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Gemme n° 447

IMG-20160414-WA0000Mentre mia moglie mi serviva la cena le presi la mano e le dissi: “Devo parlarti”. Lei annuì e mangiò con calma. La osservai e vidi il dolore nei suoi occhi, quel dolore che all’improvviso mi bloccava la bocca. Mi feci coraggio e le dissi: “Voglio il divorzio”.
Lei non sembrò disgustata dalla mia domanda e mi chiese piano: “Perché?”
Quella sera non parlammo più e lei pianse tutta la notte. Io sapevo che lei voleva capire cosa stesse accadendo al nostro matrimonio, ma io non potevo risponderle, aveva perso il mio cuore a causa di un’altra donna: Valentina.
Io ormai non amavo più mia moglie, mi faceva solo tanta pena, mi sentivo in colpa, e per questa ragione sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restasse la casa, l’auto e il 30% del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi.
Avevamo passato dieci anni della nostra vita insieme e ora eravamo due perfetti estranei.
A me dispiaceva tanto per tutto questo tempo che aveva sprecato insieme a me, per tutte le sue energie, però non potevo farci nulla: io amavo Valentina.
All’improvviso mia moglie cominciò a urlare e a piangere ininterrottamente per sfogare la sua rabbia e la sua delusione, l’idea del divorzio cominciava ad essere realtà.
Il giorno dopo tornai a casa e la incontrai seduta alla scrivania in camera da letto che scriveva, non cenai e mi misi a letto, ero molto stanco dopo una giornata passata con Valentina. Durante la notte mi svegliai e vidi mia moglie sempre lì seduta a scrivere, mi girai e continuai a dormire.
La mattina dopo mia moglie mi presentò le condizioni affinché accettasse la separazione: non voleva la casa, non voleva l’auto tanto meno il negozio, soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani. Inoltre voleva che in quel mese vivessimo come se nulla di tutto questo fosse accaduto.
Il suo ragionamento era semplice : “Nostro figlio in questo mese ha gli esami a scuola e non è giusto distrarlo con i nostri problemi”.
Io fui d’accordo però lei mi fece un’ulteriore richiesta. “Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi accompagnasti nella nostra camera da letto per la prima volta: in questo mese ogni mattina dovrai prendermi in braccio e portarmi in braccio fino a lasciarmi fuori dalla porta di casa”.
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii per non rovinare le vacanze estive a mio figlio e per superare quel momento di tensione in pace.
Raccontai la cosa a Valentina che scoppiò in una fragorosa risata dicendo: “Non importa che trucchi si sta inventando tua moglie: dille che oramai tu sei mio! Se ne faccia una ragione!”.
Era tanto tempo che io e mia moglie non avevamo più intimità, così quando la presi in braccio il primo giorno, eravamo ambedue imbarazzati. Nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: “Grande papà! Papà ha preso la mamma in braccio!”.
Le sue parole furono come un coltello nel mio cuore. Camminai una decina di metri con mia moglie in braccio. Lei chiuse gli occhi e mi disse a bassa voce: “Non dirgli nulla del divorzio e del nostro accordo, per favore”.
Acconsentii con un cenno, sempre imbarazzato e anche un po’ irritato, e la lasciai sull’uscio. Come ogni mattina lei uscì e andò a prendere l’autobus per recarsi al lavoro.
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati, lei si appoggiò al mio petto e potetti sentire il suo profumo sul mio maglione. Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane: qualche ruga, qualche capello bianco. Si notava che portava i segni di un dolore interno. Mi chiesi cosa avessi fatto, come si fosse ridotta così.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più. Non dissi nulla a Valentina.
Ogni giorno che passava era più facile prendere mia moglie in braccio, e il mese passava velocemente. Ogni giorno che passava la sentivo più leggera.
Una mattina lei stava scegliendo dall’armadio i vestiti: si era provata di tutto, ma nessun indumento le andava bene e lamentandosi disse: “I miei vestiti mi vanno grandi”. In quell’occasione mi resi conto quanto fosse dimagrita in quei giorni. Di colpo realizzai che era entrata in depressione: a causarla erano stati il troppo dolore e la troppa sofferenza, pensai.
Senza accorgermene le toccai i capelli, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse: “Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio!”. Per lui quel rito era diventato un momento basilare della sua giornata e della sua vita. Mia moglie abbracciò forte mio figlio ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio.
Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo. La abbracciai senza muovermi e sentii quanto fosse leggera e delicata. Mi venne da piangere!
Arrivò l’ultimo giorno e aprendomi a lei le dissi: “Non mi ero reso conto di aver perduto l’intimità con te…”.
Mio figlio doveva andare a scuola e io lo accompagnai con la macchina. Mia moglie restò a casa.
Mi diressi verso il posto di lavoro, ma a un certo punto passando davanti alla casa di Valentina mi fermai, scesi e corsi sulle scale. Lei mi aprì la porta
e io le dissi: “Perdonami, ma non voglio più divorziare da mia moglie”.
Lei mi guardò e disse: “Ma sei impazzito?!”.
Io le risposi: “Amo mia moglie. Un periodo di stress, di noia e di routine ci aveva allontanato, ma ora ho capito i veri valori della vita! Dal giorno in cui l’ho portata in braccio mi sono reso conto, osservandola e guardandola, che voglio farlo per il resto della mia vita!”
Valentina pianse, mi tirò uno schiaffo ed entrò in casa sbattendomi la porta in faccia.
Io scesi le scale velocemente, tornai in macchina e mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose per mia moglie. La ragazza del negozio mi chiese: “Cosa scriviamo sul biglietto?”
Le dissi: “Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi”.
Arrivai di corsa a casa, salii i gradini a due a due ed entrai di corsa, precipitandomi in camera felicissimo e col sorriso sulle labbra.
Trovai mia moglie a terra. Era morta.
Negli ultimi mesi stava lottando contro il cancro e io invece ero occupato a sciupare il mio tempo con Valentina, senza nemmeno accorgermene.
Lei non me lo aveva detto: sapeva che stava per morire e per questo motivo volle un mese di tempo. Sì, un mese… affinché a nostro figlio non rimanesse un cattivo ricordo del nostro matrimonio. Affinché nostro figlio non subisse traumi. Affinché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione. Non sono la casa, la macchina, i soldi… Queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla. Cerchiamo sempre di mantenere accesa la fiamma, alimentare il matrimonio con giorni felici, ricordando sempre il primo giorno della nostra più bella storia d’amore.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo. A volte capiamo il valore delle cose solo quando le abbiamo perdute.
Ho scelto questo brano per la storia, per il coraggio della donna e per la fermezza dell’ultimo mese di vita; penso sia un modello da imitare. Poi, riprende la storia di una mia familiare che fino in fondo ha vissuto col sorriso, nonostante avesse un grosso problema”. Così (qui la fonte) C. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Sono molti gli aspetti messi in luce da questo testo. Mi soffermo sull’importanza della quotidianità. Qui si parla di chi riscopre gesti, sensazioni ed emozioni che col tempo aveva dimenticato; porvi attenzione mentre li si sta vivendo non è facile ed è così che si inizia a darli per scontati. Esercitarsi alla lettura della bellezza nel quotidiano non è facile ma, penso, fortemente arricchente.

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Gemme n° 390

Nel video si vede che la protagonista ha una grande passione per il circo; io ho quella per la scherma, sport che ho iniziato da piccola. Mi ha fatto crescere ed è stata fortemente presente nella mia vita. In questo periodo sto migliorando però durante le gare a volte mi blocco e non vanno sempre come vorrei andassero; mi dicono che ho buone capacità, ma alle gare mi blocco e vedere che sforzi e sacrifici fatti per lungo tempo vanno a farsi benedire per colpa di errori stupidi mi fa molto arrabbiare. Buttare tutto alle ortiche mi fa male. Nella canzone ci sono poi due temi. Il primo è quello della morte, la cosa che mi fa più paura in assoluto. Pochi mesi fa è morto il mio cane; so che non è una persona, ma prima non sapevo bene cosa fosse la morte, non l’avevo sentita sulla mia pelle; questa cosa mi ha toccato e ho preso consapevolezza della sua esistenza. Mi fa paura il fatto che non si possa tornare indietro e sapere che non si possa vasopiù toccare, interagire con chi scompare. Il secondo tema è quello del tempo: “vorrei tornare indietro ma non si può”. Il tempo passa e non si ferma ad aspettarti, ho paura di essere grande e non ricordarmi quello che è stato”. Questa è stata la gemma di A. (classe seconda).

In classe mi sono soffermato sull’ultima cosa detta, raccontando che, dal 1° gennaio, Sara ed io abbiamo deciso di tenere un vaso della felicità: alla fine di ogni giornata scriviamo su un bigliettino le cose positive accaduteci, pieghiamo il foglietto e lo mettiamo nel vaso di vetro. Ricordo che anni fa ho letto quasi tutti i libri di Leo Buscaglia: una delle cose ricorrenti era il suo suggerimento di porsi ogni sera la domanda “cosa ho imparato oggi?”. Si deve avere una risposta, a costo di alzarsi dal letto, prendere un dizionario e imparare una parola nuova… Ecco penso siano due modi per evitare di “non ricordarsi quello che è stato”.

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Gemme n° 276

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Come gemma non ho voluto portare alcun oggetto, ma un’esperienza di quest’estate in ospedale. E’ un mercoledì, sono in un disco bar e ho bevuto un bicchiere di prosecco, ho un leggero mal di testa, ma nella norma. Durante la serata però va aumentando e si aggiungono dei giramenti di testa. Penso sia l’alcol, nonostante una certa meraviglia perché convinta di reggere un po’ di più. Ad un certo punto inizio a cadere da un lato; la cosa diventa alquanto imbarazzante, tutti mi fissano come fossi ubriaca. Mi cedono persino le gambe. Il giorno dopo, la cosa non si è risolta e i miei mi accompagnano in pronto soccorso: ci sono già andata, e come le altre volte, mi aspetto solo una ricetta o una medicina. Invece i medici dicono a mia mamma che devo restare in ospedale. Mia mamma è tedesca e sul momento non capisce, quindi resta in silenzio. Rimango in ospedale 7 giorni. Il giorno dopo il ricovero sarei dovuta partire per un viaggio in Sicilia. Invece il mio viaggio ha cambiato meta e itinerario. Ma anche questa esperienza, come tutti i viaggi mi ha portato qualcosa. In questi momenti ti rendi conto dei momenti belli. Sono uscita all’ospedale e la prima cosa che ho apprezzato è stata il sole. A volte diamo per scontate troppe cose.” Questa è stata la gemma di V. (classe quinta).
Penso che questa gemma rappresenti il senso di questo lavoro sulle gemme: fermarsi un attimo, appuntarsi una cosa che si sta vivendo, che si vede, si ascolta o si conosce, e decidere di farle spazio dentro di noi in modo che vi resti. E magari regalarla agli altri; magari a loro non farà lo stesso effetto, ma… non si sa mai…

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Gemme n° 250

cwtch

Oddio” ha sospirato S. (classe seconda) iniziando a parlare per presentare la sua gemma alla classe. “Non sapevo cosa portare come gemma, pensavo a cose troppo generalizzate come famiglia o amici… Allora ho deciso di portare due parole, anche per sottolineare l’importanza dei piccoli gesti. La prima è GRAZIE, perché significa che una persona ha apprezzato quella che ha fatto l’altra e che, in fin dei conti, la vita di entrambi è stata migliorata. La seconda è usata in Galles e la scrivo alla lavagna perché è difficile pronunciarla: CWTCH. Indica un abbraccio, ma non solo hug; qui si tratta di qualcosa capace di portarti in a safe place, in un posto sicuro. Adoro i piccoli gesti importanti, quelli che sono fatti col cuore. Lascio poi una canzone che rappresenta alcune situazioni della mia vita in cui volevo andare avanti ma non ci riuscivo, e mi ritrovavo a metà strada”.
Parto dalla prima parola messa in risalto da S.: grazie. Paolo Stefanato scrive: “come ricorda il Pianigiani, grazie deriva da “chàris”, “ogni cosa che ci rende piacevole ad altri, quindi avvenenza, favore, dono, ricompensa, benevolenza”; il verbo “charizomai” significa “faccio piacere, sono indulgente, dono in ricompensa”. Il latino attinge qui anche per la parola “carus”, caro, che suscita sentimenti d’affetto, e per “caritas”, che prima di voler dire elemosina è innanzitutto benevolenza, amore. Derivano da “chàris” anche carezza e carisma, che è un affascinante misto di influenza e autorevolezza, da cui l’aggettivo carismatico. La stessa parola greca “chàris” ha dunque generato con successo due parallele e ampie famiglie latine (e poi italiane) che hanno come riferimento “gratia” e “carus”.”
Ecco, mi pare bellissimo questo passaggio grazie-carezza-cwtch.

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Gemme n° 115

cioccolatino

La gemma di K. (classe quarta) è la carta di un cioccolatino, al centro di questo episodio: “Scorsa settimana, venendo a scuola, mi sono fermata a parlare con un’amica, e stavamo progettando di non venirci. Ci siamo sedute sui gradini della porta d’ingresso di una casa; è arrivata la padrona di casa che ci ha chiesto di spostarci per entrare. Poco dopo si è riaperta la porta; era la signora: ho pensato ci fosse venuta a dire di spostarci, invece ci ha portato due cioccolatini dicendoci che le avevamo rallegrata la giornata. Lei, con quel gesto, ha rallegrato la nostra… e mi ha anche fatto venire a scuola… L’ho molto apprezzato.” L’ho già citata, ma non importa; nella canzone “In continuo movimento” i Tiromancino cantano “Aiutami a ritrovare l’interesse per le piccole cose che sono alla base di tutte le promesse del futuro che cresce, perché sono le sfumature a dare vita ai colori e a farci tornare in mente le cose più pure dei giorni migliori.”.

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Gemme n° 108

Un video semplice che mostra una catena di gesti di amore e di attenzione verso gli altri è quello mostrato da L. (classe quarta) ai compagni: “Ho visto questo video qualche tempo fa. E’ basato su un piccolo brano del vangelo di Matteo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Sembra un’indicazione impossibile da seguire, eppure qui si mostra che i gesti d’amore possono essere racchiusi anche nel quotidiano.”

Sull’onda dei dieci comandamenti commentati da Benigni su Raiuno, riporto una breve frase del Talmud sull’importanza dell’amore e della gentilezza: “Gli atti di gentilezza pesano quanto tutti i comandamenti”.

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Gemme n° 80

Ho proposto una canzone sulla capacità di stupirsi: spesso le nostre giornate si succedono molto simili e penso sia importante dare rilievo anche a piccole cose, magari a stupidaggini, che hanno la capacità di renderci felici”: sono le parole con cui S. ha commentato questo brano di Povia:

E’ vero, S., a volte basta veramente poco, anche solo un modo diverso di vedere le cose:

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Gemme n° 48

“Se mi mettessi a commentare la canzone che ho portato, sarei banale, per cui lascio parlare Bono” ha esordito M. (classe quinta).

“E’ un brano che può avere più sfaccettature, più piani di lettura, lascia molto alla riflessione personale e alla libera interpretazione. Personalmente mi fa pensare alle piccolo cose quotidiane.” Beh alla fine, M. qualcosa l’ha detto 🙂
Quello che è venuto in mente a me è la necessità dell’amore: è come se non si potesse cadere più in basso senza percepire l’amore ordinario, comune, ma neppure volare più in alto senza accettarlo. E i pensieri vanno a un altro ritornello: “Ti vorrei sollevare, ti vorrei consolare, ti vorrei sollevare, ti vorrei ritrovare, vorrei viaggiare su ali di carta con te, sapere inventare, sentire il vento che soffia e non nasconderci se ci fa spostare. Quando persi sotto tante stelle ci chiediamo cosa siamo venuti a fare, cos’è l’amore, stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore”.

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Gemme n° 20

lettera copia

Mi aveva già avvisato la scorsa settimana che oggi la gemma avrebbe voluto proporla lei, proprio nel giorno del suo compleanno. Eppure penso che M. (classe seconda) abbia creato o modificato la sua gemma all’ultimo.
Di solito scendo dalla corriera insieme a mia cugina, stiamo un po’ insieme e poi prendiamo le nostre strade. Oggi invece mi ha mollato subito da sola, poi ho capito perché. Mi ha regalato questa cornice con questa foto, ma soprattutto mi ha scritto questa lettera. Devo leggerla?”.
Sentiti libera di gestire il tuo spazio come credi”.
Allora sì, ci provo a leggerla”. M. guarda la lettera e gli occhi le si arrossano: “No prof, è meglio se la legge lei, non ce la posso fare”.
Pubblico la lettera rendendola illeggibile, ma dicendo che è una di quelle lettere che tutti sperano un giorno di ricevere, in cui si viene ringraziati per quello che si è, degli amici, a partire dalle piccole cose di ogni giorno (“grazie per i messaggi vocali più stupidi ma che mi hanno sempre strappato un sorriso”) fino a quelle più importanti (essere vicini, consolare, tirar su il morale). E questa è la colonna sonora di questa amicizia tra M. e sua cugina… “Quando sono con te non c’è nessun altro posto in cui preferirei essere”