle grandi invenzioni, veramente in grado di cambiare il mondo, sia finita, o perlomeno che la macchina che le produceva si sia temporaneamente inceppata.
Può sembrare una domanda assurda a chi, con uno smartphone in tasca, un iPad nella borsa e una pagina Facebook per comunicare simultaneamente con centinaia, migliaia o magari milioni di “amici”, si sente di vivere in un’epoca da fantascienza. Se ci aggiungiamo le nanotecnologie, i cibi geneticamente modificati e i trapianti di cellule staminali, è legittimo credere che il 21° secolo stia realizzando e oltrepassando i sogni dei futurologi del 20°. Eppure una teoria condivisa da un crescente numero di studiosi è che l’uomo contemporaneo sia rimasto a corto di idee autenticamente rivoluzionarie dal punto di vista della scienza e della tecnologia. Ovvero che non si inventi più nulla di importante come la toilette, che ha trasformato le vite di miliardi di persone.
Robert Gordon, un economista della Northwestern University, ritiene possibile che vi fossero soltanto un numero limitato di invenzioni autenticamente fondamentali per l’umanità – l’energia elettrica, il processo di combustione, il treno, l’automobile, l’aeroplano, la radio, il telefono, gli antibiotici – e che scoperte quelle non vi sia più molto altro in grado di trasformare altrettanto radicalmente le nostre vite. Prendiamo una cucina del 1900: perfino nelle case più lussuose era un concetto piuttosto primitivo, un camino per cucinare, pezzi di ghiaccio per conservare gli alimenti. Nei settant’anni successivi si produce una rivoluzione, e nel 1970 tutte le cucine della classe media, almeno in Occidente, hanno fornelli a gas, frigorifero, lavatrice e presto anche lavastoviglie. Ma facciamo un balzo in avanti di altri quarant’anni, fino al presente, e le cucine sono scarsamente cambiate: hanno pannelli digitali e la macchinetta per produrre in casa il caffè come al bar, ma nella sostanza sono identiche al 1970.
Non si può escludere, naturalmente, che non verranno nuove invenzioni altrettanto prodigiose, che a tutt’oggi nemmeno possiamo immaginare. Ma un’altra scuola di pensiero osserva che quelle che potevamo immaginare non sono state realizzate, e al loro posto abbiamo avuto delle innovazioni la cui utilità sociale è alquanto limitata: “Dal futuro ci aspettavamo le macchine voltanti e invece abbiamo avuto i messaggi in 140 caratteri di Twitter”, osserva Peter Thiel, direttore del Founder’s Fund, un fondo di investimenti coinvolto in alcune delle più innovative iniziative della Silicon Valley nell’ultimo decennio. Questo non significa che l’impatto della rivoluzione digitale portata avanti da aziende come Apple, Google e Facebook sia da sottostimare: tuttavia è probabilmente vero che non l’abbiamo ancora sentito in pieno, perché in fondo quella rivoluzione è appena cominciata. Forse lo sentiremo meglio quando innovazioni come le fotocopiatrici tridimensionali scateneranno quella che Chris Anderson, direttore della rivista Wired, chiama nel suo ultimo libro “la nuova rivoluzione industriale”. Allo stesso modo, ammonisce l’inchiesta dell’Economist, non si può sottovalutare il fatto che Internet ha globalizzato il Pianeta e che la globalizzazione ha portato un profondo miglioramento di vita nei Paesi emergenti, dalla Cina all’India al Brasile. Il timore che non si inventi più nulla è esagerato, basti pensare che oggi governi e aziende private spendono 1 trilione e mezzo di dollari l’anno in R&D, research and development (ricerca e sviluppo), più di quanto mai speso prima. Prima o poi da quei pensatoi uscirà un nuovo “eureka”, un’invenzione altrettanto utile e innovativa per l’umanità intera quanto l’umile tazza del gabinetto.»

Poco nitido

E’ un articolo molto interessante quello pubblicato da Roberto Cotroneo su “Sette” il 31 ottobre. Lo riporto qui e lo commento sotto.

Torino_049 fbPrima o poi dovremo fare i conti con quello che ci è rimasto dell’assenza. E prima o poi capiremo quali danni possono fare i social e il web 2.0 sulla nostra vita. L’essere sempre connessi infatti non è soltanto un modo di stare nel mondo, non è solo la meravigliosa sensazione di raggiungere chi vogliamo, sempre e comunque, ma è la cancellazione dei tempi verbali della nostra vita: tutti, eccetto il presente. Voglio dire che ormai non viviamo più con i passati remoti o con i futuri anteriori. Non c’è un luogo della memoria da riempire con immaginazione e verità, non c’è un presente che sfuma verso un passato lentamente fino quasi a lasciare solo piccoli puntini lontani. E non c’è neppure l’attesa del futuro, perché il futuro o si fa presente oppure non esiste. Cosa voglio dire. Voglio dire che i nativi social, che sono una categoria ancora diversa dai nativi digitali, quelli che sono cresciuti usando facebook sin da bambini, quelli abituati a esserci sempre e comunque, hanno un problema con il distacco dalle cose. Hanno un problema con il tempo. Tutto quello che è accaduto nella loro vita, dalle grandi alle piccole cose, non smette di essere, come non si smette di esistere nelle bacheche e nelle timeline. Sta tutto lì. Hai voglia a cancellare, a togliere, a limare. Il passato viene di continuo rovesciato sul presente come fossero detriti e calcinacci che occupano lo spazio della nostra vita, e con cui si deve fare i conti. C’è una vecchia storia, di quando i social non esistevano, che Umberto Eco racconta nel suo Secondo Diario Minimo: «Salvatore lascia all’età di vent’anni il paese natio per emigrare in Australia, dove vive in esilio per quarant’anni. Poi, sessantenne, raccolti i suoi risparmi, torna a casa. E mentre il treno si avvicina alla stazione, Salvatore fantastica: ritroverà i compagni, gli amici di un tempo, nel bar della sua gioventù? Lo riconosceranno? Gli faranno delle feste, gli chiederanno di raccontare le sue avventure tra i canguri e aborigeni, avidi di curiosità? E quella ragazza che…? E il droghiere dell’angolo? E cosi via… Il treno entra nella stazione deserta, Salvatore scende sul marciapiede battuto dal gran sole meridiano. Lontano, ecco un omino curvo, inserviente delle ferrovie. Salvatore lo guarda meglio, riconosce quella figura malgrado le spalle ingobbite, il viso segnato da quarant’anni di rughe: ma certo, è Giovanni, l’antico compagno di scuola! Gli fa un segno, si avvicina trepidante, indica con la mano tremante il proprio volto come per dire: “Sono io”. Giovanni lo guarda, sembra non riconoscerlo, poi alza il mento in un gesto di saluto: “Ehi, Salvatore! Che fai, parti?”». Salvatore era partito, scomparso, e nessuno si era accorto della sua assenza. Forse Salvatore non era un tipo capace di farsi notare. Ma oggi queste considerazioni, l’idea di partire e tornare, la speranza di essere riconosciuti ma in modo nuovo, con il tempo che ci ha attraversato, con il passato che racconta di noi, è impossibile. Oggi Salvatore sarebbe là, come sempre, dall’Australia come dall’Italia. Sarebbe là a twittare o a postare fotografie, a scrivere sui social o a raccontarsi. Come sempre, con le foto che aggiornano il suo volto, che lo mostrano visibile e sempre uguale. Se oggi tornasse ritroverebbe Giovanni, vecchio compagno di scuola, con una battuta, tipo: belle le foto dei canguri. Oppure: ma quanto sono cresciuti i tuoi figli! E se il tempo e la memoria non contano, non conta neppure la nostalgia: non esiste il prima e il dopo, e non esiste il passato, il passato è soltanto un presente rinnovato, riciclato in un certo senso. Niente si chiude, niente si compie in modo definitivo. Tutto resta per tornare. Ex mariti ed ex mogli, fidanzate dimenticate, amici di un tempo, colleghi, e poi compagni di scuola, commilitoni, parenti lontani. Restano tutti lì, aggiornati all’oggi, nitidi, come se non fossero mai usciti da un orizzonte ingombrante di cui non si sente il bisogno. Un tempo lo slogan era: cerca su facebook le persone della tua vita. Ma senza l’assenza il tempo non passa. Senza perdere qualcosa il ritrovare è un concetto vuoto.”

Ho letto queste parole in treno, più di 15 giorni fa, mentre andavo a Torino con Sara; lungo il viaggio tempo e spazio passavano accanto a me e dentro di me, in piena sintonia con le parole del pezzo. Eppure sentivo in me qualcosa di dissonante. L’esperienza diretta dei social mi porta a pensare che le parole di Cotroneo possano valere per una persona totalmente assorbita da essi, una sorta di isolato sociale che abbia solo quella possibilità di socializzazione. Un po’ come quando mi succede di leggere delle nuove generazioni che vivono rapporti falsi, fittizi ed esclusivamente virtuali a causa dei social. Quel che mi capita di vedere e ascoltare in classe è che la maggior parte dei ragazzi coltivano e approfondiscono su internet rapporti già esistenti nella realtà e che le due cose si integrino tra loro. La nitidezza di questo mondo che si sta costruendo è, a mio avviso, molto meno chiara di quanto si possa pensare, ed è in continua evoluzione, come se ci fosse un velo di foschia a non rendere chiari i contorni delle cose. Sarà stato forse per questo, quasi per reazione, che il 7 novembre scrivevo le parole di Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. E sono uno che il passato lo pensa, lo rievoca, lo elabora, lo ama per meglio cogliere il futuro (a esemplificazione di ciò il prossimo post…).