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Fame di anima

viale

E’ dal 15 ottobre che sul blog compaiono “soltanto” le gemme. Sono stato assorbito da impegni di lavoro stringenti, l’ultimo dei quali, ieri pomeriggio, mi ha lasciato l’amaro in bocca e la sensazione che il lavoro che ho scelto di fare si stia lentamente trasformando in altro se non sto attento a mettere in chiaro delle cose con me stesso e con gli altri. Non è la prima volta che succede e ormai ho capito quale sia la migliore medicina in queste occasioni: nutrire la mia anima con quella di qualcun altro. Ho scelto le parole di Alda Merini e di una pagina del suo “Cantico dei Vangeli”:

Alzatevi dalle vostre sedie di dolore
e mangiatevi un corpo d’anima
e dimostrate a tutti
che senza denti voi divorate l’acqua
e che i secoli discendono dalle montagne.

Voi siete padroni dei secoli;
cosa vale un tradimento
di un miserrimo Giuda
di fronte all’incantesimo del mio respiro?
Io alito su tutte le cose,
sono il germe di Dio,
sono il fabbriciere delle nuvole,
dei tuoni,
delle profondità della terra.
Vi do il mio pane
perché sappiate di quanta abbondanza
un giorno voi sazierete la vostra anima.
Voi avete fame di anima,
e io ve la regalo
perché l’anima è come un feto
che sta nel vostro grembo
e non riesce a giungere
al nono mese
né riesce a risalire
le correnti del grande dolore.
Ma io vi stupirò
dimostrando che voi vivete
accanto all’uomo
che è identico a voi stessi,
che sono io,
io, la vostra anima.”

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Contemplazione

Liberazione 2015_0085 copia fb

Alcune persone sono incapaci di cogliere l’essenza della vita e il soffio intrinseco in ciò che contemplano, e passano la loro esistenza a discutere sugli uomini come si trattasse di automi, e sulle cose come se fossero prive di anima e si esaurissero in ciò che di esse si può dire, sulla base di ispirazioni soggettive.” (Muriel Barbery, L’eleganza del riccio)

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La tempesta

LA TEMPESTA (Angelo Branduardi, Senza spina)
Non c’è più vento per noi tempo non ci sarà
per noi che allora cantavamo con voci così chiare.
Non c’è più tempo per noi vento non ci sarà
per noi che abbiamo navigato quel mare così nero.
Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.
Non c’è più vento per noi tempo non ci sarà
per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.
Si alzerà il vento per noi tempo per noi sarà
il nostro viaggio, la guida, la mano del destino.
Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà
Un vento poi soffierà dentro le nostre vele
qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa
Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele
è perché la rotta giusta solo il Signore la sa.
Non c’è più vento per noi tempo non è per noi
che nella notte senza luce misuravamo il mare.
Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.
Un vento poi soffierà dentro le nostre vele
qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa
Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele
perché la rotta giusta solo il Signore la sa.
Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.
Branduardi dedica questo brano “a tutti coloro che hanno affrontato la tempesta, rischiando di perdere la rotta, ed hanno saputo attendere che il vento buono gonfiasse le loro vele ed hanno ripreso le vie del mare, verso nuove tempeste”. Quindi, una prima cosa da notare è che la tempesta va affrontata e non evitata: siamo lontani dal protagonista dell’epitaffio dell’“Antologia di Spoon River” di cui si legge:
Una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita.
Perché, l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio;
è una barca che anela al mare eppure lo teme.”
(E. L. Masters, Antologia di Spoon River)
Questa, semmai, è la situazione cantata all’inizio da Branduardi, quella di coloro per i quali non c’è più né vento né tempo; la differenza è che, per i protagonisti di questo brano, la navigazione c’è stata e ha riguardato un mare buio, “nero”, che loro hanno tentato di scrutare col canto di voci “chiare”. Oltre al mare nero c’era anche un “cielo scuro” dove cercavano di intravvedere le stelle che potevano dar loro la rotta. Ne “La linea d’ombra” canta Jovanotti: “è dolce stare in mare quando son gli altri a fare la direzione, senza preoccupazione, soltanto fare ciò che c’è da fare, e cullati dall’onda notturna sognare la mamma, il mare”.
Infine, c’è un’altra cosa che facevano i marinai descritti nella canzone con il “noi”: nella notte buia e senza luce misuravano il mare. Già misurare il mare è impresa ardua se non impossibile vista la vastità, farlo senza alcuna luna o stella presente in cielo è del tutto inutile. Calcolare l’infinito non ha senso, non tutto può essere calcolato dall’uomo. Ma ecco che il vento si alza a segnare la possibilità del viaggio: con la bonaccia non si naviga, serve il vento che soffi dentro alle vele e le gonfi (come fa un cristiano a non pensare allo Spirito?).
A questo punto dobbiamo però introdurre due elementi importanti: la tempesta e la guida del viaggio. Branduardi non ha paura della tempesta, non la fugge, sa che sarebbe inutile. Viene in mente un personaggio biblico che, in fuga da Dio, si imbarca a bordo di una nave e durante una tempesta si rifugia nel ripostiglio più remoto e si addormenta profondamente. In questo caso Dio non è colui che salva dalla tempesta, ma colui che l’ha mandata per suscitare una reazione nel suo profeta, cosa che effettivamente accade. Giona spiega ai marinai della nave che la tempesta è causa sua perché egli è in rotta con Dio e li invita a gettarlo in mare, dimostrando pentimento per la sua fuga e anche la volontà di gettarsi a corpo nudo nella tempesta tra le braccia di Dio.
E poi c’è la guida: “la rotta giusta solo il Signore la sa” canta Branduardi. Tre immagini mi si formano davanti agli occhi:
1. Marco 4, 35-41: «In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”.»
Gesù non evita che la tempesta si costituisca e che le onde riempiano di acqua la barca; averlo dalla propria parte, averlo a bordo, non è garanzia di pace e tranquillità, di assenza di difficoltà. Gesù, mentre sulla barca possiamo immaginare il lavorio frenetico dei pescatori per cercare di governarla e di buttare in mare l’acqua, dorme (come Giona)! Egli, poi, addirittura rimprovera i suoi compagni per averlo costretto a riportare la calma. La tempesta con la fede si può affrontare, ma forse la fede dei discepoli non è ancora abbastanza salda.
2. Matteo 14, 22-33: «Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra sponda, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro, scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.»
La tempesta diventa il luogo dove la fede è necessaria, il luogo dove l’uomo sperimenta che non ha più mezzi utili per uscire dalla situazione in cui è finito se non l’affidarsi a colui che salva.
3. Infine un frammento di “Novecento”, il film di Giuseppe Tornatore tratto dall’omonimo libro di Alessandro Baricco
«Quella notte, nel bel mezzo della burrasca, con quell’aria da signore in vacanza, mi trovò là, perso in un corridoio qualunque, con la faccia di un morto, mi guardò, sorrise, e mi disse: “Vieni”.
Ora, se uno che su una nave suona la tromba incontra nel bel mezzo di una burrasca uno che gli dice “Vieni”, quello che suona la tromba può fare una sola cosa: andare. Gli andai dietro. Camminava, lui. Io… era un po’ diverso, non avevo quella compostezza, ma comunque… arrivammo nella sala da ballo, e poi rimbalzando di qua e di là, io ovviamente, perché lui sembrava avesse i binari sotto i piedi, arrivammo vicino al pianoforte. Non c’era nessuno in giro. Quasi buio, solo qualche lucina, qua e là. Novecento mi indicò le zampe del pianoforte.
Togli i fermi,” disse. La nave ballava che era un piacere, facevi fatica a stare in piedi, era una cosa senza senso sbloccare quelle rotelle.
Se ti fidi di me, toglili.”
Questo è matto, pensai. E li tolsi.
E adesso vieni a sederti qua, mi disse allora Novecento.
Non lo capivo dove voleva arrivare, proprio non lo capivo. Stavo lì a tenere fermo quel pianoforte che incominciava a scivolare come un enorme sapone nero… Era una situazione di merda, giuro, dentro alla burrasca fino al collo e in più quel matto, seduto sul suo seggiolino – un altro bel sapone e le mani sulla tastiera, ferme.
Se non sali adesso, non sali più,” disse il matto sorridendo.
Okay. Mandiamo tutto in merda, okay? tanto cosa c’è da perdere ci salgo, d’accordo, ecco, sul tuo stupido seggiolino, ci son salito, e adesso?”
E adesso, non aver paura.”
E si mise a suonare.
Ora, nessuno è costretto a crederlo, e io, a essere precisi, non ci crederei mai se me lo raccontassero, ma la verità dei fatti è che quel pianoforte incominciò a scivolare, sul legno della sala da ballo, e noi dietro a lui, con Novecento che suonava, e non staccava lo sguardo dai tasti, sembrava altrove, e il piano seguiva le onde e andava e tornava, e si girava su se stesso, puntava diritto verso la vetrata, e quando era arrivato a un pelo si fermava e scivolava dolcemente indietro, dico, sembrava che il mare lo cullasse, e cullasse noi, e io non ci capivo un accidente, e Novecento suonava, non smetteva un attimo, ed era chiaro, non suonava semplicemente, lui lo guidava, quel pianoforte, capito?, coi tasti, con le note, non so, lui lo guidava dove voleva, era assurdo ma era così. E mentre volteggiavamo tra i tavoli, sfiorando lampadari e poltrone, io capii che in quel momento, quel che stavamo facendo, quel che davvero stavamo facendo, era danzare con l’Oceano, noi e lui, ballerini pazzi, e perfetti, stretti in un torbido valzer, sul dorato parquet della notte. Oh yes.»

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Sculture di vento

Ho letto e riletto questo passaggio di Buon sangue in cui Jovanotti presenta il nono antenato della serie. E dopo un po’ ha cominciato a farsi strada un pensiero, una liberissima interpretazione. Mi son chiesto: in cosa è impegnato il matto? Sta cercando di scolpire delle sculture con il vento, è cioè impegnato in un atto creativo, generativo. Immediatamente ho pensato all’atto creaturale che ho studiato maggiormente. Nel mito cosmogonico raccontato in Genesi è proprio il soffio vitale di Dio a generare! E nell’induismo è fondamentale il concetto di atman; e nello yoga i momenti chiave sono quelli delle due apnee (kumbhaka) perché in essi il respiro è stabile e quindi è stabile anche la mente. Il respiro va poi emesso come se si lasciasse andare via la vita: più lo si trattiene, più si vive un anticipo di immortalità (piccolo ripassino per i ragazzi di quarta ;-). E proprio il riferimento all’induismo mi ha portato alla memoria che uno dei miti cosmogonici più diffusi è quello della danza cosmica. Per gli induisti la danza è più antica del mondo stesso, perché è proprio danzando sul monte Kailāsa che Shiva creò il cosmo e l’epoca attuale. Il Dio creatore pose il piede destro sul capo del demone primordiale, simbolo di ignoranza e cecità, uccidendolo (Eva col suo calcagno sul serpente?); poi sollevò il piede sinistro, a simboleggiare la conoscenza che conduce alla salvezza; nella mano destra levata in alto teneva il tamburo a clessidra (damaru), per scandire il ritmo del mondo, creando, un battito dopo l’altro, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra. Ma dalla stessa danza che risveglia la vita, scaturisce la scintilla che distruggerà la terra (la lingua di fuoco nella mano sinistra). Tamburo e fiamma sono i due elementi del gioco creazione-distruzione. (dalla Garzantina delle religioni). Sarei ora curioso di sapere se il buon Lorenzo l’ha fatto apposta o è solo fantasia mia… (potremmo metterci pure la danza dei dervisci…)

C’era un matto che faceva sculture di vento,Shiva.jpg

si fermavano a guardarlo quando in movimento

modellava ogni dettaglio della sua opera d’arte

dopo un po’ la fissava seduto in disparte,

quasi sempre scontento del suo risultato

con un soffio distruggeva quel che aveva creato.

E la sera la gente a casa ritornava,

con scolpito negli occhi il matto che danzava.

Mentre lui andava a letto sempre insoddisfatto,

proprio come un uomo, proprio come un matto.