Tempi moderni

Due immagini che descrivono i tempi moderni 🙂

sms.jpg

twitter.jpg


Diversità

Ed ecco che due giorni dopo aver pubblicato il post qui sotto, entro in classe e una ragazza propone ai suoi compagni questo video trovato in rete per parlare della diversità. Segni…


I ciechi e l’elefante

i_ciechi_e_l_elefante.jpg

Spesso nelle religioni vi sono ciechi convinti di possedere tutta la verità, mentre ciò che conoscono non è che una parte della verità.

“C’era una volta un re che ordinò al suo ministro: “Riunisci in una piazza tutti gli uomini del regno, che sono ciechi fin dalla nascita!”. Il ministro eseguì l’ordine e quindi lo annunziò al re. Questi si recò sulla piazza, dov’erano riuniti i ciechi, ed ordinò che ognuno di essi toccasse l’elefante reale, per poi dirgli a che cosa l’elefante somigliasse. L’elefantiere fece toccare ad alcuni ciechi la testa, ad altri le orecchie, ad altri le zanne, ad altri la proboscide, ad altri il ventre, ad altri le gambe, ad altri il dietro, ad altri il membro, ad altri la coda; sempre a tutti dicendo: “Questo è l’elefante!”. Poi il re si accostò ai ciechi e chiese loro se avessero toccato l’elefante. “Sì, Maestà!” risposero. “Allora ditemi a che cosa rassomiglia l’elefante?” E i ciechi cominciarono a descrivere a modo loro l’elefante.

Quelli che avevano toccato la testa dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad una caldaia.”

Quelli che avevano toccato le orecchie dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un ventilabro.”

Quelli che avevano toccato le zanne dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un vomere.”

Quelli che avevano toccato la proboscide dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un manico d’aratro.”

Quelli che avevano toccato il ventre dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un granaio.”

Quelli che avevano toccato le gambe, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia a colonne.”

Quelli che avevano toccato il dietro, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un mortaio.”

Quelli che avevano toccato il membro, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un pestello.”

Quelli che avevano toccato la coda, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad uno scacciamosche.”

E, siccome ognuno sosteneva la sua opinione, cominciarono a discutere e finirono con l’accapigliarsi e percuotersi, gridando: “L’elefante rassomiglia a questo, non a quello! Non rassomiglia a questo, rassomiglia a quello!”. E il re si divertì a quella zuffa.”

(Udana VI, 4, 66-69)

La mia Quaresima

Oggi è il primo giorno di Quaresima. Sono a casa perché la mia regione ha deciso di tenere le scuole chiuse tre giorni tra fine Carnevale e Le Ceneri. Sono nel mio studio, il sole scalda finalmente le case e sto ascoltando su Grooveshark il nuovo album di Celentano: ecco, questo è il suo lavoro e lo sa fare bene. Oggi digiunerò e dedicherò questo digiuno e i miei pensieri a una situazione ben precisa che mi si è palesata davanti con insistenza in questi due giorni. La situazione delle persone credenti e divorziate.

L’altroieri ho letto un articolo sul pensiero del teologo Eberhard Schockenhoff; di lui qualche anno fa avevo letto il tomo “Etica della vita”, il numero 91 della Biblioteca di teologia contemporanea della Queriniana. A una giornata di studio dell’Azione Cattolica Austriaca tenutasi a Salisburgo il teologo ha spiegato la sua posizione: la Chiesa può e deve concedere la comunione ai divorziati risposati. Addirittura nel 1972 Joseph Ratzinger scriveva in un saggio: “c’è sempre stata, nella pastorale concreta, una prassi più elastica che non è mai stata considerata del tutto conforme alla vera fede della Chiesa, ma che non è mai stata assolutamente esclusa”.

4181488735_1a3297f823_o.jpgIeri stavo sfogliando un libro decisamente meno impegnativo, una pubblicazione natalizia locale: Stele di Nadal. Dovevo decidere se ci fosse qualche pagina meritevole di essere strappata e conservata o se cestinare tutto. Mi sono imbattuto in una breve riflessione in friulano di don Luca Anzilutti, parroco di Torviscosa, che ha scritto un pensiero per ogni mese. Eccone la traduzione; “Carissimi vescovi, oggi è venuto a confessarsi da me un uomo che ha sposato una divorziata, uno di quelli che secondo le vostre regole dovrebbe essere mandato via senza perdono, e gli ho dato l’assoluzione in nome di Dio, e lo tornerei a fare altre mille volte anche se voi dite che non si può. Anzi, l’ho ringraziato e ho ringraziato il Signore perché mi sono sentito un meraviglioso strumento della misericordia di Dio, le sue braccia spalancate a stringere verso di sé il figlio tornato a casa. Perché di rado ho trovato fra i tanti penitenti una fede così radicata, un dolore così profondo per l’impossibilità di coronare il suo amore con le nozze, una grande umiltà nel non pretendere diritti, ma nel chiedere in ginocchio l’affetto del Padre. Conosco bene quest’uomo: dopo anni di lontananza si è tornato ad avvicinare al Signore ed è nato un uomo nuovo, l’uomo nuovo del Vangelo. Tante burrasche lo hanno travolto, ma lui è rimasto aggrappato al suo Signore; e la novità del Vangelo è entrata anche nella sua vita di coppia, e ora lui e sua moglie sono presenze preziose di bontà e impegno nella nostra comunità. Ora un’altra croce si è appoggiata sulle loro spalle, e in confessione mi ha pregato di poter sentirsi dire da Dio queste meravigliose parole: “Ti perdono, ti voglio bene!”, e di tornare a ricevere la Comunione, il Pane che dà forza agli oppressi. Io gli ho chiesto: “Ma tu ti senti in comunione con Dio?”, e lui: “Sì! Sono consapevole che il matrimonio è sacro, ma Dio conosce la storia di mia moglie e quello che ha sofferto, e conosce il mio cuore, sa che ho sempre cercato di fare il bene, e io mi sento in comunione con Lui”. E io quelle parole le ho dette: “Ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…”. Non avrei potuto farlo seguendo le vostre regole, ma ho preferito obbedire alla mia coscienza che alle vostre leggi, e se ho sbagliato pagherò. Ma non ho paura: “Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi”; davanti al Signore è sempre meglio sbagliare per eccessiva abbondanza di misericordia che fare la fine dei farisei.”

Alle due letture si è poi aggiunta l’esperienza che ho vissuto diversi anni fa. Avevamo organizzato una due-giorni di riflessione per i genitori dei cresimandi. Durante i lavori di gruppo una mamma ha iniziato a raccontare, tra le lacrime, tutto il suo dolore e la sua autentica sofferenza per non poter più fare la Comunione. Il parroco presente ha accolto con delicatezza e calore quel dolore e ha avvicinato quella mamma al Sacramento, dando piena ragione alle parole di Ratzinger riportate sopra. Quanta strada ancora da percorrere per arrivare alla purificazione, cara Chiesa, quanta Quaresima da vivere…

La storia di Maris-Chantal

Ricevo per posta il notiziario del Centro Balducci: mi serve per seguire le attività a cui non riesco a partecipare, come il Convegno di settembre. Stamattina, mentre attendevo che la mia super linea adsl spedisse in un quarto d’ora un file di 15 mb, mi sono messo a sfogliare il numero di dicembre e mi sono imbattuto nella testimonianza della scrittrice Isoke Aikpitanyi. Isoke ha raccontato la storia di Maris Davis, una ragazza nigeriana approdata sulle strade dell’Italia e di Udine. Ho cercato su internet e ho trovato il racconto in prima persona di Maris. Mi ha fatto molto pensare, mi ha fatto impressione leggere i nomi delle nostre strade e la sua sparizione in via Cotonificio, mi hanno lasciato stupefatto la sua forza di volontà e il suo coraggio. Ecco l’articolo

benin(zoom).jpg


Gita non gita…


 

bus-corriera-gita.jpg

Sabato mattina sono in treno verso Padova per andare a un matrimonio insieme a mia moglie. Abbiamo comprato il Messaggero: ci piace leggerlo insieme. Oddio, leggerlo: diciamo sfogliarlo. Arriviamo a pagina 22 e dico “Eccolo qua”. Sara mi chiede: “Cosa?”. Io: “La risposta alla domanda che ogni anno mi fanno gli studenti, cioé – Prof! Ma perché non ci porta in gita? – . E io rispondo che non mi sento tutelato dallo Stato. Però loro mi chiedono  – In che senso? – e lì faccio fatica a spiegarmi. Allora ricorro ad un esempio: ecco io vorrei questo. Che se siamo in gita ed è prevista la buonanotte, che ne so, per le 24.00, io ho il compito di fare il giro per le stanze ed assicurarmi che ogni studente sia nella stanza assegnatagli. Dopo di che ho il sacrosanto diritto di entrare nella mia stanza ed andare a dormire. Se uno si ubriaca, va in giro, vuole dare una mano di colore alla stanza, fare tarzan sulle reti del letto RISPONDE, perché ho una buona considerazione di voi e penso che un ragazzo delle superiori le cose le capisca… Ecco, ora non ho più bisogno di ricorrere all’esempio, basta leggere questo articolo….”. Il viaggio è proseguito con un pizzico di tristezza nel cuore e tanta rabbia nella testa…

Ecco l’articolo

UDINE. Gite scolastiche: i professori che accompagnano gli studenti devono controllare la sicurezza delle stanze. Sono tenuti a un «obbligo di diligenza preventivo» che impone loro di reperire strutture alberghiere il più possibile sicure. Non solo, sono tenuti anche a effettuare «controlli preventivi» delle stanze dove alloggiano i ragazzi. Lo ha stabilito la suprema corte di Cassazione nell’accogliere il ricorso di S.Q., di San Leonardo, ex studentessa dell’istituto tecnico commerciale “Deganutti” , che, nel marzo 1998, si era seriamente ferita nell’albergo di Firenze scelto dalla scuola, scivolando da una terrazza dell’hotel. La ragazza, secondo quanto ricostruito dalla sentenza 1769 dell’8 febbraio 2012, salita su un parapetto del balcone della stanza, aveva guadagnato la terrazza insieme a un compagno e, scivolando, era precipitata nel vuoto per circa 12 metri, riportando gravissime lesioni e rimanendo completamente invalida. Da qui la richiesta di risarcimento danni, sia nei confronti del ministero della Pubblica istruzione, della scuola, dell’albergo e dei genitori del compagno di scuola – che poco prima dell’incidente aveva offerto uno spinello alla giovane -, lamentando «mancanza di controllo e di sorveglianza degli alunni da parte del professore in gita con la classe e mancanza di sicurezza dell’albergo». Sia il Tribunale (marzo 2005) che la Corte d’Appello di Trieste (ottobre 2009) avevano respinto la richiesta risarcitoria della giovane, rilevando, tra l’altro che gli studenti erano prossimi alla maggiore età per cui tutti erano «presumibilmente dotati di un senso del pericolo». I verdetti sono stati ribaltati dalla Cassazione che ha accolto la tesi difensiva della ex studentessa rimasta invalida. Nel dettaglio, i giudici della Suprema corte chiamano in causa la scuola e ricordano che «proprio perché il rischio che, lasciati in balia di se stessi, i minori possano compiere atti incontrollati e potenzialmente autolesivi, all’istituzione è imposto un obbligo di diligenza per così dire preventivo, consistente, quanto alla gita scolastica, nella scelta di vettori e di strutture alberghiere che non possano, al momento della loro scelta, nè al momento della fruizione, presentare rischi o pericoli per l’incolumità degli alunni». La Cassazione spiega ancora che «incombe all’istituzione scolastica la dimostrazione di avere compiuto controlli preventivi e di avere impartito le conseguenti istruzioni agli allievi affidati alla sua cura e alla sua vigilanza». Nel caso in questione, dunque, il personale accompagnatore, spiega la Suprema Corte, «avrebbe dovuto rilevare, con un accesso alle camere stesse, il rischio della facile accessibilità al solaio di copertura per adottare poi misure idonee alle circostanze», quali anche «il rifiuto di alloggiare» in una stanza tanto insicura. Sarà ora la Corte d’Appello di Trieste (chiamata a una pronuncia bis), cui la Cassazione ha rinviato la vicenda, a stabilire l’esatto risarcimento per la studentessa, tenendo anche conto delle responsabilità della scuola, del ministero della Pubblica istruzione, e della struttura alberghiera. Esclusa invece la responsabilità dei genitori dell’ex studente salito sulla terrazza con la giovane. La vicenda della studentessa di San Leonardo suscitò, all’epoca dei fatti, molto scalpore. I ragazzi della terza classe del “Deganutti”, nel marzo del 1998, fecero un viaggio in treno fino a Firenze e trovarono alloggio all’hotel “Mirage” di Novoli. Il drammatico incidente accadde la sera stessa dell’arrivo nella città toscana. Furono due compagne di stanza della giovane a trovare il corpo esanime a terra dopo un volo di 12 metri. La studentessa rimase per lungo tempo in coma, poi si riprese, ma purtroppo rimase invalida.

Saggezza russa

Recita un proverbio russo:

Grazie a Dio, Dio non esiste. Ma se per caso, Dio non voglia, Dio esistesse?

original.jpg

Nigeria, gigante fragile

Stamattina in una classe abbiamo accennato alla Nigeria. Su Confronti ho trovato questo articolo di Enzo Nucci: ha il merito, senza entrare troppo nello specifico, di fac capire bene la situazione.

Ad Adriano

Premetto: non ho letto alcun editoriale o articolo di quanto successo al Festival. Ho solo visto il Festival commentando la serata su Fb e Twitter insieme ad amici.

Penso che Celentano sia incorso in un grosso errore: dire che Avvenire e Famiglia Cristiana siano “giornali inutili che andrebbero chiusi definitivamente” è una lesione del diritto alla libertà di opinione e stampa che lui tanto difende (successiva tirata su Santoro). Sarebbe problematico se queste due fossero le uniche testate o fonti accessibili, ma non è così. Navigo su Internet e ho questo blog su cui cito Avvenire, Famiglia Cristiana, L’Osservatore, Jesus, Dimensioni Nuove, Internazionale, Liberal, Linkiesta, Limes, Asianews, Misna… Leggo Ratzinger, leggo Kung, don Gallo, Giussani, Martini, Di Piazza, Panikkar, Accattoli, Zizola, testi esegetici, teologici, etici e non ho mai pensato “dovrebbero tacere definitivamente”. Al massimo “avrei potuto fare a meno di leggerlo e dedicarmi a qualcosa di più interessante”. Ormai chiunque ha accesso alle fonti che desidera e può esercitare il libero arbitrio, farsi le proprie idee, approfondire gli argomenti che preferisce. Uno che ci mette tante pause dovrebbe avere tutto il tempo di pensare al peso delle sue parole: un Celentano che mette il bavaglio non avrei pensato di vederlo.

Ingerenze

Segnalo questo articolo di Francesca Spinelli sul peso politico delle lobby religiose in Europa.

Iran verso lo stop alla lapidazione?

Prendo da Nessuno tocchi Caino una bella notizia, speriamo si avveri.

Organi di informazione iraniani riferiscono che la pena di morte per i minorenni e la lapidazione sono stati eliminati dal codice penale della Repubblica Islamica. Prima del recente cambiamento l’adulterio era punibile in Iran con la lapidazione, tuttavia nel nuovo codice penale la lapidazione è stata sostituita dall’impiccagione. In base al nuovo codice, la condanna a morte non può essere emessa nei confronti dei minori di 18 anni o di coloro che non hanno raggiunto lo “sviluppo intellettivo”.
La revisione del codice penale è stata approvata dal Consiglio dei Guardiani, passaggio necessario affinché diventi ufficiale. Tre anni fa, esponenti della magistratura iraniana avevano emesso delle direttive che proibivano l’esecuzione di minori, tuttavia semplici direttive non hanno garantito il completo rispetto in tutti i casi. Gli attivisti per i diritti umani in Iran protestano di continuo contro l’esecuzione di minori e la lapidazione. I minorenni riconosciuti colpevoli di omicidio vengono generalmente condannati a morte dietro richiesta dei familiari della vittima, e la condanna viene sospesa fino al raggiungimento dei 18 anni. L’Iran ha ratificato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo ed il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che vietano la pena di morte per i minori. Fino ad oggi le bambine di 9 anni ed i ragazzi di 15 anni in base al calendario lunare (11 giorni più corto dell’anno solare) sono stati considerati pienamente responsabili dei crimini commessi.
“Nella nuova legge – ha dichiarato il portavoce della Commissione parlamentare di giustizia, Amin-Hossein Rahimi – il limite è stato portato a 18 anni per entrambi i generi e chi ha meno di 18 anni sarà considerato minorenne e condannato sulla base di una legge diversa da quella per gli adulti. Secondo l’esperto di Iran Drewery Dyke, esponente di Amnesty International, le riforme potrebbero invece nascondere qualcosa.
“L’esecuzione in Iran è uno specifico concetto legale. La punizione per omicidio è definita “castigo dell’anima”, ha spiegato Dyke, aggiungendo che i minorenni potrebbero ancora essere uccisi se riconosciuti colpevoli di omicidio. “Hanno anche eliminato la lapidazione per l’adulterio, tuttavia ancora non sappiamo quale tipo di punizione sia stata prevista nella nuova legge. C’è sotto più di quanto appaia, le riforme potrebbero ancora consentire l’applicazione della lapidazione”. (Fonti: iranwpd.com, 10/02/2012; Radio Zamaneh, 12/02/2012; telegraph.co.uk, 13/02/2012)

Ssssss, il silenzio è d’oro

La’ltro giorno, in una III, una studentessa ha presentato l’argomento della libertà di stampa. Ecco un piccolo estratto tratto da un articolo preso dai Rainews24

“Nelle notizie, tutti i membri dell’opposizione vengono descritti come traditori e i martiri trasformati in terroristi legati a bande al soldo di potenze straniere – ha affermato Malathi, giornalista del tg di punta della sera, nella sua prima intervista da quando ha lasciato la Siria – Solo il 10% dei siriani che lavorano nei media ufficiali crede in queste notizie. Un altro 10% simpatizza con la gente. Il resto rimane in silenzio perche’ teme per la propria vita e non vuole perdere il lavoro.”

Qui il seguito

Chiesa polacca e pdm

In alcune terze stiamo parlando di pena di morte. Su Jesus Alessandro Speciale scrive un breve articolo sulla posizione della Chiesa polacca riguardo la pena di morte…

060823kaczynski1.jpgI vescovi cattolici della Polonia si sono divisi di fronte alla proposta del partito conservatore Legge e giustizia (Pis), oggi all’opposizione, di reintrodurre la pena di morte nel Paese. A fine novembre, il leader del Pis, Jaroslaw Kaczynski, gemello del presidente Lech, morto in un incidente aereo in Russia il 10 aprile 2010, ha presentato ufficialmente la richiesta di ripristinare la pena capitale, eliminata dal codice penale nel 1997. L’idea è tutt’altro che nuova: già nel 2006, in un’intervista al Corriere della Sera alla vigilia della sua visita in Vaticano, quando era primo ministro, Jaroslaw Kaczynski aveva espresso la sua ferma volontà di rimettere in attività il boia. E questo anche a costo di andare contro la Chiesa, di cui Legge e giustizia si è sempre presentato come alleato e protettore. Il portavoce del partito, Adam Hofman, ha sottolineato la necessità di distinguere le questioni di fede da quelle che riguardano la politica: «Sono sensibile alla voce della Chiesa, ma come uomo politico ritengo che la pena di morte debba esserci». Adesso, però, la proposta del Pis ha trovato il sostegno inatteso proprio di parte dell’episcopato polacco. A spezzare una lancia a favore del ritorno della pena di morte è stato il presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo di Przemysl, monsignor Józef Michalik. «La Chiesa difende ogni vita e se permette la morte di qualcuno, lo fa in difesa contro un aggressore», ha dichiarato. «Se la società è incapace di rispondere a questo aggressore, questi deve essere neutralizzato così che non possa seminare il male e uccidere persone innocenti. Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che la pena di morte è lecita in queste situazioni eccezionali». Le sue parole hanno provocato le proteste del partito moderato oggi al Governo, Piattaforma civica, ma soprattutto hanno incassato la smentita del segretario generale della Conferenza episcopale polacca, monsignor Wojciech Polak, vescovo ausiliare di Gniezno. Il presule ha ribadito che è stato proprio Giovanni Paolo II a imprimere una svolta «molto forte» alla dottrina cattolica sulla pena di morte, con la sua enciclica Evangelium vitae del 1995: «È fuori discussione che la gerarchia della Chiesa sia favorevole a questa iniziativa», ha dichiarato, aggiungendo che la volontà di reintrodurre la pena di morte potrebbe essere una «espressione di impotenza di fronte alla crescita dell’aggressività sociale. Noi cattolici», ha spiegato monsignor Polak, «dovremmo fare affidamento sui metodi socialmente accettabili di isolare i criminali piuttosto che chiedere il ritorno della pena di morte». All’udienza generale del 30 novembre, salutando una delegazione della Comunità di Sant’Egidio, Benedetto XVI ha incoraggiato «le iniziative politiche e legislative, promosse in un crescente numero di Paesi, per eliminare la pena di morte» dagli ordinamenti legali di tutto il mondo.

La legge dell’avere

All’ultimo anno di liceo il prof. Grison, insegnante di storia, mi aveva consigliato di leggere il libro “L’occidentalizzazione del mondo” di Serge Latouche visto che portavo storia all’esame (era il sistema vecchio: quattro materie all’esame e si veniva interrogati su due). Qualche anno dopo ho avuto modo di ascoltare Latouche a Udine. Oggi posto un estratto di un’intervista pubblicata da Rainews24. Più sotto un video di Natalino Balasso.

Siamo totalmente colonizzati dall’ideologia della crescita. L’ideologia ci ha fatto credere che viviamo in una “società dell’abbondanza”, infatti non viviamo in una società dell’abbondanza ma, invece, siamo in una società di scarsità. La società dei consumi è una società della frustrazione perché dobbiamo sempre consumare. Questo lo sanno bene i pubblicitari. Dobbiamo sempre essere scontenti di ciò che abbiamo per desiderare ciò che non abbiamo e per consumare sempre di più. L’unica possibilità per riconoscere l’abbondanza è di limitare i nostri bisogni e desideri, questa si chiama frugalità. Se siamo frugali allora possiamo soddisfare i nostri bisogni…

Puntare sulla crescita per uscire dalla crisi è una stupidità e mostruosità. Una stupidità perché da molti anni la crescita che conosciamo con un tasso del -2% e anche -3% non crea più posti di lavoro. Per creare dei posti di lavoro ci vorrebbe una crescita del 4% o del 5% oggi non è né possibile né auspicabile perché distrugge troppo l’ambiente. Non possiamo più consumare ancora macchine, macchine, non è possibile. E’, poi, una mostruosità perché con la crescita siamo arrivati ai limiti dell’ecosistema, la crescita distrugge ancora più velocemente il pianeta. Siamo già nei guai con il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità, la fine del petrolio, ecc. L’alternativa è la “società della decrescita” o dell’abbondanza frugale. Per costruire questa alternativa si deve, naturalmente, uscire dal capitalismo, da questa logica distruttiva del produrre sempre di più per consumare sempre di più, generare sempre più rifiuti e distruggere sempre più velocemente il pianeta. Naturalmente per costruire la “società della decrescita” abbiamo delle tecniche, ma dobbiamo usare delle tecniche diverse: bisogna sviluppare la “medicina ambientalista”, l’ecologia, riciclare per ridurre il consumo delle risorse naturali, ecc. Ci sono tante ricerche da fare.

… si tratta di una rivoluzione culturale, invece della guerra di tutti contro tutti che è la concorrenza, si deve mettere la cooperazione, la natura, nel senso di vivere in armonia. A livello concreto penso che la prima cosa da fare sia “rilocalizzare” non solo l’economia ma anche ritrovare il senso del “locale” che significa al medesimo tempo “demondializzare” e soprattutto “demercificare”, contro questo movimento di mercificazione del mondo.”

Storia d’amore

Stamattina in III parlavamo dei valori. E’ stata proposta una scena del film d’animazione Up per parlare del rispetto. Allora mi è venuta in mente la sequenza della storia d’amore dolcissima e commovente… Non ho potuto fare a meno di postarla!

L’eredità

Stasera all’Eredità una domanda biblica su Giacobbe. E penso “I miei studenti di II la saprebbero, gliel’ho appena raccontato”.

Poco prima una domanda sul modo di salutarsi in Tibet. E penso “I miei ragazzi di IV la saprebbero”.

Ho concluso: “Il voto di religione non conterà nulla, ma ti fa vincere l’eredità!”

😉

Ci sarà qualcosa

Amare oltre ogni evidenza. Questo mi sembra uno dei significati di “Sogno” di Gianna Nannini. La notte è il luogo del rifugio, il posto in cui vivere il sogno di ciò che non si ha e non si può avere (inconsistente come la neve a ciuffi del primo verso). La canzone parla di un amore che non può essere vissuto (“A te che te ne vai”) e infatti è descritto con immagini lontane dalla serenità: baci allontanati, urlo di bambino intrappolato, gioco cominciato e già finito, bosco di frattaglie, fondi. Resta la possibilità di coltivare il rapporto solo in sogno, un sogno che illuda, stordisca e comunque faccia cogliere qualcosa per cui valga la pena vivere. Viene accettata l’idea che l’amore non ci sia, che se ne sia andato, ma non si rinuncia alla possibilità, magari autolesionistica, di viverlo nel sogno di una notte che a quel punto è illusione e ossessione.

Niente da cui scappare

Piove, l’acqua scende dal cielo, finisce sulla terra, scorre verso il mare, evapora, torna in cielo, piove… C’è un disegnino su tutti i libri delle elementari (io le continuo a chiamare così, sorry). Dentro una casetta ci sono quattro ragazzi in cucina: uno affetta, uno stira, due cucinano. Dal soffitto escono dei tubi con dell’acqua. L’immagine si allarga e si scopre che la cucina è l’unica stanza della casa ancora non allagata. Dura poco, presto l’acqua irrompe. Tutta la terra è invasa dall’acqua e i nostri quattro ci galleggiano dentro insieme agli oggetti della casa.

Uno stacco di scena ci porta a un paesaggio strano fatto di colline sormontantesi le une sulle altre, ciminiere, fabbriche e auto: il tutto si muove in modo simile a una catena di montaggio. Ma tutto è destinato a crollare: i camion finiscono in un dirupo, le fabbriche cadono in rovina, ci sono esplosioni e corto circuiti, l’acqua sale…

I nostri quattro ricompaiono: sono su una barchetta, uno suona una chitarra e canta, uno pesca, uno cucina e uno rema. Sembrano gli unici sopravvissuti a un moderno diluvio che ha coperto di acqua la terra. In cielo brillano le stelle.

Questo è il video piacevole di Don’t panic una veloce e leggera canzone pop dei Coldplay. Il testo? Beh, essenzialmente è questo: “Siamo ossa che stanno affondando come pietre, tutto ciò per il quale abbiamo lottato, tutti i posti in cui siamo cresciuti, tutto di noi è stato rovinato. Viviamo in un mondo magnifico… Tutto quello che so, è che non c’è niente qui da cui scappare, perché, sì, tutti hanno qualcuno su cui possono contare”. Dai, una spintina di ottimismo

Sull’orlo di una foiba

Preferisco ricordare. Tutto.

foibe.jpgMi fecero marciare sulle sterpaglie a piedi nudi, legato col filo di ferro ad un amico che dopo pochi passi svenne e così io, camminando, me lo trascinavo dietro. Poi una voce in slavo gridò: “Alt!”. Abbassai lo sguardo e la vidi: una fessura profonda nel terreno, come un enorme inghiottitoio. Ero sull’orlo di una foiba. Allora tutto fu chiaro: ara arrivato il momento di morire.

Tutto è incominciato il 5 maggio 1945. La guerra è finita, depongo le armi e mi consegno prigioniero al comando slavo. Vengo deportato in un campo di concentramento vicino Pola. Prima della tragedia c’è l’umiliazione: i partigiani di Tito si divertono a farmi mangiare pezzi di carta ed ingoiare dei sassi. Poi mi sparano qualche colpo all’orecchio. Io sobbalzo impaurito, loro sghignazzano. Insieme ad altri compagni finisco a Pozzo Vittoria, nell’ex palestra della scuola. Alcuni di noi sono costretti a lanciarsi di corsa contro il muro. Cadono a terra con la testa sanguinante. I croati li fanno rialzare a suon di calci. A me tocca in sorte un castigo diverso: una bastonata terrificante sull’orecchio sinistro. E da quel giorno non ci sento quasi più.

Eccoci a Fianona. Notte alta. Questa volta ci hanno rinchiuso in un ex caserma. Venti persone in una stanza di tre metri per quattro. Per picchiarci ci trasferiscono in una stanza più grande dove un uomo gigantesco comincia a pestarmi. “Maledetti in piedi!” strilla l’Ercole slavo. Vedo entrare due divise e in una delle due c’è una donna. Poi giro lo sguardo sui i miei compagni: hanno la schiena che sembra dipinta di rosso e invece è sangue che sgorga. “Avanti il più alto”, grida il gigante e mi prende per i capelli trascinandomi davanti alla donna. Lei estrae con calma la pistola e col calcio dell’arma mi spacca la mascella. Poi prende il filo di ferro e lo stringe attorno ai nostri polsi legandoci a due a due. Ci fanno uscire. Comincia la marcia verso la foiba. Il destino era segnato ed avevo solo un modo per sfuggirgli: gettarmi nella voragine prima di essere colpito da un proiettile. Una voce urla in slavo “Morte al fascismo, libertà ai popoli!”, uno slogan che ripetono ad ogni piè sospinto. Io, appena sento il crepitio dei mitra mi tuffo dentro la foiba. Ero precipitato sopra un alberello sporgente. Non vedevo nulla, i cadaveri mi cascavano addosso. Riuscii a liberare le mani dal filo di ferro e cominciai a risalire. Non respiravo più. All’improvviso le mie dita afferrano una zolla d’erba. Guardo meglio: sono capelli! Li afferro e così riesco a trascinare in superficie anche un altro uomo. L’unico italiano, ad essere sopravvissuto alle foibe. Si chiamava Giovanni, “Ninni” per gli amici. È morto in Australia qualche anno fa.”

(da: Arrigo Petacco, L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, A. Mondatori, Milano 1999).

Speedy Bibbia

A gran richiesta delle classi II ecco il link alla “Bibbia in un minuto” visto in classe 🙂

L’avevo postato il 7 ottobre 2008.