Pubblicato in: Etica, Storia

A ovest di cosa?

Cuius regio eius religio: era quel principio per cui una persona doveva praticare la stessa religione del suo regnante, altrimenti era invitato a rivolgersi altrove. Conosco molte persone che lo stanno rimpiangendo e che lo invocano, le stesse che continuano a sperare nell’inserimento di un richiamo alle radici cristiane dell’Europa all’interno del testo costituzionale del continente. Tale speranza non è legata a uno spirito di devozione o a un effettivo riconoscimento storico culturale alla religione cristiana, quanto a una logica di contrapposizione nei confronti di chi si può configurare come diverso, come alterità, come nemico, come minaccia. Ma definirsi solo in base a una caratteristica può essere limitante. Se gli italiani si definissero solo in base alla lingua italiana avremmo da un lato nuovi italiani che hanno imparato la nostra lingua e dall’altro ex italiani che hanno conosciuto solo uno dei dialetti e l’italiano non lo hanno mai parlato. Definirsi solo in base a delle radici religiose porterebbe a discriminazione che la storia ha già conosciuto (ghettizzazioni); si arriverebbe inevitabilmente a una maggioranza dominante e a delle minoranze sull’orlo dell’esclusione. Se da un lato può essere comprensibile la spinta a un rinsaldamento identitario di una comunità, soprattutto se volto alla ricerca di un tessuto etico condiviso, dall’altro si corre il rischio di pensare che il proprio modello sia il migliore e che pertanto non si confronti con gli altri ma vi si contrapponga. Nasce così l’idea di un occidente cristiano che si difenda da tutto ciò che possa arrivare dall’esterno.

Sorgono però a questo punto delle domande.

Dov’è nato il cristianesimo? Qual è la sua culla? L’Occidente quando è nato? Qual è stato il ruolo dell’Europa orientale? L’est europeo è pur sempre a ovest di qualcosa, ma è compreso nell’idea di Occidente? Occidente, Europa e cristianesimo davvero possono coincidere?

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, Storia

Scomunica per i mafiosi?

Pubblico questa interessante inetrvista che Valeria Pelle ha fatto ad Antonio Nicaso. Penso fornisca molti spunti i riflessione e meditazione.

Antonio Nicaso è uno scrittore e uno studioso scomodo. Uno dei massimi esperti di mafie a livello internazionale (www.nicaso.com), docente di storia contemporanea e delle organizzazioni criminali in una università americana, già consulente della Cnn, autore di un editoriale settimanale su uno dei maggiori network canadesi. Di quelli che siedono alla corte di nessuno, se non dell’etica. Un’etica personale che si nutre di valori forti ed elementari: il coraggio, l’impegno sociale, l’onestà, la coerenza, la legalità. Princìpi che gli ha trasmesso la madre. Semplici, saldi, perché «niente è meglio che vivere onestamente». E che hanno preso forma ancora più netta, se possibile, dopo che è diventato genitore. «Da padre, mi sono reso conto di avere una responsabilità in più: essere un esempio, ogni giorno». E così la scrittura, la denuncia, gli incontri. L’impegno contro la mafia, contro le mafie. Ogni giorno. Un impegno che l’ha portato ad essere ospite, ancora una volta, della Settimana della comunicazione, ad Alba, dove l’abbiamo incontrato.

Quando ha iniziato a interessarsi di mafie? nicaso.jpg

«Avevo sei anni. Non potrò mai dimenticare gli occhi tristi di un mio compagno a cui avevano ucciso il padre. Chiedevo e mi dicevano che non potevo capire, che erano cose da grandi. Mio nonno mi disse: “Lo hanno ammazzato come un cane”. E io cercavo di figurarmi la scena, che senso avesse quella frase, come si uccide un cane. Quell’omicidio è tutt’ora senza colpevoli. Nonostante fosse avvenuto davanti a molti testimoni, la cortina dell’omertà ha protetto i mandanti. Quel pover’uomo è stato ucciso perché non aveva comprato il ferro dai mafiosi. L’ho scoperto dopo. E ho deciso che io non sarei stato in silenzio».

Così ha iniziato a scrivere…

«È un modo per onorare persone come don Diana che diceva: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Per dar voce ai tanti onesti che vogliono uscire dal pantano in cui le mafie hanno impastoiato il nostro Paese. E per mafie intendo le cinque organizzazioni che abbiamo in Italia: Cosa nostra, siciliana, la ‘ndrangheta calabrese, che fattura 55 miliardi di euro l’anno, la camorra napoletana, la più antica, la Sacra corona unita pugliese e la più recente, la mafia dei Basilischi in Basilicata. Per combattere le mafie abbiamo a disposizione un’arma potentissima: la conoscenza. Per questo scrivo, da solo o insieme al procuratore Nicola Gratteri (ultimo libro: La giustizia è una cosa seria, Mondadori 2011). Per questo da 30 anni porto avanti quello che per me è un piacere e insieme un impegno sociale: incontrare i ragazzi nelle scuole, nelle iniziative a sostegno della legalità. Cerco di offrire loro spunti su cui riflettere, di stimolare la loro voglia di indignarsi».

E senza mai chiedere compensi.

«Per me questo è un impegno civile, che qualche settimana fa mi ha offerto due grandi soddisfazioni. Un ragazzo mi ha fermato per strada e mi ha stretto la mano ringraziandomi. Mi ha detto che era uscito dal ghetto, era diventato avvocato e che quella strada gliel’avevo mostrata io, che avevo parlato alla sua classe quando frequentava le medie».

E la seconda?

«Mia figlia di 9 anni che era con me, quando il giovane si è allontanato, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Ora ho capito cosa fai, papà. Sono orgogliosa di te!”».

Nei libri dice che le mafie sono diffusissime, si stanno espandendo, specialmente la ‘ndrangheta, in contesti insospettabili. Cosa si può fare per combattere le mafie e cosa può fare la Chiesa?

«La Chiesa potrebbe sostenere la voglia di cambiamento. Ma occorrerebbe una presa di posizione netta dei vertici, un atto dal forte valore simbolico. Se ai mafiosi fossero state applicate le restrizioni che subiscono i divorziati, forse avremmo malavitosi meno arroganti. Se il Santo Padre scomunicasse i mafiosi, negasse loro i sacramenti, la possibilità di fare i padrini di battesimo o di cresima, darebbe ai preti di parrocchia, ai preti di frontiera il sostegno di cui hanno bisogno e diritto. Perché sono tanti quelli che hanno il coraggio d’insegnare ogni giorno ai loro ragazzi il catechismo della legalità. Ma ci sono tanti – e li capisco – che sono in difficoltà, si sentono soli, in contesti difficilissimi. E hanno paura. Di minacce ai preti per i contenuti delle loro omelie si hanno notizie dalla fine dell’Ottocento, quando la mafia ha preso forza, nutrita dai politici dell’Italia che si stava formando. Quella classe politica che si affermò garantendo ai baroni lo status quo, ovvero che la terra in Meridione sarebbe rimasta in mano ai pochi latifondisti, e che la riforma agraria di cui la gente del Sud avrebbe avuto tanto bisogno (e che spinse tanti a ingrossare le file dei garibaldini) mai sarebbe avvenuta. Come, appunto, accadde. L’anatema lanciato da papa Wojtyla nella Valle dei templi contro la mafia per un certo tempo aveva annichilito l’ardire. Affermare che i mafiosi, col loro comportamento, son fuori dalla comunità di Dio ora non basta. Alla regola deve seguire la sanzione. Non si può essere duri con il peccato e tolleranti con il peccatore».

Ma il perdono è uno dei principi fondanti del cristianesimo…

«Infatti le mafie hanno attecchito benissimo nei Paesi cattolici. Non hanno avuto successo nelle culture protestanti, dove non c’è la consolazione di un perdono che può avvenire anche sull’ultimo respiro vitale, ma si chiede di scontare già sulla terra le colpe di cui ci si è macchiati. In attesa di parlarne, poi, a quattr’occhi con Dio».

Quindi la Chiesa non dovrebbe accogliere le persone “in odor di mafia”?

«No. Le mafie (la ‘ndrangheta in particolare) si presentano con riti d’iniziazione che molto mutuano da riti religiosi. I mafiosi traggono spesso legittimazione durante le processioni religiose: i loro affiliati portano le statue dei santi, i capi fanno a gara per organizzare i fuochi pirotecnici più spettacolari. E guadagnarsi così il plauso della gente. Spesso il percorso del corteo è deciso dalle cosche. In certi paesi le statue dei santi vengono fatte inchinare davanti alla casa del boss. Ma quella non è fede, è superstizione. La Chiesa potrebbe far molto per risvegliare le coscienze sul fronte dell’etica, della coerenza, apostolato sociale, gestione onesta della cosa pubblica. Con la promessa dell’8‰ è stata imbavagliata. Se i vertici non prendono una posizione forte, i preti che operano nei luoghi di mafia si sentiranno soli, magari delegittimati, potranno incappare nella seconda forma di omertà, non quella di chi vede e non parla, ma quella di chi non vuol vedere, che nega l’evidenza, si inchina allo status quo. E liquida tutto con un’alzata di spalle e un “è sempre stato così”».