“Ho portato questa canzone perché “The script” sono la mia band preferita, e questo brano mi piace in particolare. Sono poco conosciuti, ma io penso che siano veramente bravi”. Questa la presentazione della gemma da parte di M. (classe quarta). Ho cercato in rete la traduzione del brano e penso valga la pena riportarla perché sotto la gemma di M. c’è altro, scende una lacrima dai miei occhi e le mando un abbraccio:
“Se potessi vedermi ora, se potessi vedermi ora Era il 14 febbraio, San Valentino, arrivarono le rose, ma ti portarono via Tatuato sul mio braccio c’è un amuleto per disarmare il male Devo rimanere calmo, ma la verità è che te ne sei andato E non avrò mai l’opportunità di farti sentire queste canzoni Papà, dovresti vedere tutti i tour che faccio! Ti vedo vicino alla mamma, cantate insieme, sotto braccio E ci sono giorni in cui perdo la fede Perché quell’uomo non era buono, era grandioso Mi diceva “La musica è il rifugio per il dolore” e mi spiegava, benché fossi giovane mi diceva “Prendi quella rabbia, scrivila su un foglio, porta il foglio sul palco e fai saltare il tetto!” Sto provando a renderti orgoglioso facendo tutto quello che hai fatto tu Spero che tu sia lassù con Dio dicendo “Quello laggiù è il mio ragazzo!” Cerco ancora il tuo volto tra la folla oh se solo potessi vedermi ora Ti vergogneresti di me, o mi faresti un inchino, oh se solo potessi vedermi ora Se poteste vedermi ora mi riconoscereste? Mi dareste delle pacche sulla schiena o mi critichereste? Seguireste tutti i solchi del mio viso provocati dalle lacrime Mettereste la mano sul mio cuore che è freddo sin dal giorno in cui vi hanno portati via da me Lo so che ne è passato di tempo ma vorrei sentirvi dire che bevo e fumo troppo ma se non potete vedermi ora questa merda è una routine Mi dicevate che non avrei riconosciuto un vento prima che mi avesse colpito e che avrei conosciuto il vero amore solo se avessi amato e l’avessi perso. Se tu hai perso una sorella, qualcuno ha perso una madre e se hai perso un padre, qualcuno ha perso un figlio E mancano, mancano tutti Se avete un secondo per guardarmi da lassù, mamma, papà, mi mancate Cerco ancora il tuo volto tra la folla oh se solo potessi vedermi ora Ti vergogneresti di me, o mi faresti un inchino oh se solo potessi vedermi ora Mi chiameresti un santo o un peccatore? Mi amereste comunque se fossi un perdente o un vincitore? Ogni qual volta che mi guardo allo specchio Ci assomigliamo così tanto, e la cosa mi fa venire i brividi”
Questa gemma, insieme alla precedente e alle prossime due, sembra formare un poker sullo stesso tema; il bello è che la cosa è assolutamente casuale. F. (classe terza) ha presentato la sua affermando che “questa canzone insegna a combattere senza mai arrendersi, anche nei momenti più difficili della vita, sia per se stessi che per chi si ama”. Un giorno tornerò sulla canzone che cito qui… ora non mi soffermo. La considero un capolavoro di Vinicio Capossela. La cura, la protezione, la lotta.
“Non dormo, ho gli occhi aperti per te. Guardo fuori e guardo intorno. Com’è gonfia la strada di polvere e vento nel viale del ritorno… Quando arrivi, quando verrai per me guarda l’angolo del cielo dov’è scritto il tuo nome, è scritto nel ferro nel cerchio di un anello… E ancora mi innamora e mi fa sospirare così. Adesso e per quando tornerà l’incanto. E se mi trovi stanco, e se mi trovi spento, sei meglio già venuto e non ho saputo tenerlo dentro me. I vecchi già lo sanno il perché, e anche gli alberghi tristi, che il troppo è per poco e non basta ancora ed è una volta sola. E ancora proteggi la grazia del mio cuore adesso e per quando tornerà l’incanto. L’incanto di te… di te vicino a me. Ho sassi nelle scarpe e polvere sul cuore, freddo nel sole e non bastan le parole. Mi spiace se ho peccato, mi spiace se ho sbagliato. Se non ci sono stato, se non sono tornato. Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore, adesso e per quando tornerà il tempo… Il tempo per partire, il tempo di restare, il tempo di lasciare, il tempo di abbracciare. In ricchezza e in fortuna, in pena e in povertà, nella gioia e nel clamore, nel lutto e nel dolore, nel freddo e nel sole, nel sonno e nell’amore. Ovunque proteggi la grazia del mio cuore. Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore. Ovunque proteggi, proteggimi nel male. Ovunque proteggi la grazie del tuo cuore.”
“Nonostante abbia pensato da un po’ a come fare la gemma, risulterà essere improvvisata. Ho scritto in corriera su quanto valga la pena lottare per chi amiamo. Nel libro «Il quadro mai dipinto» Massimo Bisotti scrive: «Siamo tutti universi danneggiati. Da qualcosa o qualcuno siamo stati danneggiati. Dal poco amore o dalle troppe paure, forse, o da chi ci ha promesso certezze scoppiate in volo come pezzi di vetro negli occhi. Le persone più incantevoli al mondo hanno sempre un vissuto complesso. Sono spesso le più difficili da amare ma anche quelle che sanno dare di più. Le persone incantevoli hanno vinto il disincanto e per vincere il disincanto ci vuole tanto coraggio, lo stesso che serve per i sentimenti. Io lo pensai anche di Vivien quando la conobbi. Pensai che per essere così incantevole doveva aver vinto molte volte il disincanto». Era da un po’ che riflettevo su questi temi sentendo molti che mi raccontano di persone che si lasciano per nulla e senza lottare. A questo punto desidero proporre questo video:
Ho fatto una riflessione su quanto valga la pena lottare per certi amori. Viviamo in una società dinamica, dove la ricchezza, i valori materiali, il benessere economico sono diventati più importanti della felicità individuale. Viviamo in un mondo che aiuta chi continua a rinunciare, piuttosto che chi cerca di combattere per i propri sogni. In questo mondo ho pensato a uno dei sentimenti umani più forti: l’amore. Vedo troppo spesso matrimoni ancora salvabili che finiscono, perché non si ha il coraggio di lottare. Vedo persone che si lasciano perché così è più semplice, perché così non si rischia di soffrire, ma queste sono soltanto futili giustificazioni. Preferisco le persone che rischiano, lottano e magari cadono. La mia riflessione vuole spronare le persone a lottare per quello che amano e soprattutto per chi amano, perché si vive una volta sola ma se lo fai bene una volta sola basta. Nel video i due protagonisti litigano, si dividono, poi rivedono i momenti belli e riescono a tornare insieme, non hanno rinunciato dopo il momento difficile Ancora nel libro: «La gente che se n’è andata se ne riandrà. Altrimenti non sarebbe andata via quando poteva restare. E’ che in amore non impariamo mai niente dall’esperienza, e come tutte le cose meravigliose da una parte questo ci salva e dall’altra ci annienta. Avresti dovuto affrontare solo il peso di spostare una sedia, sederti di fronte alla paura e vedere il mio corpo che ti amava, le nostre anime abbracciarsi smettendo di lottare, intrecciate in una per rimanere. E’ inutile illudersi, perso l’attimo niente è più uguale. La gente torna ma le cose non ritornano com’erano, la gente torna ma non si può tornare indietro per ripartire da un momento che è ormai svanito nel tempo». E più avanti: «Ci sono persone a cui sarai legato per tutta la vita da un filo invisibile e indistruttibile. Non importa se ci avete provato mille volte e mille volte è andata male. Non importa se avete litigato, se non vi siete capiti, se la vita vi ha diviso in più occasioni. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi siano gli ostacoli che il destino vi pone davanti, troverete sempre, sempre il modo di restare. Nonostante tutto. Perché siamo fatti per stare con pochi, e certi legami sfuggono alla corrosione del tempo.» A questo punto una scena di «Amori e altri rimedi», di cui mi interessa particolarmente l’ultima frase che viene detta.
Concludo con le due ultime citazioni dal libro: «Io di sedie vuote ne ho avuta piena la vita e non ne voglio più. Ma, credimi, la persona più importante per te sarà laggiù, seduta in un’ultima fila. Sarai tu che in mezzo a tanti occhi, con la forza del tuo sguardo, non perderai di vista i suoi e andrai a prenderla. E ad ogni passo farai la stessa scelta, fra mormorii, bisbigli, commenti e scommesse su quanto durerà. La porterai davanti alla tua vita per farla stendere di fianco alla tua anima. E lì dirai: “Che lo spettacolo abbia inizio adesso. Adesso che ci sei tu”». E «Magari è tardi ma se non fosse così… voglio solo dirti che io ci sarò, ci sarò sempre, un sempre che non mente e che non fa paura. Mi troverai, mi troverai ogni volta. Non importa con chi sarò, dove sarò, cosa starò facendo in quel momento. Non importa se avrò fatto un solo passo in avanti, oppure cento, oppure centomila ancora. Io ci sarò, custodirò il tuo essere speciale, proprio io che non credo negli angeli. Lo difenderò da questo mondo che distrugge. E per quanti passi avanti io abbia fatto, ne basterà sempre e solo uno indietro per raggiungerti. Questa è la mia promessa».” La gemma di D. (classe quinta) è molto ricca. Aggiungo una citazione di “Due destini”, canzone dei Tiromancino: “Ti ricordi i giorni chiari dell’estate quando parlavamo fra le passeggiate, stammi più vicino ora che ho paura perché in questa fretta tutto si consuma, mai non ti vorrei veder cambiare mai. Perché siamo due destini che si uniscono stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro superando quegli ostacoli se la vita ci confonde solo per cercare di essere migliori, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli. Ed è per questo che ti sto chiedendo di cercare sempre quelle cose vere che ci fanno stare bene, mai io non le perderei mai. Perché siamo due destini che si uniscono stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro superando quegli ostacoli che la vita non ci insegna solo per cercare di essere più veri, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli.”
“Ieri ho incontrato una persona che non vedevo da tanto, l’ho guardata negli occhi e da lì ho capito che gli stava andando tutto bene. Questo mi ha fatto pensare a quanto io dia molta importanza agli occhi e a quello che essi possono trasmettere. E riguardo a questo stamattina mi sono ricordata di un libro letto in seconda superiore: “Bianca come il latte rossa come il sangue” e ho trovato un pezzo sugli occhi.
“Ci sono due modi per guardare il volto di una persona. Uno è guardare gli occhi come parte del volto. L’altro è guardare gli occhi e basta, come se fossero il volto. È una di quelle cose che mettono paura quando le fai. Perché gli occhi sono la vita in miniatura. Bianchi intorno, come il nulla in cui galleggia la vita, l’iride colorata, come la varietà imprevedibile che la caratterizza, sino a tuffarsi nel nero della pupilla che tutto inghiotte, come un pozzo oscuro senza colore e senza fondo. Ed è lì che mi sono tuffato guardando Silvia in quel modo, nell’oceano profondo della sua vita, entrandoci dentro e lasciando entrare lei nella mia: gli occhi. Ma non ho retto lo sguardo. Invece Silvia sì.” Questa la gemma di G. (classe quinta). Amo guardare gli occhi di una persona, fotografarli; ma sono tranquillo solo se quegli occhi sono rivolti altrove. Altrimenti sono in imbarazzo, le distanze si fanno brevi e distolgo lo sguardo, a meno che il rapporto con quella persona non sia già intimo.
“Ho portato come gemma il ciondolino regalatomi da mia nonna, che è ammalata di tumore. Pur sentendola poco, la sento molto vicina; pur non avendo ricevuto molta speranza dai medici, lei mi ha insegnato quanto sia importante lottare. Mi dà forza e mi fa capire che tutti gli ostacoli si possono superare, o quanto meno relativizzare”. Con queste parole S. (classe seconda) ha presentato il proprio lavoro ai compagni di classe. Affermava Pier Paolo Pasolini: “La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.”
“Ho creato questo video per due ragioni: la prima è che si tratta della sigla finale dell’anime che mi ha cambiato la vita; la seconda è che si accenna a una situazione simile alla mia e a una forza che non penso riuscirò mai ad avere”. Questa la gemma di S. (classe terza). Mi soffermo sulla parte finale del testo: il cammino è fatto in solitudine, lo si ribadisce più volte, ma mi ha colpito la frase “mi stavano tutti aspettando”. Mi è venuta in mente una canzone che appartiene a tutt’altro genere e che appoggio qui come augurio e auspicio. In “Fuoritempo” Ligabue canta:
“C’era tanta gente che sembrava lì solo per me, tutti ai blocchi di partenza lo start chi lo dà?E poi… il cuore che bruciava e poi correvo come un matto, tutti gli altri eran davanti, cos’è che non va? Brutta storia dico corro corro e resto sempre in fondo, sono fuori allenamento oppure è allenato il mondo? Certa gente… riesce solo a dire… Sei fuoritempo, sei fuoritempo, sei come un debito scaduto, sei fuoritempo, sei quello che ci chiede sempre aiuto. Fu così che lasciai la gara e resto lì per andare con il passo mio: stan fischiando… stan fischiando va bene così. Per di qui per mesi e per chilometri finché qualcuno dice: “Tu dov’è che stai andando, che siam tutti qui?”. Io non vado da nessuna parte, io sto andando e basta, dicono che se mi beccano mi tagliano la cresta. Certa gente… pensa solo a dire… Sei fuoritempo, sei fuoritempo arrivi e parti troppo presto… fatti per correre … o per rallentare… C’è anche chi ha deciso di camminare al passo che gli pare”.
Ha fatto fatica C. (classe seconda) a presentare la propria gemma: “Non nascondo che in questo video non manchino le parolacce, ma la sua forza è più grande. Poco prima di vederlo (qualche giorno fa) mi era successa una cosa di cui non avevo parlato con nessuno. Poi ne ho parlato con mia madre che mi ha invitato a stringere i denti. Proprio per questo e per quello che viene detto alla fine del video ho deciso di mostrarlo”.
Alberto Pellai afferma: “In ogni storia di bullismo non c’è mai un vincitore e nemmeno un vinto: c’è solo un soggetto debole che se la prende con uno ancora più debole e approfitta dell’incompetenza e dell’analfabetismo emotivo che domina l’ambiente in cui entrambi vivono e si muovono per affermare un potere fittizio, fatto di degrado, umiliazione, solitudine e omertà”. Voglia essere questo un modo per dare voce, per non far finta di niente. Succede spesso di respirare aria pesante, fatta di sguardi cattivi, battute ciniche e cattive che si ammantano di realismo, sincerità e libertà di pensiero ed espressione: “Ti dico in faccia quello che penso”. No, non è necessario, e neppure opportuno: non solo che tu lo dica, ma anche che solo lo pensi.
“E’ una foto in cui avevo due anni. Ero con mia mamma. Mi comunica un senso di spensieratezza che mi manca un po’, benché non sia afflitta da chissà quali problemi. La gemma è la famiglia. Ad esempio sono cresciuta anche con mia nonna, mancata due anni fa, una seconda figura materna. Mi sono accorta della sua vera importanza quando è mancata. La famiglia non va data per scontata ed è fatta di rapporti che vanno coltivati.” Questa foto è la gemma di A. (classe terza). Dice Alex Haley: “La famiglia è un collegamento con il nostro passato e un ponte verso il nostro futuro”.
“Questa canzone è un omaggio a mia mamma, di cui ho portato anche una foto di diversi anni fa. Quando io e mia sorella eravamo piccole siamo vissute con lei, poi mia sorella è andata a vivere fuori casa. Un giorno è capitato che mia mamma stesse male e c’ero solo io con lei: lì ho capito la sua importanza e, come dice la canzone, tutto quello faccio lo faccio per lei. Anche io morirei per mia mamma: «I would fight for you, I’d lie for you Walk the wire for you, ya I’d die for you»”. Non ho sfogliato tutte le gemme presentate fino ad ora ma ho la quasi assoluta certezza che quelle dedicate alla figura materna siano la maggioranza. Mi viene allora naturale proporre, a commento della gemma di L. (classe terza) questa frase anonima: “La mamma tiene la mano dei suoi bambini per un po’, i loro cuori per sempre”.
“La mia gemma è questo messaggio di un’amica che non vedo da un po’. Non ho altro da dire”. Questa la telegrafica presentazione di D. (classe seconda). Appoggio questa frase, attribuita a Marilyn Monroe: “Le persone dolci non sono ingenue. Né stupide. Né tantomeno indifese. Anzi, sono così forti da potersi permettere di non indossare alcuna maschera. Libere di essere vulnerabili, di provare emozioni, di correre il rischio di essere felici.”
Sinceramente all’inizio non sapevo cosa portare come «gemma», ma sicuramente avrei raccontato ai miei compagni la storia di un oggetto che simboleggia un bel momento della mia vita e magari molto di più. E’ questo braccialetto, che mia mamma mi aveva comprato circa un anno e mezzo fa. Era l’estate del 2013, i miei genitori, mio fratello ed io siamo andati in Sicilia. Non mi ricordo questa vacanza nei minimi dettagli ma ho comunque il vivido ricordo di due settimane fantastiche in compagnia della mia famiglia. E’ grazie a loro se mi trovo qua a raccontarvi una banale storia su questo oggetto attorno al mio polso, comprato in una piccola baracca in un paese di cui non ricordo nemmeno il nome. Credo che dentro questo braccialetto (ma anche in molti altri oggetti) siano rinchiusi tutti gli affetti che mia mamma mi dà ogni giorno. Credo che per ogni persona la propria madre sia una delle persone più importanti del mondo. Oltre a considerarla «mamma» la considero anche come «amica», le chiedo dei consigli e lei mi aiuta in qualsiasi situazione, sia negativa che positiva. Purtroppo ci sarà, prima o poi, un momento in cui dovrò separarmi da lei, sarà difficile anzi, difficilissimo, ma grazie a mia mamma riuscirò a cavarmela!”. Così E. (classe terza) ha motivato la scelta della sua gemma. Mi limito a fornirle la colonna sonora:
LA STAZIONE DI ZIMA (Roberto Vecchioni, El bandolero stanco) C’è un solo vaso di gerani dove si ferma il treno, e un unico lampione che si spegne se lo guardi, e il più delle volte non c’è ad aspettarti nessuno, perché è sempre troppo presto o troppo tardi. – Non scendere – mi dici – continua con me questo viaggio – e così sono lieto di apprendere che hai fatto il cielo e milioni di stelle inutili come un messaggio, per dimostrami che esisti, che ci sei davvero: ma vedi, il problema non è che tu ci sia o non ci sia il problema è la mia vita quando non sarà più la mia, confuso in un abbraccio senza fine, perso nella luce tua, sublime, per ringraziarti non so di cosa e perché; lasciami questo sogno disperato di esser uomo, lasciami questo orgoglio smisurato di esser solo un uomo; perdonami, Signore, ma io scendo qua, alla stazione di Zima. Alla stazione di Zima qualche volta c’è il sole e allora usciamo tutti a guardarlo e a tutti viene in mente che cantiamo la stessa canzone con altre parole, e che ci facciamo male perché non ci capiamo niente. E il tempo non s’innamora due volte di uno stesso uomo abbiamo la consistenza lieve delle foglie ma ci teniamo la notte, per mano, stretti fino all’abbandono per non morire da soli quando il vento ci coglie. Perché vedi l’importante non è che tu ci sia o non ci sia, l’importante è la mia vita finché sarà la mia con te, Signore, è tutto così grande, così spaventosamente grande che non è mio, non fa per me Guardami io so amare soltanto come un uomo, guardami a mala pena ti sento e tu sai dove sono ti aspetto qui, Signore, quando ti va, alla stazione di Zima. Quando tornavo da Trieste in treno, diretto a Palmanova, capitava sempre di fare una breve sosta alla stazione di Strassoldo, quella vicina al nuovo scalo ferroviario, praticamente dentro al nuovo scalo. E mi chiedevo sempre il senso visto che nessuno scendeva e nessuno saliva. Bene, ora posso ringraziare quella breve pausa per avere anche io, nei miei ricordi, un luogo simile alla stazione di Zima. Vecchioni descrive una stazione solitaria e piuttosto desolata e immagina di scendere dal treno che fin lì lo ha portato, un treno che non è mai puntuale, capace perfino di arrivare in anticipo, o magari in ritardo, in ogni caso mai secondo l’orario previsto, mai secondo quanto previsto dai programmi ufficiali. Una voce nel silenzio blocca il viaggiatore arrivato a destinazione: “Non scendere, continua con me questo viaggio”. Non ci sono misteri sulla persona da cui proviene l’invito, Vecchioni ci conduce senza preamboli nel vivo del discorso tra lui e Dio. E’ un Dio che non dice di iniziare il viaggio con lui, non si comporta da capotreno o da macchinista, non invita a cambiare binario o a cambiare treno, prendendone magari uno ad alta velocità, ma chiede semplicemente di continuare qualcosa che è già iniziato: mi fa venire in mente il “si avvicinò e camminava con loro” (Lc 24, 15) di Emmaus. In fin dei conti Dio non fa altro che chiedere all’uomo di rimanere con lui, visto che gli ha dato il cielo e le stelle per raccontargli la propria esistenza. Per tutta risposta si sente dire che il vero problema non è la questione della sua esistenza o insesistenza: ciò non fa problema, la sua esistenza non è messa in discussione. Solo che l’uomo vuole starsene da solo, vuole scendere dal treno: troppo grande e forte è quell’“abbraccio senza fine”, troppo abbagliante è quella luce “sublime”. E giù, a terra, sulla pensilina, ci sono altre persone, tutte intente a vivere la medesima esistenza con modi diversi, a guardare il sole senza capirci niente: e fa male. Gli uomini sono leggeri, inconsistenti e fragili come foglie in attesa che il vento le colga (canta Pacifico: “E sembri una foglia una vela leggera, una barca minuscola in questa bufera”) e cercano di stare vicini in modo da essere portati via insieme e non morire soli. Vecchioni ci spiega cosa significhi restare a terra, cosa implichi non salire sul treno, ce lo descrive: “amare soltanto come un uomo”. Non è pronto per accogliere l’invito “con te, Signore, è tutto così grande, così spaventosamente grande che non è mio, non fa per me”. Non riesco a non pensare a Mt 19, 21-22 “Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!” Udita questa parola, il giovane se ne andò triste; possedeva infatti molte ricchezze”.
“Questa canzone è stata scritta dal fratello di un ragazzo che era in classe con me: gliel’ha dedicata perché ne sentiva la mancanza. Evidenzia quanto una persona può stare a cuore a un’altra anche dopo tutti gli sbagli che ha fatto.” A queste parole di S. (classe seconda) mi è venuta in mente la frase di Dylan Thomas: “Ha nevicato anche l’anno scorso: ho fatto un pupazzo di neve e mio fratello l’ha buttato giù e io ho buttato giù mio fratello e poi abbiamo preso il tea insieme”.
“Come gemma ho portato il libro «Il blu è un colore caldo». Mi ha colpito molto perché leggendolo si impara a fregarsene di quel che dice la gente, senza cercare di compiacere la società perché la società siamo noi. Tuttavia la frase che ho deciso di leggere ai miei compagni non riguarda questo ma l’amore: «Emma una volta mi ha chiesti se credevo esistesse l’amore eterno. L’amore è qualcosa di astratto e indefinibile. Dipenda da noi, siamo noi a percepirlo e viverlo. Se non esistessimo, non esisterebbe. E noi siamo così mutevoli. Quindi non può che esserlo anche l’amore. L’amore si accende, muore, si spezza, ci spezza, si ravviva, ci ravviva. Forse l’amore non è eterno ma ci rende eterni».”
Eccola qui la gemma di L. (classe seconda). A commento una frase di E.M. Forster: “Non è possibile amarsi e separarsi. Si vorrebbe che fosse possibile. Si può trasformare l’amore, ignorarlo, sprecarlo, ma non si può estirparlo dall’anima. Lo so per esperienza che i poeti hanno ragione: l’amore è eterno.”
“Ho portato come gemma questa collanina con la croce: la catenina me l’ha regalata la nonna, il ciondolo mia madre per compleanno. Mi ricorda loro due, le donne più importanti della mia vita: so che posso sempre contare su di loro. Mi hanno trasmesso il valore della famiglia, cosa non da poco in questo periodo, e le porto sempre nel cuore”. Sono state le parole con cui X. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Con questa gemma tutta al femminile mi è venuta in mente una frase con la quale si può essere più o meno d’accordo, ma che mi pare sintetizzare la situazione: “Solo attorno a una donna che ama può formarsi una famiglia” (Friedrich von Schlegel, Idee, 1801).
“Ho portato questo braccialetto: è il modo con cui mi porto dietro chi mi vuole bene. Ogni ciondolo mi è stato regalato da una persona importante della mia vita: mia sorella, i miei genitori, un’amica, il moroso”. Questa la gemma di E. (classe terza). Indossare le nostre relazioni significative, portare a contatto della pelle le persone che occupano già il nostro cuore e la nostra mente.
Una gemma non inedita quella presentata da L. (classe terza). Ma che fa riferimento a uno dei valori essenziali della vita: “E’ il cd con le foto fatte due anni fa in un viaggio studio in Inghilterra con gli amici e tutto quello che abbiamo fatto insieme”. Breve, sintetico, asciutto. Come questa frase di Walt Whitman: “Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l’ho scordato”.
“Avevo pensato anche a spezzoni di altri film sullo stesso tema (Philadelphia, I segreti di Brokeback Mountain) ma ho preferito questo filmato tratto dalla serie tv Glee. La loro storia mi è molto piaciuta; penso che l’omosessualità sia ancora avversata tra i teenagers, sia a scuola che fuori. Penso che per le ragazze sia ancora una terra da scoprire, per i maschi sia occasione di imbarazzo. Ho scelto questo video perché mi ci identifico”. E’ stata questa la presentazione della gemma da parte di M. (classe seconda). L’album di Roberto Vecchioni che amo di più e che ho ascoltato il maggior numero di volte è senza dubbio “Il cielo capovolto”. Sul sito del professore si può leggere: “Punto di partenza è l’universo dove per metafora gli uomini sono il mare, inquieti, burrascosi, sempre a combattere per qualcosa, e le donne il cielo, serene, sicure e rassicuranti, dolcissime.” Una delle canzoni che più mi hanno colpito è quella che porta lo stesso titolo dell’album con l’aggiunta, tra parentesi “Ultimo canto di Saffo”. Il brano, infatti, canta l’addio di Saffo ad Anattoria, destinata a sposare un uomo.
Che ne sarà di me e di te, che ne sarà di noi? L’orlo del tuo vestito, un’unghia di un tuo dito, l’ora che te ne vai… che ne sarà domani, dopodomani e poi per sempre? Mi tremerà la mano passandola sul seno, cifra degli anni miei… A chi darai la bocca, il fiato, le piccole ferite, gli occhi che fanno festa, la musica che resta e che non canterai? E dove guarderò la notte, seppellita nel mare? Mi sentirò morire dovendo immaginare con chi sei… Gli uomini son come il mare: l’azzurro capovolto che riflette il cielo; sognano di navigare, ma non è vero. Scrivimi da un altro amore, e per le lacrime che avrai negli occhi chiusi, guardami: ti lascio un fiore d’immaginari sorrisi. Che ne sarà di me e di te, che ne sarà di noi? Vorrei essere l’ombra, l’ombra che ti guarda e si addormenta in te; da piccola ho sognato un uomo che mi portava via, e in quest’isola stretta lo sognai così in fretta che era passato già! Avrei voluto avere grandi mani, mani da soldato: stringerti forte da sfiorare la morte e poi tornare qui; avrei voluto far l’amore come farebbe un uomo, ma con la tenerezza, l’incerta timidezza che abbiamo solo noi… gli uomini, continua attesa, e disperata rabbia di copiare il cielo; rompere qualunque cosa, se non è loro! Scrivimi da un altro amore: le tue parole sembreranno nella sera come l’ultimo bacio dalla tua bocca leggera.
Lo spartito di “Happy” è stata la gemma presentata da M. (classe seconda). “L’ho portato per due motivi. Il primo è perché la musica è la mia passione: suono il clarinetto da quando avevo 4 anni. Il secondo è perché attraverso la musica ho fatto l’esperienza della banda giovanile regionale, che ha significato crescita musicale e umana. Vi ho conosciuto una delle mie più grandi amiche”. Riprendo e sottolineo una delle frasi che appaiono nel video proposto da M. e che unisce i suoi due motivi: “L’amicizia è come la musica: due corde parimenti intonate vibreranno insieme anche se ne toccate una sola” (Francis Quarles).
Una poesia di Jaroslav Seifert che ho trovato su Interno Poesia.
Ho veduto solo una volta
Ho veduto solo una volta un sole così insanguinato. E poi mai più. Scendeva funesto sull’orizzonte e sembrava che qualcuno avesse sfondato la porta dell’inferno. Ho domandato alla spècola e ora so il perché.
L’inferno lo conosciamo, è dappertutto e cammina su due gambe. Ma il paradiso? Può darsi che il paradiso non sia null’altro che un sorriso atteso per lungo tempo, e labbra che bisbigliano il nostro nome. E poi quel breve vertiginoso momento quando ci è concesso di dimenticare velocemente quell’inferno.
da Vestita di luce (Einaudi, 1986), trad. it. S. Corduas