Oggi condivido una notizia che arriva dal Belgio e che parla di criminalità. Un giudice istruttore di Anversa, in una lettera aperta pubblicata anonimamente sul sito del tribunale, ha denunciato l’infiltrazione crescente della criminalità organizzata e la corruzione sistemica legata al traffico di droga nel Paese. Prendo la notizia da L’Opinione delle libertà.
“Per fare un narcotraffico ci vuole un narco-Stato. Che è quello che rischia diventare il Belgio, secondo una lettera aperta, pubblicata il 27 ottobre sul sito dei cours et tribunaux, di una dei 17 giudici istruttori di Anversa. Che ha scelto l’anonimato per lanciare un avvertimento che non è passato inosservato al ministero federale della giustizia. “Siamo di fronte a una minaccia organizzata che sta minando le nostre istituzioni”, ha scritto la donna. Nella sua lettera aperta, il magistrato fa sapere di aver condotto diverse indagini negli ultimi anni, che hanno portato all’arresto di dipendenti del porto di Anversa, funzionari doganali, agenti di polizia, funzionari amministrativi di diverse città e comuni, agenti penitenziari e funzionari assegnati al tribunale di Anversa. Secondo il giudice, tutti questi individui avevano legami con organizzazioni criminali attive nel traffico di droga. La donna sostiene che “vaste strutture mafiose hanno messo radici”, sono “diventate una forza parallela che sfida non solo la polizia, ma anche il sistema giudiziario”. Da qui la domanda: “Stiamo diventando un narco-Stato?”. Secondo lei e i suoi colleghi, “questa evoluzione è iniziata”. Un’evoluzione che la funzionaria dimostra con i criteri e lo scrupolo propri dell’inquirente. Cosa definisce un narco-Stato? Economia illegale, corruzione e violenza. Il Belgio, secondo la lettera, soddisfa tutte e tre queste caratteristiche. L’inchiesta denominata Sky Ecc, ricorda il magistrato, ha rivelato l’esistenza di una “economia parallela multimiliardaria” nel porto di Anversa. Il “denaro nero si sta infiltrando nel settore immobiliare, facendo salire i prezzi per i cittadini comuni”, sottolinea. Si tratta di circuiti che rimangono ancora “intoccabili”. E così anche la corruzione non può che essere “diffusa”. Le organizzazioni criminali, infatti, “corrompono o minacciano di corrompere i dipendenti portuali”. Spostare un container, “un compito che richiede 10 minuti, fa guadagnare al lavoratore corrotto 100mila euro”, afferma la magistrata. Anche per contrabbandare una semplice borsa sportiva, si osserva, i narcotrafficanti sarebbero disposti a pagare decine di migliaia di euro. Di fronte a tale realtà, il terzo “pilastro” della violenza appare quasi una conseguenza naturale. “Queste organizzazioni criminali ricorrono alla violenza a comando”, afferma il giudice istruttore, citando “omicidi, torture, rapimenti, minacce o attacchi, a volte contro civili innocenti, utilizzati per mantenere il potere ed eliminare i rivali”. Anche la magistratura, secondo la denuncia, “sta subendo minacce e intimidazioni”. L’inquirente dice di aver dovuto trascorrere diversi mesi in una casa di sicurezza a causa di minacce contro di lei e la sua famiglia. Diversi altri giudici inquirenti sono sotto protezione giudiziaria. Ciò nonostante, “nessun governo ci contatta, nessuno ci offre attivamente supporto, non c’è alcun risarcimento”. Più di una volta, continua, “ci viene chiesto: ‘Perché lo fai?’ o, come mi ha chiesto un politico, sei un nobile cavaliere dello Stato di diritto o Don Chisciotte? Perché? Beh, condividiamo un impegno, una convinzione nell’importanza delle conquiste del nostro Stato di diritto. Ci rifiutiamo di arrenderci”. Se “il sistema giudiziario inizia a funzionare male, si tratta di un pericoloso attacco alla nostra democrazia”, osserva, non fosse altro perché “sta già diventando difficile trovare giudici disposti a pronunciarsi su casi del genere”. La lettera non si limita alla denuncia, ma dà spazio ad alcune proposte per combattere il traffico di droga. Il magistrato propone un emendamento legislativo che consenta ai giudici inquirenti di lavorare in forma anonima, e chiede inoltre la creazione di un punto di contatto all’interno dei ministeri dell’interno e della giustizia, un’assicurazione per i danni subiti dai magistrati e dalle loro famiglie e l’occultamento degli indirizzi dei magistrati in banche dati come il registro nazionale. Il giudice istruttore ritiene inoltre che sia necessario istituire un sistema per impedire la comunicazione tra i membri delle reti criminali nelle carceri belghe. “Le nostre indagini − rileva − sono compromesse dall’invio di copie dei nostri fascicoli a Dubai e in Turchia, e dalle carceri continuano a essere orchestrate massicce importazioni di cocaina”. Lo Stato di diritto, osserva, “non è un concetto astratto”, ma “si basa su persone come giudici, agenti di polizia e guardie carcerarie, che svolgono il loro lavoro con convinzione, ma che meritano anche un governo che li sostenga”. Non si tratta, dunque, di stabilire “se lo Stato di diritto sia minacciato”, perché “lo è già”, ma di capire “come si difenderà”. La politica federale ha preso molto sul serio la denuncia. Il ministro della giustizia Annelies Verlinden considera le minacce contro i giudici e il personale penitenziario “gravi e preoccupanti”, perché si tratta di persone che “sono ogni giorno in prima linea per il nostro Stato di diritto”, riporta il sito 7sur7. “È inaccettabile che siano il bersaglio di reti criminali, anche all’interno del carcere”. La lettera anonima è servita ad annunciare alcune misure: “Stiamo rafforzando la sicurezza nei tribunali, raddoppiando il numero di varchi di sicurezza all’ingresso e garantendo maggiore sorveglianza da parte della polizia. Stiamo lavorando per rendere anonimi i dati personali nei documenti giudiziari in modo che magistrati e personale siano meno esposti a intimidazioni”. Verranno poi installati dei disturbatori di frequenza (jammer) per bloccare le comunicazioni Gsm nelle carceri. Il ministero promette anche investimenti per carceri “più sicure e meglio protette” per i criminali più pericolosi, “ai quali potrebbe essere imposto un regime più severo”.”
Il 24 gennaio di quest’anno abbiamo ospitato a scuola il giornalista Marco Omizzolo, docente di Sociopolitologia delle migrazioni alla Sapienza di Roma, presidente di Tempi Moderni e ricercatore Eurispes; ha lavorato come bracciante infiltrato per studiare lo sfruttamento dei migranti da parte delle agromafie. In Aula Magna ci aveva a lungo parlato della situazione dell’Agro pontino e aveva spesso fatto riferimento alla morte di Satnam Singh, avvenuta nel mese di giugno del 2024. A giugno di quest’anno, su Il Post, è uscito un articolo di Angelo Mastrandea che fa un bilancio della situazione a un anno di distanza. Ecco qui.“La mattina del 12 giugno 2025 alcuni ispettori del lavoro sono entrati in un terreno agricolo nella campagna di Sermoneta, in provincia di Latina, dove 10 indiani provenienti dal Punjab stavano preparando la raccolta delle zucchine. Solo uno di loro aveva un contratto, ma con un’azienda agricola di Terracina, a 50 chilometri di distanza. Gli altri erano tutti in nero. Il proprietario del terreno si è giustificato dicendo che erano stati loro a presentarsi da lui chiedendogli di lavorare e che quello era il loro primo giorno di lavoro, e per questo non aveva ancora fatto in tempo a contrattualizzarli. Gli ispettori del lavoro sono andati avanti con il verbale e hanno chiamato la polizia per gli accertamenti sulla regolarità dei permessi di soggiorno. Nel frattempo, un lavoratore ha chiesto aiuto con un messaggio su WhatsApp a Laura Hardeep Kaur, che è la segretaria del sindacato del settore agricolo FLAI CGIL di Latina, è nata in Italia da genitori provenienti dal Punjab e parla la loro lingua. La sindacalista è corsa a Sermoneta, dove la polizia aveva identificato tutti i lavoratori. Solo due di loro avevano un permesso di soggiorno valido. Gli altri otto invece avevano mostrato dei documenti falsi: c’erano le loro foto, ma i nomi e le impronte digitali non corrispondevano. «Tranne uno di loro che è arrivato a piedi attraverso la rotta balcanica, gli altri erano venuti in Italia con un volo regolare, chiamati da un datore di lavoro con il decreto “Flussi”, che regola l’ingresso dei lavoratori stagionali in Italia, com’è possibile che i permessi di soggiorno fossero falsi?», si chiede. Gli agenti volevano avviare una procedura di espulsione e nel frattempo mandarli nel CPR di Brindisi, uno dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Kaur si è opposta spiegando che a gennaio i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, la procura di Latina, l’ASL e l’Ispettorato territoriale del lavoro avevano firmato un protocollo d’intesa che prevede, per chi viene trovato in una situazione di sfruttamento lavorativo, l’avvio di una procedura speciale per il permesso di soggiorno. In totale, in sei mesi ne sono stati rilasciati una ventina. Anche l’ospedale, se arriva una persona infortunata, può decidere di avviare un percorso di tutela. È una misura che venne presa sull’onda dell’impatto emotivo provocato dalla morte di Satnam Singh, il lavoratore indiano che venne mutilato nei campi di Borgo Santa Maria, e che morì il 19 giugno 2024. La sua morte fece impressione, a Latina ci furono scioperi e manifestazioni dei braccianti e della comunità indiana. Ma un anno dopo «tutto è tornato com’era prima», dice Kaur. Alla fine tutti i lavoratori di Sermoneta sono stati rilasciati. L’imprenditore agricolo invece ha ricevuto una multa di 50mila euro per lo sfruttamento della manodopera e per la violazione delle norme sulla sicurezza, perché i lavoratori avevano ciabatte ai piedi e prima di essere impiegati non avevano fatto nessun corso di formazione, come prevede la legge. Kaur è abituata a questo tipo di interventi: il suo numero di cellulare gira tra i lavoratori indiani, che quando hanno un’emergenza sul lavoro le scrivono o la chiamano. Il 17 giugno del 2024 fu la prima persona a essere avvisata di quello che era accaduto a Singh. «Mi arrivò una foto con un braccio in una cassetta, la posizione e il messaggio “corri incidente”. Pensavo che fosse un macabro scherzo, invece arrivai prima dei carabinieri e mi trovai di fronte a una scena agghiacciante», ricorda. Singh era stato appena scaricato dal suo datore di lavoro, Antonello Lovato, davanti all’abitazione in cui alloggiava, dopo che una macchina avvolgiplastica artigianale gli aveva tranciato un braccio mentre lavorava nella sua azienda. A mandare il messaggio fu uno dei lavoratori, un indiano, che aveva assistito all’incidente. I cellulari del giovane ferito e della sua compagna Soni, che lavorava con lui, invece sparirono e non sono più stati trovati. Satnam Singh fu portato d’urgenza all’ospedale San Camillo di Roma, ma non ci fu modo di salvarlo. Lovato è sotto processo per omicidio volontario. Finora si sono svolte due udienze, nelle quali sono stati ascoltati alcuni testimoni. Durante la prima udienza, il proprietario della casa in cui Satnam Singh viveva da un anno e mezzo, Ilario Pepe, ha raccontato che quel giorno chiese a Lovato perché lo stava abbandonando lì in quello stato, e che l’imprenditore gli rispose con tono tranquillo «perché non è in regola». Poi si allontanò in fretta con il furgone, lasciando in strada la cassetta con il braccio mozzato. All’udienza successiva Lovato ha detto di voler risarcire la famiglia della vittima. Soni invece è stata sentita durante l’incidente probatorio, un’udienza per anticipare l’acquisizione delle prove, durante la fase delle indagini preliminari. Ha raccontato ai magistrati che Singh, già esanime, fu «buttato» giù dal furgone e batté «la testa contro un cordolo di cemento». Nei mesi scorsi ha testimoniato anche in un’altra indagine in cui sono coinvolti Antonello Lovato e suo padre Renzo: alla fine di gennaio sono stati indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro per aver fatto lavorare in nero 7 braccianti, tra cui Soni. La donna ha raccontato di essere arrivata in Italia con Singh passando per la Croazia e di aver vissuto tra Trieste e Milano. Poi i due pagarono 800 euro a un caporale indiano per andare a lavorare in un allevamento di bufale a Cancello ed Arnone, in provincia di Caserta. Lì erano impiegati dalle 2:30 del mattino alle 12:30. Lei guadagnava 700 euro al mese, Singh invece 800. A luglio del 2022 decisero di spostarsi a Latina per cercare un lavoro un po’ meno faticoso e pagato meglio. Nel giro di un mese furono assunti alla Agrilovato. La paga, in nero, era di 5,50 euro all’ora, che dopo un po’ furono aumentati a 6 euro. Lovato segnava le ore e il compenso su un quadernetto. Ogni mattina alle 5:30 uscivano di casa per andare al lavoro in bicicletta. Percorrevano 15 chilometri in meno di un’ora. Finivano di lavorare alle 17 e un’ora dopo erano a casa. Ora Soni vive in una struttura protetta gestita dal comune di Latina. Riceverà metà dei 365mila euro raccolti dalla CGIL dopo la morte di Singh, mentre il resto andrà alla famiglia d’origine del suo compagno, in Punjab. Il Post l’ha incontrata il giorno dell’anniversario dell’incidente. Laura Hardeep Kaur racconta che casi come quello di Sermoneta sono «la normalità», perché i piccoli imprenditori che hanno bisogno di qualche lavoratore si rivolgono a un «fornitore di braccia», di solito un indiano che parla italiano, che glieli porta e negozia un pagamento a giornata, senza nessun contratto. «Nei primi mesi dopo l’incidente a Satnam, le aziende hanno mandato a casa i lavoratori in nero perché temevano i controlli o li hanno assunti», aggiunge il segretario regionale della FLAI CGIL Stefano Morea. «Ma le storture del modello di produzione agricola non sono cambiate, e dopo un po’ molte hanno ricominciato a far lavorare le persone in nero». In appena un mese, dopo la morte di Singh, in provincia di Latina sono state registrate 7.368 assunzioni a tempo determinato, quasi il doppio dell’anno precedente, segno che molte aziende si sono precipitate a regolarizzare i lavoratori in nero. Morea dice che si è modificato solo il sistema economico: non si vedono più i pulmini dei caporali davanti ai Centri di accoglienza straordinaria (CAS), dove venivano reclutati i richiedenti asilo, soprattutto africani, che erano pagati ancora meno degli indiani. Ora il caporalato guadagna dalla gestione dei flussi: arruolano le persone in Punjab, facendosi pagare in media 10mila euro per il viaggio e la richiesta di lavoro. «Si indebitano tutti e non hanno i soldi per tornare in India quando il lavoro finisce, per questo rimangono qui e finiscono nel circuito del nero». Funziona in questo modo: i datori di lavoro presentano la domanda nei cosiddetti click day, i lavoratori arrivano con un regolare visto, poi dovrebbero firmare il contratto e ottenere un permesso di soggiorno temporaneo. Nella realtà solo in pochi ci riescono. In provincia di Latina, appena il 7,8 per cento dei migranti arrivati con il decreto “Flussi” ottiene il permesso di soggiorno. Nell’Agro pontino, l’ampia zona agricola a sudest di Roma, ci sono 6.500 imprese agricole di diverse dimensioni, e nonostante la prefettura abbia istituito una “task force” per i controlli, con ispettori del lavoro e forze dell’ordine, è difficile controllarle tutte e verificare che anche i contratti, quando ci sono, non siano regolari solo sulla carta. I sindacalisti lo definiscono «lavoro grigio». Il sociologo Marco Omizzolo, che ha fatto moltissime ricerche sugli indiani del Punjab che lavorano nel Lazio, sostiene che i controlli dopo la morte di Satnam Singh abbiano impoverito i braccianti mandati a casa dalle aziende. Quando il lavoro è ripreso hanno accettato di lavorare a condizioni ancora peggiori. Alla CGIL spiegano che gli accordi tra aziende e caporali vengono fatti in base al cosiddetto salario “di piazza”, cioè a una sorta di borsa informale che cambia di zona in zona e prevede in ogni caso un pagamento inferiore a quello previsto dai contratti del settore. In questo momento in media varia tra i 4 e i 5 euro all’ora, a seconda dell’area e della capacità di contrattazione del caporale. «Per sfuggire ai controlli, molte aziende più grandi e strutturate hanno ideato con l’aiuto di avvocati e commercialisti un sistema più sofisticato di sfruttamento: prevede un contratto di lavoro per pochi giorni regolarmente retribuito, ma in realtà i lavoratori sono impiegati a tempo pieno», dice Omizzolo. Un lavoratore indiano residente a Roccagorga, un altro comune della provincia, mostra la sua busta paga. Il compenso netto è di 325 euro, per cinque giorni di lavoro in un mese. Di questi, 50 euro sono indicati come rimborso spese per trasferta, sui quali non si pagano tasse né contributi. Il bracciante in realtà è impiegato per almeno 10 ore al giorno, tutti i giorni, ma nel caso di un controllo risulta in regola. In molti casi, e nei periodi di lavoro più intenso, si arriva fino a 14 ore al giorno. Alla CGIL la definiscono una busta paga costruita al rovescio, partendo dal compenso pattuito e non dalle ore e dai giorni effettivi di lavoro.”
Lo scorso anno scolastico, grazie alla proposta di due colleghe, ho accompagnato due classi a vedere una mostra sul giudice Rosario Livatino ospitata nei locali dell’Università di Udine. Il 21 settembre è corso il 35° anniversario dalla sua uccisione e sul sito Vivi, dedicato dall’associazione Libera alle vittime innocenti di mafia, ho trovato una pagina che ben racconta la sua storia.
“STD. Tre lettere puntate. Un acronimo misterioso che a lungo ha impegnato gli inquirenti che indagavano sulla tragica uccisione del giudice Rosario Livatino. Tre lettere che comparivano, con assiduità, in fondo alle pagine degli scritti e delle agende private del magistrato. Quando il rebus è stato risolto, è stato chiaro che in quelle tre lettere c’era tanto della personalità, del pensiero, della vita di questo giovane giudice ammazzato dalla Stidda a 38 anni e poi diventato il primo magistrato beato nella storia della Chiesa. STD, Sub Tutela Dei, nelle mani di Dio. Un’invocazione a Dio perché guidasse i suoi passi, le sue scelte, le sue decisioni. In definitiva, la sua stessa vita. Una vita, quella di Livatino, iniziata il 3 di ottobre del 1952 a Canicattì, in provincia di Agrigento. Papà Vincenzo era un impiegato dell’esattoria comunale e Rosario era stato il frutto del suo amore per Rosalia Corbo. Una famiglia tranquilla, in cui Rosario crebbe ben educato, rispettoso, attento allo studio e ai suoi doveri. Si diplomò al Liceo classico Ugo Foscolo di Canicattì, affiancando allo studio l’impegno nell’Azione Cattolica, per poi iscriversi, nel 1971, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo. Il binomio fede e diritto comincia, sin dagli anni dell’adolescenza e della prima gioventù, a caratterizzare la sua esistenza. Un binomio sul quale la sua riflessione continuerà a lungo, costituendo di certo uno dei tratti più significativi della sua elaborazione di uomo, di cristiano, di intellettuale e di professionista. Conseguì la laurea cum laude nel 1975, non ancora ventitreenne, per poi ricoprire, vincitore di un concorso pubblico, il ruolo di vicedirettore in prova presso l’Ufficio del Registro, negli anni tra il 1977 e il 1979.
Le indagini sulla mafia agrigentina Intanto però Rosario inseguiva un altro sogno, quello cioè di dedicarsi al diritto e alla giustizia. Spinto da questa sorta di vocazione laica, partecipò al concorso per l’ingresso in magistratura, uscendone tra i primi in graduatoria, sebbene giovanissimo. Così, nel 1978, divenuto magistrato, fu assegnato al Tribunale di Caltanissetta e poi, un anno dopo, a quello di Agrigento, come sostituto. Ad Agrigento rimase ininterrottamente in servizio come sostituto procuratore fino al 1989, prima di essere nominato giudice a latere. Furono anni di lavoro intensissimo. Nonostante la sua giovane età, Rosario seppe misurarsi, con grande capacità e spiccata lucidità, con indagini assai difficili e delicate, che scavarono in profondità nelle pieghe delle relazioni ambigue e perverse tra mafia, imprenditoria e politica. Come quando si occupò di alzare il velo sui finanziamenti regionali sulle cooperative giovanili di Porto Empedocle; o quando indagò su un enorme giro di fatture false o gonfiate per opere mai realizzate; o ancora quando si dedicò a una serie di indagini su alcuni eclatanti episodi di corruzione, dando il via a quella che sarebbe passata poi alla storia come la Tangentopoli siciliana e applicando, tra i primi in Italia, la misura della confisca dei beni ai mafiosi. Il colpo più significativo fu probabilmente il lavoro investigativo che portò al maxiprocesso contro le cosche di Stidda di Agrigento, Canicattì, Campobello di Licata, Porto Empedocle, Siculiana e Ribera. Per celebrare il processo, iniziato nel 1987, fu necessario utilizzare un’ex palestra adibita ad aula bunker. Alla fine, furono 40 le condanne ottenute. Un colpo durissimo alla mafia agrigentina, quella Stidda nata per contrapporsi a Cosa nostra e allo strapotere dei Corleonesi, che pretendevano di estendere il loro dominio anche nelle zone centro-meridionali della Sicilia.
La fede e il diritto A un ruolo pubblico che, in funzione delle sue capacità professionali e dei suoi successi investigativi, lo rendeva via via più “esposto”, Rosario continuò per tutta la sua esistenza a preferire una condotta riservatissima, fatta di una vita familiare discreta, di una profonda fede cristiana, di valori etici che trasferiva con coerenza e fedeltà nel lavoro. È un’elaborazione intellettuale molto profonda quella che ha affidato ai suoi scritti e ad alcuni suoi interventi pubblici che ci aiutano a delineare con nettezza il suo pensiero e la sua visione del magistrato. “L’indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività” (Rosario Livatino – intervento sul tema “Il ruolo del giudice nella società che cambia” – Canicattì, 7 aprile 1984). Parole che lasciano trasparire con chiarezza il senso di profondo rigore morale di questo giovane magistrato, la sua visione etica della professione. Un’etica del dovere non disgiunta dalla consapevolezza del peso di quella responsabilità che porta chi è chiamato a giudicare e deve farlo con rispetto anche per chi è ritenuto colpevole. Valori, pensieri, riflessioni senz’altro frutto anche della sua profonda fede, del suo continuo interrogarsi, da laico, su quel binomio tra fede e diritto sul quale ci ha lasciato parole altrettanto chiare: “Il compito (…) del magistrato è quello di decidere; (…): una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. (…) Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. Il magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale. Entrambi, però, credente e non credente, devono, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia; devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà ed autonomia” (Rosario Livatino – intervento sul tema “Fede e diritto” – Canicattì, 30 aprile 1986).
Tra Canicattì e Agrigento ci sono poco meno di 40 chilometri. Ci si sposta lungo la Strada Statale 640 che collega Caltanissetta alla costa meridionale della Sicilia. Mezz’ora di strada che Rosario percorreva regolarmente per raggiungere il Tribunale. Lo fece anche la mattina del 21 settembre 1990. Senza scorta, a bordo della sua vecchia Ford Fiesta amaranto. All’altezza a del viadotto Gasena – oggi intitolato a lui – la sua auto fu affiancata e speronata da un’altra vettura, da cui furono esplosi alcuni colpi di pistola. Rosario, benché già ferito ad una spalla, tentò una disperata fuga nei campi accanto alla strada. Ma fu inutile. Inseguito dai killer, fu ucciso senza pietà. Aveva appena 38 anni. Sul luogo dell’omicidio giunsero poco dopo i colleghi del Tribunale di Agrigento. Da Palermo arrivarono il Procuratore Pietro Giammanco e l’aggiunto Giovanni Falcone. Da Marsala, il Procuratore Paolo Borsellino. La morte di Rosario fece rumore. E provocò polemiche, anche molto aspre. I colleghi agrigentini Roberto Saieva e Fabio Salomone, pochi giorni dopo l’omicidio, denunciarono le condizioni difficili in cui i magistrati erano costretti a lavorare. I Procuratori di tutta la Sicilia minacciarono le dimissioni in blocco se lo Stato non avesse agito con immediatezza contro quel delitto efferato. Qualcuno parlò delle responsabilità dei superiori di Livatino, della loro inerzia. E poi quelle parole ambigue pronunciate il 10 maggio del 1991 dal Presidente della Repubblica Cossiga sul tabù dei “giudici ragazzini”: “non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza”. Parole rinnegate solo dodici anni più tardi, quando l’ormai ex Presidente chiarì che non si riferiva a Rosario Livatino, definendolo anzi un eroe e un santo.
La vicenda giudiziaria La verità sulla morte del giudice Livatino è passata attraverso tre processi. Il primo, nell’immediatezza dei fatti, fu reso possibile dalle dichiarazioni di un agente di commercio di origini milanesi che passava sul viadotto Gesena per caso e che assistette all’omicidio. Pietro Nava decise coraggiosamente di testimoniare e le sue parole consentirono, già il 7 ottobre del 1990, l’arresto di due ragazzi di 23 anni, Paolo Amico e Domenico Pace. Furono presi nei pressi di Colonia, in Germania, dove ufficialmente facevano i pizzaioli. In realtà erano organici alla Stidda di Palma di Montechiaro. Nel novembre del ’91 furono condannati entrambi all’ergastolo come esecutori materiali del delitto. La collaborazione di Gioacchino Schembri, anch’egli esponente della Stidda di Palma, consentì poi l’apertura di un nuovo processo, il Livatino bis, che portò all’arresto, nel 1993, degli altri membri del gruppo di fuoco: Gateano Puzzangaro (23 anni) Giovanni Avarello (28 anni) e Giuseppe Croce Benvenuto. I primi due furono condannati all’ergastolo. Benvenuto invece decise di collaborare, aprendo la strada al Livatino ter. Il processo, iniziato nel 1997, si è basato sulle dichiarazioni di Benvenuto e di un altro “pentito”, Giovanni Calafato, che hanno indicato i mandanti dell’omicidio nei capi della Stidda di Canicattì e Palma: Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti. Al termine del processo di primo grado, nel 1998, Gallea è stato condannato all’ergastolo. 24 anni per Calafato. Assoluzione per Parla e Montanti. Entrambi sono stati poi condannati all’ergastolo nel settembre del 1990 dalla Corte d’Assise d’appello di Caltanissetta, che ha esteso all’ergastolo anche la condanna di Calafato. Sentenze poi confermate, tra il 2001 e il 2002, anche in Cassazione.
Memoria viva Il 9 maggio del 1993, Giovanni Paolo II, nel suo memorabile discorso dalla Valle dei Templi di Agrigento, definì Rosario Livatino un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. In quello stesso anno, il vescovo di Agrigento Carmelo Ferraro diede mandato di avviare il lavoro di raccolta delle testimonianze per la causa di beatificazione. Il 19 luglio 2011 è arrivata la firma del decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione, che si è aperto ufficialmente il 21 settembre successivo. 45 persone hanno testimoniato sulla vita e la santità del giudice Livatino. Tra loro anche Gaetano Puzzangaro, uno dei quattro killer. Il 6 settembre 2018, l’annuncio della chiusura del processo diocesano e l’invio in Vaticano, alla Congregazione per le cause dei santi, delle 4000 pagine di notizie e testimonianze raccolte. È stato poi Papa Francesco, il 21 dicembre del 2020, ad autorizzare la Congregazione alla promulgazione del decreto riguardante il martirio, aprendo la strada alla beatificazione, avvenuta il 9 maggio 2021 nella Cattedrale di Agrigento. La memoria di Rosario Livatino si celebra il 29 ottobre, nel giorno in cui, trentaseienne, ricevette il sacramento della confermazione. In un processo di memoria laica che rende viva la sua testimonianza di coraggio e impegno, a Rosario sono intitolati i Presidi di Libera a Sanremo, nel Basso Polesine, a Pomezia e a Mogoro, in provincia di Oristano. Portano il suo nome anche due case di accoglienza ad Andria e la Cooperativa Libera Terra di Naro, in provincia di Agrigento. A Rosarno, gli studenti dell’Istituto superiore Raffaele Piria producono un olio intitolato a lui. Nel 1992, Nando dalla Chiesa ha pubblicato il suo “Il giudice ragazzino”, riprendendo polemicamente l’ambigua definizione del Presidente Cossiga. Nella sinossi si legge: “Alla vicenda del magistrato si intreccia la ricostruzione dei casi più clamorosi e delle polemiche più dirompenti che hanno contrapposto, nell’arco del decennio, mafia, società civile e istituzioni, troppo spesso nel segno di un attacco diretto all’attività di quei “giudici ragazzini” mandati a rappresentare lo Stato in prima linea” (Nando dalla Chiesa – Il giudice ragazzino. Storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione, Einaudi 1992).Con lo stesso titolo, “Il giudice ragazzino”, la storia di Rosario è stata raccontata, nel 1994, anche nel film di Alessandro Robilant con Giulio Scarpati. Nel 2006, a sostegno della causa di beatificazione, è stato prodotto il documentario “La luce verticale”. Dieci anni più tardi, nel 2016, è uscito invece il documentario indipendente “Il giudice di Canicattì – Rosario Livatino, il coraggio e la tenacia” curato da Davide Lorenzano e con la voce narrante dello stesso Scarpati, che ha rivelato nuovi episodi di vita e immagini inedite di Rosario (visibile qui). Tra tutto quanto ha scritto e ci ha lasciato in eredità, di lui, uomo di fede e di giustizia, resta in particolare una frase. Poche parole, che graffiano la coscienza e pesano come macigni: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili” (Rosario Livatino).”
Il 23 settembre di 40 anni fa la camorra metteva fine alla vita del giornalista Giancarlo Siani. La vicenda viene raccontata da un film molto ben riuscito: Fortapàsc. Guardarlo gratuitamente su Raiplay potrebbe essere un bel modo per onorarne la memoria. Dal sito LiberaInformazione recupero un articolo con le parole di Paolo Siani, fratello di Giancarlo.
“Era il 1985, avevo da poco terminato il mio turno in ospedale, faceva caldo, era stato un pomeriggio faticoso, ma alle 21,43 del 23 settembre del 1985 all’improvviso la mia vita cambia radicalmente. Non sento più la fatica, nè il caldo, la mia vita si ferma bruscamente, accanto alla Mehari di mio fratello, Giancarlo, colpito a morte dalla mafia. Da quel preciso momento inizia la mia nuova vita, difficile, dura, faticosa. Ho imparato a convivere con il dolore, perché nulla guarisce una tale ferita, una ferita che non cicatrizza mai, resta sempre un pò sanguinante, e basta poco per farla riprendere a sanguinare copiosamente, una foto, un album di famiglia, un libro, una canzone che mi riportano indietro nei miei primi 30 anni, felici, con mio fratello e la mia famiglia. Niente è stato più come prima. Mai avrei immaginato quella sera che dopo 40 anni Giancarlo e i suoi articoli sarebbero stati ricordati in tante città, e in tanti modi, con docufilm, spettacoli teatrali, canzoni, libri, dibattiti. Siamo riusciti attraverso una memoria attiva, fatta di ricordo e di impegno a costruire un ponte tra passato e futuro. Ascoltare le voci dei bambini di una scuola elementare di Oliveto Citra cantare un rap ispirato al libro di Lorenzo Marone, “un ragazzo normale”, e sentirli urlare con forza “Perché, perché, perché, era solo un ragazzo normale”, mi commuove ma nello stesso tempo mi fa comprendere che la storia di Giancarlo è viva e semina del bene. È vero che da un’indagine di alcuni anni fa condotta nelle scuole della Campania i ragazzi mostravano di conoscere i nomi di tutti i personaggi delle fiction sulla camorra, e non quelli delle vittime. Competere con le fiction di maggior successo di questi anni è un’impresa difficile. Ma il lavoro dei familiari delle vittime innocenti, fatto di tanti interventi nelle scuole, nelle piccole comunità darà i suoi frutti. E infatti dopo 40 anni Giancarlo sarà ricordato nei prossimi giorni a Napoli, a Roma, a San Giorgio a Cremano, a Torre Annunziata, a Quarto, a Pomigliano d’Arco, a Castellamare, a San Giuseppe Vesuviano, a Milano, Torino, Ravenna, Latina e a Bruxelles al parlamento europeo. Ma sono certo che tanti insegnanti in tante parti d’Italia il 23 settembre parleranno di lui ai loro alunni. Un ponte tra passato, fatto di morte e sofferenza e futuro che ci auguriamo felice e libero dalle mafie. In fondo dipende solo da noi, dalle nostre scelte, dai nostri comportamenti. Grazie a tutti coloro che con noi hanno seminato ogni giorno in questi lunghi quaranta anni, e a tutti coloro, donne e uomini di buona volontà, che continueranno a farlo. Siete la nostra speranza. E vedrete che prima o poi cadranno nell’oblio i nomi dei mafiosi ma non quelli delle nostre vittime. Siamo certi che i semi di speranza sparsi in questi anni in tanti luoghi, continueranno a germogliare e lo faranno ogni volta che qualcuno sceglierà di ribellarsi al silenzio, di denunciare, di raccontare ciò che vede senza piegarsi al ricatto o alla violenza, che resterà con la schiena dritta e scriverà una notizia pericolosa, ma vera. Accadrà, dovrà accadere, dobbiamo farcela. Chi pensa ancora oggi di far tacere un giornalista che racconta la verità non sa che quella voce continuerà a essere viva attraverso le nostre voci e non si spegnerà. Giancarlo diventi sempre di più il seme che genera un futuro migliore, più giusto, più umano, più felice. È il 2025, settembre, fa caldo, ho terminato il mio turno in ospedale, e mi preparo a parlare ancora di Giancarlo.” Fonte: La Repubblica/Napoli, 16/09/2025
Due giorni fa un’importante operazione antimafia a Palermo. Non mi soffermo sulla cronaca, si può reperire facilmente in rete. Riprendo invece un pezzo di Antonio Maria Mira scritto su Avvenire.
“«Dalla mafia ci si dimette solo con la morte», diceva il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla “stidda” il 21 settembre 1990. Lui parlava e praticava la misericordia anche nei confronti dei criminali, ma conosceva bene la realtà mafiosa e la affrontava con efficacia, tanto da risultare un nemico da abbattere. Dopo 35 anni il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, ha fatto un’affermazione uguale. «Da “Cosa nostra” si esce in due modi: o collaborando con la giustizia o con il fine vita. Altrimenti in “Cosa nostra” si rimane». Lo ha detto commentando ieri il maxi blitz antimafia che ha portato all’arresto di 181 persone. Nulla è cambiato in un quarto di secolo. Ma non ci sono solo i vecchi capi irriducibili, anche dopo decenni in carcere. «Nell’indagine sono coinvolti moltissimi giovani – ha denunciato il procuratore – e su questi dobbiamo essere particolarmente attenti. “Cosa nostra” continua a esercitare il suo fascino in certi ambienti come le borgate in cui i giovani hanno alternative di vita limitate e si identificano in rappresentazioni di potenza di cui ancora gode la mafia». Lo confermano i dati dell’ultimo questionario distribuito lo scorso anno nelle scuole dal Centro studi Pio La Torre. Alla domanda “Lo Stato può battere la mafia?” il 49% dei ragazzi ha risposto “no” e solo il 20% “sì”. Una sfiducia confermata dall’altra domanda, “Tra lo Stato e la mafia chi è più forte?”. Solo il 16% ha risposto “lo Stato”, mentre il 40% “la mafia” e il 26% “entrambi”. E allora ha proprio ragione il procuratore quando afferma che «la lotta alla mafia si fa soprattutto con due strumenti: lo sviluppo della cultura e quello dell’economia. Strumenti che depotenziano gli spazi dove i mafiosi vivono e crescono». Operazioni importanti come quella di ieri, per numeri e per vastità degli affari mafiosi colpiti, dimostrano che magistratura e forze dell’ordine non sono distratte, non mollano la presa, non pensano di aver già vinto. Interventi efficaci ma che, come ci disse anni fa un alto ufficiale dei carabinieri in prima linea, «creano vuoti, poi tocca ad altri riempirli». Invece, lo ha denunciato con forza il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, giustamente presente ieri accanto ai colleghi palermitani, «la questione mafiosa sembra essere ai margini del dibattito pubblico, mentre la questione va collocata al centro, nell’insieme delle politiche pubbliche». Così come si parla poco o nulla di droga, proprio mentre “cosa nostra” è tornata a fare affari con le sostanze stupefacenti, alleandosi con la ‘ndrangheta. Mafia che torna ai vecchi affari ma è capace di usare canali innovativi. Come emerso anche nell’operazione di ieri, nella quale si parla a lungo dell’affare sull’azzardo, scommesse online soprattutto, tema che le istituzioni trattano solo come “mucca da mungere”, trascurando i miliardi che incassano i clan e i disastri provocati a persone e famiglie. “Cosa nostra”, dimostra di essere ancora capace di condizionare territori, economia e politica. Così ecco il ritorno dei comuni siciliani sciolti per infiltrazione mafiosa e i non pochi amministratori locali finiti sotto inchiesta. Mentre sono ancora pochi gli imprenditori che denunciano il “pizzo”: in due anni di indagini sono state scoperte 50 tra estorsioni consumate e tentate, ma solo in pochi casi attraverso le denunce. Non per paura, ma per convenienza, come ha ripetuto nuovamente AddioPizzo. E allora il lavoro dei magistrati palermitani diventa ancora più prezioso e meritevole. Non vanno lasciati da soli, potenziando la procura che manca di ben 14 magistrati ed evitando attacchi e polemiche che delegittimano e fanno solo un favore ai clan mafiosi”.
Il 14 e 17 luglio, nella sezione Atlante di Treccani, è apparsa un’intervista in due parti a Ottavio Sferlazza, ex procuratore della Repubblica di Palmi. Il lavoro porta la firma di Francesco Alì e lo riporto integralmente.
“A ridosso dell’anniversario della strage di via D’Amelio, in cui il 19 luglio 1992 persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), Atlante avvia un percorso fatto di incontri con professionalità ed esperienze che, da angolazioni diverse, hanno dedicato gran parte della loro vita alla responsabile ricerca di legalità, giustizia e democrazia. Attraverso le inchieste, le analisi e i ricordi delle personalità che incontreremo vogliamo offrire un contributo alla comprensione del periodo delle stragi e del fenomeno mafioso, così da dare ai cittadini e soprattutto alle nuove generazioni, ragioni e motivazioni per sostenere la necessità e la convenienza di affrancarsi dalle mafie, che ostacolano crescita, sviluppo, libertà e democrazia in tutto il Paese. Cominciamo questo cammino in compagnia di un magistrato sempre in prima linea, tra Sicilia e Calabria, che porta, con sé (e per gli altri), una grande dote di esperienza professionale e umana accumulata in anni di inchieste, nelle collaborazioni con i giudici che hanno scritto la storia dell’antimafia, nelle storie, anche tragiche, che ha vissuto. È animato da un grande impegno sociale all’insegna della promozione della cultura della democrazia, della Costituzione e della memoria come antidoto per contrastare qualunque forma di illegalità. Si tratta di Ottavio Sferlazza, ex procuratore della Repubblica di Palmi. In precedenza è stato presidente della corte di assise di Caltanissetta e, poi, presidente della sezione GIP-GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) presso lo stesso tribunale; è entrato in magistratura nel 1977. Come sostituto procuratore presso la Procura di Caltanissetta ha diretto le indagini per l’omicidio del giudice Rosario Livatino ed ha sostenuto l’accusa in giudizio contro gli esecutori materiali. Ha presieduto la corte di assise che ha giudicato mandanti ed esecutori materiali della strage di via Pipitone Federico in cui rimase ucciso il consigliere istruttore Rocco Chinnici e dell’omicidio del presidente della corte di assise di Palermo Antonino Saetta e del figlio Stefano. Ha presieduto la corte di assise di Caltanissetta nel dibattimento per la strage di Capaci fino alla astensione, a seguito della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato l’incompatibilità alle funzioni giudicanti per il giudice che si sia occupato della stessa vicenda processuale quale componente del tribunale del riesame. Dagli anni Novanta si dedica ad incontri formativi nelle scuole. In pensione dal 2020, attualmente è presidente del comitato etico di Libera.
31 anni fa le stragi di Capaci e di via D’Amelio: il 23 maggio, gli omicidi di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e, qualche mese più tardi, il 19 luglio, quelli di Borsellino e degli agenti della scorta. Di cosa si occupava in quel periodo? Avete avuto forme di collaborazione?
Ottavio Sferlazza
Ho incontrato Falcone in occasione di incontri di studio o seminari. L’ho sentito intorno al 1982 quando svolgevo le funzioni di giudice istruttore penale presso il tribunale di Trapani per chiedergli notizie su un indiziato mafioso (ancora poco noto) di cui mi stavo occupando, attingendo al suo immenso patrimonio conoscitivo. Ricevetti utili indicazioni sulla personalità, sul suo circuito relazionale e sui legami operativi con personaggi di spicco di Cosa Nostra. Ho conosciuto Borsellino nel 1978; frequentavo l’ufficio istruzione di Palermo quale uditore giudiziario e Paolo fu mio affidatario. Ricordo la sua straordinaria umanità, il rigore morale e l’elevato spessore professionale. Mi è stato maestro di vita oltre che di diritto. Il suo ricordo è indissolubilmente legato a quello di un altro grande magistrato, Rocco Chinnici; il primo giorno in cui iniziai il tirocinio Paolo mi accompagnò nella stanza del Consigliere Istruttore per presentarmelo come capo di quell’ufficio. Il destino mi ha riservato l’onore e l’onere di presiedere, 22 anni dopo, la prima Corte di Assise di Caltanissetta che ha giudicato mandanti ed esecutori materiali della strage in cui rimase ucciso Chinnici, leggendo il dispositivo della sentenza e redigendone integralmente la motivazione. L’ultima volta che vidi Paolo Borsellino fu alla camera ardente di fronte ai feretri delle vittime della strage di Capaci. Ci stringemmo in un forte abbraccio.
Un attentato feroce e vigliacco che ha scosso le istituzioni, l’opinione pubblica, il mondo intero. Eravamo già a pezzi il 23 maggio quando, il 19 luglio, arrivò l’altra tragedia. Tutto questo ha inciso su di lei, sulla sua attività di magistrato e sul suo impegno sociale? Ha mai pensato che fosse tutto inutile?
Ogni anno per me e per i magistrati della mia generazione, queste giornate della memoria, troppe, costituiscono una occasione di forte coinvolgimento emotivo perché la lunghissima scia di sangue che ha accompagnato la nostra carriera ha segnato, inevitabilmente, la nostra vita professionale e personale, avendo contribuito a far maturare sempre più in noi la forte determinazione di onorare, con il quotidiano impegno in difesa della legalità e della democrazia, la memoria di quanti hanno sacrificato la loro vita per difendere questi valori. Ho sempre nutrito una fede incrollabile nel primato della legalità, della giustizia e dell’etica pubblica come presupposti indefettibili di un autentico sistema democratico di diritto. Ai giovani, con i quali ho avuto spesso l’onore di confrontarmi nelle scuole, rivolgo sempre l’augurio e l’invito a vivere da uomini liberi, con la consapevolezza che solo la legalità assicura la democrazia che si conquista e si difende giorno per giorno, anche attraverso una diffusa e costante intransigenza morale nei confronti del potere e il rifiuto dei privilegi. Credo che a Falcone, Borsellino e alle altre vittime del dovere, ci legherà sempre un debito di riconoscenza per avere contribuito con il loro sacrificio alla definitiva acquisizione alla coscienza collettiva della consapevolezza della insufficienza della sola risposta giudiziaria come rimedio risolutivo ed esclusivo del problema del fenomeno mafioso e della necessità, invece, di una crescita culturale della società civile. La enormità stessa della violenza ha prodotto incrinature profonde nel consenso di cui la mafia ha goduto e gode tuttora. Tanto da smentire le disperate e rassegnate parole proferite in un momento di sconforto perfino da Antonino Caponnetto mentre in via D’Amelio, salendo in macchina e stringendo paternamente con le sue mani quella del giornalista che teneva il microfono diceva: «È finito tutto, è finito tutto». Di quelle parole Caponnetto ebbe quasi a scusarsi qualche tempo dopo ammettendo che «aver ceduto a questo momento di debolezza fu un errore enorme». Per questo sono profondamente convinto che il loro sacrificio non è stato vano e che il patrimonio valoriale che ci hanno lasciato ha contribuito a rafforzare la nostra democrazia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Si ricordano nel modo giusto Falcone e Borsellino? Teme che possano essere dimenticati? Cosa bisognerebbe fare per conservarne la memoria nel modo corretto?
Il fenomeno nuovo e più rilevante che si è prodotto dopo le stragi è costituito dalla consapevolezza, ormai acquisita alla coscienza collettiva, che non è possibile contrastare efficacemente una sanguinaria e pericolosissima criminalità organizzata, come la mafia e la ’ndrangheta, senza il coinvolgimento e la mobilitazione della società civile. Da molti anni, pertanto, non riesco a sottrarmi a quello che ormai considero un vero e proprio impegno morale, una forma di ‘militanza politica’ in difesa della dimensione etica della legalità: andare nelle scuole per incontrare gli studenti, non per fare una lezione, ma per una testimonianza ed una parola di speranza nella prospettiva di contribuire alla crescita culturale e politica delle giovani generazioni. In questa prospettiva desidero sottolineare l’importanza della ‘memoria’ che non deve essere solo un momento rievocativo o commemorativo, ma un modo per riscattare storicamente e moralmente quel processo di rimozione collettiva del fenomeno mafioso, ma anche di altri fenomeni, come la shoah, che ci rende tutti colpevoli.
Cose di Cosa nostra, il libro intervista di Marcelle Padovani a Falcone, si chiude con quest’ultima frase del magistrato: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».
Come è noto Giovanni Falcone era un profondo conoscitore del fenomeno mafioso e delle dinamiche, sociali ed istituzionali, che storicamente ne hanno caratterizzano lo sviluppo e le modalità operative. La consapevolezza che spesso la delegittimazione precede l’eliminazione fisica di servitori dello Stato determinati e fedeli alla Costituzione lo indusse a parlare di «menti raffinatissime» all’indomani del fallito attentato dell’Addaura di cui, non dimentichiamolo, fu accusato, o comunque sospettato, addirittura di essere l’ispiratore e l’organizzatore per accrescere la propria immagine di magistrato simbolo.
Proseguiamo il nostro confronto con l’ex procuratore, Ottavio Sferlazza, sui temi della giustizia, partendo da due fatti. Da una parte, Falcone lamentava: «Debbo sempre dare delle prove, fare degli esami… sotto il fuoco incrociato di amici e nemici, anche all’interno della magistratura». Dall’altra parte, i giudici del processo per il depistaggio sulle indagini della strage che uccise il giudice Borsellino e i cinque agenti della scorta, nelle «motivazioni della sentenza del processo a carico di tre poliziotti», scrivono, come riportato dall’Adnkronos, che: «Non è stata Cosa nostra a fare sparire, dopo la strage di via D’Amelio, l’agenda rossa» del giudice. «A meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa Nostra che si aggirano in mezzo alle forze dell’ordine». I giudici così desumono «l’appartenenza istituzionale di chi sottrasse materialmente l’agenda. Solo chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel contesto e per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario e opportuno sottrarre». Proseguono i giudici: «un intervento così invasivo, tempestivo e purtroppo efficace nell’eliminazione di un elemento probatorio così importante per ricostruire il movente dell’eccidio certifica la necessità per soggetti esterni a Cosa Nostra di intervenire per ‘alterare’ il quadro delle investigazioni evitando che si potesse indagare efficacemente sulle matrici non mafiose della strage». L’Adnkronos sottolinea che: «I giudici di Caltanissetta, nelle quasi 1.500 pagine delle motivazioni», hanno parlato anche della «presenza di altri soggetti o gruppi di potere co-interessati all’eliminazione di Borsellino con un ruolo nella ideazione, preparazione ed esecuzione della strage». Quanto alla sparizione dell’agenda rossa, affermano che: «Non sono emersi nuovi elementi. E bacchettano alcuni testimoni che consegnano un quadro per niente chiaro, fatto di insanabili contraddizioni tra le varie versioni rese dai protagonisti della vicenda». Infine, secondo i giudici nisseni, Paolo Borsellino, «si sentì tradito da un soggetto inserito in un contesto istituzionale».
Allora, che cos’è la giustizia?
Non ho mai parlato pubblicamente della vicenda processuale relativa alla scomparsa della ‘agenda rossa’ per il doveroso riserbo derivante dal fatto che me ne sono occupato come giudice delle indagini preliminari presso il tribunale di Caltanissetta. Posso solo dire che, come è noto, rigettai la richiesta di archiviazione e dopo avere ordinato nuove indagini, formulai la cosiddetta imputazione coatta nei confronti di un ufficiale dei carabinieri. In questa sede non voglio aggiungere nulla a quello che ho scritto nei provvedimenti redatti in quella fase processuale se non che, a mio avviso, il quadro probatorio acquisito giustificava ampiamente la celebrazione del dibattimento a carico dell’imputato in omaggio alla funzione dell’udienza preliminare con particolare riferimento, secondo il costante insegnamento della Corte di Cassazione, alla ipotesi in cui il quadro probatorio sia suscettibile di evoluzione, essendo inibito il proscioglimento in tutti i casi in cui gli elementi di prova acquisiti a carico dell’imputato si prestino a valutazioni alternative, aperte o, comunque, tali da poter essere diversamente valutate in dibattimento anche alla luce delle future acquisizioni probatorie. Il quadro probatorio era certamente foriero di ulteriori sviluppi ed evoluzioni anche alla luce delle contraddizioni emerse non solo tra le dichiarazioni rese dai testi escussi, ma anche all’interno di alcune di esse. Sottolineo, inoltre, la gravità del fatto che si sia messa in dubbio la presenza dell’agenda nella borsa di Borsellino avuto riguardo alle incontrovertibili dichiarazioni dei familiari».
La lezione di Falcone e Borsellino, il loro esempio, in che modo possono essere utili per i magistrati e in che modo questi ultimi possono esercitare il loro ruolo fuori dai palazzi di giustizia?
La presenza dei magistrati nelle scuole, per contribuire alla diffusione della cultura della legalità, è importante in una prospettiva di crescita della società civile. Non si tratta certo di sostituirsi ai docenti, ma di contribuire ad esercitare la memoria, a respingere tentativi di negazionismo e per favorire un autentico processo di conoscenza di certi fenomeni che deve diventare a sua volta coscienza critica per contrastare, quotidianamente e culturalmente, il fenomeno mafioso.
Sconfiggeremo mai le mafie?
Sul punto rimane una pietra miliare l’opinione di Falcone sulla evoluzione del fenomeno mafioso destinato ad avere una fine. C’è ancora molto da fare sul piano del contrasto culturale, ma sono profondamente convinto della necessità di onorare quello che considero il testamento spirituale di Borsellino: «Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo». Ritengo che la scuola sia l’unico laboratorio culturale che può concretamente incoraggiare la ricostruzione, la conservazione e la promozione di questa memoria collettiva; che possa favorire in ciascuno di noi la scelta irreversibile in favore di valori e principi in nome dei quali tanti servitori dello Stato e cittadini comuni hanno sacrificato la loro vita e, quindi, la consapevolezza di poter contribuire, ciascuno con il proprio quotidiano impegno in difesa della legalità, alla costruzione di una nuova etica collettiva e pubblica.”
È più di un mese e mezzo che non aggiorno il blog. Mi sono preso una pausa in occasione della settimana santa e del periodo pasquale, mi sono tuffato in impegni di lavoro e in relazioni amicali e famigliari, sono stato a Rimini a un convegno della Erickson sugli adolescenti, ho concluso un corso di friulano (volevo imparare a scriverlo correttamente), sono stato a Roma per una formazione di due giorni organizzata da Libera sulla violenza di genere, e tante altre cose che non sto qui a scrivere.
Ma oggi, anche se adesso la mezzanotte è passata, ci tenevo a scrivere qualcosa. Quest’anno nelle classi quarte abbiamo lavorato sul tema della Mafia e sull’importanza di fare memoria, di condividere memorie. Studentesse e studenti hanno “adottato” una vittima innocente di mafia e hanno provato a raccontarne la storia in prima persona. E poi l’hanno letta in classe. Storie di donne, di bambini, di ragazze, di poliziotti, di giornalisti, di passanti, di carabinieri, di famigliari, di testimoni… Ci siamo emozionati.
Per non far torto a nessuno, però, qui voglio pubblicare parte del lavoro di una scuola lontana dalla nostra realtà, ma molto vicina a quella dei fatti del 23 maggio 1992: il lavoro della Classe III B dell”Istituto Comprensivo “G. Marconi” di Palermo, che ho letto qui. Con la storia di una donna desidero fare memoria anche di Antonio, Giovanni, Rocco e Vito.
Francesca Morvillo. 17:58 Francesca Morvillo; abbiamo parlato di questa donna a scuola oggi. Era la moglie di Giovanni Falcone, l’hanno descritta come una donna coraggiosa, intelligente, insomma una donna che ha lasciato il segno. Ma io fino a ora non ne avevo mai sentito parlare. Sapevo che Falcone aveva una moglie, ma non sapevo chi fosse, come si chiamasse, che aspetto avesse. Finalmente la campanella suonò, e noi ritornammo a casa. Il pranzo fu silenzioso come non mai. Mia madre non mi chiese niente su com’era andata la scuola e nessuno parlava. O forse ero io che non ascoltavo. I miei pensieri erano rivolti solo a Francesca. Finito di pranzare, decisi di fare subito il compito che ci avevano assegnato su di lei. Presi un foglio dal quaderno e cercai di buttare giù qualche idea, ma niente! Passai una mezz’ora davanti a quel foglio bianco a girarmi la penna tra le mani. Niente. La mia mente era vuota. -Intanto quando è nata? – mi chiesi. -14 dicembre 1945. – mi rispose una voce. Mi girai verso la porta, credendo fosse mia madre. Non c’era nessuno. Feci spallucce e riportai lo sguardo al foglio. -E poi è morta nel? – mi chiesi di nuovo ad alta voce. -23 maggio 1992. – Mi girai di nuovo verso la porta, ma non trovai nessuno. C’ero solo io. -D’accordo deliro. È quello che succede quando vai troppo a scuola. – cercai di sdrammatizzare per poi rimettermi a scrivere. Poi riguardai il testo, leggendolo ad alta voce. -“Francesca Morvillo, nata il 14 dicembre 1945 e morta il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci, era la moglie di Giovanni Falcone.” E adesso… credo basti. – mi dissi fra me e me, così feci per posare la penna, ma sentii la stessa voce di prima ridere. -Lo sai che Francesca Morvillo non era solo “la moglie di Falcone”? – mi disse. Rimasi pietrificata. -Troppo studio, sto impazzendo. – la voce rise di nuovo. Era una risata dolce, cristallina. -Tu sai chi è Francesca Morvillo? – mi chiese. Annuii. -La moglie di Falcone? – risposi. -E poi? – il silenzio. La voce rise di nuovo. -Beh, intanto era una donna, un magistrato, una moglie, una vittima della mafia ed ero io.- ero nel bel mezzo di una crisi di nervi. Mi girai di nuovo verso la porta, ma non trovai nessuno. Guardando verso il letto invece trovai una donna, una meravigliosa donna dai capelli biondi e corti, vestita con una giacca color avorio e dei pantaloni larghi dello stesso colore, seduta comodamente sul mio letto. -Vedo cose. Magari dormire quattro ore stanotte non è stata una buona idea… – la donna rise di nuovo. Cercai di non dare troppo peso a quella strana presenza e decisi di fare qualche ricerca fotografica su internet. Guardai un pò di foto di Francesca e poi mi venne un flash. Guardai la foto, poi la donna seduta sul mio letto, poi di nuovo la foto, poi ancora la donna. Continuai così finché non m iniziò a girare la testa. -Sono confusa. – la donna, dopo un istante di silenzio mi sorrise. -E comunque la mia tesina si chiamava “Stato di diritto e misure di sicurezza”. – mi disse, come se mi avesse letto nel pensiero. -Si grazie. Era proprio quello che mi serviva. – dissi, scrivendo la nuova informazione sul foglio davanti a me, le quali righe stavano iniziando a riempirsi. -Francesca Morvillo che lavori ha fatto? – mi chiesi in mente per non farmi sentire da quella donna. -Sono stata Giudice del Tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale per minorenni di Palermo, Consigliere di Corte d’Appello di Palermo e parte della Commissione per il concorso d’accesso alla Magistratura. – mi rispose la donna, o meglio Francesca, sorridendo. -… Non ho capito niente ma ok, ha fatto tanti lavori. – mi stupii di me stessa per aver parlato con una figura creata dalla mia testa. -Ma non sei – cioè non è stata anche insegnante? – lei ci pensò un attimo. -Si, facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ateneo palermitano. Ero insegnante di legislativa nella scuola di specializzazione in Pediatria. E ti prego dammi del “tu” non sopporto più il “lei”. – rispose. -In quanto a Falcone, vi sposaste nel? – non ci pensò un attimo che subito mi rispose. -Maggio 1986, ci sposammo in privato. C’erano solo i testimoni e il sindaco. Mi ricordo ancora tutto in ogni minimo dettaglio.- le si illuminarono gli occhi mentre parlava di tutto quello che era accaduto al matrimonio. Mi raccontò anche del sindaco Orlando, che aveva celebrato le nozze. La pagina piano piano si riempiva sempre di più. -Tu avresti voluto avere un bambino? – le chiesi. Lei abbassò lo sguardo. -Io avrei voluto, ma sapevo che non potevamo. Eravamo troppo impegnati nel nostro lavoro. E poi Giovanni lo diceva “non voglio orfani” perché lui lo sapeva che alla fine si sarebbero liberati di lui. Anzi, di noi. – mi spiegò. Era un tasto dolente, lo capivo. -Com’era la vita sotto scorta? – le chiesi. Si fermò un attimo per pensare. -Orribile. L’unica parola che mi viene in mente, ma era necessario per la nostra sicurezza. Ci siamo persi tante cose della vita, la nostra non era mica una vita come quella di tutti gli altri. Non potevamo andare in luoghi pubblici, tranne il posto di lavoro. Dovevamo sempre spostarci in auto blindate e a prova di proiettile, non potevamo andare al ristorante o a fare una passeggiata sulla spiaggia di Mondello, in piazza, o semplicemente per le vie delle strade per incontrare amici. Non posso dire di avere avuto altri amici oltre la mia famiglia, ma Giovanni… lui aveva Paolo. – sembrava volesse dire altro, ma era come se le parole le rimanessero intrappolate in gola. Rimasi in silenzio per un pò, poi presi fiato. -Francesca, perché non sei scappata? Intendo, sapevi che era molto pericoloso continuare a stare con Giovanni, ma non sei andata via. Eppure lui te lo diceva “vai via, scappa, salvati” ma tu non l’hai ascoltato e a Capaci… – mi fermai. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, il sorriso che aveva tenuto per tutta la conversazione era svanito, lasciando il posto a un flebile e malinconico sorrisetto. -Io ero consapevole dei gravissimi pericoli a cui Giovanni andava incontro, a cui entrambi andavamo incontro, ma non l’avrei lasciato mai da solo. Ho scelto di stare con lui, di sposarlo, di aiutarlo e incoraggiarlo sempre perché lo amavo e sapevo che ne aveva bisogno. E ho deciso io che se fosse morto, sarei morta con lui. In fondo “finché morte non vi separi” giusto? – annuii. Le parole di Francesca erano molto profonde, mi sentii quasi bloccata. -Francesca… cosa è successo esattamente nel ritorno da Roma a Capaci. Era la A29 Palermo – Trapani giusto? E su questo sito dice che “alle ore 17:58, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 1000 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada” è così che è successo? E dice anche che “la prima auto, la Croma marrone, fu investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo. La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza.” E senti questo “Francesca Morvillo, ancora viva dopo l’esplosione, viene trasportata prima all’ospedale Cervello e poi trasferita al Civico, nel reparto di neurochirurgia, dove però muore intorno alle 23 a causa delle gravi lesioni interne riportate.” Quindi è questo che è successo? – Quando incontrai il suo sguardo, mi resi conto di quello che avevo detto e me ne pentii. La sua espressione era seria, o per meglio dire vuota. Feci per scusarmi ma lei mi precedette. -Si è successo proprio quello. Non mi ricordo molto del momento in cui la strada saltò in aria, i miei ricordi sono sfocati. Ricordo solo di avere avuto Giovanni accanto, poi un leggero sibilo e all’improvviso un potente tuono e un forte mal di testa. Dopo di quello non ho più sentito niente. Girava tutto, mi fischiavano le orecchie e vedevo sfocato… poi non sentii più niente. Era come fossi…morta. Ma non fu così; dopo non so neanche io quanto iniziai a sentire delle voci, c’erano persone accanto a me, ne sentivo la presenza. Parlavano di Capaci e di Giovanni. “è morto il Giudice” dicevano. Era morto. Giovanni era morto. Erano morti tutti, li avevano uccisi tutti. Ce l’avevano fatta. Ci avevano eliminati. Quella stessa notte alle 23. – il silenzio. Scrissi le ultime parole. -E poi? Alle 23 sei… hai capito no? Francesca? – nessuna risposta. Forse avevo detto troppo. Mi girai verso il letto. Vuoto. Non c’era nessuno, era come sparita nel nulla così com’era arrivata. Guardai l’orologio; 17:58. Sospirai, un pò delusa, ma contenta di avere almeno potuto parlare con una donna come lei. Me ne sentivo quasi orgogliosa, anche se sapevo non avrei potuto parlarne con nessuno, o mi avrebbero preso per pazza. -Merenda! – chiamò mia madre dalla cucina. Mi alzai posando la penna sulla scrivania e mettendo il foglio ormai pieno al sicuro in un raccoglitore. -Grazie Francesca. – mormorai. Francesca Morvillo. Una donna con i fiocchi e i controfiocchi.
Meno di tre settimane fa inviavo alle mie classi più grandi (quarte e quinte) l’intervista del giornalista friulano Giovanni Taormina all’ex-reggente ‘ndranghetista Luigi Bonaventura. Questa mattina, all’ingresso della sede Rai di Udine, gli è stata recapitata una busta con due proiettili all’interno. Se ci fosse bisogno di un ulteriore segnale che la mafia è presente anche qui…
L’Osservatorio regionale antimafia del Friuli Venezia Giulia ha presentato ieri, 27 marzo, la relazione del 2018. In attesa di leggerla integralmente, pubblico l’articolo di Nicolò Giraldi per Trieste Prima:
“L’infiltrazione mafiosa in Friuli Venezia Giulia è realtà, anche se a mancare ad oggi – perché non disponibile – è proprio il numero dei condannati, in regione, al regime di 416 bis, il carcere “riservato”ai colpevoli per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso. A dirlo è l’Osservatorio Regionale Antimafia che oggi 27 marzo presso la sede del Consiglio regionale a Trieste ha presentato la sua relazione del 2018. Alla conferenza stampa sono intervenuti il presidente del Consiglio del Friuli Venezia Giulia, Pier Mauro Zanin, il presidente dell’ORA Michele Penta e il Governatore Massimiliano Fedriga. “E’ indubbio che ci siano alcuni campanelli d’allarme – ha introdotto Zanin – rispetto alla situazione di un tempo in cui la nostra regione veniva considerata immune alle infiltrazioni mafiose. Oggi non è più così anche perché le mafie utilizzano risorse finanziarie, elusione e un sistema per poi poter avere una finalità precisa, vale a dire l’utilizzo di regioni lontane per fare la lavatrice delle risorse illecite”. Riciclaggio, droga, armi e prostituzione Le mafie riciclano al nord i soldi che arrivano dal traffico d’armi, dallo sfruttamento delle condizioni personali, dalla droga e da molte altre attività illegali. I meccanismi di inserimento della malavita nei processi che riguardano l’uso delle risorse pubbliche sono sottili e per questo le amministrazioni dovrebbero lavorare molto di più di ciò che viene fatto ad oggi, nella turnazione dei propri dipendenti. Il lavoro basato sulle relazioni antimafia Michele Penta ha poi illustrato i dati della relazione 2018. “Abbiamo letto centinaia di migliaia di pagine. Da quelle derivanti dalla Direzione Investigativa Antimafia fino a quelle delle commissioni parlamentari. Sembravamo immuni ma, come cambiano le società, cambiano i metodi mafiosi. Dal 2014 si è infatti scatenata un’escalation di notizie relative alle infiltrazioni mafiose”. Nato il 5 febbraio del 2017, il compito dell’Osservatorio è “fotografare la realtà della consistenza del fenomeno criminale di stampo mafioso, sia esso riconducibile ad ambienti di camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita, più quello che localmente viene a determinarsi” ha continuato Penta. “Oggi sul panorama territoriale esiste una mafia locale e tante piccole mafie, che adottano il metodo mafioso“. Il metodo mafioso: si corrompe e si minaccia Il sistema utilizzato è è quello delle scatole cinesi e trova nel riciclaggio di denaro sporco la sua ragion d’essere. “Il riciclaggio – secondo l’Osservatorio – si fa anche con la Slovenia e la Croazia. La criminalità si arricchisce attraverso il traffico di droga e armi, un’enorme quantità di denaro che usa in attività lecite, in realtà ha una provenienza illegale”. “Prima si corrompe, si minaccia la persona in questione, poi la famiglia per poi arrivare, nel caso la mafia non raggiunga il suo scopo, a conseguenze anche molto pesanti. Quando la persona minacciata chiede il trasferimento e viene spostato, allora la criminalità organizzata ha raggiunto il suo scopo. Nessun caso di usura e “pizzo” La difficoltà più grande per gli investigatori è quella di arrivare a determinare l’esatto meccanismo delle attività criminali. I reati per riciclaggio sono in misura più alta rispetto agli altri. L’attenzione sugli appalti e sui sub-appalti è costante, come d’altronde anche quella sulle forme di contrattualistica, i grandi traffici, i trasporti, i porti e molto altro. “Non si sono verificati – non sono stati oggetto di indagine o di condanna – episodi di usura o pizzo” sempre secondo l’ORA. Individuano le società e le acquisiscono “Un efficace metodo di infiltrazione – secondo l’ORA – si basa sull’individuazione di società alle prese con problemi finanziari e vengono aggiunti capitali. Si crea debito e alla fine si acquisiscono”. Ciò che serve è “un programma di formazione anche per gli addetti degli uffici pubblici, dove deve essere sempre consentita una formazione più elevata. La turnazione del personale può essere facilmente gestita da comuni come Trieste o Udine, mentre per i medi o piccoli enti locali tutto ciò diventa molto difficile. “Non possiamo dormire sonni tranquilli” Il Governatore Fedriga è intervenuto nella conferenza stampa. “Motivo di soddisfazione è rappresentato dall’esserci mossi con anticipo rispetto ad una situazione preoccupante, sempre se paragonata ad altre regioni. L’Osservatorio è fondamentale come termine dissuasivo agli interessi della malavita sul territorio”. “Il successo – ha concluso Fedriga – è quello di andare a colpire chi commette i reati, ma anche e soprattutto che non si verifichino situazioni delittuose. Dobbiamo tutelare la nostra comunità”. Secondo l’Osservatorio Regionale Anitmafia tuttavia “non possiamo dormire sonni tranquilli”.
“TRIESTE – Non siamo una regione con presenza di criminalità organizzata e di stampo mafioso forte come quella che si registra in Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, ma non possiamo dormire ‘sonni tranquilli’ neppure qua. Dal 2014, c’è stata una escalation di fenomeni legati alle associazioni criminali nazionali e non da meno locali. È come se quel sistema sociale chiuso che caratterizzava il Friuli Venezia Giulia fosse venuto meno nella sua funzione di isolamento, che in questo caso significava protezione. La relazione È quanto è stato evidenziato e che emerge dalla prima relazione annuale dell’Osservatorio regionale antimafia, istituito ai sensi della legge regionale 21/2017 ‘per il contrasto e la prevenzione dei fenomeni di criminalità organizzata e di stampo mafioso’. Il comitato è costituito da cinque componenti, nominati dal consiglio regionale il 22 novembre 2017 e prorogati sino ad aprile 2020. Si tratta di un organismo istituito in molte regioni d’Italia ma non in tutte, è stato fatto presente a sottolineare come il consiglio regionale del Fvg, a cui l’Osservatorio fa diretto riferimento, sia in prima linea in questo aspetto offrendo un deterrente all’insediamento delle organizzazioni malavitose nel nostro territorio. Diversi i settori in cui la criminalità organizzata si è infiltrata in Fvg, a cominciare da quello del riciclaggio del denaro sporco per passare agli appalti e soprattutto ai subappalti, ai grandi traffici e ai trasporti, attraverso soggetti locali compiacenti ma anche stranieri, in particolare dell’Est Europa. Le indagini Dall’Osservatorio è poi stato esposto un elenco delle evidenze investigative e giudiziarie più significative degli ultimi 20 anni: come i provvedimenti cautelari eseguiti nei confronti di alcuni componenti della famiglia Emmanuello di Gela, attivi nell’esecuzione di opere edili nel comune di Aviano; le indagini sull’insediamento di alcuni esponenti della camorra presso il mercato di Tarvisio; la confisca di beni a Pordenone, Aviano e Tavagnacco all’imprenditore edile palermitano Pecora e a componenti della famiglia Graziano; il sequestro della Sermac di Budoia, risultata di proprietà di un gruppo criminale comprendente esponenti della camorra, della ndrangheta e del clan Casamonica; l’indagine a Monfalcone sulla presenza di un clan della ndrangheta di origine crotonese con a capo Giuseppe Iona, attivo nel settore del traffico di stupefacenti e armi; l’indagine, avviata dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo, sui tentativi di infiltrazione di un imprenditore palermitano legato a ‘Cosa nostra’ e operante a Monfalcone; l’indagine sulla presenza della camorra al Porto di Trieste, con l’arresto dei vertici della società ‘Depositi Costieri’ e molte altre ancora, che hanno coinvolto il territorio regionale sino ad oggi. Come si evince da tale sintetica panoramica – è riportato nella relazione – non si può più parlare di tentativi di infiltrazione, né di sporadiche incursioni criminali in alcuni settori economico-produttivi, bensì di un consolidamento strutturato e radicato in alcuni specifici ambiti, quali quello del riciclaggio, accresciutosi negli anni. Come prevenire Ma l’allarme che tale situazione oggi determina, peraltro ancora da taluni sottovalutato, non è certo di quest’ultimo periodo o di un passato recente, è un allarme lanciato ben trenta anni fa dell’allora procuratore della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino. Due i livelli su cui intervenire – è stato spiegato -, creando una rete di relazioni: da una parte supportare gli enti locali, in particolare i piccoli Comuni, meno strutturati rispetto agli altri ma dove il sindaco svolge una funzione preminente di sentinella e osservatore privilegiato di ogni novità, dall’altra operare con le scuole attraverso l’informazione ma anche la formazione. Che questa sia la via è stato confermato dall’Associazione nazionale comuni italiani e dall’Ufficio scolastico regionale durante la presentazione della relazione annuale 2018-2019 dell’Osservatorio, che si è scelto di rendere pubblica ogni 21 marzo in occasione della ‘Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’. Riciclaggio, dunque, con denaro proveniente da droga e armi che viene ‘ripulito’ con attività lecite, le quali però finanziano altre attività illegali, secondo un sistema che si rinnova ogni volta. E poi l’infiltrazione nelle società ‘decotte’, ovvero in difficoltà economica, che vengono fatte fallire e poi acquisite per finalità indebite. E ancora la corruzione, attraverso le minacce prima alla persona poi alla sua famiglia. Il colloquio con il territorio deve essere costante – avverte l’Osservatorio – per la capacità camaleontica che hanno le organizzazioni criminali di mutare una volta scoperte, e di re-infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico del luogo. Siamo i primi interessati a collaborare con l’Osservatorio antimafia – ha detto l’Anci – come amministratori ma anche come operatori e professionisti. La scuola già opera con le forze di polizia – ha aggiunto l’ufficio scolastico – con progetti per la legalità economica: l’auspicio è raccordare le azioni soprattutto per la prevenzione, che qui è strategica. Non si tratta solo di proteggerci da appalti truccati che creano riciclaggio – ha chiosato la giunta regionale -, ma tutelare la sicurezza dei nostri cittadini, perché un appalto truccato vuol dire anche utilizzo di materiali scadenti o contraffatti.”
Infine, questo è l’intervento del coordinatore Michele Penta ai microfoni del TG3 lo scorso 22 marzo.
Sono passati esattamente quindici anni da quando, in una sparatoria tra clan a Forcella, veniva uccisa per errore una ragazzina di 14 anni, Annalisa Durante. Il suo nome è stato dato ad una biblioteca in uno dei rioni di Napoli. Ne scrive su L’Espresso Anna Dichiarante.
“Quindici anni fa, a Forcella, certe cose erano impensabili. Un pianoforte lasciato a disposizione dei passanti, la biblioteca, il murales di Jorit con il ritratto di un san Gennaro che santo non è, perché quel volto è di un giovane operaio e non del patrono della città. La sintesi di Napoli: mistica, viscerale, popolare. Quindici anni fa, in questo rione nel centro storico del capoluogo campano, i proiettili della camorra uccidevano Annalisa Durante.
Era la sera del 27 marzo 2004, quando, in via Vicaria vecchia, Annalisa, 14 anni, si ritrovò in mezzo a una sparatoria tra i clan rivali dei Giuliano e dei Mazzarella. Era scesa sotto casa per chiacchierare con le amiche e fu colpita per errore. Anche se coprirsi la fuga sparando per strada, tra la gente, non può essere considerato un errore. Annalisa divenne “scudo” di Salvatore Giuliano, rampollo della dinastia criminale che a Forcella ha dominato a lungo: il boss, all’epoca diciannovenne, impugnò le armi per difendersi da un agguato tesogli dal gruppo di fuoco di Vincenzo Mazzarella e centrò lei. La ragazza morì in ospedale nei giorni successivi. Per l’omicidio, Giuliano è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione. Vittima e assassino si conoscevano, perché in quell’intrico di vicoli tutti si conoscono. E lì, per rabbia e per amore, la famiglia di Annalisa è rimasta. Nonostante le minacce ricevute per aver esortato gli abitanti del rione a testimoniare contro i boss, suo padre Giovanni ha iniziato a darsi da fare per rendere Forcella un posto migliore. Una sfida per resistere al dolore, per dare un senso alla propria esistenza e per realizzare il desiderio della figlia di vedere un giorno Forcella «bella come gli altri quartieri». «Questi anni sono stati una battaglia. Allora, più della metà del quartiere stava con i camorristi, ma adesso il settanta per cento sta dalla mia parte. Chi avrebbe mai pensato che grazie ad Annalisa si sarebbe riusciti a fare tanto?», dice Giovanni, indicando intorno a sé gli scaffali con i libri della biblioteca che porta il nome di sua figlia. Nell’angolo c’è uno scatolone con gli ultimi cento donati da una scuola di Brescia. Sono molte, infatti, le classi che vengono in visita. Fuori qualcuno suona il pianoforte regalato da una storica azienda napoletana: serve per i concerti e i laboratori musicali, poi viene lasciato sotto il portico e chi passa può usarlo. Vicino al piano, c’è una casetta di legno con i libri che possono essere presi liberamente. Ovunque ci sono foto con luoghi e personaggi della tradizione napoletana. Poi, una parete con l’elenco, interminabile, delle vittime innocenti della criminalità organizzata in Campania. Giovanni trova sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui parlare; i suoi occhi inseguono continuamente nuove idee. Al suo fianco c’è Pino Perna, presidente dell’associazione fondata nel 2005 in memoria di Annalisa. Pino cerca di attuare tutti i progetti del signor Durante, perché «dirgli di no è impossibile».
Questa biblioteca, aperta nel 2015 e ospitata in uno spazio comunale a pochi passi dal punto in cui la quattordicenne fu uccisa, è il loro orgoglio. Ci sono quasi seimila volumi di vario genere, catalogati e inseriti nel circuito del sistema bibliotecario nazionale. «Ogni libro ci è stato regalato. Hanno cominciato ad arrivarcene da tutta Italia dopo l’omicidio di Annalisa. E qui la ricordiamo nel giorno del quindicesimo anniversario dalla sua morte», spiega Perna. Giovanni racconta che a dargli l’idea della biblioteca fu un napoletano emigrato in Australia: «Lo incontrai per caso, mi lasciò un libro e mi spronò a intraprendere quest’impresa». In realtà, il signor Durante aveva da sempre chiaro che la rinascita di Forcella, e delle altre aree soffocate dal controllo criminale, sarebbe dovuta passare dalla cultura. È quella, dice lui, che «salva le anime». Così, dopo la morte della figlia, iniziò a pungolare le istituzioni perché dessero un segnale, cominciando da uno dei posti più brutti del rione: un ex cinema di proprietà privata, ormai abbandonato e ridotto a discarica, proprio in via Vicaria vecchia. La Regione acquistò il palazzo, lo riqualificò e lo assegnò al Comune. Piano piano, grazie al lavoro dell’associazione “Annalisa Durante” e di altre realtà locali del terzo settore, sono partite le attività culturali e ricreative per bambini e ragazzi. Poi i libri, le mille iniziative per incentivare la lettura, il giornalino scritto dai giovani del quartiere, lo studio per scoprire le origini storiche di Napoli condotto insieme a un liceo del Torinese, l’allestimento di mostre e spettacoli teatrali. Nel 2006, all’interno della scuola comunale che si trova vicino alla biblioteca e che è stata a sua volta intitolata ad Annalisa, l’associazione ha aperto una ludoteca. «Nel 2011, però, abbiamo dovuto chiuderla – dice Pino – senza finanziamenti pubblici, non potevamo più pagare gli operatori». Grazie a una raccolta solidale di fondi e ai volontari del servizio civile, nel 2016 c’è stata la riapertura. A fare da custode alla sala con i giochi, tutti regalati, è il nonno materno di Annalisa. «All’inizio, alle nostre attività non veniva nessuno – continua Pino – la gente non si fidava o temeva di inimicarsi il clan frequentandole. Abbiamo dovuto dimostrare di essere credibili, di offrire servizi alla comunità. Perciò abbiamo puntato sui bimbi. Le mamme li lasciavano qui senza entrare, imparando che su di noi potevano contare». Una fiducia guadagnata a fatica, cercando di attirare le persone, una a una, in un quartiere martoriato dal degrado sociale ed economico. «Adesso del centro di Napoli si parla per le scorribande delle “baby paranze”. Sono proprio questi giovani “malamente” che vado a cercare, sono loro che hanno bisogno di essere strappati alla camorra e alla miseria. La mia sfida è portarli qui. Il coraggio per entrare, qualcuno lo sta trovando», s’infervora Giovanni, mischiando italiano e dialetto. Poi guarda Pino per un cenno di conferma: sì, ora a Forcella il coraggio per denunciare le intimidazioni e le estorsioni dei clan qualcuno inizia ad averlo. Il prossimo passo è portare le iniziative all’esterno, in mezzo alla gente. Come con la sfilata di carnevale del Comune, con la ciclo-officina gratuita, con il book crossing. E la partecipazione cresce. Agli incontri in biblioteca, Giovanni sistema le sedie in cerchio, ma lascia sempre un punto vuoto per poter aggiungere una sedia. «Il problema è che le istituzioni, invece di aiutarci, si dimenticano di noi, ci stritolano con la burocrazia – lamenta – l’ho detto pure al premier Giuseppe Conte, quand’è venuto qui. E gli ho chiesto perché Forcella non può essere ogni giorno come l’hanno fatta trovare a lui, pulita, senza cataste di motorini sui marciapiedi, senza bancarelle abusive dappertutto». L’obiettivo è sfruttare ogni moto delle coscienze e anche il boom turistico che Napoli sta vivendo. «Ci sono problemi eterni in questo rione – dice Perna – il contrabbando di sigarette come negli anni Settanta, gli edifici puntellati dal terremoto del 1980… Servono politiche integrate e continuative di sviluppo, non spot o interventi una tantum. Serve sinergia tra le organizzazioni di volontariato del territorio, soprattutto adesso che nuove idee stanno prendendo forma. E occorre portare i turisti anche qui. Finora si sono fermati a via Duomo, la strada che conduce alla cattedrale di Napoli e che segna il limite tra il centro storico, pieno di attrazioni famose nel mondo, e questo quartiere disgraziato, su cui sono fioriti pregiudizi». Per questo, Perna collabora anche con Legambiente e Slow Food: «Abbiamo poi creato “Zona Ntl – Napoli turismo e legalità”, una mappa dei siti di interesse storico-archeologico di Forcella collegata a un’app per raggiungere ovunque i potenziali turisti. Il rione è pieno di tesori, ma alcuni sono inaccessibili e trascurati, vanno recuperati. Sulla nostra cartina, inoltre, sono indicati bar e ristoranti dove trovare le eccellenze locali. Bisogna sostenere gli sforzi di chi vuole trasformare Forcella in un polo turistico di qualità». Giovanni, intanto, pensa già ai progetti futuri. Vuole aprire una piccola sezione della biblioteca all’interno del carcere di Poggioreale. «Ci vorrebbe una stanza, magari un po’ colorata, dove i detenuti possano trovare libri selezionati per loro, letture che possano farli riflettere e indurli a cambiare», spiega. Ma il sogno del signor Durante è di incontrare papa Francesco. Pino si sta facendo in quattro per riuscire ad accontentarlo. «Sai cosa vorrei chiedergli? – dice Giovanni, stringendo il braccio dell’amico – di lanciare un appello per aiutarmi a trovare le cinque persone che hanno ricevuto gli organi di mia figlia». Quando Annalisa morì, infatti, i suoi genitori autorizzarono la donazione, ma la legge non consente di conoscere l’identità dei destinatari del trapianto. «Il mio ultimo desiderio – conclude Giovanni – è poterli abbracciare. Nient’altro. Ma mi basterebbe anche solo un biglietto anonimo, per sapere se stanno bene. Per sapere che sono vivi e che Annalisa lo è insieme a loro».
L’auto di Chiara Natoli, attivista di Libera (fonte)
Avevo letto la notizia di sfuggita sui social e mi ero ripromesso di approfondirla e riprenderla. Pubblico allora l’articolo che Paolo Borrometi ha pubblicato sul suo blog e rimando a Palermo Today per altre notizie e commenti.
“Giovedì, il giorno della memoria organizzato da Libera, Palermo si è svegliata con il volto di Chiara Natoli, attivista dell’associazione di don Ciotti, che su Rai 3 diceva: “Ricordare le vittime della mafia vuol dire impegnarsi concretamente per i diritti e la giustizia sociale”. Due giorni dopo, in piena notte, ignoti hanno bruciato l’auto della Natoli, parcheggiata sotto casa. Lo riporta il quotidiano La Repubblica, che sottolinea come chi ha distrutto la macchina della donna ha agito, quasi come una sfida, a pochi passi dalla caserma della Guardia di finanza che si trova nel popolare quartiere del Borgo Vecchio, di fronte al porto. “Una sfida per tutti noi commenta don Luigi Ciotti ma noi siamo molti di più. Giovedì, c’erano quasi ventimila studenti nel centro di Palermo, mentre venivano letti i nomi delle 1.011 vittime della mafia”. “Lei lavora ogni giorno nei quartieri più difficili della città racconta don Luigi si dà un gran da fare in maniera concreta”. Chiara Natoli, 31 anni, racconta: “Una cosa che colpisce, ma Palermo è cambiata vedo una grande voglia di partecipazione. E ce lo siamo ripetuti il giorno del ricordo, non si può delegare l’impegno contro la mafia a magistratura e forze dell’ordine”. Ora, la polizia cerca due giovani per il raid contro la referente di Libera: in un video, estratto da una telecamera della zona, si vedono di spalle mentre vanno a colpo sicuro. “E’ stata lanciata sfida a tutti noi ma noi siamo molti di più. Il 21 marzo a Palermo, per la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, eravamo 20.000: una primavera di rinascita e impegno che ci ha unito in modo ancor più forte al resto d’Italia, nel nostro percorso quotidiano di contrasto alle mafie, insieme a tanti, nel nostro Paese”. Lo dichiara il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, in merito all’intimidazione a danno dell’attivista Chiara Natoli, che si è vista dare alle fiamme l’auto nella notte tra venerdì e sabato. “In attesa di indagini e verifiche per comprendere l’accaduto – sottolinea don Ciotti – se dovesse essere confermato che è un atto contro di noi, ribadiamo la nostra volontà di non arretrare e proseguire il percorso di impegno e cambiamento intrapreso”. Mentre la stessa Chiara Natoli ringrazia tutti “per la vicinanza e il sostegno. Le indagini sono in corso – prosegue – e nutro massima fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e della magistratura che si stanno adoperando per individuare i responsabili. In particolare ringrazio la Prefetta che sin dalle prime ore mi ha espresso personalmente la vicinanza dello Stato. In attesa delle verifiche ribadisco che quelle fiamme non erano rivolte solo a me, ma colpiscono tutta Libera e i tantissimi che il 21 marzo sono stati con noi in piazza. Un Noi che a Palermo e in Sicilia sta facendo rifiorire una nuova primavera. Una primavera che nessuna incendio, nessuna intimidazione può fermare”. “La Fondazione Caponnetto esprime la propria totale solidarietà e vicinanza a Chiara Natoli di Libera per il vile attentato incendiario subito. Uniti contro la mafia sempre e comunque ed oggi ancor di più”. Lo dichiarano il Presidente della Fondazione Caponnetto, Salvatore Calleri e la responsabile siciliana, Giusi Badalamenti, in merito all’intimidazione a danno dell’attivista Chiara Natoli, che si è vista dare alle fiamme l’auto nella notte tra venerdì e sabato.”
25 anni fa la Camorra uccise don Peppe Diana . “Nel 1991, il giorno di Natale, don Peppe Diana aveva diffuso uno scritto, letto in tutte le chiese della zona, intitolato “Per amore del mio popolo”. Era un manifesto che annunciava, a voce alta, l’impegno contro la criminalità organizzata, definita una forma di terrorismo che provava a diventare componente endemica della società. Parole ed impegno che gli sono costati cari. Il 19 marzo del 1994, giorno anche suo onomastico, Don Peppe Diana venne freddato nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, mentre stava per celebrare la messa. Il parroco morì all’istante, colpito da cinque proiettili: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo” (da Rainews24).
Con queste parole lo ricorda don Luigi Ciotti: “25 anni. Non c’è stato un giorno, in questo quarto di secolo, in cui non abbiamo sentito la presenza di don Peppe Diana attraverso l’impegno di chi, con tenacia e spesso coraggio – essendo un impegno, ahinoi, ancora troppo controcorrente – cerca non solo di “seguire” il Vangelo ma di viverlo, di tradurlo in scelte, atti e comportamenti, dentro e fuori dalla Chiesa. Ma se c’è stato un giorno in cui don Diana lo abbiamo sentito non solo presente, ma vivo, è stato il 21 marzo del 2014 nella Chiesa di San Gregorio a Roma, alla vigilia della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che si svolse quell’anno a Latina. Quel giorno, a San Gregorio, Papa Francesco incontrò un migliaio di famigliari delle vittime, tra cui quelli di don Diana e don Pino Puglisi. E al momento della benedizione, appoggiai con commozione sulle spalle del Papa la stola di don Peppe. Francesco parlò ai famigliari con grande trasporto, ringraziandoli per la loro quotidiana testimonianza, per la scelta difficile di non chiudersi ma di trasformare vuoti tanto strazianti in impegno per la giustizia. E poi si rivolse a quelli che definì i “grandi assenti”, gli uomini e le donne della mafia, esortandoli “in ginocchio”, a una conversione: il potere e il denaro che accumulate è sporco di sangue, sottolineò, e non potrete portarlo nell’altra vita. Don Peppe quel giorno era vivo nelle parole e nello slancio di un Papa che incarnava la Chiesa che Peppe aveva sognato e per la quale aveva messo in gioco la sua vita, una Chiesa che non si limita appunto a predicare il Vangelo ma lo vive, facendone un concreto strumento di liberazione e di giustizia a partire da questa Terra. Ecco perché oggi, a 25 anni dal suo assassinio, è essenziale non limitarsi a ricordare: bisogna fare del ricordo un pungolo di coscienza, una memoria viva. E un grande stimolo ci viene, in questo frangente in cui la sacra parola “popolo” rischia di diventare un concetto ambiguo, strumentale, una foglia di fico alla sete di potere dei “populisti”, proprio il documento “Per amore del mio popolo non tacerò”, che don Peppe scrisse e pubblicò insieme ai sacerdoti della Foranìa di Casal di Principe nel Natale del 1991, pochi mesi prima delle stragi di mafia, di quella storia di immane violenza che la mattina del 19 marzo 1994 uccise il corpo ma non lo spirito di quel giovane, scomodo prete che si apprestava a celebrare la Messa. Colpisce, di quel testo, la profezia e la profondità di sguardo. Don Peppe non si limita a denunciare il male, ma ne mette in luce il legame con un più generale vuoto di coscienza e di civiltà. C’è la descrizione puntuale della mafia camorristica, il suo evolversi già come mafia imprenditoriale, mafia non solo delle armi, ma della tangente e dell’appalto. Ci sono le responsabilità politiche, i vuoti amministrativi e istituzionali, la burocrazia, il clientelismo, il dilagare della corruzione. C’è l’invito alla Chiesa a “farsi più tagliente e meno neutrale”, più coerente con “la prima beatitudine del Vangelo che è la povertà”, in quanto “distacco dal superfluo, da ogni ambiguo compromesso e privilegio”. Ci sono insomma le indicazioni essenziali per costruire comunità in cui tutti contribuiscano alla libertà e dignità di ciascuno. Per ricordare don Diana è allora importante meditare sulle sue parole, ma occorre anche trasformare la meditazione in azione, occorre fare del suo messaggio il nostro impegno, la nostra credibile testimonianza di vita.” (Famiglia Cristiana 17/03/2019, reperito su Libera).
Ricordo un vecchio cartone animato dal titolo “Siamo fatti così”. Sostanzialmente spiegava com’è fatto il corpo umano. Mi è tornato in mente dopo aver ascoltato Arianna Zottarel, ricercatrice universitaria e autrice del libro “La mafia del Brenta. La storia di Felice Maniero e del Veneto che si credeva innocente”. Nel suo intervento del 2 febbraio scorso a Trieste ha parlato della mafia del Brenta e soprattutto della considerazione sociale intorno a tale vicenda. Trovo utili le sue parole in preparazione all’incontro di domani mattina tra gli studenti delle scuole di Udine e don Luigi Ciotti di Libera.
“Il punto da cui sono partita è stato quello di vedere la mafia del Brenta come un fenomeno che porta con sé tutta una storia di negazionismo, minimizzazione e sottovalutazione del fenomeno mafioso in Veneto. Questi processi su più fronti in realtà hanno sempre interessato il Veneto, così come altre regioni del nord-Italia, non sempre per complicità ma anche per problemi dovuti alla scarsa conoscenza del fenomeno o per le poche grandi operazioni della Magistratura che non hanno scosso il territorio veneto come hanno fatto in altre realtà. E quando pure lo hanno fatto, l’atteggiamento spontaneo è stato quello, un po’, di un’autocensura sociale e spesso anche giornalistica, di una minimizzazione da parte delle Istituzioni proprio perché c’era questo atteggiamento di voler tutelare l’immagine del territorio: un Veneto del turismo, un Veneto dell’impresa, un Veneto che sicuramente non si voleva associare alla parola mafia. Invece, nonostante risulti quasi sempre fanalino di coda in tema di criminalità organizzata, in realtà il Veneto è stato una regione a non tradizionale presenza mafiosa in cui è cresciuta e si è sviluppata una mafia autoctona. Questa storia si è anche andata velocemente dimenticando e non si è costruita molta teoria come è stato per le altre organizzazioni. La mafia del Brenta ha operato soprattutto a Padova, nelle provincie di Padova e di Venezia, dalla metà degli anni ‘70 alla metà degli anni ‘90, ed è un’organizzazione che ha dei connotati molto diversi da quelli che conosciamo delle altre organizzazioni tradizionali, proprio perché è stata influenzata dagli aspetti politici, economici, sociali, culturali e criminali di quegli anni. Parliamo pertanto di un nuovo insediamento mafioso: non è il risultato di un processo di esportazione o di colonizzazione. Le caratteristiche sono diverse, a partire dalla sua struttura organizzativa: mentre Cosa Nostra e ‘Ndrangheta hanno struttura unitaria, verticistica e gerarchizzata e la Camorra tende ad avere una struttura più ad arcipelago e polverizzata, la mafia del Brenta non ha dei modelli da tramandare, non ha un’eredità né una storia. Nasce per delinquere e ha assunto la forma organizzativa più congeniale ai suoi scopi: un network, una rete, egocentrata sulla figura di Felice Maniero, leader del gruppo. Ciò le permetteva di essere molto flessibile, molto veloce e di far entrare nella rete diverse abilità criminali che consentivano di mantenere l’autonomia, fondamentale in una realtà che vedeva presenti più cellule criminali sul territorio. Beneficiando del capitale sociale prodotto da questa rete, si è creata una grande zona grigia ed è emerso il grande potere corruttivo di questa organizzazione: medici, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine si sono messi a servizio dell’organizzazione permettendole di godere di ottima salute e di proseguire nei propri progetti criminali. Penso che senza questa forza corruttiva, senza questa fitta rete di corruzione, l’organizzazione sarebbe rimasta in uno stato embrionale: dei rapinatori organizzati aspiranti mafiosi, più che mafiosi in senso stretto. E’ poi sicuramente importante valutare il contesto per capire l’organizzazione. Nei 15 anni di vita si sono passate 3 pagine fondamentali:
da metà a fine anni ‘70: criminalità minore con ristretto gruppo di aderenti dediti soprattutto alla rapina e all’organizzazione del gioco d’azzardo clandestino. Va considerata più come una pagina di banditismo
1980-1984: criminalità emergente, aumento della quantità, formazione di un capitale economico molto importante proveniente da varie attività illecite
1984-1994: criminalità consolidata e solida, riconosciuta, aumentata nel suo network sia a livello quantitativo ma anche qualitativo; diversificazione delle attività (dal traffico di stupefacenti al traffico d’armi)
La storia della mafia del Brenta ci mostra anche la storia del successo della Magistratura proprio perché non è facile imputare un’organizzazione di 416 bis in una regione di non tradizionale presenza mafiosa, a maggior ragione quando si tratta poi di una mafia autoctona. Per i giudici questa era sicuramente un’organizzazione mafiosa, autoctona e autonoma nei suoi comportamenti, nella sua vocazione criminale e anche nella sua composizione. “Mafiosi dell’ultima ora” così si definiva Felice Maniero parlando di se stesso e della sua organizzazione: mafioso perché sicuramente capace di avvalersi della forza di intimidazione e di assoggettamento, di omertà, e di un capillare controllo del territorio; mafioso perché capace di instaurare rapporti di dipendenza personale, di usare la violenza come suprema regolazione dei conflitti, di stringere alcuni legami con la politica (meno in Italia e più all’estero). Eppure, spesso, quando si parla di mafia del Brenta, la si chiama “mala”; spesso si pensa che sia un’opinione pensare che questa sia mafia, invece c’è una sentenza di cassazione che determina questo. E’ molto importante porre questo accento perché per molto tempo, negando l’esistenza di una mafia, si è negato tutto un apparato che esisteva e che non si è andati a guardare, così come si sono negate anche le vittime innocenti, a partire da Cristina Pavesi, studentessa universitaria di 22 anni uccisa durante una rapina. Per molto tempo, non riconoscendo questa organizzazione come mafiosa, non si sono riconosciute neanche le vittime. E’ pertanto importante sottolineare questo aspetto per fare memoria, ma anche per altri due motivi: 1. l’organizzazione si è posta come agente di trasformazione sociale nella sua regione, cambiando le dinamiche, modificando gli assetti e aprendo una stagione di interessi importanti mafiosi verso il nord-est (si sono verificati dei vuoti e quando c’è un vuoto nel mondo del crimine viene immediatamente riempito); 2. nonostante l’organizzazione sia finita da tanti anni, esiste ancora un forte conflitto culturale che emerge proprio dalla percezione del fenomeno. Nei luoghi più significativi della mafia del Brenta emerge una stanchezza di voler sentire sempre il nome del luogo affiancato alla parola mafia (ad esempio Campolongo Maggiore); si cerca un po’ di dimenticare anche se sono state fatte moltissime attività. Nel resto d’Italia c’è una percezione completamente diversa, una narrazione costruita sul carisma di Felice Maniero, su molti luoghi comuni che hanno creato un cono d’ombra sulla vera organizzazione: non si parla di omicidi, non si parla di sequestri, non si parla di traffico di stupefacenti, ma delle grandi evasioni o delle grandi rapine. Ad esempio, l’anno scorso, ad Ercolano, in provincia di Napoli, il volto di Maniero è diventato il logo per un ostello, chiamato Hostello Felice. Fa capire quanto nel resto d’Italia non si abbia idea di quanto stiamo parlando. Ritengo pertanto fondamentale continuare a parlarne, non tanto concentrandoci sul carisma di Felice Maniero o sui lati folcloristici, ma cercando di capire quali sono state le variabili che hanno potuto far nascere e crescere così velocemente un’organizzazione tale nel Veneto che si credeva innocente. E ci può aiutare a capire come anche altre mafie autoctone si sviluppano e si sono sviluppate in Italia.”
Continuo il mio reportage degli Stati Generali di Libera, svoltisi ai primi di febbraio a Trieste. Penso che possano anche essere utili come preparazione alla giornata del 21 marzo, la XXIV Giornata della Memoria e dell’Impegno che ricorda di tutte le vittime innocenti delle mafie: si terrà a Padova. Oggi riporto l’intervento di Maurizio Dianese, giornalista e autore del libro “Doppio gioco criminale. La vera storia del bandito Felice Maniero”, da pochi mesi nelle librerie. Un intervento di 10 minuti, molto chiaro e diretto, per certi versi scomodo, e che ha anche dato il là a una risposta piccata, di cui darò resoconto in un prossimo post.
“La banda di Felice Maniero va studiata per due motivi: il principale è che c’è stata una sottovalutazione della banda stessa, la più numerosa (oltre quattrocento fedelissimi, in tutto un migliaio di persone), la più ricca e la più feroce. Una sottovalutazione che è durata dal 1986 al 1995; c’è stato un unico magistrato, Francesco Saverio Pavone, che ha perseguito la mala del Brenta ed è spesso stato sbeffeggiato dai suoi colleghi. Ora sta succedendo la stessa identica cosa con la criminalità proveniente dal sud, con il radicamento di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Faccio solo un esempio: la Procura di Venezia ha chiuso un’inchiesta molto importante sul Veneto orientale 7 anni fa, ha passato le carte al Gip, che per motivi suoi, che io non discuto, lavora un giorno alla settimana; l’inchiesta è ferma. Stiamo parlando di un’organizzazione criminale, molto importante, che si è insediata al punto di far parte integrante della vita dei cittadini. E’ vent’anni che solo i giornali scrivono che qui ci sono infiltrazioni mafiose ed è vent’anni che i magistrati fanno finta di niente, quando addirittura non negano questa evidenza. Il mio amico ed ex procuratore capo, Vittorio Borraccetti, quando è andato in pensione, mi ha detto “Avevi ragione tu” in merito a quando ci siamo scontrati pubblicamente sul Veneto orientale e io dicevo “ minimo dagli anni ‘80 c’è presenza di camorra”. Siamo nel 2000 e passa e ancora pensate che questo non lavorino? Faccio un esempio: Eraclea Mare è stata costruita completamente dai Casalesi di Eraclea. Vuol dire che tutte le imprese che hanno lavorato alla costruzione delle seconde case a Eraclea Mare sono dei casalesi. Sempre a Eraclea hanno addirittura una ditta che, in qualche modo, centralizza gli acquisti… Tornando a Felice Maniero: lui ha inventato tutto quello che c’era da inventare per la criminalità organizzata. Per esempio, ha inventato il meccanismo del franchising: non andava a fare rapine ogni giorno, aveva 400 uomini che facevano rapine, divisi in batterie di 4-5 persone e lui era la centrale operativa. Tutti dovevano avvertirlo e lui smistava. Ha inventato la centrale operativa delle rapine. Ha inventato anche il monopolio dello spaccio della droga: nel Veneto non era mai successo. Si è dimostrato geniale anche quando ha aperto la strada verso il Friuli e la ex-Yugoslavia: importava ed esportava armi e droga. A Portogruaro c’erano due personaggi del clan Ricciardi perché terra di frontiera; nel 1989, al crollo del muro di Berlino, hanno scoperto che in Russia c’era grande richiesta di beni di lusso e quindi loro vi portavano Ferrari, capi firmati attraverso la frontiera… Ma lo potevano fare grazie alla strada aperta da Felice Maniero. La storia di Felice Maniero va studiata nei dettagli, altrimenti non si capisce quello che sta succedendo adesso. Semplificando e sbagliando, noi diciamo che senza Felice Maniero la mafia avrebbe avuto qualche difficoltà a insediarsi in questo modo, mentre lui ha aperto l’autostrada… Invece, c’è stato uno scambio quasi alla pari: lui ha imparato un sacco di cose dalla mafia siciliana, ma le ha messe a frutto del Veneto. Studiare quello che è successo dall’80 al ‘95 è importante per poi aprire la strada allo studio di quel che succede adesso; la banda è stata smantellata grazie alle rivelazioni di Felice Maniero (a parte il fatto nel ‘94 Pavone e il sottoscritto avevamo scritto tutto: lui non fa altro che confermare nei verbali quello che era già stato scritto). Dal ‘95 in poi c’è un vuoto che viene riempito in vari modi (bande dei nigeriani, degli albanesi) e in alcuni casi troviamo una commistione tra vecchia mala del Brenta e nuova criminalità organizzata proveniente dal sud, nel Veneto orientale in particolare. Il plenipotenziario di Maniero, Silvano Maritan, aveva un contatto con la camorra e andava a Napoli a comprare la cocaina. Quindi Maniero fa sì che il Veneto diventi uno dei punti principali di reinvestimento dei proventi della malavita organizzata proveniente dal sud. Dal lago di Garda fino a Chioggia, passando per Jesolo fino a Caorle e passando poi in Friuli Venezia Giulia, noi abbiamo insediamenti camorristi e della ‘ndrangheta praticamente ovunque. Io avrei bisogno di una mano da Libera perché da un anno sto cercando di mettere in piedi nella ex villa di Felice Maniero un Centro Studi e Documentazione sulla malavita organizzata del passato e su quella del futuro ed è un anno che aspetto un sì o un no dal sindaco di Campolongo Maggiore. Il fatto che non si studino queste cose determina dei guasti incredibili. Faccio un ultimo esempio: il turismo organizzato a Venezia, quello che arriva in pullman e che arriva al Tronchetto, è dal 1980 nelle mani della malavita organizzata che fa riferimento a Felice Maniero. E lo è dal 1980 a stamattina: sono lì, ogni giorno, sono lì che lavorano, del tutto indisturbati. Nessuno è mai andato a tentare di rompere il meccanismo. C’è stata una bella inchiesta di 7-8 anni fa di Stefano Cellotto, conclusasi con condanne e sequestri. In appello la condanna si è polverizzata perché la magistratura non solo sottovaluta, ma non riesce a capire quello che sta succedendo da noi.”
Per chi volesse approfondire la vicenda del Tronchetto suggerisco questo articolo di Stefano Ciancio, con un’intervista proprio a Maurizio Dianese.
“E’ fondamentale capire come si iniziano a raccontare le mafie e come si inizia a raccontare quello che c’è attorno. Il racconto dell’economia, il racconto del tessuto sociale ci permettono di capire quali sono gli agganci che queste organizzazioni poi hanno. In Lombardia, in Piemonte e in Emilia Romagna sono caduti molto luoghi comuni: se abbiamo l’immagine di un mafioso che arriva e infetta un tessuto sano stiamo già facendo un’operazione di disinformazione perché di tessuti sani non ce ne sono più. Non è un caso se nelle inchieste di Milano e di Bologna si usa il termine “colonizzazione”, intendendo non quella di carattere militare ma quella di carattere economico: è la capacità che le organizzazioni criminali hanno, in questo tempo di crisi, di attirare persone che normalmente non si sarebbero rivolte a un mafioso, ma sarebbero andate in banca o dal patronato o dalle forze dell’ordine. Quando cambia questo tipo di racconto, allora c’è l’inizio di un possibile contrasto anche a livello sociale; se invece continuiamo a raccontarcela come il virus che infetta un tessuto sano, non cambiamo. Credo che oggi, in questo territorio, sia questo il passaggio da fare”. In questi termini, alla fine della mattinata del 2 febbraio a Trieste, si è espresso Lorenzo Frigerio, che poi ha continuato: “L’utilizzo del termine “colonizzazione economica”, usato per la prima volta dai magistrati di Milano e poi dalla Procura Nazionale a proposito di “Crimine infinito”, ha un ulteriore evoluzione nell’inchiesta Aemilia, in cui si parla di “colonizzazione delle menti”. E’ l’idea che, soprattutto in una fase di crisi e in un ambiente contraddistinto da un certo tenore di vita, dove il concetto della fatica e della piccola impresa non basta più a tenere il passo del mercato, il denaro, proveniente da contesti che so essere illeciti, sia indispensabile perché i circuiti normali si sono chiusi. Lì sta il salto di qualità. Il Triveneto sta subendo lo stesso processo che Veneto, Lombardia, Emilia, Liguria hanno vissuto in precedenza: svegliarsi e scoprirsi non diversi dagli altri. Quelli che erano i tradizionali anticorpi sono stati persi per strada.”
E’ quindi intervenuta Fabiana Martini di Articolo 21 sul ruolo del giornalismo in questo periodo storico: “siamo in una fase abbastanza singolare, più che altro perché gli attacchi all’informazione e ai giornalisti arrivano proprio dai vertici delle Istituzioni. Pur sapendo che spesso c’è anche una responsabilità del giornalista che non fa fino in fondo il proprio lavoro e quindi contribuisce a delegittimare la professione, va detto che se si fa il cane da guardia “correttamente” il ruolo è accettato in un contesto democratico; delegittimare l’informazione significa delegittimare la democrazia. Il potere non contrastato è la fine della democrazia. Facendo autocritica dobbiamo anche ammettere che esistono colleghi che si limitano a porre il microfono davanti al potente o al rappresentante di turno senza fare le domande giuste: anche questo significa non fare fino in fondo il proprio lavoro. L’atteggiamento di ostilità e la delegittimazione a cui assistiamo quotidianamente, non solo qui (si pensi agli Stati Uniti, all’Ungheria…), ci fa dire che siamo in un momento difficile e singolare”.
Il Sostituto Distrettuale Antimafia di Trieste Antonio Miggiani ha risposto a una domanda del pubblico in merito a trasparenza e onestà: “Non penso che la popolazione del Friuli Venezia Giulia sia molto più coraggiosa o meno coraggiosa della popolazione siciliana, ma è diversa la percezione. Un siciliano si rende conto del pericolo, il friulano no. In Sicilia nessuno va a fare una denuncia ai carabinieri, mentre qua qualche denuncia c’è. Questa differenza strutturale ha fatto sì che le nostre mafie agiscono in modo diverso al nord. Come detto, sono mafie imprenditrici che si presentano con un aspetto borghese, normale. Il coraggio… sono ben pochi che ce l’hanno. Di fronte a un criminale è normale avere paura. Un altro aspetto è il finanziamento bancario: le mafie hanno rapporti continui con gli istituti bancari. Se questi ultimi perdono la loro autorevolezza, è ovvio che la mafia viene fuori; il fatto stesso che il nostro sistema bancario da sistema pubblico è diventato privato ha comportato, ad esempio, la scomparsa della figura del pubblico ufficiale all’interno del rapporto. Il Direttore di Banca che si fa dare una tangente per rilasciare un mutuo, non commette reato come se fosse anche pubblico ufficiale. Il sistema bancario è pertanto uno snodo delicatissimo all’interno del quale andrebbero pensate delle forme di reato attualmente inesistenti. Se in questo settore vengono meno la trasparenza e l’onestà, le mafie hanno facile gioco nel portare avanti i loro progetti di espansione economica e di potere”.
Sul rapporto tra magistratura e giornalismo si è infine concentrato l’intervento del Sostituto Procuratore di Venezia Lucia D’Alessandro: “voglio intervenire in merito alla colonizzazione da parte dei sodalizi tradizionali di matrice mafiosa nel nord-est. In particolare vorrei porre l’accento sul rapporto tra informazione e percezione: se non c’è una giusta informazione, corretta ed esaustiva, non possiamo pretendere che la popolazione sia attenta. E’ molto importante che si crei una interlocuzione schietta, serena, costruttiva tra le procure e l’informazione; devo ammettere che se l’informazione non viene in qualche modo soccorsa, agevolata dalle forze dell’ordine, dalle procure, nell’adeguatezza dell’informazione che si accinge a rendere, rischia di incorrere nell’errore e nel dispiacere di fornire notizie, se non false, almeno fuorvianti e scorrette. E’ auspicabile un dialogo asciutto, che consenta di veicolare informazioni non coperte da segreto istruttorio e che pertanto diano il via a una corretta percezione, da parte della popolazione, del fenomeno mafioso che si è combattuto o che si sta continuando a combattere. Il rischio, altrimenti, è quello di avere una percezione fuorviata che è peggio di nessuna percezione”.
Ho seguito con molta attenzione la mezz’ora con cui la giornalista Luana De Francisco ha presentato la situazione del Friuli Venezia Giulia. L’ha introdotta Lorenzo Frigerio: “E’ autrice, insieme a Ugo Dinello e Giampiero Rossi, del libro Mafie a nord-est, del 2015, Rizzoli. Nell’introduzione del libro si legge: “Sono tanti i segnali di una progressiva penetrazione mafiosa nel nord-est che non può più essere trascurata né brandita dalla politica soltanto come strumento nel gioco delle parti. Li abbiamo voluti riunire e raccontare nelle pagine che seguono, nell’intento di offrire a tutti, finalmente, gli strumenti e potersi fare un’opinione.”” Quindi ha preso la parola la giornalista:
“Sono qui in quanto giornalista e quindi voglio ribadire ancora una volta l’importanza del ruolo della nostra professione; non siamo certamente degli oracoli, ma intermediari che hanno la funzione di raccontare. Io mi occupo di cronaca giudiziaria, non sono un’esperta di mafia, ma mi ci sono inciampata. Ho necessità indispensabile di attingere alle carte, ai documenti, alle fonti certe. Accanto poi ci sono le storie da raccontare, quelle della gente, dei testimoni. Nel nostro territorio questo è molto poco presente: le informazioni circolano molto poco proprio perché la mafia non è un fenomeno roboante, non ci sono manifestazioni pirotecniche. Un collaboratore di giustizia, qui a Trieste, ha dichiarato che già 10, 15, 20 anni fa, quando la ‘ndrina Iona salì con tutti i suoi sodali, la parola d’ordine era quella di non farsi notare, di non dare nell’occhio, “la gente non deve sapere che ci siamo”. Da qui la difficoltà per noi giornalisti di raccontare queste cose. In merito alla questione che i giornali ne scrivono poco o non ne scrivono affatto, vorrei dire che non è proprio così: se quel libro c’è è anche perché parte da una raccolta di articoli pubblicati, solo che poi un quotidiano vive di notizie, per cui un giorno dai la notizia, quello successivo la riprendi perché ci sono le reazioni, ma il terzo giorno è già vecchia la notizia. La forza di un libro, invece, è che resta lì, fa meditare e può far scattare la molla del senso civico. Aggiungo anche che è vero che ogni giorno raccontiamo qualcosa, e anche se non riguarda specificatamente mafiosi, camorristi e ndranghetisti, è comunque prezioso ai fini della descrizione della cornice in cui viviamo. Tutto quello che scriviamo serve a rappresentare il territorio nel quale sono germinati elementi mafiosi: saper riconoscere lo stato di salute o lo stato di crisi di un territorio è molto importante. Ad esempio, ogni anno raccontiamo di quante sono state le segnalazioni all’Ufficio Finanziario della Banca d’Italia di operazioni sospette, il numero di fallimenti, di sequestri di droga o di armi…: tutto questo contribuisce a descrivere i numeri di un territorio che si configura come terra ideale per le colonizzazioni mafiose. Mi sono accorta tra ieri e oggi che quando si faceva riferimento a storie di 4 o 5 anni fa, c’era molto stupore, segno che queste storie non sono granché conosciute, per cui vale la pena raccontarle. Visto che si è parlato di droga, si è parlato di sud America e si è parlato della scarsa percezione che il territorio ha del problema e vista la scarsa volontà di sapere determinate cose da parte dei cittadini (perché non interessa, perché non fa notizia; spesso indigna di più una ciclabile sconnessa rispetto alla condanna per bancarotta fraudolenta di un imprenditore) ho pensato di accennare prima di tutto alla vicenda di Paolo il Friulano, così chiamato dai camorristi coi quali entrò in affari. Siamo a metà degli anni ‘90, Udine centro. Il suo vero nome era Luciano De Sario, un emigrante di ritorno, partito da bambino insieme alla famiglia palmarina per l’Argentina. In sud America aveva intessuto tutta una serie di rapporti, conoscenze e amicizie e si era sposato con Fadia, una donna venezuelana. A neanche 50 anni decide di tornare in Friuli e torna pieno di soldi; apre un’azienda a Lauzacco, paese alla periferia sud di Udine. Si occupa di import-export di grossi macchinari per il settore edile ed estrattivo, in particolare in e dalla Colombia. Era sostanzialmente diventato il punto di intermediazione tra il cartello di Cali e la camorra di Pasquale Centore (ex funzionari di banca, ex sindaco di San Nicola la Strada). Da questo momento comincia a vivere da nababbo e la gente che vive accanto a lui non si pone nessuna domanda, anzi, si apre la corsa a farsi invitare a casa sua, nell’attico di Palazzo Moretti (oggi confiscato e dato in uso ai servizi sociali del Comune di Udine). Chi ci entrò narra di tappeti in oro zecchino, pezzi di antiquariato… Le macchine erano di lusso, gli ambienti frequentati erano tra i più esclusivi. La domanda “come può un piccolo imprenditore permettersi tutto questo?” però non scattava. Succedeva che dentro quei macchinari transitavano ogni settimana 50 kg di cocaina. A stupire è il fatto che nessuno, né allora, né quando scoppiò lo scandalo, né successivamente, lo abbia mai condannato, anzi: ci si continua, tuttora, a fare vanto di averlo conosciuto, di aver avuto rapporti con “uno che ci sapeva fare”. Poi è stato processato all’interno di un’inchiesta partita dal sud Italia (va detto che anche a questo è legata la scarsa percezione del fenomeno mafioso: poche le inchieste che partivano dal territorio e rimanevano sul territorio). Viene anche da chiedersi: ma tutti questi soldi che guadagnava, dove li metteva? In banca. E’ provato che versasse somme tra 100 e 200 milioni di lire in contanti: non scattava alcun sospetto. L’inchiesta si è poi chiusa con il patteggiamento a 4 anno e 8 mesi, poi ridotti in appello per l’incensuratezza e per il comportamento processuale collaborativo. Ricordo anche un’altra inchiesta partita da degli accertamenti della Guardia di Finanza di Udine su movimenti bancari di alcuni Istituti di Credito: sono risultati sospetti dei trasferimenti di denaro piuttosto numerosi da Vibo Valentia. L’inchiesta si è trasferita poi per competenza territoriale a Cosenza e ha perso per strada gli elementi friulani che avevano dato il via alle indagini per l’impossibilità di dimostrarne il coinvolgimento; è comunque culminata nel 2015 in un processo che decapitato i Mancuso. Vi sono anche inchieste che partono dal Sud, come quella che portò a scoprire un affiliato degli Emmanuello (si stava indagando sulla latitanza di Emmanuello di Gela) insieme a degli imprenditori edili trasferitisi da Gela al pordenonese: qui si aggiudicavano appalti funzionali a lavare denaro e a generare compensi per mantenere la latitanza dorata di Emmanuello. Raccontare queste cose è tremendamente difficile se non si trova un interlocutore disponibile a raccontartele. Se il giornalista ha un barlume di notizia, comunque deve farla uscire perché suo dovere è raccontare i fatti; se non c’è collaborazione, fondata sul rapporto di fiducia reciproco tra giornalista e magistratura e sul rispetto dei ruoli, ci sarà uno svantaggio per entrambe le parti. In merito al voto di scambio, è in corso un’inchiesta della DDA di Trieste che ipotizza un accordo pre elettorale sulle elezioni amministrative di Lignano del 2012. Un amministratore uscente, di origini napoletane, avrebbe preso accordo con 400 persone del napoletano per avere il loro voto di preferenza in cambio di residenza facili; il tutto con il favore del capo dei vigili urbani di Lignano. Un’altra inchiesta ha riguardato la ricostituzione di una ‘ndrina nel monfalconese per mano di Giuseppe Iona. Ci sono gli interessi della camorra su Monfalcone e su Fincantieri con il fenomeno dei trasfertisti napoletani. Insomma, i fatti non mancano; solo che o non si possono raccontare o sono finiti in breve nel dimenticatoio.”
Lucia D’Alessandro, sostituto Procuratore della Repubblica di Venezia, è intervenuta, meno di un mese fa, agli Stati generali di Libera contro le mafie. Molto numerosi sono gli spunti di riflessione emergenti dalla sua fotografia del nord-est italiano.
“Il Veneto non può certo essere considerata un’isola felice, neppure per il passato: mi riferisco all’esperienza drammatica e violenta della mala del Brenta. Di recente si sta assistendo a una nuova riorganizzazione, a una sorta di rigenerazione di tale fenomeno. Ieri don Ciotti ha parlato di una reiterazione nei nostri discorsi da 150 anni del fenomeno mafioso. Giovanni Falcone diceva che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Tutto ciò è vero, ma va detto che la mafia si evolve senza che si estinguano tutte le sue specifiche caratteristiche: soltanto alcune si estinguono e quindi il fenomeno mafioso purtroppo non muore, anzi, si evolve. Oggi assistiamo a un profondo dinamismo evolutivo, un adattamento costante, continuo, intelligente, efficace, alle caratteristiche peculiari del territorio che la mafia intende colonizzare. Così assistiamo ai locali, che altro non sono che una propaggine, una clonazione, una replicazione, filiali vere e proprie delle mafie tradizionalmente nate, vissute e viventi nei territori tipici di provenienza (ndrangheta, camorra, cosa nostra, sacra corona unita e camorra barese). Le tradizionali mafie tendono oggi a deterritorializzarsi, a globalizzarsi: perdono quel sistema di orizzontalità sul quale si erano sempre basate (operazioni “Crimine-Infinito”, “Alba chiara”, “Minotauro”) a favore di una configurazione proteiforme, multiforme e globale. Abbiamo vere e proprie partnership tra mafie tradizionali del territorio e quelle colonizzatrici, tra mafie locali e mafie straniere, vere e proprie mafie miste e anche fenomeni di transnazionalità (la ndrangheta leader internazionale del narcotraffico). Qui la mafia assume sempre più un volto imprenditoriale: non è immateriale, ma è liquida, osmotica rispetto al tessuto economico, sociale e politico delle regioni più ricche. Il distretto veneto costituisce un terreno particolarmente appetibile, molto aggredibile dagli interessi delle mafie tradizionali che in maniera molto subdola, surrettizia, sotterranea (mafia invisibile o mafia silente) si insinuano nel tessuto economico, sociale, politico e anche culturale. Lo colonizzano andando a captare le caratteristiche socio-ambientali e andando a subentrare in maniera furba e brillante, in un sistema di economia legale, a quelle aziende sottoposte a pressioni e a depauperazioni. I fenomeni di crisi economica vengono sfruttati dalle tradizionali organizzazioni di tipo mafioso per penetrare il tessuto in difficoltà delle aziende locali lecite subentrando ad esse. E’ un subentro che viene per certi versi sfruttato dai destinatari di questa aggressione, che vanno distinti in due macro categorie: coloro che la subiscono e coloro che vi colludono. Il concetto di metodo mafioso sta subendo delle evoluzioni: non si estrinseca necessariamente attraverso attività delittuose di tipo aggressivo, violento, con il sangue, con le estorsioni, con le usure e con gli incendi. Una certa parte di estrinsecazione attraverso una manovalanza di tipo gangsteristico continua anche al nord, ma accanto assistiamo sempre più a una penetrazione osmotica del territorio soprattutto economico. E’ una mafia imprenditrice che sfrutta le imprese legali per cercare di riciclare i propri proventi ottenuti con le attività delittuose tipiche delle regioni meridionali: un reinvestimento ammantato di apparente liceità. In Veneto stanno penetrando sotto forma di una vera e propria colonizzazione le organizzazioni mafiose tradizionali, in particolare la ‘ndrangheta. Cosa si intende per Locali? Si tratta di vere e proprie gemmazioni, proliferazioni, propaggini, filiali della cosiddetta casa madre, Crimine o Provincia che dir si voglia, localizzata in Calabria. La Provincia in pratica decentra, delocalizza, deterritorializza la propria attività mafiosa in questi Locali al nord. La caratteristica saliente di questi locali è l’acquisizione di una autonomia organizzativa e gestionale pur nel rispetto del legame molto forte e pregnante con la provincia o crimine di cui conservano il Dna e da cui mutuano il know how operativo ed esecutivo. Si tratta quindi di un’autonomia parziale: il legame con la casa madre resta indissolubile per un duplice motivo. E’ utile per il reclutamento di manodopera in grado di gestire e guidare i membri stanziatisi al nord o nativi del nord. Ed è utile per l’assistenza, sia legale, sia per l’eventuale necessità di dover nascondere qualche latitante. Nel momento in cui assistiamo a una mutazione genetica della mafia, pur nella manutenzione del suo Dna proprio, dobbiamo trovare sempre nuovi strumenti di contrasto, anch’essi in grado di evolversi. Ad esempio è necessario colpire il patrimonio delle mafie. Il mafioso tipico è avvezzo ad essere catturato; il vero punto debole è il patrimonio, non tanto la privazione delle libertà personali. La confisca dei beni è molto importante. Un altro esempio riguarda l’evoluzione comunicativa e l’adozione di nuove strategie dal punto di vista tecnico. Quando vengono svolte attività di intercettazione, i sospettati al telefono fischiettano e in macchina canticchiano: dobbiamo dotarci di strumenti in grado di captare le conversazioni che tengono avvalendosi delle moderne tecnologie, dei social, di whatsapp, di skype… I trojan horse dobbiamo poterli utilizzare… Passando a quanto è stato, non potendo concentrarmi sulla contemporaneità, non si può dimenticare che oltre alla mala del Brenta, nell’ultimo decennio si sono raggiunti dei risultati. Va detto che in Veneto si assiste alla presenza di una pluralità di mafie: mafie endogene, mafie allogene, di tipo misto, straniere (moldave ad esempio, con un processo arrivato in Cassazione). Questo è il dato. Altro è il tasso di percezione del fenomeno mafioso; il 47,3% della popolazione del Triveneto considera la mafia un fenomeno marginale nel proprio territorio e solo il 17% ne percepisce la pericolosità sociale. Questo anche perché in questi territori la mafia uccide sempre meno, utilizza il sangue e gli incendi sempre meno: utilizza il metodo dell’insinuazione nelle attività cardine del territorio. Ad esempio, il territorio veneziano è caratterizzato da importanti reti e infrastrutture con una serie di porti e aeroporti molto rilevanti accanto a una rete economico-finanziaria poderosa. Questo sono tutti obiettivi per le mafie, che, avvalendosi di tanti importanti snodi, aggrediscono il territorio andando a captare anche il sistema politico. Ovviamente porti e aeroporti significano anche possibilità di intrecci con le mafie estere (sud America, Olanda, Spagna…). A questo proposito è evidente quanto siano importanti gli strumenti di cooperazione internazionale (Eurojust) e la figura di un procuratore europeo. La Mala del Brenta si sta riorganizzando, si sta rigenerando; alcuni degli esponenti storici stanno uscendo dal carcere e, vuoi per vendetta, vuoi per vocazione a delinquere, si stanno organizzando. Abbiamo già avvisaglie in questo senso. Nell’ultimo biennio ricordo poi una brillante operazione in merito al cosiddetto tesoretto di Felice Maniero: 17 mln di euro. A proposito degli ex componenti della Mala del Brenta posso fare un cenno a un’operazione interforze contro il narcotraffico per sostanze provenienti dall’Olanda e dai paesi balcanici (cocaina, oppiacei, marijuana, hashish); si è scoperta una partnership tra una frangia chioggiotta e una frangia di origine siciliana legata ai calabresi. Un ultimo cenno al fenomeno della tratta: colonizzazione dei nostri territori da parte della mafia albanese e sodalizi nigeriani. La prima agisce soprattutto con figure maschili molto forti, aggressivi e violenti verso le donne che vengono sfruttate sessualmente e fisicamente; i secondi vedono figure femminili nelle posizioni apicali dell’organizzazione, ex vittime che diventano carnefici e aguzzine di altre donne attraverso anche meccanismi magico-esoterici e minacce di tipo rituale. A proposito di questo voglio ricordare il progetto N.A.Ve., Network Antitratta per il Veneto. Spesso mafia e migrazione si intrecciano nel senso che sodalizi di stampo mafioso sfruttano il fenomeno migratorio per i proprio fini.”
Oggi è la volta di Antonio Miggiani, Sostituto Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Trieste. Non si è dilungato molto nel suo intervento di sabato 2 febbraio a Contromafie, ma ha comunque offerto degli interessanti spunti di riflessione, soprattutto per la situazione del Friuli Venezia Giulia e toccando i temi della corruzione e dell’omertà.
“La Procura di Trieste ha competenza per l’intero Friuli Venezia Giulia. Il Friuli Venezia Giulia era un’isola felice fino a qualche anno fa, ma purtroppo, ormai, la situazione è radicalmente cambiata: senz’altro ci sono delle pesanti infiltrazioni da parte di mafia siciliana, camorra e ‘ndrangheta. E’ una mafia che agisce con caratteristiche molto diverse rispetto alla mafia omologa che agisce in territori di mafia come le nostre regioni del sud. E’ una mafia imprenditrice, non è la mafia sanguinaria della Sicilia o della Calabria; non si registrano omicidi di mafia, però è imprenditrice perché i denari che vengono acquisiti attraverso le attività illecite di associazione mafiosa (finalizzata a realizzare un dominio economico) vengono utilizzati al nord. […] All’interno delle attività la mafia fa delle scelte preferenziali: investimento immobiliare, gestione di esercizi pubblici, pizzerie, ristorazione, settore turistico e alberghiero. La mafia interviene quindi in una regione come il Friuli Venezia Giulia, una regione che era sana fino a qualche tempo fa, dove vi era una imprenditoria corretta, dalla notevole ricchezza, e interviene per fare business. E’ un’infiltrazione decisamente pericolosa. Siamo in una situazione di crisi economica generalizzata e gli unici soggetti che hanno possibilità economica sono proprio i mafiosi! E i loro soldi da dove vengono? O dal business delle estorsioni, che per fortuna non riguardano il nostro territorio, o da quello degli stupefacenti, gestito dalla ‘ndrangheta a livello internazionale. Questi profitti enormi vengono investiti in attività economiche lecite. Come agisce la mafia? Attraverso il principio del minimo mezzo. La mafia uccide solo in ultima istanza. Essa vuole raggiungere un determinato obiettivo; se delle persone o delle forze le si oppongono, la prima cosa che fa la mafia è cercare di rabbonirle corrompendole, cerca di portarle dalla sua parte con l’uso del denaro. Se questo non riesce e se l’obiettivo è strategico per l’organizzazione mafiosa, allora si fa il salto di qualità e si va al delitto. La mafia punta a creare un sistema corruttivo. Purtroppo noi sappiamo che in Italia esiste una grande corruzione ed esiste una piccola corruzione; purtroppo sul tema non c’è stata l’attenzione necessaria e registro con soddisfazione la nuova legge entrata in vigore il 31 gennaio, la numero 3 del 2019, la cosiddetta “spazzacorrotti”. Intanto ha messo fine ad una caratteristica solo italiana, che cioè esisteva una amnistia permanente che era la prescrizione. Inoltre ora la polizia giudiziaria può agire come agente provocatore, può fingersi agente corruttore per provare un reato. In più vi è anche l’inasprimento di alcune fattispecie di reato. L’acquisizione della prova di reato è spesso problematica perché la corruzione crea un regime di omertà che è molto difficile scalfire; nel nostro ordinamento giuridico non viene colpito solo il pubblico amministratore ma anche il privato, entrambi rispondono del reato, e ciò crea un interesse comune a non dire nulla. E il reato di corruzione è un reato seriale: il pubblico amministratore corrotto non si fa corrompere una sola volta, ma lo fa diventare sistema di vita. A sua volta il corruttore nel privato ha interesse ad avere determinati benefici o determinate corsie preferenziali nello svolgimento della sua attività economica. Ciò crea un muro di omertà in tutto simile a quello creato dalle mafie. L’unica differenza potrebbe essere che l’omertà mafiosa dei classici territori mafiosi è di tipo passivo, nel senso che la popolazione subisce la mafia, tutti sanno chi è il mafioso e tutti lo temono, mentre nel nostro territorio noi non sappiamo chi sono i mafiosi e non percepiamo il pericolo e ci rendiamo partecipi di una omertà interessata di tipo attivo. Se poi denunciassimo ci troveremmo coinvolti nel procedimento. Ma ecco la novità della nuova legge: se il corruttore o il corrotto fa denuncia entro quattro mesi dal fatto, senza che sia intervenuta l’iscrizione al registro del reato, non viene punito. […] Desidero anche sottolineare che la polizia giudiziaria non è addestrata per perseguire il reato di corruzione, prodromico all’associazione per delinquere di tipo mafioso. E’ una mancanza che va colmata.”
Questa mattina il quotidiano locale Messaggero Veneto ha dato molto rilievo al blitz svoltosi ieri in Veneto ai danni della camorra. La notizia è apparsa in prima pagina e all’interno del giornale sono state dedicate all’argomento 4 pagine. Mentre leggevo gli articoli, mi sono tornate alla mente le parole di Carlo Pieroni, Capocentro della Direzione Investigativa Antimafia di Padova, che a Trieste, sabato 2 febbraio, a Contromafie, così si esprimeva: “Quando intervengo in situazioni come queste, tutti si aspettano che il rappresentante delle Forze dell’Ordine parli della criminalità organizzata nel Triveneto andando dettagliatamente a raccontare quello che sta succedendo. Ma è una cosa che non si può fare. Parlerò però di come le mafie fanno infiltrazione”. Chissà se nella sua mente c’era tutto quello che sta succedendo in questi giorni…
Ecco come ha proseguito il suo intervento: “L’infiltrazione delle mafie a nord est non è diversa da quella che fanno in Germania, in Australia o in altre parti del mondo o in altre parti d’Italia. Le mafie si infiltrano dove ci sono attività economiche redditizie che danno la possibilità di riciclare gli enormi capitali prodotti illecitamente. Quando operavo in Puglia, Campania e Calabria mi chiedevo come mai qui al nord non si capissero alcune cose della criminalità organizzata: qualsiasi attività investigativa legata al 416 bis (associazione di tipo mafioso) trovava difficoltà di comprensione al nord. Non si capiva bene cosa fosse l’attività criminale organizzata. Il nord est è la sesta zona più ricca d’Europa, qui sono presenti le aziende produttive e quindi si attraggono gli investimenti. Qui sono presenti delle famiglie legate ad alcune regioni del sud Italia che fanno un’apparente attività economica legale con la quale riciclano capitali sporchi. La mafia al nord si manifesta in modo diverso; anche qui esistono le locali, le ‘ndrine… Il fatto che la struttura “militare” non si scopra, non si evidenzi, è perché non c’è bisogno di usare la forza militare per andare a imporre il potere. Il classico modo è questo: l’imprenditore in difficoltà con i canali finanziari consueti si presenta o si fa presentare (da commercialisti, da amici) o semplicemente si rivolge a una finanziaria che gli presta del denaro. A questo punto però gli vengono imposte delle condizioni che non necessariamente sono quelle dell’usura o dell’estorsione. Tutto questo, in un ambiente di economia sana, crea una concorrenza sleale; è evidente che un’impresa regolare che paga le tasse, che prende finanziamenti da enti autorizzati a darli, che rispetta le regole, si trova sostanzialmente fuori mercato. Per combattere tutto ciò è necessario credere che esiste la criminalità organizzata e che è influente. Uno dei rischi è vedere i fatti come singoli eventi. In molte regioni meridionali la mafia ha trovato spazio perché molte strutture dello Stato non sono efficienti; nel corso degli anni si è creato uno Stato alternativo per avere ciò che normalmente ad un cittadino spetta di diritto. Al nord c’è efficienza, ma dentro l’efficienza si rischia di perdere di vista l’insieme delle cose: ognuno fa bene il proprio lavoro senza capire qual è il tutto e quindi il valore di quello che fa. Il mafioso vive il territorio, fa sempre la parte dello “stupido”, di quello che non sa niente, che chiede, che occupa i posti meno visibili, ma in realtà ha l’occhio attento e sveglio e riesce a capire e a capitalizzare a favore dell’associazione a cui appartiene. Volendo parlare di camorra, proiettata al nord e all’estero, possiamo parlare dei cosiddetti “magliari”, mercanti del tessile che si muovono su furgoncini e ai mercati vendono calzini, scarpe false ecc ecc. I magliari agivano anche a Washington, a San Francisco con la vendita porta a porta. Questo per dire che non esiste una grande criminalità organizzata e una piccola criminalità organizzata. La criminalità organizzata è criminalità organizzata e si infiltra in tutti i settori: riciclaggio, banche, traffico di sostanze stupefacenti, agricoltura col caporalato… La cosiddetta area grigia si trova proprio tra quelle persone che investono i soldi. Quello che dobbiamo fare è essere attenti, capire il quotidiano, segnalare quello che appare strano. Dobbiamo capire di essere cittadini parte di un sistema: se faccio una cosa, essa ha un risvolto grandissimo, soprattutto se ho un ruolo pubblico. E non posso dire di non capire o di non vedere, anche se non faccio parte di un’associazione di impegno sociale. Vale per i cittadini e vale per le istituzioni.”
Sabato 2 febbraio, all’interno di Contromafie organizzato a Trieste da Libera, ho partecipato al gruppo di lavoro “Dalla Mala del Brenta alle mafie di oggi nel Nord-est: dalla percezione alla realtà”. Non sono passati neanche 20 giorni ed ecco che, stamattina, mentre andavo al lavoro e ascoltavo il radiogiornale, mi sono imbattuto in una notizia dell’ultima ora che annunciava un blitz anticamorristico tra Veneto e Campania. Ecco la notizia pubblicata poi su La Nuova Venezia.
Torno però al 2 febbraio per fare un resoconto del primo intervento. A guidare i lavori è stato Lorenzo Frigerio, coordinatore di Liberainformazione. Ha presentato il seminario, utile a dare voce al territorio del Nordest: gli Stati Generali di Libera avvengono generalmente ogni 3-4 anni e gli ultimi si sono tenuti proprio nel 2018 a Roma. Perché usare questo strumento qui ora? Ci si è accorti che quest’angolo del Paese non era stato ben illuminato. Il 21 marzo la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie si terrà a Padova ed è emersa la necessità di fare il punto della situazione. “Non ci sono state grandi operazioni di contrasto alle mafie che abbiano determinato nell’opinione pubblica una particolare attenzione o una levata di scudi come può essere stato” in Lombardia, Piemonte o Emilia Romagna. “Questo non significa che l’attività di contrasto alle mafie in questi territori non sia stata fatta, diciamo che non c’è stata la rilevanza, anche mediatica, dei fatti”. L’intento è anche quello di dare spazio alla profondità di un’analisi che spesso sui giornali non viene resa e che le testate nazionali non rilanciano quando anche ci sono degli approfondimenti di valore fatti su questo territorio, tanto in termini giornalistici quanto in attività di contrasto.
La parola è quindi passata a Fabiana Martini, coordinatrice per il Friuli Venezia Giulia di Articolo 21. Ecco il suo intervento: “Articolo 21 è un’associazione fatta non soltanto da giornalisti ma anche da esponenti del mondo della cultura, dello spettacolo, da giuristi, economisti, chiunque in qualche modo condivida l’obiettivo dell’associazione, che è quello di promuovere il principio della libertà d’espressione, quindi il principio contenuto proprio nell’art. 21 della nostra Costituzione. Infatti il sottotitolo dell’associazione è “il dovere di informare, il diritto ad essere informati”. Articolo 21 è nata quasi diciassette anni fa, il 27 febbraio 2002, un po’ a seguito del cosiddetto “editto bulgaro” emanato nei confronti di Biagi, Santoro e Luttazzi. Molte poi sono state le iniziative promosse attraverso il sito internet e attraverso azioni e prese di posizione o adesioni a iniziative promosse da altri sui territori per denunciare anche episodi di censura, di intimidazione, di mobbing subiti da singole persone, da associazioni, sia nel nostro paese che all’estero. Articolo 21 nasce anche con lo spirito di essere rete delle reti, mettere in connessione varie esperienze associative: un esempio è la collaborazione con Libera. Non è quindi un’associazione nata a difesa della categoria giornalistica, ma a difesa della democrazia, nella convinzione che senza informazione e senza libertà di stampa non c’è vera democrazia: l’informazione dovrebbe fornire gli strumenti per poter scegliere da che parte stare. Il dato inquietante è il fatto che un sacco di gente ha scelto la neutralità, continua a scegliere di non stare da nessuna parte e questo non va bene in una democrazia in cui si è chiamati, attraverso il voto e attraverso le scelte quotidiane, a schierarsi, a stare da una parte o dall’altra. “In una democrazia il diritto a un’informazione libera, autonoma e indipendente, è un diritto fondamentale, al pari della libertà d’espressione” scrive il giornalista Paolo Borrometi nel libro “Un morto ogni tanto”. Paolo è il presidente nazionale di Articolo 21 e collaboratore di Libera. In questo libro parla della sua battaglia contro quella che lui definisce la mafia invisibile, quella della Sicilia sud orientale, quasi sempre sottovalutata, ma, a detta di Paolo, riconoscibile già molti anni fa se solo la si fosse voluta vedere. A differenza di altri, Borrometi non ha chiuso gli occhi e da anni denuncia sul suo sito indipendente gli intrecci tra mafia e politica e gli affari sporchi che fioriscono all’ombra di quelli legali; un lavoro che lo costringe da anni a vivere sotto scorta in seguito ad un’aggressione subita nell’aprile del 2014 che lo ha lasciato menomato fisicamente. Ha continuato a ricevere intimidazioni e minacce di morte, l’ultima poche settimane fa. Ho voluto citare la vicenda di Paolo per mostrare quello che dovrebbe fare il giornalismo: far vedere ciò che è opaco, diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, “additare ciò che è nascosto” come sostiene Verbitsky, provare a essere un antidoto alle rimozioni collettive e ai depistaggi, ma anche uno strumento contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, gli errori del governo. Articolo 21 cerca di essere tutto questo sia a livello nazionale che a livello locale, promuovendo sul territorio dei presidi. Quello del Friuli Venezia Giulia è nato nel maggio del 2017. Per la formazione ci siamo concentrati su tre tematiche: i migranti, la violenza contro le donne, l’hate speech. In merito alla libertà di stampa ricordo l’iniziativa di qualche mese fa a sostegno delle due testate giornalistiche de Il Manifesto e Avvenire che sono state censurate dal Comune di Monfalcone che ha deciso di ritirarle dalla pubblica lettura in biblioteca, interrompendo gli abbonamenti. Nonostante ci sia stata poi la sottoscrizione promossa da alcuni cittadini per riattivare gli abbonamenti, i due giornali sono stati confinati prima in una casa di riposo, con la scusa che vengono letti solo dagli anziani, e poi presso l’Ufficio Relazioni con il Pubblico, quindi in un luogo differente da quello in cui le persone vanno a leggere i giornali. Abbiamo promosso un incontro molto partecipato, benché in un pomeriggio feriale, in una sala parrocchiale; avevamo chiesto una sala al Comune di Monfalcone invitando anche la sindaca, ma ella ha ritenuto di non partecipare e di non concedere la sala. Erano presenti più di 100 persone e hanno presenziato il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e la direttrice de Il Manifesto Norma Rangeri e abbiamo sviluppato un dibattito insieme al presidente dell’ordine, a Paolo Borrometi, al Presidente del Sindacato e anche col direttore del Primorski dnevnik, quotidiano degli sloveni d’Italia. Un sostegno molto forte è stato dato poi alla mostra sulle leggi razziali promossa dal Liceo Petrarca di Trieste, e organizzata in occasione degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali che è avvenuta proprio qui, in Piazza Unità, e rispetto alla quale c’era stato un tentativo di censura da parte dell’Amministrazione comunale, poi rientrato in seguito alla presa di posizione e alla mobilitazione della città e non solo della città. Si sono fatti e si fanno anche degli interventi nelle scuole proprio in merito all’art. 21 della Costituzione, per una sua rilettura e attualizzazione.”