Pubblicato in: Filosofia e teologia, musica

L’ultimo Dio di Vasco

Nell’ultimo album di Vasco Rossi c’è una canzone dal titolo molto letterario anche se si tratta di un titolo nato per gioco… «È nato per scherzo e poi è diventato Ilmanifesto futurista della nuova umanità, ho citato Marinetti ma non so neanche cosa ha fatto» ammette Vasco a XL. L’artista di Zocca canta in prima persona e si rivolge direttamente a Dio, un Dio nel quale l’uomo nuovo non ha più fede: «io veramente penso che non si può più avere fede in un creatore e credo che ormai possiamo avere fede solo nell’uomo. Adesso siamo noi il miracolo della natura, siamo noi la cosa straordinaria da adorare.
L’uomo è anche capace di creare
perché sono le donne quelle che creano la vita sul serio, non Dio. Io credo solo alle leggi della natura
e la sua forza più grande è l’amore, quello che fa fare delle cose senza volere niente in cambio. Non esiste più un creatore con delle idee o dei concetti fissi da seguire. Dobbiamo credere in noi stessi e cercare di migliorare noi il nostro mondo. Costruire il rispetto per se stessi è la cosa più importante, anche se io non ci sono mai riuscito».

La prima parte della canzone mi ricorda tanto il personaggio biblico di Giobbe che viene travolto nella sua tranquillità e si ritrova catapultato in un mare di dubbi e domande, in un oceano agitato senza alcun appiglio. Canta Vasco: “La cosa più semplice, ancora più facile, sarebbe quella di non essere mai nato. Invece la vita arriva impetuosa ed è un miracolo che ogni giorno si rinnova. Ti prego perdonami, ti prego perdonami, ti prego perdonami se non ho più la fede in te. Ti faccio presente che è stato difficile abituarsi ad una vita sola e senza di te. Mi sveglio spesso sai, pieno di pensieri, non sono più sereno, più sereno com’ero ieri. La vita semplice che mi garantivi adesso è mia però, è lastricata di problemi”. Mi torna alla mente anche un passo de “La nascita della tragedia” di Friedrich Nietzsche: “L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.’” Diverso è l’approdo di Vasco: “Sarà difficile non fare degli errori senza l’aiuto di potenze Superiori, ho fatto un patto, sai, con le mie emozioni le lascio vivere e loro non mi fanno fuori”. Dio viene quindi accantonato da Vasco: attenzione, non dice che Dio non c’è (tanto più se gli si rivolge…) ma afferma di non avere più fede in lui. Certo, sarebbe da chiedersi quale Dio abbia conosciuto l’artista, perché io un Dio che mi garantisce una “vita semplice” non l’ho mai incontrato…

Pubblicato in: Etica, Storia

Se io ti dessi la canna da pesca invece del pesce…

Su facebook ho più di 800 contatti. La maggiorparte di essi sono ex studenti, altri sono di amici, altri ancora di conoscenti. Non sempre leggo tutto, non sempre commento tutto. Non sempre ho il tempo di confrontarmi in maniera seria su quel social network che resta appunto un social network. Preferisco scrivere qualcosa di più serio e ponderato qui…tanzania_2674e_T0.jpg

In questi giorni in cui sono ripresi gli sbarchi di clandestini a Lampedusa molte persone esternano le loro idee e i loro pensieri sullo stile “che se ne stiano a casa loro”… “dovremmo sparare”… “affondassero tutti”… Penso che il discorso parta da molto lontano e si avvicina molto a “se uno sta bene a casa propria, che ragioni ha di andarsene?”. Certo risulta difficile accogliere e dare una mano a tutti coloro che non stanno bene a casa loro, così come è impensabile sorreggere tutte le situazioni di povertà là dove si verificano per evitare trasmigrazioni di massa… Ma un modo intelligente di aiutare è quello che ho letto in un articolo di Riccardo Barlaam, giornalista che scrive per Il Sole 24 ore

Meglio insegnare a pescare

di Riccardo Barlaam

Basta donazioni a pioggia per combattere la fame. Molte aziende alimentari occidentali hanno deciso di trasferire le loro conoscenze e competenze tecnologiche a imprese africane per progetti di sviluppo locali. L’esempio della General Mills.

Non ti do il pesce, ma la canna da pesca, e ti insegno a usarla, perché tu possa pescare da solo. Nel 2007, Ken Powell, amministratore delegato di General Mills, multinazionale alimentare americana – che ha nel portafoglio marchi come Yoplait, Old El Paso, Cheerios, Haagen Dazs – chiese ai suoi collaboratori di cercare idee innovative per aiutare a combattere la fame nei paesi africani, idee che non fossero limitate solo alla donazione di cibo. «Fin ad allora – spiegò Powell, manager della major statunitense – avevamo sempre donato aiuti economici o cibo. Ci sembrava di non incidere. Non volevamo lavarci la coscienza, facendo qualcosa per l’Africa con aiuti a breve termine, o progetti che finivano chissà dove. Allora abbiamo pensato di sfruttare le nostre conoscenze per aiutare le imprese africane con progetti di sviluppo e di miglioramento tecnologico che avessero un respiro più a lungo termine». General Mills cominciò con l’esplorare le possibilità di creare piccoli processi di produzione alimentare nei villaggi rurali. Ma subito si rese conto che c’erano tanti ostacoli da superare, prima ancora di iniziare a pensare alla produzione alimentare, anche se su piccola scala. Mancava l’acqua potabile; l’elettricità non c’era sempre; né vi erano tutte le condizioni necessarie (catena del freddo, magazzini, logistica) per pensare alla produzione alimentare «per aiutare gli africani a realizzare da soli i processi produttivi di una moderna industria alimentare: bisognava prima creare le condizioni per impiantare una moderna industria di cibo», fu la conclusione di Peter Erikson, vice presidente della General Mills, incaricato di seguire il progetto “Dare la canna da pesca agli africani”. Da allora, la fondazione General Mills ha investito 1,5 milioni di dollari per formare tecnici alimentari in Zambia, Tanzania, Kenya, Malawi. Molti di loro sono stati, in questi anni, nel quartiere generale della multinazionale nel Minnesota, per lunghi periodi di training. La Nyrefami Ltd, società di molitura della Tanzania, che produce farina, è riuscita a migliorare la propria produzione, introducendo un processo di controllo qualità all’ingresso delle merci. La farina prodotta fino ad allora era contaminata da rifiuti, escrementi di topo e altri materiali che entravano con la materia prima. È stato introdotto, quindi, un processo di lavaggio e asciugatura del grano, prima della produzione vera e propria della farina attraverso la macina. La farina Nyrefami, usata nell’alimentazione di famiglie e bambini della Tanzania, oggi ha un livello qualitativo migliore, grazie a questo progetto di formazione del tecnico africano. Questa è solo la prima parte della storia…

Altre multinazionali alimentari si sono unite alla General Mills, tra cui l’americana Cargill e la danese Royal Dsm Nv, accomunate dall’obiettivo di trasferire know how alle aziende africane per sostenere lo sviluppo dei loro processi produttivi alimentari. Assieme hanno dato vita, poche settimane fa, a una organizzazione non governativa. L’ong si chiama Partners in Food Solutions e ha come primo punto statutario la missione di aiutare le aziende alimentari a condividere le proprie conoscenze tecnologiche con le aziende africane e di altri paesi in via di sviluppo. Tutte le aziende alimentari, anche quelle italiane, possono unirsi al progetto della Pfs. È un modo per fare volontariato, per fare business etico, per aiutare in modo concreto le piccole e medie aziende alimentari già esistenti in Africa a sviluppare e a migliorare i propri processi produttivi. Niente più donazioni alimentari che arrivano dall’alto a pioggia. Basta con cose che spesso non servono. Si vuole dare la canna da pesca, più moderna della semplice canna di bambù, con il filo e l’amo, e anche la formazione per usarla nel migliore dei modi. La Pnf ha già un paniere – termine appropriato in questo caso che parliamo di alimentare – di 15 progetti di sviluppo legati ad altrettante aziende alimentari in Kenya, Zambia, Tanzania e Malawi, che si pensa miglioreranno indirettamente l’attività di circa 60mila piccoli agricoltori. Lo scorso anno, ha raccontato Erickson, un progetto legato alla produzione di latte in polvere ha avuto come conseguenza la necessità di stabilire uno stesso prezzo di acquisto per i produttori di latte: un prezzo minimo garantito per gli agricoltori, anche quelli più piccoli, che hanno meno forza nei confronti dei produttori alimentari africani, “costretti” così, in ragione dell’adozione di procedure standard, a riconoscere anche a loro lo stesso prezzo.