Pubblicato in: Etica, Scienze e tecnologia, Società

Mi cala la connessione

downshifting_scriptMercoledì prossimo nella mia scuola ci sarà l’occasione di incontrare Serge Latouche. In questi giorni, nelle mie classi che vi parteciperanno ho provato a spiegare il suo pensiero, punti di forza e di debolezza. Oggi ho trovato un articolo molto interessante che, a suo modo, tratta di decrescita (dalla connessione internet). E’ preso dalla curiosa rivista Wired. La penna (anche se ormai si dovrà dire “la tastiera”) è quella di Carola Frediani.
«“Entro 48 Ore”: sembra la locandina di un film al cardiopalma, in cui il protagonista deve eseguire un’impresa difficilissima in un lasso di tempo risicato. E invece è il titolo del primo libro italiano interamente dedicato al downshifting tecnologico, cioè alla riduzione del sovraccarico informativo ed emotivo prodotto dal nostro essere sempre connessi. Uno stato sempre più diffuso per cui riuscire a non rispondere a una mail per ben 48 ore può sembrare davvero una mission impossible, oltre a provocare uno strascico di sterili messaggi e richieste d’attenzione, di funzioni fatiche, direbbe un linguista: “Ricevuta la mail?”; “Tutto ok?”; faccina. Spesso con anche un interscambio dei canali di comunicazione: l’sms per verificare la ricezione della posta elettronica ad esempio è un classico, o il messaggio su Facebook per rafforzare il contenuto girato via Whatsapp (entrambi diabolici nel mostrare pure se l’interlocutore ha già visualizzato un messaggio), e chi più ne ha più ne metta.
La via dei ping e delle notifiche a strati è infinita, ma non la nostra pazienza e di sicuro non il nostro tempo. Giovanni Ziccardi, che è professore di informatica giuridica entro 48 oreall’università di Milano, nonché autore di libri sugli hacker, quindi tutto meno che un luddista, ha provato a sottrarsi a questo gioco al massacro dell’attenzione – in cui in genere siamo un po’ tutti ora vittime ora carnefici – e per sei mesi ha radicalmente modificato e ridotto il suo approccio al digitale.
In passato non sono mancati esempi del genere, anche se la scelta era sempre del tipo unplugged: mi stacco da tutto per un po’ di tempo, annunciavano gli intrepidi con un certo pathos, manco partissero per un’avventura Into The Wild. Lo ha fatto nel 2012 il reporter americano Paul Miller, che è stato pagato per stare un anno senza internet, e poi ci ha fatto un articolo: “Sono ancora qui”, in cui spiega come la sua esistenza lontano dalla Rete, che avrebbe dovuto illuminarlo in qualche modo, sia stata invece abbastanza infelice e non molto produttiva. Anche il giornalista italiano Beppe Severgnini nel 2012 si privò per una settimana di internet, riportando la dolorosa esperienza in un articolo in forma diaristica, dove confessò di essere ricorso perfino al televideo pur di sopperire a quella mancanza.
Ziccardi non fa nulla di così tragico: il suo approccio è pragmatico e a lungo termine. Come migliorare il rapporto con le tecnologie ed evitare di esserne dominati? Il risultato è un libro – Entro 48 Ore. Un’esperienza di downshfting tecnologico uscito oggi per Marsilio – che si configura come un percorso a tappe verso una rivisitazione delle proprie esigenze e modalità lavorative e comunicative. Abbiamo chiesto all’autore come è andata e cosa ha imparato.
Hai scritto il libro mentre stavi all’Istituto Max Planck di Friburgo, in Brisgovia, un’oasi nella Foresta Nera. Dalla tua finestra vedevi abeti secolari e corvi imperiali. Facile staccare in un simile contesto, no?
“Sì, in effetti, ci ho lavorato fra la Foresta Nera, Matera e l’Emilia… Diciamo che rispetto a Milano cambi proprio aria. Però volevo evitare quegli approcci negativi, in stile disintossicazione, usati sempre di più nelle cliniche americane (ma anche in quelle cinesi, di cui abbiamo parlato qui, ndr), per cui stai scollegato per un periodo e poi rientri nel tuo contesto abituale. L’ideale per me era poter ragionare, in luoghi meno caotici, su come rimettere la tecnologia al suo posto, eliminando il superfluo. Ovviamente amo la tecnologia, sono trent’anni che uso un computer, anche per lavoro, per quanto mai come negli ultimi tempi si sia avvertita una simile pressione sociale a causa del livello di connessioni. E penso che prima o poi si arriverà a una fase di rigetto.”
Dunque come ti sei organizzato? E qual è stato il passaggio più difficile in un percorso di progressiva presa di coscienza?
“Nella prima parte dell’esperimento ho analizzato il mio ritmo tecnologico, valutando quando e dove non avevo abbastanza controllo dei miei comportamenti, quindi correggendoli. Successivamente ho cercato di usare al meglio il tempo che avevo così liberato, sfruttandolo per aumentare la qualità di quello che facevo, che si trattasse di rileggere più volte e senza interruzioni un articolo o di gustare un pranzo a un ristorante stellato. La cosa più difficile è far cambiare le abitudini alle persone vicine, che si aspettano delle risposte da te.”
Tu lo definisci: “dominare l’ansia tecnologica altrui”, e rispondi sostanzialmente in due modi: accorpando le comunicazioni, e rendendole più brevi (fai l’elogio degli smarpthone che ti permettono la scusa della brevità, il famoso “Sent from my BlackBerry. Excuse brevity”) e… diventando un po’ antipatico.
“Negli Stati Uniti c’è un dibattito sul fatto se si debba sempre dare una risposta alle mail. Secondo me se uno ti scrive “ci vediamo domani alle 12” non serve replicare. Il problema è che magari le persone non sono abituate e se non ricevono una conferma si agitano. In altri casi certe mail non necessitano proprio di una risposta. Alla fine l’unico modo è rendersi un po’ antipatici, ma al fine di ridurre il sovraccarico reciproco. In generale bisogna capire che, fatte salve alcune eccezioni legate a lavori particolari, se si risponde a una mail in 48 ore non succede nulla di irreparabile.”
Nel libro riscopri anche i pregi della monoattenzione, cioè di poter concentrarsi solo su una cosa, senza distrazioni, contro il multitasking.
“In base a questa esperienza, ho notato che la monoattenzione – potersi dedicare in esclusiva a un compito, che si tratti di vedere un film, leggere un libro, avere una conversazione faccia a faccia – porta a una maggiore qualità di quello che facciamo. Inoltre rafforza la memoria. Un altro dei dibattiti in corso negli Usa è proprio se possiamo fare a meno delle nostre capacità mnemoniche visto che confidiamo sempre di più su supporti esterni, come Google, per ricordare. Secondo me la risposta è no, anche perché la memoria fonda il processo creativo.”
Dunque che regole consigli, soprattutto a dei lavoratori della conoscenza sempre connessi?
“Separare i tempi in base alla singola cosa che va fatta: dunque monoattenzione in slot temporali definiti; prendere atto che non muore nessuno se si ritarda fino a 48 ore nelle proprie attività telematiche ed educare di conseguenza i propri contatti; accorpare i momenti di controllo delle mail e dei social network, e disattivare se possibile le notifiche; crearsi un ambiente tecnologico efficiente, facile da usare, e senza distrazioni; investire il tempo recuperato prediligendo un doppio (o triplo) controllo su quello che facciamo, perché ne migliorerà la qualità; selezionare la qualità e l’autorevolezza delle fonti che leggiamo, senza lasciarsi trascinare a caso; e soprattutto darsi delle regole valide per il lungo periodo, sapendo che siamo in un mondo che da questo punto di vista rema contro.”»

Pubblicato in: Scuola, sfoghi

Ne avrei da taggare…

Un avviso per i miei studenti… e apprezzo molto la nonchalance della prof.

Pubblicato in: Letteratura, Religioni

Un po’ d’astuzia

tiger6Traggo da questo sito una fiaba che arriva dall’India.
“C’era una volta un bramino, un sacerdote dell’India, che celebrava cerimonie religiose in luoghi non facilmente raggiungibili. Quel giorno doveva attraversare una foresta per raggiungere un villaggio che c’era al di là. Ad un tratto trovò una gabbia nella quale era stata rinchiusa una bellissima tigre. Il bramino provò pietà per la tigre e decise di liberarla, anche se sapeva che le tigri potevano mangiare gli uomini. La tigre gli disse: “Ti giuro che non mangerei mai il mio benefattore!”. Il bramino la liberò ed allora l’animale disse: “Come potevi pensare che giurassi il vero? Ho fame!”.
Il bramino le chiese: “Prima di mangiarmi, sentiamo cosa ne pensa questo albero!”. L’albero rispose: “Gli uomini sono cattivi. Io offro loro riparo e refrigerio, e loro per tutta ricompensa mi tagliano e mi uccidono. Mangialo pure, per me!”.
Il bramino decise di chiedere un altro parere: poco lontano, in una radura, un asino stava brucando. Ma l’asino rispose: “Gli uomini? Creature perfide! Ci sfruttano tutta la vita, e quando siamo vecchi ci abbandonano. Mangialo pure!”.
A quel punto lì, videro che stava arrivando una volpe: “Chiediamo anche a lei”, disse il bramino, “e se anche lei dirà di mangiarmi, potrai mangiarmi!” La volpe guardò i due e disse: “Voi mi state prendendo in giro: ma come faceva una tigre così grande a stare in una gabbia così piccola?” La tigre disse che era la verità, e la volpe continuò: “Sì, e io vi credo! Figuriamoci un po’, per me mi state prendendo in giro!”.
Arrabbiata, la tigre entrò nella gabbia: a quel punto la volpe la richiuse dentro e poi disse, rivolta al bramino: “Certo che senza un po’ d’astuzia tu proprio non te la cavavi!”.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Filosofia e teologia, Religioni, Storia, Testimoni

La nave va

Etty Hillesum è una ebrea olandese, morta ad Auschwitz nel 1943, all’età di 27 anni. Di lei ci restano un diario e molte lettere, scritte a Westerbork, un campo di smistamento dove ha lavorato come assistente sociale dal luglio del 1942 al 7 settembre 1943. In una pagina del suo diario scrive:

etty_2“L’essenziale è stare nell’ascolto
di ciò che sale da dentro.

Le nostre azioni spesso
non sono altro che imitazione,
dovere ipotetico o rappresentazione erronea
di che cosa deve essere
un essere umano.

Ma la sola vera certezza
che tocca la nostra vita e le nostre azioni
può venire solo dalle sorgenti
che zampillano nel profondo di noi stessi.

Si è a casa sotto il cielo
si è a casa dovunque su questa terra
se si porta tutto in noi stessi.

Spesso mi sono sentita,
e ancora mi sento, come una nave
che ha preso a bordo un carico prezioso:
le funi vengono recise e ora la nave va,
libera di navigare dappertutto.

Dobbiamo essere la nostra propria patria.”

Segnalo che mercoledì 29 gennaio su Rai5, alle 21.15 andrà in onda “Ascoltami bene”, uno spettacolo teatrale liberamente tratto dalle lettere e dai diari di Etty Hillesum.
Suggerisco anche questo breve video (8 minuti sul Diario e Le lettere)

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Letteratura, Società

Per sempre?

Una delle canzoni che ho peggio sopportato nella mia vita, e che puntualmente veniva trasmessa a ogni ora del giorno e della notte da radio e tv, era una canzone di Ambra Angiolini che diceva “ti giuro amore un amore eterno, se non è amore me ne andrò all’inferno … se c’è una crisi la mandiamo via perché i problemi tuoi sono problemi miei”. Mi ha assillato a tal punto da conficcarsi nella memoria delle cose brutte e da riemergere oggi mentre leggevo un’intervista di Raffaella De Santis a Zygmunt Bauman, presa da Repubblica. Argomento centrale? L’amore, ma si parla anche di società, contemporaneità, antropologia, mercato, consumi…
“Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo baumanera possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull’argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico.
Cos’è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?
“Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”.
Dunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all’infedeltà…
“Nessuno è “condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio”.
Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.
“L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.
Oggi viviamo più relazioni nell’arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?
“Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano”.
Lei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?
“È la prospettiva dell’invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l’assenza di “novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso”.
Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all’altro la sua unicità?
“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.
Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell’amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell’esclusività dolorosa dei rapporti.
“È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi – ma la gioia è nello sforzo comune per superarli”.
In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?
“È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione”. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.
Lei però scrive: “Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte “. Ci si innamora una sola volta nella vita?

Roma20130428_0179 fb“Non esiste una regola. Il punto è che ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione, nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento”.
Nel ’68 si diceva: “Vogliamo tutto e subito”. Il nostro desiderio di appagamento immediato è anche figlio di quella stagione?
“Il 1968 potrebbe essere stato un punto d’inizio, ma la nostra dedizione alla gratificazione istantanea e senza legami è il prodotto del mercato, che ha saputo capitalizzare la nostra attitudine a vivere il presente”.
I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?
“Sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza”.
Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?
“Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte “.
Il vostro è stato un amore a prima vista?
“Sì, le feci una proposta di matrimonio e, nove giorni dopo il nostro primo incontro, lei accettò. Ma c’è voluto molto di più per far durare il nostro amore, e farlo crescere, per 62 anni”.”

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Storia

Quant’è grande la mia fetta?

2Un interessante articolo di Rainews24 a firma Roberta Rizzo sulla distribuzione della ricchezza.
“La forbice tra ricchi e poveri nel mondo si allarga sempre di più. Pochi forse sanno, però, che gli 85 uomini più ricchi del pianeta detengono una ricchezza pari a quella di metà della popolazione mondiale. A dirlo è il rapporto di ricerca Working for The Few, diffuso dall’ong Oxfam alla vigilia del World Economic Forum di Davos. Lo studio intreccia la lista dei milionari stilata da Forbes nel 2013 con un rapporto Credit Swisse (la banca sivzzera), il Global Wealth Report 2013, che analizza i trend della ricchezza globale.
L’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implica anche un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza. In pratica, secondo Oxfam, le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e generando un mondo in cui 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale.
Una situazione che non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo ma anche quelli dell’Occidente e che vede in primo piano il nostro Paese. Uno studio condotto della Paris School of Echonimcs evidenzia come in Italia le diseguaglianze tra la fascia ricca e quella più povera della popolazione dal 1976 al 1985 fosse in diminuzione per poi invertire la rotta e aumentare in maniera costante dal 1986 fino al 2009.
L’opinione pubblica ha sempre più consapevolezza della concentrazione di potere e privilegi nelle mani di pochissimi. Dai sondaggi che Oxfam ha condotto in India, Sud Africa, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, la maggior parte degli intervistati è convinta che le leggi siano scritte e concepite per favorire i più ricchi.
Nel continente africano le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà; in India il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di politiche fiscali altamente regressive, mentre il paese è tra gli ultimi del mondo se si analizza l’accesso globale a un’alimentazione sana e nutriente.
Negli Stati Uniti, il reddito dell’1% della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione. Recenti studi statistici hanno dimostrato che, proprio negli USA, gli interessi della classe benestante sono eccessivamente rappresentati dal governo rispetto a quelli della classe media: in altre parole, le esigenze dei più poveri non hanno impatto sui voti degli eletti. Come non ricordare la denuncia pubblica fatta dal multimiliardario Warren Buffet nel 2012 durante la discussione della riforma fiscale disse “Non è possibile che la mia segretaria in proporzione paghi più tasse di me”.
“Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli” afferma Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International.
Il rapporto di Oxfam evidenzia, ad esempio, come sin dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi sia diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati. Ovvero: in molti paesi, i ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse. Il tutto a spese delle classi povere e medie che ci conduce a dove siamo oggi: nel mondo 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni, e dove l’1% delle famiglie possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari).
“Se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul concetto di pari opportunità, in favore di un mondo dove vige la regola dell’asso pigliatutto'”, conclude Winnie Byanima. Negli ultimi anni il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell’agenda globale: Obama lo ha identificato come una priorità del 2014, e proprio il World Economic Forum ha posto le disparità di reddito diffuse come il secondo maggiore pericolo nei prossimi 12-18 mesi, mettendo in guardia su come stia minando la stabilità sociale e ”minacciando la sicurezza su scala globale”.”

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Tra dei e fedeli, tra idoli e fan club

Un bel pezzo di Marina Venegoni uscito la scorsa settimana su La Stampa. Dentro vi sono diversi argomenti che abbiamo toccato in classe, tra cui la musica attuale, lo scandalo, la pubblicità, la fedeltà a un idolo…
“Tra canzone e società è scoppiato il grande freddo. La forma artistica che per un secolo ha accompagnato amori, rabbie e nostalgie dell’esistenza umana, rischia di giacere per sempre sepolta dall’incuria alla quale l’esplosione delle tecnologie e l’assenza di nuova creatività l’hanno relegata.
justin-bieberLe ultime tre significative notizie dal mondo pop? Il tweet di Justin Bieber che annunciava la pensione precoce, subito smentita dopo una valanga di tweet negativi dei fans; il primo posto nella hit americana di Beyoncé, conquistato (invece che con le solite fanfare) con la sorpresa totale nell’uscita: pura strategia di marketing; infine, il nuovo video di Miley Cyrus Adore You, nel quale la ragazzaccia, miley-cyrus-adore-youcantando en passant, si masturba sotto le lenzuola. Piccoli segnali, dai quali si converrà che il 2013 non si conclude in bellezza per le sorti della musica popolare, sempre più affidate non a nuove canzoni da cantare e nuovi autori da scoprire, ma a birichinate di marketing e marchette tout-court. Strumenti che hanno decisamente preso il sopravvento negli States, nei confronti dei quali noi siamo educande, con l’unica notizia (proprio di ieri) del ritorno al rock di Finardi nell’inedito Come Savonarola. «Urlo alla luna e al sole/ le inutili parole che nessuno sa ascoltare», canta Eugenio.

E il suo sfogo si rivela metafora illuminata di un’arte che ha allevato quasi un secolo di umani, ma ora nel mondo intero non sa catturare più l’immaginario collettivo, privata com’è di quella funzione identitaria che ne ha guidato per decenni il percorso e l’ascolto attraverso il riconoscimento del sé nelle novità che uscivano accompagnate dalla risposta pronta del pubblico, giovanile e non.
Triste verità. L’ascolto si è fatto superficiale e distratto, più che altro si consuma facendo altro. La musica non ha più appeal, è stata sepolta dall’evoluzione della tecnologia che si è mangiata quella che un tempo era l’attenzione al contenuto. Già gli Anni Zero, adesso che si può vedere un poco indietro, si sono distinti per essere stati privi di uno stile proprio, in cui si potesse identificare chi è cresciuto ascoltando i nomi e i titoli che fanno il ricordo sonoro di un’adolescenza e di una giovinezza.
Da lì in poi, la situazione si è ancora sfilacciata, decomposta in mille rivoli di ultranicchia. I filoni che hanno qualche successo, come soprattutto da noi il rap (con i suoi bravi vent’anni di ritardo), vengono sfruttati senza pudore. I film continuano ad essere divisi in belli e brutti, il pop invece no: perché anche il giudizio sulla musica è scomparso, seppellito dal gradimento diretto via Facebook o dal numero di followers su Twitter dell’idolo di riferimento. Tanto seguito, tanto onore. E se esce una porcata, tutti zitti. È una rivoluzione silenziosa ma non per questo meno significativa, che ha due soli contrappesi, ben legati fra di loro: gli idoli acclarati e i fan club.
Gli idoli. In prima fila i figli dei Talent Show, Mengoni in testa (il più votato dai lettori de La Stampa), per passare poi a Emma e Amoroso; Chiara la tengono su con le stampelle e gli spot, ma poco succede. Come fenomeno apparentemente indie, i rapper da Fabri Fibra fino a Salmo, che spuntano come i funghi dopo la pioggia d’autunno. Poi, i nomi della musica tradizionale: in testa Jovanotti il cui successo trova seguito anche fra i più giovani grazie alla capacità rigeneratrice del personaggio; e ancora, certo, Luciano Ligabue il cui team è una (gioiosa) macchina da guerra; e Vasco, che però fila sottotono a una canzone per volta in attesa di piazzare sorprese e stadi esauriti.
Il più vitale? Suonerà strano ma è Franco Battiato, più richiesto che mai in duetti nobilitanti, reduce da un pregevole album dal vivo con Antony, per coltivare nuove esperienze che mettano radici. Gente di primo piano come Samuele Bersani, che è da ascoltare, gode di un seguito tutto sommato ridotto.
Ma la musica popolare è soprattutto, oggi, guerra per bande. Ad essere scomparso è l’ascolto complessivo. Tecniche di marketing conquistano agli idoli stormi di agguerriti membri di fan club, regalando loro l’illusione di far parte di una setta, con piccoli privilegi come i raduni alla presenza della star, doni e soprattutto vendite di gadget, biglietti dei concerti in anteprima. Finisce che si segue un nome solo e si ignora il resto, e se in Rete leggono commenti negativi, i fans piombano giù come gli stukas. In fondo, per avere un’audience assicurata, sono gli stessi artisti che coltivano i demolitori dell’arte che più è stata vicina alla gente comune. Accompagnandone la crescita, i sogni e le speranze nei decenni.”

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Storia

La mia pelle kaki

Una storia di dolore e coraggio che raccolgo da Internazionale del 16 gennaio. La penna è quella di Lee Marshall.
Pianta-kaki“Qualche minuto prima del tramonto di un freddo pomeriggio di gennaio, gli ultimi cachi sull’albero nel mio giardino sembrano illuminati dall’interno. È una luce strana, non del tutto naturale. Questo antico frutto cinese è cugino del cachi americano, Diospyros virginiana, che tanto meravigliò i primi coloni inglesi. Il capitano John Smith trascrisse circa cinquanta parole della lingua powhatan mentre era prigioniero (almeno così lui racconta) della tribù della bella Pocahontas, che intercesse per salvare il capitano dalla morte e poi lanciare un cartone animato della Disney. Una di queste parole era persimmon, il cachi. La parola è ancora in circolazione (insieme a mocassin e una manciata di altre), i powhatan no. Furono uccisi o ridotti in schiavitù dai coloni, ma non prima che questi ultimi scoprissero la bontà del persimmon pie, tuttora un classico dolce invernale del New England.
Era del New England, precisamente di Lowell, Massachussets (altra parola indiana, altra tribù sterminata), il pilota dell’aereo militare Bockscar, che il 9 agosto 1945 decollò da una base in mezzo al Pacifico. Arrivato sopra Nagasaki, l’aereo sganciò una bomba atomica che esplose a 550 metri dal suolo, sviluppando una potenza di 25 chilotoni. Quarantamila persone morirono all’istante. Erano la metà dei morti istantanei di Hiroshima, rasa al suolo tre giorni prima, ma solo perché il pilota di Bockscar cambiò bersaglio a causa delle condizioni climatiche, liberando il suo carico sulle acciaierie Mitsubishi in un sobborgo industriale di Nagasaki, diviso dal centro della città (il bersaglio assegnato) da un rilievo collinare che assorbì la forza esplosiva.
Erano le 11.02 quando una luce più forte del sole brillò nel cielo sopra Nagasaki. Sumiteru Taniguchi era in bicicletta e portava a tracolla la borsa della posta che doveva consegnare. Aveva solo 16 anni, ma già da due anni, nel paese in guerra, lavorava come postino. Fu sbalzato dalla sella. Quando alzò la testa, notò che dei bambini che prima stavano giocando vicino a lui erano stati “spazzati via come polvere”. Poi vide la bici accartocciata a qualche metro di distanza. Si mise in piedi e cercò di raccogliere le lettere bruciacchiate, ma mentre si chinò vide la sua pelle cadere dal braccio come quella di un martire scorticato. Si accorse che anche la pelle sulla schiena non c’era più. Si mise a camminare, ma dopo un po’ non era più in grado di andare avanti. Dopo due giorni fu raccolto e portato con un carro presso un ospedale d’emergenza allestito in una scuola elementare.
Taniguchi avrebbe passato 21 mesi sdraiato sulla pancia in attesa che le sue ferite si rimarginassero. Spesso, per il dolore, non riusciva né a mangiare né a respirare. Fu tenuto in vita da due dottori statunitensi mandati là per riparare i danni fatti da una bomba statunitense: lo salvarono immergendolo, per lunghi periodi, in una vasca contenente una soluzione di penicillina. Un giorno una troupe di cineoperatori militari statunitensi lo filmò usando una nuova pellicola a colori, ancora poco diffusa all’epoca. Uno di loro, Herbert Sussan, ricorda che “quando abbiamo acceso le luci sul suo corpo, mi sono venuti i brividi”. In una foto diventata famosa, tratta dal filmato, si vede la schiena di Taniguchi tutta spellata, con il bianco delle ossa che emerge in qualche punto. Il colore non è molto diverso della polpa di un cachi.
Molti anni dopo, nel 1994, un residente di Nagasaki chiede a un botanico, Masayuki Ebunuma, di aiutarlo a salvare un albero di cachi sofferente, uno dei 24 sopravvissuti alla bomba atomica. Ebunuma lo cura, poi ne prende qualche seme che riesce a piantare. L’anno seguente, l’artista Tstsuo Miyajima lancia il Kaki tree project, dedicato alla diffusione in tutto il mondo di cachi derivati dall’albero madre di Nagasaki, concentrandosi soprattutto sui giardini delle scuole. Ora questi alberi sono arrivati in venti paesi, compresa l’Italia, dove ci sono decine di cachi di Nagasaki a Brescia, Venezia, Vicenza e altre località.
Sumiteru Taniguchi, il ragazzo con la schiena che sembrava l’interno di un cachi, è sopravvissuto alle ferite. È ancora tra noi e ha dedicato la sua vita a sensibilizzare il mondo sui danni causati dalle armi nucleari e a lottare per la loro messa al bando.”

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Perché?

Pubblico un breve racconto (la lunghezza è un’apparenza, le battute sono molto brevi) dello scrittore egiziano Nagib Mahfuz, nobel per la letteratura nel 1988. Un dialogo tra padre e figlia dal titolo “Il paradiso dei bambini”. La conoscenza e l’amore su ogni cosa.

“- papà…nagib
– dimmi.
– io e Nadia stiamo sempre insieme.
– certo, tesoro: è la tua amica…
– in classe, in cortile, anche alla ricreazione.
– bene! Nadia è una bambina bella e bene educata.
– nell’ora di religione però io vado in un’aula e lei in un’altra.
Lanciai un’occhiata alla mamma e la vidi sorridere mentre era intenta a cucire. Sorrisi anch’io dicendo:
– ma è solo nell’ora di religione…
– e perché?
– perché tu hai una religione e Nadia un’altra.
– come?
– tu sei musulmana e Nadia è cristiana.
– perché, papà?
– sei ancora piccola. Un giorno capirai.
– no. Io sono grande!
– ma no che sei piccola, tesoro!
– e perché sono musulmana?
Dovevo essere disponibile e accorto e soprattutto non tradire i nuovi sistemi educativi alla prima difficoltà.
– il tuo papà è musulmano e la tua mamma è musulmana, per questo anche tu sei musulmana.
– e Nadia?
– i suoi genitori sono cristiani, perciò è cristiana pure lei.
– forse è perché il suo papà porta gli occhiali…?
– non c’entrano gli occhiali. E’ che anche suo nonno era cristiano… dissi, deciso a risalire le generazioni senza smetterla finché non si fosse stancata e avesse finito per cambiare argomento. Ma ella riprese:
– chi è meglio?
Riflettei un poco, poi risposi:
– la musulmana è buona e anche la cristiana è buona.
– una dev’essere migliore per forza.
– son buone tutt’e due.
– e se mi faccio cristiana per stare sempre con Nadia…?
– non si può, amore. Ognuno deve restare come il suo papà e la sua mamma.
– e perché?
Ecco qua la tirannia dei nuovi metodi educativi!
– non vuoi proprio aspettare quando sarai grande?
– no, papà.
– bene. Lo sai cos’è la moda? A uno piace una moda, all’altro un’altra. Essere musulmani è l’ultima moda, per questo devi rimanere musulmana.
– allora quella di Nadia è una moda vecchia!
Benedette tu e la tua Nadia! Nonostante la mia prudenza mi ero sbagliato e avevo finito col mettermi in un bel pasticcio.
– e´ una questione di gusti… però ognuno deve restare come i suoi genitori.
– dirò a Nadia che la sua è una moda vecchia e che la mia è nuova.
– tutte le religioni sono buone – mi affrettai a dire – chi è musulmano adora Dio e chi è cristiano anche.
– ma perché lei lo adora in un posto e io in un altro?
– perché da una parte lo si fa in un modo e dall’altra in un altro modo.
– e perché?
– lo saprai l’anno prossimo, o quello dopo. Per ora basta che tu sappia che sia i musulmani sia i cristiani adorano Dio.
– e chi è Dio, papà?
Restai sorpreso. Riflettevo, mentre prendevo tempo.
– cosa ti ha detto la maestra?
– ci ha letto una sura del Corano e ci ha insegnato le preghiere. Però chi è Dio non lo so.
Ci pensai su ancora, nascondendo un sorriso.
– è il creatore di tutte le cose.
– di tutte?
– di tutte.
– e che vuol dire creatore?
– vuol dire che è lui che ha fatto ogni cosa.
– e come ha fatto?
– con la sua grande potenza…
– e dove vive?
– ovunque nel mondo.
– e prima del mondo?
– lassù.
– in cielo?
– sì.
– lo voglio vedere.
– non si può.
– nemmeno in tv?
– nemmeno.
– nessuno lo può vedere?
– nessuno.
– e tu come lo sai che è lassù?
– lo so.
– chi te l’ha detto?
– i profeti.
– i profeti?
– sì, come Muhammad.
– e lui come ha fatto a saperlo?
– aveva una forza speciale.
– una forza speciale negli occhi?
– sì.
– e perché?
– è Dio che lo ha creato così.
– perché?
Mi dominai e risposi:
– egli è libero di fare ciò che vuole.
– e quando lo ha visto com’era?
– grande, forte, potente…
– come te, allora.
Trattenni una risata:
– nessuno gli è simile.
– e perché vive lassù?
– la terra non basta a contenerlo, ma egli vede ogni cosa.
Si distrasse per poco, poi riprese:
– ma Nadia dice che ha vissuto sulla terra.
– è perché vede ogni luogo, così è come se vivesse dappertutto.
– Nadia ha detto che lo hanno ucciso.
– no, amore mio, hanno creduto di averlo ucciso, ma egli è vivo e non muore mai.
– e il nonno, è vivo anche lui?
– no, il nonno non c’è più.
– lo hanno ucciso?
– no. E’ morto da solo.
– e come è morto?
– si è ammalato ed è morto.
– allora la mia sorellina che è malata morirà anche lei?
Mi adombrai e prevenni la reazione della mamma affrettandomi a dire:
– ma no, guarirà!
– e allora il nonno perché è morto?
– il nonno si è ammalato da grande.
– anche tu ti sei ammalato da grande. Perché non sei morto?
Questa volta la mamma la rimproverò ed ella restò smarrita a guardare ora l’uno ora l’altra.
– moriamo quando lo vuole Iddio.
– e perché Dio vuole che moriamo?
– egli è libero di fare ciò che vuole.
– la morte è bella?
– oh no, tesoro.
– e perché dio vuole una cosa brutta?
– e´ bella quando è lui a volerla.
– ma tu hai detto che è brutta.
– mi sono sbagliato, amore.
– perché la mamma si è arrabbiata quando ho detto che tu muori?
– perché ancora Dio non lo ha voluto.
– e perché lo vuole, papà?
– è lui che ci fa nascere e fa che ce ne andiamo.
– e perché?
– vuole che facciamo delle cose belle prima di andarcene.
– e perché non restiamo?
– non ci sarebbe spazio per la gente se tutti restassero.
– così lasciamo tutte le cose belle.
– andiamo dove ci sono cose migliori.
– dove?
– lassù.
– da Dio?
– sì.
– e lo vedremo?
– sì.
– e sarà bello?
– certo.
– allora dobbiamo andare.
– ma non abbiamo ancora fatto tante belle cose…
– il nonno le ha fatte?
– sì.
– che cosa ha fatto?
– ha costruito una casa e ha coltivato un giardino.
– e cosa aveva fatto Totò, il mio cuginetto?
Mi rattristai per un istante, poi volsi uno sguardo commosso alla mamma e risposi:
– anche lui ha costruito una piccola casa prima di andarsene.
– il figlio dei vicini invece mi picchia e non fa niente di bello.
– è proprio un ragazzaccio.
– allora non morirà.
– solo quando Dio lo vorrà.
– anche se non farà nessuna bella cosa?
– tutti si muore. Chi fa cose buone va dal Signore e chi le fa cattive va all’inferno.
Lei sospirò e tacque.
Avvertii quanto la cosa fosse stata impegnativa, ma non sapevo dire se avessi risposto bene o male. La fila dei perché aveva risvegliato domande celate dentro me. La piccola non lasciò passare molto tempo prima di sbottare:
– voglio stare sempre con Nadia.
Guardai verso di lei con aria interrogativa.
– anche nell’ora di religione!
Scoppiai a ridere. Anche la mamma rideva. Soggiunsi sbadigliando:
– non me lo immaginavo che si potesse parlare di cose simili a questo modo.
Intervenne la mamma con aria consolatrice:
– la bimba crescerà e un giorno potrai spiegarle tutte le cose che sai a riguardo.
Mi girai allora alterato verso di lei per capire fino a che punto avesse parlato sul serio o se piuttosto mi prendesse in giro. Ma già aveva ripreso il suo lavoro di cucito.”
(da “Il bambino nell’Islam”, in Aa.Vv. Il bambino nelle religioni, Editrice Ancora, Milano 1992)

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Persone silenziose

In questi giorni vedo passare molto spesso il video della canzone “Persone silenziose” sui canali che si occupano di musica. Lo trovo un ottimo testo, una poesia in musica scritta da quello che ritengo uno degli autori più sensibili del panorama italiano, Luca Carboni (che qui canta con la partecipazione di Tiziano Ferro). Mi vengono in mente molti studenti, quelli più taciturni, che abbassano lo sguardo se il mio si posa su di loro, che non alzano mai la mano, che preferiscono essere impallati da qualche compagno mentre i prof scannerizzano la classe… e che custodiscono dentro di loro un mondo prezioso fatto di perle di incredibile valore. Questo pezzo è per loro.

Di persone silenziose ce ne sono eccome
sono timide presenze nascoste tra la gente
Ma il silenzio fa rumore e gli occhi hanno un amplificatore
quegli occhi ormai da sempre abituati ad ascoltare
Persone che non san parlare che mettono in ordine i pensieri
persone piene di paura che qualcuno possa sapere
i loro piccoli e grandi contraddittori pensieri
E all’improvviso scappi via senza salutare
i tuoi occhi scendono le scale non so cosa vanno a fare
se a commuoversi o a sognare ad arrabbiarsi o a meditare
ma nell’anima si sa c’è sempre molto da fare
Persone che non san parlare che mettono in ordine i pensieri
persone piene di paura che qualcuno voglia giocare
coi loro piccoli e grandi contraddittori pensieri
All’improvviso scappi via senza salutare
… vorrei essere un angelo per poterti accompagnare

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L’anima in pace

Hui-k'oOggi pubblico una storiella breve e folgorante della tradizione buddhista. Questa la fonte.
Un giorno Hui-k’o si presentò a Bodhidharma e gli disse: “La mia anima è tormentata: ti prego, dalle pace!”
“Portami qui la tua anima e io le darò pace.”
“Come faccio? Quando la cerco, non la trovo.”
“Allora è già in pace.”

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Tra fede, finanza e moschee

moscheaDal sito di Nigrizia prendo questo forte e discusso articolo di Mostafa El Ayoubi pubblicato sul numero di gennaio.
“Finanza e fede. È il binomio sul quale si basa gran parte della politica estera del Qatar, specie quella che riguarda l’Europa. Sul versante finanziario dispone di ingenti investimenti in diversi settori: bancario, immobiliare, del calcio ecc. In Europa il mondo politico e quello economico-finanziario lo considerano un grande partner da corteggiare. Quanto alla variabile fede, il Qatar ha un’alleanza strutturale con i Fratelli musulmani (Fm) molto ramificati in Europa. Il piccolo emirato, che sogna un pan-islamismo sotto il suo controllo, considera i Fm uno strumento per estendere il suo potere sulla sfera religiosa. Persa di recente la sua influenza sul mondo arabo a favore del gigante saudita, il Qatar sta concentrando la sua crociata finanziaria e religiosa altrove. In Africa i “missionari” del Qatar sono al lavoro: dal Niger al Senegal, attraverso la rete di moschee, sono in sensibile espansione attraverso ingenti “donazioni” che fanno gola ad organizzazioni islamiche e governanti locali. Ma è verso il vecchio continente che la strategia espansionistica del Qatar sembra più orientata. Lo scopo è di estendere la sua egemonia sull’islam in Europa. Attraverso il finanziamento per la costruzione delle moschee, il Qatar sta spiazzando i tradizionali paesi dai quali proviene l’immigrazione islamica in Europa: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Pakistan, Turchia ecc. E investe logicamente nei luoghi di culto sotto controllo dei Fm. In Francia svariati milioni di euro sono stati investiti nella realizzazione di nuove moschee, attraverso la Qatar Charity. Questa ong “caritativa” ha contribuito economicamente alla costruzione di diverse moschee: quelle di Nantes e Mulhouse, e quella di Marsiglia (ancora da realizzare). In Irlanda, il Consiglio municipale ha autorizzato la costruzione di una moschea – finanziata in parte dal Qatar – nella periferia di Dublino, città dove risiede l’European Council for fatwa and Research di cui al-Qaradawi (ideologo dei Fm) è il massimo esponente. Gli sceicchi del Qatar corteggiano i musulmani anche in Germania: a Monaco è prevista, con il loro contributo, la realizzazione di una moschea su 6000 mq con tanto di minareto, biblioteca, palestra, ristoranti, sala congressi e altro. In Italia, dal dicembre 2012 all’ottobre 2013, sono state inaugurate tre grandi moschee con ingenti contributi della Qatar Charity: la prima a Catania, la seconda a Ravenna e l’ultima a Colle di Val d’Elsa (Siena).
In passato non sono mancate aspre polemiche sulle moschee in Europa, sul ruolo dei finanziamenti stranieri e sul controllo finanziario e ideologico che i donatori esercitano sui musulmani. Oggi invece su questi finanziamenti si mantiene un profilo basso: i politici non ne fanno più un oggetto di propaganda e i media ne parlano poco, perché il Qatar è un paese amico con il quale si fanno molti affari. Il problema però è che l’ingerenza del Qatar (e altre petro-monarchie) negli affari della “diaspora” islamica in Europa nuoce alla sua integrazione e all’evoluzione di un islam europeo. Con il suo denaro il Qatar, oltre a comprare la coscienza di tanti musulmani in Europa, dispone anche del consenso di realtà politiche e culturali che si considerano attente alle questioni della libertà religiosa e dei diritti umani. Eppure si sa bene che attraverso le sue “donazioni” il Qatar – con l’ausilio dei Fm – diffonde la sua visione arcaica e approssimativa della religione islamica, che considera il dialogo interreligioso come uno strumento di proselitismo e di conversione. Nel “filantropo” Qatar, milioni di immigrati sono trattati come degli schiavi. Ad oggi sono morti decine di immigrati utilizzati nella costruzione degli impianti per i mondiali del 2022. E il razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati dovrebbe far riflettere molto i musulmani in Europa – in gran parte di origine immigrata – sull’insidiosa carità dei principi qatarioti. È meglio una sala di preghiera piccola e dignitosa di una sontuosa moschea costruita con il contributo di uomini (ricchi) che ancora oggi schiavizzano i loro simili!”

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Spunti di scuola

noia-a-scuola.jpg w=500Qualche spunto dall’articolo di Marco Gallizioli su “Rocca” dell’1 gennaio.
“… nelle nostre classi siedono sempre più numerosi ragazzi che arrivano senza entusiasmo o che lo perdono strada facendo, allontanandosi dallo studio in modo lento ma progressivo davanti ai quali mi sento impotente. …
Trasmettere dei saperi a chi vuole apprenderli è compito fin troppo semplice, mentre trovare la modalità per incendiare di desiderio un terreno secco è forse operazione complessa, ma non credo impossibile. …
La scuola dovrebbe essere un laboratorio sociale di primo piano perché in essa comincia l’integrazione, il rapporto con le differenze, l’affinamento delle proprie capacità, il mettersi alla prova, il crescere attraverso errori ed occasioni positive, ma se finiamo con l’accatastare numeri sempre crescenti di allievi per classe, se non offriamo occasioni di crescita pensate per i ragazzi di questo tempo, se non investiamo davvero nella formazione in itinere dei docenti, gli scenari non potranno che essere grigi.”

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La capra in casa

tav05Pubblico una storiella dalla tradizione ebraica tratto da questo sito:
Un uomo, poverissimo di beni, ricco di fede e di figli, viveva con la moglie, i suoceri e otto bambini in una misera capanna di una sola stanza, torrida d’estate e gelida d’inverno.
Andò dal suo rabbino e lo implorò di aiutarlo a trovare una soluzione: “Rebbe, non possiamo più vivere così, uno sull’altro, che posso fare?” il rabbino gli disse: “Hai per caso una capra?” “Sì Rebbe! Una capra per il latte e il formaggio! La mia unica ricchezza!” “E dove la tieni questa capra?” “Legata fuori dalla capanna, Rebbe, nel piccolo cortile” “Ebbene, porta la capra nella capanna a vivere con voi” “Ma come Rebbe! Ti ho detto che è una stanza piccola e già affollata!” “Fai come ti dico e torna da me tra una settimana”.
Dopo una settimana il povero torna da Rebbe sempre più disperato. “Rebbe, lo sporco, la puzza, è un disastro, non ne possiamo più!!!” “Ok”, dice il rabbino, “Ora porta fuori la capra, legala al palo e torna da me tra una settimana”. Passata la settimana, l’uomo torna dal Rebbe, tutto felice. “Caro Rebbe, come stiamo bene! La stanza è pulita e profumata, e senza la capra c’è spazio per tutti!”

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Respiro libri

lettori“Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?” (Harper Lee, Il buio oltre la siepe)

 

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L’orlo

Pubblico un altro racconto, questa volta appartenente alla tradizione indiana, tratto da questo sito.
Camminare sull’acqua
Un brahmano aveva costruito il suo eremo vicino al grande fiume. Tutti i giorni arrivavabattesimo-di-gesu-colored una ragazza che attraversava il fiume con un traghetto e gli portava un po’ di latte da parte del pastore che abitava sulla riva opposta. Talvolta era in ritardo e ciò irritava il brahmano. La ragazza si scusava: «Succede che devo aspettare il traghetto perché è ancora dall’altro lato o è appena partito». «Il traghetto? Stupidaggini!» esclamò il brahmano con disprezzo, e spazientito continuò: «Figliola, con il nome di Dio nel cuore e sulle labbra, un uomo che crede può camminare sulle onde del mare sconfinato e circolare delle morti e delle rinascite senza fine, per giungere alla lontana sponda della liberazione. E lo scorrere dell’acqua di un fiume è sufficiente a fermare il tuo piede?» La ragazza stava davanti al sant’uomo ammutolita e piena di vergogna. Si inchinò al suo cospetto, prese la polvere che stava ai suoi piedi e se la mise sulla fronte.
L’indomani la ragazza arrivò puntuale con il latte e così anche nei giorni successivi. Il brahmano fu soddisfatto dello zelo e dopo qualche tempo le chiese: «Come fai ad arrivare sempre così puntuale?» La ragazza rispose: «Signore, faccio come tu mi hai detto. Con il nome di Dio nel cuore e sulle labbra, cammino con fede sull’acqua, senza che il mio piede affondi. Non ho più bisogno del traghetto».
Il brahmano si meravigliò in silenzio per il potere prodigioso del nome di Dio in una creatura così semplice; non se ne fece accorgere e commentò: «Bene. Voglio venire con te per vederti camminare sull’acqua; voglio attraversare il fiume insieme a te». Era curioso: come faceva la ragazza a compiere il miracolo? Se davvero la giovane aveva successo, sicuramente anche lui ce l’avrebbe fatta.
Giunti alla sponda, le labbra della ragazza presero a muoversi silenziosamente; il suo sguardo era rivolto verso un punto lontano. La giovane mormorava continuamente il nome di Dio e, leggera come una piuma, cominciò a scivolare sull’acqua. La corrente fluiva veloce e gorgogliante sotto di lei senza spruzzarla; le piante dei piedi non sembravano toccarla.
Il brahmano stupefatto alzò un po’ la veste, cominciò a sussurrare il nome di Dio e pose il piede sull’acqua. Ma non riuscì a restare accanto alla ragazza che, come una rondine, sembrava volare dolcemente. Stava per annegare. La giovane se ne accorse, scoppiò in una fragorosa risata e gridò, allontanandosi: «Non meravigliarti se stai affondando! Come può il nome di Dio farti camminare sull’acqua, se quando lo chiami ti sollevi la veste perché temi di bagnarne l’orlo?»
(Heinrich Zimmer – Racconti dall’India)

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Adolescenze altrove

Fusine_0067 fbOggi desidero riportare due storie di adolescenti che vivono realtà diverse da quelle che ho vissuto io alla loro età e da quelle che vivono i miei studenti. Che ne sarebbe della nostra vita se, semplicemente, fossimo nati da un’altra parte?
La prima storia è quella di Atice e la racconta Francesco Martino. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso:
“Atice ha quindici anni. Mentre ci prepara il tè, nella tenda panciuta dove vive con la famiglia, parla senza sosta, ostentando un fare sicuro. Siamo sulle falde del monte Karadağ, antico vulcano spento e oggi terra di pascolo che domina la provincia di Karaman, in Turchia centrale. Poi, però, all’improvviso Atice s’avvampa di rosso per la timidezza, e nasconde il viso tra le mani, con un gesto da bambina. Atice è una Yörük “coloro che camminano”, popolazione turcofona semi nomade, che un tempo guidava le sue greggi non solo in Anatolia, ma anche nella penisola balcanica. In lei convivono e combattono non solo la donna e la bambina, ma anche il passato e il futuro della sua gente. “Non voglio stare dietro alle bestie per tutta la vita”, dice convinta. Durante l’inverno Atice vive con la nonna a Karaman, dove studia. L’estate, però, torna col padre, la madre e i fratelli sui pascoli. “Qui non c’è nulla per me, voglio studiare. Mi piacerebbe diventare poliziotta, per fare una vita attiva, all’aperto”. “Ma in città non troverai mai un lavoro più attivo e all’aria aperta della vita che fai ora”, le fa notare qualcuno degli ospiti, con un mezzo sorriso. Atice tace, poi fa di nuovo sparire il viso tra le mani.
La seconda è quella di Aitazaz, un quattordicenne pachistano che è morto per impedire a un kamikaze di uccidere molte persone. La sua storia la racconta Rainews24:
“Quando Aitazaz, uno studente pachistano di quattordici anni, ha visto un detonatore fare capolino dalla tunica di un kamikaze davanti alla sua scuola, non ha avuto la minima esitazione e si è lanciato su di lui: è stato dilaniato dall’esplosione della bomba umana ma il suo gesto ha sventato una strage tra i suoi compagni. Il Pakistan celebra questo suo coraggioso eroe, Aitazaz Hassan Bangash, con articoli sulla stampa, una valanga di tweet, omaggi su Facebook e appelli al governo perché gli sia conferita una “medaglia al valore”. Tutto è successo lunedì mattina alla scuola statale superiore di Ibrahimzai, un villaggio sciita del distretto di Hangu, che confina con le turbolente regioni tribali della frontiera con l’Afghanistan. Al momento dell’esplosione c’erano circa duemila allievi più gli insegnanti nel complesso. A raccontare la storia, è stato il cugino e uno dei testimoni dell’attacco suicida che è il primo di questo genere a una scuola. Aitazaz, che quella mattina era arrivato in ritardo, si trovava all’ingresso della scuola con altri compagni quando ha visto un ragazzo sui 20-25 anni andare al cancello con la scusa di chiedere informazioni sull’ammissione. Quasi subito, i ragazzi si sono accorti che sotto gli indumenti aveva un giubbotto esplosivo e sono scappati via. Aitazaz, invece, non si è fatto prendere dalla paura, ma ha cercato di fermarlo tenendolo per le braccia. L’attentatore è però riuscito ad azionare il detonatore e a farsi esplodere.”

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Per lui è tutto

Ho intenzione di proporre sul blog alcuni scritti provenienti dalle diverse tradizioni religiose. Alcuni saranno tratti dai libri che ho a casa, altri da siti che di volta in volta segnalerò. Inizio con un delicato racconto della tradizione islamica sufi, preso qui.

L’acqua del paradiso
Nel corso della loro vita da nomadi, Harith il Beduino e sua moglie Nafìsa erano soliti piantare la loro logora tenda dove potevano trovare qualche palma da dattero, qualche ramoscello rinsecchito per il loro cammello, o uno stagno di acqua salmastra.
Erano anni che facevano questa vita e ogni giorno Harith compiva gli stessi gesti: con la trappola prendeva i topi del deserto per via della loro pelle, e con le fibre di palma intrecciava corde che vendeva alle carovane di passaggio.
foto_deserti_002_Basin_Snow_Canyon_UtahUn giorno, tuttavia, una nuova sorgente sgorgò dalle sabbie del deserto. Harith si portò l’acqua alle labbra e gli sembrò l’acqua del paradiso. Quell’acqua, che noi avremmo trovato terribilmente salata, era infatti molto meno torbida di quella che era abituato a bere. “Devo assolutamente farla assaggiare a qualcuno che sappia apprezzarla”, si disse Harith.
Si incamminò quindi sulla strada per la città di Bagdad e per il palazzo di Harun El-Rashid, fermandosi solo per sgranocchiare qualche dattero. Portava con sé due otri pieni d’acqua: uno per sé e l’altro per il califfo.
Alcuni giorni dopo raggiunse Bagdad e andò direttamente a palazzo. Le guardie ascoltarono la sua storia e, non potendo fare altrimenti – era questa l’usanza – lo ammisero all’udienza pubblica tenuta dal califfo.
“Comandante dei credenti”, disse Harith, “sono un povero beduino e conosco tutte le acque del deserto, benché sappia ben poco di altre cose. Ho appena scoperto quest’Acqua del Paradiso e ho subito pensato di portarvela perché, in verità, è un regalo degno di voi”.
Harun il Sincero assaggiò l’acqua e, dato che capiva i suoi sudditi, ordinò alle guardie di far accomodare il beduino e di trattenerlo finché non avrebbe fatto conoscere la sua decisione. Poi chiamò il capitano delle guardie e gli disse: “Ciò che per noi è niente, per lui è tutto. Al calar della notte conducetelo fuori dal palazzo. Non lasciate che veda il possente Tigri; scortatelo fino alla sua tenda senza permettergli mai di bere acqua dolce. Poi dategli mille monete d’oro con i miei ringraziamenti per i suoi servigi. Ditegli che lo nomino guardiano dell’Acqua del Paradiso e che dovrà offrirne da bere a mio nome a tutti i viaggiatori”.
Questo racconto s’intitola anche: “La storia dei due mondi”. Risale ad Abu El-Atahiyya, della tribù degli Aniu, contemporaneo di Harun El-Rashid e fondatore dei dervisci Maskhara, ‘Gaudenti’, in Occidente sono conosciuti col nome di ‘Mascara’ e hanno adepti in Spagna, Francia e in altri paesi. El-Atahiyya è stato chiamato “il padre della poesia araba sacra”. Morì néll’828.

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Che ne sarà di Hagia Sophia?

hagia-sophiaChe ne sarà di Hagia Sophia? Se lo chiede Stefano M. Torelli in un breve pezzo nella sua rubrica MediOrienti. Attualmente, quella che è stata una chiesa bizantina fino al 1453 e una moschea fino al 1935, è un museo di notevole richiamo (nel 2012 quasi 3.500.000 di visitatori, il primo in Turchia). Voci provenienti dal governo affermano l’intenzione di far ridiventare moschea la costruzione di Istanbul, il che potrebbe impicare tutta una serie di rivendicazioni (e pure l’oscuramento dei mosaici di ispirazione cristiana). Ma il governo di Erdogan sarebbe così costretto a rinunciare ai circa 25.000.000 € di incasso annuale del museo… Che ne sarà di Hagia Sophia?