In una delle mie classi (una quinta) non ero ancora riuscito a spiegare questa nuova iniziativa delle gemme. L’ho fatto stamattina: finisco la descrizione, mostro un esempio e A. mi chiede “Prof! E se io avessi la gemma già qui?”. Eccola:
“Ho visto questo video pochi giorni fa e mi ha profondamente colpito ed emozionato. Ho voluto condividerlo con la classe perché penso sia importante poter permettere a una persona di potersene andare con dignità” ha concluso A. Ne abbiamo parlato molto brevemente in aula, lo commento qui con poche parole: pietà, pietà per la persona, per se stessi, per la condizione umana, profondamente umana.
“La mia gemma è un anello, il regalo che mi ha donato mia nonna per la Cresima, immediatamente prima di andarsene. Non ho avuto sempre un grande rapporto con lei, ma ho fatto l’esperienza della verità della frase «capisci il senso di una cosa solo dopo averla persa». Per me lei significava soprattutto il ritrovarsi di tutta la famiglia: siamo in tanti e ogni volta è una grande festa”. A. (classe terza) ha presentato così la sua gemma: non poteva saperlo, ma proprio oggi ero al funerale della nonna di mia moglie. Sono quelle morti “accettabili”, nel senso che fanno parte di quello considerato come lo scorrere normale delle cose. Le associo sempre all’immagine di un albero; gli alberi sono diversi e vari, nella forma, nella forza, nel numero di rami, di foglie, nella resistenza, nell’adattabilità, nella durezza, nella generosità. Hanno tutti una storia e, indipendentemente da quello che sono stati in vita rispetto a noi, il loro abbattimento mi mette tristezza nel cuore.
Un articolo “colorato”, pubblicato su Limes, del critico cinematografico Oscar Iarussi sul ruolo delle immagini e dei video negli scontri in atto in medio oriente. Per coglierne sfumature e sottintesi bisogna leggerlo più volte.
“L’homo videns? Non è solo occidentale. Anche l’Islam sembra in preda al “post-pensiero” televisivo di cui scrisse Giovanni Sartori in un suo saggio polemico (Laterza, 1997). L’ultimo stadio dell’evoluzione è all’insegna del climax. L’acme, l’orgasmo, la dismisura risultano sempre provvisori, puntualmente scavalcati da un nuovo eccesso nella corsa all’effetto prodigioso che annichilisce il residuo pudore. L’immaginario collettivo si affranca così definitivamente dai tabù dell’eros e della morte, ovvero li sacrifica a uno sguardo onnivoro e sadico. Se non è “l’occhio che uccide” di un famoso film, poco ci manca. Fino a non molti anni fa nessun aguzzino avrebbe pensato di documentare le umiliazioni, il dolore e la fine delle sue vittime. Anzi, gli orrori venivano nascosti e negati. L’esibizione della ghigliottina e “la macelleria del potere” attengono al premoderno, quando – Foucault docet – la punizione esemplare sanzionava l’offesa al corpo sacro del re (Einaudi, 1976). Persino dal tragico recinto di Auschwitz le rare testimonianze visive sono postume o esterne: i filmati dei registi al seguito degli Alleati che liberano i lager o le immagini aeree della Raf nelle quali la colonna di fumo dei forni crematori allude allo sterminio. Ripensiamo, invece, alle fotografie dei soldati statunitensi che torturano i prigionieri di guerra iracheni nel carcere di Abu Ghraib, scattate nel 2004 dagli stessi torturatori in posa (i primi selfie). D’altro canto, cominciarono a essere recapitati ad Aljazeera e in seguito diffusi sul web i video delle decapitazioni per mano jihadista degli ostaggi americani e europei. Una barbarie che “parla” all’inconscio occidentale in cui sono sedimentate le rappresentazioni bibliche di Salomè o di Giuditta e Oloferne (Caravaggio, Donatello, Strauss). Dopo Daniel Pearl (2002, in Pakistan), nel 2004 il primo decollato in Medio Oriente fu il giovane imprenditore Nicholas Berg, statunitense di origine ebraica. Si ipotizzò che il boia fosse Abu Musab al-Zarqawi, uno dei teorici dell’odierno “califfato” sunnita, il cosiddetto Stato Islamico (Is). Da ultimo il macabro spettacolo è diventato seriale, come s’addice al pubblico dei kāfir, gli “infedeli”, o dei musulmani in Europa. Nei video delle decapitazioni c’è uno svilimento della tragedia che ha del pornografico: l’inimicizia, la guerra e il suo cuore di tenebra ridotti a immagini di propaganda. Una beffarda “amatorialità” per comunicare con la vasta schiera dei dilettanti/protagonisti su Facebook e Instagram. Non manca il corredo feticistico. Le tute arancio dei condannati a morte occidentali evocano quelle imposte ai qaedisti reclusi a Guantanamo. Soprattutto c’è il cappuccio nero già usato a Abu Ghraib e nei black site della Cia per gli interrogatori a mo’ di lampante smentita dell’habeas corpus. Adesso a indossarlo sono i tagliagole: simbolo di una “pedagogia del terrore” che a sua volta dà del tu all’horror e allo splatter di certi B-movie gettonati dagli adolescenti americani ed europei. Sarebbe questo il famoso “scontro delle civiltà”? Una squallida rincorsa al protagonismo, all’annientamento altrui nel nome dell’exemplum, dell’icona sequenziale? Se ne può dubitare. Sembra piuttosto una guerra (in)civile intestina alla civiltà dell’immagine, che porta alle estreme conseguenze lo sciacallaggio quotidiano che le è proprio, appena stemperato dal dibattito su censura sì o no, in fin dei conti risolto nell’ipocrisia di oscurare lo shock del momento fatale. Dopo il kolossal “hollywoodiano” dell’11 settembre 2001 e dopo i filmini sui sacrifici dei “martiri di Allah”, le decapitazioni dell’Is ribadiscono una procedura televisiva che sgomenta anche per la sua diabolica banalità. Quei terribili video validano l’interpretazione del terrorismo come “conflitto mimetico” rispetto al modello occidentale, avanzata da René Girard come aggiornamento dei suoi studi sul legame tra la violenza e il sacro nel capro espiatorio (La pietra dello scandalo, Adelphi 2004). Nell’ultima esecuzione “Johnny il jihadista”, il boia britannico di Alan Henning, ha “nominato” la prossima vittima, Peter Kassig, come in un luttuoso Grande fratello. Mentre Abu Saeed Al Britani, alias Omar Hussain, da ex londinese delle periferie qual è, minaccia a viso scoperto il premier Cameron in un video recitato e montato alla maniera di un rap! La suggestione spettacolare è provata fin dall’episodio dell’agosto 2004 quando il californiano Ben Vanderfort mise in scena in un video-burla l’esecuzione di se medesimo in Iraq, attribuendola ad al-Zarqawi. Prende piede (prende occhio) uno scenario nichilista in cui la morte viene piegata alle esigenze mediologiche. Un paradosso, giacché non v’è nulla di più profano di tale presunta “guerra santa”. Scherzi della storia: l’Islamismo iconoclastico della distruzione dei Buddha giganti nella valle afghana di Bamiyan e dell’imposizione del burqa alle donne perde la faccia quando la mostra.”
Stasera, guardando la luna, penserò a Micaela e all’angoscia che ho provato la prima volta che, da piccolo, i miei mi hanno portato a vedere la diga del Vajont. Racconta Micaela:
“C’era una strana aria, in quei primi giorni di ottobre, a Longarone. Si sentivano strani discorsi. La gente bisbigliava continuamente, ma non capivamo bene di cosa, almeno noi bambini. ricordo un discorso sentito così, di sera tra mamma e papà, un discorso fatto quando noi bambini, eravamo in cinque, non eravamo presenti. Ricordo quella sera che la mamma diceva al papà: “Non sarebbe meglio mandare i bambini a Belluno?” Mi sono fermata ad origliare. Perché la mamma voleva mandarci via? Cosa avevamo fatto? La voce di papà rispose: “Cosa vuoi che importi? Se cade la diga, parte anche Belluno! Se dobbiamo morire, meglio farlo tutti assieme!!” Era un discorso troppo duro e forte, almeno per me. Incomprensibile! Guardavo la diga e pensavo: “Come può farci del male, farci morire?” Ogni mattina, quando mi alzavo, aprivo la finestra e lei era lì, sempre incuneata tra le montagne, bella di una bellezza fredda e tranquilla. Come poteva, quel muro grigio che tutti venivano a vedere, portare morte? come poteva essere cattiva, se arrivavano corriere piene di persone anche straniere, soltanto per guardarla? Per una dodicenne come me era incomprensibile! C’erano stati dei piccoli terremoti, ma non poteva essere colpa della diga!! Qualcosa però era diverso. Era proprio l’aria ad esserlo; c’era una tensione in tutte le persone, una paura, quasi, di guardarsi; un sussurrare quasi continuo, una paura nuova negli occhi! Papà faceva i turni alla diga, faceva dalle 14 alle 20. Alle 20 noi piccoli dovevamo andare a dormire; ho sentito arrivare papà con la macchina, aprire la porta della cucina e parlare con la nonna. Mia sorella più grande stava ad ascoltare la radio con loro. Dopo un po’ ho sentito delle voci, qualcuno parlare in maniera concitata, sedie che si spostano. Poi il rumore della macchina di papà che va via. Dopo pochi minuti, mi stavo riaddormentando. Nel dormiveglia ho sentito un tuono. La voce di mia nonna che diceva a mia sorella che stava andando a dormire: “Chiudi le imposte che sta arrivando un temporale! Nello stesso istante, una folata di vento che arriva da lontano e fa sbattere le imposte, poi … un rumore sordo, fondo, la sensazione che il letto prendesse velocità, una forza spaventosa che mi prendeva alla schiena, mi piegava in due, mi schiacciava; la sensazione di essere di gomma, di allargarmi e poi restringermi, gli occhi diventati due stelle; una pressione enorme che mi tirava per i capelli, che mi risucchiava in un pozzo senza fine; mi inchiodava le braccia al corpo senza possibilità di muovermi; un gran male alla schiena giù in fondo; l’impossibilita’ di respirare … ! Questa forza che mi teneva legata non so a cosa mi ha fatto arrabbiare! Ricordo di aver pensato: “No! non voglio lasciarmi andare!”, anche se sembrava la sola cosa da fare. Ho, con tanta fatica, alzato un braccio, mi sono toccata la faccia cercando gli occhi, il naso, la bocca; mi sembrava di essere diventata sottile, schiacciata, senza spessore; ho alzato le braccia sopra la testa … cercavo qualcosa da toccare … e poi … il nero. Nero totale. Non so quanto tempo dopo ho cominciato a sentirmi più leggera; non c’era più quel peso che mi schiacciava; ho sentito mani che mi tiravano, mi prendevano per una mano e un piede … finalmente aria! Ero libera!! Una voce diceva: “E’ un’altra vecchia!” Al che mi sono arrabbiata e ho detto, o forse ho solo pensato; “Ho dodici anni!” Altro buio … ricordo qualcuno che mi ha caricato in spalla (quella di Ado De Col, unico sopravvissuto dei Vigili del Fuoco); guardavo e vedevo solo sassi; enormi, bianchi; nessun rumore se non il respiro pesante e affannoso di chi mi stava portando in spalla; il vento … vento che soffiava gelido e con intensità. In alto, solo la luna, grande, enorme, rotonda; sembrava prendesse tutto il mondo con la sua facciona rotonda e gialla. Non c’era altro che lei, la luna ed il mio terribile male alla schiena. Dicevo: “Lasciami camminare, mettimi giù!” Ado che ripeteva: “No!”. Altro buio. Ado che ferma una macchina con quattro persone, mi sembravano due uomini seduti davanti e dietro due donne. Quello che guidava è sceso, ha messo una sirena da qualche parte. Le due donne si sono strette e mi hanno fatto stendere sul sedile posteriore. Urlavo dal dolore, non riuscivo a stendermi. Altro buio; sentivo solo qualcuno che gridava. Forse ero io. Ricordo un soffitto, una luce tenue; non ero più in una macchina, qualcuno mi aveva messo in una lettiga; ricordo una persona che mi guardava, ricordo solo gli occhi. Qualcuno spingeva velocemente la lettiga, poi … più niente fino alla visita della principessa Titti di Savoia. Sono venuta a sapere soltanto poco tempo fa che mia sorella, quella che è morta e che non so dove sia stata sepolta, era nel letto vicino al mio, anche se a separarci c’era una mezza parete. Non ho ricordi dei due mesi passati all’ospedale di Pieve di Cadore. Non so assolutamente niente di quello che è successo in quel periodo, anche perché tutto quello che riguarda le cartelle cliniche e la storia medica non solo mia, ma, presumo, di tutti i superstiti ricoverati lassù, non esiste più, dato che i documenti riguardanti il nostro ricovero e quant’altro sono spariti, distrutti! A quel tempo, l’ospedale era privato; diventando poi statale, l’incaricato dell’archivio ha ritenuto non importante per nessuno la nostra posizione medico – ospedaliera. Questo e’ l’inizio del mio personale Vajont.”
La prima gemma di oggi l’ha proposta S. (classe IV). Era un oggetto: una moneta di 5 centesimi portata come pendente di una collanina. “L’anno scorso è mancato il nonno e la nonna mi ha fatto questa per portarmi fortuna. Non lo fa sempre, ma mi fa ricordare di lui, di quanto per lui ero importante e di tutto il bene che mi ha voluto”. Maria Rita Parsi afferma che “I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi, ad indagare oltre la vita.” Io i nonni non li ho più accanto a me, al mio matrimonio non ho potuto godere della vicinanza di nessuno di loro ed è l’unica cosa triste di quel giorno. Però grande è il calore che sento nel cuore ogni volta che penso a loro…
FOGLIE MORTE Lipsia, settembre 1961 Veder cadere le foglie mi lacera dentro soprattutto le foglie dei viali soprattutto se sono ippocastani soprattutto se passano dei bimbi soprattutto se il cielo è sereno soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami soprattutto se quel giorno mi sento d’accordo con gli uomini e con me stesso veder cadere le foglie mi lacera dentro soprattutto le foglie dei viali dei viali d’ippocastani.
Ieri mattina ho presentato, al Cervignano Film Festival, il film “Orizzonti di Gloria” di Stanley Kubrick, opera del 1957. Il film è ricchissimo e vi sono mille ottimi motivi per vederlo. Uno dei dialoghi più interessanti (e sottovalutati) dura pochissimo: poco più di un minuto di sussurri e bisbigli tra due soldati nella notte che precede un importante attacco. Afferma uno dei due in apertura: “Io non ho paura di morire domani, ho paura che mi uccidano”. Discutono su come sia preferibile morire, se colpiti da una mitragliatrice o da una baionetta, con la conclusione che la maggior parte degli uomini ha più paura del dolore che di morire. “Se è la morte che veramente ti spaventa, perché ti preoccupi di che cosa ti uccide?”. “Sei troppo profondo per me, professore. So solo che nessuno vuole morire”. Ne potremmo parlare per una lezione intera.
Guardarla ora sarà diverso, per me. Inoltre, ero al liceo, in seconda, quando la nostra prof. di italiano ci ha accompagnati al cinema a vedere, nel pomeriggio, “L’attimo fuggente”. Inevitabile, la mattina dopo, farci trovare sui banchi con lei che diceva “Che scemi che siete!”. E mi torna anche alla mente il film che mi ha fatto scoprire Robin Williams: “Good morning, Vietnam”. Stamattina Veronica, una mia ex studentessa, ha scritto così su fb: “Solitamente sono refrattaria a simili annunci, eppure non posso fare a meno di richiamare alla mente le mille e più volte in cui ho riso, pianto, sorriso, riflettuto e apprezzato maggiormente la vita grazie all’intensità e alla misura di Robin Williams, attore a tutto tondo che come pochi ha saputo suscitare in me riflessioni di cui non posso che essere eternamente grata. Che sia soltanto questione di sceneggiatura o opportunità, poco importa; sono intimamente convinta che trasmettere un messaggio sia possibile soltanto se si crede davvero nel suo contenuto: le parole non trapassano silentemente e facilmente lo schermo, a meno che non siano di notevole rilevanza concettuale…eppure il professor John Keating e il dottor Sean McGuire hanno travalicato ogni mia riserva mentale, raggiungendo il più profondo del cuore, lì dove covano sentimenti, passioni, emozioni, pulsioni latenti. Fra dialoghi di straordinaria potenza espressiva e interpretazioni autenticamente sentite, ho compreso sin da bambina insegnamenti che difficilmente ho sentito espressi ma che fortunatamente ho assimilato e racchiuso nell’Es del mio essere, per portare un po’ di ordine e pace laggiù, dove scalfire l’impalpabile è quasi sempre un’impresa…quasi. Il linguaggio del cinema, universale per definizione, non è rimasto inascoltato, e anzi è riuscito spesso e volentieri a entrare in zone inesplorate, suonando le mie corde più dolci e al contempo quelle dal suono più screziato, grazie a perle dell’arte visiva come “L’attimo fuggente” e “Good Will Hunting”… Ho appreso che la vita va guardata adottando angolazioni differenti, che un uomo senza libertà è soltanto una sincope, che l’autoconsapevolezza dei propri desideri e delle proprie emozioni è la chiave per il raggiungimento della Felicità, che la Poesia non è semplicemente questione di metrica e figure retoriche, che l’intelligenza scolastica e/o accademica nulla ha a che vedere con l’esperienza esistenziale e con la capacità sensoriale, che l’empatia (ciò che più si avvicina alla saggezza umana) non si impara sui libri, che il talento non può giacere a lungo sottaciuto da convenzioni e imperativi sociali (prima o poi si sprigionerà con tutta la sua forza con effetti più o meno desiderati e desiderabili), che l’Amore rende sublime e grande anche l’uomo più comune… Un piccolo omaggio a una delle persone che più fra tutte mi ha saputa emozionare, permettendomi di veder lontano e, così facendo, tracciando una via nel firmamento…”
Grazie a Veronica e a tutte le anime che si lasciano interrogare e a chi, quegli interrogativi, pone.
Mi piace occupare il tempo libero, così come occupo le attese. Non vado mai dal medico, dal dentista, a prendere mia moglie in stazione, dal meccanico senza un libro o una rivista. Non è che ho paura di aver tempo per pensare, è che penso leggendo; il che mi porta, inevitabilmente, a dover rileggere certi passaggi. Oggi vado a Trieste, incontro a Sara che finisce di lavorare verso le 14.45-15.00. Ci vado in treno, al Lisert prevedono code verso la Croazia. Quel “verso le” e la scelta del treno sono un chiaro invito a portarmi dietro un libro, ma “L’armata dei sonnambuli”, che sto leggendo, è un tomo troppo pesante. Non mi resta che sceglierne e iniziarne un altro; e qui ringrazio la Sellerio con i suoi splendidi “libretti blu”. Vada per “Ad occhi chiusi” di Carofiglio. Ho fatto bene. A portarmi dietro il libro, intendo. Sara finisce alle 15.45 e mi consente di consumare una crema di caffè, mezzo litro di acqua e una ottantina di pagine. Ora accelero. Passeggiata, acquisti alla libreria Lovat (vinco io 3 libri a 2 e Sara perde pure una settantina di euro, che io chiamo investimento), ripasseggiata, tipico aperitivo abbondante triestino (che a Palmanova te lo scordi), stazione. Ora rallento. Oblitero male il mio biglietto, avviso il controllore che dice “Tranquillo, ci sono io su questo treno” (lo so, anche a me è sembrata una minaccia). Saliamo, prendo lo smartphone, apro Instagram e faccio uno scatto. Poi leggo una decina di minuti mentre Sara è al telefono con sua mamma, entrambe felici per una bella notizia. Partiamo, riprendo in mano lo smartphone e faccio un’altra foto, questa.
La guardo e penso che è strano: in treno hai la sensazione che sia il paesaggio fuori a muoversi, a venirti incontro e poi allontanarsi, mentre ti pare di essere fermo. Lo sintetizzo sotto la foto: a volte pensare che sia il fuori a passare e noi a restare. Riprendo in mano il libro e Carofiglio fa dire ad Emilio, un personaggio appena entrato nel romanzo: “«Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l’amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. E’ il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo.» Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato” (pag. 88). Ho scritto anche io al presente, non perché il mio tempo si è spezzato, ma perché ho voluto sospendere in questa notte il pensiero, anzi i pensieri che desidero mandare a tutte le persone che ho nel cuore e che vivono o hanno vissuto una situazione simile a quella di Emilio e che vorrebbero, almeno per un po’, che fosse il fuori a passare e noi a restare.
Spesso vivo dopo. Le emozioni, intendo. Non sempre sono caldo, pronto a reagire emotivamente a quel che mi accade, anzi la maggior parte delle volte sono freddo, quasi distaccato. Le emozioni, però, non spariscono, lavorano e scavano e poi escono. Oggi, come ogni 23 giugno dal 2007 in qua, è una bella giornata, perché è l’anniversario del matrimonio con Sara e quindi è il giorno in cui celebriamo e festeggiamo il nostro amore, la nostra storia, il nostro essere insieme, le nostre vite. Ma quella di oggi è anche una giornata triste: ieri se ne è andato Cris, un compagno di squadra dell’ultima stagione pallavolistica. Lo descrivo con questo scambio di battute:
“Mi si è rotto il compressore”
“Ne ho uno nuovissimo, va benone: ti serve?”
“Sto cercando un nuovo processore per il pc”
“Su internet ne ho visto uno che costa poco, vuoi che veda se c’è ancora?”.
Lo sfottevamo in spogliatoio: “Cris, se ti dico che non mi va la centrale termica, mi dici che a casa ne hai una nucleare, e posso stare sicuro che è vero!”. Di lui mi porto nel cuore anche una chattata notturna dell’ultimo Super Bowl giocato a inizio febbraio.
Ecco, ho messo insieme queste due cose e ho salutato Cristiano su fb scrivendo una citazione di Sally: “un brivido che vola via”. Un brivido, un soffio, un attimo e la vita non c’è più, le presenze che diamo per scontate svaniscono e ci restano ricordi e speranze di fede. Mia moglie mi ha detto che se non me la sentivo potevamo fare a meno di andare a cena fuori stasera. Le ho detto di no, che ho bisogno di vita per contrastare la morte, come domani sera ho voglia di andare in palestra ad allenamento. Certo, il pensiero andrà anche a Cristiano e sarà il nostro modo per farlo vivere ancora. Continuare l’amore è l’unica strada che conosco in questi momenti, anche se stanno diventando un po’ troppo frequenti.
Sul sito Arena dei rumori Max Granieri scrive un post in cui cita un evento di qualche anno fa e una prossima uscita musicale. Consiglio sia il pezzo che il video sottostante, decisamente commovente e creativo!
“14 aprile 2006. Sulla terza rete televisiva della BBC andava in onda “Manchester Passion” (la Passione di Cristo a Manchester). Era il Venerdì Santo e la rete di stato britannica realizzò un musical religioso con le canzoni più famose delle rock band di Manchester e non solo.
Tra i protagonisti di “Manchester Passion” (guardalo su YouTube) la talentuosa Denise Johnson nel ruolo della Vergine Maria, già Primal Scream nel celebre album “Screamadelica”; Tim Booth, leader e vocalist degli James, nei panni di Giuda. Fu un colpo di genio degli autori associare “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division alla scena biblica dell’Ultima Cena, “I Am The Resurrection” degli Stone Roses alla Resurrezione di Cristo o “Search For A Hero” dei M People a Maria che meditava su quel Figlio prossimo alla crocifissione.
Lo “spettacolo” includeva la processione di una croce per le vie della città. In diretta nazionale, la finzione teatrale si alternava alle testimonianze dei giovani in corteo che esaltavano la positività del sacrificio di Cristo crocifisso. La musica contemporanea mai è stata così vicina alla fede religiosa.
Una canzone di Tim Booth “Sit Down” è cantata da Gesù nel Getsemani nel momento in cui chiede ai discepoli di vegliare con lui. Un canto nell’ora più buia, mentre si attende il giorno dei giorni dove tutto si compirà. E si spera nella presenza di Dio perché bisogna affidarsi a Lui nel momento della prova: “A song from the darkest hour… Hope that God exists, I hope, I pray”. Nelle vesti di Giuda, Tim intona amaramente “Heaven Knows I’m Miserable Now” degli Smiths dopo aver tradito Gesù: “Il cielo adesso sa quanto sono miserabile”.
Tim Booth torna sulle scene con gli James per cantare la nascita della vita dopo la morte. Nel secondo singolo “Moving on” – tratto dall’album “La Petit Mort” in uscita il 2 giugno – il vocalist dei James riflette su cosa è accaduto (di buono) dopo la morte improvvisa di sua madre. Immaginando il brano incluso nella colonna sonora della Passione di Manchester, potrebbe evocare l’attesa silenziosa della resurrezione nel sabato santo…
L’idea del video che accompagna “Moving On” è spiegato nel blog della band: ”My Mother’s death was clearly a birth of some kind and that description caught Ainslie’s imagination”. La morte della madre per Tim ha significato la nascita di qualcosa; è l’intreccio tra morte e vita descritto dal regista Ainslie Henderson in un video tra i più belli degli ultimi anni.”
Ci sono volte in cui monto sulla macchina fotografica il teleobiettivo e perlustro l’ambiente intorno a me come se guardassi dal mirino di un fucile. In questo modo mi capita di cogliere particolari che non avrei potuto vedere a occhio nudo; ma succede anche di rischiare di perdersi cose come queste. E’ stata Sara a battermi con la mano sulla spalla a indicarmi i due gabbiani sulle croci. Sono su un piccolo lembo di terra che emerge tra Grado e Barbana. I due gabbiani assomigliano a due sentinelle che scrutano l’orizzonte. Sotto di loro le due croci, di altezze diverse (o piantate più o meno in profondità) ma gemelle con un crocifisso identico. Più sotto ancora la pietra commemorativa che parla di un tempo passato. Immagino che non sia difficile riuscire a
sapere chi siano le due persone chiedendo a qualche amico di Grado; ho provato a fare una veloce ricerca su internet e ho trovato una notizia del 14 gennaio 1910 riportata su “Il Paese. Il giornale della democrazia”: “D’oltre confine. Tragedia accidentale tra fratelli. Grado — Un ragazzo tredicenne Giusto Dovier, maneggiando un fucile carico, lo puntò per ischerzo contro il fratello Felice d’anni 7. Disgraziatamente partì un proiettile che fulminò sull’attimo il piccolo Felice. Immaginarsi la costernazione dell’involontario fratricida”. Non so se si tratti della stessa persona.
Sotto le croci erbe selvatiche, rami secchi, e più sotto ancora pietre umide ad arginare un mare che può essere solo intuito. Oltre le croci, il bianco, che per me vuol sempre dire molte e variegate cose: la luce, la pienezza, il vuoto, il nulla, lo scrivibile, la purezza, la cecità, il bagliore, la speranza, la carta, l’ignoto.
Questa mattina in una classe siamo finiti a parlare di droga e del convincimento da parte di qualcuno che la vita sia destinata alla morte e veda in essa il suo unico scopo e fine. Allora mi sono tornate alla mente le parole di un’intervista di Luciano Ligabue che, presentando il brano “Nati per vivere (adesso e qui)”, afferma:
“Questa canzone è nata da un moto di fastidio per tutte le canzoni, e sono tante, che in maniera esplicita o indiretta dicono, in fondo, che «siamo nati per morire». L’ho sempre vista come una posa assunta da chi, grazie a quelle canzoni, vive poi da rockstar. Non so quanto alla fine quell’atteggiamento combini dei guasti – perché dipende in quanti ci si riconoscono –, ma in ogni caso mi son detto: adesso ne faccio una che dica proprio l’opposto.”
E ancora: “La canzone è nata da quel pretesto e musicalmente è viva, allegra. Volevo proprio che ci fosse questa leggerezza: se parliamo sempre di sinonimi larghi (non di sinonimi perfetti e precisi), per me leggerezza a sua volta è un sinonimo di vitalità. Questa canzone doveva avere – da un punto di vista musicale – esattamente queste caratteristiche, pur raccontando anche la fatica del vivere, le garanzie che non ti vengono date, le promesse non mantenute. Nonostante tutto, siamo «nati per vivere, adesso e qui». Questa canzone è una delle poche – in tutta la mia storia – che oltre al titolo principale ha un altro titolo fra parentesi, perché il concetto è completo solo con quella frase: «adesso e qui». Io lo ripeto più che posso, soprattutto per ricordarlo a me stesso. È una cosa che ha una funzione non lontanissima da Leggero: una cosa che ho bisogno di ricordarmi, perché è molto difficile metterla in pratica. Pochi di noi riescono a raggiungere uno zen tale per cui davvero riescono a vivere la vita nella pienezza della presenza, nel momento.”
Ogni giorno è un altro giorno altro che domani
sveglia, paglia, mal di testa, prime imprecazioni
fra gli annunci non c’è niente il futuro è cominciato già
Ogni giorno è un altro giorno non lo puoi saltare
qualcheduno canta che sei nato per morire
fuori si alza ancora il vento chi lo sa se il tempo cambierà
Nati per vivere adesso e qui
sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare
Ogni giorno è un altro giorno altro che domani
le promesse che ti han fatto sono andate a male
la tua miccia è corta non sai quando la tua rabbia esploderà
Ogni giorno è un altro giorno non si può sapere
ciò che è andato storto adesso non lo puoi cambiare
ma respiri a fondo e senti che ora il tempo non ti scapperà
Nati per vivere adesso e qui
sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare
Nati per vivere è tutto qui
devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare
Guarda come resti nell’inferno che perlomeno lì fa caldo
guarda come guardi in alto e chiedi come la mettiamo
guarda come è facile scordare la tua porca verità
Nati per vivere adesso e qui
sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare
Nati per vivere è tutto qui
devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare
Una notizia che ho letto ieri sera su Internazionale. La roporto pensando a Chiara: il titolo è praticamente suo.
“L’epidemia di febbre emorragica che ha colpito la Guinea è di una gravità senza precedenti, visto che molti dei casi registrati sono stati ufficialmente attributi al virus ebola e in particolare al ceppo Zaire, il più pericoloso. Lo ha confermato il presidente Alpha Condé in un discorso tenuto domenica sera in tv alla nazione, in cui ha parlato di 116 persone contagiate, di cui 72 già morte.
Che la situazione nel paese sia molto grave lo ha confermato anche il coordinatore di Medici organizzazione senza frontiere, secondo cui i morti per ebola confermati sono almeno 22.
Secondo il ministero della sanità guineano, la metà dei campioni positivi al virus è a Conakry, la capitale, e l’altra metà in due città del sud: Guékédou e Macenta. Altri casi sospetti, alcuni fatali , sono stati registrati in Liberia e Sierra Leone, che confinano con la Guinea.
Intanto le autorità della Guinea, l’Organizzazione mondiale per la sanità e Medici senza frontiere continuano a cercare di arginare la diffusione dell’epidemia.
Il virus si manifesta con febbre alta, diarrea, vomito, affaticamento e talvolta emorragie. Con un tasso di mortalità del 90 per cento è uno dei virus più contagiosi e letali per l’essere umano, dato che non è stata ancora trovata una cura. Si trasmette attraverso il sangue, i liquidi biologici e alcuni tessuti di persone o animali infetti. Dal 29 marzo alcuni ricercatori italiani dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma sono in Guinea per aiutare a identificare l’origine dei casi di febbre emorragica.
È la prima volta che ebola – già presente nella Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Gabon o Sud Sudan – è segnalato in Guinea.”
Su I discutibili si legge:
“Due anni fa, quando ero in Africa (in Tanzania, per la precisione), vi fu un’epidemia di ebola relativamente piccola nella confinante Uganda.
“Relativamente piccola”…. come dire…. Ancora aldilà del confine e sufficientemente distante da dormire la notte. Ma, credeteci, non era affatto simpatico. Né io avevo la prontezza di spirito di J. che, nonostante la diffusione del virus voleva andare a far rafting sulle sorgenti del Nilo: “è controllata“, diceva.
Allora, per mia fortuna, i media nazionali non si preoccuparono affatto della vicenda. Per mia fortuna, perché se i miei genitori l’avessero saputo mi avrebbero tartassato di domande inquiete.
Oggi come allora in Italia non se ne parla.
“Un virus spettacolare“, così lo descrive ancora oggi il suo scopritore, Peter Piot. Purtroppo. Un virus difficile da distinguere; per il quale non esistono cure specifiche, né vaccini; facilmente trasmissibile tramite tutti i fluidi corporei, anche da animali. Inizialmente si è sospettato che il virus fosse trasmesso da animali quali i gorilla. Ora si indaga sui pipistrelli. Quindi, l’ebola di diffonde soprattutto nelle aree rurali, prossime alle foreste.
Un virus che nel suo ceppo peggiore (lo “Zaire“) ha una mortalità di circa il 90%.
Orbene, da qualche tempo è in corso un’epidemia di ebola in Africa Occidentale. La prima dal 1994. Soprattutto in Guinea, ma le notizie riportano di alcuni casi anche in Sierra Leone e Liberia.
Come dice Piot “è frustrante”, perché dopo anni di ricerche ancora non si conosce l’esatta trasmissione del virus e perché contenerlo potrebbe esser relativamente facile, rispettando normali misure d’igiene. Ma in un paese poverissimo come la Guinea, le autorità hanno impiegato sei settimane ad identificare il virus dalla prima diffusione delle febbri emoraggiche.
Le ultime notizie dalla Guinea riportano che sarebbe arrivata nelle aree urbane della capitale Conakry. Città piena di bidonvilles.
I ministri riuniti al meeting ECOWAS hanno già denunciato l’epidemia in corso come “una grave minaccia alla sicurezza regionale”. Con stime di 72 morti su 116 infettati, decisamente lo è: la Mauritania ha già predisposto misure per limitare la circolazione delle persone; la Guinea ha vietato di consumare carne di pipistrello (sarà efficace?) ed i funerali; la compagnia aerea Gambia Bird ha limitato i voli su Conakry”
Ne abbiamo lungamente parlato in terza. La notizia è di poco fa, trovata qui. Ricorda molto il caso di Hurricane.
“Glenn Ford ha 64 anni e ha trascorso gli ultimi trenta in un braccio della morte della Louisiana accusato dell’omicidio, nel 1983, del proprietario di un negozio di gioielli, Isadore Rozeman, per cui lavorava. Ne è uscito l’11 marzo 2014, dichiarato innocente in seguito alla presentazione di nuove prove secondo cui Ford non era nemmeno sulla scena della rapina.
Nel 1984, una giuria di soli bianchi aveva condannato Ford, che è afroamericano, alla pena di morte, anche se lui si era sempre dichiarato innocente. “Siamo molto lieti di vedere Glenn Ford infine scagionato, e siamo particolarmente grati che l’accusa e il giudice si siano attivati per liberarlo rapidamente”, hanno detto alla Cnn Gary Clements e Aaron Novod, gli avvocati di Ford. Secondo loro il processo era stato compromesso dalla soppressione di alcune prove e dall’intervento di un avvocato d’ufficio inesperto. Ma la decisione così rapida dei giudici potrebbe essere spiegabile con la confessione di qualcuno che ha ammesso l’omicidio del 1983.
Ford era nel braccio della morte dal 1984, ed era quindi uno dei più longevi condannati a morte degli Stati Uniti. Secondo un responsabile di Amnesty International Usa, “Glenn Ford è la prova vivente di quanto sia viziato il nostro sistema giudiziario”.”
E’ da un po’ che non aggiorno il blog. Desideravo sì prendermi un po’ di tempo tutto per me, ma sono stato sopraffatto dagli eventi. Non è stato un buon Natale per me e per la mia famiglia. Un lutto ci ha colpiti proprio mentre ci apprestavamo a passare tutti insieme il 25 dicembre. Sono seguiti giorni non facili in cui interrogativi, dubbi, pensieri hanno avuto lo spazio di cui avevano bisogno. Quando mi trovo in queste situazioni so che posso solo vivermele e assecondare gli stati d’animo del momento, un po’ come essere in preda a un vento fortissimo che ti ha ormai sollevato da terra e ti ha fatto perdere ogni ancoraggio, ogni punto saldo. Dopo qualche tempo quel vento ti riposerà a terra, ma sarà un terreno diverso dove dovrai creare dei nuovi punti di riferimento. Al turbamento normale di un lutto si è aggiunto lo stacco del momento: il giorno della festa della speranza (la nascita di Gesù per il credente cristiano, la festa del ritorno della luce per le origini pagane del solstizio d’inverno) che si trasforma in uno dei giorni più bui in cui forti si fanno le parole di Sant’Agostino: «La tristezza calò buia sul cuore, e dovunque guardavo era la morte. E il mio paese divenne un patibolo, e la casa paterna m’era penosa e strana, e tutto quello che avevo condiviso con lui, senza di lui si convertiva in uno strazio enorme. I miei occhi lo cercavano invano dappertutto, e odiavo tutte le cose perché non lo tenevano fra loro e non potevano più dirmi “eccolo, viene”, come quando era in vita e mi mancava. Ero divenuto un enigma angoscioso a me stesso e chiedevo a quest’anima perché fosse triste e mi opprimesse tanto e lei non sapeva rispondermi. E se dicevo: “Spera in Dio” lei non ubbidiva, giustamente, perché quella persona concreta che le era tanto cara e che aveva perduta era migliore e più vera del fantasma in cui le si ordinava di sperare. Solo il pianto mi era gradito e aveva preso il posto del mio amico fra i piaceri dell’anima.»
Pubblico anche questo piccolo dialogo sempre di Don DeLillo, sempre da “Rumore bianco”, in quanto sembra rispondere al precedente:
“- … Credi che la vita senza la morte sia in qualche misura incompleta?
– E come potrebbe? E’ proprio la morte a renderla tale.
– Non pensi che la nostra coscienza della morte rende la vita più preziosa?
– A che serve una preziosità basata su paura e angoscia? E’ tremendo, è terrificante.
– Vero. Le cose più preziose sono quelle di cui ci sentiamo più sicuri. Una moglie, un figlio. Questo eventuale figlio, lo spettro della morte lo rende più prezioso?
– No.
– No. Non c’è motivo di credere che la vita sia più preziosa perché fugge. Riflettiamo su questo. Bisogna che gli venga detto che deve morire, perché uno possa cominciare a vivere in tutta pienezza la propria vita. Vero o falso?
– Falso. Una volta stabilita la morte, diventa impossibile vivere una vita soddisfacente.
– Preferiresti sapere data e ora esatte della tua morte?
– Assolutamente no. E’ già abbastanza temere l’ignoto. Di fronte all’ignoto possiamo fingere che non esista. Le date esatte indurrebbero molti al suicidio, se non altro per farla in barba al sistema.”
Ne stiamo discutendo o ne abbiamo discusso in quarta. Oggi ho trovato queste parole nel libro che sto terminando di leggere: “… ma credo che sia un errore perdere il senso della morte, persino la paura. La morte non costituisce proprio il limite di cui abbiamo bisogno? Non ti sembra che dia una consistenza preziosa alla vita, un senso di chiarezza? Bisogna chiedere a se stessi se tutto ciò che si fa in questa vita avrebbe le stesse caratteristiche di bellezza e significanza senza la consapevolezza che si tende a una linea finale, a un confine, a un limite” (Rumore bianco, Don DeLillo). Certo altri interrogativi attraversano la nostra mente quando l’esperienza della morte è vissuta da vicino, in particolar modo quando tocca vite giovani ancora in attesa di essere vissute nelle loro piene potenzialità…
Ecco il post sul passato, un tempo andato che ha i suoi riflessi nel presente e rende memoria futura la presenza di chi non c’è più. Quelle che seguono sono le parole di Ray Bradbury in “Fahrenheit 451”, libro che amo e da cui è stato tratto anche un ottimo film grazie a François Truffaut (per una volta un film all’altezza del libro). “Ognuno deve lasciarsi qualcosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualcosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta la vita”. Sono parole che mi fanno sempre pensare a quelle di Alessandro, un amico morto di tumore a 22 anni, che ha voluto lasciare un messaggio ai giovani: “Siate utili, lasciate traccia”.
Ho letto e riletto questo passaggio di Buon sangue in cui Jovanotti presenta il nono antenato della serie. E dopo un po’ ha cominciato a farsi strada un pensiero, una liberissima interpretazione. Mi son chiesto: in cosa è impegnato il matto? Sta cercando di scolpire delle sculture con il vento, è cioè impegnato in un atto creativo, generativo. Immediatamente ho pensato all’atto creaturale che ho studiato maggiormente. Nel mito cosmogonico raccontato in Genesi è proprio il soffio vitale di Dio a generare! E nell’induismo è fondamentale il concetto di atman; e nello yoga i momenti chiave sono quelli delle due apnee (kumbhaka) perché in essi il respiro è stabile e quindi è stabile anche la mente. Il respiro va poi emesso come se si lasciasse andare via la vita: più lo si trattiene, più si vive un anticipo di immortalità (piccolo ripassino per i ragazzi di quarta ;-). E proprio il riferimento all’induismo mi ha portato alla memoria che uno dei miti cosmogonici più diffusi è quello della danza cosmica. Per gli induisti la danza è più antica del mondo stesso, perché è proprio danzando sul monte Kailāsa che Shiva creò il cosmo e l’epoca attuale. Il Dio creatore pose il piede destro sul capo del demone primordiale, simbolo di ignoranza e cecità, uccidendolo (Eva col suo calcagno sul serpente?); poi sollevò il piede sinistro, a simboleggiare la conoscenza che conduce alla salvezza; nella mano destra levata in alto teneva il tamburo a clessidra (damaru), per scandire il ritmo del mondo, creando, un battito dopo l’altro, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra. Ma dalla stessa danza che risveglia la vita, scaturisce la scintilla che distruggerà la terra (la lingua di fuoco nella mano sinistra). Tamburo e fiamma sono i due elementi del gioco creazione-distruzione. (dalla Garzantina delle religioni). Sarei ora curioso di sapere se il buon Lorenzo l’ha fatto apposta o è solo fantasia mia… (potremmo metterci pure la danza dei dervisci…)