“Ho scelto di portare la foto di questo foglio (non ho rischiato di rovinare l’originale) con le firme dei giocatori dell’Inter del 2014. C’è la data della mia prima partita allo stadio con mio padre e un mio amico; sono sempre stato tifoso dell’Inter e da piccolo avevo il sogno di incontrare i giocatori dal vivo. Mio padre era amico di uno dei membri dello Staff e il giorno prima della partita abbiamo assistito ad un allenamento e poi ho parlato con alcuni giocatori e mi sono fatto fare le firme. E’ stato uno dei momenti più belli della mia vita ed è un ricordo indelebile”.
Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ha scritto: “Una volta alla settimana, il tifoso fugge da casa sua e va allo stadio. Sventolano le bandiere, suonano le trombe, i razzi, i tamburi, piovono le stelle filanti e i coriandoli: la città scompare, la routine si dimentica, esiste solo il tempio. In questo spazio sacro, l’unica religione che non ha atei esibisce le sue divinità…”. Commento così la gemma di D. (classe terza), ricordando anche che devo avere da qualche parte, probabilmente tra le pagine di un vecchio diario, due fogli ingialliti con le firme di Oliver Bierhoff e di Marcio Amoroso.
“Ho portato questa medaglia, la prima che ho vinto; dato che lunedì, dopo un bel po’, riprenderò il mio sport ho pensato di portarla”.
Stavo cercando ispirazione su come commentare la gemma di E. (classe prima) e, visto che da 45 minuti è passata la mezzanotte, ho girato la pagina del calendarietto da tavolo, quello con le frasi. Mi sono imbattuto in questa di Albert Payson Terhune: “Vinci senza vantarti. Perdi senza scuse”. Ho pensato allo sport che vedo in tv e a quanto capiti di rado.
“Ho portato delle pagine di giornali degli anni in cui mio papà giocava a calcio. La mia prima idea di gemma era un’altra però non la trovavo più; poi un giorno mi sono messa a sfolgiare con il nonno delle foto che aveva in casa e mi ha suggerito di portare questa come gemma. Mio papà è una figura molto importante nella mia vita ed è stato lui a trasmettermi la passione per il calcio. Lui ha giocato in tante squadre, anche nella primavera dell’Udinese che ora è la mia squadra del cuore”.
Sono stato appassionato di calcio. Ora guardo qualche partita ogni tanto, ma ci sono stati gli anni degli abbonamenti in curva Nord, delle partite passate tutte in piedi a saltare, cantare, gridare (fine anni ‘90 – inizio anni ‘00). Non è stata una passione trasmessami da qualcuno come invece è successo a C. (classe seconda). Forse è per questo che nel tempo si è affievolita, mancava di radici.
“La ginnastica artistica è lo sport che ho praticato e pratico tuttora. Il video me l’ha fatto vedere mio padre; la prima volta mi sono emozionata perché mi sono molto rivista… l’ansia, la preparazione, le gare… La ginnastica artistica è una famiglia: ci si aiuta tutti, anche nelle gare, anche tra rivali. E’ una parte della mia vita che mi ha molto segnato”.
Mentre guardavo il video proposto da I. (classe terza) avevo una sensazione di déjà-vu. Poi mi sono ricordato: Stick It – Sfida e conquista, un film del 2006, di cui pubblico le parti conclusive sottoforma di link: la prima e la seconda.
“Ho portato due foto: quest’anno sono stato convocato nella rappresentativa del Friuli Venezia Giulia under 19. Lo desideravo da molto tempo e quindi è un grande traguardo personale: ad aprile avremo un torneo in cui ci scontreremo con le altre squadre rappresentative per contenderci il titolo di migliore regione d’Italia”.
Con orgoglio J. (classe quinta) ha presentato la sua gemma, la foto della squadra e l’elenco dei convocati. C’è una frase del regista Spike Lee che voglio riportare qui e lasciare come augurio a J.: “La sera prima di gara 5 della finale, Michael Jordan mangiò una pizza e si beccò una intossicazione alimentare. Volle scendere ugualmente in campo e segnò 40 punti. È questo il doping del campione vero: la voglia di giocare”.
“Questa l’ho vinta tre anni fa: purtroppo è una medaglia per il secondo posto. E’ quella di un torneo in cui aveve gareggiato molto bene e avevo pure giocato in casa: dopo aver vinto quattro incontri mi sentivo sicuro che nessuno avrebbe potuto battermi, ma non è andata così. All’inizio pensavo fosse la medaglia del disonore, invece il mio allenatore mi ha fatto capire che, sì, il secondo posto significa essere il migliore dei perdenti ma la sconfitta ha un valore e va accettata perché fa parte del gioco e perché si può anche non essere i più forti di tutti”. Questa la gemma di L. (classe seconda). Spesso capita di vedere, durante le premiazioni, chi arriva terzo gioire più del secondo, la medaglia di bronzo essere più felice dell’argento. In molti tornei (non in tutti gli sport) il terzo è risultato di una vittoria (scontro tra terzo e quarto posto), mentre il secondo è figlio di una sconfitta. Eppure la graduatoria finale racconterà un’altra storia. Allora lascio qui una delle più famose affermazioni del Dalai Lama: “Quando perdi, non perdere la lezione.”
“Ho deciso di portare questa racchetta perchè è l’oggetto più importante che possiedo. Questa racchetta è appartenuta a mio nonno che era un appassionato di tennis, di calcio e di tutti gli sport. Grazie a lui ho compreso che il calcio è la mia passione. Purtroppo il 30 dicembre 2021 è venuto a mancare, in pochissimo tempo, a causa di una malattia. Ho voluto tenere come ricordo questa racchetta perché, per me, racchiude tutti i miei ricordi con lui. Questa perdita mi ha segnato molto…”.
Non sapevo della perdita subita da M. (classe seconda), l’ho saputo nel momento in cui ha fatto questa gemma. La perdita dei nonni ci segna perché, nella maggior parte dei casi, dentro di noi ci sono forti i segni della loro presenza, del loro affetto, delle loro vite che semplicemente continuano a farsi sentire anche quando loro non ci sono più. Mi piace molto trovare nel mio carattere, nelle cose che faccio, nelle passioni che ho, segni dei miei nonni e dare loro il nome che avevano.
“Lei è A. Questa foto fu scattata più o meno a giugno dell’anno scorso, avevamo appena finito il nostro doppio e nonostante non avessimo più fiato eravamo felici, davvero felici. Io e A. ci siamo appunto conosciute circa 5 anni fa ad allenamento, inizialmente pensavo fosse come le altre ragazze più grandi, che non considerano le nuove arrivate poiché lei aveva iniziato nuoto qualche anno prima di me. Con il passare del tempo abbiamo iniziato ad instaurare un legame fortissimo. Inizialmente eravamo un gruppo di 5 ragazze, ci volevamo molto bene ed eravamo sempre pronte ad ascoltarci a vicenda, poi invece, col passare del tempo abbiamo capito che ci serviva dello spazio. Ma io e A. non ci siamo separate. Ne abbiamo passate tante assieme. Lei riesce a convincermi a fare tutto, anche le cose più stupide, che magari, per come sono fatta, non farei mai e viceversa. Tornando alla foto di prima voglio raccontarvi il retroscena. Sfortunatamente A. era da anni che non riusciva più a esibirsi durante le gare perché soffriva molto di attacchi di ansia, si fermava durante la coreografia e non riusciva a completare un esercizio. Lei, la persona più disponibile e generosa di tutte, non era in grado però di gestire le sue paure. Poi, arrivò il giorno in cui facemmo il nostro doppio per la prima volta assieme. Inutile dire che riuscì a finirlo tutto e per questo, subito dopo l’esibizione ci abbracciamo fortissimo. Io perché ero orgogliosa di lei e di come era riuscita ad affrontare questo suo grande ostacolo, lei aveva capito che la nostra amicizia era talmente forte che grazie ad essa era riuscita a trovare quel conforto che le serviva da tempo. Non so spiegarvi quanto sono grata di avere una persona del genere al mio fianco, ci capiamo solo con uno sguardo e capita spesso che diciamo le stesse cose nello stesso momento. Forse siamo un po’ strane sì, ma vi assicuro che nella nostra stranezza riusciremmo a perderci per giorni interi, a ridere, cantare a squarciagola e ballare. Con lei provo quel senso di libertà che nessun’altra persona mi ha dato prima. Non ho paura di essere giudicata e posso sempre dirle tutto e lei è sempre pronta ad ascoltarmi. Auguro anche a voi di trovare una A.” E’ stata forte l’emozione destata dalla gemma di A. (classe terza), un elogio dell’amicizia in tutte le sue dimensioni. Jorge Luis Borges è autore di questi versi: Non posso darti soluzioni per tutti i problema della vita Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori, però posso ascoltarli e dividerli con te Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro Però quando serve starò vicino a te Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cadi La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei Però gioisco sinceramente quando ti vedo felice Non giudico le decisioni che prendi nella vita Mi limito ad appoggiarti a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti, Però posso offrirti lo spazio necessario per crescere Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore Però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo. Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere Solamente posso volerti come sei ed essere tua amica.
“Ho scelto i miei guanti da portiere perché sono il materiale più importante per un portiere, appunto. Per il centrocampista il materiale più importante sono gli scarpini; per un portiere avere un buon paio di guanti è d’oro. Quei guanti ce li ho dall’anno scorso e ho parato tanto. Inoltre li ho anche prestati un paio di volte ad un amico che aveva solo quelli da allenamento e che non erano neppure ben messi. Tra portieri ci si aiuta sempre. Pertanto per me sono molto importanti perché simboleggiano un’amicizia e perché sono un materiale fondamentale per un portiere” Io lo ricordo come attaccante del Real Madrid di quando ero ragazzino, a metà anni ‘80, e dell’Argentina campione del mondo in Messico: Jorge Valdano. Poi è diventato un dirigente sportivo e un allenatore e ha scritto anche dei libri. M. (classe prima). Lascio a lui il ruolo di commentare la gemma di M. (classe prima): “Il portiere dei campioni è l’uomo solo che aspetta. Ha lunghi minuti di contemplazione, ma non può concedersi il lusso della distrazione. E’ spettatore, ma con occhi da protagonista, felino che ha bisogno di pazienza. Compare così poco sulla scena che si notano molto di più le sue incertezze. Decine di minuti a ruminare l’ultimo errore senza potersi vendicare fino a quando, in un istante non scelto, gli si presenta il nuovo, impegnativo compito”.
“Ho portato, come gemma, un video e questa coccarda. La coccarda l’ho vinta all’ultimo concorso fatto prima di tornare a scuola e che mi ha anche risollevato dopo un concorso andato male ad agosto. Ho chiesto al mio istruttore di firmarmela e lui mi ha detto subito di sì. L’ho portata per due motivi. Il primo è il fatto che lui l’abbia firmata: lui è uno che nella vita ha fatto tutto quello che poteva fare e il fatto che abbia preso a cuore di insegnare a noi e di trametterci tante cose che sa è una cosa che mi ha sempre stupito. Mi dà una mano in tutto, anche con la scuola e l’università. Il secondo motivo è legato al grande percorso fatto con la mia cavalla, comprata quando aveva 5 anni e ora ne ha 8. All’inizio tutti dicevano che non valeva niente, che era troppo per me, che non ero capace di montarla e che più di 115 non avrebbe saltato. Anche dopo essermi rotta una vertebra molti mi sconsigliavano di montarla; il mio istruttore ha insistito perché continuassi a farlo e sono arrivata ad un risultato che neppure mi aspettavo. Nel video che ho portato si vede il salto di un ostacolo di 130 cm, fatto quest’estate (l’istruttore mi dice di non saltare più di 115 perché non si fida, poi quando ce la faccio mi dice che la cavalla è troppo brava e che non me la merito… In realtà lui sa che ho superato tanti miei limiti perché dopo l’infortunio avevo paura). Per me è stata una grande rivincita aver fatto ciò con questa cavalla!”.
Ecco la gemma di T. (classe quinta). Non sono uno di quelli che pensano che possiamo fare qualsiasi cosa, e che siano sufficienti determinazione e volontà. Credo che siamo fatti sia per superare i limiti, sia “semplicemente” per sfidarli, e magari essere respinti e comprendere quindi per bene quali siano. Fermarsi troppo presto, prima ancora di provare a superarli, penso che comporti un rischio sintetizzato in una frase de Il barone rampante di Italo Calvino: “Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!”.
“Inizialmente non sapevo proprio cosa portare come gemma, ma alla fine ho optato per la prima medaglia vinta nello sport che pratico ancora, ovvero l’atletica. Ho fatto per diversi anni nuoto, ma dopo un po’ mi ero accorta che non mi piaceva più e di conseguenza era diventato come una sorta di peso, così decisi di provare ad iniziare atletica; era il settembre 2016. All’inizio non fu affatto facile; speravo di ottenere dei buoni risultati sin da subito; ovviamente non fu così, c’era tanto che dovevo ancora imparare. Ad una delle ultime gare della prima stagione, i campionati regionali, quindi era più o meno ottobre del 2017, finalmente riuscii a vincere la mia prima medaglia. Ero davvero molto felice, tant’è che portai la medaglia al collo per l’intera giornata. Ho deciso di portare questa medaglia come gemma perché questo sport mi ha davvero insegnato molte cose e continua ancora a farlo. Mi ha accompagnato nella mia crescita, mi ha messo di fronte a diversi ostacoli, mi ha fatto capire che alla fine se voglio ce la posso fare e che non sempre tutto può andare bene. In qualche modo mi ha sempre aiutata nei momenti meno belli. All’atletica devo molto, anche le persone a cui sono tanto legata. Un giorno probabilmente questo mio percorso finirà, ma mi lascerà tantissimi ricordi (sia belli che meno belli) perché questo per me non è solo un semplice sport ma qualcosa di più”.
Anche la gemma di E. (classe terza) è dedicata allo sport. Nel mese di maggio mi sono imbattuto in un podcast di Mario Calabresi (lo trovate su Spotify) in cui intervistava Veronica Yoko Plebani, atleta che poi in agosto avrebbe vinto uno splendido bronzo nel triathlon alle paralimpiadi di Tokyo. Un giorno, non appena finisco il suo libro Fiori affamati di vita, scriverò sicuramente un post su di lei. Ad un certo punto, parlando del suo corpo (colpito da una meningite fulminante a 15 anni), dice “Il corpo è stata la mia soluzione. Attraverso lo sport faccio delle cose incredibili quindi non vedo niente di male nel mio corpo, anzi, vedo solo cose bellissime e questo mi aiuta a non avere nessun problema nel mostrarlo. Con il tempo ho capito che questo può essere d’aiuto anche per gli altri: è come se fossi diventata uno spazio dove le persone sanno riconoscere la fragilità. Molti sentono che è possibile avere delle fragilità e mostrarle e capiscono che si possono anche trasformare in qualcosa di positivo e accettarle”. La potenza dello sport! Consiglio: seguite su Instagram questa ragazza, fa bene all’anima.
“Oggi ho deciso di parlarvi di questa cuffia che ho comprato ai campionati italiani estivi di nuoto pchi mesi fa. Quest’anno purtroppo, a causa del Covid e le numerose restrizioni, è stato abbastanza difficile allenarmi costantemente nella mia disciplina. Ho cominciato a nuotare quando avevo 4 anni e da lì è nata la mia grande passione. Sono già 4 anni che partecipo ai campionati italiani di categoria ma il 2021 è stato un anno particolarmente difficile. Le piscine, per esempio, hanno chiuso per un periodo di tempo e quando hanno riaperto c’era un numero limitato di persone che poteva stare in piscina per questione di spazi e le palestre sono sempre rimaste chiuse, impedendo così il nostro potenziamento fuori dall’acqua. Nonostante tutta la fatica fatta, sono comunque riuscita ad ottenere qualche risultato soddisfacente riuscendo a qualificarmi per Roma 2021. Purtroppo il campionato non è andato come speravo, ma questa cuffia mi fa ricordare la bellissima esperienza che ho vissuto con i miei compagni, il fatto che non ho mollato fino all’ultimo e tutto il duro lavoro che ho svolto durante l’anno per raggiungere il mio obiettivo”.
Questa è stata la gemma di E. (classe terza). Mi ci è voluto un po’, ma poi sono riuscito a recuperare una frase che attribuivo ad un nuotatore ma non riuscivo a ricordare quale. Si tratta di una frase di Massimiliano Rosolino: “Il nuotatore ha come punto di riferimento i tempi. Il nuoto è uno sport completo che può dare un patrimonio eccezionale ma deve sempre essere vissuto in maniera serena. Il tempo da battere per migliorarsi non deve creare nel bambino ansia da prestazione ma deve essere uno stimolo per impegnarsi ad esprimere il meglio.”
“Ne ho parlato varie volte e non volevo essere ripetitivo, però effettivamente il rugby e il pallone… è qualcosa che significa molto per me. Questo l’ho preso allo stadio della Benetton Treviso ed è autografato da due giocatori. Ho scelto questo anche perché era abbastanza piccolo e lo potevo portare nello zaino, ma qualsiasi pallone è un simbolo di fratellanza: in una squadra di rugby non ci sono giocatori ma ci sono solo fratelli che ti aiutano e che devi aiutare. Fratellanza e amicizia, sia fuori che dentro il campo.”
Questa è stata la gemma sportiva di D. (classe seconda). Sono andato a ripescare quanto mi scriveva un alunno nel 2013 e che avevo già riportato sul blog, ma lo ripropongo con piacere: “Ecco. Il mio valore più importante è la famiglia… Ho scelto questa immagine perché penso che il Rugby sia come una famiglia: ci può essere qualsiasi persona in una squadra: c’è quello veloce, quello snello, quello tarchiato, quello alto, quello ciccione, quello grosso… Tutti questi con differenti personalità…. belle o brutte… E nonostante il carattere e l’aspetto fisico differenti l’uno dall’altro questa squadra è una sola: agisce, lotta, si aiuta a vicenda, ognuno ha il suo compito, proprio come una famiglia. Non deve mollare. Deve avanzare. Continuare il percorso anche durante le difficoltà… Io gioco a rugby. Sono al primo anno dell’under diciotto e sono il più piccolo. Io ammiro molto i compagni più grandi di me. Essi hanno più tecnica, più fisico ed esperienza… Sono più forti, superiori a me, anche in partita, e ad allenamento (infatti le prendo molto spesso). Nonostante questo anche se ogni tanto fanno gli spavaldi con me, gli voglio bene, li rispetto con tutto il cuore e so che anche se mi legnano ad allenamento, nel vero match, nel momento del bisogno, quando sarò placcato, loro saranno lì a prendere la mia palla per poi portarla oltre la linea di meta. Con loro son sicuro: avrò sempre un sostegno, sia morale che fisico. Per questo ritengo che la famiglia sia importante, sia dal punto di vista sociale che sportivo. Devo dire che riflettendoci, ci sono vari tipi di famiglia in questo mondo, anche se non ce ne rendiamo conto. La prima cosa che viene in mente appena qualcuno dice la parola famiglia, sono i genitori e i parenti. Se pensiamo bene invece ci sono anche altre famiglie. A scuola, al lavoro, nello sport, ovunque. La famiglia condivide tutto nonostante le difficoltà. Oggi uscendo dallo spogliatoio ho visto i due soliti fuori quota della squadra… Sono acerrimi nemici in campo. Quando si devono scegliere le squadre ad allenamento loro sono sempre separati, l’uno contro l’altro. Se le danno di santa ragione. Alla fine pero’ si chiamano a vicenda “mate”, vengono ad allenamento insieme, ridono insieme, c’è un’ intesa incredibile … Sono inseparabili… Io penso che ci sia qualcosa di magico in questo sport… Si condivide tutto: dalla fatica degli ultimi minuti impossibili da giocare, dove le ossa scricchiolano, i lividi si sentono di più e le gambe si indolenziscono, alla pasta del terzo tempo, dove si ride e scherza anche con la squadra avversaria. Il rugby insegna tante cose. Ti insegna ad attribuire i valori alla vita, ti insegna a rispettare, a dare sostegno, a non mollare al primo tentativo, a perseverare…. ad essere UNITI… Come una famiglia… Il rugby è come la vita. C’è tutto dentro: Difficoltà, dolore, amore, passione… Non per questo è definito dai gallesi “LO SPORT CHE VIENE GIOCATO IN PARADISO”… E lei cosa ne dice prof, pensa che qualche volta Dio si metta a fare qualche partita di rugby per insegnare a noi la vita?”. Bello vero?
“Io come gemma ho portato questa medaglia, la prima che ho ricevuto nello sport che praticavo. Per me ha un valore molto importante perché ero l’unica bambina a partecipare a questa mezza maratona di Palmanova insieme al mio allenatore. La medaglia mi lega proprio a questo sport che ho praticato e poi lasciato a causa della scuola e di altri impegni: il pattinaggio”.
V. (classe terza) ha presentato con queste parole la sua gemma. Stefano Baldini è un ex maratoneta, ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene. Dice così: “Correre perché nella corsa senti la tua anima e la tua mente che si liberano in piena libertà e autonomia. Correre perché il cuore con il suo saldo pulsare ti dà il ritmo dell’esistenza. Correre è bello perché ti dà belle sensazioni.”
Davide Mazzanti è l’allenatore della Nazionale italiana femminile di pallavolo. Qualche giorno fa, durante il ricevimento al Quirinale delle due nazionali, maschile e femminile, campionesse d’Europa, ha tenuto un breve discorso (2 minuti), a mio avviso molto significativo. Nella premessa afferma che lo sport sia spesso metafora della vita o di alcune fasi dell’esistenza. E poi fa una considerazione su cosa sia realmente lo sport e su come dovrebbero funzionare auspicabilmente le nostre relazioni. Eccone un estratto:
“Oggi celebriamo con convinzione i traguardi dei campioni e delle campionesse. Ma sotto i coriandoli della festa c’è un mondo intero che risale in superficie soltanto quando la palla cade dal lato giusto del campo. Perché chi perde, invece, è un fallito. Non è questo lo sport. In una narrativa che è soltanto bianco e nero, lo sport è la tavolozza dei grigi. Dove successo e sconfitta sono figli della stessa identica fatica, passione e desiderio. Dove tanti piccoli passetti in direzione dell’eccellenza possono anche essere distrutti in un istante, ad opera della sfortuna o del caso. Tutto ciò che accade in un rettangolo di gioco, in una piscina, in una palestra, è imponderabile, è affascinante, è doloroso, è stressante ed è unico. Ed è anche lo specchio di quello che ognuno di noi vive quotidianamente sul lavoro, con gli amici, in amore e nelle proprie comunità. E in questa grande estate tricolore, se c’è un messaggio che vale davvero la pena condividere è la speranza che le medaglie e i successi ci aiutino a creare un mondo in cui la gratitudine e il rispetto non svaniscano, al di là del lato dove cadrà l’ultima palla.”
Sono giorni di Olimpiadi, di sportivi conosciuti ai più che vincono o no e di sportivi sconosciuti ai più che fanno lo stesso. Dei primi si continuerà a parlare e scrivere comunque e anche le persone non vicine al mondo dello sport riconosceranno il loro nome; il nome dei secondi finirà in un cassetto polveroso per tre anni, quando riemergerà per una passata di straccio per la prossima Olimpiade. E nel caso di una vittoria nipponica quest’anno e di una malaugurata sconfitta parigina futura, dovranno prepararsi a essere definiti “una delusione”.
Il 12 novembre 2016 se n’è andato a soli 22 anni Vittorio Andrei, rapper conosciuto come Cranio Randagio; nella canzone Petrolio racconta della madre che l’ha spinto a partecipare a X Factor, ma soprattutto parla delle cose importanti, di ciò che conta, di quanto possa essere difficile vivere in un contesto che tarpa le ali al volo, che smorza gli entusiasmo con le continue critiche. “Io volerò, io volerò via ,ome un gabbiano pure se il petrolio mi pesa sul dorso smorzando la scia. Io volerò via, volerò via perché nel cielo c’è molto di più che in questa terra sbranata da gru, che in quest’oceano sempre meno blu. Dammi un motivo per restare, per mollare l’ancora, qui dove è tutto un detestare cio che l’altro fa. Ci hanno oppressi per testare quanto è forte l’anima, per quanto a pezzi possa amare un giorno spirerà.” E ancora “Ma non sarà certo X Factor a dirvi quanto valgo. La gente si dimentica, si scorda in un secondo anche soltanto che tu possa stare al mondo. Ma come disse un sommo dall’alto del suo intelletto: non puoi fermare il vento, solo fargli perder tempo.”
E conclude: “Io ho qualcosa di importante da dovervi raccontare: nessun “Non ce la farai” vale quanto un “Non mollare””.
Penso sia bene pensarci bene prima di usare “delusione, scontentezza, disillusione, amarezza, insoddisfazione” come parole che descrivono lo stato d’animo del tifoso davanti alle prestazioni di sportivi che hanno fatto mille sacrifici per essere lì. Le medaglie sono tre: non è pensabile che tutto il resto sia delusione (e a volte persino il bronzo o l’argento). E tutto questo portiamolo nella nostra vita: fare tutto il possibile non è detto che ci porti alla medaglia d’oro assoluta perché può esserci chi ci sopravanza. Ma fare tutto il possibile è la nostra medaglia d’oro.
Un interessante articolo scritto da Sara Manisera su Avvenire una settimana fa. Ci descrive una prospettiva di speranza che arriva dai giovani iracheni.
“Li dovreste vedere questi giovani iracheni. Già di buon mattino, sono in fibrillazione. Corrono avanti e indietro senza fermarsi. Si parlano con i walkie-talkie per coordinarsi. Appendono striscioni, spostano tavoli, consegnano le cartellette agli ospiti. Distribuiscono borracce riutilizzabili per non consumare plastica. Sorridono, scattano selfie e usano i social media come ogni ragazzo della loro età. Hanno tra i diciassette e i trent’anni e fanno parte di numerose organizzazioni della società civile irachena, impegnate nella tutela delle libertà sindacali e d’espressione, dell’ambiente, dei diritti delle donne, dei lavoratori e degli studenti. Tra di loro ci sono sindacaliste, ambientalisti, artisti, musicisti e cantanti, operatori di pace che lavorano sulla trasformazione nonviolenta dei conflitti tra le comunità. E soprattutto volontari. Tantissimi volontari. Tutti indaffarati per la prima conferenza organizzata a Baghdad dall’IraqiCivil Society SolidarityInitiative (Icssi). «È una grande responsabilità essere qui, perché significa far parte del cambiamento», spiega, visibilmente emozionato, Mustafà Mauyad Alhindi, «Non è facile dimenticare», afferma, sospirando, questo ragazzo ventiquattrenne, «Le persone sono state lacerate da questi anni di conflitto ma vogliamo migliorare il nostro paese e la nostra società dopo tutte le ferite del passato». Accanto a Mustafà c’è un’altra attivista poco più che ventenne. Irachena di Baghdad, madre sciita e padre sunnita, laureata in ingegneria informatica, Tabarak Wamedh Rasheed lavora per l’ong italiana ‘Un Ponte Per’. «In questi anni, siamo stati in grado di collegare la società civile irachena con quella internazionale ma abbiamo ancora molti problemi da risolvere, come l’inquinamento, la violenza tra le comunità e le continue violazioni dei diritti delle donne irachene », racconta Tabarak, senza mai accennare una smorfia di frustrazione, «Crediamo che le proteste pacifiche siano un fattore essenziale per conquistare i nostri diritti, soprattutto la libertà di espressione ». Dal 2016, Tabarak fa parte anche della segreteria dell’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (Icssi), l’iniziativa internazionale di solidarietà, nata dai movimenti che avevano organizzato nel 2003 le grandi manifestazioni contro la guerra in Iraq, e che hanno poi voluto accompagnare la nascente società civile nelle sue lotte per un altro Iraq. È la prima volta che la società civile irachena organizza una conferenza di queste dimensioni a Baghdad. Più di 140 rappresentanti iracheni dei sindacati e delle associazioni locali, tra cui il Forum Sociale iracheno, il Forum Sociale del Kurdistan, i Forum sociali locali di undici città dell’Iraq e quattro consigli per la coesione sociale hanno partecipato a questa incredibile iniziativa dal basso. E sono più di cinquanta i delegati internazionali giunti a Baghdad da quindici paesi per discutere insieme agli attivisti locali le sfide future della società civile irachena. «In questi anni, abbiamo assistito alla nascita di un movimento di giovani attivisti, provenienti da zone colpite dalla guerra. Ti aspetteresti che siano disillusi, invece hanno molta speranza, vengono ascoltati dalle istituzioni e soprattutto si divertono mentre lavorano per cambiare il Paese», spiega Martina Pignatti Morano, responsabile dei progetti di Peacebuilding di Un Ponte Per. «Queste ragazze e ragazzi ci hanno insegnato che sanno organizzarsi in diverse città in un processo unitario come il Forum Sociale Iracheno. Si sono ispirati al Forum Sociale Mondiale, nato in Brasile nel 2001, e l’hanno trasformato in qualcosa che ha senso per l’Iraq e che stimola il volontariato e l’attivismo dei più giovani. A volte rischiano di essere arrestati, altre vengono ricevuti dai Ministri per esporre le loro proposte. In ogni caso non mollano», aggiunge Martina. A Baghdad la primavera sembra essere arrivata in anticipo. Il cielo è limpido e il sole tiepido di fine gennaio riscalda i volti dei partecipanti seduti nel giardino dell’Associazione degli ingegneri iracheni, nel distretto di Karrada, un quartiere commerciale e etnicamente misto di Baghdad, lungo la sponda orientale del fiume Tigri. Per quattro giorni, gli attivisti da tutto l’Iraq, di diversi gruppi etnici e confessionali, hanno discusso dei problemi del loro paese, proponendo strategie e progetti per il futuro, in un clima di entusiasmo e di convivialità. All’esterno la città appare convulsa e vivace. Auto di grossa cilindrata e vecchi taxi gialli occupano tutte le corsie in modo disordinato. Antiche case di primo Novecento sono nascoste da palme inaridite. I T-wall – grandi mura di cemento armato, lasciti dell’occupazione americana – cominciano lentamente a essere smantellati. Si respira un’aria di fermento civile e culturale nella capitale. Non solo a Baghdad. Le recenti proteste di quest’estate nel sud dell’Iraq da Bassora a Nassiriya, passando per Amarah, Kut, Karbala e Najaf, per rivendicare diritti e servizi sociali, come l’accesso all’acqua, all’elettricità e al lavoro, dimostrano ancora una volta la resilienza del popolo iracheno. E dei suoi giovani. Laureati ma costretti a lasciare il paese per l’assenza di opportunità lavorative e per la corruzione endemica tra i politici. Quasi la metà della popolazione irachena ha meno di 19 anni e la disoccupazione tra i 15-24 anni si attesta al 24%, secondo gli ultimi dati del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Undp). Una condizione che obbliga molti di loro a emigrare o affidarsi alle milizie che offrono un impiego retribuito alternativo. Abdallah Khalel, ventitré anni, ha fatto parte per due anni delle Unità di mobilitazione popolare, le milizie armate più conosciute come Al-Hashd Al-Sha’abi, nate nel 2014 in risposta al rapido avanzamento territoriale di Daesh, l’autoproclamato Stato islamico. Oggi, Abdallah è diventato membro di Sport Against Violence, un’associazione che da anni utilizza lo sport come strumento per prevenire la violenza e l’estremismo e che lo scorso novembre ha organizzato la quarta Mezza Maratona per la Pace di Baghdad. «Il risultato di cui sono più fiero è la partecipazione delle donne. Più di 1.300 persone sono venute alla maratona e 400 erano donne», racconta quasi incredulo, «ma dobbiamo fare meglio e di più», dice ammiccando. Sono stupendi e contagiosi questi ragazzi. E quanti sentimenti si portano dentro. Certo non è facile essere attivisti in Iraq. Le proteste popolari a Bassora e nelle altre città sono state violentemente represse dalla polizia e numerosi manifestanti, giornalisti, avvocati e difensori dei diritti umani sono stati sottoposti a detenzione arbitraria, torture e uccisioni sommarie da parte delle forze di sicurezza irachene e delle milizie, come documenta il rapporto del Ceasefire Centre for Civilian Rights e del Minority Rights Group International, pubblicato lo scorso dicembre. Sebbene la costituzione irachena del 2005, riconosca il ruolo della società civile e garantisca la libertà d’espressione, non vi è una legge specifica che protegga i difensori dei diritti umani. Un altro Iraq, però è possibile. Anzi, già esiste.”
Quella che segue è l’ultima gemma che pubblicherò sul blog. Continueremo a viverle in classe su grande richiesta di studentesse e studenti, ma non compariranno più sul blog: troppo è il lavoro che richiedono e il tempo che mi ci vuole per pubblicarle e commentarle. Desidero inoltre che il blog riprenda la funzione principale per cui è nato: l’approfondimento degli argomenti inerenti l’ora di religione e un pungolo di riflessione.
“La mia gemma è la lettera di Kobe Bryant al basket. E’ uno dei miei sport preferiti, una passione trasmessami da mio padre e Kobe per me è uno dei grandi dello sport. Trovo ammirevole la passione che lui ci mette nel basket e il suo enorme talento. Spero di trovare la stessa sua passione nelle cose della mia vita”. Queste le parole di G. (classe terza). Riprendo alcune delle parole della lettera: “Ho fatto tutto per TE perché è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo come tu mi hai fatto sentire”. Le auguro a tutti i miei studenti per le vacanze che stanno per vivere: scoprire cosa li fa sentire vivi e innamorarsene.
“Ho scelto di portare questo video perché illustra al meglio la mia passione per il motocross. I miei genitori non condividono molto questa mio amore e allora vado a vedere i miei amici. Nel filmato ci sono immagini molto motivanti che fanno anche capire tutto los forzo e la fatica; mi piacciono molto anche la canzone e le parole. E’ uno sport a tutti gli effetti e chi lo pratica prova libertà e felicità.” Così M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. Il dottor Costa è un medico molto noto agli amanti del motociclismo. Sua è questa frase che bene si addice alla passione trasmessa da M. durante la sua presentazione: “L’amore per la moto riesce, quasi per magia, a liberare l’energia imprigionata nel cuore degli uomini, e a illuminare i sotterranei dell’anima”.
“Faccio danza da 10 anni e ora posso dire che la contemporanea è quella che preferisco perché non ha le leggi rigide della classica e non è commerciale come l’hip hop. Per praticarla ci vogliono una buona base fisica con impegno, costanza e preparazione. La danza mi fa sentire meglio nelle giornate no. E’ importante anche il gruppo che diventa una piccola famiglia. E’ una disciplina che mi ha fatto crescere personalmente”. Il video del saggio del 2013 è stato la gemma di S. (classe terza). L’aula in cui S. ha mostrato il suo video era molto luminosa e le immagini mostrate dal proiettore non erano chiarissime. Un peccato perché non si è apprezzato pienamente quel che avveniva sul palcoscenico: “La danza non è spiegabile a parole e nulla di quanto se ne possa dire potrà sostituire ciò che alla fine si vedrà sul palcoscenico”. (George Balanchine)