“Come gemme ho deciso di portare la musica e la danza: due elementi fondamentali della mia vita. Ho deciso di portare queste due perché sono fortemente e inevitabilmente legate l’una all’altra. La danza per me é tutto, è un intersecarsi di gioia, dolore, frustrazione, delusione, realizzazione, emozione e talvolta é ciò che mi motiva a migliorarmi quasi ogni giorno, anche se fare la ballerina non è la mia aspirazione. Il movimento lo sento parte di me, nella danza ci sono forza, grazia, agilità, espressione, delicatezza, ma anche impetuosità. Anche quando non sono a lezione io ballo, esprimendomi attraverso ciò. La danza e la musica hanno per me un elemento in comune, sono una specie di terapia per qualsiasi cosa, che sia positiva o negativa. Sto con la musica praticamente tutto il giorno, che io la ascolti, che io canti, che suoni uno strumento o che mi risuoni nella mente, lei c’è. È proprio una presenza che da piccola mi ha aiutato a superare paure e tensioni, che alle medie mi aiutava a fare i compiti di matematica e che ora mi dà la motivazione giusta per affrontare ogni giornata. Non penso sarei me stessa senza la musica e la danza, ed è qualcosa difficile da immaginare se non lo si prova. Una delle sensazioni più belle che la danza mi abbia mai fatto provare è quando, iniziando una lezione piena di rabbia, delusione o frustrazione, ne uscivo fisicamente esausta e sfinita e ciò mi dava una pace mentale e una riconciliazione con me stessa incredibile. Per concludere e riassumere tutto potrei dire che la danza e la musica fanno respirare la mia anima.”
Platone diceva che “La musica è per l’anima quello che la ginnastica è per il corpo”. In E. (classe seconda) i due elementi si fondono e danno vita alle bellissime parole della sua gemma. Il respiro della sua anima lei lo trova lì e ognuno ha il compito di trovare come far respirare la propria. Goethe suggerisce una possibilità: “Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole.” Grazie a E. per la sua parola ragionevole e appassionata.
“la riflessione richiede tempo” è una delle frasi che conclude questo articolo dello scrittore Giorgio Fontana, pubblicato su Il Tascabile il 17 febbraio. Il tempo, non poi lunghissimo, è anche quello che viene richiesto per interrogarsi su questioni come la verità, la ragione, le fake news, la post-verità. Penso ne valga veramente la pena.
“E tu, per gli dei, non ti vergogni di presentarti ai Greci come un sofista?”. Così Socrate a Ippocrate, mentre si dirigono a rendere visita a Protagora nell’omonimo dialogo platonico. Ippocrate vuole diventare un sofista; anche se ammette che sì, un po’ se ne vergogna. E poco dopo ammetterà anche di non sapere di preciso cosa sia questa professione di “maestro del sapere”. Socrate lo rimprovera: “si rischia molto di più nell’acquistare gli insegnamenti che non i cibi. I cibi, infatti, e le bevande, una volta acquistati dal venditore o dal commerciante, si possono portare via in altri recipienti. Prima di berli o mangiarli si può, dopo averli riposti in casa, chiedere consiglio, domandare a un esperto se va bene mangiarli o meno, in quale quantità e quando. In questo modo non si rischia molto nell’acquisto. Al contrario, non è possibile portar via le conoscenze in un altro recipiente, ma, dopo aver pagato il prezzo pattuito, acquisito e ricevuto l’insegnamento nell’animo bisogna andar via o con un danno o con un beneficio”. Ma subito aggiunge un invito fondamentale: “esaminiamo dunque queste affermazioni anche con coloro che sono più vecchi di noi. Noi, infatti, siamo ancora troppo giovani per risolvere una questione così importante”. Non dice: “Protagora è un furbastro ingannatore, fidati di me”; dice anzi: esaminiamo. E aggiunge, con un eccesso ironico di modestia, che loro due sono “ancora troppo giovani” per cavarsela da soli con una questione tanto importante. C’è dunque bisogno di indagine. C’è bisogno di un dialogo razionale — che purtroppo verrà deluso dal fumo negli occhi creato dal sofista. Il Protagora è un testo molto attuale. Platone vi fa collidere drammaticamente due figure del pensiero: Socrate, che si impegna con costanza a cercare la verità; e il sofista per cui la differenza tra vero e falso non è così importante: l’importante è trionfare sull’avversario. Ora, un elemento inquietante del discorso pubblico contemporaneo — nel gioco di argomentazioni, nella conversazione digitale e non — è proprio questo: si discute innanzitutto per affermare di avere ragione. Per vincere, per schiacciare l’avversario con cui abbiamo incrociato le armi. Il fine del dialogo non è quello di mettersi alla prova ma di corroborare una posizione — la propria — che già si sa giusta. Forse si è sempre fatto così, ma oggi il meccanismo appare ancora più palese. Forse è il modo in cui sono strutturati i social media: da tempo penso che il design di Facebook e Twitter sfavorisca i dibattiti e li esacerbi facilmente. Del resto la parola scritta non è mai stata utilizzata per la conversazione collettiva; non abbiamo la certezza che funzioni in tal senso. Di più: attraverso la conversazione, spesso desideriamo solo affermare il nostro io nel ring del giorno. Esiste una connessione profonda tra la visibile quantificazione del “successo” di un contenuto e il tentativo di aumentare il proprio potere sociale. In uno dei frammenti di Minima moralia, Adorno mette a nudo questo comportamento:
“Nulla si addice meno all’intellettuale che vorrebbe esercitare ciò che un tempo si chiamava filosofia, che dar prova, nella discussione, e perfino — oserei dire — nell’argomentazione, della volontà di aver ragione. La volontà di aver ragione, fin dalla sua forma logica più sottile, è espressione di quello spirito di autoconservazione che la filosofia ha appunto il compito di dissolvere”.
È il trionfo del sofismo: l’intellettuale (ma non solo) che usa la violenza linguistica o l’abilità retorica per trionfare. Schopenhauer ne aveva raccolto i mezzi in un libretto sbagliato fin dal titolo: L’arte di avere ragione, appunto. Ha ragione Guido Vitiello: è un piccolo vademecum per trollare, di cui — aggiungo — sarebbe meglio dimenticarsi in fretta. La cosa terribile è che per ottenere questo risultato vale tutto. L’intero quadro concettuale delle fake news e della post-verità è per molti versi riducibile a questo tic: se non conta la qualità dell’argomento ma l’aggressività con cui viene imposto, allora i fatti possono anche andare in secondo piano. Siamo tutti attori, e Protagora ha la meglio su Socrate. Christian Raimo ha messo in fila questi argomenti in un bel pezzo per Internazionale. Secondo Raimo c’è in atto una “perversione del piano performativo”:
“L’effetto sostituisce il significato. Per questo ha senso pronunciare una balla colossale e venire smentiti il giorno successivo: il significato di quella notizia sarà corrispondente alla differenza tra coloro che hanno ascoltato la notizia ma non la smentita. E sarà sempre un numero di persone abbastanza elevato da non premurarsi di dover essere sottoposti a un fact-checking. L’effetto s’impone come significato”.
E allora qual è la soluzione? Io credo passi attraverso un lento lavoro di correzione etica e insieme linguistica. Dovremmo evitare di preoccuparci di “avere ragione” a qualunque costo. La conversazione non dovrebbe avere come fine il sentirmi più forte di te, più applaudito dai miei follower, più potente per un minuto di fronte alle miserie della mia vita quotidiana. L’esatto opposto: cercare insieme soluzioni pertinenti, in libertà, offrendo la nostra opinione, le nostre conoscenze (e i loro chiari limiti), e infine cercando di contribuire alla discussione con qualcosa di sensato. Sembra tutto molto banale, ma chiunque abbia frequentato una qualsiasi bacheca sa che non lo è. Attenzione, non si tratta di cadere in un relativismo spicciolo per cui ogni opinione è lecita e va salvaguardata. Non sto proponendo un galateo, ma una ricomposizione degli obiettivi del discorso. Esistono fatti condivisi proprio come esistono persone che si ostinano a negarli: se sono sicuro della correttezza di una proposizione, la difendo — giustamente — a spada tratta. Allo stesso modo, non è indispensabile raggiungere una conclusione condivisa e pacificata. Un dialogo può rimanere aporetico e ognuno restare fermo nella propria opinione: nella migliore delle ipotesi, però, questa opinione sarà stata forgiata da un contrasto, da una visione diversa. Il punto, piuttosto ovvio, è che nessuno possiede l’intera verità: è bene allora cautelarsi contro l’eccesso di certezza e la retorica dell’arroganza. Più che una massima epistemica, è una massima morale. Perché pensare di dover sempre vincere — e non di imparare qualcosa da eventuali errori, o uscire dalla bolla per allargare le proprie vedute, discutere per avvicinarsi di un passo ulteriore a una verità — crea un dialogo falsato dove l’interlocutore più forte agisce soltanto come attore principale, e l’altro quale comprimario da umiliare o deridere. Torniamo al Protagora. Il sofista e Socrate discorrono; Protagora si arrabbia e cerca di trionfare con i suoi celebri lunghi discorsi; Socrate lo sollecita a parlare in maniera sintetica e chiara; Protagora si difende da par suo (“Se avessi fatto quello che tu chiedi, cioè discutere nel modo in cui voleva il mio antagonista, non sarei risultato migliore di nessuno”); e alla fine Socrate capisce che non ha più senso continuare a conversare con una persona simile. Mentre cerca di andarsene — trattenuto da Callia — si lamenta con una frase molto interessante: “Io infatti credevo che il riunirsi per parlare insieme e il parlare in pubblico fossero due cose diverse”. Il rischio infatti è proprio questo: che ogni dialogo venga prima di tutto vissuto come lo scontro su un palcoscenico, il cui fine non è il raggiungimento di una conclusione (non uso nemmeno il termine verità) ma soltanto la buona riuscita dello spettacolo — idealmente, il nostro trionfo a colpi di pollici alzati. Sui social media parliamo sempre in pubblico, almeno in potenza: la distinzione consigliata da Socrate va erodendosi, a favore di un’idea della parola performativa, fine a sé stessa. Gabriele Giannantoni, in un magnifico saggio evocato da Raimo nel suo articolo su Internazionale, denuncia proprio la visione “agonistica” del dialogo avanzata dal sofista. Il punto essenziale è che non si tratta di una questione pratica, di uno stile invece di un altro; si tratta di una scelta, nuovamente, etica:
“non concerne l’opportunità di forme procedurali, di mera tecnica dialettica, ma implica la scelta tra due atteggiamenti di fondo: l’atteggiamento, cioè, di chi vuol persuadere l’interlocutore senza lasciargli margine di intervento critico, affascinandolo e stordendolo con espedienti oratori fino a batterlo in una gara di bravura; e l’atteggiamento di chi vuole discutere per sottoporre se stesso e l’interlocutore a quel comune εηλευγκειν ed εηλευγκεσκαι e a quel comune εηξεταυζειν, in cui si attua la ricerca della verità attraverso la reciproca comprensione e il reciproco dare e ricevere ragione”.
Perché tutto questo è così difficile? Perché desiderare a tutti i costi avere ragione, anche su temi di cui non sappiamo nulla? Ci sono tante risposte possibili. Perché avere ragione è confortante, è una forma di potere, ci fa sentire meglio. Perché non vogliamo che la nostra visione del mondo sia compromessa. Perché il mondo è diventato troppo complesso e c’è un istinto diffuso a vedere nell’altro un nemico e non un interlocutore. E poi perché argomentare richiede umiltà e persino una certa fatica. Nei suoi brevi e splendidi Appunti per un’introduzione alla filosofia, Giovanni Piana illustra la fatica del ragionare associandola alla pretesa mancanza di tempo degli interlocutori di Socrate, che si limitano a proseguire la loro attività senza interrogarsi:
14. Prima della frase socratica “So di non sapere”, vi è la forma tipica del suo modo di interrogare. Socrate si aggira per le strade di Atene, come vagabondo e nullafacente, dove incontra praticanti di ogni genere di cose. Egli li interroga ostinatamente sulle questioni di principio che sono attinenti a ciò con cui essi hanno quotidianamente a che fare. A forza di argomenti e controargomenti li induce infine a dire: “Ora non riesco più a raccapezzarmi”. 15. Così Socrate incontra Eutifrone, sacerdote e indovino, che si reca a denunciare per omicidio il proprio padre. Ed allora Socrate lo accerchia con le sue domande: tu certamente sai quale sia la distinzione tra azione empia ed azione santa. Certamente lo so — risponde Eutifrone, e come può non saperlo lui che è sacerdote e indovino? Ma nel giro delle domande e delle risposte, proprio alla fine del dialogo Socrate può riproporre immutata la propria domanda iniziale. Ed Eutifrone, anziché azzardare un’ennesima risposta ritorna alle sue pratiche: “Ora ho fretta di andare in un luogo, ed è ora che io vada” (15d). Vi prego di notare: egli ha fretta. Mentre il saluto dei filosofi è, come dice benissimo Wittgenstein, “Datti tempo!” (Pensieri diversi, 1949: “I filosofi dovrebbero salutarsi dicendo: ‘Datti tempo!’”).
Abbiamo tutti fretta, e insieme abbiamo tutti bisogno di certificare la nostra presenza online, in mezzo a un mare di opinioni ed emozioni differenti, passando da un fatto tragico a una divertente scemenza. Questo difficilmente si sposa con una riflessione attenta, perché la riflessione richiede tempo: e più ancora, una disposizione comportamentale a gestire il nostro tempo nel modo giusto. Senza le scuse che possono essere accampate ad ogni momento.
“Ho portato gli orecchini regalatimi quest’anno da una persona per me importante, una signora che era la mia catechista quand’ero piccola: quello con lei è un rapporto speciale, che non penso di avere neanche con le mie nonne. Ci capiamo al volo, ora collaboro con lei e so che di lei mi posso fidare”. Questa la gemma di C. (clase terza). In questo istante, mentre scrivo queste parole, butto un occhio a twitter e mi imbatto in un tweet di Vito Mancuso che cita Platone: “Ci sono sempre al mondo uomini ispirati il cui incontro non ha prezzo”. Serve aggiungere altro?
Un post breve ma che può aprire un mare di riflessioni e discussioni; l’ho letto ieri sul blog di un amico blogger che ho conosciuto prima nella realtà e poi nella rete e che ringrazio per i suoi spunti sempre interessanti. Lo riporto tale e quale, con pause, spazi, grassetti, inclinati, asterischi.
“non c’è bisogno di torture per far confessare il filosofo, l’ammissione della colpa la porta stampata nel suo nome stesso.
lo inventò Platone, il nome filosofo, e significa: innamorato della saggezza, si dice.
ma, se preferite, dite piuttosto innamorato del saggio (di Socrate).
* * *
mica si è detto aletheiofilo Platone, non era innamorato della verità.
questa, nella celebre frase di un suo seguace, amicus Plato, sed magis amica veritas, è relegata al ruolo di amica, non è l’oggetto del desiderio.
* * *
e questa è la confessione del filosofo: la verità è per lui un supporto della saggezza, non il fine della sua ricerca.”
Come promesso, rieccomi qui. Le ferie del “più fuori casa che a casa” sono andate. Un giorno al mare, uno in piscina, uno ai laghi di Fusine. Qualche saldo: scarpe, vestiti, libri 😉 Sto aspettando che il corriere mi consegni un combo vhs-dvd che ho trovato in offerta su internet: voglio buttare le vecchie videocassette che occupano troppo spazio. Questa settimana sarà essenzialmente casalinga, tra blog, letture, postproduzione di scatti fotografici e… olio di gomito per stendere un velo protettivo sugli scuri in legno della casa. La prossima settimana, invece, dedicherò le mattine al corso biblico che mi regalo ogni anno per ossigenarmi lo spirito. Il tema di quest’anno è corpo, spirito e anima nella Bibbia. E a questo proposito riporto quanto ieri ha scritto Massimo Gremellini su La Stampa:
“Socrate ha appena terminato il grande discorso sull’amore quando nella sala del Simposio fa irruzione Alcibiade, giovane leader del Partito Democratico (esisteva anche ad Atene, ma ogni tanto vinceva). A giudicare da come lo tratta, Platone non doveva avere una grande opinione degli uomini politici della sua epoca. Alcibiade arriva alla festa in ritardo, senza che nessuno lo abbia invitato e per giunta ubriaco fradicio. Rumoroso e invadente, si va a sdraiare accanto al padrone di casa Agatone, finché qualcuno gli fa notare che anche lui dovrebbe rispettare le regole della serata e tessere un elogio di Eros. Il politico rispetta le regole a modo suo: rovesciandole. Anziché tenere un’orazione su Eros, ne terrà una su Socrate. Invece che dell’Amore, parlerà dell’Amato. Così il racconto di Platone torna indietro, ma non per fare retromarcia: per prendere la rincorsa.
Il monologo di Alcibiade è la cronaca di un fallimento sentimentale. La storia di come lui – giovane, bello, ricco e potente – sia andato a sbattere contro l’indisponibilità di Socrate: vecchio, brutto, povero e inerme. Alcibiade era rimasto attratto dalla bellezza interiore del Maestro e avrebbe voluto diventarne l’amante, offrendo la propria avvenenza fisica in cambio delle sue virtù morali. Ma lungi dall’essere sconvolto da tale richiesta (quando mai, nei ventiquattro secoli successivi, capiterà ancora di vedere un politico andare a caccia di virtù morali?) Socrate aveva tenuto a bada Alcibiade con la lucida ferocia che caratterizza gli amanti irraggiungibili. «In cambio dell’apparenza del bello tu cerchi di guadagnarti la verità del bello: pensi di poter scambiare armi di bronzo con armi di ferro». Tradotto in prosa: caro Alcibiade, poiché la bellezza eterna della mia anima vale assai più di quella fuggevole del tuo corpo, lo scambio che mi prospetti è sbilanciato.
Ai tempi nostri (ma anche a quelli di Platone) non capita spesso che sia il «bello dentro» a respingere il «bello fuori», così come sulle copertine delle riviste si trova di rado un’anima in topless. Ma è per questo che amiamo il Simposio, vero? Per ricordarci che in un mondo ossessivamente materialista la vera trasgressione è la spiritualità. Socrate, non Alcibiade. Senza però diventare bacchettoni, perché il grande insegnamento di Platone è che all’anima ci si arriva sempre e solo passando dal corpo.”
Pubblicare sui blog articoli lunghi è la morte dei blog. Sono il primo a saltare i post troppo lunghi, a meno che la cosa non sia veramente interessante. Secondo me questo articolo di Umberto Curi, preso da Il club de La Lettura del Corriere, va a braccetto con quanto ho scritto l’altro ieri sulla scuola e sul sentirsi protagonisti della propria vita: si parte dai bamboccioni e choosy per arrivare a Kant e Platone… (i grassetti presenti nel testo sono miei, come pure gli inclinati: li ho adoperati per movimentare un po’ il testo…)
“Il copyright è saldamente nelle mani di Tommaso Padoa-Schioppa. Nell’ottobre del 2007, l’allora titolare del ministero dell’Economia nel secondo governo Prodi aveva infatti definito «bamboccioni» quei giovani che, sulla soglia dei trent’anni, continuavano a vivere in casa con i genitori. Benché duramente contestata, quella espressione era destinata ad aprire la strada a un vero florilegio di definizioni, analoghe nel contenuto, anche se differenti nella forma. Nel giro di pochi anni, malgrado l’avvicendarsi dei governi, i giovani sarebbero stati chiamati «mammoni» (Brunetta, ministro del governo Berlusconi), «sfigati» (Martone, viceministro del governo Monti), «monotoni» (Monti, presidente del Consiglio), «choosy», più o meno: schizzinosi (Fornero, ministro del governo Monti), solo perché non avevano ancora conseguito la laurea, o perché aspiravano a un posto fisso, in un mercato del lavoro in cui la flessibilità è in realtà un eufemismo per indicare la precarietà.
Non si può dire che le polemiche divampate dopo queste esternazioni siano state un modello di eleganza o di rigore concettuale. Eppure, al fondo di un dibattito culturalmente desolante vi sarebbe in realtà una questione tutt’altro che banale o trascurabile. La si potrebbe riassumere nei termini seguenti: come si diventa maggiorenni? Assodata l’insufficienza del criterio puramente anagrafico, in base al quale la maggiore età coinciderebbe con il raggiungimento dei 18 anni, a quali parametri razionalmente definibili ci si può riferire per valutare la fuoriuscita dalla minorità? E poi: davvero basta abitare da soli, o essere disponibili a cambiare lavoro, per allontanare da sé l’infamante epiteto di choosy?
Una risposta appena un po’ meno occasionale a questi interrogativi può essere rintracciata in due testi filosofici, la cui importanza — anche per la comprensione di alcuni temi legati alla diatriba di cui parliamo — è abitualmente ignorata, o almeno non adeguatamente valorizzata. Da una secca definizione della minorità prende le mosse anzitutto un saggio di Immanuel Kant, tanto rilevante quanto per lo più negletto, anche perché offuscato dalla risonanza suscitata dalle tre Critiche. Essa non dipende affatto, secondo il filosofo, dall’età, ma consiste piuttosto in una carenza decisiva, quale è «l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro». È opportuno sottolineare che lo scritto kantiano compare originariamente non in una rivista filosofica specializzata, ma in quello che si potrebbe definire un periodico di «varia umanità», quale era la «Berlinische Monatsschrift», in risposta a un interrogativo proposto nel fascicolo precedente da un religioso, il quale chiedeva che qualcuno si prendesse la briga di spiegare «che cos’è l’Aufklärung». Conservare, almeno provvisoriamente, il termine tedesco non è una inutile civetteria, ma corrisponde all’esigenza di evitare i fraintendimenti ai quali ha dato luogo la traduzione italiana corrente, e gravemente negligente. Mentre, infatti, nel testo originale Aufklärung indica insieme quel movimento culturale che è stato chiamato «Illuminismo» e il «rischiaramento», inteso come processo mediante il quale è possibile «fare chiarezza», la traduzione italiana appiattisce l’ambivalenza del termine tedesco, rendendolo univocamente con «Illuminismo». Mentre è del tutto evidente che l’iniziativa assunta da Kant con la sua Risposta, pubblicata nel gennaio del 1784, non è motivata dalla volontà (che sarebbe poco comprensibile) di offrire una definizione tecnica di un movimento filosofico, quanto piuttosto dalla ben più significativa esigenza di spiegare in che modo si possa realizzare il «rischiaramento» intellettuale. Ne è prova il testo del saggio, scritto in maniera limpida e particolarmente incisiva, senza alcuna concessione a «tecnicalità» filosofiche, presumibilmente inadatte al pubblico eterogeneo a cui si rivolgeva la rivista. Aufklärung — scrive Kant — è uscire dallo stato di minorità, è avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza, senza soggiacere alla guida di altri. Più esattamente, essa si identifica con una decisione — quella di diventare Selbstdenker, vale a dire letteralmente «uno che pensa con la propria testa». Né questo monito deve apparire scontato o pleonastico. Al contrario, secondo il filosofo, «la stragrande maggioranza degli uomini ritiene il passaggio allo stato di maggiorità, oltre che difficile, anche pericoloso», e dunque preferisce sottrarsi a quella «fastidiosa occupazione» che richiede l’uso libero delle proprie capacità intellettuali. «È così comodo — sottolinea ancora l’autore delle Critiche — essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che valuta la dieta per me eccetera, non ho certo bisogno di sforzarmi da me». Di qui una conclusione linearmente deducibile dalle premesse poste: se si vuole diventare maggiorenni, è necessario sottrarsi alla custodia di quei tutori che costantemente invitano a non ragionare («L’ufficiale dice: non ragionate, fate esercitazioni militari! L’intendente di finanza: non ragionate, pagate! L’ecclesiastico: non ragionate, credete!»), usando invece sistematicamente la propria intelligenza, senza soggiacere alla presunta autorità altrui. Insomma, minorenni — o se si preferisce «bamboccioni» — si può essere a qualunque età. Lo è anzi chiunque fra noi eviti di pensare con la propria testa, delegando di conseguenza ad altri questa «fastidiosa occupazione».
Un ragionamento convergente con quello contenuto nel saggio kantiano si ritrova già in uno dei Dialoghi platonici più noti, anche se spesso misinterpretato. Al centro del Sofista, infatti, vi è la ricerca, condotta da due personaggi presumibilmente «giovani» (tale è se non altro con certezza Teeteto, mentre il suo interlocutore, presentato come lo Straniero, proveniente da Elea, è giovane se non altro nel senso della sua condizione di discepolo rispetto al «grande» Parmenide), impegnati a fornire una definizione della figura del sofista. L’indagine a due voci prosegue a ritmo serrato, e con esiti apparentemente soddisfacenti, fino a che i protagonisti si imbattono in una difficoltà che minaccia di compromettere radicalmente l’impresa nella quale si stanno cimentando. Per poter sostenere la conclusione alla quale sono pervenuti, e cioè che il sofista è colui che esercita l’arte di far apparire ciò che non è, essi dovrebbero implicitamente riconoscere che anche il non essere, da un certo punto di vista è, mentre l’essere, sia pure da un certo punto di vista, non è. Ma questa affermazione contraddice frontalmente un divieto, quello proveniente dal «padre» Parmenide, secondo il quale il non essere è «inesprimibile», «impronunciabile», «illogico». La situazione nella quale si vengono a trovare Teeteto e lo Straniero appare dunque inchiodata a un’alternativa drammatica: piegarsi all’osservanza della proibizione parmenidea, con ciò tuttavia privandosi del logos, e dunque perdendo la possibilità di dire alcunché, ovvero avere il coraggio di epitíthesthai tó patrikó lógo —«dare l’attacco al discorso paterno». L’impiego di una metafora bellica non è casuale nel contesto di un dialogo in cui ritornano insistentemente termini desunti dal lessico polemologico. Serve a sottolineare quanto delicata sia la scelta che si è chiamati a compiere, quanto sia letteralmente vitale — «questione di vita o di morte», si legge nel testo platonico — la posta in gioco. È noto il compimento di questo percorso. Onde riprendere la possibilità di parlare e di pensare, i due interlocutori saranno indotti a «torturare» il padre e a «usare violenza» su di lui, giungendo al punto da sfiorare il parricidio. Per quanto temerario possa apparire questo esito, esso resta l’unica possibile via da percorrere, l’unico modo per riguadagnare il cammino, uscendo dalla mancanza di strada, dall’a-poria, dunque, in cui ci si era imbattuti. Mentre, infatti, Parmenide vorrebbe «trattarci da bambini», «raccontandoci delle favole» e «dialogando con noi con atteggiamento di sufficienza», è imperativo per noi riprenderci il logos, e assoggettare a un vaglio rigoroso le affermazioni «paterne». Dopo questa autentica svolta, improntata alla rinuncia a ogni filiale subordinazione, la ricerca che si era incagliata può riprendere, giungendo speditamente alla sua conclusione. Teeteto e lo Straniero sono diventati maggiorenni. Non subiranno più i divieti del padre «venerando e terribile». Non accetteranno di farsi trattare da bambini, né si accontenteranno di ascoltare delle favole.
Il compimento dell’intenso dramma descritto da Platone ci riporta alla Risposta kantiana. Essere maggiorenni non è un dato di carattere anagrafico, né una condizione statica, nella quale si possa dire di risiedere stabilmente. È una conquista, che impegna energie morali, come il coraggio e la decisione, e risorse intellettuali. Ed è la meta, mai definitivamente raggiunta, di una lotta anzitutto con se stessi, con la viltà di chi preferisca affidarsi alla tutela altrui. E forse allora si può comprendere fino in fondo il senso dell’affermazione kantiana quando rileva, con un realismo spinto fino al disincanto, che minorenne è ancora la stragrande maggioranza degli uomini. Insomma, per quanto possa apparire paradossale, i giovani che al giorno d’oggi stanno lottando per guadagnarsi la loro autonomia sono meno bamboccioni di coloro che ripetono acriticamente le formule imposte da altri.”