Gemma n° 1813

“Ero molto indecisa sulla gemma da portare, avrei voluto portare delle foto della mia estate o degli ultimi anni con i miei amici, ma avrei sempre percepito di lasciar fuori qualcosa e quindi ho deciso di parlare di qualcosa di me di più profondo e che magari è più del mio passato che del mio presente, anche se si ripercuote pure nel presente. La canzone che mi ha portato a questa riflessione parla di accettazione sociale ed è dei Pinguini Tattici Nucleari:

Quando l’ho ascoltata la prima volta ho pensato: Oddio, ma parla di me! Da piccola ho avuto delle amiche con cui stare, ma ho sempre percepito di non poter far parte di un gruppo più grande: vedevo tante persone che riuscivano a stare sempre bene con tutti, mentre io, pur avendo questa volontà di voler star bene con le persone che incontro, non riuscivo mai a sentirmi totalmente accettata da un gruppo. Alle elementari le femmine giocavano solo con le bambole e io giocavo ai videogiochi, allora mi avvicinavo ai maschi però a loro non piaceva ciò a cui giocavo io e mi prendevano in giro perché ero suscettibile ed ero sempre la sfigatella incapace a fare qualsiasi cosa nonostante cercassi di mostrarmi forte. Ho sempre avuto molta paura dei giudizi, soprattutto alle media dove sono stata bullizzata dalle compagne di classe e, come dice la canzone, “io ingenua cadevo ma ero comunque contenta da morire (chiudevo un occhio su come mi trattavano gli altri) o da morirci (perché in fondo mi faceva male)”. Non capivo che il mare era pieno di pesci e che in futuro avrei trovato delle persone con cui stare veramente bene; a quel tempo per me al mare non si sciava, mentre vi si può sciare in altro modo. Una cosa che mi sorridere è che al cantante dicevano che sciare non faceva per lui e di andare a giocare a basket; io mi ostinavo a cercare di giocare a basket e mi dicevano di andare a sciare. Tuttora ho alcune paure di non essere accettata ma le sto affrontando: sono uscita dall’utopia che avevo da piccola di poter star bene con tutti e riesco ad adattarmi senza negare me stessa.”

Mi ha suscitato molti pensieri la gemma di A. (classe quarta). Su tutti questi pensieri sono emersi quelli legati a delle parole che, talvolta, da insegnante, mi sento in dovere di dire a qualche studente e genitore: “state valutando se questa scuola sia la scelta giusta?”. Si tratta di una domanda delicata perché può andare a toccare dei vissuti, dei pregressi, può andare a suscitare dei “te l’avevo detto” o “ecco, siete contenti?”. Insomma, può innescare delle dinamiche potenzialmente esplosive che invece hanno bisogno di venire alla luce per essere curate per il bene di quello studente. E’ una domanda che non presuppone un fallimento ma una valutazione. Che senso ha investire infinite risorse, molteplici ore di lavoro, numerosissime gocce di sudore per quella che è la strada sbagliata? Ho fatto un anno e mezzo di scienze geologiche prima di capire che non era la via giusta per me; aver cambiato mi ha regalato la felicità… Lo so che la gemma di A. parla di sentirsi o meno accettati dagli altri, ma passa inevitabilmente prima per il sentirsi o meno accettati da se stessi.

Gemma n° 1812

Ha mostrato una foto G. (classe quarta) per iniziare a parlare della sua gemma: “E’ una rosa del 14 febbraio 2021, giorno di San Valentino e del terzo meseversario col mio attuale ragazzo. E’ la prima rosa che mi ha regalato; non so perché ci sia così affezionata, però quando l’ho tenuta in camera un mese mia mamma ha deciso di metterla in questo contenitore di vetro con delle piccole rose che profumano sotto. La tengo sul comodino e quando mi sento un po’ giù mi metto a guardarla, sia perché mi ricorda una bella giornata sia perché al mio ragazzo sono molto affezionata anche come persona non solo perché è il mio ragazzo. Non vorrei mai perderlo né da un punto di vista amoroso né come amico: lo voglio presente nella mia vita. Poi, dopo varie sollecitazioni, me ne ha regalate anche altre ma a questa resto particolarmente affezionata e spero rimanga integra il più a lungo possibile”.

Da ragazzo ho fatto l’animatore in Parrocchia e mi è capitato spesso di utilizzare dei racconti di Bruno Ferrero. Il primo suo libro che ho acquistato si intitola L’importante è la rosa e contiene questo racconto/aneddoto:
“Il poeta tedesco Rilke abitò per un certo periodo a Parigi. Per andare all’Università percorreva ogni giorno, in compagnia di una sua amica francese, una strada molto frequentata.
Un angolo di questa via era permanentemente occupato da una mendicante che chiedeva l’elemosina ai passanti. La donna sedeva sempre allo stesso posto, immobile come una statua, con la mano tesa e gli occhi fissi al suolo. Rilke non le dava mai nulla, mentre la sua compagna le donava spesso qualche moneta.
Un giorno la giovane francese, meravigliata domandò al poeta: «Ma perché non dai mai nulla a quella poveretta?».
«Dovremmo regalare qualcosa al suo cuore, non alle sue mani», rispose il poeta.
Il giorno dopo, Rilke arrivò con una splendida rosa appena sbocciata, la depose nella mano della mendicante e fece l’atto di andarsene. Allora accadde qualcosa d’inatteso: la mendicante alzò gli occhi, guardò il poeta, si sollevò a stento da terra, prese la mano dell’uomo e la baciò. Poi se ne andò stringendo la rosa al seno.
Per una intera settimana nessuno la vide più. Ma otto giorni dopo, la mendicante era di nuovo seduta nel solito angolo della via. Silenziosa e immobile come sempre.
«Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni in cui non ha ricevuto nulla?», chiese la giovane francese.
«Della rosa», rispose il poeta.”

La pagina del libricino si chiude poi con le parole di Antoine de Saint-Exupéry: «Esiste un solo problema, uno solo sulla terra. Come ridare all’umanità un significato spirituale, suscitare un’inquietudine dello spirito. E’ necessario che l’umanità venga irrorata dall’alto e scenda su di lei qualcosa che assomigli a un canto gregoriano. Vedete, non si può continuare a vivere occupandosi soltanto di frigoriferi, politica, bilanci e parole crociate. Non è possibile andare avanti così».

Gemma n° 1811

“Lei è mia cugina, ha 14 anni, e qui siamo in una foto di questa estate durante la vacanza insieme. Quando qualcuno mi chiede cosa sia la felicità, ecco, per me è il suo benessere. L’anno scorso ha avuto una delle cose peggiori che possano succedere ad una persona, soprattutto quando è molto piccola: è stata ricoverata per due mesi e mezzo in ospedale per depressione e atti di autolesionismo perché ha provato più volte a togliersi la vita. In quelle due settimane che siamo state insieme era così felice e spensierata che è stato un sollievo vederla così dopo mesi in cui era stata tanto male”.

Queste parole pronunciate da B. (classe quarta) sono state, pur nella tranquillità del tono di voce e del lieto fine, un pugno nello stomaco, l’ennesimo che arriva in questi anni. Inutile girarci intorno, inutile non parlarne o far finta di niente. Insegno da più di vent’anni e sono state tante le ragazze e tanti i ragazzi che hanno un vissuto uguale o simile e la grandissima maggioranza di loro ne sono uscite e usciti. Poco più di due mesi fa mio nipote mi ha mandato un link su Wa; alcune delle parole che lo accompagnavano erano “potrebbe essere un ascolto intrigante. è un inedito portato da questo ragazzino 2002 ieri ad xfactor”.

Laura, Marco, Pietro e Anna, i nomi citati dal cantante gIANMARIA, forse vivono situazioni distanti o non assimiliabili a quelle vissute da chi mi è passato davanti agli occhi, ma certo rappresentano i vissuti di tante, troppe persone che ad un certo punto avvertono che la sofferenza che stanno vivendo sia troppa, che il non senso che che le accompagna sia senza ritorno. Il pezzo si conclude con la ripetizione di queste parole: “e cosa vuoi per questo sabato sto in sto palazzo, a parlar con loro e a guardar che si ammazzano, nel mio film si ripete fino a qui tutto bene, per ogni piano e ad ogni piano perché è così che gli conviene”. Vi colgo un rimando diretto al film L’odio di Kassovitz, in cui, verso la fine una voce fuori campo pronuncia queste parole: “È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani… A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l’atterraggio.” Nella vita succede di cadere e durante la caduta ci sono tante fasi e tanti stati d’animo; sicuramente a fare la differenza è l’atterraggio che ti può dar modo di rialzarti più o meno facilmente o purtroppo di non rialzarti proprio. So solo che mentre sono lì a guardare la caduta e cerco di fare quanto è nelle mie possibilità spero solo che o si apra un paracadute che qualcuno ti lancia o che si aprano quelle benedette ali presenti in ciascuno e che magari non sai di avere o che magari sono solo troppo rattrappite o deboli per spalancarsi e trasformare la caduta in volo. Perché è così che ti conviene.

“Ma… come sono i giovani?”

Fonte immagine

Una domanda che mi rivolgono spesso gli amici è “Ma come sono i giovani d’oggi?”. “È inutile cercare di etichettarli come gruppo sociale omogeneo: sono singole persone intente a costruire la propria storia, irriducibili alle caratteristiche standard che si vorrebbe attribuire loro: inquieti, ribelli, egocentrici o altro”. Questa è una delle frasi di questo editoriale estivo di Luigi Ciotti, presidente di Libera, dal titolo Ascoltate gli alieni. Pubblico tutto il pezzo perché vi trovo contenuti molti spunti interessanti, sia per chi li guarda da fuori, questi adolescenti, sia per chi lo è, un adolescente.

“Tante volte sentiamo parlare degli adolescenti come se fossero una popolazione di alieni, approdati sulla Terra da un pianeta sconosciuto, con abitudini e linguaggi per noi indecifrabili. Li nominiamo in blocco – “gli adolescenti” – e cerchiamo di individuare qualche tratto che li definisca collettivamente, che li classifichi e ce li renda meno estranei. Ma i giovani non sono una popolazione a parte, sono una parte della popolazione. Sono parte di noi, della nostra società, e di questa società rispecchiano vizi e virtù, paure e speranze.
Se c’è un elemento – il principale – che li accomuna, è quello di essere in un’età sulla soglia: non più bambini, in tutto dipendenti dalla guida dei più grandi, non ancora adulti capaci di prendere decisioni autonome e assumersi responsabilità importanti. Gli adolescenti stanno lì, in mezzo al guado, e si guardano attorno. Da ciò che osservano accanto a loro dipenderà molto di ciò che diventeranno.
È inutile cercare di etichettarli come gruppo sociale omogeneo: sono singole persone intente a costruire la propria storia, irriducibili alle caratteristiche standard che si vorrebbe attribuire loro: inquieti, ribelli, egocentrici o altro.
I Piani europei di ripartenza post covid sono pieni di buoni propositi sulle nuove generazioni. Ma davvero bastano più istruzione e lavoro per riempire il vuoto di senso di un’adolescenza sempre più aggressiva e ansiosa?
Tutti noi siamo stati adolescenti e di quella adolescenza conserviamo un peculiare ricordo: chi esaltante, tutto incentrato sulla scoperta del mondo, le prime intense amicizie, le prime forme di autonomia. Chi più amaro, perché per carattere, educazione o altro ha vissuto con disagio i cambiamenti del corpo, il rapporto coi coetanei, le richieste crescenti della scuola e della famiglia. C’è anche chi non ha voglia di tornare a quell’epoca della propria vita: la tiene chiusa in un cassetto come se fosse un frammento di materiale radioattivo, che ancora sprigiona energie misteriose, mai rielaborate, che potrebbero interferire con la maschera di rispettabilità e sicurezza dietro la quale molte vite adulte amano celarsi.
Ma per non fare torto agli adolescenti di oggi, ciascuno di noi dovrebbe ritornare all’adolescente che è stato, coi suoi umori incerti, le sue grandi passioni, i suoi imbarazzi, le sue angosce, i suoi slanci. Attraverso la nostra memoria interiore, una memoria non solo razionale ma emotiva, possiamo entrare in sintonia con le grandi domande che i giovani ci pongono, le stesse che anche noi ci siamo posti all’età loro e alle quali si spera che siamo rimasti fedeli nel costruire la nostra vita successiva, all’insegna della ricerca di verità e pienezza. Possiamo anche entrare in sintonia coi disagi che i giovani di oggi esprimono in forma più o meno diretta. E rifuggire così da qualsiasi giudizio sbrigativo, da qualsiasi tentazione di etichettare i ragazzi sulla base del racconto superficiale che spesso ne danno i media […].
Se operiamo questo esercizio di immedesimazione capiremo che i tanti, troppi giovani che non studiano e non lavorano – i cosiddetti Neet (acronimo dell’inglese Neither in employment nor in education or training) – non hanno rinunciato a formarsi per mancanza di curiosità: la curiosità, la sete di conoscere e capire, è uno degli impulsi principali dell’essere umano in crescita. Né hanno rinunciato a cercare un’occupazione per pigrizia, perché quando si è giovani si teme assai di più la noia della fatica. E quindi la passività in cui questi ragazzi vivono, l’apparente mancanza di desideri, stimoli e prospettive, è il frutto di un presente incapace di investire su di loro, dei limiti delle nostre politiche educative, di un mondo del lavoro che sacrifica i diritti ai profitti, la formazione alle performance.
Capiremo che i sempre più numerosi giovani che preferiscono vivere chiusi nelle proprie stanze, rifiutando qualsiasi contatto col mondo reale a vantaggio di un’esistenza ripiegata nel virtuale, forse ci stanno indicando le pecche di un sistema di relazioni fondato sull’adeguatezza a standard non solo inarrivabili, ma inutili: canoni estetici e di consumo, di possesso, di successo, di un’autoaffermazione che si gioca spesso sull’escludere, il deridere, il sottomettere l’altro. Chi non si adegua, chi non si conforma, chi magari manifesta le proprie difficoltà attraverso sintomi come i disturbi alimentari, l’autolesionismo, l’abuso di sostanze o il ricorso a rituali violenti, viene facilmente etichettato come malato, vittima o delinquente. Invece credo che dovremmo imparare a leggere dentro questi comportamenti – che come adulti ci provocano e ci mettono alla prova – anche una risorsa preziosa di comunicazione. Un tentativo, per quanto sofferto, di stabilire un contatto, ricordandoci che quello che non va, a qualsiasi età, non può essere detto sottovoce.
La pandemia ha suscitato reazioni emotive forti in ciascuno di noi. E non c’è da stupirsi se gli adolescenti, mutilati per lunghi mesi dall’esprimere la propria componente più vitale attraverso i contatti fisici, il rapporto quotidiano fra pari, a scuola, nel gruppo, messi addirittura da qualcuno sotto accusa come principali untori del virus, stiano oggi dando voce alle proprie frustrazioni, paure e aspettative di ritorno alla normalità. C’è chi lo fa in modo più costruttivo e chi più ingenuo, magari scomposto: ciascuno in base agli strumenti culturali di cui dispone, al carattere, all’esempio che ha respirato in famiglia. L’importante è ascoltare, ascoltare, ascoltare. E rispondere attraverso modelli di comportamento credibili, che non si limitino a predicare l’educazione, lo studio e l’impegno, ma dimostrino di praticarli nel quotidiano. E insieme di praticare sempre lo stupore, grazia spontanea della gioventù, ma anche imperativo di qualsiasi vita adulta che si voglia piena e autentica”.

Amati de-costellanti

Fonte immagine

Sento l’esigenza di tornare sui temi toccati dalla gemma 1809 e provo a rivolgermi a chi per lavoro (insegnanti, educatori, psicologi, sociologi, antropologi, psichiatri, allenatori, animatori…) o per famiglia (genitori, zii, nonni, amici di famiglia) si trova ad aver a che fare con gli adolescenti, in particolare quelli di 4a e 5a superiore. Lo faccio perché le parole di V. sono state condivise e apprezzate da molte compagne e molti compagni che si sono rispecchiate/i profondamente in esse. Lo faccio anche perché è in aumento il numero di studenti che si piantano all’ultimo o penultimo anno, si bloccano, inchiodano l’auto su cui stanno viaggiando e né mettono in folle né schiacciano la frizione con la marcia inserita. E l’auto, con un sussulto, muore. 

Il filosofo Guido Cusinato nel libro Periagoge scrive: “Il verbo latino «desiderare» deriva dal composto latino della particella de – che può indicare una mancanza oppure un’azione distruttiva -con il termine sidus, sideris (plurale sidera), che significa «stella». Ora è risaputo che fin dall’antichità, per decifrare il cielo stellato, le stelle (sidera) venivano raggruppate in costellazioni e queste servivano a orientarsi e es. nella navigazione nel mare. De-siderare esprime pertanto due significati a seconda di come viene interpretata la particella de: 1) Sentimento di una «mancanza di costellazioni», cioè di punti di orientamento. In questo caso il desiderio esprimerebbe la nostalgia verso i punti di riferimento che sono venuti a mancare. 2) «De-costellare» nel senso del tentativo di distruggere (de– come nel caso di «de-costruire») la costellazione che imprigiona, come un destino, la mia esistenza attuale. In questo secondo caso non ho nostalgia della costellazione che aveva orientato la mia esistenza e che ora non vedo più, perché magari coperta dalle nuvole, ma al contrario provo una profonda insoddisfazione nei confronti della costellazione che mi orienta e questa insoddisfazione mi spinge ad allontanarmi da essa per cercare una nuova costellazione che ancora non vedo. Nel desiderare provo un’insoddisfazione nei confronti del mio attuale destino (la costellazione che ha guidato la mia esistenza) e lo de-costruisco per pormi alla ricerca di una nuova costellazione, di un nuovo inizio della mia esistenza. Nel superare la costellazione che ha orientato la mia esistenza, in realtà permetto alla mia esistenza di deragliare dai binari del fatalismo” (G. Cusinato, Periagoge. Teoria della singolarità e filosofia come esercizio di trasformazione, Verona, QuiEdit, 2017, p. 144).

Ecco, a me capita di vedere tante studentesse e tanti studenti  che stanno de-costellando (penso che lo facciamo tutti nella vita e non una volta sola). Ripenso a quando ho lasciato la facoltà di scienze geologiche per cambiare completamente percorso e riconsiderare tanti valori e tante priorità della mia vita. Solo che, tornando alla metafora dell’auto inchiodata, alcuni studenti poi trovano il modo di rimettere in moto e cercare la nuova costellazione, come ha fatto e sta facendo V. della gemma 1809, altri restano fermi in auto in attesa che la nuova costellazione passi e rischiano che il tutto si trasformi nella prima accezione del termine desiderio, la nostalgia per qualcosa che manca. Cosa possiamo fare noi? Come possiamo far sì che decidano di girare quella chiave? Quali strategie mettere in campo per far sì che riprendano il movimento alla ricerca di una nuova costellazione?

Gemma n° 1809

“La mia gemma di quest’anno è particolare.
Ho pensato più volte a cosa avrei potuto portare quest’anno come gemma e ho avuto tante idee diverse, ma mi sono resa conto che alla fine il mio presente insieme a una nuova consapevolezza acquisita recentemente è la mia gemma. Il tutto accompagnato da un video che mostrerò alla fine.
Ho sempre avuto, fin da piccola, un’incredibile ambizione. Ho sempre voluto raggiungere una perfezione impossibile. Ho sempre pensato per qualche motivo di dover essere perfetta o, siccome la perfezione non esiste, di dovermi avvicinare il più possibile a qualcosa di simile ad essa. Ho cercato di essere la studentessa perfetta, la figlia perfetta, l’amica perfetta. Ho sempre cercato questa perfezione perché ho sempre voluto il massimo e per me la vita era tutta o bianco o nero. O tutto e il massimo, o niente. Non sono mai riuscita a trovare una via di mezzo, il giusto, l’equilibrio, quell’abbastanza che soddisfa senza sfinirti. Ho sempre fatto tutto quello che mi prefissavo cercando di farlo nel migliore dei modi, anche quando questo implicava dare molto più del mio massimo. E pensavo andasse bene così anche se tutto questo mi pesava, anche se la soddisfazione era spesso accompagnata da una grande stanchezza. Spesso per raggiungere questa perfezione, sacrificavo il mio benessere:  dormivo o mangiavo poco perché non avevo tempo, ero molto stressata e avevo spesso un’incredibile ansia di non riuscire a raggiungere questi obbiettivi.
Nonostante tutto però sono sempre riuscita a fare tutto quel che mi prefissavo, con qualche piccola caduta ho sempre raggiunto quel massimo. 
Quest’anno invece qualcosa è cambiato. Ho iniziato quest’anno con una grande paura del futuro, dell’esame di stato che ci attende, di cosa farò una volta finito quest’anno scolastico, di come riuscirò a fare tutto. E quel tutto ancor prima di iniziare nella mia mente era già diventato un “impossibile”. 
Ho iniziato l’anno con paure, dubbi ed incertezze a me estranei poiché ho sempre avuto un piano, degli obbiettivi da raggiungere e un percorso chiaro e preciso di come raggiungerli. 
Quest’anno i miei obbiettivi erano confusi e sembravano molto più grandi di me, tanto che il percorso di solito chiaro e preciso, questa volta era un incrociarsi di percorsi sparsi e confusi che non portavano a niente.
Per la prima volta mi sono sentita veramente persa. A scuola non riuscivo a raggiungere i soliti risultati, non riuscivo a studiare veramente, non avevo più tempo e voglia di andare in palestra, e all’improvviso mi ritrovavo lontana da quella perfezione come non mai. Ci provavo a dare quel massimo ma riuscivo solo a pensare “non ce la faccio più”.
E allora all’inizio ho mollato tutto. Tra il tutto e il niente, il tutto non riuscivo proprio a raggiungerlo, così mi ero abbandonata al niente.
Ed era anche una bella sensazione, ma pian piano le cose da fare e gli impegni arretrati si accumulavano e alla fine mi sono ritrovata ancora più persa di prima poiché oltre a non sapere come raggiungere la fine, ero anche rimasta indietro all’inizio, con tutto.
Avevo questo continuo contrasto interiore tra il “devo fare tutto subito e benissimo” e il “va bene così, ce la farò” che però sembrava venir continuamente rinnegato da una caduta dopo l’altra.
Alla fine, all’improvviso, quello che avrei tanto voluto sentirmi dire, me lo sono detta da sola.
Su YouTube è sempre pieno di video motivazionali, “be perfect/keep fighting/keep going/never settle” ma io avevo bisogno di altro, sì di un video motivazionale, ma non che mi spingesse a dare il meglio e oltrepassare i miei limiti, anzi. Così un pomeriggio ho aperto youtube e ho cercato “you don’t have to be perfect”.
Ed è uscito questo video intitolato “don’t be perfect”. Un video motivazionale che incita a non essere perfetti ma pazienti. Con se stessi e con tutto ciò che ci circonda.
È un concetto così semplice e banale, che però non avevo mai veramente considerato. Chi ha mai detto che dovevo essere perfetta? Chi ha mai detto che se non faccio il massimo non valgo tutto quel che valgo? Nessuno perché spesso siamo i nostri più grandi critici e i nostri peggiori nemici. E adesso l’ho capito, non serve essere perfetti soprattutto quando questo implica sacrificare la propria salute fisica e mentale. Ora la mattina rischio sempre di fare tardi ma almeno finisco sempre la colazione. La notte anche se non ho finito di ripassare bene, dormo. In palestra ci tornerò quando avrò veramente tempo, e intanto riprenderò ad allenarmi pian piano a casa. Non posso ripartire da zero a cento perché quello è sempre quel “o bianco o nero” che ho deciso di lasciare andare. Vanno bene anche i grigi. Va bene anche non essere sempre i migliori. Va bene anche se le cose non vanno sempre bene, perché è normale. Perché siamo umani, e non siamo perfetti. Inoltre il nostro tempo sulla Terra è prezioso e limitato. È inutile sprecare quel tempo a rincorrere obbiettivi irraggiungibili tra stress e paure, bisognerebbe godersi veramente quel tempo e tutti gli attimi semplici ma così importanti che lo compongono. La mia vita non si ferma alla scuola, a un voto, o anche a un esame. La mia vita non si ferma ad un singolo successo o ad un singolo fallimento. La vita è piena di opportunità, bisogna essere pazienti e dare il proprio massimo, anche se alcuni giorni quel massimo è davvero piccolo.
So che molte mie compagne e altri miei amici stanno vivendo un periodo simile al mio, un periodo di difficoltà, incertezze e dubbi ed è per questo che ho deciso di condividere oggi il video che avevo trovato, perché magari possa aiutare qualcun altro come ha aiutato me.

Può sembrare una cosa semplice e banalissima, ma per me significa davvero tanto. Diciamo che non mi sono mai data pace perché non pensavo di poter “fallire”. Quindi per me è stato davvero importante capire veramente che posso essere soddisfatta e felice anche se a volte faccio poco se quel poco in quel momento mi richiede tanto. Va bene cambiare priorità, va bene avere dubbi e perdersi ogni tanto per poi ritrovarsi meglio di prima.
Don’t be perfect, be patient.”

Questa la gemma di V. (ovviamente classe quinta, l’ha detto lei stessa). Non è facile commentare parole come queste: paure di dire troppo, paura di dire poco. Mi affido ad un film che ha segnato la mia adolescenza, uno dei primi visti al cinema. Ero in II liceo quando, con i miei compagni di classe, ho visto L’attimo fuggente. Nella sequenza che pubblico il prof. Keating afferma “Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice che molti uomini hanno vita di quieta disperazione. Non vi rassegnate a questo! Ribellatevi! Non affogatevi nella pigrizia mentale. Guardatevi intorno! Osate cambiare. Cercate nuove strade”. Che bello è stato ascoltare la tua voce stamattina V.!

Gemma n° 1808

“Come gemma ho portato La casa in riva al mare di Lucio Dalla. La ritengo un canto alla libertà e alla speranza di conquistarla nel corso della vita. Ritengo che le canzoni di Dalla siano tutte poesie, anche se questo testo non è stato scritto da lui; il suo modo di interpretarla è comunque unico. Ho scelto questa canzone perché riesco a immedesimarmi nel protagonista, un uomo innamorato che spera di incontrare l’amata durante tutto il corso della vita, anche se non la incontrerà mai. Riesco a visualizzare l’immagine di un mare mosso con all’orizzonte un prato con una casa bianca e una finestra: affacciata alla finestra c’è una ragazza che guarda verso l’uomo. Pian piano la ragazza inizia a invecchiare ma continua a tenere lo sguardo fisso sull’uomo finché muore. Sanno che non potranno mai vedersi però c’è sempre la speranza”.

E’ ancora fresca l’impressione di una gemma in cui è stato portato un album del 1973 (la precedente), quando ti arriva una canzone del 1971! Con questo brano mi ha stupito E. (classe prima). Il rifugio nella fantasia come ultimo baluardo di difesa agli attacchi alla libertà, ultimo e inespugnabile; quella libertà che non può esserti portata via, che non può esserti sottratta o rubata semplicemente perché dentro di te nessuno può entrare se non sei tu a consentirlo.

Gemma n° 1805

“Ho deciso di portare una foto in cui ci siamo io, 18 anni fa, e mio nonno paterno che viveva con noi. Lui se n’è andato che io avevo un anno e qualche mese; praticamente non l’ho conosciuto e i miei ricordi si basano principalmente sulle foto e sui racconti di mia madre e mio padre. Nonostante questo mi sento legata a lui; soprattutto negli ultimi anni  sento forte questo legame. Sarebbe bello tornare indietro e conoscerlo meglio perché sento che mi manca quella parte di ricordi”.

La gemma di C. (classe quinta) mi ha fatto venire alla mente una canzone di Robbie Williams che solitamente faccio ascoltare in quarta quando parliamo di morte e aldilà. Si tratta di un brano molto dolce che parla della scomparsa della nonna. Ne metto la versione live, cullandomi al pensiero di che bello sarebbe poter per un attimo riabbracciare i nonni che non ci sono più.

Gemma n° 1804

“Ho portato una clip di Maniac, una mini-serie Netflix: l’ho guardata durante la quarantena. Cercavo qualcosa che mi confondesse un po’ le idee e l’ho trovata perché c’ho messo qualche tempo a capire questa serie. Una casa farmaceutica sviluppa un farmaco sperimentale grazie anche all’aiuto di un software avanzato; il farmaco fa rivivere i traumi a dei pazienti volontari. Tra di essi vi sono i due protagonisti Annie e Owen. La scena che ho portato si svolge nella mente di Annie che è sotto l’effetto della terza pasticca, la pasticca C, che sta per “Confronto” col trauma più grande della propria vita. Sta parlando con la sorella Ellie, deceduta in un incidente stradale mentre erano in auto insieme e stavano litigando a causa di una foto che Ellie desiderava scattare per avere un ricordo della sorella prima di trasferirsi mentre Annie rifiutava perché non voleva restare sola. La mia gemma è l’ultima frase che viene detta: Sometimes people leave and we don’t know why, A volte le persone vanno via e noi non sappiamo perché. Molte volte non si accetta l’idea di perdere qualcuno e io fino a pochi anni fa non avrei accettato l’idea di allontanarmi da qualcuno o di avere un amico in meno da un giorno all’altro. Ora sto cominciando a capire che le persone importanti della vita faranno di tutto per farne parte e non saranno coloro che ti lasciano o ti ignorano alla prima litigata. Le persone che vanno per la propria strada, che non coincide con la tua o che non prevede la tua presenza, forse è meglio lasciarle andare perché è meglio salutarsi una volta per tutte che continuare a prendersi in giro.”

Questa la gemma di V. (classe quarta). Non ho potuto fare a meno di pensare a Gio Evan e alla sua Finita la festa dall’album Natura molta
“Papà mi diceva, “Per capire chi è un buon amico, organizza una festa, fai una festa bellissima, prendi buone birre e dei vini sopra i 13, prendi del buon cibo, e che la musica di sottofondo sia bella e che possa accogliere tutti. Mettila alta da poter far dire ‘Bellissimo sto pezzo! Che gruppo è?’ ma non troppo alta, lascia che i vostri dialoghi non vengano coperti dagli assoli”. “Invita amici”, mi diceva, “Invitane tanti, invita tutti gli amici che conosci e poi, finita la festa, lascia che ognuno prenda la via che preferisce. Non forzare mai nessuno a rimanere, non convincere, non prolungare mai la festa, che le feste hanno origini più antiche di noi, sanno loro quando finire. Tu saluta e augura la buonanotte a tutti e osserva, osserva bene chi di sua volontà resta ad aiutarti, chi ti aiuterà a lavare i piatti, chi ti aiuterà a rimettere a posto, a sistemare le cose. Questi saranno i tuoi buoni amici, quelli che non ti staranno accanto quando la musica e il vino gioiranno con le tue buone lune; questi sono i buoni amici, quelli che rimarranno anche quando la tua vita avrà da offrire solo briciole e disordine”. “E alla fine di tutto”, mi diceva papà “ricorda, alla fine di ogni bellissima festa, alla fine di ogni momento epico, di ogni grande successo e di ogni impresa riuscita, vedrai che accanto a te resteranno sempre pochissime persone. Ma quelle pochissime, ricordalo sempre, valgono tutto”

Gemma n° 1798

C. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Quest’anno per la gemma ho voluto portare il sonetto 18 di Shakespeare (nell’immagine) e la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare questo passo: L’amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso… l’amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L’amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta.
Sono particolarmente significativi per me e considero il loro messaggio fondamentale nella vita di tutti i giorni. Bisognerebbe capire il potere di queste parole, che potrebbero veramente cambiare il mondo. Se ognuno di noi, in amore ma anche in amicizia e in tutte le relazioni tenesse a mente questi principi, il mondo sarebbe un posto migliore. Inoltre, quando mi sento triste o ansiosa, ripeto il sonetto di Shakespeare: questo riesce a calmarmi e a darmi energia positiva”.

Premesso che la versione del capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinti è quella del film I passi dell’amore, ora faccio una pazzia per commentare questa gemma e se non volete uno spoiler grande come una casa su di un film, fermatevi qui. C’è un film che in più di vent’anni di scuola ho fatto vedere una sola volta ad una classe del Liceo Classico di Cividale (inizio anni 2000): Film blu di Krzysztof Kieślowski (mi piacerebbe tantissimo, qualche volta, fermarmi a vedere un film come questo con qualche classe e discuterne; una volta lo si faceva, poi si è smesso). Racconta la storia di Julie, sopravvissuta all’incidente stradale che le ha portato via il marito e la figlia di 7 anni. Julie inizia un percorso di autodistruzione, ostacolata nel suo intento dalla forza della vita che le si para davanti in continuazione. Il video che pubblico qui sotto è la sequenza finale: l’ho rivista ora dopo tanti anni dalla visione del film e mi sono commosso ancora. Perché lo uso per commentare la gemma? Le parole sono quelle del capitolo 13 della Prima lettera ai Corinti di San Paolo.

Gemma n° 1794

“Questa banconota da 200 leke è uno dei tanti piccoli oggetti legati alla mia infanzia che considero una gemma e che conservo come tale; si tratta dell’equivalente di poco meno di due euro che la mia nonna paterna mi diede qualche giorno prima che io partissi per il mio primo viaggio in Albania, in modo da potermi comprare un souvenir.
La me di 10 anni fa, assolutamente priva di ogni conoscenza riguardo al valore del denaro, trattò la banconota come se si trattasse di una piccola fortuna e la ripose al sicuro sul proprio comodino, dimenticandosi dunque di portarsela con sé.
Ciò che al tempo reputai un’assoluta ed insormontabile tragedia, si rivelò essere invece un amabile scherzo del destino che mi consente di custodire gelosamente uno dei ricordi, inerenti alla mia nonna paterna, più preziosi che ho; essa, oltre a sostituire un banale souvenir e a rappresentare un pezzo del mio paese natale, la cui cultura ho imparato ad amare sin da piccola, mi ricorda ogni giorno uno dei modelli a cui aspiro di assomigliare, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, uno di quei personaggi che si narrano nei libri”.

Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la sua gemma. A questo punto di solito c’è il mio piccolo contributo. Solo che in coda alle sue parole E. ha aggiunto: “Ero indecisa se portare questo o un pezzo del costume della mia prima festa di carnevale in Italia. Come ho detto, ho imparato ad amare la mia cultura fin da piccola e, mentre tutte erano vestite da principesse o fate, io ero vestita col costume da sposa tradizionale albanese e SEMBRAVO UN PO’ FUORI LUOGO, PERÒ ERO FELICE”. Non saprei aggiungere parole più preziose.

Gemma n° 1783

“Ho deciso di portare un piatto perché il mio terzo compleanno l’ho passato a Edimburgo con mamma, nonna e zii, mentre il nonno non è potuto venire e mi ha scritto questo piatto. Lo conservo ancora perché purtroppo lui non c’è più e rimane qualcosa di lui, che lui mi ha scritto”.

Questa è stata la gemma di A. (classe prima). Riprendo anche qui una frase sentita molte volte ma che anche la rete non attribuisce a nessuno: “I nonni ti vedono crescere, sapendo che ti lasceranno prima degli altri. Forse è per questo che ti amano più di tutti.” Non mi convince quel “più di tutti” perché non credo ad una gradualità in amore, ma colgo il senso di un affetto profondo.

Gemma n° 1782

“Ho portato una canzone che ho ballato quest’estate ad uno spettacolo in memoria di una persona che purtroppo non c’è più ed è di una cantante non troppo conosciuta. La persona è un mio amico”.

Con queste parole I. (classe prima) ha introdotto il video della sua gemma (la canzone Blue). In un’intervista la cantante Granger ha detto “Per me questa canzone è una richiesta d’aiuto disperata, urlata ad una persona che però non riesce a sentirla, ma anche se la sentisse probabilmente non la comprenderebbe. È una cosa tanto triste quanto frequente nei rapporti umani, purtroppo. Le persone dovrebbero imparare ad ascoltarsi di più e a recepire i piccoli segnali.” Ho deciso di riportare questo pezzetto di intervista perché penso sia interessante e possa suggerire una riflessione per questi giorni che ci attendono, giorni dedicati al ricordo di chi non c’è più e alla celebrazione della vita.

Gemma n° 1779

“Negli anni scorsi le mie gemme sono state molto più riduttive e molto più personali. Vi ho raccontato la storia dell’“Uccello Grifò” che mia nonna mi raccontava prima di andare a letto, vi ho raccontato della notte più bella della mia vita, della collana a forma di tartaruga con l’anello legato al laccio. Erano cose personali che riguardavano me: ci avevo lavorato per massimo una settimana. Quest’anno, invece, sto pensando alla mia ultima gemma ormai da mesi: volevo renderla più speciale, meno improvvisata, più comprensibile a tutti e soprattutto una gemma che non avrebbe ispirato solo me, ma anche magari altre persone. In questa foto (mostrata in classe) ci sono tante storie di cui vale la pena parlare, ci sono tante altre storie invece che riguardano l’altra parte della mia famiglia che non è ritratta qui ma volevo soffermarmi sulla storia di Laura, una ragazza che, pur non avendo nessun legame di sangue con noi, ha sempre fatto parte della nostra famiglia.
Laura nacque a … nel …. Condivise i suoi primi anni di vita con sua madre e suo padre e poco tempo dopo anche con Sandra, sua sorella. Purtroppo le sorelle rimasero orfane di madre quando erano ancora piccole e il padre rimase profondamente traumatizzato dalla perdita di sua moglie talmente tanto che i suoi parenti decisero di prendere in custodia Sandra e lasciare Laura alla famiglia della madre.
Caso vuole che Laura andò a vivere da sua nonna, sullo stesso pianerottolo di mia nonna in via ….
Una piccola Laura andava a scuola, giocava nel cortile con mio zio, si divertiva e cresceva. Mia nonna andava a casa sua ad aiutare lei e sua nonna anziana e in compenso Laura, quando sua nonna dormiva, andava a casa di mia nonna a fare i suoi soliti pasticci. Una cosa che ricordano tutti bene di quei momenti è la voce alta e potente di quella ragazzina e le sue risate contagiose.
Laura era innamorata dei miei genitori, ancora adolescenti quando lei era bambina. Li guardava come se fossero gli innamorati delle fiabe. Poi mia madre rimase incinta, i miei si sposarono e dopo qualche mese nacqui io, uno dei giocattoli preferiti di Laura. L’innamoramento di una bambina divenne presto ammirazione.
Laura mi aveva dato un soprannome e penso che mi abbia chiamato pochissime volte con il mio nome vero. Mi ricordo le domeniche mattina passate alle riunioni condominiali a casa di sua nonna, i pomeriggi in cui disturbavo i suoi studi e quando arrivavano a casa sua i suoi parenti da….
Però poco dopo la nonna iniziò a non camminare più e Laura era l’unica persona che se ne poteva prendere cura. In realtà c’erano anche i suoi zii che potevano badare a lei, ma per un motivo o per un altro decisero di lasciare Laura e sua nonna da sole. Così la sua adolescenza la passò insieme alla nonna spingendola di qua e di là per la casa sulla sedia a rotelle, mentre nel frattempo si occupava delle faccende di casa, della spesa, del cucinare, dell’igiene della nonna, dello studiare, del vedere gli amici quando capitava e lavorare appena poteva. Diventò presto un’adulta a tutti gli effetti.
La storia di Laura, per ora, sembra una storia di difficoltà passate con leggerezza, la storia di un’adolescente cresciuta più velocemente in maniera diversa dalle sue coetanee. Ma dobbiamo ricordare che quando sua sorella Sandra aveva bisogno di andare dal dentista, questa era accompagnata e seguita, Laura invece non ci è mai stata portata. Quando Sandra aveva problemi agli occhi, subito le venivano comprati gli occhiali, Laura ha dovuto prima guadagnarsi i soldi per poi andare a prenderli. Diciamo che il confronto le pesava un po’ ma non lo dava a vedere, si accontentava e cercava di impegnarsi al massimo per essere una persona migliore, per lei stessa e per chi le era attorno.
Un giorno Laura si accorge che le persone che l’hanno cresciuta e che dicevano di volerle bene (come i parenti di … e altri zii) le nascondevano cose. Una di questi addirittura rubava la pensione alla nonna e le portava via anche gli ultimi ricordi fisici della madre di Laura. Non so perché la odiasse così tanto: litigavano, urlavano e Laura veniva a casa di mia nonna piangendo. Cercava aiuto dai miei nonni, dai miei zii, e infine dai miei genitori.
Un litigio in particolare cambiò radicalmente la vita di Laura. Era il … e ricevette un’aggressione da parte della parente che la odiava e suo figlio. Ricordo mio padre e mio zio che andarono a soccorrerla e la portarono in pronto soccorso. Sporsero denuncia. Anche la sua parente sporse denuncia: maltrattamento e aggressione verso la nonna erano i capi di accusa. Laura cercò di capire se la nonna avesse acconsentito a questa denuncia e scoprì che anche la persona con cui aveva condiviso la sua vita le aveva voltato le spalle. Ricevette anche un ordine restrittivo nel quale non poteva più avvicinarsi alla nonna. Praticamente non poteva nemmeno andare a trovare i miei nonni. Laura rimase sola.
La sera dell’aggressione venne a dormire a casa nostra. Pensavo che sarebbe capitato un’altra volta o due, mai mi sarei aspettata che avremmo comprato un armadio e un letto solo per lei. Laura era diventata a tutti gli effetti la sorella minore dei miei genitori e una sorella maggiore per me e mio fratello.
Per i primi tempi la situazione per lei è stata difficile, piangeva e si sentiva abbandonata, ma dopo qualche tempo il sorriso le tornò di nuovo in volto. Mi ricordo quando una mattina stava parlando con mia mamma sul divano, erano una accanto all’altra. A un certo punto mia madre si alzò e fece il giro del divano per andare a prendere una cosa nell’altra stanza: solo dopo un’oretta di chiacchierata si era accorta che il trucco dell’occhio che non riusciva a vedere dal suo posto sul divano era tutto completamente sbavato. Mi ricordo quando io e lei andammo a yoga insieme, o la cameretta e il bagno messi sotto sopra poco prima che lei uscisse di casa. Mi ricordo anche quando aiutò mia madre a mettere la spesa a posto e, nel tentativo di salvare un uovo che si stava per spiaccicare sul pavimento, gli diede un calcio. Inutile descrivere il pasticcio che aveva combinato sui mobili e le strisce di tuorlo finite sulla lavatrice.
Laura era davvero al centro delle nostre giornate ed era davvero il sole in casa nostra.
Nel … il locale in cui lavorava da anni chiuse, lei non sapeva più cosa fare e dove andare, di nuovo si sentì abbandonata, ma vide una luce: fece i bagagli e partì per la …, senza sapere niente della lingua, cultura o di come avrebbe vissuto una volta arrivata lì. Poi tornò in Italia e dopo qualche tempo partì per …. Quante lacrime versammo insieme…
Ora Laura è libera dal suo passato, è libera da ogni cosa che le era stata imposta e dalle persone che era costretta a frequentare. È una donna adulta e sono molto felice di considerarla come una sorella. Ci vediamo praticamente solo d’estate quando entrambe andiamo a trovare i miei nonni e passiamo tanto tempo a parlarci: lei mi ha sempre aiutata quando io avevo problemi e io ho sempre cercato di farle capire quanto questo fosse importante per me. Ora non mi dà più fastidio il mio soprannome, anzi, mi preoccupo se lei mi chiama per nome. So che detto da me può sembrare poco, ma sono davvero orgogliosa di tutto ciò che lei è riuscita ad ottenere dal nulla da cui era partita. Il suo obiettivo di ora? Farsi un intervento ai denti per riparare al danno della negligenza dei suoi famigliari di quando era ancora piccola.
Laura a volte mi manca, soprattutto quando mi vengono in mente i suoi abbracci e le sue grida di gioia quando ci vede. Mi viene ancora da piangere quando ripenso a quando ci siamo salutate questa estate prima che io partissi: ho dovuto farle forza perché singhiozzava a non finire anche se avrei voluto singhiozzare pure io, ma forse più forte. Io la vedo come un esempio da ammirare e seguire: una ragazza che dal niente, con l’aiuto di poche persone, si è costruita il suo sentiero ed è diventata la splendida donna che è in questo momento.
Ti voglio bene Laura, ci vediamo presto.❤”

Questa la gemma di G. (classe quinta). Ho utilizzato nomi di fantasia e fatto piccolissime modifiche al testo per non rendere riconoscibili persone e luoghi. La gemma è già molto lunga e ricca di suo. Mi sento di aggiungere un’unica piccola frase di Charles Peguy: “È sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione”.

Gemma n° 1777

“La mia gemma è un pupazzo a forma di foca che mi ha dato mio nonno l’anno scorso, poco prima della zona rossa invernale. Aveva ritrovato questo peluche mettendo a posto in soffitta: penso sia un pupazzo di quando ero piccola quindi in realtà non so bene chi me l’avesse regalato. Però poi me l’ha dato il nonno che poi è stato ricoverato in ospedale e non ce l’ha fatta: è per questo che gli sono molto affezionata”.

La voce rotta dalla commozione ha accompagnato le ultime parole della gemma di B. (classe seconda). Quante storie ci sono dentro gli oggetti che popolano le nostre case. Dare voce a quelle storie penso sia bello e importante soprattutto quando parlano di chi non c’è più trasformandolo in c’è ancora.

Gemma n° 1776

“Ho portato il biglietto del concerto a cui sono stata quest’estate: è stato particolarmente importante per me, sia per il cantante che si esibiva, Michele Bravi, sia perché è stato il primo concerto dopo due anni di stop. I concerti sono sempre stati il mio posto felice ed è quindi stato molto bello poterci tornare, anche se da seduti”.

Questa la gemma di S. (classe quarta). Proprio ieri ho utilizzato Shazam per una canzone di Michele Bravi: mi sembrava lui, ma non ero convinto. Utilizzo proprio una citazione da Falene per descrivere la sensazione e il desiderio che penso molti abbiano vissuto alla fine dei vari periodi di chiusura attraversati in questi due anni:
“E se mi perdo questa notte vienimi a cercare
Balliamo al buio come le falene
Sotto una luna azzurra di Colombia
Con il vento che suona una cumbia
E ora non ho niente da perdere
Ora che sei con me stasera
Nella pioggia dell’estate o sotto al sole
Portami via che non importa dove”

Gemma n° 1774

“Ho deciso di portare il brano “7 Years” di Lukas Graham perché è inconsapevolmente stato un mio punto di riferimento nelle fasi più difficili della mia crescita e tutt’ora, dopo una quantità indefinibile di ascolti, riesce a trasmettermi le stesse emozioni che mi trasmetteva anni fa.
Fa parte di quella categoria di brani che mi portano ad essere grata per quello che ho e per quello che ho vissuto se ascoltati in un momento felice, e che, contrariamente, mi trasportano in un mondo di malinconia ed incertezza sul futuro se li ascolto in un momento più grigio e nostalgico. Ebbene, la maggior parte delle volte in cui ascolto questo genere mi trovo nel momento triste, ma questa canzone mi conosce da quando ero alle elementari, e allora mi ricordo di chi ero, di come sono cambiata, di come tutto passa, e tra questi ricordi prendo coraggio per quello che sarà”.

La canzone è la gemma di C. (classe terza) e lei l’ha accompagnata con delle parole molto significative che legano il passato al presente per affrontare con coraggio il futuro. Nel 1938 scriveva Omraam Mikhaël Aïvanhov: “Se sapeste come vivere nel presente valorizzando le esperienze del passato e gli splendori dell’avvenire, vi avvicinereste al Divino” (Discorsi, 86).

Gemma n° 1769

“Ho scelto la canzone degli Abba Gimme! Gimme! Gimme! perché mi piace molto il ritmo, mi dà molta carica, soprattutto in questo periodo in cui sono sempre demotivata e stanca. Proprio ieri sera ho scoperto grazie a mio padre che mio nonno era un grande fan degli Abba e questa era la sua canzone preferita e io non lo sapevo! Poi ho voluto anche portare delle foto: tre me le ha regalate C., la mia migliore amica, e rappresenta il nostro gruppo di amiche. Per me sono speciali: la terza media è stato un brutto perido, ero sempre triste per vari motivi che non voglio riportare, ed è stata una fortuna conoscerle. Queste foto sono un bellissimo ricordo di loro e del compleanno. Infine una foto in cui ci siamo mia madre ed io: me l’ha regalata lei, a cui sono molto legata perché è la persona a cui tengo di più. Siamo entrambe molto testarde e litighiamo spesso perché vogliamo entrambe avere ragione. Lei ha fatto molti sacrifici per me ed è la persona per la quale darei anche la vita”.

Composita la gemma di G. (classe seconda). Quella degli Abba è in realtà una canzone il cui testo sembra andare in direzione diversa da quella suggerita dal ritmo: sonorità da disco music che sembrano anticipare il grande periodo della musica elettronica anni ‘80 e che accompagnano un testo che parla di solitudine (“mi rende così depressa guardare l’oscurità, non c’è un’anima là fuori, nessuno che ascolti la mia preghiera”) e della ricerca di una compagnia (qualcuno che scacci le ombre e che faccia attraversare il buio verso le prime luci del giorno). Buon ascolto e buona ricerca!

Gemma n° 1766

“Volevo parlare di mia zia, venuta a mancare tre settimane fa. Ero molto legato a mia zia, anzi mia prozia in quanto era la sorella del nonno: ha avuto un tumore ed è successo quel che è successo. Un rapporto molto profondo ci univa: da piccolo passavo molto tempo con i nonni perché i miei lavoravano e mia zia abitava a Venezia ma quando ci veniva a trovare era sempre una grande festa. Stare con lei e passare del tempo con lei era bello e mi manca tanto. Mi ha trasmesso una grande passione, quella per la montagna e mi ha regalato uno dei miei primi libri. Avevo pochi mesi e lei mi ha dato questo libro sulle Dolomiti: da piccolo lo sfogliavo spesso guardando le foto e poi ho iniziato a leggerlo. Il libro racchiude anche la passione che lei aveva per la lettura e anche quella mi è stata trasmessa in gran parte da lei perché mi piace tantissimo leggere. Durante le vacanze estive lei e i nonni passavano uno o due mesi in montagna in Austria o in Alto Adige. Io spesso facevo una, due o anche tre settimane con loro: era bello, ero felice con lei. Ecco, volevo parlare di questo perché non voglio dimenticare quello che ho passato con lei in questi anni”.

Questa la gemma di R. (classe seconda). Mi ha fatto fare un tuffo nel passato, gliel’ho detto anche in classe. Il ricordo è andato ad una mia prozia, con la quale ho passato numerose sere della mia infanzia, quando i miei, per vari impegni uscivano e mi lasciavano alla sua custodia (non sempre vigile: erano più le volte che si addormentava che quelle in cui restava sveglia). Quando ero al liceo e lei era ormai ammalata le avevo dedicato delle parole che oggi sono andato a rispolverare:
“Occhi chiusi dalla pesantezza degli anni, mani tremanti che non appena toccano le mie trovano pace e si calmano, grande dolore nel cuore che trova sollievo solo nel sonno, un sonno profondo e rumoroso. Non lasciarti andare, zia: ricordi? Ero piccolo e con te salivo e scendevo le scale della scuola, giocavo a carte e ti imbrogliavo: non sapevi giocare, ma per te il mio divertimento era più importante. Mi portavi a messa con te la domenica nel quinto banco a destra. Scherzavi con me: ti lasciavi suonare quel curioso neo che hai ancora sulla fronte raggrinzita. La sera venivi a farmi compagnia quando ero a casa da solo e se ero malato, volevi starmi vicino. Mi chiamavi a casa tua per riempirmi le mani di caramelle, e a Natale e Pasqua, sotto il piatto, ci mettevi sempre le tue 20.000 lire in quella anonima busta bianca. Grazie di tutto, zia: ma non lasciarti andare, perché ti voglio bene”. Hai ragione R.! Mantenere le persone nei ricordi, parlare di loro, scrivere di loro fa sì che non siano dimenticate.

Gemma n° 1757

“La mia gemma è un peluche che mi ha regalato mia nonna quand’ero piccolina e che ho chiamato con il suo nome. Questo peluche è stato cucito da una sua amica e la nonna mi ha raccontato che rappresenta la speranza e il fatto di non aver mai paura e di andare sempre avanti. Adesso mia nonna non c’è più e io ho voluto lasciare questo peluche in casa sua come simbolo di speranza”.

Il gesto di A. (classe seconda) di voler lasciare il peluche in casa della nonna mi ha portato alla mente una scena del film Sette anni in Tibet: due amici si stanno salutando perché uno è in partenza per il viaggio di rientro. Vengono versate due tazze di tea: la prima viene consumata, la seconda resta intatta, in attesa del suo ritorno. Certo la nonna di A. non può ritornare ma quel legame con il peluche, quel gesto di lasciarlo nella casa è un mantenerne la memoria, un continuare l’amore.