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Costruzione mediatica o …?

Ed ecco il secondo articolo sulla manifestazione del 15 marzo, annessi e connessi vari… E’ lunghetto: si tratta di un’analisi della vicenda dal punto di vista delle teorie del complotto. Sarebbe più facile mettere un semplice link a Valigia Blu, ma ho da sempre scelto di ripubblicare per intero gli articoli nel timore che possano sparire dalla rete…

La figura di Greta Thunberg è stata pianificata a tavolino e costruita mediaticamente per favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde ed è il frutto di un esperimento di ingegneria sociale per manipolare, condizionare e spingere le masse ad agire su scala globale. È quanto asserisce Cory Morningstar in un articolo diviso in 6 atti pubblicato tra gennaio e febbraio scorso dal titolo “La fabbricazione di Greta Thunberg”. L’autore del pezzo ha isolato dettagli reali cucendoli tra di loro con interpretazioni spesso forzate all’interno di una cornice molto ampia (favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde) per costruire una narrazione che spieghi il vero motivo per cui Greta Thunberg sta protestando contro il clima ed è diventata un modello da seguire. Per certi versi, una costruzione narrativa simile a quella delle teorie dei complotti.
Nelle sei sezioni del suo articolo, Morningstar parte dalle relazioni di Greta con la start-up tecnologica “We Do Not Have Time” per poi tracciare i legami tra questa start-up, il “Climate Reality Project” di Al Gore, Banca mondiale e World Economic Forum e arrivare a parlare di come tutte queste organizzazioni tirino le fila dei movimenti giovanili, stiano costruendo un’emergenza climatica per poter spostare fondi e finanziamenti a società e organizzazioni che si occupano di servizi ecosistemici. Le ONG mainstream (in particolare il WWF, al quale sarebbe collegata la madre di Greta, Malena Ernman, insignita del titolo di WWF Environmental Hero of the Year 2017 e salita agli onori della cronaca con il lancio di un libro su Greta nel 2018 su uno dei principali giornali svedesi) – conclude Morningstar al termine della sua lunga disquisizione – stanno sostenendo e finanziando il movimento climatico per salvaguardare la loro influenza e manipolare ulteriormente la popolazione organizzando dalle retrovie gruppi di protesta negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Sarebbe questo, per l’autore dell’articolo, il più grande esperimento recente di ingegneria sociale di manipolazione delle masse e Greta Thunberg sarebbe il capo dell’intricata matassa che consentirebbe di ripercorrere le fila del gomitolo e svelare tutta l’architettura che si cela dietro i movimenti di protesta contro il cambiamento climatico.

La fabbricazione di Greta Thunberg ai fini del consenso

Il primo atto dell’articolo di Morningstar – dedicato alla figura di Greta Thunberg e tradotto integralmente in italiano dal sito Voci dall’estero –  ha avuto risonanza in Italia (insieme a tante altre bufale diffuse sul conto di Greta) per sostenere che la giovane attivista svedese fosse una figura artefatta, una marionetta che parla per conto di altri, e per screditare le istanze portate dalle enormi proteste giovanili, che venerdì scorso hanno occupato strade e piazze di tante città in tutto il mondo, e di un intero movimento che, complici anche i media, è stato identificato esclusivamente nella figura dell’adolescente svedese che sfida i grandi capi di Stato e le istituzioni globali.
In particolare, l’autore dell’articolo punta l’attenzione su come la figura di Greta Thunberg sia spuntata all’improvviso dal nulla con un tweet pubblicato il 20 agosto 2018 che mostrava la foto di una ragazza svedese seduta su un marciapiede mentre protesta per il clima: “Una ragazza di 15 anni davanti al Parlamento svedese fa sciopero a scuola per 3 settimane fino al giorno delle elezioni. Immaginate solo come deve sentirsi sola in questa foto. La gente non si ferma. Ognuno continua le proprie faccende come al solito. Ma è la verità. Non possiamo, e lei lo sa!”.
Il tweet, segnala Morningstar, è stato pubblicato dal profilo della società “We Do Not Have Time” (“Non abbiamo tempo”), fondata da Ingmar Rentzhog. Nella foto sono stati taggati la protagonista della foto (Greta Thunberg), un movimento giovanile (Zero Hour) e la sua fondatrice (Jamie Margolin), il Climate Project Reality di Al Gore (ndr, candidato alle presidenziali negli Stati Uniti nel 2000 e sconfitto da Bush e dall’inizio della sua carriera politica impegnato della battaglia per il clima), People’s Climate Strike, tutti soggetti che, secondo la ricostruzione che farà l’autore del pezzo negli atti successivi, sono protagonisti della costruzione “emergenza clima” per poter dettare l’agenda politica globale e far sì che vengano finanziati quelle organizzazioni che si occupano di servizi ecosistemici.
Pochi giorni dopo la prima protesta, l’account su Medium di “We Do Not Have Time” pubblica un post dal titolo “Questa ragazza quindicenne infrange la legge svedese per il clima” che ricostruisce la figura di Greta Thunberg e sottolinea che “We Do Not Have Time ha segnalato lo sciopero di Greta dal primo giorno e in meno di 24 ore i post sulla sua pagina Facebook e i tweet hanno ricevuto più di 20mila like, condivisioni e commenti. Non c’è voluto molto perché i media nazionali se ne occupassero. A partire dalla prima settimana dello sciopero, almeno sei tra i maggiori quotidiani, come anche la TV nazionale svedese e danese,  hanno intervistato Greta. Due leader politici svedesi si sono fermati a parlare con lei”.
L’articolo continua dicendo che Greta “ha subito trovato venti sostenitori che ora siedono accanto a lei. Questa ragazzina ha fatto notizia sui giornali nazionali e in TV. Questa ragazzina ha ricevuto migliaia di messaggi di amore e sostegno sui social media … Movimenti giovanili, come #ThisIsZeroHour di Jamie Margolin che #WeDontHaveTime ha intervistato, sostengono con grande urgenza che gli adulti dovrebbero prestare attenzione alla crisi climatica che è una minaccia esistenziale che deve essere affrontata con forza ORA”.
Ma quello che sembrava essere il rilancio di una protesta spontanea, prosegue Morningstar, era in realtà il lancio di un marchio, l’inizio di un’operazione di marketing. Il fondatore di “We Do Not Have Time”, Rentzhog, è anche fondatore di Laika (un’importante società svedese di consulenza che fornisce servizi all’industria finanziaria, recentemente acquisita da FundByMe), è parte del board di FundedByMe ed è membro della Climate Reality Organization Leaders di Al Gore, dove fa parte della Climate Policy Task Force europea. L’organizzazione di Al Gore, fondata nel 2006, è a sua volta partner di “We Do not Have Time”, tra i cui consulenti ed esperti sulla gioventù sono indicati Greta Thunberg e Jaime Margolin. Queste connessioni sarebbero la prova che dietro il “fenomeno Greta Thunberg” ci sarebbe una campagna orchestrata da grandi società e organizzazioni che cercano di spostare fondi nell’industria del clima grazie alla costruzione di una narrazione secondo la quale “non abbiamo più tempo, la catastrofe umanitaria è imminente, le temperature del pianeta si stanno alzando irrimediabilmente”.
Il pezzo – al cui interno non si fa riferimento agli studi e alle ricerche di climatologi internazionali e ai rapporti diffusi da istituzioni intergovernative come le Nazioni Unite – prosegue riportando stralci di interviste rilasciate da Rentzhog in cui spiega che la sua start-up tecnologica offre “partnership, pubblicità digitale e servizi relativi ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità e alla crescente economia verde ed economia circolare” a ‘un vasto pubblico di consumatori e rappresentanti coinvolti’” e che “We Do Not Have Time” “è attiva principalmente in tre mercati: social media, pubblicità digitale e compensazione per le emissioni del carbonio”, un mercato – aggiunge Morningstar – che “solo negli Stati Uniti ammonta a oltre 82 miliardi di dollari, di cui il carbonio compensato volontario rappresenta 191 milioni di dollari”.
Figure come Greta Thunberg e Jamie Margolin sarebbero influencer con l’obiettivo di far parlare delle questioni legate all’ambiente, al cambiamento climatico e al riscaldamento globale e associare questi temi alle società che gravitano intorno a Rentzhog e Al Gore che finirebbero con l’avere una posizione commerciale di vantaggio in questo speciale mercato dell’industria del clima. Per sostenere la sua argomentazione Morningstar arriva a paragonare”We Do not Have Time” a quanto mostrato in una puntata della terza stagione di “Black Mirror”, una serie televisiva trasmessa su Netflix, in cui le relazioni sociali (e i diritti acquisiti) si misurano in base ai like ottenuti da ciascun cittadino su una piattaforma.  Secondo Morningstar,  la start-up di Rentzhog funzionerebbe allo stesso modo valutando con un rating – invece che le persone – marchi, prodotti, società e tutto quanto sia collegato al clima.
Il compito di figure come Thunberg e Margolin sarebbe quello, dunque, di manipolare le grandi masse in questa grande valutazione di rating attraverso l’abile uso dei social network: “Il complesso industriale non-profit può essere considerato l’esercito più potente del mondo. Impiegando miliardi di dipendenti tutti interconnessi, le campagne odierne, finanziate dalla oligarchia dominante, possono diventare virali nel giro di poche ore, instillando pensieri e opinioni uniformi, che gradualmente creano l’ideologia desiderata. Questa è l’arte dell’ingegneria sociale”.

Greta Thunberg è un burattino di “We Do Not Have Time”?

Successivamente, il 6 febbraio, lo Spiegel pubblica un altro articolo, a firma del giornalista Claus Hecking, che indaga sui rapporti tra Greta Thunberg e la start-up “We Do Not Have Time”. Greta Thunberg è una marionetta in mano a dei PR?, si chiede Hecking nel titolo. Il pezzo è stato poi tradotto in inglese perché alcune parti scritte in tedesco erano state riportate in alcuni articoli svedesi in modo distorto e manipolato.

Modello per migliaia di giovani che la seguono, spiega il giornalista, Greta è considerata dai suoi avversari un personaggio artefatto, sfruttata dagli adulti per loro mire politiche e commerciali. Chi sposa queste critiche prende spunto da quanto scritto sulla sua pagina Facebook da un giornalista di affari svedese, Andreas Henriksson, secondo il quale lo sciopero scolastico non era altro che una “campagna pubblicitaria” per il nuovo libro della madre di Greta [ndr, di questo libro parla anche Cory Morningstar nell’Atto III del suo articolo], la cantante d’opera Malena Ernman, e che dietro questa campagna ci sarebbe “il PR-professionista Ingmar Rentzhog”. Il post di Henriksson è stato divulgato soprattutto dai negazionisti del cambiamento climatico e dai gruppi di destra che da allora hanno iniziato ad affermare che Greta è una marionetta in mano a lucrosi burattinai.
Effettivamente – prosegue Hecking – Rentzhog è un esperto di campagne pubblicitarie: per anni ha guidato l’agenzia Laika Consulting. È stato lui a parlare prima di Greta sul suo profilo Facebook quando la giovane attivista scioperò per la prima volta da sola di fronte al Parlamento svedese. Con i suoi post Rentzhog ha attirato l’attenzione dei media su Greta proprio nella settimana in cui sua madre, Malena Ernman, pubblicava il libro in cui parlava anche di sua figlia, della sua sindrome di Asperger e della sua lotta per il clima.
Probabilmente il protagonismo di Greta dell’attivista svedese è stato “utilizzato” da Rentzhog per attrarre investimenti e trasformare “We Do Not Have Time” in una piattaforma di social media globale per coloro che sono interessati alla protezione dell’ambiente. Alla fine del 2018, la start-up ha raccolto 13 milioni di corone svedesi dagli investitori, equivalenti a 1,25 milioni di euro. Nel prospetto degli investitori, le attività della giovane attivista sono state presentate in più occasioni. Greta era anche presente nel comitato consultivo di una fondazione affiliata alla società.
Tutto questo è sufficiente per sostenere che Greta Thunberg è un prestanome di speculatori miliardari, come sostenuto dall’articolo di Cory Morningstar e altri blog di destra?
Questa ipotesi è stata respinta anche da Henriksson che pure, con il suo post su Facebook, aveva parlato di “strane coincidenze” e aveva contribuito a diffondere l’idea che Thunberg fosse una marionetta in mano ad altri. «Sono convinto che Greta e Ingmar lavorino insieme. Ma Greta non è un pupazzetto di Rentzhog. Le persone che diffondono questo sono pazzi ed estremisti di destra», ha detto il giornalista allo Spiegel. Tuttavia, ha aggiunto il giornalista svedese, Greta non può essere nemmeno raffigurata come una santa: «È un’attivista che crede e combatte per la sua buona causa, e ho un grande rispetto per lei. Ma la vita non è così in bianco e nero come la vede lei. E dovremmo ascoltare gli scienziati del clima per una questione complessa come i cambiamenti climatici». Ma sono proprio i climatologi le figure a cui Greta chiede consulenza per i suoi discorsi, spiega Hecking nell’articolo sullo Spiegel. In particolare due dei più rinomati esperti di tutto il mondo: Kevin Anderson del Tyndall Center for Climate Change Research di Manchester, e Glen Peters, direttore della ricerca del Centro Cicero di Oslo per la ricerca sul clima.
Dal canto suo, Rentzhog ha negato risolutamente le accuse: «Non abbiamo mai pianificato lo sciopero di Greta». All’epoca dei primi tweet, il fondatore di “We Do Not Have Time” aveva conosciuto sua madre ma non aveva mai parlato con la ragazza. Aveva deciso di passare davanti al Parlamento svedese perché un’attivista ambientalista aveva annunciato in un messaggio che ci sarebbe stata un’azione di fronte al Riksdag. «Greta ha iniziato questo sciopero da sola. Poi, con la nostra piattaforma, abbiamo contribuito a dare linfa alla storia, proprio come faremmo con qualsiasi altro attivista per il clima. Questo è il nostro lavoro». Rentzhog ha aggiunto che Greta non è mai stata pagata per il suo attivismo e che lui non ha mai scritto alcun discorso per lei.
Inoltre, “We Do Not Have Time”, spiega ancora Renthzog, non ha un grande giro di affari (nel 2018, 96mila euro) e ha solo cinque impiegati a tempo pieno. L’app che dovrebbe connettere gli ambientalisti di tutto il mondo sarà pronta al massimo ad aprile.
Contattata dallo Spiegel, Greta ha dichiarato di non promuovere “We Do Not Have Time”, di non essere più indicata tra i consulenti del comitato consultivo della start-up, e che i proventi del libro dovrebbero andare tutti in beneficenza, come si legge nella prefazione.

Greta: “Faccio quel che faccio tutto gratuitamente. Sono indipendente e rappresento solo me stessa”

In un post su Facebook (qui tradotto in italiano da Fabio Alemagna), lo scorso 11 febbraio, Greta Thunberg è intervenuta per smentire i continui “pettegolezzi, bugie e costanti omissioni di fatti ormai assodati”. L’attivista svedese ha scritto di non far parte di alcuna organizzazione, di cooperare a volte con alcune ONG che lavorano sul clima e l’ambiente, continuando a essere indipendente e a rappresentare nessun altro che se stessa: “Faccio quel che faccio del tutto gratuitamente, e né io né qualcuno a me collegato abbiamo mai ricevuto alcuna somma di denaro o alcuna promessa di pagamento futuro in qualsiasi forma. E ovviamente tutto rimarrà così. Non ho incontrato un solo attivista per il clima che combatte in cambio di denaro, la sola idea è completamente assurda. Inoltre, viaggio esclusivamente col permesso della mia scuola e sono i miei genitori a pagare per i biglietti e gli alloggi”.
Greta ha poi aggiunto di essere stata per breve tempo una consulente per i giovani nel consiglio di “We Do Not Have Time” ma di aver reciso ogni legame quando è venuta a conoscenza che un altro ramo dell’organizzazione aveva usato il suo nome.
Per smentire tutte le voci sul suo conto, Greta ha voluto ricostruire alcuni passaggi che hanno portato ai suoi scioperi scolastici, partendo dagli inizi, nel maggio 2018, quando, dopo aver vinto una competizione di scrittura sul tema dell’ambiente tenuta da un quotidiano svedese, fu contattata da Bo Thorén della Fossil Free Dalsland, che aveva formato un gruppo con delle persone, in particolare dei giovani, che volevano attivarsi sulla crisi climatica.
Durante gli incontri con altri attivisti nacque l’idea dello sciopero scolastico (“qualcosa che i bambini avrebbero potuto fare nei cortili delle scuole o nelle classi”), ispirata da quanto stavano facendo gli studenti di Parkland, in Florida, dopo la strage alla Marjory Stoneman Douglas High School. “L’idea di uno sciopero mi piacque, così la sviluppai e provai a coinvolgere altri giovani, ma nessuno era davvero interessato. Pensavano che una versione svedese della marcia del movimento Zero Hour potesse avere un impatto maggiore. Così mi diedi da fare da sola e non partecipai più agli incontri”, racconta Greta che ricorda come neanche i genitori approvassero la sua decisione di non andare a scuola per manifestare: “Il 20 agosto mi sedetti all’esterno del Parlamento svedese. Distribuii volantini con una lunga lista di fatti sulla crisi climatica e spiegazioni sul perché stessi scioperando. La prima cosa che feci fu quella di postare su Twitter e Instagram quel che stavo facendo, e presto diventò virale”.

Le foto, prosegue Greta, attirarono l’attenzione dei giornalisti e fu allora che conobbe Ingmar Rentzhog: “Ci mettemmo a parlare e fece delle foto che postò su Facebook. Fu la prima volta in assoluto ad averlo incontrato e ad averci parlato. Non avevamo mai comunicato e non ci eravamo mai incontrati prima”.
Per quanto riguarda il libro pubblicato dalla sua famiglia (“Scener ur hjärtat”; ndr, “Scene dal cuore”), che racconta la storia di come lei e sua sorella Beata hanno influenzato il modo di pensare e di vedere il mondo dei suoi genitori, specialmente per quanto riguarda il clima, Greta precisa che già prima della sua pubblicazione i genitori hanno dichiarato che “gli eventuali profitti del libro sarebbero stati devoluti a 8 diverse organizzazioni benefiche che lavorano per l’ambiente, i bambini con disturbi del comportamento e i diritti degli animali”.
E per chi avesse ancora perplessità, Greta invita ad ascoltare il suo Ted Talk () dove racconta come è iniziato il suo interesse per il clima.

Per i suoi discorsi, Greta dice di chiedere suggerimenti a scienziati ed esperti. “C’è anche chi si lamenta del fatto che «parlo e scrivo come un adulto». E a questo posso solo rispondere: non pensate che una persona di 16 anni abbia la capacità di parlare per se stessa? (…) Altri dicono che io non ci posso fare comunque niente, e che sono «solo una bambina e noi non dovremmo stare a sentire i bambini». Ma questa è una cosa che si può superare facilmente: iniziate ad ascoltare la scienza, piuttosto. Perché se tutti ascoltassero gli scienziati e i fatti ai quali faccio costantemente riferimento, allora nessuno dovrebbe stare a sentire me o qualunque altro delle centinaia di migliaia di bambini di scuola che stanno scioperando per il clima nel mondo. Allora io potrò tornarmene di nuovo a scuola”.

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A.A.A.

Da un po’ di tempo seguo volentieri le attività del Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia. Ho seguito alcuni Mooc da loro proposti e sono sempre stati corrispondenti alle mie alte aspettative. Due giorni fa Michele Marangi ha scritto un pezzo a proposito della rapida trasformazione che si sta verificando nel rapporto tra bambini e digitale. Penso che offra molti stimoli interessanti.

“… Anche alla luce delle ricerche e delle esperienze formative e didattiche svolte sul campo come CREMIT in questi ultimi anni, appare evidente che se da un lato le 3 A proposte da Tisseron – Accompagnamento, Alternanza, Autoregolazione – restino ancora dei riferimenti irrinunciabili, d’altro canto sembra sempre più  necessario considerare alcuni aspetti chiave per ripensare in modo non scontato il rapporto tra digitale e infanzia. Utilizziamo proprio le 3 A per identificarne tre principali, che vanno intrecciati tra loro.
Il tema dell’accompagnamento è spesso banalizzato in una prospettiva di pura presenza fisica dei genitori. In realtà ciò che manca è la capacità o la possibilità degli adulti di creare un confronto costante e condiviso con i figli sul senso e sui modi di utilizzo del digitale. Non si tratta solo di definire limiti orari e regole d’uso, ma di passare dal quantitativo al qualitativo, permettendo ai più piccoli di contestualizzare e situare le mille forme del digitale che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana. Non solo a parole ovviamente, ma nella prassi di ogni giorno. Ma quanto gli adulti si rendono conto e si interrogano sul loro utilizzo intensivo e pervasivo degli stessi device che vorrebbero far gestire ai propri figli?
Strettamente legato a questo aspetto c’è il tema del flusso continuo di stimoli, informazioni, occasioni e desideri che il digitale propone senza soluzione di continuità. L’alternanza appare sempre più difficile in un universo in cui il concetto stesso di alternativa sembra sempre incluso nei dispositivi e nelle strutture produttive che li definiscono. Negli ultimi cinque anni, per riprendere il lasso di tempo trascorso dall’uscita del libro di Tisseron, sono emblematiche le trasformazioni avvenute nel campo dello streaming e del gioco online. Il fenomeno dei contenuti sempre disponibili in buona qualità anche sul cellulare,da Netflix in giù, o le modalità di gioco in Battle Royale, per cui sono effettivamente online con persone vere che giocano contro di me, tendono a stimolare posture immersive da cui non è semplice “riemergere”. In questo caso, oltre al ruolo degli adulti, va considerata la praticabilità di spazi e di tempi alternativi che siano a misura dei bambini e che offrano stimoli e soddisfazioni paragonabili a quelle digitali. Ma quanti ce ne sono e che tipo di accessibilità hanno?
Infine il tema chiave che già per Tisseron era l’obiettivo più ambizioso, ovvero la capacità di autoregolarsi ,raggiungendo una piena consapevolezza sulle proprie esigenze e consumi digitali. In un mercato sempre più pervasivo che sta iniziando a mettere in produzione applicazioni domotiche ed esempi sparsi di intelligenza artificiale applicata alla quotidianità, il concetto stesso di regolazione sembra fuori luogo, se lo si declina ancora nella definizione di un semplice inizio e fine dell’utilizzo. Forse va ripensato agendo più sul concetto della capacità di previsione, che Rivoltella (2014) pone al centro dei processi di apprendimento all’interno di sistemi complessi. In questa prospettiva è giunta l’ora di non pensare più al digitale come una protesi, ma piuttosto come un elemento strutturale o addirittura una matrice di buona parte dei gesti che compiamo ogni giorno.
Probabilmente la prospettiva più strategica non sta tanto nella ricerca di regole da far rispettare (agli altri…), ma nella capacità di praticare strategie di adattamento continuo, in senso evolutivo. Possibilmente non a senso unico, ma cercando di fare in modo che i saperi pedagogici e le prassi educative trasformino le posture tecnologiche e il senso del digitale. Ogni giorno, senza fare troppo rumore.

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Un anno col Mec

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Se sei tra i 18 e i 28 anni e vuoi dedicare un anno ad un’attività solidale e formativa, che ti farà conoscere nuove realtà insieme a persone che si danno da fare per costruire un mondo migliore, potresti essere il candidato ideale per svolgere il Servizio Civile con l’Associazione Mec. Stanno cercando quattro volontari da impiegare nel progetto “Cambia il vento”. Il progetto si pone l’obiettivo di supportare e sviluppare le attività dell’Associazione nell’ambito dell’educazione all’utilizzo corretto, efficace e positivo di Internet e dei dispositivi digitali, all’informazione e alla comunicazione, promuove l’educazione dei giovani alla cittadinanza democratica, alla pace, ai diritti umani, alla legalità e alla giustizia attraverso l’educazione all’uso critico e consapevole dei media e delle nuove tecnologie.
I volontari potranno sviluppare e migliorare le proprie competenze multimediali, educative, e anche acquisire competenze nell’ambito organizzativo e di supporto al lavoro d’ufficio, inerente i progetti e le attività dell’Associazione.
Le attività si rivolgono alle scuole, alle associazioni del territorio e alla cittadinanza in genere.
Ho partecipato a numerosi incontri condotti dai formatori del Mec e sono sempre rimasto molto contento: per questo caldeggio l’iniziativa!
I volontari saranno impegnati per 12 mesi, da Novembre 2018 a Ottobre 2019, presso le sedi di Udine, Pordenone e Cordenons. Ai volontari in Servizio Civile nazionale spetta un assegno mensile di 433,80 euro netti.

Però attenzione!!! Le domande vanno presentate entro venerdì 28 settembre. Qui tutte le info.

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Partire dalle persone

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Nel mese di luglio avevo letto un articolo di Alberto Maestri e me l’ero appuntato. Mi aveva colpito una frase: “Sapere riconoscere le opportunità digitali significa prima di tutto partire dalle persone”. Alberto Maestri è diplomato in Marketing e Strategia all’Università di Modena e Reggio Emilia e in Digital Marketing all’Institute of Direct and Digital Marketing (IDM) di Londra. Responsabile della sezione Tech di Ninja Marketing, lavora come Senior Consultant in OpenKnowledge dedicandosi a progetti nazionali e internazionali legati a marketing digitale e pratiche di open innovation.
L’articolo è tratto da Ninjamarketing e porta il titolo “La Trasformazione Digitale riguarda anche te”.

Lo ammetto, ho sbagliato. Quando mi trovo a scrivere qualcosa, raccomando sempre a me stesso di non dire “tutto subito”, ma di lasciare piuttosto la curiosità al lettore almeno fino a metà pezzo. Invece, questa volta, ho anticipato il finale già dal titolo.
Il dato di fatto è semplice: viviamo nel pieno dell’era digitale. Un’era mediata (gli studi del sociologo italiano Giovanni Boccia Artieri sono illuminati e illuminanti in tal senso), filtrata (“The Filter Bubble” è un’opera di qualche anno fa ma sempre interessante, la conosci?), fluida (Zygmunt Bauman docet). Proprio la parola “digitale” fa spesso rima con termini come “innovazione” e porta conseguentemente con sé una percezione, comune alla maggior parte delle persone – indipendentemente dal livello di alfabetizzazione digitale (e, da una prospettiva complementare, di digital divide) – e trasversale ai settori industriali: ovvero, che l’innovazione (quindi, la trasformazione) digitale sia prima di tutto un fattore tecnologico.
Paradigmi come la Virtual Reality, l’Augmented Reality, l’Internet delle Cose, la Blockchain, soluzioni come Oculus e i Bitcoin, modelli di business nativi digitali e fondati sull’ottimizzazione dei big data come Uber, AirBnB e TripAdvisor portano spesso a pensare che la trasformazione digitale di organizzazioni, territori, aziende, amministrazioni pubbliche sia primariamente una questione di innovazione tech.
Basta un poco di zucchero e la pillola, va giù. Ricordi la celebre cantilena di Mary Poppins? Oggi, potrebbe essere riletta con efficacia per delineare tale prospettiva. La tecnologia sarebbe la reale variabile determinante di un presente e – soprattutto – di un futuro sempre più digitale.
La potenza è nulla, senza controllo
Il rischio di tale approccio è multi-layer – ovvero, composto da diversi pericoli posizionati e collegati a puzzle. Ti elenco due esempi di layer a cui fare attenzione.
1. Il primo è ben riassunto nel termine mediumism, indice della tendenza pericolosa ad essere continuamente alla cerca frenetica dell’adozione dell’ennesima piattaforma digitale senza prima essersi chiesti e avere attentamente valutato se è davvero ciò che l’audience vuole, e/o di cui ha bisogno.
2. Un secondo pericolo sta nella mancata correlazione stretta e diretta tra tecnologia, cultura e competenze: ovvero, il fatto di avere anche la migliore innovazione tecnologica non garantisce proprio nulla. Gli utenti destinati a utilizzarla e a “calarla a terra” potrebbero infatti non avere le giuste competenze, né tantomeno e soprattutto la cultura – un fattore più sottile e strategico ma che permette di indirizzare al meglio le azioni – per farlo.
Accelerare con le persone
Un secondo approccio alla trasformazione digitale è invece people-centric: ovvero, vede nelle persone i principali elementi abilitatori del cambiamento. E per “cambiamento” intendo qualcosa di profondo, ampio, di ampio respiro, non relegato solo a temi di dialettica politica o politiche aziendali. Personalmente aderisco in toto a questa seconda visione neutrale al fattore tecnologico, e porto anche qui due temi a supporto.
1. Il primo è quello del Digital Darwinism, concetto suggerito dalle ricerche di Brian Solis a partire dal 2010 circa. Il futurologo e analista americano intende con tale termine la capacità e rapidità evolutiva delle persone, di gran lunga maggiore della stessa capacità di cambiamento e innovazione di aziende, organizzazioni e sistemi. In effetti, questi ultimi sono organismi complessi, strutturati, dove le decisioni vengono prese attraverso percorsi non banali né rapidi. Al contrario le persone, in quanto esseri sociali e atomi singoli, sono sempre più interessate e disposte a mettersi in gioco (rischiare!) per il gusto di testare le innovazioni tecnologiche. Volendo rileggere la tradizionale curva di Rogers utilizzata in economia per spiegare il modo in cui le innovazioni di prodotto si diffondono nel tempo, potremmo sostenere che il digitale amplia la percentuale di innovatori ed early adopters, limitando allo stesso tempo la “pancia” maggioritaria e la “coda” ritardataria.

curva
2. Il secondo tema sta nel concetto di mobile mind shift, introdotto da alcune analisi della società di consulenza internazionale Forrester Research. Con questo termine si intende il cambiamento psicologico – o meglio il circolo vizioso – abilitato dal digitale. Siamo sempre meno disposti ad aspettare, a dovere fermare lo svolgimento di ciò che stiamo facendo per potere fruire di una informazione, ad “accontentarci” di ricevere comunicazioni irrilevanti per il nostro vissuto. Al contrario, attraverso i media digitali mobile: “La mobile mind shift è la consapevolezza di potere essere connessi in qualunque momento e la conseguente aspettativa di ottenere quanto necessario subito e in modo contestualizzato, senza necessità di ulteriori spostamenti fisici o “mentali”.”
Social technology: una lente per leggere il futuro che ci attende
A mio avviso, dunque, la trasformazione digitale non è una semplice questione tecnologica, ma è un “affare” people-first. Come sarà il futuro? Difficile, impossibile saperlo.
Più semplice diventa estrarre una lente, un modus operandi per leggere ciò che ci aspetta. Ovvero, partire dalle persone in quanto esseri sociali. Non è un caso che piattaforme tecnologiche come YouTube, Facebook e altri social network abbiano avuto il successo che tutti conosciamo: si tratta di innovazioni che sono state capaci nel tempo di rispondere in pieno alle esigenze sociali degli individui di parlare, connettersi, interagire. In esse, la tecnologia ha avuto un semplice ruolo di adattatore e abilitatore delle necessità sociali delle persone.
Tale approccio, che definisco di social technology, è fondamentale non solo per comprendere ciò che accadrà, ma anche per anticipare il successo (o l’insuccesso) delle nuove trasformazioni digitali.
Siamo pronti a prevedere il futuro?

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Tra passo indietro e passo avanti: la creatura

William_Blake,_The_Temptation_and_Fall_of_Eve.JPG
La tentazione e la caduta di Eva, William Blake

Ho da poco partecipato ad un corso d’aggiornamento per insegnanti di religione nella mia diocesi dal titolo “Riscoprire l’umano: scienza e cultura in dialogo per comprendere l’uomo di oggi”.
Il primo giorno il neurologo Franco Fabbro ha tenuto una conferenza dal titolo “Le neuroscienze svelano la mente umana”: un viaggio a partire dalla medicina e dalla fisiologia per arrivare a spunti di riflessione filosofici.
Il secondo giorno è stata la volta del prof. Filippo Ceretti su “Umanità mediale. Età digitale e sfide educative”: da un’educazione con, a, ne e attraverso i media, è possibile educare i media?
Infine, ieri, il teologo Riccardo Battocchio ha trattato il tema “La teologia interpreta l’uomo moderno: sfide e prospettive”: fra la spinta di fare un passo indietro e quella di fare un passo avanti, riscoprendo l’origine e la chiamata dell’uomo, fra postumanesimo e transumanesimo, c’è spazio per la creatura?
Mentre mi ronzano per la testa numerose domande, tentativi di risposta e riflessioni, leggo proprio oggi su L’Indiscreto questo articolo di Andrea Daniele Signorelli. Lo pubblico anche come appunto per idee per il prossimo anno scolastico…

“Per la prima volta nella storia si muore più per colpa degli eccessi alimentari che per la mancanza di cibo; la morte ci coglie più spesso in tarda età, per vecchiaia, che in gioventù, per malattie infettive; si cessa di vivere più facilmente per mano propria, con il suicidio, che a causa dei rischi connessi alla presenza di soldati, terroristi e criminali messi insieme”. L’umanità è giunta a un momento di svolta – sostiene Yuval Noah Harari in “Homo Deus, breve storia del futuro” (Bompiani) – a un bivio tra incredibili opportunità e tremendi pericoli.
Ora che siamo riusciti a limitare drasticamente l’impatto dei tre nemici storici dell’umanità (carestia, malattia e guerra), l’homo sapiens può infatti concentrarsi sulle conquiste da portare a compimento nel terzo millennio: la perenne felicità (per via chimica) e l’immortalità (per via medica o tecnologica). Non solo: grazie all’editing genetico, o magari alla fusione con macchine super-intelligenti, l’uomo diventerà sempre più simile un dio, trasformandosi in quell’Homo Deus che dà il titolo al saggio.
“L’ingegnerizzazione degli uomini al rango divino può avvenire seguendo indifferentemente tre strade: le biotecnologie, l’ingegneria biomedica e l’ingegnerizzazione di esseri non organici. L’ingegnerizzazione biologica permessa dalle biotecnologie parte dal presupposto che siamo molto lontani dal dispiegare l’intero potenziale dei corpi organici. Per quattro miliardi di anni la selezione naturale ha aggiustato e ricomposto questi corpi, con il risultato che siamo passati dall’ameba ai rettili, ai mammiferi e agli uomini Sapiens. Tuttavia non c’è motivo per pensare che i Sapiens siano l’ultima stazione. Alcune mutazioni, relativamente piccole, nei geni, negli ormoni e a livello neuronale sono state sufficienti per trasformare Homo erectus – che non era in grado di produrre nulla di più impressionante di coltelli di selce – in Homo Sapiens, che costruisce navette spaziali e computer. Chissà dove ci potrebbe condurre un drappello di cambiamenti nel nostro DNA, nel sistema ormonale o nella struttura cerebrale?
Potrebbe sembrare una prospettiva allettante, se non fosse che solo una piccola élite di miliardari illuminati potrà approfittare delle fantascientifiche opportunità offerte dalla scienza e dalla tecnologia, mentre tutto il resto dell’umanità dovrà accontentarsi di giocare con la realtà virtuale e i social network, limitandosi a fornire i dati necessari all’avanzamento di algoritmi in grado di trasformare la medicina, la politica, l’amore e tutta la nostra società; algoritmi talmente potenti da dare vita a una nuova religione: il datismo.
Se Google sa che cosa vogliamo, Facebook sa invece alla perfezione chi siamo. Una volta ulteriormente perfezionati i meccanismi, l’uomo (nella visione di Harari) arriverà inevitabilmente a cedere tutto il suo potere decisionale, lasciando che siano algoritmi che ci conoscono molto meglio di noi stessi a decidere il da farsi.
“Che senso ha indire elezioni democratiche quando gli algoritmi sanno non solo come ogni persona voterà, ma anche le sottostanti ragioni neurologiche secondo cui una persona vota per i democratici mentre un’altra vota per i repubblicani? Laddove l’umanesimo ordinava: “Ascoltate i vostri sentimenti!” ora il datismo ordina: “Ascoltate gli algoritmi!”.
Fin qui, niente di particolarmente nuovo: una visione del futuro – contemporaneamente utopistica e distopica – che viene analiticamente e gelidamente tratteggiata da Harari con un fare speculativo che, in qualche occasione, ricorda più un TED Talk che un libro di divulgazione scientifica e che, nonostante questo, ha la pretesa di costruire una sorta di “teoria del tutto” dell’umanità, in grado di riunire sotto un unico tetto religione, scienza e politica.
Sono però il percorso e le dinamiche storiche inquadrate dall’accademico israeliano a rendere le sue conclusioni (spesso imposte al lettore come fossero verità assodate nonostante un elevato grado di azzardo) affascinanti e non di rado illuminanti. Un percorso che attraversa millenni di religione, politica e società per mostrare come l’uomo sia sempre stato vittima di illusioni elaborate ai piani alti (sia detto senza scadere nel complottismo) affinché i network sociali – che rappresentano la vera forza che ha consentito all’homo sapiens di conquistare il mondo ed ergersi sulle altre creature terrestri – restassero in piedi e prosperassero (da questo punto di vista, è incisivo il parallelismo tra divinità e brand o tra faraoni e popstar).
Per la maggior parte del tempo, queste illusioni sono state rappresentate dalla religione e dalle divinità. Quando però la scienza, almeno in alcune aree del mondo, ha relegato la religione nelle retrovie, il vuoto lasciato è stato colmato da una nuova forma spirituale: l’umanesimo, in cui lo spirito santo viene sostituito dalla coscienza e la ricerca di una verità esterna all’uomo si trasforma nella centralità dell’uomo, vero deus ex machina di se stesso.
“Qual è, allora, il senso della vita? Il liberalismo sostiene che non dovremmo aspettarci che un’entità esterna di qualche tipo ci fornisca una risposta preconfezionata. Piuttosto, ciascun individuo, elettore, consumatore e spettatore dovrebbe fare uso del suo libero arbitrio per dare un senso non solo alla propria vita ma all’intero universo. Le scienze biologiche, però, destabilizzano le fondamenta del liberalismo, perché sostengono che l’individuo libero è soltanto una favola generata da un insieme di algoritmi biochimici. In ogni istante, i processi biochimici del cervello creano un lampo di esperienza che spariscono un attimo dopo. (…) Il sé narrante cerca di imporre un ordine a questo caos intessendo una storia infinita nella quale ogni esperienza trova il suo posto, e dunque un senso duraturo. Tuttavia, per quanto possa essere convincente e affascinante, questa storia è pura finzione. I crociati medievali erano convinti che Dio e il paradiso riempissero la loro vita di senso; i liberali moderni sono convinti che le libere scelte dell’individuo riempiano la vita di senso. Tutti quanti si illudono alla stessa maniera”.
Come affrontare, allora, la recente scoperta (che Harari considera definitiva nonostante sia ancora ampiamente dibattuta) che non esiste il libero arbitrio? Una scoperta che, una volta diffusasi nella società, avrà come logica conseguenza il crollo delle liberal-democrazie riemerse già una volta, quasi per miracolo, dalle tempeste geopolitiche del ventesimo secolo. A colmare il vuoto, ma non senza rovesci della medaglia, ci penserà il già citato datismo, che costringerà l’uomo ad accettare la sua obsolescenza o ad abbracciare un futuro di “umanità aumentata”, che permetterà alla specie (o almeno ad alcuni suoi rappresentanti) di progredire verso la prossima evoluzione.

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Ridefiniamo le libertà

freedom-of-the-press-2048561_1920.jpgE’ un articolo piuttosto lungo: parla della Serbia, ma gli spunti di riflessione che offre in merito all’utilizzo politico e sociale di internet sono validi per qualsiasi realtà. L’intervista è di Rossella Vignola per l’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa.
Il 12 marzo scorso, nel giorno in cui si celebrava il 28° compleanno di internet, Tim Berners-Lee, co-inventore del web, ha pubblicato sul sito della World Wide Web Foundation una lettera aperta su come internet stia evolvendo e ha espresso le sue preoccupazioni su alcune tendenze che, secondo l’autore, stanno tradendo la promessa originaria di internet come di uno spazio aperto, plurale e democratico dove tutti possono condividere informazioni e collaborare senza frontiere. Nella sua lettera ha citato tre sfide principali: in primo luogo, il modello di business dominante fondato sull’offerta di contenuti gratuiti in cambio di dati personali, gestiti in modo proprietario e opaco da pochi giganti del web (Facebook, Google, etc.); secondo, la diffusione della disinformazione spinta da algoritmi che attingono dai nostri dati personali; terzo, la crescente complessità del marketing politico che rende possibile campagne elettorali in grado di raggiungere milioni di elettori con messaggi personalizzati.
Se, soprattutto dopo le ultime elezioni americane, l’impatto di queste tecnologie sui risultati elettorali è oggetto di dibattito, ciò che è certo è che esse stanno contribuendo a cambiare il concetto stesso di sfera pubblica e le modalità di costruzione del consenso. Ne abbiamo parlato con Vladan Joler, direttore di SHARE Foundation , organizzazione di Novi Sad che monitora le tendenze del web e le violazioni dei diritti digitali nello spazio virtuale serbo.
La Share Foundation è stata fondata nel 2012 con l’obiettivo di proteggere i diritti digitali, la privacy, la libertà di espressione, la trasparenza, i diritti umani e contrastare la sorveglianza nella sfera digitale…
Abbiamo iniziato organizzando il più grande raduno di attivisti internet della regione, ma ci siamo subito resi conto che con un singolo evento e senza una base solida di competenze forti e variegate, dalla ricerca, all’advocacy al policy making, non eravamo in grado di affrontare una serie crescente di questioni che erano molto importanti per noi. Abbiamo così concepito il passaggio dall’essere un gruppo di attivisti ad un gruppo di esperti. Attualmente il nostro team è composto da avvocati, giornalisti, tecnologi ed esperti di informatica forense e analisi dei dati.
Gli attacchi online ai media digitali, ai giornalisti, agli attivisti sono sempre più frequenti nella sfera digitale in Serbia. Ci può spiegare come si è evoluto il fenomeno negli ultimi anni?
In Serbia, con poche eccezioni, da tempo i media mainstream sono utilizzati come strumenti per fare politica. Questo ha fatto di internet uno dei pochi canali dove il giornalismo indipendente poteva trovare espressione. Insieme alla crescita della popolarità e della rilevanza dei media digitali e dei siti di giornalismo partecipativo, negli ultimi anni sono aumentati anche gli attacchi contro di essi. Questi attacchi vanno dalla pressione alle minacce a veri e propri attacchi informatici.
Questi ultimi sono diventati visibili come fenomeno sociale nel 2014 e sono presenti ancora oggi. Nel giro di tre anni si sono evoluti passando da comuni attacchi DDos [Distributed Denial of Service, NdT] a più sofisticati meccanismi per hackerare e intercettare le comunicazioni digitali. Oggi, gli attacchi cibernetici non sono così frequenti come lo erano due o tre anni fa, ma riaffiorano in modo mirato quando serve. Ad esempio durante le campagne elettorali, quando ci sono proteste, o altri fenomeni sociali di massa.
Quali sono stati i casi più rilevanti e che hanno sollevato più dibattito in Serbia?
I casi più rilevanti degli ultimi anni sono stati casi di attacchi informatici. Per esempio il popolare portale di notizie pescanik.net ha subito numerosi attacchi, in particolare nell’estate del 2014 dopo che un gruppo di giovani ricercatori aveva pubblicato un articolo che spiegava come il ministro degli Interni avesse plagiato la loro tesi di dottorato. In quella circostanza il sito rimase sotto attacco restando a lungo inaccessibile, per poi essere colpito ancora una volta dopo che gli stessi autori avevano pubblicato un nuovo articolo sul supervisore che aveva seguito la ricerca di dottorato del ministro. Dall’inchiesta emerse che questa persona, all’epoca direttore di un’università privata, non aveva un titolo di dottorato valido. Il portale subì nuovi attacchi e il direttore in questione si presentò in televisione per leggere alcune parti di uno scambio di e-mail che gli autori dell’inchiesta avevano avuto tra loro privatamente. Nessuno di questi casi è ancora stato chiarito dalle autorità competenti.
Il bersaglio di un altro importante attacco internet, accaduto nell’aprile 2015, è stato il sito Teleprompter, portale di notizie che di solito pubblica contenuti discutibili dal punto di vista etico, ma che all’epoca aveva adottato una linea critica nei confronti del governo. Si trattò di un attacco “totale”, dal momento che colpì sito, social network e gli indirizzi e-mail usati dai dipendenti per l’attività amministrativa. L’editore dovette ricorrere ad avanzate soluzioni per la sicurezza informatica per poter riguadagnare l’accesso al portale e agli indirizzi mail hackerati.
Come documentato nella vostra recente ricerca “Mapping and quantifying political information warfare “, nel corso del 2013 sono emersi i primi segnali che mostravano connessioni tra le attività illegali svolte nel “web sommerso” e l’agenda politica del partito al governo…
Nella maggior parte dei casi che abbiamo analizzato negli ultimi tre anni, i target degli attacchi informatici non erano parte della struttura di potere, ma piccoli media online indipendenti, blog e siti che criticavano il governo e pubblicavano articoli sulla corruzione, sull’inefficienza del governo o dei membri del partito al governo. È paradigmatico che questi attacchi siano avvenuti di solito dopo la pubblicazione di articoli che criticavano le strutture di potere. Per questa ragione, più che di casi di disobbedienza civile elettronica [operata da gruppi e attivisti per i diritti umani contro le strutture di potere, NdT] si è trattato di forme deliberate di censura.
Le principali conseguenze di questi attacchi sono insicurezza e paura crescenti, che producono un effetto inibitorio e paralizzante per la libera espressione sul web. Il punto è che pubblicare contenuti che criticano le strutture di potere (governo, gruppi criminali, o qualsiasi altro attore influente) può portare alla distruzione, al blocco o alla sparizione temporanea di contenuti da un sito, eventi a cui seguono inevitabilmente, oltre allo stress psicologico, tante ore di lavoro per ripristinare il sistema. Tutto questo può avere un grande impatto sulla volontà e sulla libertà delle persone di esprimersi liberamente.
Sono tre i software che sono stati presumibilmente usati dal partito al governo per fare “astroturfing“, ovvero per creare opinioni false e consenso a tavolino inondando di commenti le sezioni dedicate degli articoli pubblicati online. Questi software sono stati usati ripetutamente, e in modo sempre più sofisticato. Al momento non sappiamo se siano ancora in uso, anche se l’azione di troll e bot è ancora evidente e riconoscibile nelle sezioni dei commenti.
Avete sviluppato una metodologia specifica per ottenere e analizzare i dati che usate per le vostre inchieste?
Avendo chiaramente in mente che i temi di nostro interesse sono ogni volta diversi in termini di segmenti della società e di internet esplorati, ci approcciamo ad ogni nuova inchiesta con un lavoro di analisi a sé. In primo luogo, facciamo brainstorming sui possibili esiti, stabiliamo delle ipotesi, e poi pensiamo al modo migliore per ottenere i risultati che cerchiamo. Tentiamo sempre di minimizzare il fattore umano nel processo di raccolta e lavorazione dei dati. Usiamo diversi strumenti, nella maggior parte dei casi open source, oppure software proprietari concessi in uso gratuito o con licenze che consentono la distribuzione libera per scopi accademici e di ricerca.
Per quanto riguarda il monitoraggio delle violazioni dei diritti digitali, abbiamo sviluppato una metodologia per organizzare i casi per categorie, come ad esempio, gli attacchi tecnici all’integrità dei contenuti online, i casi di sorveglianza delle comunicazioni elettroniche, i casi di abuso della libertà di parola e così via, fino ad avere delle sotto-categorie più dettagliate. I casi raccolti sono conservati in un database online aperto. Questi dati vengono utilizzati per realizzare analisi e monitoraggi periodici sullo stato dei diritti e delle libertà digitali in Serbia.
Come viene percepito il vostro lavoro dalla società e dai media serbi? Le istituzioni reagiscono alle vostre denunce?
C’è una parte della società serba che segue il nostro lavoro regolarmente attraverso il nostro sito, i social network e partecipando agli eventi in cui divulghiamo le nostre ricerche. Tuttavia, non posso spingermi a sostenere che il nostro lavoro sia diventato mainstream. Le ragioni di questo sono varie, e ci vorrebbe tanto tempo per spiegare cosa è mainstream in Serbia.
La situazione con le istituzioni pubbliche è simile. Ce ne sono alcune che ci riconoscono come un attore rilevante, come l’ufficio del Commissario per le informazioni pubbliche e la protezione dei dati personali.
Come hanno mostrato le recenti elezioni negli Stati Uniti e il referendum per la Brexit , la propaganda computazionale su internet e l’uso di bot per manipolare l’opinione pubblica sono in crescita. In vista delle prossime elezioni presidenziali, cosa sta accadendo nella sfera digitale in Serbia?
Usando Facebook e Google, per fare un esempio, i cittadini sono automaticamente manipolati ed esposti alla propaganda computazionale o all’”economia della sorveglianza”, come preferiamo chiamarla. Il fatto che questi metodi siano ora usati per manipolare l’opinione pubblica da diversi attori e su larga scala nei casi di elezioni o campagne referendarie non è una novità ed è qualcosa che potevamo aspettarci. L’origine del problema sta nell’aver accettato il fatto di pagare per i servizi internet con i nostri dati personali, trasformando noi stessi in oggetti potenziali di manipolazione e in prodotto da vendere. La battaglia fondamentale da combattere nella società è la battaglia per la conquista delle menti delle persone; questo oggi è possibile con tecniche come la profilazione psicografica, l’analisi dei big data e la costante tracciatura del nostro comportamento online. Così le porte delle nostre menti sono sempre un po’ più aperte ad ogni potenziale acquirente interessato.
Nel caso della Serbia, durante le passate tornate elettorali abbiamo osservato chiaramente la volontà degli attori politici di controllare e dominare tutti gli spazi della comunicazione politica online, dai contenuti, ai commenti, ai voti online. Come abbiamo già spiegato, ci sono stati dei segnali che indicavano che il partito di governo ha usato dei software per disseminare commenti sul web. La questione qui è più sociale (e politica) che tecnologica, e riguarda le motivazioni che hanno portato a questo tipo di attivismo da parte degli attori politici. C’è una leggenda metropolitana secondo cui le persone coinvolte in queste attività ottengono in cambio dei sandwich, ma ci sono elementi che portano a pensare che questi attivisti, o bots, come sono chiamati in Serbia, abbiano ricevuto come compenso per queste attività impieghi e posizioni in aziende statali e istituzioni pubbliche.
In un articolo del 2012 , Philip Howard, esperto dell’Oxford Internet Institute, lanciò un appello per la creazione di “bot democratici”, per fare in modo che questi strumenti possano lavorare al servizio della democrazia e dei diritti umani. Crede che sia possibile per gli attivisti e per i difensori dei diritti umani trarre beneficio da queste tecnologie?
L’idea stessa di “bot democratici” è divertente. Si tratta, secondo la mia opinione, di un’idea estratta dal cappello a cilindro dei “tecno-ottimisti”. Francamente, non credo che aggiungendo altro rumore nello spazio di discussione online si aiutino le opinioni vere ad essere ascoltate. Anche se questo può sembrare troppo umanocentrico e contro i potenziali futuri “bot per i diritti”, io credo che la democrazia abbia a che fare, tra le altre cose, con la libera espressione di opinioni differenti rappresentate in una qualche forma di dialogo, e non con la competizione tra strumenti tecnologici o gare tra stringhe di codice. Questa idea appartiene alla stessa narrazione di chi sostiene la colonizzazione della sfera pubblica, secondo cui lo spazio della discussione pubblica dovrebbe essere conquistato attraverso soluzioni tecniche. Che questi strumenti siano a favore o contro la democrazia non cambia la sostanza: ovvero il fatto che si tratta di metodi profondamente sbagliati.
Si può lavorare ad accrescere la consapevolezza e l’educazione ai media e al mondo digitale dei cittadini per prevenire gli abusi delle tecnologie e dei social network nella manipolazione e nel controllo della sfera pubblica?
In una società, come quella serba, dove i media tradizionali, come la televisione e i giornali, sono largamente influenzati dalle strutture di potere, le piattaforme online sono i canali attraverso cui i cittadini possono essere pienamente informati su quello che accade. Oggi in Serbia il giornalismo investigativo è presente quasi esclusivamente sul web. Di conseguenza, è importante spiegare agli utenti di internet le tattiche e gli strumenti di manipolazione affinché possano riconoscere e distinguere la propaganda dai contenuti di qualità. Occorre un dibattito aperto su queste questioni che sono di interesse pubblico e noi siamo sempre disponibili a condividere i risultati delle nostre ricerche. L’educazione nel campo dei media e del digitale è sempre più importante man mano che il targeting e la propaganda online diventano più sofisticati. E questo è particolarmente importante per i nativi digitali, le giovani generazioni che non hanno mai fatto l’esperienza di essere off-line e che hanno quasi tutta la loro vita catturata in formato digitale, grazie ai social network e alle piattaforme di condivisione di contenuti online.
Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto
Quest’articolo fa parte di una serie di approfondimenti che OBC Transeuropa – nel contesto del progetto ECPMF – dedica a quelle realtà che operano per un giornalismo di qualità capace di portare a maggiore democrazia e diritti nelle società europee