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Francesca

È più di un mese e mezzo che non aggiorno il blog. Mi sono preso una pausa in occasione della settimana santa e del periodo pasquale, mi sono tuffato in impegni di lavoro e in relazioni amicali e famigliari, sono stato a Rimini a un convegno della Erickson sugli adolescenti, ho concluso un corso di friulano (volevo imparare a scriverlo correttamente), sono stato a Roma per una formazione di due giorni organizzata da Libera sulla violenza di genere, e tante altre cose che non sto qui a scrivere.

Ma oggi, anche se adesso la mezzanotte è passata, ci tenevo a scrivere qualcosa. Quest’anno nelle classi quarte abbiamo lavorato sul tema della Mafia e sull’importanza di fare memoria, di condividere memorie. Studentesse e studenti hanno “adottato” una vittima innocente di mafia e hanno provato a raccontarne la storia in prima persona. E poi l’hanno letta in classe. Storie di donne, di bambini, di ragazze, di poliziotti, di giornalisti, di passanti, di carabinieri, di famigliari, di testimoni… Ci siamo emozionati.

Per non far torto a nessuno, però, qui voglio pubblicare parte del lavoro di una scuola lontana dalla nostra realtà, ma molto vicina a quella dei fatti del 23 maggio 1992: il lavoro della Classe III B dell”Istituto Comprensivo “G. Marconi” di Palermo, che ho letto qui. Con la storia di una donna desidero fare memoria anche di Antonio, Giovanni, Rocco e Vito.

Francesca Morvillo. 17:58
Francesca Morvillo; abbiamo parlato di questa donna a scuola oggi. Era la moglie di Giovanni Falcone, l’hanno descritta come una donna coraggiosa, intelligente, insomma una donna che ha lasciato il segno. Ma io fino a ora non ne avevo mai sentito parlare. Sapevo che Falcone aveva una moglie, ma non sapevo chi fosse, come si chiamasse, che aspetto avesse. Finalmente la campanella suonò, e noi ritornammo a casa. Il pranzo fu silenzioso come non mai. Mia madre non mi chiese niente su com’era andata la scuola e nessuno parlava. O forse ero io che non ascoltavo. I miei pensieri erano rivolti solo a Francesca.  Finito di pranzare, decisi di fare subito il compito che ci avevano assegnato su di lei. Presi un foglio dal quaderno e cercai di buttare giù qualche idea, ma niente! Passai una mezz’ora davanti a quel foglio bianco a girarmi la penna tra le mani. Niente. La mia mente era vuota. 
-Intanto quando è nata? – mi chiesi.
-14 dicembre 1945. – mi rispose una voce. Mi girai verso la porta, credendo fosse mia madre. Non c’era nessuno. Feci spallucce e riportai lo sguardo al foglio. 
-E poi è morta nel? – mi chiesi di nuovo ad alta voce.
-23 maggio 1992. – Mi girai di nuovo verso la porta, ma non trovai nessuno. C’ero solo io.
-D’accordo deliro. È quello che succede quando vai troppo a scuola. – cercai di sdrammatizzare per poi rimettermi a scrivere. Poi riguardai il testo, leggendolo ad alta voce.
-“Francesca Morvillo, nata il 14 dicembre 1945 e morta il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci, era la moglie di Giovanni Falcone.” E adesso… credo basti. – mi dissi fra me e me, così feci per posare la penna, ma sentii la stessa voce di prima ridere.
-Lo sai che Francesca Morvillo non era solo “la moglie di Falcone”? – mi disse. Rimasi pietrificata.
-Troppo studio, sto impazzendo. – la voce rise di nuovo. Era una risata dolce, cristallina.
-Tu sai chi è Francesca Morvillo? – mi chiese. Annuii.
-La moglie di Falcone? – risposi.
-E poi? – il silenzio. La voce rise di nuovo.
-Beh, intanto era una donna, un magistrato, una moglie, una vittima della mafia ed ero io.- ero nel bel mezzo di una crisi di nervi. Mi girai di nuovo verso la porta, ma non trovai nessuno. Guardando verso il letto invece trovai una donna, una meravigliosa donna dai capelli biondi e corti, vestita con una giacca color avorio e dei pantaloni larghi dello stesso colore, seduta comodamente sul mio letto. 
-Vedo cose. Magari dormire quattro ore stanotte non è stata una buona idea… – la donna rise di nuovo. Cercai di non dare troppo peso a quella strana presenza e decisi di fare qualche ricerca fotografica su internet. Guardai un pò di foto di Francesca e poi mi venne un flash. Guardai la foto, poi la donna seduta sul mio letto, poi di nuovo la foto, poi ancora la donna. Continuai così finché non m iniziò a girare la testa.
-Sono confusa. –  la donna, dopo un istante di silenzio mi sorrise.
-E comunque la mia tesina si chiamava “Stato di diritto e misure di sicurezza”. – mi disse, come se mi avesse letto nel pensiero. 
-Si grazie. Era proprio quello che mi serviva. –  dissi, scrivendo la nuova informazione sul foglio davanti a me, le quali righe stavano iniziando a riempirsi. 
-Francesca Morvillo che lavori ha fatto? – mi chiesi in mente per non farmi sentire da quella donna.
-Sono stata Giudice del Tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale per minorenni di Palermo, Consigliere di Corte d’Appello di Palermo e parte della Commissione per il concorso d’accesso alla Magistratura. – mi rispose la donna, o meglio Francesca, sorridendo.
-… Non ho capito niente ma ok, ha fatto tanti lavori. – mi stupii di me stessa per aver parlato con una figura creata dalla mia testa.
-Ma non sei – cioè non è stata anche insegnante? – lei ci pensò un attimo.
-Si, facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ateneo palermitano. Ero insegnante di legislativa nella scuola di specializzazione in Pediatria. E ti prego dammi del “tu” non sopporto più il “lei”. – rispose. 
-In quanto a Falcone, vi sposaste nel? – non ci pensò un attimo che subito mi rispose.
-Maggio 1986, ci sposammo in privato. C’erano solo i testimoni e il sindaco. Mi ricordo ancora tutto in ogni minimo dettaglio.- le si illuminarono gli occhi mentre parlava di tutto quello che era accaduto al matrimonio. Mi raccontò anche del sindaco Orlando, che aveva celebrato le nozze. La pagina piano piano si riempiva sempre di più.
-Tu avresti voluto avere un bambino? – le chiesi. Lei abbassò lo sguardo.
-Io avrei voluto, ma sapevo che non potevamo. Eravamo troppo impegnati nel nostro lavoro. E poi Giovanni lo diceva “non voglio orfani” perché lui lo sapeva che alla fine si sarebbero liberati di lui. Anzi, di noi. – mi spiegò. Era un tasto dolente, lo capivo.
-Com’era la vita sotto scorta? – le chiesi. Si fermò un attimo per pensare.
-Orribile. L’unica parola che mi viene in mente, ma era necessario per la nostra sicurezza. Ci siamo persi tante cose della vita, la nostra non era mica una vita come quella di tutti gli altri. Non potevamo andare in luoghi pubblici, tranne il posto di lavoro. Dovevamo sempre spostarci in auto blindate e a prova di proiettile, non potevamo andare al ristorante o a fare una passeggiata sulla spiaggia di Mondello, in piazza, o semplicemente per le vie delle strade per incontrare amici. Non posso dire di avere avuto altri amici oltre la mia famiglia, ma Giovanni… lui aveva Paolo. – sembrava volesse dire altro, ma era come se le parole le rimanessero intrappolate in gola. Rimasi in silenzio per un pò, poi presi fiato.
-Francesca, perché non sei scappata? Intendo, sapevi che era molto pericoloso continuare a stare con Giovanni, ma non sei andata via. Eppure lui te lo diceva “vai via, scappa, salvati” ma tu non l’hai ascoltato e a Capaci… – mi fermai. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, il sorriso che aveva tenuto per tutta la conversazione era svanito, lasciando il posto a un flebile e malinconico sorrisetto.
-Io ero consapevole dei gravissimi pericoli a cui Giovanni andava incontro, a cui entrambi andavamo incontro, ma non l’avrei lasciato mai da solo. Ho scelto di stare con lui, di sposarlo, di aiutarlo e incoraggiarlo sempre perché lo amavo e sapevo che ne aveva bisogno. E ho deciso io che se fosse morto, sarei morta con lui. In fondo “finché morte non vi separi” giusto? – annuii. Le parole di Francesca erano molto profonde, mi sentii quasi bloccata. 
-Francesca… cosa è successo esattamente nel ritorno da Roma a Capaci. Era la A29 Palermo – Trapani giusto? E su questo sito dice che “alle ore 17:58, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 1000 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada” è così che è successo? E dice anche che “la prima auto, la Croma marrone, fu investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo. La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza.” E senti questo “Francesca Morvillo, ancora viva dopo l’esplosione, viene trasportata prima all’ospedale Cervello e poi trasferita al Civico, nel reparto di neurochirurgia, dove però muore intorno alle 23 a causa delle gravi lesioni interne riportate.” Quindi è questo che è successo? – 
Quando incontrai il suo sguardo, mi resi conto di quello che avevo detto e me ne pentii. La sua espressione era seria, o per meglio dire vuota. Feci per scusarmi ma lei mi precedette.
-Si è successo proprio quello. Non mi ricordo molto del momento in cui la strada saltò in aria, i miei ricordi sono sfocati. Ricordo solo di avere avuto Giovanni accanto, poi un leggero sibilo e all’improvviso un potente tuono e un forte mal di testa. Dopo di quello non ho più sentito niente. Girava tutto, mi fischiavano le orecchie e vedevo sfocato… poi non sentii più niente. Era come fossi…morta. Ma non fu così; dopo non so neanche io quanto iniziai a sentire delle voci, c’erano persone accanto a me, ne sentivo la presenza. Parlavano di Capaci e di Giovanni. “è morto il Giudice” dicevano. Era morto. Giovanni era morto. Erano morti tutti, li avevano uccisi tutti. Ce l’avevano fatta. Ci avevano eliminati. Quella stessa notte alle 23. – il silenzio. Scrissi le ultime parole.
-E poi? Alle 23 sei… hai capito no? Francesca? –
nessuna risposta. Forse avevo detto troppo. Mi girai verso il letto. Vuoto. Non c’era nessuno, era come sparita nel nulla così com’era arrivata. Guardai l’orologio; 17:58. Sospirai, un pò delusa, ma contenta di avere almeno potuto parlare con una donna come lei. Me ne sentivo quasi orgogliosa, anche se sapevo non avrei potuto parlarne con nessuno, o mi avrebbero preso per pazza.  
-Merenda! – chiamò mia madre dalla cucina. Mi alzai posando la penna sulla scrivania e mettendo il foglio ormai pieno al sicuro in un raccoglitore.
-Grazie Francesca. – mormorai. Francesca Morvillo. Una donna con i fiocchi e i controfiocchi.

Da “La Stampa
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Intimidazioni

Meno di tre settimane fa inviavo alle mie classi più grandi (quarte e quinte) l’intervista del giornalista friulano Giovanni Taormina all’ex-reggente ‘ndranghetista Luigi Bonaventura. Questa mattina, all’ingresso della sede Rai di Udine, gli è stata recapitata una busta con due proiettili all’interno. Se ci fosse bisogno di un ulteriore segnale che la mafia è presente anche qui…

https://www.rainews.it/tgr/fvg/video/2019/04/fvg-taormina-proiettili-rai-udine-f0a07600-47ce-4ac1-a939-2109af1f609f.html

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La relazione dell’Osservatorio regionale antimafia

L’Osservatorio regionale antimafia del Friuli Venezia Giulia ha presentato ieri, 27 marzo, la relazione del 2018. In attesa di leggerla integralmente, pubblico l’articolo di Nicolò Giraldi per Trieste Prima:

Michele Penta, Coordinatore dell’Osservatorio regionale antimafia (fonte)

“L’infiltrazione mafiosa in Friuli Venezia Giulia è realtà, anche se a mancare ad oggi – perché non disponibile – è proprio il numero dei condannati, in regione, al regime di 416 bis, il carcere “riservato”ai colpevoli per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso. A dirlo è l’Osservatorio Regionale Antimafia che oggi 27 marzo presso la sede del Consiglio regionale a Trieste ha presentato la sua relazione del 2018. Alla conferenza stampa sono intervenuti il presidente del Consiglio del Friuli Venezia Giulia, Pier Mauro Zanin, il presidente dell’ORA Michele Penta e il Governatore Massimiliano Fedriga.
“E’ indubbio che ci siano alcuni campanelli d’allarme – ha introdotto Zanin – rispetto alla situazione di un tempo in cui la nostra regione veniva considerata immune alle infiltrazioni mafiose. Oggi non è più così anche perché le mafie utilizzano risorse finanziarie, elusione e un sistema per poi poter avere una finalità precisa, vale a dire l’utilizzo di regioni lontane per fare la lavatrice delle risorse illecite”.
Riciclaggio, droga, armi e prostituzione
Le mafie riciclano al nord i soldi che arrivano dal traffico d’armi, dallo sfruttamento delle condizioni personali, dalla droga e da molte altre attività illegali. I meccanismi di inserimento della malavita nei processi che riguardano l’uso delle risorse pubbliche sono sottili e per questo le amministrazioni dovrebbero lavorare molto di più di ciò che viene fatto ad oggi, nella turnazione dei propri dipendenti.
Il lavoro basato sulle relazioni antimafia
Michele Penta ha poi illustrato i dati della relazione 2018. “Abbiamo letto centinaia di migliaia di pagine. Da quelle derivanti dalla Direzione Investigativa Antimafia fino a quelle delle commissioni parlamentari. Sembravamo immuni ma, come cambiano le società, cambiano i metodi mafiosi. Dal 2014 si è infatti scatenata un’escalation di notizie relative alle infiltrazioni mafiose”. Nato il 5 febbraio del 2017, il compito dell’Osservatorio è “fotografare la realtà della consistenza del fenomeno criminale di stampo mafioso, sia esso riconducibile ad ambienti di camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita, più quello che localmente viene a determinarsi” ha continuato Penta. “Oggi sul panorama territoriale esiste una mafia locale e tante piccole mafie, che adottano il metodo mafioso“.
Il metodo mafioso: si corrompe e si minaccia
Il sistema utilizzato è è quello delle scatole cinesi e trova nel riciclaggio di denaro sporco la sua ragion d’essere. “Il riciclaggio – secondo l’Osservatorio – si fa anche con la Slovenia e la Croazia. La criminalità si arricchisce attraverso il traffico di droga e armi, un’enorme quantità di denaro che usa in attività lecite, in realtà ha una provenienza illegale”. “Prima si corrompe, si minaccia la persona in questione, poi la famiglia per poi arrivare, nel caso la mafia non raggiunga il suo scopo, a conseguenze anche molto pesanti. Quando la persona minacciata chiede il trasferimento e viene spostato, allora la criminalità organizzata ha raggiunto il suo scopo.
Nessun caso di usura e “pizzo”
La difficoltà più grande per gli investigatori è quella di arrivare a determinare l’esatto meccanismo delle attività criminali. I reati per riciclaggio sono in misura più alta rispetto agli altri. L’attenzione sugli appalti e sui sub-appalti è costante, come d’altronde anche quella sulle forme di contrattualistica, i grandi traffici, i trasporti, i porti e molto altro. “Non si sono verificati – non sono stati oggetto di indagine o di condanna – episodi di usura o pizzo” sempre secondo l’ORA.
Individuano le società e le acquisiscono
“Un efficace metodo di infiltrazione – secondo l’ORA – si basa sull’individuazione di società alle prese con problemi finanziari e vengono aggiunti capitali. Si crea debito e alla fine si acquisiscono”. Ciò che serve è “un programma di formazione anche per gli addetti degli uffici pubblici, dove deve essere sempre consentita una formazione più elevata. La turnazione del personale può essere facilmente gestita da comuni come Trieste o Udine, mentre per i medi o piccoli enti locali tutto ciò diventa molto difficile.
“Non possiamo dormire sonni tranquilli”
Il Governatore Fedriga è intervenuto nella conferenza stampa. “Motivo di soddisfazione è rappresentato dall’esserci mossi con anticipo rispetto ad una situazione preoccupante, sempre se paragonata ad altre regioni. L’Osservatorio è fondamentale come termine dissuasivo agli interessi della malavita sul territorio”. “Il successo – ha concluso Fedriga – è quello di andare a colpire chi commette i reati, ma anche e soprattutto che non si verifichino situazioni delittuose. Dobbiamo tutelare la nostra comunità”. Secondo l’Osservatorio Regionale Anitmafia tuttavia “non possiamo dormire sonni tranquilli”.

Il servizio di 7Gold

Così invece ne ha scritto la redazione del Diario di Trieste:

“TRIESTE – Non siamo una regione con presenza di criminalità organizzata e di stampo mafioso forte come quella che si registra in Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, ma non possiamo dormire ‘sonni tranquilli’ neppure qua. Dal 2014, c’è stata una escalation di fenomeni legati alle associazioni criminali nazionali e non da meno locali. È come se quel sistema sociale chiuso che caratterizzava il Friuli Venezia Giulia fosse venuto meno nella sua funzione di isolamento, che in questo caso significava protezione.
La relazione
È quanto è stato evidenziato e che emerge dalla prima relazione annuale dell’Osservatorio regionale antimafia, istituito ai sensi della legge regionale 21/2017 ‘per il contrasto e la prevenzione dei fenomeni di criminalità organizzata e di stampo mafioso’. Il comitato è costituito da cinque componenti, nominati dal consiglio regionale il 22 novembre 2017 e prorogati sino ad aprile 2020. Si tratta di un organismo istituito in molte regioni d’Italia ma non in tutte, è stato fatto presente a sottolineare come il consiglio regionale del Fvg, a cui l’Osservatorio fa diretto riferimento, sia in prima linea in questo aspetto offrendo un deterrente all’insediamento delle organizzazioni malavitose nel nostro territorio. Diversi i settori in cui la criminalità organizzata si è infiltrata in Fvg, a cominciare da quello del riciclaggio del denaro sporco per passare agli appalti e soprattutto ai subappalti, ai grandi traffici e ai trasporti, attraverso soggetti locali compiacenti ma anche stranieri, in particolare dell’Est Europa.
Le indagini
Dall’Osservatorio è poi stato esposto un elenco delle evidenze investigative e giudiziarie più significative degli ultimi 20 anni: come i provvedimenti cautelari eseguiti nei confronti di alcuni componenti della famiglia Emmanuello di Gela, attivi nell’esecuzione di opere edili nel comune di Aviano; le indagini sull’insediamento di alcuni esponenti della camorra presso il mercato di Tarvisio; la confisca di beni a Pordenone, Aviano e Tavagnacco all’imprenditore edile palermitano Pecora e a componenti della famiglia Graziano; il sequestro della Sermac di Budoia, risultata di proprietà di un gruppo criminale comprendente esponenti della camorra, della ndrangheta e del clan Casamonica; l’indagine a Monfalcone sulla presenza di un clan della ndrangheta di origine crotonese con a capo Giuseppe Iona, attivo nel settore del traffico di stupefacenti e armi; l’indagine, avviata dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo, sui tentativi di infiltrazione di un imprenditore palermitano legato a ‘Cosa nostra’ e operante a Monfalcone; l’indagine sulla presenza della camorra al Porto di Trieste, con l’arresto dei vertici della società ‘Depositi Costieri’ e molte altre ancora, che hanno coinvolto il territorio regionale sino ad oggi. Come si evince da tale sintetica panoramica – è riportato nella relazione – non si può più parlare di tentativi di infiltrazione, né di sporadiche incursioni criminali in alcuni settori economico-produttivi, bensì di un consolidamento strutturato e radicato in alcuni specifici ambiti, quali quello del riciclaggio, accresciutosi negli anni.
Come prevenire
Ma l’allarme che tale situazione oggi determina, peraltro ancora da taluni sottovalutato, non è certo di quest’ultimo periodo o di un passato recente, è un allarme lanciato ben trenta anni fa dell’allora procuratore della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino. Due i livelli su cui intervenire – è stato spiegato -, creando una rete di relazioni: da una parte supportare gli enti locali, in particolare i piccoli Comuni, meno strutturati rispetto agli altri ma dove il sindaco svolge una funzione preminente di sentinella e osservatore privilegiato di ogni novità, dall’altra operare con le scuole attraverso l’informazione ma anche la formazione. Che questa sia la via è stato confermato dall’Associazione nazionale comuni italiani e dall’Ufficio scolastico regionale durante la presentazione della relazione annuale 2018-2019 dell’Osservatorio, che si è scelto di rendere pubblica ogni 21 marzo in occasione della ‘Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’. Riciclaggio, dunque, con denaro proveniente da droga e armi che viene ‘ripulito’ con attività lecite, le quali però finanziano altre attività illegali, secondo un sistema che si rinnova ogni volta. E poi l’infiltrazione nelle società ‘decotte’, ovvero in difficoltà economica, che vengono fatte fallire e poi acquisite per finalità indebite. E ancora la corruzione, attraverso le minacce prima alla persona poi alla sua famiglia. Il colloquio con il territorio deve essere costante – avverte l’Osservatorio – per la capacità camaleontica che hanno le organizzazioni criminali di mutare una volta scoperte, e di re-infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico del luogo. Siamo i primi interessati a collaborare con l’Osservatorio antimafia – ha detto l’Anci – come amministratori ma anche come operatori e professionisti. La scuola già opera con le forze di polizia – ha aggiunto l’ufficio scolastico – con progetti per la legalità economica: l’auspicio è raccordare le azioni soprattutto per la prevenzione, che qui è strategica. Non si tratta solo di proteggerci da appalti truccati che creano riciclaggio – ha chiosato la giunta regionale -, ma tutelare la sicurezza dei nostri cittadini, perché un appalto truccato vuol dire anche utilizzo di materiali scadenti o contraffatti.”

Infine, questo è l’intervento del coordinatore Michele Penta ai microfoni del TG3 lo scorso 22 marzo.

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L’eredità di Annalisa

Sono passati esattamente quindici anni da quando, in una sparatoria tra clan a Forcella, veniva uccisa per errore una ragazzina di 14 anni, Annalisa Durante. Il suo nome è stato dato ad una biblioteca in uno dei rioni di Napoli. Ne scrive su L’Espresso Anna Dichiarante.

“Quindici anni fa, a Forcella, certe cose erano impensabili. Un pianoforte lasciato a disposizione dei passanti, la biblioteca, il murales di Jorit con il ritratto di un san Gennaro che santo non è, perché quel volto è di un giovane operaio e non del patrono della città. La sintesi di Napoli: mistica, viscerale, popolare. Quindici anni fa, in questo rione nel centro storico del capoluogo campano, i proiettili della camorra uccidevano Annalisa Durante.

Era la sera del 27 marzo 2004, quando, in via Vicaria vecchia, Annalisa, 14 anni, si ritrovò in mezzo a una sparatoria tra i clan rivali dei Giuliano e dei Mazzarella. Era scesa sotto casa per chiacchierare con le amiche e fu colpita per errore. Anche se coprirsi la fuga sparando per strada, tra la gente, non può essere considerato un errore. Annalisa divenne “scudo” di Salvatore Giuliano, rampollo della dinastia criminale che a Forcella ha dominato a lungo: il boss, all’epoca diciannovenne, impugnò le armi per difendersi da un agguato tesogli dal gruppo di fuoco di Vincenzo Mazzarella e centrò lei. La ragazza morì in ospedale nei giorni successivi.
Per l’omicidio, Giuliano è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione. Vittima e assassino si conoscevano, perché in quell’intrico di vicoli tutti si conoscono. E lì, per rabbia e per amore, la famiglia di Annalisa è rimasta. Nonostante le minacce ricevute per aver esortato gli abitanti del rione a testimoniare contro i boss, suo padre Giovanni ha iniziato a darsi da fare per rendere Forcella un posto migliore. Una sfida per resistere al dolore, per dare un senso alla propria esistenza e per realizzare il desiderio della figlia di vedere un giorno Forcella «bella come gli altri quartieri».
«Questi anni sono stati una battaglia. Allora, più della metà del quartiere stava con i camorristi, ma adesso il settanta per cento sta dalla mia parte. Chi avrebbe mai pensato che grazie ad Annalisa si sarebbe riusciti a fare tanto?», dice Giovanni, indicando intorno a sé gli scaffali con i libri della biblioteca che porta il nome di sua figlia.
Nell’angolo c’è uno scatolone con gli ultimi cento donati da una scuola di Brescia. Sono molte, infatti, le classi che vengono in visita. Fuori qualcuno suona il pianoforte regalato da una storica azienda napoletana: serve per i concerti e i laboratori musicali, poi viene lasciato sotto il portico e chi passa può usarlo. Vicino al piano, c’è una casetta di legno con i libri che possono essere presi liberamente. Ovunque ci sono foto con luoghi e personaggi della tradizione napoletana. Poi, una parete con l’elenco, interminabile, delle vittime innocenti della criminalità organizzata in Campania. Giovanni trova sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui parlare; i suoi occhi inseguono continuamente nuove idee. Al suo fianco c’è Pino Perna, presidente dell’associazione fondata nel 2005 in memoria di Annalisa. Pino cerca di attuare tutti i progetti del signor Durante, perché «dirgli di no è impossibile».

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Questa biblioteca, aperta nel 2015 e ospitata in uno spazio comunale a pochi passi dal punto in cui la quattordicenne fu uccisa, è il loro orgoglio. Ci sono quasi seimila volumi di vario genere, catalogati e inseriti nel circuito del sistema bibliotecario nazionale. «Ogni libro ci è stato regalato. Hanno cominciato ad arrivarcene da tutta Italia dopo l’omicidio di Annalisa. E qui la ricordiamo nel giorno del quindicesimo anniversario dalla sua morte», spiega Perna. Giovanni racconta che a dargli l’idea della biblioteca fu un napoletano emigrato in Australia: «Lo incontrai per caso, mi lasciò un libro e mi spronò a intraprendere quest’impresa».
In realtà, il signor Durante aveva da sempre chiaro che la rinascita di Forcella, e delle altre aree soffocate dal controllo criminale, sarebbe dovuta passare dalla cultura. È quella, dice lui, che «salva le anime». Così, dopo la morte della figlia, iniziò a pungolare le istituzioni perché dessero un segnale, cominciando da uno dei posti più brutti del rione: un ex cinema di proprietà privata, ormai abbandonato e ridotto a discarica, proprio in via Vicaria vecchia. La Regione acquistò il palazzo, lo riqualificò e lo assegnò al Comune.
Piano piano, grazie al lavoro dell’associazione “Annalisa Durante” e di altre realtà locali del terzo settore, sono partite le attività culturali e ricreative per bambini e ragazzi. Poi i libri, le mille iniziative per incentivare la lettura, il giornalino scritto dai giovani del quartiere, lo studio per scoprire le origini storiche di Napoli condotto insieme a un liceo del Torinese, l’allestimento di mostre e spettacoli teatrali. Nel 2006, all’interno della scuola comunale che si trova vicino alla biblioteca e che è stata a sua volta intitolata ad Annalisa, l’associazione ha aperto una ludoteca. «Nel 2011, però, abbiamo dovuto chiuderla – dice Pino – senza finanziamenti pubblici, non potevamo più pagare gli operatori». Grazie a una raccolta solidale di fondi e ai volontari del servizio civile, nel 2016 c’è stata la riapertura. A fare da custode alla sala con i giochi, tutti regalati, è il nonno materno di Annalisa.
«All’inizio, alle nostre attività non veniva nessuno – continua Pino – la gente non si fidava o temeva di inimicarsi il clan frequentandole. Abbiamo dovuto dimostrare di essere credibili, di offrire servizi alla comunità. Perciò abbiamo puntato sui bimbi. Le mamme li lasciavano qui senza entrare, imparando che su di noi potevano contare».
Una fiducia guadagnata a fatica, cercando di attirare le persone, una a una, in un quartiere martoriato dal degrado sociale ed economico. «Adesso del centro di Napoli si parla per le scorribande delle “baby paranze”. Sono proprio questi giovani “malamente” che vado a cercare, sono loro che hanno bisogno di essere strappati alla camorra e alla miseria. La mia sfida è portarli qui. Il coraggio per entrare, qualcuno lo sta trovando», s’infervora Giovanni, mischiando italiano e dialetto. Poi guarda Pino per un cenno di conferma: sì, ora a Forcella il coraggio per denunciare le intimidazioni e le estorsioni dei clan qualcuno inizia ad averlo. Il prossimo passo è portare le iniziative all’esterno, in mezzo alla gente. Come con la sfilata di carnevale del Comune, con la ciclo-officina gratuita, con il book crossing. E la partecipazione cresce. Agli incontri in biblioteca, Giovanni sistema le sedie in cerchio, ma lascia sempre un punto vuoto per poter aggiungere una sedia. «Il problema è che le istituzioni, invece di aiutarci, si dimenticano di noi, ci stritolano con la burocrazia – lamenta – l’ho detto pure al premier Giuseppe Conte, quand’è venuto qui. E gli ho chiesto perché Forcella non può essere ogni giorno come l’hanno fatta trovare a lui, pulita, senza cataste di motorini sui marciapiedi, senza bancarelle abusive dappertutto».
L’obiettivo è sfruttare ogni moto delle coscienze e anche il boom turistico che Napoli sta vivendo. «Ci sono problemi eterni in questo rione – dice Perna – il contrabbando di sigarette come negli anni Settanta, gli edifici puntellati dal terremoto del 1980… Servono politiche integrate e continuative di sviluppo, non spot o interventi una tantum. Serve sinergia tra le organizzazioni di volontariato del territorio, soprattutto adesso che nuove idee stanno prendendo forma. E occorre portare i turisti anche qui. Finora si sono fermati a via Duomo, la strada che conduce alla cattedrale di Napoli e che segna il limite tra il centro storico, pieno di attrazioni famose nel mondo, e questo quartiere disgraziato, su cui sono fioriti pregiudizi». Per questo, Perna collabora anche con Legambiente e Slow Food: «Abbiamo poi creato “Zona Ntl – Napoli turismo e legalità”, una mappa dei siti di interesse storico-archeologico di Forcella collegata a un’app per raggiungere ovunque i potenziali turisti. Il rione è pieno di tesori, ma alcuni sono inaccessibili e trascurati, vanno recuperati. Sulla nostra cartina, inoltre, sono indicati bar e ristoranti dove trovare le eccellenze locali. Bisogna sostenere gli sforzi di chi vuole trasformare Forcella in un polo turistico di qualità».
Giovanni, intanto, pensa già ai progetti futuri. Vuole aprire una piccola sezione della biblioteca all’interno del carcere di Poggioreale. «Ci vorrebbe una stanza, magari un po’ colorata, dove i detenuti possano trovare libri selezionati per loro, letture che possano farli riflettere e indurli a cambiare», spiega. Ma il sogno del signor Durante è di incontrare papa Francesco. Pino si sta facendo in quattro per riuscire ad accontentarlo. «Sai cosa vorrei chiedergli? – dice Giovanni, stringendo il braccio dell’amico – di lanciare un appello per aiutarmi a trovare le cinque persone che hanno ricevuto gli organi di mia figlia».
Quando Annalisa morì, infatti, i suoi genitori autorizzarono la donazione, ma la legge non consente di conoscere l’identità dei destinatari del trapianto. «Il mio ultimo desiderio – conclude Giovanni – è poterli abbracciare. Nient’altro. Ma mi basterebbe anche solo un biglietto anonimo, per sapere se stanno bene. Per sapere che sono vivi e che Annalisa lo è insieme a loro».

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Noi siamo molti di più

L’auto di Chiara Natoli, attivista di Libera (fonte)

Avevo letto la notizia di sfuggita sui social e mi ero ripromesso di approfondirla e riprenderla. Pubblico allora l’articolo che Paolo Borrometi ha pubblicato sul suo blog e rimando a Palermo Today per altre notizie e commenti.

“Giovedì, il giorno della memoria organizzato da Libera, Palermo si è svegliata con il volto di Chiara Natoli, attivista dell’associazione di don Ciotti, che su Rai 3 diceva: “Ricordare le vittime della mafia vuol dire impegnarsi concretamente per i diritti e la giustizia sociale”. Due giorni dopo, in piena notte, ignoti hanno bruciato l’auto della Natoli, parcheggiata sotto casa. Lo riporta il quotidiano La Repubblica, che sottolinea come chi ha distrutto la macchina della donna ha agito, quasi come una sfida, a pochi passi dalla caserma della Guardia di finanza che si trova nel popolare quartiere del Borgo Vecchio, di fronte al porto. “Una sfida per tutti noi commenta don Luigi Ciotti ma noi siamo molti di più. Giovedì, c’erano quasi ventimila studenti nel centro di Palermo, mentre venivano letti i nomi delle 1.011 vittime della mafia”. “Lei lavora ogni giorno nei quartieri più difficili della città racconta don Luigi si dà un gran da fare in maniera concreta”. Chiara Natoli, 31 anni, racconta: “Una cosa che colpisce, ma Palermo è cambiata vedo una grande voglia di partecipazione. E ce lo siamo ripetuti il giorno del ricordo, non si può delegare l’impegno contro la mafia a magistratura e forze dell’ordine”. Ora, la polizia cerca due giovani per il raid contro la referente di Libera: in un video, estratto da una telecamera della zona, si vedono di spalle mentre vanno a colpo sicuro.
“E’ stata lanciata sfida a tutti noi ma noi siamo molti di più. Il 21 marzo a Palermo, per la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, eravamo 20.000: una primavera di rinascita e impegno che ci ha unito in modo ancor più forte al resto d’Italia, nel nostro percorso quotidiano di contrasto alle mafie, insieme a tanti, nel nostro Paese”. Lo dichiara il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, in merito all’intimidazione a danno dell’attivista Chiara Natoli, che si è vista dare alle fiamme l’auto nella notte tra venerdì e sabato. “In attesa di indagini e verifiche per comprendere l’accaduto – sottolinea don Ciotti – se dovesse essere confermato che è un atto contro di noi, ribadiamo la nostra volontà di non arretrare e proseguire il percorso di impegno e cambiamento intrapreso”. Mentre la stessa Chiara Natoli ringrazia tutti “per la vicinanza e il sostegno. Le indagini sono in corso – prosegue – e nutro massima fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e della magistratura che si stanno adoperando per individuare i responsabili. In particolare ringrazio la Prefetta che sin dalle prime ore mi ha espresso personalmente la vicinanza dello Stato. In attesa delle verifiche ribadisco che quelle fiamme non erano rivolte solo a me, ma colpiscono tutta Libera e i tantissimi che il 21 marzo sono stati con noi in piazza. Un Noi che a Palermo e in Sicilia sta facendo rifiorire una nuova primavera. Una primavera che nessuna incendio, nessuna intimidazione può fermare”.
“La Fondazione Caponnetto esprime la propria totale solidarietà e vicinanza a Chiara Natoli di Libera per il vile attentato incendiario subito. Uniti contro la mafia sempre e comunque ed oggi ancor di più”. Lo dichiarano il Presidente della Fondazione Caponnetto, Salvatore Calleri e la responsabile siciliana, Giusi Badalamenti, in merito all’intimidazione a danno dell’attivista Chiara Natoli, che si è vista dare alle fiamme l’auto nella notte tra venerdì e sabato.”

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Per amore del mio popolo non tacerò

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25 anni fa la Camorra uccise don Peppe Diana .
“Nel 1991, il giorno di Natale, don Peppe Diana aveva diffuso uno scritto, letto in tutte le chiese della zona, intitolato “Per amore del mio popolo”. Era un manifesto che annunciava, a voce alta, l’impegno contro la criminalità  organizzata, definita una forma di terrorismo che provava a diventare componente endemica della società. Parole ed impegno che gli sono costati cari. Il 19 marzo del 1994, giorno anche suo onomastico, Don Peppe Diana venne freddato nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, mentre stava per celebrare la messa. Il parroco morì  all’istante, colpito da cinque proiettili: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo” (da Rainews24).

Con queste parole lo ricorda don Luigi Ciotti:
“25 anni. Non c’è stato un giorno, in questo quarto di secolo, in cui non abbiamo sentito la presenza di don Peppe Diana attraverso l’impegno di chi, con tenacia e spesso coraggio – essendo un impegno, ahinoi, ancora troppo controcorrente – cerca non solo di “seguire” il Vangelo ma di viverlo, di tradurlo in scelte, atti e comportamenti, dentro e fuori dalla Chiesa. Ma se c’è stato un giorno in cui don Diana lo abbiamo sentito non solo presente, ma vivo, è stato il 21 marzo del 2014 nella Chiesa di San Gregorio a Roma, alla vigilia della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che si svolse quell’anno a Latina. Quel giorno, a San Gregorio, Papa Francesco incontrò un migliaio di famigliari delle vittime, tra cui quelli di don Diana e don Pino Puglisi. E al momento della benedizione, appoggiai con commozione sulle spalle del Papa la stola di don Peppe. Francesco parlò ai famigliari con grande trasporto, ringraziandoli per la loro quotidiana testimonianza, per la scelta difficile di non chiudersi ma di trasformare vuoti tanto strazianti in impegno per la giustizia. E poi si rivolse a quelli che definì i “grandi assenti”, gli uomini e le donne della mafia, esortandoli “in ginocchio”, a una conversione: il potere e il denaro che accumulate è sporco di sangue, sottolineò, e non potrete portarlo nell’altra vita. Don Peppe quel giorno era vivo nelle parole e nello slancio di un Papa che incarnava la Chiesa che Peppe aveva sognato e per la quale aveva messo in gioco la sua vita, una Chiesa che non si limita appunto a predicare il Vangelo ma lo vive, facendone un concreto strumento di liberazione e di giustizia a partire da questa Terra. Ecco perché oggi, a 25 anni dal suo assassinio, è essenziale non limitarsi a ricordare: bisogna fare del ricordo un pungolo di coscienza, una memoria viva. E un grande stimolo ci viene, in questo frangente in cui la sacra parola “popolo” rischia di diventare un concetto ambiguo, strumentale, una foglia di fico alla sete di potere dei “populisti”, proprio il documento “Per amore del mio popolo non tacerò”, che don Peppe scrisse e pubblicò insieme ai sacerdoti della Foranìa di Casal di Principe nel Natale del 1991, pochi mesi prima delle stragi di mafia, di quella storia di immane violenza che la mattina del 19 marzo 1994 uccise il corpo ma non lo spirito di quel giovane, scomodo prete che si apprestava a celebrare la Messa. Colpisce, di quel testo, la profezia e la profondità di sguardo. Don Peppe non si limita a denunciare il male, ma ne mette in luce il legame con un più generale vuoto di coscienza e di civiltà. C’è la descrizione puntuale della mafia camorristica, il suo evolversi già come mafia imprenditoriale, mafia non solo delle armi, ma della tangente e dell’appalto. Ci sono le responsabilità politiche, i vuoti amministrativi e istituzionali, la burocrazia, il clientelismo, il dilagare della corruzione. C’è l’invito alla Chiesa a “farsi più tagliente e meno neutrale”, più coerente con “la prima beatitudine del Vangelo che è la povertà”, in quanto “distacco dal superfluo, da ogni ambiguo compromesso e privilegio”. Ci sono insomma le indicazioni essenziali per costruire comunità in cui tutti contribuiscano alla libertà e dignità di ciascuno.
Per ricordare don Diana è allora importante meditare sulle sue parole, ma occorre anche trasformare la meditazione in azione, occorre fare del suo messaggio il nostro impegno, la nostra credibile testimonianza di vita.” (Famiglia Cristiana 17/03/2019, reperito su Libera).

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Siamo fatti così. Ma così come?

Ricordo un vecchio cartone animato dal titolo “Siamo fatti così”. Sostanzialmente spiegava com’è fatto il corpo umano. Mi è tornato in mente dopo aver ascoltato Arianna Zottarel, ricercatrice universitaria e autrice del libro “La mafia del Brenta. La storia di Felice Maniero e del Veneto che si credeva innocente”. Nel suo intervento del 2 febbraio scorso a Trieste ha parlato della mafia del Brenta e soprattutto della considerazione sociale intorno a tale vicenda. Trovo utili le sue parole in preparazione all’incontro di domani mattina tra gli studenti delle scuole di Udine e don Luigi Ciotti di Libera.

“Il punto da cui sono partita è stato quello di vedere la mafia del Brenta come un fenomeno che porta con sé tutta una storia di negazionismo, minimizzazione e sottovalutazione del fenomeno mafioso in Veneto. Questi processi su più fronti in realtà hanno sempre interessato il Veneto, così come altre regioni del nord-Italia, non sempre per complicità ma anche per problemi dovuti alla scarsa conoscenza del fenomeno o per le poche grandi operazioni della Magistratura che non hanno scosso il territorio veneto come hanno fatto in altre realtà. E quando pure lo hanno fatto, l’atteggiamento spontaneo è stato quello, un po’, di un’autocensura sociale e spesso anche giornalistica, di una minimizzazione da parte delle Istituzioni proprio perché c’era questo atteggiamento di voler tutelare l’immagine del territorio: un Veneto del turismo, un Veneto dell’impresa, un Veneto che sicuramente non si voleva associare alla parola mafia. Invece, nonostante risulti quasi sempre fanalino di coda in tema di criminalità organizzata, in realtà il Veneto è stato una regione a non tradizionale presenza mafiosa in cui è cresciuta e si è sviluppata una mafia autoctona. Questa storia si è anche andata velocemente dimenticando e non si è costruita molta teoria come è stato per le altre organizzazioni.
La mafia del Brenta ha operato soprattutto a Padova, nelle provincie di Padova e di Venezia, dalla metà degli anni ‘70 alla metà degli anni ‘90, ed è un’organizzazione che ha dei connotati molto diversi da quelli che conosciamo delle altre organizzazioni tradizionali, proprio perché è stata influenzata dagli aspetti politici, economici, sociali, culturali e criminali di quegli anni. Parliamo pertanto di un nuovo insediamento mafioso: non è il risultato di un processo di esportazione o di colonizzazione. Le caratteristiche sono diverse, a partire dalla sua struttura organizzativa: mentre Cosa Nostra e ‘Ndrangheta hanno struttura unitaria, verticistica e gerarchizzata e la Camorra tende ad avere una struttura più ad arcipelago e polverizzata, la mafia del Brenta non ha dei modelli da tramandare, non ha un’eredità né una storia. Nasce per delinquere e ha assunto la forma organizzativa più congeniale ai suoi scopi: un network, una rete, egocentrata sulla figura di Felice Maniero, leader del gruppo. Ciò le permetteva di essere molto flessibile, molto veloce e di far entrare nella rete diverse abilità criminali che consentivano di mantenere l’autonomia, fondamentale in una realtà che vedeva presenti più cellule criminali sul territorio. Beneficiando del capitale sociale prodotto da questa rete, si è creata una grande zona grigia ed è emerso il grande potere corruttivo di questa organizzazione: medici, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine si sono messi a servizio dell’organizzazione permettendole di godere di ottima salute e di proseguire nei propri progetti criminali. Penso che senza questa forza corruttiva, senza questa fitta rete di corruzione, l’organizzazione sarebbe rimasta in uno stato embrionale: dei rapinatori organizzati aspiranti mafiosi, più che mafiosi in senso stretto.
E’ poi sicuramente importante valutare il contesto per capire l’organizzazione. Nei 15 anni di vita si sono passate 3 pagine fondamentali:

  • da metà a fine anni ‘70: criminalità minore con ristretto gruppo di aderenti dediti soprattutto alla rapina e all’organizzazione del gioco d’azzardo clandestino. Va considerata più come una pagina di banditismo
  • 1980-1984: criminalità emergente, aumento della quantità, formazione di un capitale economico molto importante proveniente da varie attività illecite
  • 1984-1994: criminalità consolidata e solida, riconosciuta, aumentata nel suo network sia a livello quantitativo ma anche qualitativo; diversificazione delle attività (dal traffico di stupefacenti al traffico d’armi)

La storia della mafia del Brenta ci mostra anche la storia del successo della Magistratura proprio perché non è facile imputare un’organizzazione di 416 bis in una regione di non tradizionale presenza mafiosa, a maggior ragione quando si tratta poi di una mafia autoctona. Per i giudici questa era sicuramente un’organizzazione mafiosa, autoctona e autonoma nei suoi comportamenti, nella sua vocazione criminale e anche nella sua composizione. “Mafiosi dell’ultima ora” così si definiva Felice Maniero parlando di se stesso e della sua organizzazione: mafioso perché sicuramente capace di avvalersi della forza di intimidazione e di assoggettamento, di omertà, e di un capillare controllo del territorio; mafioso perché capace di instaurare rapporti di dipendenza personale, di usare la violenza come suprema regolazione dei conflitti, di stringere alcuni legami con la politica (meno in Italia e più all’estero). Eppure, spesso, quando si parla di mafia del Brenta, la si chiama “mala”; spesso si pensa che sia un’opinione pensare che questa sia mafia, invece c’è una sentenza di cassazione che determina questo. E’ molto importante porre questo accento perché per molto tempo, negando l’esistenza di una mafia, si è negato tutto un apparato che esisteva e che non si è andati a guardare, così come si sono negate anche le vittime innocenti, a partire da Cristina Pavesi, studentessa universitaria di 22 anni uccisa durante una rapina. Per molto tempo, non riconoscendo questa organizzazione come mafiosa, non si sono riconosciute neanche le vittime. E’ pertanto importante sottolineare questo aspetto per fare memoria, ma anche per altri due motivi:
1. l’organizzazione si è posta come agente di trasformazione sociale nella sua regione, cambiando le dinamiche, modificando gli assetti e aprendo una stagione di interessi importanti mafiosi verso il nord-est (si sono verificati dei vuoti e quando c’è un vuoto nel mondo del crimine viene immediatamente riempito);
2. nonostante l’organizzazione sia finita da tanti anni, esiste ancora un forte conflitto culturale che emerge proprio dalla percezione del fenomeno. Nei luoghi più significativi della mafia del Brenta emerge una stanchezza di voler sentire sempre il nome del luogo affiancato alla parola mafia (ad esempio Campolongo Maggiore); si cerca un po’ di dimenticare anche se sono state fatte moltissime attività. Nel resto d’Italia c’è una percezione completamente diversa, una narrazione costruita sul carisma di Felice Maniero, su molti luoghi comuni che hanno creato un cono d’ombra sulla vera organizzazione: non si parla di omicidi, non si parla di sequestri, non si parla di traffico di stupefacenti, ma delle grandi evasioni o delle grandi rapine. Ad esempio, l’anno scorso, ad Ercolano, in provincia di Napoli, il volto di Maniero è diventato il logo per un ostello, chiamato Hostello Felice. Fa capire quanto nel resto d’Italia non si abbia idea di quanto stiamo parlando.
Ritengo pertanto fondamentale continuare a parlarne, non tanto concentrandoci sul carisma di Felice Maniero o sui lati folcloristici, ma cercando di capire quali sono state le variabili che hanno potuto far nascere e crescere così velocemente un’organizzazione tale nel Veneto che si credeva innocente. E ci può aiutare a capire come anche altre mafie autoctone si sviluppano e si sono sviluppate in Italia.”

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Studiare Maniero per capire l’oggi

Continuo il mio reportage degli Stati Generali di Libera, svoltisi ai primi di febbraio a Trieste. Penso che possano anche essere utili come preparazione alla giornata del 21 marzo, la XXIV Giornata della Memoria e dell’Impegno che ricorda di tutte le vittime innocenti delle mafie: si terrà a Padova. Oggi riporto l’intervento di Maurizio Dianese, giornalista e autore del libro “Doppio gioco criminale. La vera storia del bandito Felice Maniero”, da pochi mesi nelle librerie. Un intervento di 10 minuti, molto chiaro e diretto, per certi versi scomodo, e che ha anche dato il là a una risposta piccata, di cui darò resoconto in un prossimo post.

“La banda di Felice Maniero va studiata per due motivi: il principale è che c’è stata una sottovalutazione della banda stessa, la più numerosa (oltre quattrocento fedelissimi, in tutto un migliaio di persone), la più ricca e la più feroce. Una sottovalutazione che è durata dal 1986 al 1995; c’è stato un unico magistrato, Francesco Saverio Pavone, che ha perseguito la mala del Brenta ed è spesso stato sbeffeggiato dai suoi colleghi. Ora sta succedendo la stessa identica cosa con la criminalità proveniente dal sud, con il radicamento di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Faccio solo un esempio: la Procura di Venezia ha chiuso un’inchiesta molto importante sul Veneto orientale 7 anni fa, ha passato le carte al Gip, che per motivi suoi, che io non discuto, lavora un giorno alla settimana; l’inchiesta è ferma. Stiamo parlando di un’organizzazione criminale, molto importante, che si è insediata al punto di far parte integrante della vita dei cittadini. E’ vent’anni che solo i giornali scrivono che qui ci sono infiltrazioni mafiose ed è vent’anni che i magistrati fanno finta di niente, quando addirittura non negano questa evidenza. Il mio amico ed ex procuratore capo, Vittorio Borraccetti, quando è andato in pensione, mi ha detto “Avevi ragione tu” in merito a quando ci siamo scontrati pubblicamente sul Veneto orientale e io dicevo “ minimo dagli anni ‘80 c’è presenza di camorra”. Siamo nel 2000 e passa e ancora pensate che questo non lavorino? Faccio un esempio: Eraclea Mare è stata costruita completamente dai Casalesi di Eraclea. Vuol dire che tutte le imprese che hanno lavorato alla costruzione delle seconde case a Eraclea Mare sono dei casalesi. Sempre a Eraclea hanno addirittura una ditta che, in qualche modo, centralizza gli acquisti…
Tornando a Felice Maniero: lui ha inventato tutto quello che c’era da inventare per la criminalità organizzata. Per esempio, ha inventato il meccanismo del franchising: non andava a fare rapine ogni giorno, aveva 400 uomini che facevano rapine, divisi in batterie di 4-5 persone e lui era la centrale operativa. Tutti dovevano avvertirlo e lui smistava. Ha inventato la centrale operativa delle rapine. Ha inventato anche il monopolio dello spaccio della droga: nel Veneto non era mai successo. Si è dimostrato geniale anche quando ha aperto la strada verso il Friuli e la ex-Yugoslavia: importava ed esportava armi e droga. A Portogruaro c’erano due personaggi del clan Ricciardi perché terra di frontiera; nel 1989, al crollo del muro di Berlino, hanno scoperto che in Russia c’era grande richiesta di beni di lusso e quindi loro vi portavano Ferrari, capi firmati attraverso la frontiera… Ma lo potevano fare grazie alla strada aperta da Felice Maniero.
La storia di Felice Maniero va studiata nei dettagli, altrimenti non si capisce quello che sta succedendo adesso. Semplificando e sbagliando, noi diciamo che senza Felice Maniero la mafia avrebbe avuto qualche difficoltà a insediarsi in questo modo, mentre lui ha aperto l’autostrada… Invece, c’è stato uno scambio quasi alla pari: lui ha imparato un sacco di cose dalla mafia siciliana, ma le ha messe a frutto del Veneto.
Studiare quello che è successo dall’80 al ‘95 è importante per poi aprire la strada allo studio di quel che succede adesso; la banda è stata smantellata grazie alle rivelazioni di Felice Maniero (a parte il fatto nel ‘94 Pavone e il sottoscritto avevamo scritto tutto: lui non fa altro che confermare nei verbali quello che era già stato scritto). Dal ‘95 in poi c’è un vuoto che viene riempito in vari modi (bande dei nigeriani, degli albanesi) e in alcuni casi troviamo una commistione tra vecchia mala del Brenta e nuova criminalità organizzata proveniente dal sud, nel Veneto orientale in particolare. Il plenipotenziario di Maniero, Silvano Maritan, aveva un contatto con la camorra e andava a Napoli a comprare la cocaina. Quindi Maniero fa sì che il Veneto diventi uno dei punti principali di reinvestimento dei proventi della malavita organizzata proveniente dal sud. Dal lago di Garda fino a Chioggia, passando per Jesolo fino a Caorle e passando poi in Friuli Venezia Giulia, noi abbiamo insediamenti camorristi e della ‘ndrangheta praticamente ovunque.
Io avrei bisogno di una mano da Libera perché da un anno sto cercando di mettere in piedi nella ex villa di Felice Maniero un Centro Studi e Documentazione sulla malavita organizzata del passato e su quella del futuro ed è un anno che aspetto un sì o un no dal sindaco di Campolongo Maggiore. Il fatto che non si studino queste cose determina dei guasti incredibili. Faccio un ultimo esempio: il turismo organizzato a Venezia, quello che arriva in pullman e che arriva al Tronchetto, è dal 1980 nelle mani della malavita organizzata che fa riferimento a Felice Maniero. E lo è dal 1980 a stamattina: sono lì, ogni giorno, sono lì che lavorano, del tutto indisturbati. Nessuno è mai andato a tentare di rompere il meccanismo. C’è stata una bella inchiesta di 7-8 anni fa di Stefano Cellotto, conclusasi con condanne e sequestri. In appello la condanna si è polverizzata perché la magistratura non solo sottovaluta, ma non riesce a capire quello che sta succedendo da noi.”

Per chi volesse approfondire la vicenda del Tronchetto suggerisco questo articolo di Stefano Ciancio, con un’intervista proprio a Maurizio Dianese.

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Tessuti sani non ce ne sono più

Fonte

“E’ fondamentale capire come si iniziano a raccontare le mafie e come si inizia a raccontare quello che c’è attorno. Il racconto dell’economia, il racconto del tessuto sociale ci permettono di capire quali sono gli agganci che queste organizzazioni poi hanno. In Lombardia, in Piemonte e in Emilia Romagna sono caduti molto luoghi comuni: se abbiamo l’immagine di un mafioso che arriva e infetta un tessuto sano stiamo già facendo un’operazione di disinformazione perché di tessuti sani non ce ne sono più. Non è un caso se nelle inchieste di Milano e di Bologna si usa il termine “colonizzazione”, intendendo non quella di carattere militare ma quella di carattere economico: è la capacità che le organizzazioni criminali hanno, in questo tempo di crisi, di attirare persone che normalmente non si sarebbero rivolte a un mafioso, ma sarebbero andate in banca o dal patronato o dalle forze dell’ordine. Quando cambia questo tipo di racconto, allora c’è l’inizio di un possibile contrasto anche a livello sociale; se invece continuiamo a raccontarcela come il virus che infetta un tessuto sano, non cambiamo. Credo che oggi, in questo territorio, sia questo il passaggio da fare”. In questi termini, alla fine della mattinata del 2 febbraio a Trieste, si è espresso Lorenzo Frigerio, che poi ha continuato: “L’utilizzo del termine “colonizzazione economica”, usato per la prima volta dai magistrati di Milano e poi dalla Procura Nazionale a proposito di “Crimine infinito”, ha un ulteriore evoluzione nell’inchiesta Aemilia, in cui si parla di “colonizzazione delle menti”. E’ l’idea che, soprattutto in una fase di crisi e in un ambiente contraddistinto da un certo tenore di vita, dove il concetto della fatica e della piccola impresa non basta più a tenere il passo del mercato, il denaro, proveniente da contesti che so essere illeciti, sia indispensabile perché i circuiti normali si sono chiusi. Lì sta il salto di qualità. Il Triveneto sta subendo lo stesso processo che Veneto, Lombardia, Emilia, Liguria hanno vissuto in precedenza: svegliarsi e scoprirsi non diversi dagli altri. Quelli che erano i tradizionali anticorpi sono stati persi per strada.”

E’ quindi intervenuta Fabiana Martini di Articolo 21 sul ruolo del giornalismo in questo periodo storico: “siamo in una fase abbastanza singolare, più che altro perché gli attacchi all’informazione e ai giornalisti arrivano proprio dai vertici delle Istituzioni. Pur sapendo che spesso c’è anche una responsabilità del giornalista che non fa fino in fondo il proprio lavoro e quindi contribuisce a delegittimare la professione, va detto che se si fa il cane da guardia “correttamente” il ruolo è accettato in un contesto democratico; delegittimare l’informazione significa delegittimare la democrazia. Il potere non contrastato è la fine della democrazia. Facendo autocritica dobbiamo anche ammettere che esistono colleghi che si limitano a porre il microfono davanti al potente o al rappresentante di turno senza fare le domande giuste: anche questo significa non fare fino in fondo il proprio lavoro. L’atteggiamento di ostilità e la delegittimazione a cui assistiamo quotidianamente, non solo qui (si pensi agli Stati Uniti, all’Ungheria…), ci fa dire che siamo in un momento difficile e singolare”.

Il Sostituto Distrettuale Antimafia di Trieste Antonio Miggiani ha risposto a una domanda del pubblico in merito a trasparenza e onestà: “Non penso che la popolazione del Friuli Venezia Giulia sia molto più coraggiosa o meno coraggiosa della popolazione siciliana, ma è diversa la percezione. Un siciliano si rende conto del pericolo, il friulano no. In Sicilia nessuno va a fare una denuncia ai carabinieri, mentre qua qualche denuncia c’è. Questa differenza strutturale ha fatto sì che le nostre mafie agiscono in modo diverso al nord. Come detto, sono mafie imprenditrici che si presentano con un aspetto borghese, normale. Il coraggio… sono ben pochi che ce l’hanno. Di fronte a un criminale è normale avere paura.
Un altro aspetto è il finanziamento bancario: le mafie hanno rapporti continui con gli istituti bancari. Se questi ultimi perdono la loro autorevolezza, è ovvio che la mafia viene fuori; il fatto stesso che il nostro sistema bancario da sistema pubblico è diventato privato ha comportato, ad esempio, la scomparsa della figura del pubblico ufficiale all’interno del rapporto. Il Direttore di Banca che si fa dare una tangente per rilasciare un mutuo, non commette reato come se fosse anche pubblico ufficiale. Il sistema bancario è pertanto uno snodo delicatissimo all’interno del quale andrebbero pensate delle forme di reato attualmente inesistenti. Se in questo settore vengono meno la trasparenza e l’onestà, le mafie hanno facile gioco nel portare avanti i loro progetti di espansione economica e di potere”.

Sul rapporto tra magistratura e giornalismo si è infine concentrato l’intervento del Sostituto Procuratore di Venezia Lucia D’Alessandro: “voglio intervenire in merito alla colonizzazione da parte dei sodalizi tradizionali di matrice mafiosa nel nord-est. In particolare vorrei porre l’accento sul rapporto tra informazione e percezione: se non c’è una giusta informazione, corretta ed esaustiva, non possiamo pretendere che la popolazione sia attenta. E’ molto importante che si crei una interlocuzione schietta, serena, costruttiva tra le procure e l’informazione; devo ammettere che se l’informazione non viene in qualche modo soccorsa, agevolata dalle forze dell’ordine, dalle procure, nell’adeguatezza dell’informazione che si accinge a rendere, rischia di incorrere nell’errore e nel dispiacere di fornire notizie, se non false, almeno fuorvianti e scorrette. E’ auspicabile un dialogo asciutto, che consenta di veicolare informazioni non coperte da segreto istruttorio e che pertanto diano il via a una corretta percezione, da parte della popolazione, del fenomeno mafioso che si è combattuto o che si sta continuando a combattere. Il rischio, altrimenti, è quello di avere una percezione fuorviata che è peggio di nessuna percezione”.

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Il fascino del dimenticatoio

Ho seguito con molta attenzione la mezz’ora con cui la giornalista Luana De Francisco ha presentato la situazione del Friuli Venezia Giulia. L’ha introdotta Lorenzo Frigerio: “E’ autrice, insieme a Ugo Dinello e Giampiero Rossi, del libro Mafie a nord-est, del 2015, Rizzoli. Nell’introduzione del libro si legge: “Sono tanti i segnali di una progressiva penetrazione mafiosa nel nord-est che non può più essere trascurata né brandita dalla politica soltanto come strumento nel gioco delle parti. Li abbiamo voluti riunire e raccontare nelle pagine che seguono, nell’intento di offrire a tutti, finalmente, gli strumenti e potersi fare un’opinione.”” Quindi ha preso la parola la giornalista:

“Sono qui in quanto giornalista e quindi voglio ribadire ancora una volta l’importanza del ruolo della nostra professione; non siamo certamente degli oracoli, ma intermediari che hanno la funzione di raccontare. Io mi occupo di cronaca giudiziaria, non sono un’esperta di mafia, ma mi ci sono inciampata. Ho necessità indispensabile di attingere alle carte, ai documenti, alle fonti certe. Accanto poi ci sono le storie da raccontare, quelle della gente, dei testimoni. Nel nostro territorio questo è molto poco presente: le informazioni circolano molto poco proprio perché la mafia non è un fenomeno roboante, non ci sono manifestazioni pirotecniche. Un collaboratore di giustizia, qui a Trieste, ha dichiarato che già 10, 15, 20 anni fa, quando la ‘ndrina Iona salì con tutti i suoi sodali, la parola d’ordine era quella di non farsi notare, di non dare nell’occhio, “la gente non deve sapere che ci siamo”. Da qui la difficoltà per noi giornalisti di raccontare queste cose.
In merito alla questione che i giornali ne scrivono poco o non ne scrivono affatto, vorrei dire che non è proprio così: se quel libro c’è è anche perché parte da una raccolta di articoli pubblicati, solo che poi un quotidiano vive di notizie, per cui un giorno dai la notizia, quello successivo la riprendi perché ci sono le reazioni, ma il terzo giorno è già vecchia la notizia. La forza di un libro, invece, è che resta lì, fa meditare e può far scattare la molla del senso civico. Aggiungo anche che è vero che ogni giorno raccontiamo qualcosa, e anche se non riguarda specificatamente mafiosi, camorristi e ndranghetisti, è comunque prezioso ai fini della descrizione della cornice in cui viviamo. Tutto quello che scriviamo serve a rappresentare il territorio nel quale sono germinati elementi mafiosi: saper riconoscere lo stato di salute o lo stato di crisi di un territorio è molto importante. Ad esempio, ogni anno raccontiamo di quante sono state le segnalazioni all’Ufficio Finanziario della Banca d’Italia di operazioni sospette, il numero di fallimenti, di sequestri di droga o di armi…: tutto questo contribuisce a descrivere i numeri di un territorio che si configura come terra ideale per le colonizzazioni mafiose.
Mi sono accorta tra ieri e oggi che quando si faceva riferimento a storie di 4 o 5 anni fa, c’era molto stupore, segno che queste storie non sono granché conosciute, per cui vale la pena raccontarle. Visto che si è parlato di droga, si è parlato di sud America e si è parlato della scarsa percezione che il territorio ha del problema e vista la scarsa volontà di sapere determinate cose da parte dei cittadini (perché non interessa, perché non fa notizia; spesso indigna di più una ciclabile sconnessa rispetto alla condanna per bancarotta fraudolenta di un imprenditore) ho pensato di accennare prima di tutto alla vicenda di Paolo il Friulano, così chiamato dai camorristi coi quali entrò in affari. Siamo a metà degli anni ‘90, Udine centro. Il suo vero nome era Luciano De Sario, un emigrante di ritorno, partito da bambino insieme alla famiglia palmarina per l’Argentina. In sud America aveva intessuto tutta una serie di rapporti, conoscenze e amicizie e si era sposato con Fadia, una donna venezuelana. A neanche 50 anni decide di tornare in Friuli e torna pieno di soldi; apre un’azienda a Lauzacco, paese alla periferia sud di Udine. Si occupa di import-export di grossi macchinari per il settore edile ed estrattivo, in particolare in e dalla Colombia. Era sostanzialmente diventato il punto di intermediazione tra il cartello di Cali e la camorra di Pasquale Centore (ex funzionari di banca, ex sindaco di San Nicola la Strada). Da questo momento comincia a vivere da nababbo e la gente che vive accanto a lui non si pone nessuna domanda, anzi, si apre la corsa a farsi invitare a casa sua, nell’attico di Palazzo Moretti (oggi confiscato e dato in uso ai servizi sociali del Comune di Udine). Chi ci entrò narra di tappeti in oro zecchino, pezzi di antiquariato… Le macchine erano di lusso, gli ambienti frequentati erano tra i più esclusivi. La domanda “come può un piccolo imprenditore permettersi tutto questo?” però non scattava. Succedeva che dentro quei macchinari transitavano ogni settimana 50 kg di cocaina. A stupire è il fatto che nessuno, né allora, né quando scoppiò lo scandalo, né successivamente, lo abbia mai condannato, anzi: ci si continua, tuttora, a fare vanto di averlo conosciuto, di aver avuto rapporti con “uno che ci sapeva fare”. Poi è stato processato all’interno di un’inchiesta partita dal sud Italia (va detto che anche a questo è legata la scarsa percezione del fenomeno mafioso: poche le inchieste che partivano dal territorio e rimanevano sul territorio). Viene anche da chiedersi: ma tutti questi soldi che guadagnava, dove li metteva? In banca. E’ provato che versasse somme tra 100 e 200 milioni di lire in contanti: non scattava alcun sospetto. L’inchiesta si è poi chiusa con il patteggiamento a 4 anno e 8 mesi, poi ridotti in appello per l’incensuratezza e per il comportamento processuale collaborativo.
Ricordo anche un’altra inchiesta partita da degli accertamenti della Guardia di Finanza di Udine su movimenti bancari di alcuni Istituti di Credito: sono risultati sospetti dei trasferimenti di denaro piuttosto numerosi da Vibo Valentia. L’inchiesta si è trasferita poi per competenza territoriale a Cosenza e ha perso per strada gli elementi friulani che avevano dato il via alle indagini per l’impossibilità di dimostrarne il coinvolgimento; è comunque culminata nel 2015 in un processo che decapitato i Mancuso.
Vi sono anche inchieste che partono dal Sud, come quella che portò a scoprire un affiliato degli Emmanuello (si stava indagando sulla latitanza di Emmanuello di Gela) insieme a degli imprenditori edili trasferitisi da Gela al pordenonese: qui si aggiudicavano appalti funzionali a lavare denaro e a generare compensi per mantenere la latitanza dorata di Emmanuello.
Raccontare queste cose è tremendamente difficile se non si trova un interlocutore disponibile a raccontartele. Se il giornalista ha un barlume di notizia, comunque deve farla uscire perché suo dovere è raccontare i fatti; se non c’è collaborazione, fondata sul rapporto di fiducia reciproco tra giornalista e magistratura e sul rispetto dei ruoli, ci sarà uno svantaggio per entrambe le parti.
In merito al voto di scambio, è in corso un’inchiesta della DDA di Trieste che ipotizza un accordo pre elettorale sulle elezioni amministrative di Lignano del 2012. Un amministratore uscente, di origini napoletane, avrebbe preso accordo con 400 persone del napoletano per avere il loro voto di preferenza in cambio di residenza facili; il tutto con il favore del capo dei vigili urbani di Lignano.
Un’altra inchiesta ha riguardato la ricostituzione di una ‘ndrina nel monfalconese per mano di Giuseppe Iona. Ci sono gli interessi della camorra su Monfalcone e su Fincantieri con il fenomeno dei trasfertisti napoletani.
Insomma, i fatti non mancano; solo che o non si possono raccontare o sono finiti in breve nel dimenticatoio.”

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La mafia si evolve

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Lucia D’Alessandro, sostituto Procuratore della Repubblica di Venezia, è intervenuta, meno di un mese fa, agli Stati generali di Libera contro le mafie. Molto numerosi sono gli spunti di riflessione emergenti dalla sua fotografia del nord-est italiano.

“Il Veneto non può certo essere considerata un’isola felice, neppure per il passato: mi riferisco all’esperienza drammatica e violenta della mala del Brenta. Di recente si sta assistendo a una nuova riorganizzazione, a una sorta di rigenerazione di tale fenomeno. Ieri don Ciotti ha parlato di una reiterazione nei nostri discorsi da 150 anni del fenomeno mafioso. Giovanni Falcone diceva che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Tutto ciò è vero, ma va detto che la mafia si evolve senza che si estinguano tutte le sue specifiche caratteristiche: soltanto alcune si estinguono e quindi il fenomeno mafioso purtroppo non muore, anzi, si evolve. Oggi assistiamo a un profondo dinamismo evolutivo, un adattamento costante, continuo, intelligente, efficace, alle caratteristiche peculiari del territorio che la mafia intende colonizzare. Così assistiamo ai locali, che altro non sono che una propaggine, una clonazione, una replicazione, filiali vere e proprie delle mafie tradizionalmente nate, vissute e viventi nei territori tipici di provenienza (ndrangheta, camorra, cosa nostra, sacra corona unita e camorra barese). Le tradizionali mafie tendono oggi a deterritorializzarsi, a globalizzarsi: perdono quel sistema di orizzontalità sul quale si erano sempre basate (operazioni “Crimine-Infinito”, “Alba chiara”, “Minotauro”) a favore di una configurazione proteiforme, multiforme e globale. Abbiamo vere e proprie partnership tra mafie tradizionali del territorio e quelle colonizzatrici, tra mafie locali e mafie straniere, vere e proprie mafie miste e anche fenomeni di transnazionalità (la ndrangheta leader internazionale del narcotraffico).
Qui la mafia assume sempre più un volto imprenditoriale: non è immateriale, ma è liquida, osmotica rispetto al tessuto economico, sociale e politico delle regioni più ricche. Il distretto veneto costituisce un terreno particolarmente appetibile, molto aggredibile dagli interessi delle mafie tradizionali che in maniera molto subdola, surrettizia, sotterranea (mafia invisibile o mafia silente) si insinuano nel tessuto economico, sociale, politico e anche culturale. Lo colonizzano andando a captare le caratteristiche socio-ambientali e andando a subentrare in maniera furba e brillante, in un sistema di economia legale, a quelle aziende sottoposte a pressioni e a depauperazioni. I fenomeni di crisi economica vengono sfruttati dalle tradizionali organizzazioni di tipo mafioso per penetrare il tessuto in difficoltà delle aziende locali lecite subentrando ad esse. E’ un subentro che viene per certi versi sfruttato dai destinatari di questa aggressione, che vanno distinti in due macro categorie: coloro che la subiscono e coloro che vi colludono. Il concetto di metodo mafioso sta subendo delle evoluzioni: non si estrinseca necessariamente attraverso attività delittuose di tipo aggressivo, violento, con il sangue, con le estorsioni, con le usure e con gli incendi. Una certa parte di estrinsecazione attraverso una manovalanza di tipo gangsteristico continua anche al nord, ma accanto assistiamo sempre più a una penetrazione osmotica del territorio soprattutto economico. E’ una mafia imprenditrice che sfrutta le imprese legali per cercare di riciclare i propri proventi ottenuti con le attività delittuose tipiche delle regioni meridionali: un reinvestimento ammantato di apparente liceità.
In Veneto stanno penetrando sotto forma di una vera e propria colonizzazione le organizzazioni mafiose tradizionali, in particolare la ‘ndrangheta. Cosa si intende per Locali? Si tratta di vere e proprie gemmazioni, proliferazioni, propaggini, filiali della cosiddetta casa madre, Crimine o Provincia che dir si voglia, localizzata in Calabria. La Provincia in pratica decentra, delocalizza, deterritorializza la propria attività mafiosa in questi Locali al nord. La caratteristica saliente di questi locali è l’acquisizione di una autonomia organizzativa e gestionale pur nel rispetto del legame molto forte e pregnante con la provincia o crimine di cui conservano il Dna e da cui mutuano il know how operativo ed esecutivo. Si tratta quindi di un’autonomia parziale: il legame con la casa madre resta indissolubile per un duplice motivo. E’ utile per il reclutamento di manodopera in grado di gestire e guidare i membri stanziatisi al nord o nativi del nord. Ed è utile per l’assistenza, sia legale, sia per l’eventuale necessità di dover nascondere qualche latitante.
Nel momento in cui assistiamo a una mutazione genetica della mafia, pur nella manutenzione del suo Dna proprio, dobbiamo trovare sempre nuovi strumenti di contrasto, anch’essi in grado di evolversi. Ad esempio è necessario colpire il patrimonio delle mafie. Il mafioso tipico è avvezzo ad essere catturato; il vero punto debole è il patrimonio, non tanto la privazione delle libertà personali. La confisca dei beni è molto importante. Un altro esempio riguarda l’evoluzione comunicativa e l’adozione di nuove strategie dal punto di vista tecnico. Quando vengono svolte attività di intercettazione, i sospettati al telefono fischiettano e in macchina canticchiano: dobbiamo dotarci di strumenti in grado di captare le conversazioni che tengono avvalendosi delle moderne tecnologie, dei social, di whatsapp, di skype… I trojan horse dobbiamo poterli utilizzare…
Passando a quanto è stato, non potendo concentrarmi sulla contemporaneità, non si può dimenticare che oltre alla mala del Brenta, nell’ultimo decennio si sono raggiunti dei risultati. Va detto che in Veneto si assiste alla presenza di una pluralità di mafie: mafie endogene, mafie allogene, di tipo misto, straniere (moldave ad esempio, con un processo arrivato in Cassazione). Questo è il dato. Altro è il tasso di percezione del fenomeno mafioso; il 47,3% della popolazione del Triveneto considera la mafia un fenomeno marginale nel proprio territorio e solo il 17% ne percepisce la pericolosità sociale. Questo anche perché in questi territori la mafia uccide sempre meno, utilizza il sangue e gli incendi sempre meno: utilizza il metodo dell’insinuazione nelle attività cardine del territorio. Ad esempio, il territorio veneziano è caratterizzato da importanti reti e infrastrutture con una serie di porti e aeroporti molto rilevanti accanto a una rete economico-finanziaria poderosa. Questo sono tutti obiettivi per le mafie, che, avvalendosi di tanti importanti snodi, aggrediscono il territorio andando a captare anche il sistema politico. Ovviamente porti e aeroporti significano anche possibilità di intrecci con le mafie estere (sud America, Olanda, Spagna…). A questo proposito è evidente quanto siano importanti gli strumenti di cooperazione internazionale (Eurojust) e la figura di un procuratore europeo.
La Mala del Brenta si sta riorganizzando, si sta rigenerando; alcuni degli esponenti storici stanno uscendo dal carcere e, vuoi per vendetta, vuoi per vocazione a delinquere, si stanno organizzando. Abbiamo già avvisaglie in questo senso. Nell’ultimo biennio ricordo poi una brillante operazione in merito al cosiddetto tesoretto di Felice Maniero: 17 mln di euro. A proposito degli ex componenti della Mala del Brenta posso fare un cenno a un’operazione interforze contro il narcotraffico per sostanze provenienti dall’Olanda e dai paesi balcanici (cocaina, oppiacei, marijuana, hashish); si è scoperta una partnership tra una frangia chioggiotta e una frangia di origine siciliana legata ai calabresi.
Un ultimo cenno al fenomeno della tratta: colonizzazione dei nostri territori da parte della mafia albanese e sodalizi nigeriani. La prima agisce soprattutto con figure maschili molto forti, aggressivi e violenti verso le donne che vengono sfruttate sessualmente e fisicamente; i secondi vedono figure femminili nelle posizioni apicali dell’organizzazione, ex vittime che diventano carnefici e aguzzine di altre donne attraverso anche meccanismi magico-esoterici e minacce di tipo rituale. A proposito di questo voglio ricordare il progetto N.A.Ve., Network Antitratta per il Veneto. Spesso mafia e migrazione si intrecciano nel senso che sodalizi di stampo mafioso sfruttano il fenomeno migratorio per i proprio fini.”

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Una mafia imprenditrice, tra corruzione e omertà

Oggi è la volta di Antonio Miggiani, Sostituto Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Trieste. Non si è dilungato molto nel suo intervento di sabato 2 febbraio a Contromafie, ma ha comunque offerto degli interessanti spunti di riflessione, soprattutto per la situazione del Friuli Venezia Giulia e toccando i temi della corruzione e dell’omertà.

Fonte

“La Procura di Trieste ha competenza per l’intero Friuli Venezia Giulia. Il Friuli Venezia Giulia era un’isola felice fino a qualche anno fa, ma purtroppo, ormai, la situazione è radicalmente cambiata: senz’altro ci sono delle pesanti infiltrazioni da parte di mafia siciliana, camorra e ‘ndrangheta. E’ una mafia che agisce con caratteristiche molto diverse rispetto alla mafia omologa che agisce in territori di mafia come le nostre regioni del sud. E’ una mafia imprenditrice, non è la mafia sanguinaria della Sicilia o della Calabria; non si registrano omicidi di mafia, però è imprenditrice perché i denari che vengono acquisiti attraverso le attività illecite di associazione mafiosa (finalizzata a realizzare un dominio economico) vengono utilizzati al nord. […] All’interno delle attività la mafia fa delle scelte preferenziali: investimento immobiliare, gestione di esercizi pubblici, pizzerie, ristorazione, settore turistico e alberghiero. La mafia interviene quindi in una regione come il Friuli Venezia Giulia, una regione che era sana fino a qualche tempo fa, dove vi era una imprenditoria corretta, dalla notevole ricchezza, e interviene per fare business. E’ un’infiltrazione decisamente pericolosa. Siamo in una situazione di crisi economica generalizzata e gli unici soggetti che hanno possibilità economica sono proprio i mafiosi! E i loro soldi da dove vengono? O dal business delle estorsioni, che per fortuna non riguardano il nostro territorio, o da quello degli stupefacenti, gestito dalla ‘ndrangheta a livello internazionale. Questi profitti enormi vengono investiti in attività economiche lecite.
Come agisce la mafia? Attraverso il principio del minimo mezzo. La mafia uccide solo in ultima istanza. Essa vuole raggiungere un determinato obiettivo; se delle persone o delle forze le si oppongono, la prima cosa che fa la mafia è cercare di rabbonirle corrompendole, cerca di portarle dalla sua parte con l’uso del denaro. Se questo non riesce e se l’obiettivo è strategico per l’organizzazione mafiosa, allora si fa il salto di qualità e si va al delitto. La mafia punta a creare un sistema corruttivo. Purtroppo noi sappiamo che in Italia esiste una grande corruzione ed esiste una piccola corruzione; purtroppo sul tema non c’è stata l’attenzione necessaria e registro con soddisfazione la nuova legge entrata in vigore il 31 gennaio, la numero 3 del 2019, la cosiddetta “spazzacorrotti”. Intanto ha messo fine ad una caratteristica solo italiana, che cioè esisteva una amnistia permanente che era la prescrizione. Inoltre ora la polizia giudiziaria può agire come agente provocatore, può fingersi agente corruttore per provare un reato. In più vi è anche l’inasprimento di alcune fattispecie di reato.
L’acquisizione della prova di reato è spesso problematica perché la corruzione crea un regime di omertà che è molto difficile scalfire; nel nostro ordinamento giuridico non viene colpito solo il pubblico amministratore ma anche il privato, entrambi rispondono del reato, e ciò crea un interesse comune a non dire nulla. E il reato di corruzione è un reato seriale: il pubblico amministratore corrotto non si fa corrompere una sola volta, ma lo fa diventare sistema di vita. A sua volta il corruttore nel privato ha interesse ad avere determinati benefici o determinate corsie preferenziali nello svolgimento della sua attività economica. Ciò crea un muro di omertà in tutto simile a quello creato dalle mafie. L’unica differenza potrebbe essere che l’omertà mafiosa dei classici territori mafiosi è di tipo passivo, nel senso che la popolazione subisce la mafia, tutti sanno chi è il mafioso e tutti lo temono, mentre nel nostro territorio noi non sappiamo chi sono i mafiosi e non percepiamo il pericolo e ci rendiamo partecipi di una omertà interessata di tipo attivo. Se poi denunciassimo ci troveremmo coinvolti nel procedimento. Ma ecco la novità della nuova legge: se il corruttore o il corrotto fa denuncia entro quattro mesi dal fatto, senza che sia intervenuta l’iscrizione al registro del reato, non viene punito. […]
Desidero anche sottolineare che la polizia giudiziaria non è addestrata per perseguire il reato di corruzione, prodromico all’associazione per delinquere di tipo mafioso. E’ una mancanza che va colmata.”

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Dobbiamo essere attenti

Questa mattina il quotidiano locale Messaggero Veneto ha dato molto rilievo al blitz svoltosi ieri in Veneto ai danni della camorra. La notizia è apparsa in prima pagina e all’interno del giornale sono state dedicate all’argomento 4 pagine. Mentre leggevo gli articoli, mi sono tornate alla mente le parole di Carlo Pieroni, Capocentro della Direzione Investigativa Antimafia di Padova, che a Trieste, sabato 2 febbraio, a Contromafie, così si esprimeva: “Quando intervengo in situazioni come queste, tutti si aspettano che il rappresentante delle Forze dell’Ordine parli della criminalità organizzata nel Triveneto andando dettagliatamente a raccontare quello che sta succedendo. Ma è una cosa che non si può fare. Parlerò però di come le mafie fanno infiltrazione”. Chissà se nella sua mente c’era tutto quello che sta succedendo in questi giorni…

Ecco come ha proseguito il suo intervento: “L’infiltrazione delle mafie a nord est non è diversa da quella che fanno in Germania, in Australia o in altre parti del mondo o in altre parti d’Italia. Le mafie si infiltrano dove ci sono attività economiche redditizie che danno la possibilità di riciclare gli enormi capitali prodotti illecitamente. Quando operavo in Puglia, Campania e Calabria mi chiedevo come mai qui al nord non si capissero alcune cose della criminalità organizzata: qualsiasi attività investigativa legata al 416 bis (associazione di tipo mafioso) trovava difficoltà di comprensione al nord. Non si capiva bene cosa fosse l’attività criminale organizzata. Il nord est è la sesta zona più ricca d’Europa, qui sono presenti le aziende produttive e quindi si attraggono gli investimenti. Qui sono presenti delle famiglie legate ad alcune regioni del sud Italia che fanno un’apparente attività economica legale con la quale riciclano capitali sporchi.
La mafia al nord si manifesta in modo diverso; anche qui esistono le locali, le ‘ndrine… Il fatto che la struttura “militare” non si scopra, non si evidenzi, è perché non c’è bisogno di usare la forza militare per andare a imporre il potere. Il classico modo è questo: l’imprenditore in difficoltà con i canali finanziari consueti si presenta o si fa presentare (da commercialisti, da amici) o semplicemente si rivolge a una finanziaria che gli presta del denaro. A questo punto però gli vengono imposte delle condizioni che non necessariamente sono quelle dell’usura o dell’estorsione. Tutto questo, in un ambiente di economia sana, crea una concorrenza sleale; è evidente che un’impresa regolare che paga le tasse, che prende finanziamenti da enti autorizzati a darli, che rispetta le regole, si trova sostanzialmente fuori mercato.
Per combattere tutto ciò è necessario credere che esiste la criminalità organizzata e che è influente. Uno dei rischi è vedere i fatti come singoli eventi.
In molte regioni meridionali la mafia ha trovato spazio perché molte strutture dello Stato non sono efficienti; nel corso degli anni si è creato uno Stato alternativo per avere ciò che normalmente ad un cittadino spetta di diritto. Al nord c’è efficienza, ma dentro l’efficienza si rischia di perdere di vista l’insieme delle cose: ognuno fa bene il proprio lavoro senza capire qual è il tutto e quindi il valore di quello che fa. Il mafioso vive il territorio, fa sempre la parte dello “stupido”, di quello che non sa niente, che chiede, che occupa i posti meno visibili, ma in realtà ha l’occhio attento e sveglio e riesce a capire e a capitalizzare a favore dell’associazione a cui appartiene.
Volendo parlare di camorra, proiettata al nord e all’estero, possiamo parlare dei cosiddetti “magliari”, mercanti del tessile che si muovono su furgoncini e ai mercati vendono calzini, scarpe false ecc ecc. I magliari agivano anche a Washington, a San Francisco con la vendita porta a porta. Questo per dire che non esiste una grande criminalità organizzata e una piccola criminalità organizzata. La criminalità organizzata è criminalità organizzata e si infiltra in tutti i settori: riciclaggio, banche, traffico di sostanze stupefacenti, agricoltura col caporalato… La cosiddetta area grigia si trova proprio tra quelle persone che investono i soldi.
Quello che dobbiamo fare è essere attenti, capire il quotidiano, segnalare quello che appare strano. Dobbiamo capire di essere cittadini parte di un sistema: se faccio una cosa, essa ha un risvolto grandissimo, soprattutto se ho un ruolo pubblico. E non posso dire di non capire o di non vedere, anche se non faccio parte di un’associazione di impegno sociale. Vale per i cittadini e vale per le istituzioni.”

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Additare ciò che è nascosto

Sabato 2 febbraio, all’interno di Contromafie organizzato a Trieste da Libera, ho partecipato al gruppo di lavoro “Dalla Mala del Brenta alle mafie di oggi nel Nord-est: dalla percezione alla realtà”. Non sono passati neanche 20 giorni ed ecco che, stamattina, mentre andavo al lavoro e ascoltavo il radiogiornale, mi sono imbattuto in una notizia dell’ultima ora che annunciava un blitz anticamorristico tra Veneto e Campania. Ecco la notizia pubblicata poi su La Nuova Venezia.

Torno però al 2 febbraio per fare un resoconto del primo intervento. A guidare i lavori è stato Lorenzo Frigerio, coordinatore di Liberainformazione. Ha presentato il seminario, utile a dare voce al territorio del Nordest: gli Stati Generali di Libera avvengono generalmente ogni 3-4 anni e gli ultimi si sono tenuti proprio nel 2018 a Roma. Perché usare questo strumento qui ora? Ci si è accorti che quest’angolo del Paese non era stato ben illuminato. Il 21 marzo la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie si terrà a Padova ed è emersa la necessità di fare il punto della situazione. “Non ci sono state grandi operazioni di contrasto alle mafie che abbiano determinato nell’opinione pubblica una particolare attenzione o una levata di scudi come può essere stato” in Lombardia, Piemonte o Emilia Romagna. “Questo non significa che l’attività di contrasto alle mafie in questi territori non sia stata fatta, diciamo che non c’è stata la rilevanza, anche mediatica, dei fatti”. L’intento è anche quello di dare spazio alla profondità di un’analisi che spesso sui giornali non viene resa e che le testate nazionali non rilanciano quando anche ci sono degli approfondimenti di valore fatti su questo territorio, tanto in termini giornalistici quanto in attività di contrasto.

La parola è quindi passata a Fabiana Martini, coordinatrice per il Friuli Venezia Giulia di Articolo 21. Ecco il suo intervento:
“Articolo 21 è un’associazione fatta non soltanto da giornalisti ma anche da esponenti del mondo della cultura, dello spettacolo, da giuristi, economisti, chiunque in qualche modo condivida l’obiettivo dell’associazione, che è quello di promuovere il principio della libertà d’espressione, quindi il principio contenuto proprio nell’art. 21 della nostra Costituzione. Infatti il sottotitolo dell’associazione è “il dovere di informare, il diritto ad essere informati”. Articolo 21 è nata quasi diciassette anni fa, il 27 febbraio 2002, un po’ a seguito del cosiddetto “editto bulgaro” emanato nei confronti di Biagi, Santoro e Luttazzi. Molte poi sono state le iniziative promosse attraverso il sito internet e attraverso azioni e prese di posizione o adesioni a iniziative promosse da altri sui territori per denunciare anche episodi di censura, di intimidazione, di mobbing subiti da singole persone, da associazioni, sia nel nostro paese che all’estero. Articolo 21 nasce anche con lo spirito di essere rete delle reti, mettere in connessione varie esperienze associative: un esempio è la collaborazione con Libera. Non è quindi un’associazione nata a difesa della categoria giornalistica, ma a difesa della democrazia, nella convinzione che senza informazione e senza libertà di stampa non c’è vera democrazia: l’informazione dovrebbe fornire gli strumenti per poter scegliere da che parte stare. Il dato inquietante è il fatto che un sacco di gente ha scelto la neutralità, continua a scegliere di non stare da nessuna parte e questo non va bene in una democrazia in cui si è chiamati, attraverso il voto e attraverso le scelte quotidiane, a schierarsi, a stare da una parte o dall’altra. “In una democrazia il diritto a un’informazione libera, autonoma e indipendente, è un diritto fondamentale, al pari della libertà d’espressione” scrive il giornalista Paolo Borrometi nel libro “Un morto ogni tanto”. Paolo è il presidente nazionale di Articolo 21 e collaboratore di Libera. In questo libro parla della sua battaglia contro quella che lui definisce la mafia invisibile, quella della Sicilia sud orientale, quasi sempre sottovalutata, ma, a detta di Paolo, riconoscibile già molti anni fa se solo la si fosse voluta vedere. A differenza di altri, Borrometi non ha chiuso gli occhi e da anni denuncia sul suo sito indipendente gli intrecci tra mafia e politica e gli affari sporchi che fioriscono all’ombra di quelli legali; un lavoro che lo costringe da anni a vivere sotto scorta in seguito ad un’aggressione subita nell’aprile del 2014 che lo ha lasciato menomato fisicamente. Ha continuato a ricevere intimidazioni e minacce di morte, l’ultima poche settimane fa. Ho voluto citare la vicenda di Paolo per mostrare quello che dovrebbe fare il giornalismo: far vedere ciò che è opaco, diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, “additare ciò che è nascosto” come sostiene Verbitsky, provare a essere un antidoto alle rimozioni collettive e ai depistaggi, ma anche uno strumento contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, gli errori del governo. Articolo 21 cerca di essere tutto questo sia a livello nazionale che a livello locale, promuovendo sul territorio dei presidi. Quello del Friuli Venezia Giulia è nato nel maggio del 2017. Per la formazione ci siamo concentrati su tre tematiche: i migranti, la violenza contro le donne, l’hate speech.
In merito alla libertà di stampa ricordo l’iniziativa di qualche mese fa a sostegno delle due testate giornalistiche de Il Manifesto e Avvenire che sono state censurate dal Comune di Monfalcone che ha deciso di ritirarle dalla pubblica lettura in biblioteca, interrompendo gli abbonamenti. Nonostante ci sia stata poi la sottoscrizione promossa da alcuni cittadini per riattivare gli abbonamenti, i due giornali sono stati confinati prima in una casa di riposo, con la scusa che vengono letti solo dagli anziani, e poi presso l’Ufficio Relazioni con il Pubblico, quindi in un luogo differente da quello in cui le persone vanno a leggere i giornali. Abbiamo promosso un incontro molto partecipato, benché in un pomeriggio feriale, in una sala parrocchiale; avevamo chiesto una sala al Comune di Monfalcone invitando anche la sindaca, ma ella ha ritenuto di non partecipare e di non concedere la sala. Erano presenti più di 100 persone e hanno presenziato il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e la direttrice de Il Manifesto Norma Rangeri e abbiamo sviluppato un dibattito insieme al presidente dell’ordine, a Paolo Borrometi, al Presidente del Sindacato e anche col direttore del Primorski dnevnik, quotidiano degli sloveni d’Italia.
Un sostegno molto forte è stato dato poi alla mostra sulle leggi razziali promossa dal Liceo Petrarca di Trieste, e organizzata in occasione degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali che è avvenuta proprio qui, in Piazza Unità, e rispetto alla quale c’era stato un tentativo di censura da parte dell’Amministrazione comunale, poi rientrato in seguito alla presa di posizione e alla mobilitazione della città e non solo della città.
Si sono fatti e si fanno anche degli interventi nelle scuole proprio in merito all’art. 21 della Costituzione, per una sua rilettura e attualizzazione.”



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Una mano che strozza in guanti bianchi

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Venerdì 1 febbraio, come ho già avuto modo di scrivere, ero a Trieste per partecipare a ControMafie, gli Stati generali di Libera. Durante la plenaria di apertura c’è stato l’intervento di don Luigi Ciotti, che ho registrato. Questo pomeriggio mi sono messo a riascoltarlo per farne un pezzo da mettere qui. Quanta fatica! E mi è tornato in mente che ho faticato molto anche mentre ero nell’Aula Magna dell’Università… Ecco, rettore Fermeglia, al giorno d’oggi, un’amplificazione migliore, l’Università giuliana la meriterebbe.
Per questo motivo non riesco a riportare per intero l’intervento di don Ciotti, ho cercato di fare del mio meglio…

“Io vorrei partire da una domanda cui tutti siamo chiamati a rispondere: come mai dopo 150 anni parliamo di mafia? …
I giornalisti hanno subito chiesto come mai a Trieste.

  1. Innanzitutto perché quando nasce Libera, il primo incontro pubblico è stato fatto a Trieste. Paolo Rumiz ha moderato l’incontro, c’era Caselli, c’ero io e soprattutto c’era una persona eccezionale per questa città, don Mario Vatta.
  2. Abbiamo un debito di riconoscenza, un atto di responsabilità con chi è stato assassinato, con chi non c’è più, con chi è rimasto solo, con le famiglie. Già allora eravamo arrivati per tuo zio (dice rivolto a Silvia Stener, nipote di Eddie Cosina) e torniamo perché i nomi di chi non c’è più non basta dirli con la bocca, dobbiamo sentirli un pochettino qui dentro, altrimenti diventa la retorica della memoria. Noi non vogliamo la retorica della memoria, non possiamo permettercelo, non dobbiamo farlo. E non possiamo dimenticare a nordest un ragazzo di Trento, meraviglioso anche lui, Antonio Micalizzi, giovane giornalista che a Strasburgo ha perso la vita. Le speranze di chi non c’è più devono camminare sulle nostre gambe; noi dobbiamo impegnarci per fare in modo che la memoria sia viva. Noi dobbiamo esser vivi, più degni, più coraggiosi per costruire intorno a noi vita, perché vinca davvero la vita e la morte sia sconfitta.
  3. Ma mi piacerebbe che da questa sala ci si ponesse ancora dei dubbi, perché i dubbi sono più sani delle certezze: quando incontro qualcuno che ha capito tutto e che sa tutto, mi preoccupo. Anzi, se trovate qualcuno che ha capito tutto e che sa tutto, a nome mio e di Giancarlo Caselli, salutatecelo personalmente e cambiate strada. Siamo tutti piccoli. Abbiamo il dovere di continuare a leggere la realtà: l’Italia e la maggior parte degli italiani si sono fermati alle stragi di Capaci e di Via d’Amelio. Sono passati 26 anni! E voi (rivolto ai magistrati e alle forze dell’ordine) ci testimoniate come le mafie siano profondamente cambiate. Siamo venuti nel nordest per far emergere le cose belle e positive di questa terra, ricordando anche le parole del papa sull’ecologia integrale: disastri ambientali e disastri sociali non sono due crisi diverse, ma un’unica crisi socio-ambientale.

Allora, 5 anni del rapporto della direzione nazionale antimafia, le antenne dei nostri presidi sui territori, la società civile: quello che emerge impone a tutti noi, anche a chi è già impegnato il morso del più, uno scatto in più. Il problema non sono i migranti, il problema sono i mafiosi nel nostro paese! La commissione antimafia, con voto unanime, scrive che “le organizzazioni mafiose italiane hanno fatto registrare ampie trasformazioni assumendo forme organizzative nuove e modelli di azione sempre più multiformi e complessi”. Cito alcune caratteristiche:

  1. progressivo allargamento del raggio d’azione: non c’è regione d’Italia che possa dichiararsi esente
  2. profili organizzativi: presidi reticolari
  3. più accentuata vocazione imprenditoriale espressa nell’economia legale e nei mercati: lì è possibile situare il consolidamento del potere delle mafie
  4. promozione di relazioni con attori della cosiddetta area grigia (al confine tra sfera legale e illegale). Non è un’estensione dell’area illegale in quella legale, ma una commistione tra le due aree. Si tratta di confini mobili, opachi e porosi tra lecito e illecito.

Tocca a noi cogliere quello che ci viene consegnato dagli organi competenti, metterlo insieme alle nostre conoscenze e alle nostre forze per assumerci di più la nostra parte di responsabilità. Abbiamo il dovere di guardare alle cose positive, ma anche di prendere coscienza che le mafie si rigenerano.
Molta gente oggi ha scelto la neutralità: non è possibile scegliere la neutralità. Abbiamo il dovere umile, umile, umile di schierarci. Un abbraccio ai genitori dei ragazzi morti di droga in questa regione: l’onda lunga dell’assenza di futuro per molti giovani comincia a farsi sentire. L’eroina è tornata più di prima, più di vent’anni fa. La droga resta uno degli zoccoli delle organizzazioni criminali mafiose.
Abbiamo leggi che ci vengono invidiate, peccato che vi siano piccole virgole o singole parole in grado di stravolgerne l’efficacia. Abbiamo bisogno di chiarezza: azioni chiare, parole autentiche, misurate ma ferme e inequivocabili, capaci di esprimere a un tempo il dolore, la compassione, la condanna, ma sempre anche la speranza. Tutto ciò anche contro i mormoranti, coloro che mormorano per i corridoi…
Non dimentichiamoci che gli altri sono i termometri della nostra umanità, compresi quanti vengono da lontano. Non facciamo della legalità un mito: essa è il mezzo, la via per raggiungere quell’obiettivo che si chiama giustizia. La legalità non è il fine. Essa va saldata fortemente alla responsabilità. Leggere nel Rapporto Censis che l’Italia è il fanalino di coda nell’istruzione e nella formazione ci fa sobbalzare sulla sedia. La cultura deve svegliare le coscienze. La legalità senza civiltà, senza educazione, senza cultura, senza lavoro si svuota.
Le mafie sono parassiti e traggono forza dai vuoti sociali, dai vuoti culturali. La corruzione è una mano che strozza in guanti bianchi. Siamo chiamati a studiare, a documentarci per attuare un’etica incarnata che inizi dalle piccole cose della quotidianità: cittadini attenti al bene comune e alla responsabilità.
Un’ultima parola per la Chiesa. Papa Francesco ha voluto un gruppo di lavoro sulla corruzione e sulle mafie. La Chiesa deve parlare chiaro senza reticenze, non limitarsi a predicare il Vangelo, ma viverlo nella sua ricerca di verità e nel suo impegno contro le ingiustizie, le prepotenze, gli abusi di potere. In questi anni il papa, dopo aver incontrato un migliaio di parenti delle vittime, è andato sulla piana di Sibari e senza mezzi termini ha gridato che le mafie sono adorazione del male e disprezzo del bene comune e ha detto con forza che tutto questo va combattuto, allontanato, ma ha anche detto che gli ‘ndranghetisti, i mafiosi non sono in comunione con Dio e ha usato un termine molto chiaro: “sono scomunicati”.

La speranza per il domani poggia sulla resistenza dell’oggi. Le leggi devono tutelare i diritti, non i poteri; devono promuovere la giustizia sociale, non le disuguaglianze o le discriminazioni. La speranza è un diritto ma anche l’orizzonte di una politica seriamente impegnata nella promozione del bene comune; se la politica non fa questo tradisce la sua essenza, non è politica. La politica esca dai tatticismi e dalle spartizione del potere, riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone, perché è da 150 anni che noi continuiamo a parlare di mafie.”

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Dare un nome e un cognome

“Che emozione! Che emozione, la mia Trieste… vedervi qui riuniti, è veramente un’emozione grandissima… parlare di mafie in maniera obiettiva, consapevole, e di essere anche io qui, personalmente. Il dolore c’è, ci accompagna quotidianamente, un dolore che non sparisce… impari solamente a conviverci, un dolore che non svanirà finché non ci verrà restituita la verità.” Così ha esordito Silvia Stener, nipote di Eddie Cosina, vittima della strage di via d’Amelio in quanto membro della scorta di Paolo Borsellino. Era presente insieme alle due sorelle di Eddie, Oriana ed Edna, alla plenaria di apertura di Contromafie.

“Io devo dire grazie in particolare al mio papà spirituale, don Luigi (Ciotti, ndr). L’ho incontrato la prima volta nel 2005 o 2006 alla Giornata della Memoria delle vittime di mafia, la prima a cui ho partecipato con la mamma e la zia, e devo dire che è stato veramente liberatorio. Per la prima volta ho pianto, ho pianto davanti a tutti senza vergognarmi e devo dire che mi sono sentita a casa, anche se a chilometri e chilometri dalla vera casa… tutti gli abbracci e l’affetto che ho ricevuti. Soprattutto sono entrata a far parte della famiglia di Libera che accoglie tutti noi, famigliari delle vittime innocenti delle mafie e del dovere; in questi anni ci hanno accompagnati con umiltà, discrezione e tanto affetto, nonché con tantissima pazienza. Ringrazio tutti i ragazzi di Libera, in particolare quelli del Presidio Eddie Cosina di Trieste.

Manca un ragazzo qui, tra noi. Manca Eddie. Aveva trent’anni, ha fatto semplicemente il suo dovere. Ha detto di no due volte alla vita, prendendo il posto del suo collega, sia partendo da Trieste, sia quel giorno del 19 luglio a Palermo, quando era arrivato il suo sostituto e gli disse che avrebbe fatto lui il suo turno così che potesse riposarsi. Io vi voglio lasciare con il messaggio di portare avanti quei valori per cui i nostri ragazzi hanno perso la vita per noi, quei valori che molto spesso la società di oggi ci porta a mettere in secondo piano e a sottovalutare, ma devono essere la base del vivere civile. Quindi, innanzitutto, il senso del dovere, avere il coraggio di fare il proprio dovere e mettere al primo posto il prossimo, piuttosto che noi stessi.

Sono felice anche di essere in un luogo speciale come questo, l’Università: ho detto in più occasioni che quello che desidero, che auspico per la nostra Italia e non solo, visto che il fenomeno mafioso non è una questione meramente italiana, è una sana e buona rivoluzione culturale, che parta dal basso, dai nostri ragazzi, quindi avendo anche il coraggio di parlare nelle scuole di mafie, di legalità. Si parla certe volte anche a sproposito di questi argomenti, bisogna trovare il senso giusto delle parole. E bisogna avere anche il coraggio di dare un nome e un cognome a persone che ci fanno evocare pezzi di storia che invece noi tendiamo a dimenticare.
Quindi, con orgoglio, sono Silvia Stener, nipote di Eddie Walter Max Cosina, agente di scorta del giudice Paolo Borsellino”.

Non ho trattenuto le lacrime.

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Le mani della Mafia

Carlo Mastelloni, Procuratore di Trieste

Venerdì e sabato ho partecipato a Trieste a “Contromafiecorruzione Nord Est”, gli stati generali di Libera (domenica, giornata conclusiva, non ho potuto). In questi giorni vorrei riprendere qui sul blog alcuni dei contenuti presentati, giovandomi del supporto di alcuni articoli usciti sulla stampa e delle registrazioni audio che ho effettuato. Parto dalla plenaria di venerdì, tenutasi nell’Aula Magna dell’Università di Trieste; solitamente i saluti sono delle fasi di rito, ma di certo non lo sono stati quelli del Procuratore Capo di Trieste Carlo Mastelloni. Così lo cita, sul Messaggero Veneto di oggi, Luana De Francisco: “Avervi qui è un onore, ma anche un onere, perché è ora che i cittadini prendano atto che la loro regione, se non è occupata militarmente, è però pienamente infiltrata”. Il territorio della nostra regione, ha detto Mastelloni, “è aggredibile dal punto di vista turistico. Località come Grado, Lignano, Bibione, Caorle, nonché località di montagna come Sappada e Tarvisio sono oggetto di attenzioni. Ma chi vigila è in ambasce in primo luogo per motivi di organico”. Il Procuratore, a questo punto, ha lamentato la mancanza di numero sufficienti tra le forze dell’ordine: “questo della mancanza di personale è uno dei punti essenziali per affrontare con efficacia il fenomeno del rimpinguamento delle file mafiose in questa terra piena di ricchezze”. Ritengo importante sottolineare l’utilizzo del termine rimpinguamento: a fronte di chi dice che la mafia non sia presente in regione, il Procuratore della Repubblica utilizza una parola che fa riferimento all’aumento di qualcosa che esiste già…

Mastelloni ha fatto quindi riferimento ad alcuni ambiti di interesse delle mafie. Uno di essi è l’acquisizione della cocaina dal Sudamerica attraverso ndranghetisti calabresi, i primi a stabilire contatti con Bolivia, Perù e altri paesi. Un altro ambito è professionale: “Abbiamo arrestato odontoiatri collusi con elementi calabresi che hanno in progetto, verosimilmente, di accaparrarsi i grandi studi professionali creando una sorta di super agenzia da mettere in vendita sul mercato. Ciò significa che una parte della borghesia, una minima parte della borghesia, è collusa e si presta in nome del denaro, oppure perché minacciata, a fare da prestanome o da signorile e insospettabile deposito di armamenti”.
Un altro fenomeno gravissimo a cui ha fatto riferimento il Procuratore è stato quello delle false residenze, utili a “costruire piccole carriere politiche idonee a costruire piani regolatori viziati da interessi retrostanti di carattere personalistico e mafioso (il caso di Lignano Sabbiadoro).

Infine, Mastelloni ha riportato alcuni numeri: “dal 2014 risultano iscritti 18 fascicoli del 416 bis… negli anni precedenti solo 2”. A suffragare quanto detto dal Procuratore riporto un servizio di Trieste Prima (sulla velocità della mafia rispetto alla magistratura) e uno di Il Paîs (sulla penetrazione del clan dei Casalesi).

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Donne per

Nel giorno dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone pubblico un articolo a due mani comparso su Avvenire e che racconta la storia di due donne e del loro impegno contro la mafia. Questa l’introduzione: “Ventisei anni dopo i fatti di Capaci, il testimone delle battaglie di legalità è sempre di più nelle mani di persone che hanno saputo affrontare con responsabilità e coraggio la lotta alla criminalità. Due storie simbolo dell’impegno femminile per la giustizia, nate proprio nella stagione delle stragi compiute da Cosa nostra”.

Il primo ritratto è a firma di Alessandra Turrisi.
Il magistrato di Caltanissetta
In trincea dopo le stragi. La prima in Sicilia a capo di una Procura generale.
La scelta di lavorare a Palermo pochi anni dopo le stragi del ’92, le inchieste sul racket delle estorsioni, la cattura dei latitanti, la collaborazione di boss come Antonino Giuffrè e Gaspare Spatuzza, la ricerca delle verità su Capaci e Via D’Amelio. Vent’anni nella trincea della lotta a Cosa nostra sono il curriculum di Lia Sava, nuovo procuratore generale di Caltanissetta, la sede giudiziaria che sta provando a scoprire le vere responsabilità per saval’attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, dopo avere provato il colossale depistaggio che finora ha negato al Paese di conoscere la verità, ma che sta togliendo il velo anche sulle presunte trame di corruzione nell’imprenditoria siciliana.
La prima donna in Sicilia al vertice di una procura generale ha 55 anni, due figli adolescenti, è pugliese ed è in magistratura dal 1992. Comincia come giudice civile a Roma. Proprio quell’anno, il 27 giugno, a Giovinazzo in Puglia, fa un incontro che le cambia la vita. Lo racconta lei stessa agli studenti dell’ente professionale Euroform: «Sono una persona molto ansiosa e quel giorno devo partecipare a un convegno per magistrati dove doveva parlare Paolo Borsellino. Giovanni Falcone è stato ucciso da poco più di un mese, desidero conoscere questo magistrato così importante. L’incontro è alle 15, io arrivo prima, non c’è ancora nessuno nella sala, ma Borsellino è già lì. Ha uno sguardo che non avrei più dimenticato. Quando, dopo il convegno, tutti gli andiamo vicini per salutarlo e ringraziarlo, lui ci dice: “Non statemi vicino, perché mi ammazzeranno”».
A larghissima maggioranza il plenum del Csm ha assegnato a Lia Sava il posto lasciato da Sergio Lari, andato in pensione a gennaio. Lia Sava si insedierà intorno al 20 giugno e lascerà il posto di procuratore aggiunto a Caltanissetta, dove lavora dal 2013. La sua lunga carriera l’ha portata come sostituto procuratore a Brindisi, poi nel 1998 a Palermo, nella Direzione distrettuale antimafia guidata da Giancarlo Caselli. Sono gli anni dopo le stragi del ’92, il suo primo caso è il suicidio del giudice Luigi Lombardini. È in trincea. Il 16 aprile 2002 viene arrestato il boss di Caccamo, Antonino Giuffrè, braccio destro dell’allora superlatitante Bernardo Provenzano. Due mesi dopo, questi decide di collaborare con la giustizia, riempie pagine e pagine di verbali, contribuisce a disegnare un identikit aggiornato del potente padrino corleonese, racconta il modo arcaico e sicuro di comunicare di Binnu, attraverso i “pizzini”.
Lia Sava è tra i sostituti procuratori che devono raccogliere queste dichiarazioni, ha un bambino di pochi mesi e un carico di lavoro enorme da portare avanti. Non ha mai fatto mistero della fatica di conciliare la vita familiare con una professione fagocitante, fatta di lunghe assenze, di scorta, di rischi da correre ogni giorno. Da pm di Caltanissetta si trova a raccogliere le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso 25 anni fa. L’uomo della cosca di Brancaccio parla coi magistrati di Palermo e Caltanissetta. Si autoaccusa del furto della “126” utilizzata per l’attentato del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e di avere ricevuto l’incarico dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Le sue parole trovano riscontri nel lavoro di indagine condotto da Sergio Lari e Stefano Luciani, un terremoto per i tre processi già conclusi in Cassazione, tutti fondati sulle dichiarazioni di un falso pentito, Vincenzo Scarantino. Vengono annullati gli ergastoli di nove persone ingiustamente condannate, si ricomincia a indagare, viene chiuso il processo di primo grado “Borsellino quater” e tra pochi mesi partirà quello in appello.
Lia Sava diffida degli eroi dell’antimafia patinata, cerca di illuminare tutto quello che fa con la luce della fede. Da lì viene lo slancio etico. Lo racconta anche a un gruppo di studenti, per i quali prepara una riflessione sulla corruzione, alla luce dei frequenti interventi di papa Francesco sull’argomento. «Il peccatore si pente e torna a Dio, il corrotto, avvolto dalla sua presunzione, non chiede misericordia, non ha il faro della coscienza a scuoterlo, pecca e finge di essere cristiano e, senza alcun senso di colpa, vive una doppia vita. Il corrotto si nutre del suo potere, si sente superiore a tutto e a tutti, non avverte il bisogno del perdono e chiude le porte alla Misericordia del Padre».

Il secondo ritratto è a firma di Antonio Maria Mira.
La vicepresidente di Libera
Da Niscemi all’Italia, il cammino di Enza a fianco delle vittime
Enza Rando ha cominciato a combattere le mafie nel suo paese, Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Lo ha fatto da vicesindaco e da assessore alla scuola. «Un’esperienza che mi insegnato a non essere mai indifferente», ricorda. Cultura e fatti concreti, scomodi. Parole che hanno caratterizzato la vita di questa “piccola” grande donna siciliana. Fin dalle lotte per riuscire finalmente a terminare le cinque scuole per i bambini del suo paese, costretti ai doppi turni perché i tanto attesi nuovi edifici erano da anni un cantiere, continuamente danneggiato. La mafia non le voleva. «Perché la scuola disturbarando-enza.jpg chi vuole controllare tutto il territorio con la paura e la sopraffazione. Così decidemmo di andare a dormire lì la notte, prima noi amministratori e poi tanti cittadini, le donne che cucinavano per tutti». Una sorveglianza civile. E le scuole furono finite. Era la fine degli anni ’90 e stava nascendo il movimento antimafia. A fianco di Enza, in quei giorni di presidio, arrivò anche don Luigi Ciotti che nel 1995 aveva fondato Libera: «Un incontro che è stato determinante nella mia vita», ricorda Enza, oggi vicepresidente dell’associazione.
Non a caso nel 1997 proprio a Niscemi si tiene la seconda edizione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafie, organizzata da Libera e da Avviso pubblico, l’associazione che raduna le amministrazioni locali per la promozione della cultura della legalità, della quale Rando diventa presidente nel 2000. Buona amministrazione, legalità, vittime innocenti, altre parole che caratterizzano la vita di Enza. Sempre a Niscemi, un altro incontro che le ha cambiato la vita. Quello con Ninetta Burgio, mamma di Pierantonio Sandri, 19 anni, scomparso il 3 settembre 1995. Ninetta partecipa alla Giornata della memoria proprio da quel 1997, lei piccolina, portando un’enorme foto di Pierantonio con la scritta «Vi prego ridatemi mio figlio».
Un appello che ripeterà fino al 2010 quando uno dei responsabili, un suo ex alunno, confesserà e permetterà di trovare i resti del corpo di Pierantonio. Enza prende a cuore questa storia, e non solo da avvocato. «Ninetta è stata una mia amica speciale». E come amica la segue nei processi. «Le ero accanto e ascoltavo il suo respiro lento, profondo, addolorato. Ho sentito l’odore del dolore e del perdono». Ma la sostiene anche per ottenere dal ministero dell’Interno il decreto che dichiara il figlio «vittima innocente di mafia», descrivendolo come «un bravo e onesto ragazzo», «proprio quello che Ninetta aveva detto per anni», ricorda ancora l’amica Enza.
Una vicenda che segna ancora una volta la sua vita. È l’impegno al fianco dei familiari delle vittime, per ottenere verità e giustizia, nei tribunali e fuori, da avvocato e da amica. Così diventa la responsabile dell’ufficio legale di Libera. Sempre in giro per il Paese, anche se ormai trapiantata a Modena. Dove prima di altri capisce come le mafie siano arrivate da tempo, ben presenti con affari e collusioni. «Le mafie vanno dove c’è il denaro, e in Emilia ce n’era tanto». Lei, siciliana, percepisce i segnali di questa presenza. Fatti che emergono con forza nell’inchiesta Aemilia, dove Libera si costituisce parte civile. Altro impegno di Enza, da Torino a Napoli, da Reggio Calabria a Trapani e Palermo. E a Bologna, dove la raggiungiamo mentre segue proprio il processo Aemilia. E proprio in Emilia arrivano le minacce, le intimidazioni, fino all’irruzione notturna un anno e mezzo fa nel suo studio a Modena. Non viene portato via nulla di valore, ma messi a soqquadro gli armadi dove sono custoditi i faldoni delle costituzioni di parte civile. «Minaccia grave», la definisce la procura.
Ma la piccola grande Enza non arretra e rilancia. Nella sua vita tornano le donne, non più le vittime o le mamme delle vittime, ma le donne di mafia, soprattutto di ’ndrangheta, anche loro mamme. Chiedono aiuto per salvare i propri figli, cercano un’altra vita. Come Lea Garofalo che per salvare la figlia Denise “tradisce” marito e clan. «Voleva costruirsi un futuro assieme alla figlia. Chiedeva solo di vivere», ricorda Enza. Lea, come è noto, non ce la fa, viene trovata e uccisa. Denise trova in Enza un’amica. Così come decine di altre donne, e i loro figli, che grazie al progetto “Liberi di scegliere”, nato dall’iniziativa del presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella col sostegno di Libera, ora cercano una nuova vita. Ed Enza è con loro, avvocato e “sorella”. «Quando nel lavoro si mette l’anima i fatti si leggono in modo diverso». In giro per l’Italia, nei luoghi protetti e nei tribunali, occupandosi di scuole e parrucchieri, di teatro e di abbigliamento, di documenti e di sport. Codice e cuore. «Ma non scrivere che questa è antimafia. Noi siamo “per”, per la vita, per un futuro».

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Gemme n° 299

Più che per la canzone ho portato questo video per il personaggio raccontato, a cui sono molto affezionata: Peppino Impastato, che ha dedicato la propria vita a combattere la mafia.” Ha poi presentato brevemente alcuni aspetti della vicenda B. (classe terza), spiegando il motivo del titolo del brano e l’attività di Radio Aut, fondata da Peppino.
Un suo prezioso insegnamento: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

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Come assenzio e veleno

funerale-casamonica-roma-2015

Non me la sento di usare parole mie, anche perché quelle che seguono hanno molta più autorevolezza di tutte le pagine di questo blog messe insieme.

La camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana…
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa…
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
don Peppino Diana

Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi.
Giovanni Falcone

La mafia si caratterizza per la sua rapidità nell’adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l’uso dell’intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa.
Giovanni Falcone

Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale.
Giovanni Falcone

La mafia è sì un’associazione criminale, è sì un problema di polizia e di ordine pubblico; ma non è soltanto questo. È un fenomeno assai più complesso, caratterizzato da una fittissima trama di relazioni con la società civile e con svariati segmenti delle istituzioni. Di qui un intreccio di interessi e un reticolo di alleanze, connivenze e collusioni che sempre hanno fatto della mafia un pericoloso fattore di possibile inquinamento della politica, dell’economia e della finanza (con tutti i rischi che ciò comporta per l’ordinato sviluppo di un sistema democratico). Considerare la mafia come un insieme di qualche centinaio di sbandati, pur violenti e feroci, è dunque riduttivo.
Giancarlo Caselli

A questo può servire parlare di mafia, parlarne spesso, in modo capillare, a scuola: è una battaglia contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi
don Pino Puglisi

La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
Paolo Borsellino