Gemma n° 1839

“Ho portato questo peluche: me l’ha comprato mia mamma quando avevo circa cinque anni perché quand’ero piccola andava a fare viaggi di lavoro. Mi ricordo che andava sempre a Piacenza e io piangevo tantissimo, sia che stesse via un giorno che stesse via un giorno solo. Di rientro da questi viaggi mi portava sempre qualcosa. Questo è l’unico oggetto che ho tenuto: non ci ho mai giocato, non ci ho mai fatto niente, neppure dormito, ma è sul comodino da quella volta. Mi ricorda il legame stretto che ho con mia mamma”.

Questa la gemma di L. (classe quarta). In questo momento sto scrivendo sul portatile al piano terra di casa mia. Ovunque volga gli occhi ci sono giocattoli di Mariasole: la scorsa settimana ha compiuto due anni e nuovi oggetti stanno abitando casa nostra. Mi chiedo quali si fisseranno nella sua memoria, di quali si porterà dietro un ricordo, ma è un’operazione senza senso… Nel contempo sto liberando alcuni armadi da oggetti che sono lì da anni senza mai essere stati utilizzati e senza alcun ancoraggio nella mia memoria o nei miei affetti. Un po’ mi fanno pena. Anche perché: non è che con le persone sia molto diverso, no?

Gemma n° 1837

Premessa: questa gemma era prevista per metà novembre, poi è slittata fino a gennaio.

“L’anno scorso quando il prof ci aveva presentato il progetto pensavo di portare una foto  oppure qualche canzone. Quando invece ce lo ha riproposto quest’anno, il primo pensiero che ho avuto è stato uno dei miei tatuaggi, ovvero quello con il significato più profondo.

L’ho dedicato a quella persona che mi ha insegnato che la famiglia non per forza deve essere legata dal sangue, ovvero mio papà, che essendoci stato da quando avevo tre anni e non essendo mio papà dalla nascita mi ha ugualmente amata come sua figlia.
Tra una settimana esatta sarà un anno che non è più qui e quindi ho pensato che fosse la gemma più giusta da portare.
Ora, non ho intenzione di fare discorsi commoventi o cose così ma voglio darvi un consiglio, che poi potete ovviamente scegliere se seguire o meno, però prima per farvi capire bene vi dirò una cosa.
Quando mi sono ritrovata a fare il tatuaggio mi sono interrogata per diverso tempo sul posto in cui farlo. Alla fine ho scelto la parte dietro del collo per un motivo preciso.
Ho passato l’anno scorso molto sui libri ed ero particolarmente nervosa per diverse cose, e spesso mio papà veniva in camera mia e mi trovava sempre china sulla scrivania e senza dire niente cominciava a massaggiarmi esattamente quel punto. Era così bravo che riusciva a smollarmi tutti i nervi e a farmi sentire un po’ meglio. Fatto sta che il 19 Novembre 2020, la notte prima di ciò che è successo, lui era venuto in camera mia, mi aveva trovata china sui libri e mi aveva fatto il solito massaggio, io quel giorno ero particolarmente nervosa. Prima di uscire dalla mia camera mi ricordo che mi ha detto “C. c’è Harry Potter in tv non lo vediamo?” e io gli ho risposto che dovevo studiare.
Vi lascio immaginare il pentimento della mattina successiva per aver declinato quella proposta.
Con questo discorso mi sento di darvi questo consiglio: vivete.
Vivete al massimo, vivete come volete, date opportunità agli altri e a voi stessi perché tutto è nato per finire e non si sa quando, quindi cogliete ogni piccola cosa che la vita vi offre, o vivrete con rancori addosso che non andranno più via.
Giocate a quella partita a carte con vostro nonno, andate a fare una passeggiata con vostra nonna, prendete quel gelato con i vostri fratelli, uscite con i vostri amici, nulla è eterno. Nella vita non c’è solo il dovere, perché è meglio vivere oggi piuttosto che andare a dormire la notte e passare ore a rimpiangere momenti che non torneranno più e ritrovarvi sommersi in ricordi che con il tempo sono destinati a svanire.
E ricordate che la vita è il 10% di cosa vi capita e il 90% di come reagite”.

Quando presento il lavoro sulle gemme, spiego che la scelta di cosa portare è molto libera, così come il livello di coinvolgimento personale. Vi sono gemme che trattano temi “neutri” o generali e altre che sono decisamente più personali e che magari sono un cazzotto nello stomaco. Come questa. C’erano non pochi occhi rossi alla fine delle parole di C. (classe terza). Il mio pensiero è subito andato ad una canzone di Roberto Vecchioni che faccio ascoltare in quarta, quando parliamo della morte. “Viola d’inverno” inizia con l’arrivo improvviso della fine della vita, proprio sulla sua capacità di coglierci, talvolta, in modo inaspettato: “Arriverà che fumo o che do l’acqua ai fiori o che ti ho appena detto: “Scendo, porto il cane fuori”, che avrò una mezza fetta di torta in bocca o la saliva di un bacio appena dato. Arriverà, lo farà così in fretta che non sarò neanche emozionato. Arriverà che dormo o sogno, o piscio o mentre sto guidando, la sentirò benissimo suonare mentre sbando e non potrò confonderla con niente perché ha un suono maledettamente eterno, e poi si sente quella volta sola la viola d’inverno”. E, continua Vecchioni, anche se la aspetti un po’, in fondo non sei mai pronto: “Bello è che non sei mai preparato, che tanto capita sempre agli altri. Vivere, in fondo, è così scontato, che non t’immagini mai che basti. E resta indietro sempre un discorso, e resta indietro sempre un rimorso”. A questo punto la morte crea una separazione, un’incomunicabilità: “E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio, non potrò farti segni: tutto questo è vietato da inscrutabili disegni, e tu ti chiederai che cosa vuole dire tutto quell’improvviso starti intorno perché tu non potrai, non la potrai sentire la mia viola d’inverno”. Subentrano lo sconforto e la disperazione, ai quali Vecchioni concede tutto lo spazio necessario con l’esclusione di una piccola luce che sarà quella in grado di dare un senso al passato, al presente e al futuro: “E allora penserò che niente ha avuto senso, a parte questo averti amata, amata in così poco tempo, e che il mondo non vale un tuo sorriso e nessuna canzone è più grande di un tuo giorno, e che si tenga il resto, me compreso, la viola d’inverno”. Conclude il brano un passaggio sulla solitudine condivisa che accompagna chi se ne va: “E dopo aver diviso tutto, la rabbia, i figli, lo schifo e il volo, questa è davvero l’unica cosa che devo proprio fare da solo. E dopo aver diviso tutto, neanche ti avverto che vado via, ma non mi dire pure stavolta che faccio sempre di testa mia, tienila stretta, la testa mia”.
Ecco, C., comprendo il rammarico per quell’invito respinto, ma nelle parole che hai detto poi in classe hai fatto rivivere tuo padre, il tuo amore per lui, hai dato senso pieno alla vostra relazione: “il mondo non vale un tuo sorriso e nessuna canzone è più grande di un tuo giorno”.

Gemma n° 1834

Un video dei Jamiroquai di fine anni ‘90 è stato al centro della gemma di S. (classe prima). “Virtual Insanity parla di una band che vive in una società dove gli umani vivono sotto terra e non hanno rapporti con le altre persone. Ciò impedisce loro di migliorare l’esistenza umana, propria e altrui, attraverso piccoli gesti che sottolineano i diritti del prossimo e i doveri propri”.

A commento della gemma questa volta non metto qualcosa di mio, ma un approfondimento che ho trovato su Louder.
“La vittoria di Jay Kai è totale. Virtual Insanity rappresenta uno dei rari casi in cui un artista raggiunge il successo senza sacrificare parte della sua indole all’altare delle radio, ma confezionando un brano talmente forte da abbattere qualsiasi supposta barriera. Teoricamente il singolo non presenta le caratteristiche per competere con il pop delle Spice Girls o con il rap accattivante dei Fugees. A livello sonoro non gioca nel campionato rock di Blur e Oasis, e non punta nemmeno sull’attitudine rivoluzionaria di band come Prodigy e Underworld. Virtual Insanity è un pezzo funk inaugurato dal pianoforte che dipinge una progressione armonica simile a quella di classici soul, jazz e disco, presto affiancato da una batteria dallo swing spinto. Il basso entra in scena solo dopo cinquanta interminabili secondi, insieme all’orchestra che arricchisce il ritornello. Da qui in poi ogni strumento tocca le note che vuole, lasciando grande spazio a un’improvvisazione che obiettivamente è uno schiaffo alla semplicità. È facile farsi trascinare dalla sognante melodia intonata da Jay, ma se mai doveste scegliere questo pezzo al karaoke vi accorgereste di quanto sia arduo stare dietro a quella linea vocale che disegna evoluzioni tutt’altro che banali.
Ma c’è di più: oltre a melodia e arrangiamento, anche le parole di Virtual Insanity hanno ben poco a che fare con i tipici testi da top 10. “Lasciate che vi racconti qualcosa del mondo in cui viviamo oggi”, esordisce Jason prima di snocciolare una serie di disgrazie a sfondo ecologico. “È un miracolo che l’uomo riesca ancora a mangiare” è un probabile riferimento al morbo della mucca pazza, visto che proprio in quel periodo si scopre che gli esseri umani possono contrarre la malattia. Ma forse anche all’allevamento intensivo: “Le cose grandi che dovrebbero essere piccole” sembra un ammiccamento agli ormoni della crescita somministrati agli animali. La frasi “Adesso ogni madre può scegliere il colore del proprio figlio” e “È assurdo sintetizzare un altro ceppo” si riferiscono invece alla sconvolgente prospettiva della manipolazione genetica, argomento che di lì a qualche mese s’impadronirà delle prime pagine dei giornali grazie alla clonazione della pecora Dolly. Jay Kai è convinto che il nostro egoismo renderà impossibile un’inversione di rotta (“And nothing’s gonna change the way we live / ‘Cause we can always take but never give”). Altro che realtà virtuale; il nostro attaccamento alla tecnologia ha generato quella che lui definisce una follia virtuale (“And now it’s virtual insanity / Forget your virtual reality”).[…] Quando Jason scrive Virtual Insanity, internet è ancora in fasce. I social network sono un miraggio, così come gli smartphone. Eppure, a giudicare dalla dilagante assuefazione a dispositivi sempre più potenti nati per connettere e finiti per diventare spesso un’inquietante causa di solitudine, sembra proprio che la sconfortante profezia di Jay si sia avverata”.

Gemma n° 1827

Alice nel paese delle meraviglie – Al di là dello specchio è il libro che costituisce la mia gemma ed è per me molto importante perché mentre ero in ospedale me l’ha portato una delle mie migliori amiche. Il fatto mi ha colpito molto perché si è ricordata di una cosa che io le avevo detto molto tempo fa, addirittura quando eravamo in seconda elementare: che il mio libro preferito da piccola era Alice nel paese delle meraviglie, il primo, mentre il secondo non ero ancora riuscito a leggerlo perché non lo trovavo. Il libro mi ricorda lei e il nostro legame”.

Ecco la gemma di S. (classe seconda). Mi piace ricevere regali, ma mi piace molto anche farne. A volte capita di sapere benissimo cosa regalare, altre mi diverto a fermarmi e pensare quali regali fare: i più belli sono sempre quelli così, come il libro portato da S., quelli in cui il senso del regalo va oltre l’oggetto in sé, quelli in cui il vero regalo è quello che c’è dietro: l’amica che mi ha ascoltato quando eravamo piccole, si è portata dentro questa cosa e in un momento importante della vita l’ha tirata fuori. A giugno una classe quinta mi ha regalato un quadernetto (sapevano che mi piace appuntarmi molte cose) con tutte le firme. Ma ha fatto una cosa in più: nel risvolto di copertina ha nascosto una foto di Sheldon Cooper, il protagonista di Big Bang Theory, la serie che adoro. Eccoli i regali che non si scorderanno mai.

Gemma n° 1826

“Ho deciso di portare due canzoni che ricordano un periodo felice che vivo con nostalgia: in quel periodo le ascoltavo molto. Si tratta di Lay all your love on me degli Abba e Dandelions di Ruth B”.

Scelta musicale anche per P. (classe seconda), qui tutta centrata sull’amore: il tema della gelosia nel primo caso, quello di uno stato di beatitudine amorosa nel secondo. Sulla gelosia la penso un po’ come Havelock Ellis: “Gelosia, quel drago che uccide l’amore con il pretesto di mantenerlo in vita”.

Gemma n° 1820

“Ho portato due foto: le abbiamo fatte molto a caso ma volevo portarle perché è il primo anno in cui mi sento veramente parte di un gruppo a livello di amicizie. Non che gli anni scorsi sia stata male, ma quest’anno mi sento molto più libera, in particolare per le persone presenti nelle foto”.

V. (classe quinta) ha messo insieme due valori che sono spesso al centro delle nostre attenzioni: la libertà e l’amicizia. Una sequenza tratta dalla serie tv Felicity: due amiche hanno appena terminato di discutere, si avvicina un uomo e dice loro:

“Se ho capito bene, ragazze, e ho la certezza d’aver capito bene, voi due vi siete incontrate quando eravate terribilmente sole, e forse anche un po’ disperate, e avevate entrambe bisogno di amicizia. Ciascuna di voi due ha subito deciso che l’altra era la sua migliore amica, ma era un po’ troppo presto, non credete? Perché quello che c’era tra di voi non era una grande amicizia! Io ho avuto un migliore amico per sessantatre anni. Siamo stati ragazzi insieme, abbiamo fatto la guerra insieme. Sessantatre anni. La verità è che non si trova un migliore amico: migliore amico si diventa! Non accade in un incontro, in un anno o due. L’amicizia è paragonabile a una scatola, e se quello che ci mettete dentro è prezioso, durerà! Giudicare la vostra amicizia dopo solo un anno, anche se sono accaduti tanti fatti, è come giudicare un film prima di aver visto il secondo tempo. In conclusione, non credo che voi due foste grandi amiche.”
E aggiunge: “Sono due le cose che possono accadere: o col tempo riuscirete a diventare quello che vi illudevate soltanto di essere, oppure diventerete un ricordo che pian piano, purtroppo, svanirà nel nulla.”

Gemma n° 1819

Ha lasciato che il suo iPad si caricasse per tutta l’ora e alla fine M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.

“Ho deciso di portare come gemma il mio anno all’estero e in particolare le persone che porto nel mio cuore. Ho avuto modo di conoscere molte persone e di stringere rapporti davvero importanti. Ciò mi sta molto a cuore: ho avuto solo 10 mesi di tempo per conoscere e stare con queste persone e quindi abbiamo cercato di approfittare di ogni momento. Tornata in Italia ho sentito molto la mancanza di tutto questo. Ho portato alcune foto. Emerge in particolare il rapporto con la mia compagna di stanza: è arrivata nella mia famiglia perché la sua era un disastro e siamo finite in quarantena, chiuse dentro la nostra camera in quanto le uniche della casa negative. Siamo molto diverse e abbiamo litigato tanto tanto tanto, ma ora siamo molto unite. Vi sono poi altre amiche molto importanti con le quali ho condiviso tanti viaggi e tante esperienze; quando penso all’Inghilterra ormai penso a loro e ai momenti vissuti insieme. Abbiamo anche deciso di tornarci insieme per una settimana.”

M. ha descritto un viaggio sostanzialmente durato 10 mesi e che non si è concluso al suo ritorno, perché, terminato quello fisico, per lei è iniziato un altro viaggio. Lo si può comprendere attraverso una canzone dei Negrita di più di 15 anni fa, Rotolando verso sud, le cui prime parole dicono: “Ogni nome è un uomo ed ogni uomo è solo quello che scoprirà inseguendo le distanze dentro sé. Quante deviazioni, quali direzioni e quali no? prima di restare in equilibrio per un po’… Sogno un viaggio morbido, dentro al mio spirito e vado via, vado via, mi vida così sia”. Il viaggio qui è dichiaratamente metaforico, è quel percorso compreso tra una distanza e l’altra presente all’interno di ogni uomo, è quello spazio che sta tra un momento di equilibrio e l’altro. E’ una condizione tipica dell’uomo, non vi si può sottrarre, è la vita stessa. Rinunciare al viaggio è rinunciare a vivere: “mi vida così sia”.

Gemma n° 1818

“La mia gemma ce l’ho al collo ogni giorno: è un portafortuna, un coniglio con all’interno dell’ambra. Lo considero un oggetto molto importante: l’ho preso in Polonia, terra a cui sono molto legata, e rappresenta l’unico animale domestico che ho e, penso, avrò nella mia vita. Da piccola lo desideravo tanto e alla fine il sogno si è realizzato grazie a una persona molto significativa per me (è lei che mi ha preso sia il coniglio che il ciondolo). L’abbiamo cercato a lungo per le bancarelle di Cracovia e il fatto che questa persona abbia perso del tempo per rendermi felice dà molto valore a questo oggetto”.

Ecco la gemma di K. (classe quinta). Bene, ora immaginate di essere in giro con lei, ma non lungo le strade della meridionale Cracovia, bensì lungo la costa settentrionale della Polonia bagnata dalle acque del Baltico. E fatevi prendere per mano da questa leggenda sull’ambra che ho trovato in rete:
“Quando regnava ancora Perkunas dio del Tuono, nel fondo del Mar Baltico sorgeva il palazzo d’ambra di cui Jurate, la più bella tra tutte le dee era la regina.
Un giorno il giovane Kastytis, eccellente pescatore, decise di buttare le proprie reti alla foce del fiume Sventoji catturando così tutti i pesci che provavano a raggiungere il mare.
La notizia giunse al palazzo della regina, che preoccupata dalla situazione inviò le sue fedeli sirene a parlare con il giovane pescatore per convincerlo a ritirare le proprie trappole. Arrivate sul luogo di pesca accusarono Kastytis di impoverire la fauna del mare, ma lo scaltro pescatore si discolpò affermando di stare semplicemente lavando le reti nell’acqua e che i pesci ci si incagliavano senza il suo volere. Le sirene spiazzate dalla risposta tornarono al castello informando Jurate, che furiosa decise di andare a parlare di persona con il disobbediente Kastytis.
Al primo sguardo i due si innamorarono l’uno dell’altra e decisero di andare a vivere insieme nel palazzo d’ambra della dea ma il loro amore durò ben poco. Perkunas dio del tuono e padre di tutti gli dei aveva promesso Jurate in sposa a Patrimpas dio dell’acqua e quando vide i due innamorati andò su tutte le furie. In preda alla collera scagliò una freccia verso il palazzo che venne frantumato in migliaia di piccoli pezzettini d’ambra.
Il giovane morì nell’impatto, mentre la dea fu punita per la sua negligenza. Venne incatenata ad una roccia sul fondo del mare dove ancora oggi piange per il sua amore perduto, alcune volte il pianto si fa così straziante che le onde del mare, generalmente fredde e calme non riescono a trattenersi e infuriano anche loro. Le onde smuovono i pezzetti d’ambra del vecchio palazzo sedimentati sul fondo marino e li trasportano fino alla riva. Così che i pezzetti più grossi appaiono sulla sabbia. Sono le lacrime della regina: pure e limpide, com’era l’amore tra Jurate e Kastytis.”

Gemma n° 1817

L. (classe quinta) ha acceso il suo iPad e ha proiettato due foto: “Sono due foto con mia mamma perché la mia gemma è il nostro rapporto. Fino a poco tempo fa spesso facevo le cose senza dirle niente e quando veniva fuori che magari ero uscita litigavamo sempre; non capivo di sbagliare, me la prendevo sempre con lei e pensavo fosse cattiva. Col tempo sono cambiata e ora ho un bellissimo rapporto con lei, parliamo di tutto e non mi sento imbarazzata su niente perché mi sento a mio agio. Usciamo spesso anche da sole senza il resto della famiglia e talvolta ci scambiano per sorelle e per me lei non è solo una mamma ma anche un’amica; anche in casa, quando combiniamo qualcosa, siamo complici”.

Devo dire che in questi anni sono più frequenti le gemme d’amore nei confronti dei nonni rispetto a quelle nei confronti dei genitori, anche se comunque più frequenti rispetto al passato. Il poeta bengalese Rabindranath Tagore scriveva: “Il bambino chiama la mamma e domanda: “Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?”. La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino: “Eri un desiderio dentro al cuore”.” Ecco, quel de-siderio, quella mancanza di una stella (de-, distanza e – sidera, stelle) che dia senso al tuo cielo, è ciò che fa sì che quella relazione sia così forte, quell’amore così totale.

Gemma n° 1813

“Ero molto indecisa sulla gemma da portare, avrei voluto portare delle foto della mia estate o degli ultimi anni con i miei amici, ma avrei sempre percepito di lasciar fuori qualcosa e quindi ho deciso di parlare di qualcosa di me di più profondo e che magari è più del mio passato che del mio presente, anche se si ripercuote pure nel presente. La canzone che mi ha portato a questa riflessione parla di accettazione sociale ed è dei Pinguini Tattici Nucleari:

Quando l’ho ascoltata la prima volta ho pensato: Oddio, ma parla di me! Da piccola ho avuto delle amiche con cui stare, ma ho sempre percepito di non poter far parte di un gruppo più grande: vedevo tante persone che riuscivano a stare sempre bene con tutti, mentre io, pur avendo questa volontà di voler star bene con le persone che incontro, non riuscivo mai a sentirmi totalmente accettata da un gruppo. Alle elementari le femmine giocavano solo con le bambole e io giocavo ai videogiochi, allora mi avvicinavo ai maschi però a loro non piaceva ciò a cui giocavo io e mi prendevano in giro perché ero suscettibile ed ero sempre la sfigatella incapace a fare qualsiasi cosa nonostante cercassi di mostrarmi forte. Ho sempre avuto molta paura dei giudizi, soprattutto alle media dove sono stata bullizzata dalle compagne di classe e, come dice la canzone, “io ingenua cadevo ma ero comunque contenta da morire (chiudevo un occhio su come mi trattavano gli altri) o da morirci (perché in fondo mi faceva male)”. Non capivo che il mare era pieno di pesci e che in futuro avrei trovato delle persone con cui stare veramente bene; a quel tempo per me al mare non si sciava, mentre vi si può sciare in altro modo. Una cosa che mi sorridere è che al cantante dicevano che sciare non faceva per lui e di andare a giocare a basket; io mi ostinavo a cercare di giocare a basket e mi dicevano di andare a sciare. Tuttora ho alcune paure di non essere accettata ma le sto affrontando: sono uscita dall’utopia che avevo da piccola di poter star bene con tutti e riesco ad adattarmi senza negare me stessa.”

Mi ha suscitato molti pensieri la gemma di A. (classe quarta). Su tutti questi pensieri sono emersi quelli legati a delle parole che, talvolta, da insegnante, mi sento in dovere di dire a qualche studente e genitore: “state valutando se questa scuola sia la scelta giusta?”. Si tratta di una domanda delicata perché può andare a toccare dei vissuti, dei pregressi, può andare a suscitare dei “te l’avevo detto” o “ecco, siete contenti?”. Insomma, può innescare delle dinamiche potenzialmente esplosive che invece hanno bisogno di venire alla luce per essere curate per il bene di quello studente. E’ una domanda che non presuppone un fallimento ma una valutazione. Che senso ha investire infinite risorse, molteplici ore di lavoro, numerosissime gocce di sudore per quella che è la strada sbagliata? Ho fatto un anno e mezzo di scienze geologiche prima di capire che non era la via giusta per me; aver cambiato mi ha regalato la felicità… Lo so che la gemma di A. parla di sentirsi o meno accettati dagli altri, ma passa inevitabilmente prima per il sentirsi o meno accettati da se stessi.

Gemma n° 1799

Fonte immagine

Quella di L. (classe quinta) è stata una gemma composita, fatta di una presentazione con delle fotografie dei suoi luoghi del cuore. Ovviamente, per questioni di privacy, non metterò foto e taglierò vari riferimenti personali facendone una sintesi (la gemma è durata più di 10 minuti).

“Ho portato la piazza del mio paese, a cui sono legata per le attività che qui facciamo con la Parrocchia e perché è uno dei luoghi dell’infanzia. Ho portato la mia scuola in cui ho passato degli anni belli e ci sono affezionata. Ho portato il luogo in cui si svolgono tutte le attività dell’oratorio, le riunioni per i campi estivi. Ho portato una casa abbandonata che mi attira da sempre: un giorno mi piacerebbe entrarci. Ho portato il parco in cui mia mamma ci portava da piccoli: dice che abbiamo passato più tempo lì che a casa. Ho portato la foto di una festa paesana perché vivo in un paese in cui si sente forte il senso della comunità: ogni volta che c’è bisogno di qualcosa c’è sempre qualcuno disponibile ad aiutarti. Ho portato Lignano: le vacanze con gli amici, il relax di giugno quando è finita la scuola. Ho portato il paese in cui facciamo i campeggi estivi in montagna: il contatto con la natura e l’assenza degli smartphone permettono di connettere con gli altri a livello ancora più profondo. Ho portato Roma perché ci vivono gli unici parenti che ho in Italia: ogni volta che ci vado mi stupisce un sacco. Ho portato il paesino da cui viene mia mamma, piccolo e sperduto a nord dell’Albania: vi abitano ancora la nonna e la zia e ogni estate ci ritroviamo lì insieme ai cugini divertendoci tanto. Lì vicino passa anche un fiume dove andavamo nelle giornate più calde per tuffarci da un vecchio tronco. Amo poi il giardino della nonna in cui giochiamo, facciamo le grigliate e i picnic. Ho portato il paesino da cui viene mio papà, nel sud dell’Albania, una località di mare praticamente non toccata dal turismo di massa: l’acqua è cristallina e trasparente, c’è un’unica strada sterrata e un solo supermercato e la vegetazione mediterranea la fa da padrona sulle poche costruzioni.”

La scrittrice neozelandese Katherine Mansfield dice “Com’è difficile staccarsi dai luoghi. Per quanta attenzione facciamo, ci trattengono. E lasciamo pezzetti di noi stessi sui paletti delle staccionate, piccoli stracci e brandelli della nostra vita”. A me piace. Piace non staccarmi dai luoghi, piace proprio restarvi avvinto, piace che un posto mi trattenga e non mi lasci andare via. E piace trovare su quei paletti delle staccionate i piccoli stracci e i brandelli delle vite degli altri. D’ora in poi, quando passerò per la piazza del paese di L. o nel paesino dove L. fa i campi scuola, penserò a L. e al suo amore per quei luoghi. E credo sia bellissimo.

Gemma n° 1784

“La canzone che ho scelto è Someone like you di Adele. Questa canzone mi fa ricordare quel periodo che per molti è stato di intralcio ma per me è uno dei ricordi più belli che ho. In quel periodo non si poteva uscire dai confini del proprio paese se non per lavoro, fare la spesa o per esigenze di salute. Per me non è stato un grosso problema non vedere i miei amici di scuola, che abitavano in un paese diverso dal mio, perché  in qualche modo ogni tanto riuscivamo a vederci, anche se di rado. Data la scarsa presenza dei miei amici a casa mi sarei annoiata tutto il giorno, visto che non avrei avuto voglia di fare compiti tutto il giorno, per tutte le settimane, per tutti i mesi di DAD. Ma non mi sono annoiata, anzi, sono stata quasi sempre in compagnia; infatti quasi tutti i giorni uscivo con i miei vicini, che hanno rispettivamente 2 e 1 anno meno di me, ma ogni tanto c’erano altre persone del mio paese, che conoscevo già. Durante quei lunghi mesi di DAD abbiamo fatto moltissime cose: giocato a calcio, sradicato il boschetto, siamo stati in bici, siamo quasi stati denunciati dal proprietario del boschetto, e ci siamo divertiti molto. Con mio fratello non andava molto bene, litigavamo troppo spesso, ma quel periodo ci ha aiutato a riappacificarci. Finita la quarantena ognuno ha preso strade diverse: mio fratello ha continuato ad uscire con i suoi amici e i miei vicini ora sono in 2^, e 3^ media. La DAD non mi ha affatto aiutato per quanto riguarda la scuola, infatti preferivo e preferisco tutt’ ora la scuola in presenza. I miei voti non erano altissimi, anzi, piuttosto bassi”.

Questa è stata la gemma di S. (classe prima). Sto leggendo Cedi la strada agli alberi, un libro di poesie di Franco Arminio e mi sono imbattuto in questa:

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro, vai a fargli visita prima di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

Sono alcune delle cose che vorrei portarmi dietro anche quando tutta questa emergenza sarà finita.

Gemma n° 1783

“Ho deciso di portare un piatto perché il mio terzo compleanno l’ho passato a Edimburgo con mamma, nonna e zii, mentre il nonno non è potuto venire e mi ha scritto questo piatto. Lo conservo ancora perché purtroppo lui non c’è più e rimane qualcosa di lui, che lui mi ha scritto”.

Questa è stata la gemma di A. (classe prima). Riprendo anche qui una frase sentita molte volte ma che anche la rete non attribuisce a nessuno: “I nonni ti vedono crescere, sapendo che ti lasceranno prima degli altri. Forse è per questo che ti amano più di tutti.” Non mi convince quel “più di tutti” perché non credo ad una gradualità in amore, ma colgo il senso di un affetto profondo.

Allargare il cuore

Fonte Il resto del Carlino

Sabato 13 novembre sarà  la giornata della gentilezza. “Voglio che tutti voi siate coraggiosi nel praticare la ‘piccola gentilezza’, creando così un’ondata di gentilezza che un giorno investirà tutta la società giapponese”. E’ il marzo del 1963 e il rettore dell’Università di Tokyo Seiji Kaya pronuncia queste parole all’interno del discorso d’addio agli studenti il giorno della laurea. Da lì partirà il Movimento Piccola Gentilezza che porterà alla creazione di questa giornata. Una decina di giorni fa, Riccardo Maccioni scriveva così su Avvenire: “Da un po’ di tempo le panchine sono diventate uno strumento di denuncia. Vengono colorate di arcobaleno contro l’omofobia, di rosso per dire no alla violenza sulle donne e, adesso, anche di viola, a reclamizzare la gentilezza, quella vera, intesa come habitus di vita. Non il manierismo affettato o il semplice gusto delle buone maniere, ma la cultura delle relazioni, il riconoscimento che l’altro è un valore. A questo scopo nascono associazioni, assessorati, corsi universitari, studi di psicologia secondo cui essere gentili fa stare meglio. Il presupposto di una rivoluzione, che rovescia il credo nell’aggressività come strumento di persuasione, nella durezza verbale come autodifesa. In realtà è forte chi sembra debole. Lo dice benissimo il Papa nella “Fratelli tutti”: «La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici». Non il gusto per il quieto vivere dunque ma il coraggio di guardare oltre noi stessi, di allargare il cuore a chi ci sta davanti, consapevoli della sua e nostra fragilità. Significa cura del tempo, è tenere in mano le redini della propria vita, senza bisogno di urlare e sgomitare per dire chi siamo”.

Gemma n° 1780

“Questi siamo io e mio papà, non ricordo quanti anni fa, e qui sono con mia mamma sopra la cupola del Duomo di Firenze: con entrambi ho un rapporto di amore e odio come penso in tutte le famiglie anche se su ognuno ha un effetto diverso. Io ho sempre voluto, metaforicamente, cercare delle mele da un pero; ultimamente, lavorando su me stessa, ho capito che non posso ottenere quello che una persona non è in grado di darmi ma prendere quello che può darmi e magari livellarlo e farlo diventare una mela. Per me è sempre molto difficile parlare della mia famiglia, dei miei trascorsi, però come gemma mi sento di condividere un’esperienza che può essere positiva ma anche estenuante in base a come la si vive per far capire che non dipende da quello che tu sei ma da come tu guardi le cose: in base a quello che tu hai bisogno per te stesso puoi vedere le cose in un certo modo, è una scelta che fa ognuno.
In quest’altra foto sono insieme al cavallo che sto accudendo da sola; lui si è fatto male al posteriore sinistro e quindi non viene utilizzato per fare le lezioni. E’ stata la mia prima responsabilità da persona quasi adulta; sono abbastanza orgogliosa del percorso che sto facendo perché sembrava molto facile vedere gli altri fare, banalmente, il giro alla lunghina lunga, anche semplicemente medicare la ferita è stata abbastanza intrepida come sfida, ma è gratificante vedere i risultati che si ottengono quando si fatica per guadagnarsi qualcosa. Sono andati via tre mesi d’estate ma è una rinuncia che rifarei: con l’impegno si possono raggiungere i traguardi che uno si prefissa.
Poi una foto di mia cugina, tre anni, un terremoto di bambina: ultimamente la vedo pochissimo perché ha cominciato l’asilo. Le poche volte che ci vediamo, in particolare il sabato sera a cena dai nonni, lei si appiccica a me come una cozza. Mi manca il suo rompermi le scatole, il pretendere che giochi continuamente con lei a far finta di preparare il tea. Mi piacerebbe molto vederla più spesso.
Infine la foto di G. con uno dei miei due gatti: è una foto emblematica, il sunto di un intero pomeriggio. Sono la mia migliore amica e la mia fonte di affetto gattile.”

Uno dei più grandi fotografi al mondo, ormai scomparso da decenni, è sicuramente Ansel Adams. A lui è attribuita questa frase: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Ecco, penso che nella breve carrellata di foto proposte da A. (classe quinta) ci fosse un po’ tutto questo.

Un orecchio bambino

Mariasole ha poco più di 19 mesi: è una spugna in grado di assorbire qualsiasi cosa, dai gesti alle parole, dalla musica ai silenzi. Sara ed io a volte dobbiamo usare giri di parole o sinimi perché appena capta qualche nostra intenzione la tramuta subito in azione: “andiamo a fare un giro in bici?” diventa “ti va di fare una pedalata?”, “andiamo al mare?” diventa “capatina al piccolo oceano?” (Lignano, Grado, spiaggia, sabbia, ruote, raggi, sellino, seggiolino… sono tutti termini che fan già parte del suo vocabolario, per cui inutilizzabili in questi casi). Sfogliando uno dei suoi libri mi sono imbattuto in una filastrocca di Gianni Rodari che avevo letto tanti anni fa e che purtroppo avevo dimenticato. Eccola, si intitola “Un signore maturo con un orecchio acerbo”:

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.

Non era tanto giovane, anzi, era maturato
tutto, tranne l’orecchio, che acerbo era restato.

Cambiai subito posto per essergli vicino
e potermi studiare il fenomeno per benino.

Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età
di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?

Rispose gentilmente: – Dica pure che sono vecchio,
di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.

È un orecchio bambino, mi serve per capire
le voci che i grandi non stanno mai a sentire:

ascolto quello che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,

capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose…

Così disse il signore con un orecchio acerbo
quel giorno, sul diretto Capranica-Viterbo.

Ho trovato così il proposito per questo nuovo anno scolastico che si avvicina a passo sostenuto: avere un orecchio bambino, “per capire le voci che i grandi non stanno mai a sentire” e “ i bambini quando dicono cose che a un orecchio maturo sembrano misteriose”. Per farlo penso sia necessaria una cosa che avevo scritto tempo fa come commento alla foto che c’è in apertura di questo post. L’avevo scritta in friulano, la lingua che parla il mio cuore quando scende a fondo a dialogare con la mente. La riporto qui con la traduzione. “La cjalade smaraveade di un frutin cuant che un grant lu cjape tal braç: un gnûf mont gi si mostre, une gnove prospetive, un gnûf pont di viste, lis stessis robis somein diviersis… Par provâ chestis sensazions il grant al à di fâsi piçul, frutin; il cjâf al à di tornâ plui dongje de tiere”. “Lo sguardo stupito di un bimbo quando un adulto lo prende in braccio: un nuovo mondo gli appare, nuove prospettive, nuovi punti di vista, le stesse cose paiono diverse. Per vivere queste sensazioni il grande deve farsi piccolo, bimbo; la testa deve tornare più vicina alla terra”.

Voglia di semplicità, di essenzialità…

Scrolling on the river

Fonte della foto 

Emanuela Zaccone è Digital Entrepreneur, Co-founder e Social Media Strategist di TOK.tv. Ha oltre 7 anni di esperienza come consulente e docente in ambito Social Media Analysis e Strategy per grandi aziende, startup e università. Nel 2011 ha completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media Marketing e SocialTV. Oggi ho letto un suo articolo su Digitalic; l’ho trovato semplice e ricco di spunti, originale nel titolo oliverstoniano Natural born mobile.

Natural born mobile: tutta la nostra esperienza mobile passa dai device mobili, che contribuiscono per il 90% al traffico verso i social media. Controlliamo i nostri smartphone per tutto il giorno, per 220 minuti al giorno ad essere esatti. Ma la responsabilità di come i social influiscono sulle nostre vite è solo nostra.
Il 50% delle persone controlla il proprio smartphone subito dopo essersi svegliata, prima ancora di scendere dal letto e uno su tre utenti controlla il telefono anche durante la notte.
Lo scrolling è diventato una delle azioni più frequenti che compiamo in maniera ormai quasi inconsapevole, mentre proporzionalmente all’aumentare di tanti stimoli diminuisce la nostra capacità di attenzione. Se già nel 2000 riuscivamo a mantenere il focus per appena 12 secondi, nel 2015 siamo scesi a 8, un secondo meno della concentrazione di cui è capace un pesce rosso. Gli psicologi hanno addirittura coniato un termine – ringxiety – per la sensazione, riscontrata in un numero statisticamente significativo di persone, di sentire suonare il proprio smartphone anche quando questo di fatto è spento.
È un riflesso incondizionato, in parte dovuto al Fomo – Fear of Missing Out, cioè il timore di perdersi qualcosa e quindi l’esigenza costante di controllare email, social media e piattaforme su cui siamo presenti.
Torna prepotente un tema chiave della riflessione tecnologica di oggi: questi strumenti ci rendono peggiori o comunque peggiorano la nostra esperienza quotidiana? È una domanda errata: gli strumenti si limitano ad essere tali, è l’uso che ne facciamo a decretarne la loro influenza all’interno delle nostre vite. Tutto il resto è solo alibi, un tentativo di deresponsabilzzarci come utenti, ma anche e soprattutto come persone.
Facebook Live, la piattaforma di streaming che consente a chiunque di mostrare cosa sta succedendo intorno a sé in diretta, è una delle feature più usate ed apprezzate del social network. Eppure ha fatto parlare di sé più volte per motivi non positivi, come il fermo di polizia che lo scorso luglio è sfociato in omicidio ed è stato trasmesso live, prima volta nella storia del social media di Zuckerberg. Ad aprile 2017 Facebook Live è stato usato per minacciare e quindi compiere, mostrandolo, un omicidio a Cleveland. Facebook per contro ha reagito annunciando che aumenterà il numero di persone delegate a monitorare l’integrità dei contenuti. Probabilmente non si sarebbe potuto evitare, ma sarebbe stato possibile fare rimuovere il video in tempi più brevi se solo fosse stato segnalato immediatamente.
Ancora una volta entra dunque in gioco il vero fattore chiave della nostra riflessione: quello umano. Perché non c’è stato un numero di segnalazioni alto – quantomeno proporzionale all’indignazione poi letta sul social network – non appena il video è andato live? Abbiamo un potere elevatissimo nel palmo delle nostre mani: possiamo prenotare vacanze, pagare praticamente qualunque bene e servizio, mostrare in diretta la realtà che ci circonda, guardare film e serie TV, comunicare con il mondo, giocare e molto altro. Ogni nuova azione a cui siamo abilitati implica una maggiore responsabilizzazione: è facile delegare ai social media, ai creatori delle app che usiamo e in generale a chi crea le piattaforme che utilizziamo la totale responsabilità di come queste vengono adoperate, ma è compito di ciascuno di noi creare un ambiente positivo nella consapevolezza che interconnessione significa anche rispetto reciproco. Non solo, ma anche rispetto per se stessi: dominare il volume di eventuale disturbo che riceviamo dai nostri telefoni è compito di ognuno. Semplicemente definire quante e quali notifiche ricevere, quando spegnere gli smartphone, quando e cosa raccontare sui nostri stream social sono decisioni personali che devono essere prese nel rispetto delle abitudini di ciascuno. Un’esperienza tracciabile e che lascia tracce: siamo produttori di dati, una miniera d’oro non solo per chi ci profila in base alle nostre azioni, ma anche per l’influenza che i nostri comportamenti – e la loro osservazione – hanno nel disegno futuro delle piattaforme con cui interagiamo. I nostri schermi sono porte. Verso le nostre abitudini, interessi, scelte, connessioni. Viaggiamo attraverso esperienze quotidiane di (inter)connessione, senza sosta. Perché siamo naturalmente nati per il mobile.”

13

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

Il selfie di Narciso

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Narciso, Caravaggio, 1594-1596

In questa epoca selfiesta ritengo molto interessante questa riflessione di Pier Davide Guenzi su Il Regno.
Ogni epoca ha il suo mito di riferimento. C’è stato un tempo, ancora nel recente passato, in cui l’immaginazione andava spontaneamente a Prometeo, l’eroe ardimentoso che introduce la civiltà della tecnica tra gli uomini, rubando il fuoco agli dei, facendo uscire dalle caverne coloro che giacevano oziosi in vuota attesa della morte, istituendo la possibilità di curare la malattia e organizzando la vita sociale.
Certo eroe punito dal cielo, ma “felix culpa” quella di Prometeo. Il suo vedere oltre (è questa l’etimologia del suo nome) allude alle possibilità di progresso dell’umanità e all’uomo che assume in prima persona il peso delle sue decisioni orientando il proprio futuro.
Oggi l’eroe (inconsapevole) è piuttosto Narciso. Al modello della progettualità incarnata nell’ideale dell’uomo maturo e adulto succede così, come vincente e convincente, il profilo adolescenziale dell’io in perenne ricerca di conferme su di sé. L’auspicio per una vita bella, piena di fascino, interessante finisce per esporre con maggiore facilità di un tempo l’individuo ai meccanismi ansiogeni e alle patologie depressive.
La ricetta ampiamente divulgata individua i canoni di una vita riuscita nella possibilità di moltiplicare le esperienze e con esse gli esperimenti su di sé, pensati come successione indefinita di momenti di vita ad alto tenore emotivo. Il supporto antropologico a questa ricerca esperienziale risiede nella dilatazione del desiderio in uno spazio, tuttavia, che resta interno all’io e che, nella relazione inter-personale, attira l’interesse per l’altro nel circuito del proprio sé.
La conferma spasmodica su di sé contribuisce a rafforzare, mettendola continuamente in circolo, non la propria identità, ma il proprio simulacro riflesso e la propria precarietà. Così nell’interpretazione del Narciso di Caravaggio del 1599, opera pittorica attualmente conservata a Palazzo Corsini di Roma, nella quale l’impostazione della tela consente al pittore di creare un perfetto doppio tra realtà e immagine riflessa sul pelo dell’acqua, i cui colori sono solo un poco attenuati.
Si crea una perfetta circolarità nella quale la percezione di sé da parte di Narciso ruota attorno a sé. Non ha un punto di riferimento “altro”, da cui è riconosciuto e che può riconoscere oltre a sé. In questa posizione è “costretto a riconoscersi”, ma in tale operazione emerge tutto il suo dramma, perché tale riconoscimento resta incomunicabile.
Lo specchio dell’acqua è lo strumento di un inganno possibile, che si cela dentro la manifestazione di sé: «Fa vedere, ma a patto di rovesciare l’immagine, è dunque strumento di conoscenza di ciò che altrimenti resterebbe invisibile, ma anche fonte di illusione, in quanto propone come reale ciò che è soltanto un’immagine riflessa» (U. Curi).
Tale incomunicabilità è resa ancora più acuminata dall’intreccio tra la vicenda di Narciso e quella della ninfa Eco, ambedue presenti nell’antico mito. Entrambi sono destinati a non ritrovare sé stessi aprendosi all’alterità. Restano imprigionati dal campo ristretto del proprio sé. Narciso resterà eternamente riflesso sull’acqua, fissandosi sulla propria immagine, senza vedere altro che sé.
Eco, protesa con la sua voce verso l’altro, si riduce a un riflesso sonoro che ritorna su di sé e non è raccolto da nessuno. Il doppio mito, ricorda ancora Curi, rivela come «l’incontro fra la piena, compiuta, totale identità, incapace di aprirsi all’alterità (Narciso), e la totale alterità, priva di ogni autonoma identità (Eco), si traduce nell’impossibilità di ogni comunicazione».
Saprà Narciso incontrare Prometeo? Sapendo che la cura di sé non può essere disgiunta dalla capacità di decidere l’esistenza, assumendosene responsabilmente i pericoli. Sapendo che il benessere e la protezione di sé non rappresentano per intero le potenzialità umane. Sapendo che occorre il rischio di comunicare, di condividere con l’altro/altra e gli altri, per compartecipare il dono di esserci e rendere più abitabile il mondo.
Se solo il Narciso di Caravaggio abbandonasse per un attimo il fascino magnetico della propria immagine e allargasse il suo orizzonte, potrebbe affrontare la sfida: essere se stesso, mai senza l’altro.”