Gemma n° 2323

“La mia ultima gemma è una lettera che dedico alla mia classe, grazie alla quale sono cresciuto molto in questi cinque anni e alla quale darei il mondo per quanto mi hanno dato.

Alla lettera ho unito anche due canzoni: Sunny side of London dei Joker Out e On my way di Alex Lahey (dal film “I Mitchell contro le macchine”).

La prima canzone è speciale per me perché nel ritornello viene cantato “hug your best friends (abbraccia i tuoi migliori amici)” e non è un segreto il fatto che io ami abbracciare i miei amici, ma soprattutto nell’urlo che si sente dopo “scream as loud as you can” ci sono anche le voci mia e di una mia cara amica, con la quale sono stato al concerto in cui la band ha registrato l’urlo usato nella canzone; perciò l’ho scelta come simbolo dell’affetto che provo per i miei compagni.

La seconda canzone invece parla del proprio percorso di vita, del procedere verso il futuro guardando con felicità al passato; poche canzoni sono riuscite a commuovermi come questa e a farmi sentire nostalgia di qualcosa che non ho ancora superato. L’ho scelta perché nonostante sarà molto difficile per me separarmi dalla mia classe, so che dovrò andare avanti per me stesso e per i miei amici.
(T. classe quinta).

Gemma n° 2298

“Gli anni scorsi quando dovevo pensare a cosa portare come gemma c’erano mille indecisioni, quell’“oddio, cosa porto?”, ma quest’anno non ci sono state esitazioni.
Quest’anno è l’ultimo anno di un percorso che abbiamo affrontato insieme in cui ci siamo sempre aiutati e sostenuti in qualsiasi momento.
Mi ritengo veramente fortunata a far parte di questa meravigliosa classe che, nonostante il mio carattere riservato che mi porta a chiudermi in me stessa, mi ha compreso e sempre fatta sentire parte del gruppo.
Alle volte sono consapevole di sembrare un po’ distaccata, per questo motivo volevo farvi sapere quanto siete importanti per me, insieme abbiamo passato dei momenti speciali che porterò sempre con me.
Per questo, oggi la mia gemma siete voi”.
(L. classe quinta).

Palla al centro

Settembre ha sempre un po’ il sapore di primavera. Primavera in friulano si dice vierte, che significa apertura. E settembre si porta dentro l’inizio di un un nuovo anno scolastico, un’apertura a ciò che deve venire, una vierte, appunto. E’ un atteggiamento che auguro a me stesso, a colleghe e colleghi, e soprattutto a studentesse e studenti che incrocerò. Si tratta del momento in cui si rimette la palla al centro. Che sia l’inizio della partita, che sia la ripresa dopo aver subito il goal o dopo averlo fatto, che sia l’inizio del secondo tempo o dei tempi supplementari, poco conta: ecco la colonna sonora per oggi!

“Non scrivere mai la parola “fine”
Non dare a tutto un nome, ma goditi le attese
Non inseguire le cose, non stare sulle spine
Lascia stare le offese, sono acqua di rose
Staccare gli occhi dallo schermo, fare un giro più al largo
Non è quante volte sbaglio, sono quelle in cui mi rialzo
E non è da dove vengo, è dove sto andando
Non è quello che sembro, è quello che faccio
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Non è quello che ti dico è il sorriso che ti strappo
Sai che colpo, scacco matto, ti basta essere te
Non so fare quello che conviene, mi lascio i dolori alle spalle
Si corre più veloce, ci si ferma per le cose belle
Staccare gli occhi dallo schermo, fare un giro più al largo
Non è quante volte sbaglio, sono quelle in cui mi rialzo
E sono felice quando siamo liberi come il vento
Non chiedermi dove sto andando che un posto vale l’altro
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Grande, grande, grande
Stacco gli occhi dallo schermo Vado avanti, non sto fermo
Non è quello che sembro, è quello che faccio
Non è quante volte sbaglio Sono quelle che mi rialzo
Con gli anfibi oppure scalzo Prima un passo, poi un balzo
Liberi come il vento Palla al centro
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Quando cado mi rialzo Con gli anfibi oppure scalzo
Prima un passo, poi un balzo Liberi come il vento
Palla al centro”

Gemma n° 2221

“Ho pensato molto a che oggetto o fotografia portare quest’anno, ma nessuno mi convinceva completamente, nessuno mi faceva dire “questa è proprio la mia gemma!” Allora come mia ultima gemma del liceo ho deciso di portare la mia classe.
Mi sento enormemente grata di essermi trovata in una classe dove posso essere me stessa senza vergogna e senza sentirmi giudicata, accerchiata da amore e sostegno reciproco.
L’anno scorso è stato uno dei più duri della mia vita e grazie ai miei compagni di classe e alcuni professori sono riuscita a venirne fuori, trovando nella scuola e tra le mura della mia aula un angolo sicuro dove rifugiarmi quando soffrivo.
Mi ritengo fortunata, perché so che non tutti si sentono bene nella classe in cui si trovano e la scuola a quel punto diventa un incubo. Io nel mio cuore porto tutti i miei compagni, dal primo all’ultimo, e mi auguro di avere per sempre questo bel ricordo di loro e degli anni che abbiamo passato insieme. Quando da grande parlerò del liceo, sicuramente la prima cosa che mi verrà in mente sarà il tempo prezioso passato con loro e, da brava sensibilona quale sono, sicuramente mi scenderà una lacrima” (G. classe quinta).

Gemma n° 2198

“La mia gemma sono le mie amiche, le mie più care amiche.
Sono tra le persone più importanti della mia vita.
Amo ognuna di loro.
Ognuna mi ha cambiato la vita, in qualche modo.
Penso spesso a cosa sarebbe successo, se fossi finita in un’altra classe.
Potrei non averle mai conosciute, ma mi piace pensare il contrario.
Voglio credere che non sia stato solo il caso a farmele conoscere e, soprattutto, a farmi legare così tanto con loro.
Mi piace credere che nonostante tutto, sarebbero comunque entrate a far parte della mia vita.
Lo sono state per già più di 1 anno, più di 365 giorni di puro supporto e sopportazione.
Sono quel tipo di persone che spero che ognuno possa conoscere, perché sono quelle amiche che ti reggono i capelli quando vomiti, che ti danno una spalla su cui piangere, che ti danno consigli anche se consapevoli che non li seguirai e che farai comunque di testa tua; soprattutto però, ci sono quando ne hai davvero bisogno.
Loro 5 sono le persone che più mi fanno ridere in tutto il mondo, ogni giorno mi ritrovo le lacrime scorrermi sul viso per qualcosa di così stupido che a nessun altro farebbe ridere, se non a noi.
Sono state così tanto parte della mia vita che non riuscirei a viverla senza la loro presenza.
Siamo già a metà del nostro percorso scolastico e ogni tanto mi capita di pensare e temere una nostra possibile separazione in futuro.
Ma se c’è una cosa che queste splendide ragazze mi hanno insegnato è che devo imparare a vivere nel presente. Godermi il momento.
Abbiamo ancora 2 anni e mezzo da vivere insieme; almeno spero.
So poco di cosa accadrà in quel lasso di tempo, l’unica cosa certa è che non smetteremo mai di ridere insieme.”
(E. classe terza).

Gemma n° 2186

“Ho portato questa tartaruga che mi è stata regalata da un’insegnante delle elementari, che nonostante fosse per la maggior parte delle volte molto severa e seria, si preoccupava sempre per noi e potevamo parlarle liberamente di qualsiasi cosa anche non inerente alla scuola, alla fine delle lezioni chiaramente. In più questa tartaruga mi ricorda di quando andavo ancora alle elementari, un periodo per me bellissimo” (M. classe seconda).

Gemma n° 2184

“Ho deciso di portare questa cartella come mia gemma, per me è molto importante. Voglio andare in Francia per imparare davvero bene il francese. Questa cartella mostra anche la mia voglia di svilupparmi e imparare le lingue perché questo è il mio obiettivo” (V. classe seconda).

Gemma n° 2162

“Questi siamo io e tre miei compagni di classe delle medie. Tutti e quattro avevamo l’esame orale lo stesso giorno.
Uno dei miei compagni decise di fare un selfie tutti assieme, per placare l’ansia e involontariamente anche il leggero imbarazzo, dato che nella classe c’erano diversi piccoli gruppi, non in contrasto tra loro, ma molto diversi negli interessi e nel modo di approcciarsi, e si sa che a quell’età i ragazzi stanno bene solo con chi considerano loro simili, per poi maturare con il tempo ed imparare a convivere con tutti quanti. Perciò, messi tutti e quattro assieme ed essendo alcuni di noi non molto in sintonia con altri, l’atmosfera era un po’ tesa e imbarazzata, ma quel selfie ci ha sicuramente uniti in quel momento che accomunava tutti e quattro. Inoltre quella data segna uno spartiacque, la fine delle scuole medie in vista dell’inizio delle superiori, due mondi completamente diversi sotto ogni punto di vista, dai rapporti, agli interessi, alle priorità. Perciò quel 15 giugno è un ricordo unico e inimitabile, uno di quei momenti andati che non torneranno mai” (L. classe quarta).

Gemma n° 2134

“La mia Gemma oggi è una riflessione sulla mia condizione interiore in questo momento e ho deciso di parlarne perché sento, anzi sono abbastanza certa, di non essere l’unica a provare queste cose. Mentre scrivevo stavo ascoltando Solas un brano di Jamie Duffy.
Ad oggi mi sento come un pesce che è stato tirato fuori dall’acqua e dunque incapace di respirare, di vivere.
Ad oggi mi viene chiesto di decidere cosa farò per il resto della mia vita, fino alla morte.
Ad oggi il mondo si aspetta che io lo sappia. In qualche modo si aspettano che io sappia che tipo di pedina diventerò. E non è ammesso non saperlo, non è ammesso sentirsi come sospesi senza avere delle vere e proprie passioni specifiche. È questo il meccanismo. Vai alle elementari, vai alle medie, vai alle superiori, “mi raccomando esci con i massimi voti” e vai l’università e mi raccomando scegli una facoltà che ti darà una buona prospettiva di vita. Questo è il meccanismo. Ottieni una laurea, e trovi un lavoro, lavori per sopravvivere e dare una vita migliore ai tuoi figli, lavori ogni giorno, e ogni giorno è lo stesso. Così fino a quando non arrivi alla pensione. Dopodiché passi i tuoi ultimi anni di vecchiaia senza più un lavoro, che ormai era come parte integrante di te, e ti sentì un po’ vuoto, fino alla morte.
È un percorso già tracciato che la maggior parte di noi a volte compie senza neanche farsi delle domande. Ma io non riesco a non distogliere il pensiero dalla paura di una vita monotona, che è quella che tutti quanti mi spingono ad intraprendere.
E dunque a questo punto mi chiedo, quali sono le alternative? Se ci sono delle alternative?
‘alternativa sarebbe non seguire questo percorso già tracciato e finire perciò nella paura di non poter avere “una vita” degna di essere chiamata vita, senza stabilità, senza sicurezza. E queste alternative di vita sono destinate a coloro che presentano dei talenti speciali o delle convinzioni molto forti. Che eventualmente li porteranno al successo.
Io però non ho un talento, né una convinzione molto forte, non ho niente che mi contraddistingua dalla massa e ciò mi porta a dover conseguire il primo percorso descritto, quello delle pedine, se voglio avere una vita degna di essere chiamata vita.
È come se non ci fosse una via d’uscita.
Siamo tutti destinati ad essere pedine e probabilmente l’unica cosa che mi rimane da fare è accettarlo, senza pormi troppi quesiti. A volte non vorrei avere la facoltà di pensare, i pensieri sono ricorrenti, vorresti evitarli ma è impossibile farlo. Ma dire che non vorrei avere la facoltà di pensare è come dire di non voler essere umana perché è il nostro pensiero che è segno della nostra umanità. Non sarebbe male però la vita di un animale inconsapevole di se stesso, completamente libero dal tormento interiore” (F. classe quinta).

Gemma n° 1895

“Questa borsa ce la siamo scambiata all’interno della classe delle medie, alla fine di un percorso importante. Anche se a causa del Covid tante cose non le abbiamo potute fare, eravamo una classe unita, non solo come compagni di classe ma anche come amici; abbiamo fatto diverse uscite e ancora ci scriviamo e ci troviamo. Questa borsa è un ricordo di quei tre anni e abbiamo scritto “Dalle capre della 3^A” perché la nostra professoressa di lettere ci chiamava sempre capre: questo è un ricordo anche di lei, una prof amata da tutti”.

Ho giocato a calcio, a basket e a pallavolo, tutti sport di squadra. Un ex allenatore di basket NBA, molto vincente tra Chicago e Los Angeles, Phil Jackson, ha detto delle parole che commentano bene la gemma di E. (classe prima): “La forza della squadra è ogni singolo membro. La forza di ogni membro è la squadra.”

Gemma n° 1885

“Ho portato due film come gemme.

Il primo è Noi siamo infinito, parla di un ragazzo che inizia le superiori e viene preso sotto l’ala protettrice di ragazzi più grandi e di come reagirà quando poi loro andranno al College. 

Il secondo è Le parole non dette, la storia di una ragazza molestata durante l’estate che quando entra al Liceo decide di non parlare: tutti pensano sia strana e la bullizzano quando in realtà lei ha solo paura di parlare di quanto le è successo e si chiude in se stessa”.

Quelli presentati da S. (classe seconda) sono due film che affrontano temi importanti, difficilmente sintetizzabili in poche parole o in un trailer. E non me la sento di trattarli qui ora. Hanno a che fare con vissuti importanti; tutti i vissuti ci condizionano, ma forse alcuni lo fanno più pesantemente di altri. Charlie, il protagonista di Noi siamo infinito, dice però ad un certo punto: Non possiamo scegliere da dove veniamo ma possiamo decidere dove andiamo, da lì in poi… Ecco: di certo non facile, ma è l’unica via.

Come state?

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Inizio tutte le lezioni con una domanda: “Come state?”. Non è una domanda a caso, è realmente interessata, tanto che talvolta porta a risposte che determinano la lezione di quel giorno. In questo periodo di presenze in classe e presenze online, quella domanda la rivolgo solo a chi è in classe perché non sia mai che venga intesa come indagine sulla condizione sanitaria. Eppure è proprio a chi è a casa che mi piacerebbe chiedere “come stai, come la stai vivendo, possiamo fare qualcosa per te, c’è qualcosa che ti preoccupa o sei serena?”. Anche se quella domanda non la faccio, c’è. C’è e non posso fare a meno di averla nel cuore perché è figlia dell’I care di don Milani, è figlia dell’interesse per ciascuna e ciascuno di voi, è figlia del senso che do all’educare, è figlia del senso civico, è figlia di una visione di comunità. E allora ho deciso che dalla prossima lezione quella domanda la ripropongo, come sempre aperta a tutte/i, in generale, e come sempre, liberamente, risponderete o meno.

“Ma… come sono i giovani?”

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Una domanda che mi rivolgono spesso gli amici è “Ma come sono i giovani d’oggi?”. “È inutile cercare di etichettarli come gruppo sociale omogeneo: sono singole persone intente a costruire la propria storia, irriducibili alle caratteristiche standard che si vorrebbe attribuire loro: inquieti, ribelli, egocentrici o altro”. Questa è una delle frasi di questo editoriale estivo di Luigi Ciotti, presidente di Libera, dal titolo Ascoltate gli alieni. Pubblico tutto il pezzo perché vi trovo contenuti molti spunti interessanti, sia per chi li guarda da fuori, questi adolescenti, sia per chi lo è, un adolescente.

“Tante volte sentiamo parlare degli adolescenti come se fossero una popolazione di alieni, approdati sulla Terra da un pianeta sconosciuto, con abitudini e linguaggi per noi indecifrabili. Li nominiamo in blocco – “gli adolescenti” – e cerchiamo di individuare qualche tratto che li definisca collettivamente, che li classifichi e ce li renda meno estranei. Ma i giovani non sono una popolazione a parte, sono una parte della popolazione. Sono parte di noi, della nostra società, e di questa società rispecchiano vizi e virtù, paure e speranze.
Se c’è un elemento – il principale – che li accomuna, è quello di essere in un’età sulla soglia: non più bambini, in tutto dipendenti dalla guida dei più grandi, non ancora adulti capaci di prendere decisioni autonome e assumersi responsabilità importanti. Gli adolescenti stanno lì, in mezzo al guado, e si guardano attorno. Da ciò che osservano accanto a loro dipenderà molto di ciò che diventeranno.
È inutile cercare di etichettarli come gruppo sociale omogeneo: sono singole persone intente a costruire la propria storia, irriducibili alle caratteristiche standard che si vorrebbe attribuire loro: inquieti, ribelli, egocentrici o altro.
I Piani europei di ripartenza post covid sono pieni di buoni propositi sulle nuove generazioni. Ma davvero bastano più istruzione e lavoro per riempire il vuoto di senso di un’adolescenza sempre più aggressiva e ansiosa?
Tutti noi siamo stati adolescenti e di quella adolescenza conserviamo un peculiare ricordo: chi esaltante, tutto incentrato sulla scoperta del mondo, le prime intense amicizie, le prime forme di autonomia. Chi più amaro, perché per carattere, educazione o altro ha vissuto con disagio i cambiamenti del corpo, il rapporto coi coetanei, le richieste crescenti della scuola e della famiglia. C’è anche chi non ha voglia di tornare a quell’epoca della propria vita: la tiene chiusa in un cassetto come se fosse un frammento di materiale radioattivo, che ancora sprigiona energie misteriose, mai rielaborate, che potrebbero interferire con la maschera di rispettabilità e sicurezza dietro la quale molte vite adulte amano celarsi.
Ma per non fare torto agli adolescenti di oggi, ciascuno di noi dovrebbe ritornare all’adolescente che è stato, coi suoi umori incerti, le sue grandi passioni, i suoi imbarazzi, le sue angosce, i suoi slanci. Attraverso la nostra memoria interiore, una memoria non solo razionale ma emotiva, possiamo entrare in sintonia con le grandi domande che i giovani ci pongono, le stesse che anche noi ci siamo posti all’età loro e alle quali si spera che siamo rimasti fedeli nel costruire la nostra vita successiva, all’insegna della ricerca di verità e pienezza. Possiamo anche entrare in sintonia coi disagi che i giovani di oggi esprimono in forma più o meno diretta. E rifuggire così da qualsiasi giudizio sbrigativo, da qualsiasi tentazione di etichettare i ragazzi sulla base del racconto superficiale che spesso ne danno i media […].
Se operiamo questo esercizio di immedesimazione capiremo che i tanti, troppi giovani che non studiano e non lavorano – i cosiddetti Neet (acronimo dell’inglese Neither in employment nor in education or training) – non hanno rinunciato a formarsi per mancanza di curiosità: la curiosità, la sete di conoscere e capire, è uno degli impulsi principali dell’essere umano in crescita. Né hanno rinunciato a cercare un’occupazione per pigrizia, perché quando si è giovani si teme assai di più la noia della fatica. E quindi la passività in cui questi ragazzi vivono, l’apparente mancanza di desideri, stimoli e prospettive, è il frutto di un presente incapace di investire su di loro, dei limiti delle nostre politiche educative, di un mondo del lavoro che sacrifica i diritti ai profitti, la formazione alle performance.
Capiremo che i sempre più numerosi giovani che preferiscono vivere chiusi nelle proprie stanze, rifiutando qualsiasi contatto col mondo reale a vantaggio di un’esistenza ripiegata nel virtuale, forse ci stanno indicando le pecche di un sistema di relazioni fondato sull’adeguatezza a standard non solo inarrivabili, ma inutili: canoni estetici e di consumo, di possesso, di successo, di un’autoaffermazione che si gioca spesso sull’escludere, il deridere, il sottomettere l’altro. Chi non si adegua, chi non si conforma, chi magari manifesta le proprie difficoltà attraverso sintomi come i disturbi alimentari, l’autolesionismo, l’abuso di sostanze o il ricorso a rituali violenti, viene facilmente etichettato come malato, vittima o delinquente. Invece credo che dovremmo imparare a leggere dentro questi comportamenti – che come adulti ci provocano e ci mettono alla prova – anche una risorsa preziosa di comunicazione. Un tentativo, per quanto sofferto, di stabilire un contatto, ricordandoci che quello che non va, a qualsiasi età, non può essere detto sottovoce.
La pandemia ha suscitato reazioni emotive forti in ciascuno di noi. E non c’è da stupirsi se gli adolescenti, mutilati per lunghi mesi dall’esprimere la propria componente più vitale attraverso i contatti fisici, il rapporto quotidiano fra pari, a scuola, nel gruppo, messi addirittura da qualcuno sotto accusa come principali untori del virus, stiano oggi dando voce alle proprie frustrazioni, paure e aspettative di ritorno alla normalità. C’è chi lo fa in modo più costruttivo e chi più ingenuo, magari scomposto: ciascuno in base agli strumenti culturali di cui dispone, al carattere, all’esempio che ha respirato in famiglia. L’importante è ascoltare, ascoltare, ascoltare. E rispondere attraverso modelli di comportamento credibili, che non si limitino a predicare l’educazione, lo studio e l’impegno, ma dimostrino di praticarli nel quotidiano. E insieme di praticare sempre lo stupore, grazia spontanea della gioventù, ma anche imperativo di qualsiasi vita adulta che si voglia piena e autentica”.

Amati de-costellanti

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Sento l’esigenza di tornare sui temi toccati dalla gemma 1809 e provo a rivolgermi a chi per lavoro (insegnanti, educatori, psicologi, sociologi, antropologi, psichiatri, allenatori, animatori…) o per famiglia (genitori, zii, nonni, amici di famiglia) si trova ad aver a che fare con gli adolescenti, in particolare quelli di 4a e 5a superiore. Lo faccio perché le parole di V. sono state condivise e apprezzate da molte compagne e molti compagni che si sono rispecchiate/i profondamente in esse. Lo faccio anche perché è in aumento il numero di studenti che si piantano all’ultimo o penultimo anno, si bloccano, inchiodano l’auto su cui stanno viaggiando e né mettono in folle né schiacciano la frizione con la marcia inserita. E l’auto, con un sussulto, muore. 

Il filosofo Guido Cusinato nel libro Periagoge scrive: “Il verbo latino «desiderare» deriva dal composto latino della particella de – che può indicare una mancanza oppure un’azione distruttiva -con il termine sidus, sideris (plurale sidera), che significa «stella». Ora è risaputo che fin dall’antichità, per decifrare il cielo stellato, le stelle (sidera) venivano raggruppate in costellazioni e queste servivano a orientarsi e es. nella navigazione nel mare. De-siderare esprime pertanto due significati a seconda di come viene interpretata la particella de: 1) Sentimento di una «mancanza di costellazioni», cioè di punti di orientamento. In questo caso il desiderio esprimerebbe la nostalgia verso i punti di riferimento che sono venuti a mancare. 2) «De-costellare» nel senso del tentativo di distruggere (de– come nel caso di «de-costruire») la costellazione che imprigiona, come un destino, la mia esistenza attuale. In questo secondo caso non ho nostalgia della costellazione che aveva orientato la mia esistenza e che ora non vedo più, perché magari coperta dalle nuvole, ma al contrario provo una profonda insoddisfazione nei confronti della costellazione che mi orienta e questa insoddisfazione mi spinge ad allontanarmi da essa per cercare una nuova costellazione che ancora non vedo. Nel desiderare provo un’insoddisfazione nei confronti del mio attuale destino (la costellazione che ha guidato la mia esistenza) e lo de-costruisco per pormi alla ricerca di una nuova costellazione, di un nuovo inizio della mia esistenza. Nel superare la costellazione che ha orientato la mia esistenza, in realtà permetto alla mia esistenza di deragliare dai binari del fatalismo” (G. Cusinato, Periagoge. Teoria della singolarità e filosofia come esercizio di trasformazione, Verona, QuiEdit, 2017, p. 144).

Ecco, a me capita di vedere tante studentesse e tanti studenti  che stanno de-costellando (penso che lo facciamo tutti nella vita e non una volta sola). Ripenso a quando ho lasciato la facoltà di scienze geologiche per cambiare completamente percorso e riconsiderare tanti valori e tante priorità della mia vita. Solo che, tornando alla metafora dell’auto inchiodata, alcuni studenti poi trovano il modo di rimettere in moto e cercare la nuova costellazione, come ha fatto e sta facendo V. della gemma 1809, altri restano fermi in auto in attesa che la nuova costellazione passi e rischiano che il tutto si trasformi nella prima accezione del termine desiderio, la nostalgia per qualcosa che manca. Cosa possiamo fare noi? Come possiamo far sì che decidano di girare quella chiave? Quali strategie mettere in campo per far sì che riprendano il movimento alla ricerca di una nuova costellazione?

Pronti, attenti, svia!

Un’immagine presa da Instagram, interpretabile in mille maniere diverse. L’interpretazione di oggi è questa: io sono lo starter. Tutto è preparato, il percorso tracciato, le cose sono state spiegate e illustrate: in mente ho tutto il percorso che vorrei fare con le mie classi. Tronfio e orgoglioso di quanto fatto mi gonfio il petto: c’è solo da far esplodere il colpo e vedere ragazze e ragazzi correre verso la meta designata, verso il raggiungimento dell’obiettivo, verso l’ottenimento delle competenze!!! Poi sparo…

Dovrei fermarmi qui, perché è qui che fa ridere! Ma è anche qui che inizia il bello. Perché loro cominciano a fare percorsi imprevisti, a tracciare strade inusitate, a muoversi inaspettatamente in altre direzioni che probabilmente li porteranno a raggiungere comunque quelle o altre competenze, ad approdare comunque a delle mete. E lo faranno in base a ciò che sono, senza stravolgere la loro identità per compiacere me. O magari il gambero ci proverà a fare dei passi nella direzione da me indicata ma dopo un po’ dirà “prof, sto meno di qua…”

Gemma n° 1750

Fonte immagine: Vox zerocinquantuno

Era iniziata così, il 21 settembre del 2014: “Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa.” Il 1° ottobre ho pubblicato sul blog la prima gemma. Si trattava di una scena del film Mr. Nobody proposta da una allieva di seconda. Dopo i primi due anni, per mancanza di tempo, ho smesso di riportarle sul blog: l’ultima, la numero 503 consisteva nella lettera al basket da parte di Kobe Bryant, proposto da una ragazza di terza. Abbiamo continuato le gemme in classe ma negli ultimi due anni, tra dad e quarantene, tra classi a metà e frequenze a settimane alterne, tra giorni pari e giorni dispari, l’attività è spesso proceduta a singhiozzo.

Desidero allora rilanciare la proposta, cercando di dare alle gemme l’importanza e lo spazio che si meritano. Le faremo anche nelle classi prime e tenterò di riprenderle sul blog: non mi va di ripartire con la gemma 504, come se in mezzo non ci fosse nulla… C’è una ricchezza enorme lì dentro: è capitato sovente di commuovermi, lì dentro. Allora ho fatto una stima di circa 250 gemme all’anno e quindi ripartiremo dalla gemma 1751. Ma come ho fatto il 21 settembre di 7 anni fa, propongo io una prima gemma, la 1750, con la quale voglio semplicemente dire cosa siano per me le gemme. Lo faccio attraverso un pezzettino del prologo del libro Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia:
“Col suo amato, a fine giornata, quando la luce allenta la sua morsa sul mondo e sulla carne, faceva sempre un gioco: raccontarsi a vicenda la cosa più bella di quel quotidiano trascorrere, perché era l’unico modo di salvarla per sempre, non di sconfiggere il tempo ma di scommettergli contro. La luce rifratta dalle foglie bagnate d’autunno, l’incanto di un racconto d’amore e di morte, il bagliore di un fuoco in una casa strappata a una notte di ghiaccio, il rumore costante di un torrente che canta proprio quando incontra un ostacolo… Quella cosa bella non salvava solo se stessa, ma tutta la giornata, come ne fosse il centro, il punto di leva e di espansione, la benedizione. Era l’istante affrancato dal tempo, pur essendo nel tempo generato.
Da quella donna ho compreso che salvo è tutto ciò che si sottrae alla seduzione della polvere: ciò che senza rinunciare al tempo viene dal tempo liberato e se ne fa misura, e dello spazio che gli è concesso fa la sua dimora.”.

Buona ricerca della vostra gemma, non vedo l’ora di darle tempo e spazio.

Amu, mare

La settimana scorsa ho scattato questa foto a Mariasole. Stava correndo in leggera salita. Ieri, guardando la foto, la nonna le ha chiesto “Cosa c’è laggiù?” indicando l’orizzonte, e lei ha risposto “Amu”, il suo modo di dire “Mare”. Ma quando correva Mariasole non lo sapeva, non sapeva che dopo la salita e oltre la balaustra ci sarebbe stato qualcosa di bellissimo e che lei ama tanto. E lo sguardo meravigliato di un bimbo quando viene sorpreso dall’inaspettato, dall’inatteso, dal sorprendente, dal bello, è qualcosa di unico perché è senza filtri, senza finzioni, senza freni: è gioia pura. Ed è contagioso! Perché ne vieni colpito anche tu che hai la fortuna di incrociare quello sguardo. A volte capita di vederlo anche a scuola, anche se molto più raramente. E’ l’espressione che ha in faccia chi dopo la salita, dopo aver superato le varie balaustre, ha colto con lo sguardo il mare, l’orizzonte. Compito mio da insegnante è mostrare le strade, accompagnare, motivare, dare l’idea, smuovere al movimento, far intuire una goccia del mare e poi, perché no?, fare come Sara in questa seconda foto: correre dietro a Mariasole perché non si fiondi in mari troppo pericolosi per lei 😉

Un occhio generativo

Mi sto dedicando alla lettura notturna di L’appello di Alessandro D’Avenia. Ho l’abitudine di prendere nota dei passi che mi colpiscono e di riportarli poi su dei quadernetti (anche se è un po’ che non faccio quest’ultima operazione e mi manca farlo). Come si vede nella foto sono arrivato a pagina 50 e le citazioni sono già tante (come sempre mi capita con i libri del prof siciliano). Oggi mi voglio soffermare su alcuni di quei passi per restare sul tema dell’ultimo post: i buoni propositi per il nuovo anno.

E’ il prof. Romeo a parlare, il docente non vedente di un liceo scientifico: “Dare un nome proprio e dare alla luce sono la stessa cosa. Da quando sono cieco ho capito che la luce non è semplicemente quella che si riflette sulle cose, ma quella che ne esce quando le chiami per nome. […] Per riuscire a insegnare devo concentrarmi sulla presenza dei ragazzi e non sulle mie aspettative, devo lasciare che siano loro a venire alla luce e non io a illuminarli. Almeno ci devo provare…” (pag. 37). L’anno scorso sono riuscito a farlo in alcune classi e da loro sono uscite cose meravigliose che mi hanno emozionato e meravigliato. Le ore emozionanti e che generano meraviglia e stupore sono quelle che rimangono più impresse, quelle generative: lo sono per me, penso lo siano anche per loro. E con questo mi lego alla seconda citazione, è una studentessa a parlare, Elisa, anzi Virginia: “Soffoco tra queste mura così strette e mi chiedo che ci facciamo qui, tutti i giorni, a morire di noia. Perché volete costringere la vita nella taglia XXS dell’abitudine? Spero che lei possa raccontarci qualcosa che non abbiamo mai visto… Altrimenti la mia anima sarà costretta ad andarsene anche durante queste ore, pur di respirare. Non ho mai sentito una nota di meraviglia nelle parole della nostra professoressa di scienze.[…] Così è la mia vita, professore, fuggo sempre da dove ci si annoia e mi abbandono a lunghi sogni di trasformazione. Viaggio con l’anima e divento tutto ciò che mi stupisce. E devo farlo per forza, se non voglio morire di realtà.” (pag. 48).

Ecco quindi, dopo l’orecchio bambino del precedente post, altri due propositi: far venire alla luce e generare meraviglia (che mi suonano decisamente affini). C’è di che rimboccarsi le maniche.