Cuore nel cuore

L’avevo cercata, all’interno delle riflessioni sul Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, quella sulla mattina di Pasqua, ma non l’avevo trovata. “Strano” avevo pensato. E infatti c’era… Eccola qui, a completare il Triduo Pasquale.

Domenica di Pasqua
Pasqua: questo giorno, ogni giorno
riparare i viventiRiparare i viventi è il titolo di un bel romanzo scritto dalla bravissima Maylis de Kerengal che in questi giorni mi ha accompagnato. Mi sembra il titolo perfetto per questa domenica. La storia parla di un adolescente che, uscito con i suoi amici in una fredda notte in cerca dell’onda perfetta da cavalcare all’alba con i loro surf ruggenti, sulla strada del ritorno ha un incidente ed entra in coma irreversibile. I suoi genitori consentono l’espianto degli organi, anche se è il cuore il vero protagonista della storia. Il cuore che viene estratto dal petto del ragazzo va a riempire quello di una donna in attesa di un organo che la salvi grazie ad un trapianto. Ad un tratto la madre di Simon, il ragazzo morto, si chiede che accadrà al contenuto del cuore di suo figlio: «Che ne sarà dell’amore di Juliette una volta che il cuore di Simon ricomincerà a battere dentro un corpo sconosciuto, che ne sarà di tutto quel che riempiva quel cuore, dei suoi affetti lentamente stratificati dal primo giorno o trasmessi qua e là in uno slancio d’entusiasmo o in un accesso di collera, le sue amicizie e le sue avversioni, i suoi rancori, la sua veemenza, le sue passioni tristi e tenere? Che ne sarà delle scariche elettriche che gli sfondavano il cuore quando avanzava l’onda? Che ne sarà di quel cuore traboccante, pieno, troppo pieno?».
Che ne sarà del nostro cuore, con tutto quello che ha filtrato di amore e disamore in una vita? Ma non è forse questo il senso della grande promessa di Dio: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez. 36, 26-7)? Anche noi eravamo a rischio di vita, anzi eravamo già morti, il nostro cuore aveva subito troppi infarti, non riusciva più ad amare senza rischiare il colpo di grazia. E proprio per un colpo di grazia riceviamo un cuore nuovo, che viene trapiantato gradualmente nella nostra vita nella misura in cui lo vogliamo. L’uomo nuovo di cui parla Paolo nelle sue Lettere è un uomo dopo il trapianto. Rimane l’uomo vecchio, ma il trapianto irrora gradualmente ogni fibra trasformandola. In noi comincia ad abitare il battito di un Altro, che non muore. La vita di Dio che non può essere distrutta entra e gradualmente trapianta (ci innesta nella sua vita come si fa in botanica), purifica, trasforma, nella misura di quanto vogliamo. C’è tanto del cuore di Dio nella nostra vita quanto noi vogliamo ne venga trapiantato ogni giorno. Ad un certo punto della narrazione il medico che condurrà l’operazione di trapianto avverte la paziente perché si prepari: «Il cuore sarà qui fra trenta minuti, è splendido, è fatto per lei, vi intenderete alla perfezione. Claire sorride: ma aspetterà che sia qui prima di togliere il mio, vero?».
Il nostro rimarrà, proprio quello nostro, ma il centro di ogni pensiero, decisione, amore, caduta, tristezza, malinconia, il motore di ogni nostro amore e disamore, non verrà tolto, ma trasformato. La natura umana è riparata perché il perfetto uomo ha attraversato tutto l’umano, ha conosciuto tutto ciò che passa per il cuore dell’uomo e lo ha sentito come fosse suo, anche il peccato, non come atto ma nelle sue conseguenze (dalla tentazione, al dolore, alla morte). E quel cuore che ha cessato di battere sulla croce, quel cuore che ha dato tutto, tanto che, quando il soldato lo trafisse con la lancia, sputò sangue e acqua, il siero che si riversa nella sacca del pericardio quando dopo un infarto la parte densa del sangue si separa da quella più leggera, proprio quel cuore diventa nostro. Quel cuore in realtà non è vuoto, non è il cuore di un morto, inservibile per un trapianto.
È il cuore di un vivo, è il cuore del Vivente, è il cuore della Vita; il cuore che ci consente di avere passione per la vita e di patire per la vita; il cuore che ci concede il trasporto erotico per il creato e le creature e la capacità di patire per il creato e le creature. Il cuore di Dio, spiritualmente trapiantato in noi grazie al Battesimo e riparato dagli altri Sacramenti, batte fortissimo nel petto dei cristiani, che per questo ogni giorno, se vogliono risorgono. E quando quel cuore verrà pesato (amor meus pondus meum, il mio amore è il mio peso dice Agostino) alla fine della vita lo si troverà ‘pieno’ dell’amore di Dio stesso, perché cuoreera il suo in noi. Solo lui ripara i viventi e i morenti, perché il suo cuore non ha conosciuto la corruzione della morte, conosce solo la vita e ciò che dà la vita. Si dice che, dopo aver bruciato Giovanna D’Arco, i carnefici trovarono intatto il suo cuore in mezzo alla cenere. Quel cuore non poteva essere distrutto, perché la sua materia non apparteneva a questo mondo e il fuoco degli uomini non poteva consumarlo. Era il cuore di Giovanna o quello di Dio? Se è amore che vogliamo per vivere, è un cuore nuovo che vogliamo. Oggi è il giorno del trapianto.”

Gemme n° 170

biancaLa mia gemma è «Bianca come il latte, rossa come il sangue» di Alessandro D’Avenia: penso che il libro sia molte piacevole e significativo per un adolescente che affronta difficoltà e problemi e e che comunque vuole anche divertirsi. In lui ho visto anche parti di me, dei miei problemi che posso risolvere solo io, senza l’aiuto dei miei”. Questa la gemma di N. (classe quarta).
Cito, dallo stesso libro, una frase che trovo attinente alle parole di N.: “Tristezza, solitudine, rabbia. Quasi tutte le canzoni che mi piacciono ne parlano. Suonandole è come se affrontassi quei mostri, soprattutto quando non riesci neanche a dare loro un nome. Poi, però, finita la musica, quelle cose restano lì. Certo, magari adesso le sai riconoscere meglio, ma nessuno le ha magicamente spazzate via”.

Gemme n° 169

Voglio proporre come gemma la canzone «Un senso» di Vasco Rossi, primo perché Vasco lo ascolto da sempre e secondo perché mi piace il testo: rispecchia quello che può pensare un ragazzo come noi, giovane, che si chiede il senso di ciò che capita e si interroga su cosa debba fare nelle diverse situazioni. Penso che il domani arrivi comunque, anche se a volte non se ne trova immediatamente il senso”. Queste le parole di V. (classe quarta).
Afferma Vasco: “La vita è bella se la prendi tutta, mica solo le parti belle. E’ come i film: per arrivare al sublime devi attraversare il dolore o la noia o il casino o le difficoltà. Una volta amavo solo la domenica e odiavo il lunedì. Poi ho capito che se non esistesse il lunedì, non arriverebbe nemmeno la domenica successiva”. Personalmente, il verso che mi fa sempre riflettere è “senti che bel vento”. E’ una delle cose a cui mi affido quando, appunto, non trovo il senso: solo che a quel vento do il nome di Spirito. Qualcuno lo chiama soffio vitale, intuito, coscienza, atman, respiro, angelo, io con significati di volta in volta diversi.

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