Gemma n° 2998

“Quest’anno come gemma ho deciso di portare qualcosa di abbastanza recente ma che ho pensato potesse racchiudere un po’ il mio ultimo anno e le riflessioni che ne sono scaturite. Oggi porto il mio tatuaggio. Mi sono tatuata una parola: Create, verbo all’infinito, creare. Questo perché fin da piccola ho avuto sempre una sola certezza, che volessi creare. L’arte e la musica per me sono sempre stati  più che qualcosa in cui volevo semplicemente dilettarmi, ma qualcosa di cui ho sempre avuto bisogno.  La parola, scritta così all’infinito mi piace intenderla come un augurio a me stessa di riuscire a mantenere sempre vive queste mie passioni, anche perché un tatuaggio dura per sempre e non potrei mai pensare di scrivere qualcosa che in un futuro non immagino più mia. In questo ultimo anno sono arrivata alla consapevolezza che il creare per me sarà sempre ciò che mi rende più viva, anche perché quando mi capitano dei blocchi di creatività sto veramente male fino a quando non torno a esprimermi: su carta, su muro, nelle vibrazioni dell’aria. Il fatto che abbia deciso di ricordarmelo scrivendo sul braccio è anche perché quest’anno insieme  a questa riflessione ne ho maturata una seconda. Il fatto che molto probabilmente in futuro non avrò più il tempo che ho ora di dedicarmi così intensamente alle mie passioni, e questo non vorrei mai che mi facesse spegnere l’amore che ho per esse. Essendo anche l’ultimo anno di liceo penso già a come sarà la mia vita all’università, o quando avrò un lavoro, o una famiglia. E poi inizio a viaggiare in tutte le possibili realtà. Proprio per questo il mio tatuaggio riesce in qualche modo a riassumere il cambiamento che quest’anno mi ha dato, e allo stesso tempo ad abbracciare i prossimi che verranno. Tra uno, cinque, o dieci anni guarderò il mio tatuaggio pensando a come a 18 forse la pensavo molto diversamente, o forse avevo ragione. Ma a me non importa cambiare idea o confermare la mia visione attuale, perché il mio tatuaggio non mi serve a quantificare la fertilità della mia passione ma a ricordarla con lo stesso affetto ora e per sempre” (A. classe quinta).

Gemma n° 2997

Immagine creata con Gemini®

Più si consumano gli anni, più diventano preziosi (Goethe).
Come gemma, quest’anno, ho deciso di portare la mia “ultima gemma”. Queste parole per me sono intense, cariche di significato, pesanti da digerire ma al contempo salvifiche.
È il concetto di ultimo che mi spaventa, e molto spesso anche nella quotidianità è questa la parolina che mi fa soffrire. Fare una cosa ben consapevoli di starla facendo per l’ultima volta è affrontare le aspettative che ci creiamo ogni giorno (e che forse non verranno mantenute) e quindi in qualche modo sfidarsi. Sento spesso che l’ultima ripetizione, proprio a causa di questo ordine cronologico inconfondibile, debba essere testimone di tutto ciò che c’è stato prima. “E se non riuscissi ad esprimere ciò che voglio comunicare? E se non ne uscissi soddisfatta?” E così il giorno dell’esposizione è stato a mano a mano ritardato, mentre la gemma su Canva portava implicitamente il cartellino “a data da destinarsi”.
Poi è arrivato quel sabato, nel quale il prof. con una voce pacata ma decisa ha detto: “manca solo la tua gemma”.
Però stavolta, ho cercato di lasciarmi scivolare addosso tutto il peso, con cui solitamente arricchisco anche le cose semplici: ho fatto una presentazione, ho messo le foto delle persone a me più care, ho spiegato in breve l’importanza dell’ultima gemma. E sono tornata al posto con il cuore pieno di gioia.
“Ultima gemma” è una delle caselle finali su cui sono approdata. Il traguardo è poco più avanti e penso che con un po’ di fortuna nei dati mi basti un sei per arrivarci.
Quindi, mi lascio scivolare addosso la pesantezza di dovere salutare le ore di religione, il prof, i compagni, la scuola e i momenti indimenticabili e irripetibili.
Eppure, con un po’ di leggerezza e semplicità, non potevo non essere più felice di chiudere così questi ultimi cinque anni.
Gli amici, la scuola, i compiti di scienze, la frase del mio autore preferito. Tutto così semplice e (per fortuna) maledettamente mio”.
(M. classe quinta).