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Gemme n° 355

La mia gemma è la parte finale de “L’avvocato del diavolo” in cui Al Pacino fa un monologo su Dio: penso faccia riflettere molto su una cosa che comunque non si saprà mai”. Così C. (classe quarta) ha dato il là alla propria gemma.
Riprendo il tratto saliente: “A Dio piace guardare, è un guardone giocherellone, riflettici un po’… Lui dà all’uomo gli istinti, ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo bravo cosmico spot pubblicitario del film. Fissa le regole in contraddizione, una stronzata universale! Guarda ma non toccare, tocca ma non gustare, gusta ma non inghiottire… e mentre tu saltelli da un piede all’altro lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista! È un gran sadico! È un padrone assenteista ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo? No mai!”. Il vertice della lode a se stesso il diavolo (Al Pacino) lo tocca subito dopo: “Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti. Chi, sano di mente Kevin, potrebbe mai negare che il ventesimo secolo è stato interamente mio? Tutto quanto Kevin! Ogni cosa! Tutto mio! Sono all’apice Kevin! È il mio tempo questo! È il nostro tempo!”.
Lascio qui una breve frase di Dostoevskij: “Qui il diavolo lotta con Dio, e il campo di battaglia è il cuore degli uomini”.

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If God will send his angels

IF GOD WILL SEND HIS ANGELS (U2, Pop)
Nessun altro qui, baby, nessun altro da biasimare
Nessuno su cui puntare il dito… Solo tu ed io e la pioggia
Nessuno te l’ha fatto fare Nessuno ti ha messo le parole in bocca
Nessuno qui prendeva ordini
Quando l’amore ha preso un treno per il Sud
E’ il cieco che guida la bionda E’ roba, roba da canzoni country
Ehi se Dio mandasse i suoi angeli E se Dio mandasse un segno
E se Dio mandasse i suoi angeli Sarebbe tutto a posto?
Dio ha il telefono staccato, bimba Prenderebbe mai su se potesse?
E’ passato un po’ di tempo da quando si è visto quel bimbo
In giro da queste parti. Vedi Sua madre spacciare in un portone
Vedi Babbo Natale con un piattino dell’elemosina.
Gli occhi della sorella di Gesù sono piaghe…
La strada maestra non è mai sembrata così meschina
E’ il cieco che guida la bionda Sono i poliziotti che riscuotono i soldi delle truffe
Così dov’è la speranza e dov’è la fede… e l’amore? Cos’è che mi dici?
L’amore… accende il tuo albero di Natale? Un minuto dopo, ti scoppia un fusibile
Ed il “cartoon network” diventa il telegiornale
Ehi se Dio mandasse i suoi angeli Ehi se Dio mandasse un segno
Beh se Dio mandasse i suoi angeli Dove andremmo?
Gesù non lasciarmi mai andare Sai che Gesù mi spiegava come stanno le cose
Poi hanno coinvolto Gesù nello “show business”
Adesso è difficile entrare da quella porta E’ roba, è roba da canzoni country
Ma immagino che fosse qualcosa per cui continuare
Ehi se Dio mandasse i suoi angeli Sicuramente potrei usarli qui proprio adesso
Beh se Dio mandasse i suoi angeli Dove andremmo?…
(…)
Le cose non stanno andando affatto bene e sorge la classica domanda contenuta nei libri dei Profeti: Dio che fa? Beh, la risposta di Bono è durissima: Dio ha il telefono staccato. Ricorda molto il Dio di Ligabue a cui viene chiesto un momento per rispondere a tre domande; il rocker di Correggio conclude con “quanto mi conta una risposta da te, di su, quant’è? ma tu sei lì per non rispondere… perché nemmeno una risposta ai miei perché”. Certo, un telefono staccato è angosciante: la possibilità di comunicazione c’è, il mezzo c’è e potrebbe pure funzionare, ma colui che è all’altro capo del filo ha deciso di non voler essere disturbato, o comunque di non voler parlare. Il verso successivo degli U2 è una domanda che spalanca un’altra serie di interrogativi: “prenderebbe mai su se potesse?”. Dio non può rispondere? Non è onnipotente? E’ onnipotente ma non si immischia? E potendo, perché non rispondere? Non vuole? Non ascolta per non essere angustiato nella sua impotenza? Non ascolta perché non gli interessa?
Il bambino che non si vede in giro da un po’ di tempo è Gesù; seguono due figure legate chiaramente a lui nel testo, “Sua madre” e una sorella, e un personaggio che pare non c’entrare nulla come Babbo Natale ma che colpisce in quanto Babbo posto tra una madre e una figlia: insomma può apparire un ritratto di famiglia! Certo “decadentino”: Maria che spaccia, Babbo Natale che invece di donare i regali agli altri fa l’elemosina e la sorella di Gesù con gli occhi piagati! Insomma il panorama non è per nulla godibile, tanto che gli U2 si chiedono dove siano finite le tre virtù teologali: “Così dov’è la speranza e dov’è la fede… e l’amore (carità)?”.
L’unica possibilità resta Gesù, quello vero però, e non quello dei telepredicatori e delle show business.

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Dio contro se stesso

Ancora uno spunto di riflessione sulla tematica del male, di Dio, del perdono. Le parole sono di Luigi Pareyson:

9788806154554g.jpg“L’idea del Dio sofferente è l’unica che possa resistere all’obiezione della sofferenza inutile come dimostrazione dell’assurdità del mondo, e che, anzi, possa capovolgere l’intera problematica della sofferenza, nel senso di trarre dalla stessa incomprensibilità del dolore la possibilità ch’esso dia un senso alla vita dell’uomo. L’idea fondamentale di Dostoevskij è che se per un verso l’umanità è liberata dalla sofferenza perché la stessa sofferenza è portata in Dio, per l’altro verso il senso della sofferenza dell’umanità è la consofferenza col redentore che col suo dolore ha soppresso quello dell’umanità (lPt 2,19.21-24).

La sofferenza del Cristo è un evento tremendo e immane, che riesce a spiegare la tragedia dell’umanità solo in quanto estende la tragedia alla divinità. In questo senso la sofferenza inutile è esemplare: essa è un caso in cui il male è in Dio e quindi Dio deve soffrire. Con l’idea del Dio sofferente la sofferenza non è più limitata all’umanità, ma diventa infinita e s’insedia nel cuore stesso della realtà. Dostoevskij, nel partecipare allo scandalo di Ivan per la sofferenza inutile, riconosce che il cuore del creato è dolorante: nella sofferenza inutile il dolore acquista per lui una portata non solo umana, com’è nella sofferenza in generale, bensì anche cosmica. Ma quando egli indica nel Cristo sofferente l’unica risposta possibile alla domanda sull’inutilità della sofferenza, mostra di ritenere che il dolore acquista per lui anche un significato divino, anzi teogonico. La sofferenza del Cristo è tanto più infinita e terribile se si pensa che in lui è Dio stesso che ha voluto soffrire ed ha sofferto. Per quanto tutta intera cruenta e straziante, la sofferenza del Cristo ha conosciuto culmini particolarmente tragici e dolorosi, e indubbiamente il più drammatico è il momento in cui egli sulla croce si è sentito abbandonato da Dio.

E s’è trattato d’un reale abbandono, ciò che, come osserva Kierkegaard, può succedere non a un uomo, ma solo al Dio-uomo: Dio ha risposto col suo silenzio al grido del Cristo, il che è doppiamente crudele da parte di Dio, perché Dio non soltanto ha voluto che il Figlio soffrisse, ma lo ha abbandonato nel momento della sofferenza. Ciò significa che Dio è crudele anzitutto con sé: egli stesso vuol soffrire, e si abbandona perciò alla crocifissione; non ha risparmiato suo Figlio, cioè se stesso, e in una forma di sublime masochismo s’è messo contro di sé; v’è in lui una crudeltà radicale e originaria, che lo induce anzitutto a negare se stesso e a ergersi contro di sé. Una legge di espiazione grava sull’umanità come suo destino di sofferenza; e su questa tragica vicenda giunge come una grazia inaspettata il perdono di Dio. Ma il perdono è possibile in virtù d’una tragedia anche più immane di quella umana, ed è la tragedia immanente alla vicenda di Dio: la sofferenza del Cristo e il suo abbandono da parte di Dio nel momento estremo del suo abbassamento. Alla tragedia umana e storica dominata da una misteriosa legge di espiazione s’aggiunge una tragedia divina e teogonica: Dio contro se stesso.” (Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Torino, Einaudi, 1995, pp. 198-199)