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Gesubambini

Fra echi biblici e leggende di mare Erri De Luca narra una storia senza tempo calandola nelle vicende di oggi. Un testo scritto per il teatro che ha l’andamento di un indimenticabile racconto. Il lavoro (L’ultimo viaggio di Sindbad, Einaudi) è del 2003; i drammi e le tragedie di allora sono le stesse di questa stagione, di questi giorni.

Il capitano di un vecchio battello è al suo ultimo viaggio. Sottocoperta un carico di uomini, donne, bambini aspetta di arrivare alle coste italiane.

“Scena 12

Sera, in cabina di comando, capitano al timone, entra il nostromo.

NOSTROMO Capitano Sindbad, la donna ha partorito, abbiamo un altro gesubambino.

CAPITANO   Ha fatto male, il bambino piangerà e gli altri sbarcati l’abbandoneranno.

NOSTROMO Non piange, è morto.

CAPITANO   Fallo mettere in mare.

NOSTROMO La donna vuole portarlo a terra.

CAPITANO   A terra è infanticidio, in mare è vita restituita, piglialo e mettilo a mare.

Resta solo, dal fondo sale un principio di coro a bocca chiusa. Il nostromo ritorna.

NOSTROMO La donna chiede di metterlo lei in mare.

CAPITANO   Falla salire, mettile addosso una giacca da uomo.

Mentre si svolge la piccola cerimonia di una madre che accompagna la sua creatura al cimitero delle onde si ascolta un coro di donne.

DONNE        Nasce tra i clandestini,

il suo primo grido è coperto dai motori,

gli staccano il cordone con i denti,

lo affidano alle onde.

I marinai li chiamano Gesù

questi cuccioli nati

sotto Erode e Pilato messi insieme.

Niente di queste vite è una parabola.

Nessun martello di falegname

batterà le ore dell’infanzia,

poi i chiodi nella carne.

Nasce tra i clandestini l’ultimo Gesù,

passa da un’acqua all’altra senza terraferma.

Perché ha già tutto vissuto, e dire ha detto.

Non può togliere o mettere

una spina di più ai rovi delle tempie.

Sta con quelli che esistono il tempo di nascere.

Va con quelli che durano un’ora.”

 

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