Gemma n° 1889

“Ho portato un’esperienza vissuta in prima persona tra danza e teatro. Il regista dello spettacolo, amico della mia maestra di danza, le ha chiesto due ballerine della sua scuola. Una delle due sono stata io. Abbiamo prima imparato la coreografia per conto nostro e poi abbiamo provato con gli attori a Palmanova, Latisana e Udine. Per me è stata una novità, un inizio nel mondo del teatro, diverso da quello della danza: abbiamo dovuto imparare nuovi movimenti, nuove espressioni e maggiore espressione, abbiamo imparato i diversi ruoli (sarta, costumista, truccatrici). Ho conosciuto nuove persone. Ho ballato per la prima volta da sola sul palco. E’ stata un’esperienza che mi ha fatto crescere e ha rinforzato la mia autostima”.

Così G. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. Giorgio Strehler, uno dei più grandi registi teatrali che ha avuto l’Italia, diceva: “Io so e non so perché lo faccio il teatro ma so che devo farlo, che devo e voglio farlo facendo entrare nel teatro tutto me stesso, con quello che sono e penso di essere e quello che penso e credo sia vita. Poco so, ma quel poco lo dico”.

Gemma n° 1887

“La canzone che ho scelto è The nights di Avicii, la conosco da tantissimi anni. Fino all’anno scorso mi piaceva solo musicalmente, ma quando ho avuto un momento no questa canzone mi ha aiutato ad uscirne e quindi oggi la ascolto anche per il ruolo che ha avuto per me”.
Questa la gemma di R. (classe seconda). Mi fa molto strano vedere il video di questo pezzo, guardare quanta energia, entusiasmo, gioia emergano, e poi pensare al suicidio di Avicii. Colpisce ancor più sentire queste parole da lui cantate: Mio padre mi ha detto quando ero solo un bambino: «Queste sono le notti che non muoiono mai. Quando le nuvole di tuono iniziano a riversarsi, accendi un fuoco che non possono spegnere, scolpisci il tuo nome in quelle stelle splendenti». Ha detto: «Vai ad avventurarti ben oltre le rive, non abbandonare questa tua vita, ti guiderò a casa, non importa dove ti trovi».

Gemma n° 1884

“Questa l’ho vinta tre anni fa: purtroppo è una medaglia per il secondo posto. E’ quella di un torneo in cui aveve gareggiato molto bene e avevo pure giocato in casa: dopo aver vinto quattro incontri mi sentivo sicuro che nessuno avrebbe potuto battermi, ma non è andata così. All’inizio pensavo fosse la medaglia del disonore, invece il mio allenatore mi ha fatto capire che, sì, il secondo posto significa essere il migliore dei perdenti ma la sconfitta ha un valore e va accettata perché fa parte del gioco e perché si può anche non essere i più forti di tutti”.
Questa la gemma di L. (classe seconda). Spesso capita di vedere, durante le premiazioni, chi arriva terzo gioire più del secondo, la medaglia di bronzo essere più felice dell’argento. In molti tornei (non in tutti gli sport) il terzo è risultato di una vittoria (scontro tra terzo e quarto posto), mentre il secondo è figlio di una sconfitta. Eppure la graduatoria finale racconterà un’altra storia. Allora lascio qui una delle più famose affermazioni del Dalai Lama: “Quando perdi, non perdere la lezione.”

Gemma n° 1883

“Dopo un’infinita serie di pensieri sono giunta alla conclusione che la cosa più semplice era portare i miei anelli: sono la cosa che si vede di più di me. Non sono una persona a cui piace essere molto estrosa nei vestiti e quando inizio a fare conoscenza con qualcuno, una delle prime cose che mi viene detta o chiesta è qualcosa sugli anelli Oddio che belli, dove li hai presi?… Ogni anello ha una storia diversa, non tutte belle, anzi alcune sono proprio tristi. Li metto sempre nella stessa posizione, allo stesso modo, nello stesso ordine. Alcuni li ho persi, altri li ho cambiati perché la storia ad essi legata mi faceva troppo male.”

Io non so se ce la farei. Non so se riuscirei a tenere sempre a portata di occhio o di tatto tutti quei ricordi, quelle storie, come S. (classe terza). Penso che avrei paura di essere sopraffatto da una vagonata di emozioni. Penso siano come dei tatuaggi (anche se più facilmente removibili). Sarà per questo che sono fermo al primo da 7 anni?

Gemma n° 1881

“E’ l’iniziale del mio nome: mi è stata regalata da mia nonna due anni fa. A quel tempo si è ammalata di Alzheimer, io sono stata a trovarla e quando si ricordava delle cose ed era anche il mio compleanno, mi ha regalato quel ciondolo. All’inizio non l’avevo considerato tanto, però poi è stato l’ultimo regalo che ho potuto avere da lei perché l’anno dopo è venuta a mancare e io in quel momento non sono potuta esserci. Quel ciondolo è l’unica cosa che mi è rimasta come ricordo, lo custodisco e lo porto sempre al collo”.

Quanto raccontato da A. (classe prima) mi ha fatto pensare a quelle volte in cui il “peso”, l’importanza di un oggetto possano cambiare nel corso del tempo e come certi momenti li viviamo senza la consapevolezza che possano essere determinanti: la vita è imprevedibile (e a volte dolorosa e spietata).

Gemma n° 1876

Premessa: cerco sempre di rendere le gemme anonime, mettendo solo le iniziali dei nomi o cambiandoli proprio. Questa volta C. (classe quinta) mi ha chiesto espressamente di lasciarli.
“Ogni tanto mi piace immergermi per ore negli album di fotografie di quando ero bambina e quando lo faccio ritrovo un po’ la leggerezza infantile che con gli anni è andata pian piano scemando.
Oggi è di questo che voglio parlarvi, della mia infanzia, che per me è sinonimo di gioia vera, spensieratezza, libertà. Se penso alla mia infanzia la associo ai colori, se provo a ricordare la me bambina nella mia testa scorrono una serie di immagini luminose e calde.
Ricordo con grande piacere la mia infanzia. Ricordo l’estate dai nonni materni con Simone, il mio primo amico, che non vedevo l’ora di incontrare a giugno dopo esserci salutati a settembre dell’anno prima. Ricordo Forni di Sopra con i nonni paterni, i libri che la nonna mi faceva trovare sul comodino appena arrivavo, le sciate in inverno con il nonno e mio fratello e le partite di basket al campetto quando faceva caldo. Ricordo Marta, Pietro e Giovanni, i miei amici della montagna che vedevo ogni agosto. Ricordo il latte caldo con il nesquik e il miele la mattina. Ricordo i bagni al mare con papà che “ci faceva fare i tuffi”. Ricordo mia cugina Aurora, quando ci divertivamo a giocare alle parrucchiere, stiliste, giornaliste, cuoche o qualsiasi cosa ci venisse in mente. Ricordo l’emozione del Natale, i biscotti sotto l’albero la vigilia e i regali il giorno dopo. Ricordo i lavoretti a scuola per la festa della mamma o del papà, i disegni con i pennarelli ad Halloween. Ricordo il piacere di incontrare i miei compagni a catechismo. Ricordo Pasqua e Natale con la famiglia, il capodanno in montagna con gli amici di mio fratello, Giacomo e Luca. Ricordo la fiaccolata il 31 dicembre, fatta dagli sciatori che scendevano dalla montagna, io li guardavo ammirata dalla finestra della casa dei nonni, mi sembravano delle lucciole. Ricordo lo stesso giorno i fuochi d’artificio che inauguravano l’anno nuovo, come mi emozionavano quei colori nel cielo. Ricordo il pane con burro e marmellata che mi preparava la mamma alle 16 quando tornavo a casa da scuola. Ricordo le feste in maschera ad Halloween a casa di Arturo, con i miei compagni di classe. Ricordo la buonissima torta salata con le olive che faceva la mamma. Ricordo il mio pigiama preferito, quello con i disegni che si illuminavano al buio, il cinema con i miei zii, i pigiama party dalla mia amica Maddy, la scuola di musica, le lezioni di solfeggio e pianoforte. Ricordo le dormite in macchina durante i viaggi troppo lunghi, con la radio accesa di sottofondo. Ricordo le canzoni che ascoltava sempre papà in quelle occasioni: “You remind me” di Nickelback, “Gli ostacoli del cuore” di Elisa e Ligabue, “Un senso” di Vasco e molte altre. Ricordo “Meraviglioso”, la versione dei Negramaro, cantata a squarciagola con mia mamma. Ricordo “Come musica” di Jovanotti. Ricordo le vacanze italiane in estate, la Toscana, l’Umbria, l’Alto Adige.
Ricordo di esser stata felice, una felicità che solo i bambini sanno provare, quella felicità che solo loro sanno trasmettere.
Ricordo anche quando da piccola non vedevo l’ora di compiere 11 anni, pensavo che sarei diventata grande a quell’età, non so bene perché, ma ai 18 anni non ci pensavo, non esistevano ancora nel mio magico mondo dell’infanzia.
Presto ne farò 19 e se mi guardo indietro, se guardo quegli album di foto, non riesco ancora a capacitarmi di quanto sia passato velocemente tutto questo tempo, non riesco a immaginarmi che quella bambina spensierata sia esistita ormai tanti anni fa. Penso, però, che quella bambina sarebbe contenta della ragazza che è diventata. Penso che se fossimo una di fronte all’altra, lei mi guarderebbe con gli occhi curiosi, la bocca semiaperta in un sorriso ammirato e poi mi abbraccerebbe. Io la stringerei fortissimo e le direi di non avere mai paura, di non pensare mai di essere sbagliata, di affrontare tutto a testa alta. Le direi di amarsi sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei è bellissima così”.

Mi sono commosso durante la lettura di C. e mi sono commosso anche poco fa rileggendo le sue ultime parole. Perché sono le parole che un genitore porta nel cuore ed è pronto a dire a sua figlia nei momenti di difficoltà, con la speranza che non serva e che se dovesse servire possa essere sufficiente… A ottobre 2019 stavamo preparando la cameretta di Mariasole. Ho scritto questo: “Oggi l’ho ridipinto per la terza volta. Sarà il muro che accoglierà la tua testa, il muro su cui appoggerai la tua manina prima e i tuoi pugni poi, su cui proietterai i primi sogni e le recondite paure. Avevamo pensato al lilla, ma ci era venuto scuro e con una mano di bianco abbiamo cancellato tutto: coi muri si può fare! C’è qualcosa che non ci piace, non ci convince e… via… si dà una mano di colore, come una lavagna ripulita dal cancellino. Abbiamo pensato di fare qualcosa di più chiaro, con un po’ di rosa in più, ma papà ha sbagliato il codice della tinta. Cosa fare? Tornare a cambiare colore per avere quello pensato e desiderato o provare a stendere questo colore arrivato per caso? Abbiamo provato a stenderlo e abbiamo scoperto che ha dentro il colore dell’oro, del sole, del mattino e del grano e abbiamo pensato che un muro fatto di queste cose non è un muro che ci fa paura, ma è un muro capace di trasformarsi in ponte, un muro capace di aprirti la fantasia, di darti luce nei momenti bui, di farti intuire la strada che vorrai percorrere, di essere orizzonte senza essere limite, di essere vertigine prima di farti aprire le ali per i bellissimi soli della vita”.
Non so quali saranno, a 19 anni, i ricordi d’infanzia di Mariasole, spero ricchi, felici e caldi come quelli di C. e che non abbia mai paura, che non pensi mai di essere sbagliata, che affronti tutto a testa alta, che si ami sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei sarà bellissima così. Come C.

Gemma n° 1875

“Ho pensato molto a cosa portare come gemma, e, mentre all’inizio pensavo a qualcosa di particolare, un evento particolare, un oggetto, una persona, alla fine ho deciso di portare un insieme di cose, ovvero l’intero anno 2021, che è da poco giunto al suo termine. Il 2021 è stato un anno molto particolare per me, penso sia stato il più difficile da superare dato che mi ha posto parecchi ostacoli davanti, per prima cosa la separazione dei miei genitori. In realtà in questi ultimi anni già li vedevo discutere e litigare ma subito dopo si riappacificavano abbastanza facilmente; al contrario durante i primi mesi dello scorso anno, fino a giugno quando si sono ufficialmente separati, i litigi erano sempre più frequenti e non era per niente piacevole sentirli discutere a toni alti quasi tutte le sere. Per fortuna io e mia sorella siamo sempre state unite e in questa situazione ci siamo date forza a vicenda per superare quei momenti. Durante l’estate ho avuto modo di abituarmi alla loro separazione e le cose sembravano andare per il meglio; tuttavia il loro rapporto è rimasto ed è ancora abbastanza conflittuale per vari motivi, cosa che personalmente non mi fa stare bene dato che a volte tendono a scaricare la loro rabbia e i loro problemi sia su me che su mia sorella. So che non lo fanno di proposito e che vogliono soltanto farci sapere come stanno le cose tra di loro, però non è semplice starli a sentire dopo tutti i momenti felici che abbiamo passato come famiglia. Oltre a questo, ho riscontrato parecchi dubbi su me stessa e il mio futuro, mi è capitato spesso infatti di non avere fiducia nelle mie capacità, di sentirmi persa e di avere timore per quello che sarà il mio futuro. Durante il primo periodo scolastico da settembre a novembre avevo poca voglia di studiare e impegnarmi, mi sentivo senza motivazione, come se stessi andando avanti senza una meta precisa. Fortunatamente a dicembre, iniziate le vacanze natalizie, ho avuto modo di riposarmi e rimettermi “sulla carreggiata”, senza dover pensare a voti e verifiche. Aspettavo il nuovo anno con speranza,  e adesso mi piace interpretarlo come una sorta di nuovo inizio verso serenità, crescita personale e nuove esperienze positive”.

Sono lì, seduto dietro il banco che negli ultimi due anni ha sostituito la cattedra, ad ascoltare gemme come queste (e la prossima). E l’istinto sarebbe semplicemente quello di alzarmi e abbracciare queste ragazze e questi ragazzi che condividono le loro vite in classe. Un abbraccio silenzioso che non aggiunga parole alle loro, ma che sia semplicemente porto sicuro in cui far approdare quei vissuti. Ma la pandemia non lo consente, le convenzioni non lo consigliano. Però lo posso dire a G. (classe quinta): Ti abbraccio e mi piacerebbe poter prendere un po’ di quel dolore e sollevartelo dal cuore. E ti stimo, ti ammiro e ti incoraggio per il modo in cui hai iniziato il nuovo anno.

Gemma n° 1865

“Innanzitutto vorrei proporre uno spezzone de Il giovane favoloso, film che parla della vita di Leopardi, non solo delle poesie ma anche delle sue vicende e della sua personalità.

L’ho scelto per due motivi. Il primo è che ho studiato Leopardi con una prof che mi ha insegnato un sacco di cose, il secondo è la lettura de L’arte di essere fragili di D’Avenia che ci ha consigliato la nostra attuale prof di lettere. La prof delle media mi ha fatto capire, attraverso questa poesia, un sacco di cose sull’adolescenza e su quello che può aspettarmi nella vita: nonostante ci saranno momenti difficili, saranno seguiti da momenti di felicità. Inoltre mi ha fatto capire che Leopardi non è un pessimista, ma un uomo speranzoso che celebra la vita e mi ha fatto apprezzare anche le altre poesie sue. Poi nel 2018 ho fatto delle vacanze a Recanati, prima ancora di sapere che fosse il paese di Leopardi. Ho visitato la casa ma mi hanno colpito soprattutto i luoghi delle sue poesie, la torre, la finestra da cui si affacciava, dal paesaggio che lascia senza fiato e senza parole. La passione per Leopardi mi è stata trasmessa poi da mia madre.”
E’ ricca questa gemma di E. (classe seconda) e per commentarla prendo a prestito delle parole di Alessandro D’avenia dal libro citato da lei: “Mi sono convinto che gli adolescenti non hanno domande: sono domande. Riformulano con i loro silenzi gli stessi “perché” reiterati tipici dei bambini, ma su un piano diverso: il bambino chiede come mai ci sono le stelle, l’adolescente chiede come ci si arriva, perché la speranza è desiderio (de-sidera, distanza dalle stelle), la sua mancanza è un disastro (dis-astro, assenza di stelle)”.

Gemma n° 1864

“E’ una gemma doppia. La prima la collego a mia madre, è una frase di Anna Frank che dice Sii gentile, abbi coraggio. Fin da piccola, ogni volta che succedeva qualcosa che mi buttava giù il morale oppure ero triste o arrabbiata per qualcosa che non andava nel verso giusto e magari dicevo delle cose che era meglio che non dicessi, mia madre mi metteva in un angolo, mi tranquillizzava e mi ripeteva questa frase aggiungendo di farmi amare da tutti, di non provare mai odio, un sentimento che non porta da nessuna parte. La seconda è collegata a mio padre ed è Alice nel paese delle meraviglie: quand’ero piccola avevo l’abitudine di vedere un film della Disney ogni sabato con lui e questo era il suo preferito e cercava di propormelo ogni volta. In qualche modo è diventato anche il mio preferito anche perché per carattere e modo di fare mi rivedo molto in Alice. Ho voluto portare la prima canzone”.

Non penso che debba scrivere di cosa parli il libro Wonder (e il film derivatone). Vi è contenuto un concetto molto caro a Palacio, l’autrice: “Bisogna essere più gentili di quanto ci viene richiesto. Il motivo per cui amo questa frase, questo concetto, è perché mi rammenta che portiamo con noi, in quanto esseri umani, non solo la capacità di essere gentili, ma prima di tutto la gentilezza come vera scelta di vita.”

E per completezza della gemma proposta da C. (classe seconda) lascio qua una delle mie frasi preferite di Alice nel paese delle meraviglie

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
«Che strada devo prendere?» chiese.
La risposta fu una domanda: «Dove vuoi andare?»
«Non lo so», rispose Alice.
«Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza».

Gemma n° 1859

“Io avrei voluto portare una storia che mi raccontava mia nonna da piccola, soprattutto perché in quest’ultimo periodo è stata ricoverata in ospedale e temevo che la sua memoria la abbandonasse ancora di più, ma in realtà ieri ho ripensato a un mio zio che ho perso qualche anno fa. Per i primi anni di vita lui è stato importante per me, mi faceva divertire e riusciva a strapparmi sempre un sorriso: ero molto legata a lui. Poi, a causa di alcune vicende familiari, ci siamo persi di vista e quando è deceduto per una malattia, io ho vissuto il rimorso di non essere andata in ospedale a salutarlo. Stamattina stavo cercando una figura di compensato che mi aveva fatto quando ero piccola e che custodisco gelosamente (e che simboleggia anche il forte legame con mia cugina), ma ho trovato un’altra cosa regalatami da mio zio quand’ero piccola: uno Zippo di quando era stato in Vietnam con una scritta un po’ dark, una delle poche cose portate a casa da quel viaggio. Lo tengo sul comodino e anche solo a guardarlo i pensieri riaffiorano e sono pensieri che a volte fanno male, altre volte danno sollievo”.

Stamattina, mentre attendevo di entrare a scuola e pensavo a come commentare la gemma di T. (classe terza), mi sono imbattuto in queste parole tratte da Cedi la strada agli alberi, libro di poesie di Franco Arminio:

Non solo dobbiamo morire,
ma prima di noi 
assistiamo alla morte degli altri,
lenta o improvvisa, sempre ingiusta,
infame, orrenda.
Chiarito che contro la morte
nulla possiamo,
non abbiamo altro da fare
che stare attenti
e donarci
un attimo di bene, uno alla volta,
uno per noi e uno per gli altri.
Possono essere persone care
o persone sconosciute, poco importa,
quello che conta è rubare il seme del bene
e piantarlo sulle facce della gente.

Gemma n° 1855

“Come gemma ho portato un segnalibro che mi ha regalato tempo fa per Natale una mia vecchia compagna di danza. L’aveva regalato a me e a due altre amiche: eravamo un gruppetto che aveva questa tradizione di farsi i regali per Natale. La danza è stata una parte importante della mia vita, sin dall’infanzia, e l’ho praticata per cinque anni e mi rendeva molto felice. Noi quattro eravamo molto unite, ora ci sentiamo raramente ma abbiamo mantenuto l’abitudine di incontrarci una volta l’anno e passare il tempo assieme”.
C’è un libro di Susanna Tamaro in cui lei scrive una lettera a settimana ad una amica che è tornata a vivere in Sud Africa, suo paese natale. Vi trovo delle parole che ben si adattano alla gemma di N. (classe prima): “L’amicizia è uno dei sentimenti più belli da vivere perché dà ricchezza, emozioni, complicità e perché è assolutamente gratuita. Ad un tratto ci si vede, ci si sceglie, si costruisce una sorta di intimità; si può camminare accanto e crescere insieme pur percorrendo strade differenti, pur essendo distanti, come noi due, centinaia di migliaia di chilometri” (Cara Mathilda. Lettere ad un’amica, Rizzoli).

Gemma n° 1841

“Volevo raccontare un aneddoto che mi è stato raccontato da mia zia. Nel 2011 è mancata la mia bisnonna materna e mia zia era con lei; è poi venuta a casa nostra per avvisare mia mamma. Ricordo che mi sono seduta vicino alla mamma e, vedendola con gli occhi lucidi, le ho chiesto se fosse triste e cosa fosse successo. Lei mi ha risposto che era mancata sua nonna, però mi ha detto che non era triste perché colpita da una cosa che le aveva raccontato sua sorella: negli attimi prima di morire la zia stava parlando con la bisnonna e si era accorta che non rispondeva più e che guardava un punto indefinito. Ha sorriso e ha chiuso gli occhi. Questa cosa mi fa sempre emozionare quando la racconto, anzi, mi fa salire un nodo alla gola perché è poetica e bellissima e, secondo me, dà alla morte un significato che nessuno riuscirebbe mai a dare. La morte spesso può essere anche liberazione: la bisnonna io non l’ho conosciuta nel pieno della sua vita, l’ho sempre vista costretta a letto a causa di una malattia. Ecco, forse più che liberazione, quella scena è la certezza che la morte non è solo paura, ma forse un abbandonarsi a una gioia, a qualcosa che vedi di più. Forse quel giorno lì lei ha sentito un grande amore, una grande gioia e ha detto “è la mia ora e io sono contenta di affidarmi a quello che viene”. Questo mi dà forza e mi aiuta a concepire la morte in maniera più serena, soprattutto in questo periodo”.
Amo leggere David Maria Turoldo, trovo così tanta affinità tra i miei pensieri e le sue parole che non di rado mi sono emozionato coi suoi versi. Tuttavia, a commento della gemma di B. (classe quarta), non pubblico una sua poesia, ma un brevissimo estratto di un’intervista del 1991: “Per me la morte è sempre stata come una fessura attraverso cui guardare i colori della vita, apprezzarne i valori. La morte è una presenza positiva, fa apprezzare meglio il tempo, fa giudicare meglio le cose. Ogni mattina dico, se questo è il mio ultimo giorno non posso perderlo. Vivo ogni giorno, non come fosse l’ultimo, ma il primo. Penso che non ci sia nemmeno un di qua e un di là, ma semplicemente un prima e un dopo. Una continuità. Questo certamente è il senso misterioso della nostra fede, ma non è assolutamente un discorso che si fa soltanto per chi ha fede. Il discorso sulla continuità della vita, si può farlo anche con chi non crede, con chi non ha fede. Non è un discorso consolatorio, ma di constatazione. Io posso anche dire «non so come sarà dopo», ma nessuno mi può dire che non ci sia”.

Gemma n° 1837

Premessa: questa gemma era prevista per metà novembre, poi è slittata fino a gennaio.

“L’anno scorso quando il prof ci aveva presentato il progetto pensavo di portare una foto  oppure qualche canzone. Quando invece ce lo ha riproposto quest’anno, il primo pensiero che ho avuto è stato uno dei miei tatuaggi, ovvero quello con il significato più profondo.

L’ho dedicato a quella persona che mi ha insegnato che la famiglia non per forza deve essere legata dal sangue, ovvero mio papà, che essendoci stato da quando avevo tre anni e non essendo mio papà dalla nascita mi ha ugualmente amata come sua figlia.
Tra una settimana esatta sarà un anno che non è più qui e quindi ho pensato che fosse la gemma più giusta da portare.
Ora, non ho intenzione di fare discorsi commoventi o cose così ma voglio darvi un consiglio, che poi potete ovviamente scegliere se seguire o meno, però prima per farvi capire bene vi dirò una cosa.
Quando mi sono ritrovata a fare il tatuaggio mi sono interrogata per diverso tempo sul posto in cui farlo. Alla fine ho scelto la parte dietro del collo per un motivo preciso.
Ho passato l’anno scorso molto sui libri ed ero particolarmente nervosa per diverse cose, e spesso mio papà veniva in camera mia e mi trovava sempre china sulla scrivania e senza dire niente cominciava a massaggiarmi esattamente quel punto. Era così bravo che riusciva a smollarmi tutti i nervi e a farmi sentire un po’ meglio. Fatto sta che il 19 Novembre 2020, la notte prima di ciò che è successo, lui era venuto in camera mia, mi aveva trovata china sui libri e mi aveva fatto il solito massaggio, io quel giorno ero particolarmente nervosa. Prima di uscire dalla mia camera mi ricordo che mi ha detto “C. c’è Harry Potter in tv non lo vediamo?” e io gli ho risposto che dovevo studiare.
Vi lascio immaginare il pentimento della mattina successiva per aver declinato quella proposta.
Con questo discorso mi sento di darvi questo consiglio: vivete.
Vivete al massimo, vivete come volete, date opportunità agli altri e a voi stessi perché tutto è nato per finire e non si sa quando, quindi cogliete ogni piccola cosa che la vita vi offre, o vivrete con rancori addosso che non andranno più via.
Giocate a quella partita a carte con vostro nonno, andate a fare una passeggiata con vostra nonna, prendete quel gelato con i vostri fratelli, uscite con i vostri amici, nulla è eterno. Nella vita non c’è solo il dovere, perché è meglio vivere oggi piuttosto che andare a dormire la notte e passare ore a rimpiangere momenti che non torneranno più e ritrovarvi sommersi in ricordi che con il tempo sono destinati a svanire.
E ricordate che la vita è il 10% di cosa vi capita e il 90% di come reagite”.

Quando presento il lavoro sulle gemme, spiego che la scelta di cosa portare è molto libera, così come il livello di coinvolgimento personale. Vi sono gemme che trattano temi “neutri” o generali e altre che sono decisamente più personali e che magari sono un cazzotto nello stomaco. Come questa. C’erano non pochi occhi rossi alla fine delle parole di C. (classe terza). Il mio pensiero è subito andato ad una canzone di Roberto Vecchioni che faccio ascoltare in quarta, quando parliamo della morte. “Viola d’inverno” inizia con l’arrivo improvviso della fine della vita, proprio sulla sua capacità di coglierci, talvolta, in modo inaspettato: “Arriverà che fumo o che do l’acqua ai fiori o che ti ho appena detto: “Scendo, porto il cane fuori”, che avrò una mezza fetta di torta in bocca o la saliva di un bacio appena dato. Arriverà, lo farà così in fretta che non sarò neanche emozionato. Arriverà che dormo o sogno, o piscio o mentre sto guidando, la sentirò benissimo suonare mentre sbando e non potrò confonderla con niente perché ha un suono maledettamente eterno, e poi si sente quella volta sola la viola d’inverno”. E, continua Vecchioni, anche se la aspetti un po’, in fondo non sei mai pronto: “Bello è che non sei mai preparato, che tanto capita sempre agli altri. Vivere, in fondo, è così scontato, che non t’immagini mai che basti. E resta indietro sempre un discorso, e resta indietro sempre un rimorso”. A questo punto la morte crea una separazione, un’incomunicabilità: “E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio, non potrò farti segni: tutto questo è vietato da inscrutabili disegni, e tu ti chiederai che cosa vuole dire tutto quell’improvviso starti intorno perché tu non potrai, non la potrai sentire la mia viola d’inverno”. Subentrano lo sconforto e la disperazione, ai quali Vecchioni concede tutto lo spazio necessario con l’esclusione di una piccola luce che sarà quella in grado di dare un senso al passato, al presente e al futuro: “E allora penserò che niente ha avuto senso, a parte questo averti amata, amata in così poco tempo, e che il mondo non vale un tuo sorriso e nessuna canzone è più grande di un tuo giorno, e che si tenga il resto, me compreso, la viola d’inverno”. Conclude il brano un passaggio sulla solitudine condivisa che accompagna chi se ne va: “E dopo aver diviso tutto, la rabbia, i figli, lo schifo e il volo, questa è davvero l’unica cosa che devo proprio fare da solo. E dopo aver diviso tutto, neanche ti avverto che vado via, ma non mi dire pure stavolta che faccio sempre di testa mia, tienila stretta, la testa mia”.
Ecco, C., comprendo il rammarico per quell’invito respinto, ma nelle parole che hai detto poi in classe hai fatto rivivere tuo padre, il tuo amore per lui, hai dato senso pieno alla vostra relazione: “il mondo non vale un tuo sorriso e nessuna canzone è più grande di un tuo giorno”.

Gemma n° 1835

“Ho portato questo libro perché mi ha aiutata molto a trovare un’identità, cosa di cui sono sempre alla ricerca perché vado in crisi se non so chi io sia. L’ho acquistato all’inizio dell’estate, è sul metodo enneagramma, fondato su nove personalità che tendono a emergere a seconda delle esperienze che viviamo”.

La gemma di A. (classe prima) si concentra sull’argomento che, in prima, stiamo trattando dall’inizio dell’anno: l’identità. L’economista indiano Amartya Sen afferma: “La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l’una con l’altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza”. Porsi quindi alla ricerca di un’identità, di un’unica identità e magari definitiva, mi pare un’impresa.

Gemma n° 1829

“Volevo portare una collana ma la catenina si è rotta e ho solo la medaglietta. Questa era di mia nonna, l’ha sempre avuta, sin da quando era giovane, era un suo portafortuna. Quand’è mancata l’ha voluta dare a me: io o la indosso o ce l’ho sempre con me nello zaino o nella borsa perché è diventato un portafortuna anche per me. La nonna poi è mancata durante la pandemia, per cui non l’ho potuta vedere nell’ultimo mese e mi è mancata molto. Il suo gesto mi è piaciuto molto: mi ha dato una cosa veramente importante per lei”.

In classe non abbiamo potuto far girare di mano in mano la madonnina portata da G. (classe quinta), allora l’ho fotografata e ho proiettato la foto e ci siamo accorti che Maria ha il volto sorridente. Mi è venuta in mente una sequenza di un film di Checco Zalone, al contempo tenera e divertente.

Gemma n° 1824

E’ una gemma senza testo quella di G. (classe seconda), o meglio, il testo è “solo” quello della canzone Solamente unico che ha voluto proporre in classe come gemma, non ha voluto né commentarlo né dire il motivo della scelta. Ho messo le virgolette a “solo” perché basta ascoltare il pezzo per capire quanto racconti. Però mi voglio attenere al dato di fatto, non voglio immaginare o ipotizzare cosa ci sia dietro alla scelta di G. E per farlo cambio destinatario: il mio commento alle gemme è praticamente fatto tenendo in mente ragazze e ragazzi che incontro ogni giorno. Ora invece penso al mondo degli adulti e il perché è presto detto. Prima di entrare nella classe di G. stavo leggendo delle pagine del libro L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti di Matteo Lancini (2021, Raffaello Cortina Editore).

In famiglia è necessaria “una nuova propensione affettiva e relazionale, che consenta sin da bambini di esprimere fatiche e sofferenze, non chiedendo loro di farsi carico di sguardi troppo angoscianti provenienti da mamma e papà. L’inciampo e il fallimento sono parte costituente della vita, della crescita, dello sviluppo in direzione della costruzione del vero sé e di una propria identità autentica. Non si tratta certo di ricercare dolori e sofferenze nella vita, ma di evitare grandiosità e decessi che illudono sulla possibilità di essere felici senza accettazione ed elaborazione dei fallimenti e della morte come elementi fondanti della nostra esistenza”.
In adolescenza “la qualità di un ascolto identificato e la capacità di interessarsi al figlio reale, ormai divenuto altro da sé e delle proprie aspettative, rappresentano l’unica via d’accesso per lo svolgimento di un ruolo materno e di un ruolo paterno davvero autorevoli e di sostegno alla crescita. Laddove prevalgano discorsi infantilizzanti, alimentati dal rimpianto per la straordinarietà dei tratti affettivi e relazionali dell’ex bambino, e contenuti ciclici standardizzati sulla necessità di un maggiore impegno scolastico, comportamentale, etico, sacrificale, non solo il ruolo affettivo adulto non riesce a incidere, ma rischia di innalzare il livello del conflitto in atto, se non di accrescere i sentimenti di tristezza e di vergogna, già sperimentati dal figlio o dalla figlia, negli stati depressivi legati al fallimento narcisistico.
Gli adolescenti odierni hanno sensibilità non comuni, sviluppate proprio grazie alla mamma e al papà e alla trama affettiva che ha dominato la loro crescita. Solo se percepiscono una capacità di ascolto e rispecchiamento realmente identificata con le loro esigenze e difficoltà evolutive possono rivolgersi al proprio adulto di riferimento, condividere i propri stati affettivi, chiedere aiuto e conforto. Oggi i ragazzi e le ragazze non parlano con i propri genitori perché hanno paura di deluderli o di incontrare reazioni emotive materne e paterne spropositate. E i genitori temono a loro volta le paure e le sofferenze dei figli, cosa che gli adolescenti avvertono sin da quando sono nati. Madri e padri di ragazzi tristi, mutacici non dovrebbero mai temere di introdurre il tema della morte volontaria a tavola, la sera o in qualunque altra occasione di incontro possibile. Chiedere se ci si pensa e se ci si è mai pensato, nominare il suicidio senza alcun timore. Un altro luogo comune da sfatare è quello che sostiene che parlare di suicidio possa istigare, promuovere l’idea del nostro giovane interlocutore di mettere in atto il gesto insensato. E’ vero esattamente l’opposto. Parlarne consente di abbassare il rischio, di dare senso al pensiero sviluppato sulla morte volontaria, di rendere meno attrattiva l’eventuale ipotesi e intenzione suicidaria. Ovviamente, ciò che vale per l’espressione più terribile del disagio di un figlio, vale per tutti i sentimenti, le sofferenze e i dolori sperimentati. Conviene sforzarsi in questa direzione, allenarsi per essere in grado di percepire, ascoltare e sostenere l’elaborazione delle emozioni negative. Continuare ad allontanarle e rimuoverle è oggi davvero molto pericoloso”.
(estratti dalle pagg. 147-150).

Questo leggevo ieri in aula insegnanti, mi sono alzato, ho messo via il libro, ho salito le scale, sono entrato in aula e la prima cosa successa è stata ascoltare la canzone proposta da G. Di quali ulteriori segni avrei bisogno per non toccare questi temi? Cosa mi serve ancora per far sì che emergano quelle prove “del sole intorno a te”, per far sperimentare che “la luce non muore”?

Gemma n° 1822

“Ho portato il mio boccaglio, ce l’ho da molto e sono sicuro che lo userò ancora per tantissimi anni perché sarà importante per le mie future avventure”.

Questa è stata la gemma lampo di R. (classe quarta). Approfitto del tema al centro della sua gemma  per citare una frase di Mark Twain che vuole anche essere un augurio per quello che potrebbe attendere R. nei prossimi mesi: “Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avrete fatto, che per quelle che avrete fatto. Quindi levate l’ancora, allontanatevi dal porto sicuro, prendete i venti con le vostre vele. Esplorate, sognate, scoprite!”.

Gemma n° 1819

Ha lasciato che il suo iPad si caricasse per tutta l’ora e alla fine M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.

“Ho deciso di portare come gemma il mio anno all’estero e in particolare le persone che porto nel mio cuore. Ho avuto modo di conoscere molte persone e di stringere rapporti davvero importanti. Ciò mi sta molto a cuore: ho avuto solo 10 mesi di tempo per conoscere e stare con queste persone e quindi abbiamo cercato di approfittare di ogni momento. Tornata in Italia ho sentito molto la mancanza di tutto questo. Ho portato alcune foto. Emerge in particolare il rapporto con la mia compagna di stanza: è arrivata nella mia famiglia perché la sua era un disastro e siamo finite in quarantena, chiuse dentro la nostra camera in quanto le uniche della casa negative. Siamo molto diverse e abbiamo litigato tanto tanto tanto, ma ora siamo molto unite. Vi sono poi altre amiche molto importanti con le quali ho condiviso tanti viaggi e tante esperienze; quando penso all’Inghilterra ormai penso a loro e ai momenti vissuti insieme. Abbiamo anche deciso di tornarci insieme per una settimana.”

M. ha descritto un viaggio sostanzialmente durato 10 mesi e che non si è concluso al suo ritorno, perché, terminato quello fisico, per lei è iniziato un altro viaggio. Lo si può comprendere attraverso una canzone dei Negrita di più di 15 anni fa, Rotolando verso sud, le cui prime parole dicono: “Ogni nome è un uomo ed ogni uomo è solo quello che scoprirà inseguendo le distanze dentro sé. Quante deviazioni, quali direzioni e quali no? prima di restare in equilibrio per un po’… Sogno un viaggio morbido, dentro al mio spirito e vado via, vado via, mi vida così sia”. Il viaggio qui è dichiaratamente metaforico, è quel percorso compreso tra una distanza e l’altra presente all’interno di ogni uomo, è quello spazio che sta tra un momento di equilibrio e l’altro. E’ una condizione tipica dell’uomo, non vi si può sottrarre, è la vita stessa. Rinunciare al viaggio è rinunciare a vivere: “mi vida così sia”.

Gemma n° 1818

“La mia gemma ce l’ho al collo ogni giorno: è un portafortuna, un coniglio con all’interno dell’ambra. Lo considero un oggetto molto importante: l’ho preso in Polonia, terra a cui sono molto legata, e rappresenta l’unico animale domestico che ho e, penso, avrò nella mia vita. Da piccola lo desideravo tanto e alla fine il sogno si è realizzato grazie a una persona molto significativa per me (è lei che mi ha preso sia il coniglio che il ciondolo). L’abbiamo cercato a lungo per le bancarelle di Cracovia e il fatto che questa persona abbia perso del tempo per rendermi felice dà molto valore a questo oggetto”.

Ecco la gemma di K. (classe quinta). Bene, ora immaginate di essere in giro con lei, ma non lungo le strade della meridionale Cracovia, bensì lungo la costa settentrionale della Polonia bagnata dalle acque del Baltico. E fatevi prendere per mano da questa leggenda sull’ambra che ho trovato in rete:
“Quando regnava ancora Perkunas dio del Tuono, nel fondo del Mar Baltico sorgeva il palazzo d’ambra di cui Jurate, la più bella tra tutte le dee era la regina.
Un giorno il giovane Kastytis, eccellente pescatore, decise di buttare le proprie reti alla foce del fiume Sventoji catturando così tutti i pesci che provavano a raggiungere il mare.
La notizia giunse al palazzo della regina, che preoccupata dalla situazione inviò le sue fedeli sirene a parlare con il giovane pescatore per convincerlo a ritirare le proprie trappole. Arrivate sul luogo di pesca accusarono Kastytis di impoverire la fauna del mare, ma lo scaltro pescatore si discolpò affermando di stare semplicemente lavando le reti nell’acqua e che i pesci ci si incagliavano senza il suo volere. Le sirene spiazzate dalla risposta tornarono al castello informando Jurate, che furiosa decise di andare a parlare di persona con il disobbediente Kastytis.
Al primo sguardo i due si innamorarono l’uno dell’altra e decisero di andare a vivere insieme nel palazzo d’ambra della dea ma il loro amore durò ben poco. Perkunas dio del tuono e padre di tutti gli dei aveva promesso Jurate in sposa a Patrimpas dio dell’acqua e quando vide i due innamorati andò su tutte le furie. In preda alla collera scagliò una freccia verso il palazzo che venne frantumato in migliaia di piccoli pezzettini d’ambra.
Il giovane morì nell’impatto, mentre la dea fu punita per la sua negligenza. Venne incatenata ad una roccia sul fondo del mare dove ancora oggi piange per il sua amore perduto, alcune volte il pianto si fa così straziante che le onde del mare, generalmente fredde e calme non riescono a trattenersi e infuriano anche loro. Le onde smuovono i pezzetti d’ambra del vecchio palazzo sedimentati sul fondo marino e li trasportano fino alla riva. Così che i pezzetti più grossi appaiono sulla sabbia. Sono le lacrime della regina: pure e limpide, com’era l’amore tra Jurate e Kastytis.”

Gemma n° 1813

“Ero molto indecisa sulla gemma da portare, avrei voluto portare delle foto della mia estate o degli ultimi anni con i miei amici, ma avrei sempre percepito di lasciar fuori qualcosa e quindi ho deciso di parlare di qualcosa di me di più profondo e che magari è più del mio passato che del mio presente, anche se si ripercuote pure nel presente. La canzone che mi ha portato a questa riflessione parla di accettazione sociale ed è dei Pinguini Tattici Nucleari:

Quando l’ho ascoltata la prima volta ho pensato: Oddio, ma parla di me! Da piccola ho avuto delle amiche con cui stare, ma ho sempre percepito di non poter far parte di un gruppo più grande: vedevo tante persone che riuscivano a stare sempre bene con tutti, mentre io, pur avendo questa volontà di voler star bene con le persone che incontro, non riuscivo mai a sentirmi totalmente accettata da un gruppo. Alle elementari le femmine giocavano solo con le bambole e io giocavo ai videogiochi, allora mi avvicinavo ai maschi però a loro non piaceva ciò a cui giocavo io e mi prendevano in giro perché ero suscettibile ed ero sempre la sfigatella incapace a fare qualsiasi cosa nonostante cercassi di mostrarmi forte. Ho sempre avuto molta paura dei giudizi, soprattutto alle media dove sono stata bullizzata dalle compagne di classe e, come dice la canzone, “io ingenua cadevo ma ero comunque contenta da morire (chiudevo un occhio su come mi trattavano gli altri) o da morirci (perché in fondo mi faceva male)”. Non capivo che il mare era pieno di pesci e che in futuro avrei trovato delle persone con cui stare veramente bene; a quel tempo per me al mare non si sciava, mentre vi si può sciare in altro modo. Una cosa che mi sorridere è che al cantante dicevano che sciare non faceva per lui e di andare a giocare a basket; io mi ostinavo a cercare di giocare a basket e mi dicevano di andare a sciare. Tuttora ho alcune paure di non essere accettata ma le sto affrontando: sono uscita dall’utopia che avevo da piccola di poter star bene con tutti e riesco ad adattarmi senza negare me stessa.”

Mi ha suscitato molti pensieri la gemma di A. (classe quarta). Su tutti questi pensieri sono emersi quelli legati a delle parole che, talvolta, da insegnante, mi sento in dovere di dire a qualche studente e genitore: “state valutando se questa scuola sia la scelta giusta?”. Si tratta di una domanda delicata perché può andare a toccare dei vissuti, dei pregressi, può andare a suscitare dei “te l’avevo detto” o “ecco, siete contenti?”. Insomma, può innescare delle dinamiche potenzialmente esplosive che invece hanno bisogno di venire alla luce per essere curate per il bene di quello studente. E’ una domanda che non presuppone un fallimento ma una valutazione. Che senso ha investire infinite risorse, molteplici ore di lavoro, numerosissime gocce di sudore per quella che è la strada sbagliata? Ho fatto un anno e mezzo di scienze geologiche prima di capire che non era la via giusta per me; aver cambiato mi ha regalato la felicità… Lo so che la gemma di A. parla di sentirsi o meno accettati dagli altri, ma passa inevitabilmente prima per il sentirsi o meno accettati da se stessi.