Scia di vapore nell’aria vuota

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Uno scatto del cielo di Buttrio di qualche settimana fa, mio.

Una canzone di qualche anno fa (1987), decisamente non mia 🙂

“Un’anima in tensione che sta imparando a volare, legata alla terra dal proprio stato di natura ma determinata nel tentare. Non riesco a distogliere lo sguardo dai cieli che girano in tondo, muto per la paura e agitato, solo uno spiazzato essere terreno, io. Al di sopra del mondo su un’ala e una preghiera, il mio sporco alone, scia di vapore nell’aria vuota. Sopra le nuvole vedo la mia ombra volare con la coda del mio occhio bagnato di pianto. Un sogno non minacciato dalla luce del giorno potrebbe soffiare quest’anima attraverso il tetto della notte. Non c’è sensazione che si possa confrontare con questa animazione sospesa, uno stato d’estasi” (Learning to fly, Pink Floyd).

L’ultimo brindisi

Ed ecco qui, ancora una volta, uno di quegli incroci misteriosi che capita di attraversare. Ieri sfogliavo il libricino che sto scrivendo con le citazioni dei libri letti negli ultimi anni. Mi sono imbattuto in alcune parole del cardinal Martini citate nel libro “Storia di un uomo” di Aldo Maria Valli:

“Vi sono anche fasi della mia vita in cui non ho sentito di essere redento” (pag. 27)

“Le mie difficoltà non hanno riguardato la sfera del quotidiano, quanto piuttosto un grande interrogativo: non riuscivo a capire perché Dio lascia soffrire suo figlio sulla croce. Perfino da vescovo, a volte, non riuscivo ad alzare lo sguardo verso il crocifisso perché questa domanda mi tormentava. Me la prendevo con Dio” (pag. 163)altman1.JPG

Ed ecco che oggi, navigando in rete, incontro la poesia “Ultimo brindisi” di Anna Achmatova, tratta da Il giunco (1934)

Bevo a una casa distrutta,

alla mia vita sciagurata,

a solitudini vissute in due

e bevo anche a te:

all’inganno di labbra che tradirono,

al morto gelo dei tuoi occhi,

ad un mondo crudele e rozzo,

ad un Dio che non ci ha salvato.

Un tale Caino

Riprendo con il secondo personaggio di Buon Sangue. Jovanotti entra nella prima parte cainoeabele.jpgdella Bibbia e cita due episodi: l’uccisione di Abele da parte di Caino e la costruzione della torre di Babele. Mi fermo su Caino. Nella tradizione cristiana si è tramandata l’idea che Dio abbia rifiutato l’offerta agreste di Caino preferendo quella animale di Abele per riconoscere la bontà di quest’ultimo rispetto alla cattiveria del primogenito. Jovanotti riporta l’attenzione su un dato che emerge dal testo biblico: “Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello. Perché Dio quella mattina preferì mio fratello?”. Nel libro della Genesi non vi è alcun riferimento a presunti meriti o demeriti dei due fratelli. E’ la domanda dell’uomo davanti all’incomprensibile. Ieri un’amica scriveva su fb “Questo preciso istante è uno di quei tanti momenti nella vita di un individuo che richiedono (più di ogni altro giorno) una manna dal cielo, un aiuto provvidenziale, un conforto disinteressato, un ‘segno’ ormai insperato”. E’ il momento in cui si percepisce la lontananza, quello del “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, quello della profonda solitudine, del “Padre, se possibile allontana da me questo calice”. Qui Jovanotti apre alla consolazione: “Ma nei giorni più cupi, nei momenti più bui, lui sentiva che invece il più amato era lui”. La speranza è possibile anche là dove pare esserci solo disperazione, c’è luce anche nell’oscurità. Anche per l’assassino di suo fratello? Risponde la canzone: “come segno di amore gli era stato concesso il dolore e la colpa per il male commesso”. Ciò che Caino ha fatto non viene cancellato, non viene rimosso, ma gli viene fatto un gesto d’amore: la possibilità di espiare la propria colpa, il provare dolore per quanto ha fatto (attenzione: il male di Caino inizia con l’assassinio, non prima come spesso si pensa). Senza questo non è possibile vivere l’esperienza dell’essere perdonati. Senza pentimento ed espiazione del reo, quale perdono?

Tra i miei antenati più illustri c’è un tale Caino,

fondò la prima città e fu il primo assassino.

Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello.

perché Dio quella mattina preferì mio fratello?

Ma nei giorni più cupi, nei momenti più bui,

lui sentiva che invece il più amato era lui

e come segno di amore gli era stato concesso

il dolore e la colpa per il male commesso.

Un vincitore eternamente infelice

In prima abbiamo parlato, o stiamo parlando, della solitudine, nei suoi aspetti positivi e negativi, e delle relazioni. Abbiamo anche detto che nel vivere le relazioni è da mettere in conto la possibilità di prendere qualche “travata” sui denti, di vivere qualche delusione che a volte ci porta a dire “basta, non ne voglio più sapere degli altri, mi chiudo in me stesso”. Questa chiusura, simile a quella del signor Gustavson, protagonista del racconto letto in classe, ci mette al riparo da alcune delusioni possibili, ma non ci permette di sperimentare alcune cose: il brivido di una persona che ci dice “ti voglio bene”, il silenzio di un segreto condiviso, il calore di un abbraccio, l’emozione di un ritrovarsi… Il poeta messicano Eduardo Lizalde ha scritto una poesia, dal titolo Amore, in cui paragona il rapporto d’amore a un incontro di pugilato e ci dà la sua strategia per uscirne vincenti ma tremendamente infelici.

La regola è questa:NAMA_Akrotiri_2.jpg

dare solo l’essenziale,

ottenere il massimo,

non abbassare la guardia,

mettere i colpi a tempo,

non arrendersi,

e non combattere corpo a corpo,

non scoprirsi in alcuna circostanza

né scambiare colpi con il sopracciglio ferito;

non dire mai “ti amo”, sul serio,

all’avversario.

È la migliore strategia

per essere eternamente infelice

e vincitore

senza rischi apparenti.

E’ possibile che non ci sia altra strategia? Altra possibilità? Che sia solo questa la possibilità per far funzionare le cose? Calcolare al millimetro i pro e i contro? Non sprecare energie? Ottenere senza dare? Stare sulla difensiva? Non fare mai un passo indietro? Scrive Bertrand Russell: “Temere l’amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti”.

(spunto della riflessione il blog Il canto delle sirene)

Tra cielo e fango

A breve, nelle prime, parleremo di solitudine. Anticipo un po’ l’argomento con questa canzone di Jovanotti, di qualche anno fa, nell’album Safari. L’invito che fa il cantante è quello a tenere aperti gli occhi, le orecchie, i sensi a tutti gli stimoli che possono arrivare dall’esterno, anche quando questo può far paura e rischia di spingerci a chiuderci in noi stessi (in mezzo a colpevoli, vittime e superstiti, le città si fanno incomprensibili e pericolose e il dialogo fra persone è frammentario). Ci si sente accusati, con le armi puntate addosso, si percepisce la solitudine, e se si commette un errore non c’è modo di rimediare: una sola possibilità. Ecco, allora, l’invito di Jovanotti: guardarsi attorno e cogliere il profumo dei fiori, l’odore della città, il suono dei motorini, il sapore della pizza, le lacrime di una mamma, le idee di uno studente, gli incroci possibili in una piazza… Così si possono vivere le emozioni, positive e negative (rido e piango), sognare il cielo e apprezzare la terra (mi fondo con il cielo e con il fango), avere il coraggio di innamorarsi, svegliarsi, alzarsi, non lamentarsi più e incamminarsi verso il domani: il battito di un cuore dentro al petto, la passione che fa crescere un progetto, l’appetito, la sete, l’evoluzione in atto, l’energia che si scatena in un contatto. Appunto, l’unico pericolo è l’apatia, non riuscire più a sentire niente: lì sì la solitudine è reale, ed è angoscia (un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente). Le antenne alzate verso il cielo, invece, ti fanno percepire gli altri: io lo so che non sono solo anche quando sono solo.

Io lo so che non sono solo anche quando sono solo…

sotto un cielo di stelle e di satelliti tra i colpevoli le vittime e i superstiti

un cane abbaia alla luna, un uomo guarda la sua mano

sembra quella di suo padre quando da bambino

lo prendeva come niente e lo sollevava su era bello il panorama visto dall’alto

si gettava sulle cose prima del pensiero

la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero

ora la città è un film straniero senza sottotitoli

le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli il ghiaccio sulle cose

la tele dice che le strade son pericolose ma l’unico pericolo che sento veramente

è quello di non riuscire più a sentire niente

il profumo dei fiori l’odore della città il suono dei motorini il sapore della pizza

le lacrime di una mamma le idee di uno studente gli incroci possibili in una piazza

di stare con le antenne alzate verso il cielo

io lo so che non sono solo…

e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango…

la città è un film straniero senza sottotitoli una pentola che cuoce pezzi di dialoghi

come stai quanto costa che ore sono che succede che si dice chi ci crede

e allora ci si vede

ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio

un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente

un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi

e una musica che pompa sangue nelle vene e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi

smettere di lamentarsi

che l’unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente

di non riuscire più a sentire niente

il battito di un cuore dentro al petto la passione che fa crescere un progetto

l’appetito la sete l’evoluzione in atto l’energia che si scatena in un contatto…

Questa fragile e tenace volontà di capire

«Postulare che l’uomo (ogni uomo) abbia come vocazione essenziale la conoscenza, la conoscenza di Augé.jpegciò che è, la conoscenza di chi è, non significa assegnargli un ideale irraggiungibile, ignorare le condizioni materiali e affettive che possono garantirgli il benessere e talvolta la felicità: significa ricordare la parte di umanità generica di cui siamo tutti portatori, e l’esigenza etica e critica che ne consegue» (Marc Augé, da Futuro)

Posto un articolo di Paolo Perazzolo, in cui si parla di conoscenza, di scienza, di viaggi, di incontro con l’altro, di solitudine, di tempo, di ciclismo. A me è piaciuto molto. Buona lettura

“Marc Augé ama definirsi un testimone dei nostri tempi. Tale è stato ed è, a tutti gli effetti. La modalità che ha scelto, per assolvere a questa vocazione, è stata quella del viaggio. Dapprima le sue mete furono quelle tradizionali per tutti gli etnologi ed antropologi: l’Africa con le sue tribù ancora immerse in un passato ancestrale in cui la forza del mito e del rito si manifestava in tutta la sua purezza. Fatto ritorno in Occidente, ebbe la geniale intuizione di applicare le medesime categorie e lo stesso sguardo anche alla nostra società contemporanea “evoluta”. Infilandosi, ad esempio, nelle nostre metropolitane. Con esiti straordinari. A lui dobbiamo ad esempio l’idea del non-luogo, quegli spazi, dagli aeroporti ai centri commerciali, in cui tanti individui si sfiorano e vengono in qualche modo a contatto fra di loro, senza tuttavia mai incontrarsi e conoscersi davvero.

Ancora, a lui va attribuita la consapevolezza che la nostra epoca, in conseguenza di un’accelerazione senza precedenti rispetto alle categorie fondamentali di spazio e tempo, ha dei tratti del tutti peculiari. Di qui il neologismo, da lui coniato, di surmodernità, una società caratterizzata da un eccesso, una sovrabbondanza, un bombardamento di tempo, di spazio e di ego al quale è difficile dare una forma dotata di senso. Leggere i libri di Augé equivale davvero a intraprendere un viaggio, nel quale si è chiamati a tenere ben aperti gli occhi, in modo che la realtà si dia a noi senza mediazioni e al di là dei nostri pre-giudizi. Accade ad esempio con il recente Futuro (Bollati Boringhieri), densissimo saggio sul tempo e sul nostro modo di rapportarsi ad esso, o con Per strada e fuori rotta (stesso editore) in uscita in questi giorni, “Diario settembre 2008 – giugno 2009” in cui dà conto delle sue ultime esplorazioni.

C’è un tema sul quale il grande etnologo negli ultimi anni sta sempre più concentrando la sua riflessione: quello della conoscenza. Sembra quasi che in essa, e nel viaggio come modalità conoscitiva, egli stia ravvisando la strada che dobbiamo intraprendere per risolvere i nostri guai, uscire da una crisi vasta e complessa. Non è dunque casuale che la sua relazione al Festival della mente di Sarzana, sabato primo settembre, si intitoli proprio “La priorità della conoscenza”, nel quale denuncerà un doppio rischio: un divario sempre più crescente fra un’aristocrazia planetaria del sapere e una massa di semplici consumatori, da una parte, e l’arroganza intellettuale di chiunque voglia imporre le sue convinzioni all’umanità.

Professor Augé, perché la speranza dell’umanità si fonda sulla conoscenza?

«Il mio pensiero è che la conoscenza, l’impulso verso di essa, sia la sola realtà che possa dare un senso alla nostra vita. In Futuro scrivo: “Io che cosa sono, se non questa fragile e tenace volontà di capire? La coscienza comune di questa tensione profonda definisce il più alto grado di sociabilità, il rapporto più intenso con gli altri, l’incontro”. Ora, così dicendo non intendo affatto contrapporla alla dimensione affettiva delle persone. Semplicemente, mi sembra che, se la comunità degli uomini nel suo insieme fosse animata dall’aspirazione a migliorare la nostra conoscenza in ogni settore, le relazioni ne guadagnerebbero. La scienza, quella autentica, è umile. Non ha nulla a che fare con lo scientismo. La sua storia è quella di un movimento progressivo, sempre soggetto agli errori e sempre aperto alle correzioni e alle rettifiche, delle frontiere dell’ignoto. Pur reggendosi sulle conoscenze già acquisite, la scienza non le considera mai definitive. E fondandosi sull’evidenza, sull’osservazione e la verifica dell’esperienza, mette continuamente in discussione le nozioni di verità e totalità. Procede per ipotesi e si accontenta di spostare, passo dopo passo, i confini del non noto. Sono convinto che potrebbe fungere da modello per i nostri comportamenti, in ogni campo. Per assumersi questa funzione, la scienza deve riflettere e avere coscienza delle proprie finalità e degli effetti del suo operare».

Come è possibile allargare l’orizzonte di conoscenza, di sé e degli altri?

«Penso che sia interessandosi agli altri che si impari a conoscere se stessi. Cercare di conoscere l’altro da sé, significa mettere alla prova la relazione – fra un individuo e gli altri – che sta al centro dell’identità sociale, ma anche personale. Migliorare questa conoscenza significa abbandonare l’isolamento, sia per quanto riguarda me stesso, sia per quanto riguarda gli altri».

E quale ruolo va attribuito alle tecnologie in questo discorso?

«Hanno senza dubbio un impatto impressionante, ma possono creare un mondo artificiale, portandoci a confondere i fini con i mezzi, il virtuale con il reale. I rischi connessi al potere – questa perversione insita come possibilità in ogni relazione – sono sempre presenti nelle applicazioni della scienza».

Veniamo a un’altra questione centrale del suo pensiero, il viaggio. Può stimolare la nostra conoscenza? E cosa significa viaggiare? Non credo sia identificabile con il turismo di massa…

«Le esplorazioni sono sempre state importanti nella storia dell’umanità, ma l’Occidente ha sempre mancato l’incontro con l’altro, perché chiuso nella sua presunzione di superiorità. Viaggiare è essenziale, ma difficile. L’etnologo è un viaggiatore professionista che cerca di capire gli altri e di confondersi con loro. Quando viaggia gli tocca sperimentare anche il significato della solitudine. Viaggiare, oggi, non significa per forza percorrere lunghe distanze, per poi scoprire che tutto si assomiglia; significa invece imparare a guardare con i propri occhi lo spettacolo di ciò che non viene imposto né proposto. Qui o là, vicino o lontano, non importa. L’organizzazione del mondo globalizzato rende l”impresa ardua».

Mi sembra che una delle questioni centrali del suo pensiero sia quella della relazione, del rapporto fra un individuo e gli altri, nella dimensione sociale. Non crede che, dopo aver parlato di non-luoghi e non-tempi, sia venuto il momento di parlare anche di non-relazioni? Lei stesso poco fa accennava al fatto che Internet e i social network, ad esempio, pur avendo molti aspetti positivi, tessono una rete di relazioni artificiali…

«È il punto centrale. È paradossale che, proprio nell’era della comunicazione, rischiamo di perdere la relazione… Crediamo di conoscere solo quando riconosciamo una cosa come familiare. L’unica cosa che posso dire è che le due componenti fondamentali dell’esistenza simbolica – lo spazio e il tempo – sono indispensabili alla vita sociale. Trascurarle o ignorarle non può che portare a patologie distruttive».

Il mondo è sempre più piccolo, mai abbiamo avuto a disposizione così tanti mezzi di comunicazione, eppure la solitudine dilaga…

«Sono molte le cause della solitudine e dell’isolamento. Nei Paesi sviluppati, sia le nuove forme di lavoro (a tempo, precario) sia la disoccupazione hanno creato nuove paure. È quando l’avvenire immediato si fa incerto che la solitudine fa sentire i suoi morsi. Se ci spostiamo su scala mondiale, sono evidenti le forme di disuguaglianza, destabilizzazione e totalitarismo che alimentano la rivolta o la disperazione».

Lei dice che abbiamo perso la coscienza del passato e del futuro e ci siamo imprigionati in un immobile presente. Cosa abbiamo perso, perdendo il passato e il futuro?

«Il presente non esiste: è il nome che diamo al passaggio incessante dal passato al futuro. Però è vero che lo sviluppo tecnologico tende ad accelerare il tempo e a ridurre lo spazio: ubiquità e immediatezza appaiono come l’ideale promosso dal progresso tecnologico e, addirittura, come valori in sé. Gli esseri umani sanno, tuttavia, che fuori dai fondamenti simbolici della vita individuale – lo ripeto: lo spazio e il tempo – c’è solo illusione».

Quest’epoca dominata dagli eccessi di tempo, spazio ed ego – che lei ha definito surmodernità -, all’interno della quale l’uomo fatica a dare un senso e una forma alla rapida sequenza di fatti e informazioni e tende a chiudersi nei confini dell’io, è un destino ineluttabile?

«Non credo alla fatalità ma, contrariamente a quanto fanno gli uomini, la storia si prende il suo tempo. Anche se il tempo accelera, la storia condanna ancora i mortali, rivelando come utopie i loro progetti più modesti, nonché quelli più ambiziosi. Questa constatazione è al tempo stesso frustrante e incoraggiante. Il tempo attuale è probabilmente il tempo dell’eccesso, ma occorre fare attenzione al fatto che siamo sulla terra esposti in maniera molto diversa alle ricadute nelle illusioni che suscitano queste diverse forme d’eccesso. Un campo immenso e altrettanto aperto alla riflessione e all’azione politica».

Un’ultima domanda: andare in bicicletta è il simbolo di una nuovo stile di vita?

«Andare in bicicletta consente concretamente di praticare lo spazio e il tempo. Lo spazio, ovviamente: non dimentichiamo, soprattutto in città, che al ciclista si offrono itinerari alternativi e scorciatoie. Un po’ di libertà in un mondo inquadrato. Quanto al tempo, il ciclista lo sperimenta in varie maniere, facendo leva sul suo polpaccio. Mette alla prova la sua forma fisica e così prende coscienza della sua età. Non ci si dimentica mai l’arte di pedalare. E questa esperienza riporta il ciclista ai ricordi d’infanzia. La filosofia del ciclista è una forma di resistenza simbolica – sempre lo spazio e il tempo! – all’ideologia del presente».”